Beati i poveri, perché moriranno prima

Archive for giugno 2011

Troppo scoraggiati per suicidarsi

Posted by sdrammaturgo su 10 giugno 2011

Sulla crosta terrestre era la solita noia.
In nessuna galassia ci si divertiva granché.
Una forma di vita dalla massa gassosa su un pianeta sconosciuto non ne poteva più di vedere sempre le stesse facce.
In fondo, era domenica anche su Urano.

Splendeva un bel sole, del tutto inutile a migliorare la qualità della vita media.
Tutti in quei giorni erano disperati, perché era arrivata la notizia che un altro militare era morto in guerra ed un pugile aveva preso uno sganassone sul ring.

La Madonna si ostinava ad apparire in posti sfigati per lanciare messaggi planetari, così la redenzione restava lontana per via di discutibili strategie di marketing.
Un angelo era apparso in Svezia, ma nessuno lo aveva notato.

Fabio fissava il cappio. La corda sembrava resistente, il soffitto era stato intonacato di fresco, la sedia era solida, l’universo infinito. Ciò era rassicurante.

Giuseppe aveva le spalle larghe e gli occhi stanchi, il viso dalle proporzioni armoniche ed i vestiti consunti. I muscoli possenti trascinavano pigramente il suo disincanto. Era alto e triste, aitante eppur malridotto, insomma un gran bel frusto.
Puzzava di morto. Normale, essendo vivo.
Non aveva molta autostima. Dopo aver cacato, si sentiva svuotato di significato.
Faceva continui soliloqui con se stesso, venendo fischiato dal pubblico.
Aveva smarrito se stesso, aveva fatto fare l’annuncio e si aspettava alle casse. Ma niente.

L’uomo con la blusa azzurra lavorava nei cantieri navali ed era stato al varo. In precedenza era già stato al berto. Al momento era ar mando, e probabilmente lo sarebbe stato fino alla fine dei suoi giorni. Svolta romanesca? Forse. Tanto non faceva differenza. Una congiunzione raramente fa la differenza.
Disistimava metanarrativamente chi si serviva di facili giochi di parole a scopo umoristico.
Ma soprattutto, non sapeva che l’indumento che indossava fosse una blusa. Avesse immaginato, si sarebbe sentito profondamente a disagio.

Alessio si chiamava Marco.
Abitava nell’Illinois. Anzi no, a Mestre.
L’inquinamento di Porto Marghera stava diventando un cliché della comicità, dunque meglio soprassedere.
Una ragazza lo aveva notato: era l’unico essere umano tra tutti vasi di genziane.
“Come ti chiami?”
“Alessio”
“Piacere, Monica”
“Volevo dire Marco”
“Uau, origini evangeliche”
“Sì”
“Cosa si prova?”
“E’ comunque peggio che chiamarsi Alessio”
“Perché?”
“Boh”
“Cosa fai nella vita?”
“Sono primario all’ospedale nel reparto di ortopedia. Ah, no, scusa, mi sono sbagliato: sono tornitore disoccupato”.
Così Monica uscì con uno dei vasi di genziane.

Fabio continuava a fissare il cappio. La corda non era cambiata. Non era cambiato il soffitto, non era cambiata la sedia, non era cambiato l’universo. Ciò era rassicurante.

Arrigo era largamente riconosciuto come uno dei migliori giornalai della provincia.
Pensava in piccolo anche quando pensava in grande. Una volta si era candidato alle elezioni comunali.
Aveva avuto una relazione con Priscilla, il cui sogno segreto era quello di fare la fluffer.
Timido e riservato, appassionato spettatore di parcheggi, aveva esitato a lungo prima di lanciarle il primo invito: “Ho due biglietti per l’ultima manovra…”.
Poi si erano messi insieme, ma lei si dimenticò che si erano fidanzati e non si videro mai più.

Il torneo di ping pong a quattro era sempre più vicino.
Franco e Carlo avrebbero dovuto affrontare al primo turno i gemelli Affinati, del tutto identici, ambedue Gelsomino.
Non avevano speranze, né contro i gemelli Affinati né in generale.

Ilario credeva nel libero mercato. Per questo faceva il fruttarolo.
Sapeva il fatto suo. Sapeva che non bisogna mai fare inviti, domande o proposte alle donne. Così diceva: “Io stasera scopo a casa mia. Se vuoi venire…”.
Era un tipo risoluto. Quando una donna gli piaceva in modo particolare, non si faceva problemi a mettere le cose in chiaro: “O me la dai o me la prendo”.
Era una persona rispettosa delle idee altrui solo in apparenza. Quando diceva: “Puoi essere d’accordo o meno”, meno era predicato verbale.
Rimpiangeva i bei tempi andati. “Ormai i bambini non percuotono più i mendicanti”, sospirava.
Abbandonava i cani sull’autostrada, ma si giustificava dicendo che non faceva discriminazioni di specie, visto che ci abbandonava anche le fidanzate.
Tipo scrupoloso, spaccava i secondi. Venne arrestato per strage di medaglie d’argento.

Fabio fissava ancora il cappio. Aveva preparato il nodo con cura. Pensò che quelli della marina militare sono avvantaggiati nel suicidio, ma se ne servono troppo poco.

Donato era un medico traumatologo specialista in cadute da Vespa S 150 i.e.
Una volta arrivò un paziente grave che aveva avuto un incidente con la propria Vespa S 125 i.e. Quei 25 cc gli furono fatali.

Glauco aveva deciso che sarebbe andato ogni giorno ad aspettarla nel luogo dove si erano incontrati. Prima o poi lei sarebbe di nuovo passata di lì e sarebbe tornata da lui.
Lui l’aspettava. Ogni giorno, rassegnato alla pazienza.
Erano passati i secondi ed i minuti e le ore ed i giorni e le settimane ed i mesi e gli anni su quella panchina, ma lei non passava.
Quel lungomare desolante e desolato aveva il languore opprimente di dodici pasquette.
Eppure in qualche modo gli sembrava bello. Anzi no.
Di certo il mondo era ancora pieno di bellezza e di poesia, ma pensarlo mentre qualcun altro stava sbattendo la donna che amava era più difficile.
Non provava una così grigia melancolia da quando era stato schierato terzino destro in Terza Categoria, ruolo notoriamente ingrato nel calcio di provincia, in cui venivano relegati i ciccioni di difficile collocazione tattica.
Non si meritava quel male, considerando che non era neppure grasso.

Giuseppe aveva perso il lavoro, ma gli erano capitate anche cose brutte.
Forse gli eventi erano precipitati in seguito all’ultima non-storia di quasi-amore.
Si erano conosciuti, si erano presentati. Insomma niente di originale.
“Piacere, io sono Martina”.
Lui non aveva avuto niente in contrario.
Gli era piaciuta subito, nonostante facesse la cantante in un gruppo metal che aveva lo stesso sound dei lavori stradali.
Giuseppe aveva sempre pensato che il metal potesse essere valutato con parametri motoristici: “Il batterista va a 170 km/h”.
Era stata subito passione ed avevano trascorso una notte di ardori quasi guerrieri.
Lei voleva tatuarsi sulla schiena il simbolo del proprio gruppo preferito. Lui l’aveva minacciata di tatuarsi sul basso ventre la formazione dell’Inter campione d’Italia 1988/1989 con un ritratto di Andrea Mandorlini sullo sfondo.
La mattina dopo lei si era alzata, aveva preso un libro dalla sua libreria, “così ho una scusa per tornare da te, visto che dovrò riportartelo”, lo aveva abbracciato, baciato maliziosamente sul collo e se n’era andata. E da quella volta era scomparsa. Nessun messaggio, nessuna telefonata, niente. Sparita.
Lui aveva provato a chiamarla, ma niente, nessuna risposta. Aveva provato a cercarla anche via sms ed msn e Skype, poiché, nonostante tutto, si era nell’epoca del massimo progresso tecnologico.
Ma il silenzio prevale sull’elettronica.
Giuseppe aveva infine scoperto che Martina usava quel sistema con tutti gli uomini e si era aperta una bancarella di libri.
Giuseppe vide un ragazzino che prendeva a calci il cadavere di un piccione. Pensò che essere morti è una condizione svantaggiosa.

L’uomo con la blusa azzurra andò a casa e niente.

Alessio decise di rimanere in mezzo alle genziane fino a sera. A fare cosa? Perché, lontano dalle genziane cosa sarebbe cambiato?

Arrigo stava per morire, come fin da piccolo aveva sempre sognato.
Aveva un tumore, ma tanto era pelato già da prima.
Era così sfortunato che quando ebbe bisogno di una ditta per traslochi, non trovò un solo annuncio su nessun cassonetto.

Franco e Carlo erano due brave persone. Schietto l’uno, fedele l’altro.
Su queste qualità si doveva contare: la franchezza di Franco, la carlezza di Carlo.
Comunque persero.

Ilario si trovava in carcere.
Avere un alto senso civico lo aveva penalizzato quando aveva commesso l’ultimo omicidio. Era infatti stato preso perché aveva chiamato la nettezza urbana per far ritirare il cadavere come rifiuto ingombrante.
C’era una telefonata della massima urgenza per lui. Venne condotto fuori dalla cella, rispose, poche parole, riagganciò, il secondino lo riaccompagnò.
“Cos’è successo?” “No, niente, è morta mia madre”.

Donato venne bocciato al corso d’aggiornamento sui cinquantini smarmittati.

Glauco amava Pavese, del quale ammirava soprattutto il suicidio.
Quel libro che si erano regalati a vicenda del tutto involontariamente, il loro libro, ora riempiva le conversazioni di lei con un ricco uomo di successo prestante e dotto ed era diventato anche il loro libro. From C. to C., aveva scritto Pavese, e mentre Cesare stava componendo quei versi immortali (senz’altro più di lui), Constance Dowling giaceva alternatamente sotto e sopra a qualcun altro.
Hai voglia a scrivere, Cesarì.
E cosa dunque poteva mai aspettarsi Glauco, che manco poeta famoso era, ma operaio in una catena di montaggio del Terziario? Perfino la beffa dei paradossi della new economy gravava sul poco abbiente Glauco.
Lo consolava il pensiero che le lettere che le aveva mandato dopo nel tentativo di riconciliarsi erano diventate un buon combustibile per il termocamino.
Aveva perso del tutto le speranze – esigue già in partenza – quando si sentì picchiettare delicatamente sulla spalla. Si voltò tremando e la persona dietro di lui disse: “Sono Godot, qualcuno ha chiesto di me?”.

Fabio se ne stava sempre lì a fissare il cappio quando ebbe un’illuminazione improvvisa: “Ma perché devo suicidarmi? Ho un sacco di soldi, mi vogliono tutti bene, sono felice, trovo che la vita sia una cosa meravigliosa, ho pure successo con le donne!”.
Staccò il cappio e andò ad una festa esclusiva piena di modelle.

Erano tanti gli interrogativi sull’esistenza ancora irrisolti. Perché ai vecchi si rompe sempre il femore? Perché mai un braccio? Visto che per la produzione industriale si usano i macchinari, anche i macchinari per la produzione industriale vengono costruiti con dei macchinari, e dunque quali macchinari costruiscono i macchinari per la produzione industriale? E quali macchinari costruiscono i macchinari per la costruzione di macchinari per la produzione industriale? Perché la Briscola viene considerata più rispettabile del Rubamazzo?

Giuseppe, Armando, Alessio, Arrigo, Franco e Carlo, Ilario, Donato, Glauco: la disillusione li condannava alla vita.
Ammazzarsi richiede un atto di volontà di cui loro non erano all’altezza.
Non restava altra scelta che esistere, speranzosi nella profezia: il Signore verrà, assiso sulle nubi, separerà i buoni dai cattivi, si leverà sui cori angelici e parlerà alle genti con voce piena. Ma avrà l’accento ternano.

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Da quando mi hai lasciato

Posted by sdrammaturgo su 3 giugno 2011

Versi struggenti per gli innamorati urbani

*

Da quando mi hai lasciato
non ho più trovato la verza ripiena
dal kebabbaro,
quella con il riso,
che costa pure poco.
Da quando mi hai lasciato
gli adeguamenti Istat
sono stati più salati del previsto.
Da quando mi hai lasciato
la situazione motoristica è precipitata:
il Free mi ha abbandonato,
ho comprato un Sym
ed ignoti me l’han fatto cadere
dopo due settimane.
Da quando mi hai lasciato
tutto ciò che cerco nella vita
son fellatio per dimenticare,
poiché bere fa ingrassare
e l’addome merita rispetto.
Dunque l’alcool no
perché fa venire la panza
e l’alito cattivo;
la droga no
perché non finanzio multinazionali;
il bricolage no
perché ho una dignità.
Da quando mi hai lasciato
la prosa è faticosa;
invece con la poesia
ogni tanto vai a capo
e ti riposi.
Da quando mi hai lasciato
Roma puzza di più,
i barboni pisciano con maggiore ostinazione,
i cani cacano
che sembran quasi nutriti a prugne.
O forse puzza uguale,
ma senza un buon collo da sniffare
il ciccion sudato che sale in autobus
con la Peroni da sessantasei
è più difficile da neutralizzare.
Da quando mi hai lasciato
mi servo delle anafore senza pudore
perché dispensano dall’eccessivo escogitare
e danno ritmo risolvendo grattacapi.
Da quando mi hai lasciato
l’amore tra Shakira e Piqué
è la cosa più bella che mi sia capitata.
L’altra è il mondiale vinto dalla Spagna.
Ci giocava Piqué,
la sigla era di Shakira.
Ma Shakira e Piqué non sapranno mai
di essere così importanti nella mia vita.
E cosa ne sarebbe stato di me
senza Xavi
e senza Iniesta?
Il calcio molce le cure
poiché fa pensar solo a se stesso.
Da quando mi hai lasciato
hanno arrestato pure Beppe Signori.
Da quando mi hai lasciato
il 4-2-3-1 sembra già superato:
tutti vogliono il 4-3-3,
sia nel calcio
che nella vita.
Ma non quello di Zeman,
che prendi ottanta gol a stagione;
no: quello di Guardiola,
ché tutti vogliono essere
belli e vincenti.
E però stan tutti in coda
per via del traffico deviato.
Da quando mi hai lasciato
i lavori alla Tiburtina sono rallentati.
Da quando mi hai lasciato
non è di maggio questa impura aria.
Ah, no, questa è di Pasolini.
Da quando mi hai lasciato
sono diventato un po’ peggiore
e un po’ migliore,
faccio ridere di meno,
ma faccio ridere meglio.
Da quando mi hai lasciato
mi piacciono le minorenni,
lepri metropolitane,
così perverse e rassicuranti
e sode.
Mi piacciono per suggerne la giovinezza,
tanto la mia statura morale
si è adeguata a quella misera del corpo.
Che poi non me la danno neanche loro.
Da quando mi hai lasciato
lo spam è peggiorato,
il fornaio di fiducia
mette la mozzarella nella pizza coi peperoni
e trovo salsicce subdole
sotto lo strato di patate.
Da quando mi hai lasciato
le sorprese non son mai belle,
le notizie tutte cattive,
il tempo così così.
Da quando mi hai lasciato
ho sviluppato un’insana passione
per le commedie romantiche
americane,
quelle in cui alla fine tutti si sposano
e sono felici
poiché si sono adeguati
al modello culturale dominante.
Dacché l’arte è figlia del dolore,
ma se la gode solo chi è felice.
Altrimenti mica hai voglia di guardare
Il settimo sigillo,
perché poi pensi:
“Non solo sono stato lasciato,
ma devo anche morire
e non sono manco bello come Max Von Sydow.
E sono per giunta una pippa a giocare a scacchi”.
Da quando mi hai lasciato
il punto più basso l’ho toccato
guardando Appuntamento con l’amore.
Oppure mi vedo i film d’azione,
dove tutti sparano a tutti
e alla fine vincono i marines
perché sono delle bravissime persone.
Da quando mi hai lasciato
ho rispolverato il vecchio amore
per Jerry Calà,
che sulle donne fa lo stesso effetto
dell’Ittiosi di Arlecchino.
Una donna accetta tutto di te,
ma non ti perdona
Jerry Calà.
Però ha interpretato
due commedie eccellenti:
Sottozero
con Angelo Infanti
e
soprattutto
Un ragazzo e una ragazza
di Marco Risi,
scritto con Furio Scarpelli,
mica cazzi.
E ha fatto anche
Diario di un vizio,
drammatico grottesco
di Marco Ferreri,
d’un’inquietudine sublime.
E pure Colpo di fulmine
sempre di Marco Risi
non è male.
Ma questo non tutti lo sanno
perché son troppo presi
a salvare le apparenze.
E a me preme sì la reputazione,
ma l’apparenza no
perché da quando mi hai lasciato
…ok, basta, se no viene troppo lunga.

 

 

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