Beati i poveri, perché moriranno prima

Un idillio insignificante

Posted by sdrammaturgo su 5 ottobre 2011

«La vita è fatta male»
 
BERNARDINO GIANVINCENZI, mio nonno

*

*

Si conobbero al Salto dell’Asino. Non poteva essere di buon auspicio.
Lui lo sapeva.
Come si conobbero non è importante ai fini della narrazione.
Nonostante una toponomastica ingrata, il loro amore resistette fino alla fine del campionato di motocross.
Cosimo era balbuziente ed aveva il parkinson, quindi balbettava anche per iscritto. Era un geologo, ma conosceva solo il tufo, considerandolo l’unico minerale rispettabile. Terzo di due figli, pene di medie dimensioni (nel senso di affanni), cazzo piccolo (nel senso di cazzo), essere messo al mondo non gli era sembrata un’idea brillante. Nonostante ciò, subiva la vita con signorile distacco.
Poi arrivò lei.
Lui lo sapeva che alla primavera segue sempre l’estate ed all’estate l’autunno ed all’autunno l’inverno e la neve è bella, se non sei in coda sull’A1.
Qualcuno potrebbe obiettare che all’inverno segue di nuovo la primavera, ma è pieno di pollini e tu sei allergico, poi spunta il sole e prendi il motorino, però ci sono i piovaschi e l’asfalto diventa scivoloso e con gli occhi che ti bruciano cadi e perdi una gamba.
Olga era una violoncellista. A Cosimo piaceva il fatto che lei dovesse stare a gambe larghe molto a lungo. Suonava in un piccolo ensemble di musica dodecafonica che tutti trovavano pallosissimo, ma ai concerti del quale nessun intellettuale della città poteva sottrarsi onde non sembrare un ignorantone. Olga stava cominciando persino a farsi un nome nell’ambiente musicale. Tutto merito dell’impero delle apparenze.
Vergava lunghe liste per il solo gusto di dir vergare, amava l’odore della strada dopo la pioggia, quella puzza di catrame rancido che però alle donne piace, le piaceva andare al mare a prendere il sole (dal momento che in uno scantinato era difficile), cosa che cozzava con la passione per la pioggia, ma va be’, adorava respirare l’aria pungente dell’alba anche se non si svegliava mai prima delle undici, trovava irresistibili i poeti francesi, non importa chi, basta che fossero francesi, e principalmente era bona.
Come Cosimo fece a conquistarla non è importante ai fini della narrazione.
Probabilmente ella vide in lui il cane zoppo che non aveva mai avuto e che aveva sempre sognato per fare un figurone nei circoli di alternativi impegnati in cause umanitarie che era solita frequentare. E si sa, in certi posti il possesso di un cucciolo malmesso fa impennare il prestigio sociale.
Lui lo sapeva.
Fare l’amore con lei era una soddisfazione pari a quella di pestare un controllore.
E lei, lei sembrava amarlo sul serio. A Cosimo sfuggiva il motivo, la trovava una cosa assurda e sbagliata, ma non sarebbe certo stato lui a farglielo notare. Proteggeva col silenzio la propria botta di culo.
Olga lo chiamava con tutti i tipici nomignoli con cui sono soliti vezzeggiarsi gli amanti: tesoro, passerotto, trottolino, pucci pucci, untersteiner. Tanto Cosimo non avrebbe mai potuto sentirsi più umiliato di quanto già non lo fosse stato dall’esistenza.
Stava bene, e questo lo spaventava. Non c’era abituato. C’è sempre qualcosa sotto quando ad un disgraziato le cose iniziano improvvisamente a girare per il verso giusto. Gli equilibri cosmici non accettano sovvertimenti.
Lui lo sapeva.
Lo aveva imparato a proprie spese quando da piccolo aveva trovato mille lire per terra, ma nel chinarsi per raccoglierle gli era uscita un’ernia al disco.
E infatti, inevitabilmente, nel chinarsi per raccogliere il fiore dell’amore, non gli venne risparmiata l’ernia dell’abbandono.
Un giorno, Cosimo era sull’autobus. Non c’era un giorno solo, invero c’era spesso, ma è quello specifico giorno che ha una qualche rilevanza ai fini della narrazione.
Gli squillò il cellulare. Il che era strano, visto che lo aveva dimenticato a casa. Rispose, giacché non si era ancora accorto di averlo dimenticato a casa.
Cosa se ne faceva un integralista della balbuzie di un cellulare? Puro status symbol compensativo.
Ad ogni modo, era Olga, che gli diceva di ricordarsi di passare in farmacia, accendere lo scaldabagno appena fosse rientrato in casa, ritirare le ciotole in omaggio al supermercato con la tessera a punti e, ah, sì, che tra loro era tutto finito, non c’era modo di farla tornare sui suoi passi, non tentasse di cercarla, rispettasse il suo volere se aveva a cuore la sua felicità, non si facesse mai più vedere e sentire ed evitasse ogni latitudine e longitudine che potesse in qualche modo essere frequentata anche solo di sfuggita da lei.
Cosimo non disse nulla. Tanto era balbuziente, le sue parole non avrebbero avuto il pathos necessario.
Come avesse fatto a comunicare con lei prima di allora non è importante ai fini della narrazione.
In effetti, ben poche cose sono importanti ai fini della narrazione. D’altronde, è la narrazione stessa a non essere importante.
Ci sono uomini che con le donne scelgono per loro stessi il ruolo che ha il pane in cassetta nella dispensa: sempre lì, sempre a disposizione, pronto alla prima occasione utile, paziente. Prima o poi ti servirà ‘sto cazzo di pan carré. Tanto hai voglia prima che scade.
Altri, i vincenti, erano come il melone, che ti dice: “Sono delizioso, ci sono solo oggi, domani mi irrancidisco”.
Cosimo era il burro d’arachidi, che lo compri una volta per curiosità, ne assaggi una punta di cucchiaino, ti riservi di approfondire prossimamente e lo dimentichi in un angolo remoto del frigorifero, dove verrà rinvenuto dopo cinque o sei anni, “ma pensa”, e finirà nella spazzatura.
L’amore è sbagliato e in quanto tale va evitato accuratamente.
Lui lo sapeva.
E’ sbagliato perché mostra impietosamente l’effimero della vita. Come oggi crei, produci, costruisci, ti affanni e poi muori, allo stesso modo oggi sei il centro del suo universo, domani diventi al massimo oggetto di dileggio con le amiche.
E ti chiedi: “Non potevo trombare sportivamente e riversare tutto l’amore nel calcetto?”.
Meglio trombare a destra e a manca con chi ti considera nessuno fin da subito e, dopo aver giaciuto con te, si chiede: “Ma non potevo andare ad assistere ad una partita di calcetto?”.
In assenza di illusioni destinate necessariamente alla frantumazione, l’urto inesorabile contro la vanità del tutto è meno brusco. Ché in un tempo finito e – soprattutto – in uno spazio finito, non ci può essere vita infinita, tanto meno infinito amore.
A ben vedere, la morte è una soluzione ad un problema di spazio.
Thomas Mann dice (cioè, disse, ma a quanto pare agli scrittori spetta di diritto il privilegio immeritato del presente indicativo imperituro) che i giovani ne sanno di più sull’amore perché ne sanno di più sulla morte. In effetti, da vecchio, la prospettiva di rinunciare ad un pisello da ottantenne non deve essere poi così insopportabile. Ad ogni bidet, si rinnova la vergogna.
E allora, perché ingannarsi con fatue promesse di eternità?
Eppure, persino nelle parrocchie fiorivano gli amori.
Trombare a destra e manca significa dunque non prendere la vita troppo sul serio.
Di conseguenza, non incontrarsi mai è di gran lunga meglio che lasciarsi, poiché risparmia quel senso di vanità del tutto che sopraggiunge allorché si realizza che era stato intrapreso un viaggio che non portava da nessuna parte. Ma questa è una verità che conosce solo chi sa che passeggiare è camminare invano.
Cosimo non era nato senza speranze. Ci era diventato.
Un nichilista è un sentimentale deluso.
L’esistenza è stata inventata apposta per mettere in riga i sognatori. Serve a stroncare gli incanti, permettendo di scoprire la possibilità di uno sterminato prato fiorito su cui si rotolano modelle ninfomani provenienti da ogni parte del mondo, per poi ricondurre ad un impiego statale indispensabile al sostentamento.
Un operaio disilluso lavora con maggiore solerzia, perché non si aspetta più niente di meglio. La rassegnazione evita distrazioni. L’amarezza aumenta la produttività.
La vita è una strategia dei datori di lavoro.
Cosimo pensava a tutto questo mentre tentava di schivare gli scatarri dei barboni.
Non trombare a destra e a manca faceva sentire Cosimo triste come solo le persone serie sanno essere.
Quella era un’estate torrida. I bambini con i ghiaccioli incendiavano le fantasie dei sacerdoti. Gli uccellini al sole dicevano: “Ma perché non ce ne andiamo all’ombra?”. Gli uccellini che già si trovavano all’ombra pensavano: “Stiamo bene così”.
Essere lasciato con questo caldo, che beffa.
Avrebbe voluto andare a puttane per distrarsi, ma si sentiva intimidito. La puttana avrebbe dovuto avere un nome più accogliente, bonario, famigliare, pensava. Che so, la sorchivendola.
Cosimo non si arrese subito e provò a riconquistarla.
Le scrisse una lettera d’amore, ma in Lineare A, così non gli fu d’aiuto.
Tentò la strada del sentimentalismo adolescenziale massificato affiggendo davanti alla finestra di lei uno striscione con su scritto: “Non vivo senza te”.
Lei, che amava Tacito ed Hemingway (ma l’avrebbe data solo ad Hemingway), rispose con un contro striscione che recitava con paratattica brevitas: “Io sì”.
Poi capì che nella vita bisogna saper perdere (e lui in questo era avvantaggiato dall’esperienza), specie se non si vince mai, e cedette. Prima di capitolare, la gente tende a voler essere mortificata.
Eppure la resa immediata sarebbe così vantaggiosa… Desistere, de-esistere: la soluzione è suggerita dalle parole stesse.
Nella coppia l’amore non c’entra. Una relazione sentimentale è un progetto aziendale per il futuro, un fondo di previdenza. Perciò non conta la passione per una persona né il valore di una persona: un partner deve essere un socio d’affari affidabile e capace. E lui era un pessimo azionista, poiché c’era ancora qualche arbusto di troppo nel deserto del suo cuore.
Si vergognò per aver partorito un pensiero così poetico.
Non può venire nulla di buono dal verbo partorire.
La donna che dice di amare Vincenzo di Scusate il ritardo è la prima a volere Jimmy di Mystic River. Benché continuino a negarlo a loro stesse, l’uomo ideale delle donne rimane Vito Corleone. Michael è già troppo mammoletta.
Lui lo sapeva.
Lui sapeva tutto, ma era miseramente umano, pertanto a nulla valeva la conoscenza.
Quello non era un universo sensato: era stato inventato il karaoke, il fritto puzzava e faceva ingrassare, la pioggia cadeva dall’alto invece di irrigare da sotto, si poteva usufruire del cocomero solo tre mesi all’anno, l’essere umano esisteva e talvolta indossava la camicia rosa, la gente diceva “buon lavoro”.
E allora perché non dire “buon tumore”?
E adesso, cosa rimaneva nel suo mondo?
Gli occhi spenti delle coppiette, la malinconia soffocante dei quotidiani letti la sera in metro, la tenerezza delle strade dissestate, la ridicolezza delle espressioni partecipate dei musicisti, l’imbarazzo dei condomini, l’angoscia del Giro d’Italia, i detersivi insoddisfacenti, la supponenza burbera dei ferramenta, l’ineluttabile rassegnazione dei meccanici, le delusioni del calciomercato, la gratuità delle foto dei gatti, il languore delle porte da calcio senza reti, la ferocia della tombola, il senso di sicurezza delle ditte convenzionate, i conoscenti che disquisiscono di meteorologia, il cattivo assortimento seriale dei turisti fidanzati stranieri, con lui sempre alto e muscoloso e lei sempre biondina e cicciottella, l’inutilità delle caramelle, il timore degli anziani di rimanere intrappolati nell’autobus saltando la fermata, il pleonasmo invadente della domanda “scusi, scende?”, il dramma degli scherzi da ufficio, l’ilarità delle arti marziali, l’aggressività dei cani degli sfasciacarrozze, il cucchiaino dei perdenti – perché si sa che un vero uomo prende il cono e non la coppetta.
Un nulla fatto di troppe cose.
Poi, un giorno, Cosimo la incontrò di nuovo, per caso, in una via affollata di passanti smarriti nel viavai neoliberista.
Olga stava guardando una vetrina di abiti troppo costosi per qualsiasi persona che avesse avuto una dignità.
Era così bella, circonfusa di benessere consumistico.
Le si avvicinò tremante, non tanto per l’emozione, quanto per il parkinson.
Era sentimentalmente favorito dalla genetica.
Ad un passo da lei, poteva sentire il suo profumo. Era sempre lo stesso, intenso ma delicato, che sapeva di sogno e di ebbrezza, di primavera e di pompini imminenti.
Fece per chiamarla, ma si trattenne, all’improvviso, inaspettatamente per la sua stessa volontà. Pensò che, in fondo, parlarle sarebbe stata una cosa stupida, stupida come… come… stupida come la fedeltà, ecco.
Voltò le spalle e se ne andò. Olga non avrebbe mai saputo di averlo avuto a mezzo metro. Quel rospo imprincipizzabile.
Rimuginando ma non troppo su quello che avrebbe potuto balbettarle, tornò a casa, mangiò, si lavò, si coricò e si addormentò, sperando che la sveglia non suonasse mai più. Ma la sveglia suonò ancora.
Svizzeri di merda.
L’indomani uscì di casa di pessimo mattino, attraversò la strada ed un camion lo travolse, puntuale come un cliché.
Accartocciato in un letto d’ospedale, la sorte ingrata gli fece assegnare un’infermiera grassa, sulla bruttezza della quale si rivalse con del pietismo parassitario.
Una sera della sua interminabile degenza, stava guardando la televisione, uno zapping affaticato ed irrefrenabile, fino ad imbattersi nei programmi culturali di seconda serata sul canale principale. Aveva fatto giusto in tempo a sentire l’annunciatrice che annunciava (eh, oh, questo fa un’annunciatrice) un tal concerto per violoncello ed orchestra quando le immagini luminose dallo schermo nella penombra della stanza gli fecero vibrare gli occhi e sussultare lo sterno, tanto che gli scappò quasi di cacare (e quello sì che sarebbe stato un problema): era Olga, più bella che mai, solista applauditissima in un teatro maestoso.
Il piscio defluì nel catetere. Un moscerino annegò nel rimasuglio di minestra.
La vita è un errore che non puoi non commettere.

 

 

21 Risposte to “Un idillio insignificante”

  1. Rita said

    In confronto ai tuoi scritti, gli aforismi di Cioran sembrano quelli dei Baci Perugina ;-)

  2. Pseudonimo said

    Cioran è uno dei miei scrittori preferiti. Come Gianvincenzi del resto.

  3. Cerex said

    Ti sei fatto attendere ma te ne sei uscito con una delle cose più belle che io abbia letto nelle ultime settimane. Niente, non voglio stare qui ad aggrapparmi a qualche frase a caso del tuo post e farci disperatamente una battuta come si usa troppo spesso in giro a blog, voglio solo farti i miei più sinceri complimenti e mandarti afareinculo che un po’ ti invidio. I miei più sinceri complimenti.
    E vaffanculo.

  4. se io sono Djorkaeff tu sei il mio Barthez, da baciare sulla zucca diversamente capelluta.

  5. Hell Nights said

    “La donna che sa tener conto della nostra indole miseranda diventa facilmente la nostra prediletta, indispensabile e suprema speranza. Noi ci attendiamo da lei che ci conservi la nostra menzognera ragion d’essere, ma nell’attesa lei può, esercitando questa splendida funzione, guadagnarsi largamente di che vivere.” Céline.
    Presumo sia proprio così.

    E sì, sono irresistibili gli scrittori francesi, anche se una predilezione, soprattutto se licenziosa e grave, è aristocraticamente allettante.

    • Non sono degno di rispondere, sono uno che va anche alle feste in maschera.

      • Rita said

        Io amo da morire le feste in maschera. Una vera liberazione potersi permettere per qualche ora di togliersi di dosso quella maschera che siamo costretti a portarci appresso tutti i giorni: la nostra. Ed indossare finalmente quella che ci piace.
        Io proporrei il ritorno al Carnevale medievale, che durava molti mesi.

        (il mio commento come al solito tende ad andare piuttosto fuori tema; sono piuttosto portata per l’inconferenza).

  6. Quipercaso said

    Meraviglioso.
    In alcuni passaggi stavo addirittura per essere d’accordo con te, tanto ero tentato dallo stile che hai dimostrato.

  7. Rita said

    Sdrammy, ma non scrivi più?

    Volevo solo dirti che mi mancano i tuoi scritti.

  8. Volpina said

    “catrame rancido”. Grazie.

    Mi hai rovinato l’odore dell’asfalto bagnato.

    Grazie eh.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger cliccano Mi Piace per questo: