Beati i poveri, perché moriranno prima

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Celebrazione di Nicolas Winding Refn

Posted by sdrammaturgo su 31 gennaio 2012

La grandezza di Nicolas Winding Refn si capisce dal fatto che Drive, che è bellissimo, è uno dei suoi film peggiori. O meglio, meno belli, meno superlativi, meno strepitosi.
Stilare classifiche è talmente stupido che è impossibile resistere alla tentazione di farlo, dunque non mi sottrarrò al tentativo di fare una classifica delle opere di questo genio che DEVE essere celebrato, conosciuto, amato.

1) Valhalla Rising (2009) è probabilmente – se non sicuramente, indubitabilmente e indiscutibilmente – il suo capolavoro assoluto. Refn si sbarazza della narrazione – questa tenaglia che soffoca il cinema e la letteratura per colpa di un pubblico infantile che ha bisogno di sentirsi raccontare storie – ed esalta la potenza evocativa dell’immagine, poiché, come ci insegna Wittgenstein, la superficie è il massimo della profondità e l’opera d’arte dice se stessa, le sue forme e i suoi colori, e solo in questo modo può parlare di altro, tanto altro, tutt’altro. E infatti Valhalla Rising è un trattato filosofico sull’Uomo e la Natura che non ha bisogno di alcuna parola. E nessuno è più superficiale di chi cerca qualcosa sotto la superficie invece di esplorarne accuratamente il sopra. Il protagonista è un personaggio indimenticabile: un guerriero schiavo vichingo muto e senza un occhio, strappato ad un passato mitico che può solo sognare nei suoi brevi sonni e scagliato brutalmente nella Storia e nella Natura, in cui non c’è alcun paradiso per i guerrieri, e chi cerca dio trova solo orrore e morte. E’ interpretato da Mads Mikkelsen, uno dei più grandi attori in circolazione, nonché uno dei pochi ad aver recepito la lezione di Gian Maria Volonté dell’eclissi totale nel personaggio. Ispirato ad un leggendario fatto vero, la spedizione vichinga che raggiunse Vinland, l’attuale Nord America, ben prima di Cristoforo Colombo, Valhalla Rising ci parla del Tutto attraverso il mutismo del Nulla, che è poi l’unica maniera onesta e possibile per farlo. Dopo Valhalla Rising, ogni altra cinematografia è superflua.

2) Bronson (2008) insidia il primato a Valhalla Rising. Sarebbe sufficiente dire che è un film che non somiglia a nessun altro, ma andrebbe visto anche solo per premiare Tom Hardy, un figaccione da paura che per interpretare Michael Gordon Peterson (di cui il film è la “biografia teatralizzata”) si è completamente sformato e deformato. Lars Von Trier si incontra con Quentin Tarantino e ne esce Nicolas Winding Refn. La genetica non mente. E’ un vero peccato che in Italia ci sia stato un soggetto anche più interessante di Peterson come Vallanzasca, ma invece di Refn se ne sia occupato Michele Placido.

3) Pusher III (2005), ultimo capitolo della trilogia: interpretazione suprema di Zlatko Buric, uno degli attori-feticcio di Refn, nel ruolo di un malavitoso stanco, un melancolico ras, troppo piccolo per essere un narcotrafficante, troppo grande per essere uno qualunque, meno di un gangster, più di uno spacciatore, travolto dallo stillicidio pacato dell’esistenza. Un’opera sulla crudeltà della normalità e sulla normalità della crudeltà.

4) Pusher II (2004), ancora Mads Mikkelsen, irriconoscibile come dovrebbe essere ogni attore ad ogni nuovo personaggio, ancora cronache dai margini, margini della società, margini dell’esistenza, margini della vita, senza alcun compiacimento epico.

5) Bleeder (1999), di nuovo Zlatko Buric, di nuovo Mads Mikkelsen, di nuovo trasformati, di nuovo storie sull’atroce quotidianità e sulla quotidiana atrocità. Di nuovo Bellezza che emerge dal gioco dei contrasti con il banale, il tremendo, il disumano – e dunque il pienamente umano.

6) Pusher (1996), il primo capitolo, un po’ Dogma 95, un po’ Nouvelle Vague, per un lirismo iperrealista senza poesia, e proprio per questo silenziosamente struggente.

7) Drive (2011). E’ inferiore agli altri ed è magnifico. Rendiamoci conto.

8) Fear X (2003), un non-thriller, un a-noir, che fa la parte dell’opera minore e per qualsiasi altro bravo regista emergente sarebbe il massimo.

C’è in particolare una scena in Bronson che rappresenta una sorta di sintesi della poetica e dei temi di Refn: cura formale e stilistica, estetismo, grottesco, degrado, ironia, teatralità, tragedia, emarginazione, claustrofobia, gioco, nichilismo, espressionismo, decadenza, orrore, metanarrazione, redenzione.
L’oggettività esiste.

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A Stephen Hawking non importa di essere handicappato

Posted by sdrammaturgo su 7 gennaio 2012

Assioma di Gianvincenzi: ogni proposizione
che comincia con “Il mio ragazzo…”, sarà una noia mortale.

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L’universo è infinito. Eppure, chi va a vivere a Londra continua a sentirsi un gran figo.
L’universo è infinito. Questo fa capire bene quanto sia piccola la Valle d’Aosta.
Pur nell’infinità dell’universo, la noia è ineliminabile. Quindi provate ad immaginare quanto ci si possa rompere le palle il martedì sera a Rieti.
Ma la noia non va odiata e rifuggita. Quando ti annoi, è la vita che ti sta dicendo la verità. O forse va odiata e rifuggita proprio per questo.
Insomma l’universo è infinito.
L’astrofisica è l’unica disciplina davvero utile, l’unica materia che andrebbe fatta studiare obbligatoriamente, in quanto necessaria per mettere nella giusta prospettiva le cose, il mondo, noi stessi, la vita.
Ad esempio, io penso all’astrofisica ogni volta che vedo un artista di strada che fa giocoleria. Mi verrebbe da dirgli: “Beh, certo, un allievo di Stephen Hawking ha calcolato il peso della massa dell’universo, ma anche prendere al volo dei birilli non è male, dai”.
Stephen Hawking. Ho sempre pensato: “Diamine, chissà con la sua intelligenza ed il suo livello di consapevolezza quanto può soffrire per la sua condizione!” (esclamando proprio “diamine”). Poi però mi è venuta in mente un’ulteriore considerazione: Stephen Hawking è la persona che più di ogni altra ha la piena coscienza dell’infinità dell’universo, e di conseguenza di quanto sia insignificante l’essere umano nel cosmo sconfinato; inoltre, i suoi studi si sono concentrati in larga parte sui buchi neri, che rappresentano la più tremenda scoperta dell’essere umano. Cosa c’è infatti di più spaventoso di una voragine senza spazio e senza tempo che può inghiottire pianeti, stelle, galassie nel puro nulla? Ma, certo, nel nulla assoluto, non c’è nessuno che pensi al Nulla, e dunque il Nulla stesso scompare. Dunque non temere, Samuelbè: sei ancora tu la massima autorità nel settore.
Ecco: essendo Stephen Hawking più di qualsiasi altro individuo a conoscenza di tutto questo, come può prendere sul serio la propria malattia?
In compenso, le sue scoperte e le sue intuizioni hanno aggravato la mia frustrazione quando una donna mi rifiuta. Ogni volta che qualcuna dice di no ad una mia proposta sessuale, vorrei dirle: “Hai idea di quanti pianeti ci siano nella sola Via Lattea? E tu non me la dai! Ti rendi conto che un corpo celeste di qualsiasi massa e dimensione attirato in un buco nero subisce nel momento di singolarità quella che viene definita spaghettificazione e viene ridotto ad una particella infinitesimale adimensionale? E tu fai la preziosa!”.
Per questo l’edonismo è l’unica risposta sensata al nonsenso dell’esistenza (ed ho coniato una formula apposita per la mia personale forma di edonismo: edonismo sostenibile. Ovvero, godere dei piaceri senza ledere il prossimo. Altresì: fare sesso solo con persone consenzienti, mangiare senza rompere i coglioni agli animali, etc.). E per questo non capirò mai la gelosia sessuale. Personalmente, se la donna che amo scopa solo con me, la disistimo in quanto monomaniaca e noiosa. Voglio dire: nell’infinità dell’universo, tu vuoi trombare solo con me. E che palle! Già ti reputerei stolta se volessi scopare solo con Johnny Depp, figuriamoci se vuoi farlo per giunta solo con me.
La cosa che mi fa più passare la voglia di campare è quando una donna dice fiera: “Non faccio sesso con il primo che capita!”. Non ho mai capito perché troia sia considerata un’offesa. Per me le ingiurie sono “moglie!” o “madre!”.
Inoltre, la mia donna ideale ride quando le dedicano una frase poetica. Poetico e patetico hanno pericolose assonanze. Affrancarsi dal suggestivo è la base dell’acume.
E la mia donna ideale non fa l’amore. La mia donna ideale scopa, o al limite fa sesso. Fare l’amore è il modo di dire più nauseante concepibile. Fa passare la voglia di scopare.
E poi io guardo solo l’aspetto fisico: non sono mica una persona superficiale.
In fondo, ci innamoriamo perché siamo dei mediocri e conduciamo delle esistenze mediocri. Francamente, io Hugh Hefner che singhiozza da solo chiuso in camera dopo una separazione non ce lo vedo. “Sigh! Sob!” “Che succede?” “Mi ha lasciato!” “Chi?” “Quella! Mi ha lasciato! Sigh! Sob!” “Ma quella chi?” “Sigh! Sob! Quella! Adesso non mi ricordo come si chiama, quella bionda, con due tette così, mi ha lasciato! Sigh! Sob! Portamene un’altra… Sigh, sob. Anzi, facciamo altre tre. Sigh! Sob!”.
Se sei Hugh Hefner nemmeno la febbre ti tange, tanto puoi prendere il misurino di sciroppo tra le tette di una playmate.
Se fossi ricco e famoso, andrei a feste orgiastiche piene di modelle. E invece sono costretto a passare le serate con le mie amicizie più care.
Ci vuole fortuna, per ammortizzare l’urto dell’esistenza.
Quando morì il nonno di un mio amico, gli lasciò una villa. Quando è morto mio nonno, mi ha lasciato una tuta. Bella, eh, dell’Asics. Però che cazzo. Poi per forza uno sviluppa un’indole cioraniana. A me però piace definirmi un gioviale nichilista.
Un ateo antiteista edonista ed un cattolico oltranzista, a ben vedere, prendono le mosse dalla medesima concezione: la saggezza del Qoèlet, quel “vanità di vanità, tutto è vanità” così simile alla verità del Sileno cara a Nietzsche. Ma se nella pars destruens si somigliano, è nella pars costruens – che poi è quella veramente cruciale – che si separano inconciliabilmente. L’ateo infatti dice: “Visto che la vita è sofferenza, godiamo il più possibile”. Il religioso, invece, nella sua ben nota astuzia, ribatte: “Visto che la vita è sofferenza, soffriamo ancora di più”. Sagace, decisamente.
Io per esempio ho sempre trovato sommamente stupido lo sciopero della fame. “Mi hai fatto del male? Ed io mi farò più male!”. Che è un po’ come dire alla persona che sta rompendo la relazione con te: “Ah sì, mi lasci? Ed io me ne vado!”.
Eh sì, siamo decisamente la specie eletta. Lo dimostra il fatto che abbiamo costruito i locali pubblici ed un’intera struttura sociale per fare quello che i leoni fanno all’ombra di un baobab spendendo molto meno.
E’ importante capire che siamo animali e rispondiamo a dinamiche biologiche: il maschio vuole la femmina giovane e sana, la femmina cerca il maschio alpha. Tant’è che nessuna gioia eguaglia quella di abbassare le mutande ad una ragazza e scoprire una vulva glabra, di quelle che ci passi la lingua come se stessi tinteggiando la cameretta di tuo figlio.
Per questo il lavoro più bello del mondo è il responsabile ufficio casting in un’agenzia di moda: pagato per visionare figa.
Ma comunque, già svegliarsi la mattina e realizzare di non avere figli è una bella soddisfazione, un’emozione che si rinnova ogni giorno. L’unica rivoluzione possibile è infatti quella di non fare figli. Mettere al mondo nuovi schiavi mortali distruttori per condannarli a quella violenza pedofila di massa che è la scuola e successivamente alla tortura sadomasochista del lavoro non mi pare un colpo di genio.
Una volta, affrontando questo discorso e manifestando la mia avversità alla proliferazione, un’appassionata di procreazione mi disse: “Tu temi il nostro potere riproduttivo!” “No, io temo il mio dovere lavorativo”.
Il problema di quella ragazza è che era alta. Essere bassi aiuta ad imparare a non aspettarsi più niente dalla vita.
Mi fanno sempre un certo effetto gli ottimisti, specie quelli di tipologia più hippy e fricchettona: sentirsi in armonia con una natura che ti ignora.
Ma ci pensate che in fondo siamo tutti delle sborrate?
L’esatta misura del nostro essere un puntino di niente di fronte alla Natura manca a molti. Basti vedere gli uomini di potere. Per farglielo capire bene, basterebbe chiudere un padrone in una gabbia con un diavolo della Tasmania incazzato: “Dai, digli che lo licenzi, su. Esigi che ti dia del lei e ti chiami con il tuo titolo onorifico. Ti senti ancora una persona importante? Avanti, digli che non si deve permettere di ringhiarti contro in quel modo, che sei uno che conta ed hai fior fior di riconoscimenti. Eeeh, oggigiorno questi mammiferi marsupiali appartenenti alla famiglia dei Dasiuridi non hanno più rispetto per niente e per nessuno”.
Beh, certo, è sicuramente gratificante avere una laurea all’interno del sistema solare.
L’universo è infinito. Partendo da questo assunto, mi sento di confutare anche l’ufologia, non già su base scientifica, bensì prettamente “filosofica”.
L’ufologia è infatti quanto di più antropocentrico l’essere umano sia riuscito a concepire in epoca recente.
Ora, posto che possano esistere altre forme di vita nell’universo (teoria anche plausibile), guarda caso non vedono l’ora di venire da noi, sono tutte interessatissime alla nostra specie e al nostro pianeta. La Terra dev’essere una sorta di meta vacanziera irrinunciabile del turismo interplanetario, una sorta di Sharm El Sheik galattica. Immagino la fila di navicelle al casello di Alfa Centauri, una ressa di extraterrestri che fremono e trepidano per venire a visitare questo sputacchio azzurro nello sterminato tessuto spaziotemporale.
Che esisto non interessa nemmeno al mio dirimpettaio, figuriamoci ad uno che abita in un’altra galassia. E a casa non viene a prendertici nemmeno un tuo amico con la macchina quando ne hai bisogno, quindi puoi stare tranquillo, non verrà nessun alieno con l’astronave.
Se gli alieni esistono da qualche parte, non ci si inculano.
Poi, per carità, non si sa mai. In fondo, c’è anche la possibilità che io scopi con Stoya. Però, ecco…
L’ufologia è la versione post-copernicana del geocentrismo tolemaico: da un geocentrismo spaziale ad un geocentrismo concettuale.
L’idea che ci sia qualcun altro nell’universo – e che per di più venga a cercarci per entrare in contatto con noi – ci conforta, ci consola. L’ho capito guardando quel capolavoro indiscutibile (imbecille senza possibilità di riscatto chiunque non lo consideri tale) qual è Melancholia di Lars Von Trier, in cui quello che è il più grande artista vivente (vedi parentesi precedente) ha avuto l’intuizione più semplice e più brillante da non so quanti decenni a questa parte, nella fattispecie facendo dire al personaggio di Justine: “Siamo soli”. Non ci avevo mai pensato. Quale affermazione più terribile? Quale eventualità più angosciosa di essere completamente soli e sperduti nell’universo infinito? Si trema al sol pensiero di un’infinita solitudine. Ed è una sensazione che sperimento ogni volta che devo piegare le lenzuola e non c’è nessuno ad aiutarmi.
Che poi secondo me la gente lo sa che la vita non ha alcun senso. Lo dimostra la straordinaria diffusione della depressione. La gente va in depressione perché è la scusa più valida per rimanere tutto il giorno nel letto a non far niente. Tanto, far qualcosa significa non far niente. Quindi tanto vale non far niente dal principio.
Ci sono giornate che ti sembrano bruttissime, e poi invece scopri il porno di Belén Rodriguez. Ma appena ti accorgi di quanto sia deludente, capisci che la fortuna è un diversivo della sfiga.
Ci sono momenti in cui vorrei essere altrove: dentro a una modella.
E poi non faccio che chiedermi: ma nessuno ha mai notato che quasi tutte le canzoni di Marco Masini parlano fondamentalmente di lui che fa stalking?
A questo scommetto che Stephen Hawking non ha mai pensato.
Io sono grato due volte a Stephen Hawking: primo, per la sua attività di scienziato; secondo, per il fatto che è handicappato. Io mi sento sempre sollevato quando c’è un handicappato in un luogo affollato: posso scoreggiare liberamente, tanto daranno la colpa a lui.
Ma non andrò al suo funerale. I funerali sono una delle prove dell’idiozia umana e della sopravvalutazione del pollice opponibile. La retorica imbarazzante, l’apparato scenico pacchiano…
I funerali fanno passare la voglia di morire.
La cosa migliore che possiamo fare nella nostra vita è dedicarci al prossimo. Troppo spesso ignoriamo il prossimo, mentre può essere molto prezioso: basta tendere la mano. E rapinarlo.
Se siamo nati, un giorno moriremo. E sarà stato inutile.

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Appendice

Donne che è un peccato che non abbiano fatto l’attrice porno

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– Syria
– Emilie Autumn
– Asia Argento
– Katy Perry
– Sarah Silverman
– Sophie Ellis Bextor
– Mélanie Laurent
– Ludivine Sagnier
– Beatrice Borromeo
– Francesca De André

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