Beati i poveri, perché moriranno prima

Archive for febbraio 2012

Hemingway nell’arena

Posted by sdrammaturgo su 22 febbraio 2012

La cultura serve all’imbecille per legittimare intellettualmente la propria imbecillità.
Quando si parla di violenza sugli animali, i suoi più strenui difensori sono quelli più istruiti, specialmente se progressisti. Con i mezzi dialettici e la protervia forniti loro da lauree e letture,  costoro fanno puntualmente appello a chissà quali principii filosofici per giustificare la propria brama di pancetta.
Il bifolco ha molta più onestà intellettuale. Lui, almeno, con un po’ di senso della dignità, ti dice nudo e crudo: “A me le sarsicce me piaciono, cor cazzo che smetto de magnalle. Chissenefrega dell’animali”.
L’intellettuale progressista no. Lui è di Sinistra, lui ha una coscienza critica e un senso etico, a lui stanno a cuore le disparità sociali ed i problemi ambientali, quindi non potrà mai ammettere il suo mero egoismo. Attraverso acrobatici e sofisticati – nel senso alimentare del termine – eurismi accademici, tenterà di convincerti – e soprattutto convincersi – che lui non continua a mangiare pajata soltanto perché gli piace, no: lui mangia pajata per un ideale.
L’intellettuale farebbe di tutto per difendere le sue grigliate di pesce conservando la propria illusione di superiorità etico-intellettivo-culturale. Tecniche di autosopravvalutazione.

Ti dirà che per noi è necessario mangiare animali, perché siamo onnivori. Gli dici che no, non siamo onnivori, bensì frugivori adattabili, come la maggior parte dei primati. Perché sì, nonostante il nostro cervello in grado di creare un microchip, siamo nient’altro che dei primati. Ricercatori universitari, geniali artisti, dotti scienziati, uomini in carriera, sappiatelo: siete dei primati. Tanta fatica, tanto studio, e rimanete egualmente degli oranghi spelacchiati nati senza ragione su un sassolino buttato in un angolo sperduto a caso nell’universo in espansione verso il Big Crunch. Dura da mandar giù, eh? Ma fatevene una ragione come me la sono fatta io: siamo scimmie con il pollice opponibile, e neanche tra le meglio riuscite.
Che poi questi qua comprano la bistecca al supermercato, vanno a casa, la consumano al tepore di un camino davanti alla televisione e si sentono simili a un leone, a un puma, a un giaguaro.
Immagino il risentimento di un leopardo: “Ehi! Così non vale! Io mi faccio un culo così per un pezzo di carne a settimana!”.

Allora l’intellettuale ti accuserà di sentirti migliore, mentre in realtà sei egoista quanto lui perché: “E allora le piante?”. Ma sta fingendo, perché lo sa benissimo anche lui che esistono tre regni biologi ben distinti: minerale, vegetale, animale. E che dunque dire: “Che differenza c’è tra un coniglio e una carota?” è come dire: “Che differenza c’è tra le zucchine e la ghiaia?” o ancora: “Che differenza c’è tra mio zio e uno scoglio?”. A meno che lui non sbucci il coniglio ed accarezzi la carota, ovvio.
Magari gli rispondi che la stragrande maggioranza dei vegetali viene coltivata per foraggiare gli allevamenti, e che quindi, smettendo di mangiare prodotti di origine animale, ne beneficiano anche le piante. Ma è la logica alla base della sua osservazione ad essere quantomeno pirotecnica. Egli infatti ti sta praticamente dicendo: “Visto che qualche essere vivente lo dobbiamo uccidere, tanto vale ucciderli tutti”. Che è un po’ come dire: “Visto che per rifare il bagno devo buttare giù un tramezzo, tanto vale demolire la casa”.
L’impatto zero non esiste: il solo fatto di venire al mondo di un individuo di qualsiasi specie, comporta il danneggiamento e la distruzione di altri e di parte dell’habitat. Ma ho sempre reputato assodata la saggezza del “limitare i danni”.

Probabilmente il progressista continuerà sostenendo che sì, gli allevamenti intensivi sono una mostruosità, ma seguendo il metodo di una volta, in campagna, col contadino amorevole, è tutta un’altra cosa e all’animale spetterebbe “la dolce morte”. “La dolce morte”: “il tumore carino”, o l’eutanasia praticata su uno che sta bene, o il suicidio di uno non consenziente.
Sono sempre stato contrario all’aggiunta dell’aggettivo intensivi quando ci si esprime contro gli allevamenti. Come se essere ammazzati nella Vecchia Fattoria o nella Casa nella Prateria fosse tutta un’altra cosa. Intensivi o virgiliani, la segregazione, lo sfruttamento e l’uccisione non sono mai arcadici. Personalmente, so di non voler essere ammazzato né in galera né nella Playboy Mansion. Quando qualcuno mi parla di quanto sia accettabile morire nella stalla di Metastasio, gli faccio una proposta: “Ora ti lascio vivere libero. Viaggi, trombi, ti diverti, dormi, ti finanzio una vacanza lunghissima. Poi tra cinque anni ti sparo in testa, non sentirai nulla. Ti sta bene?”. Non accetta mai nessuno.

Forse si giocherà la carta dell’onnivorismo proletario: “Un povero non potrebbe permettersi di essere vegano!”. Un chilo di fagioli della tipologia più pregiata, un euro; un chilo di carne, la più economica, quella di scarto, cinque, bene che vada. Quello è un intellettuale che non suole fare la spesa.

E non ci si dimentichi dello strumento dialettico prediletto del vero democratico: il relativismo voltairiano. “Voi fate proselitismo. Tu sei libero di non mangiare la carne, è una tua scelta che rispetto, ma non puoi pretendere che lo faccia pure io. Anche tu devi rispettare le mie opinioni ed il mio modo di vivere”. Non si comprende che tra me e te c’è un terzo che ci rimette: se io smetto di mangiare carne ma tu no, il maiale muore lo stesso. Non si tratta di un’oziosa querelle puramente teorica tra due parti: c’è una terza parte che viene accoppata sul serio. “Tu sei libero di non stuprare quella donna, ma non puoi impedire a me di farlo”.

C’è anche l’argomento individualista: “La gente diventa vegana per moda”. Al pollo non interessano i motivi per i quali non lo ammazzi: ciò che gli preme è unicamente che non lo ammazzi. Anche a me, non è che mi importi granché sapere se il portinaio non mi spara per radicate convinzioni morali o soltanto per quieto vivere o per convenienza o per non finire in galera: l’importante è che continui a non spararmi.

Infine, l’intellettuale concluderà che lui è un umanista e non trova giusto equiparare il dolore degli animali a quello degli esseri umani, noi antispecisti pratichiamo una sorta di antropomorfizzazione degli animali. Ma, tendenzialmente, ad usare l’argomentazione “con tanti esseri umani che soffrono, voi pensate agli animali!” sono sempre quelli che non si interessano né agli animali né agli esseri umani.

E poi ci sono le gloriose tradizioni: il Palio di Siena, la corrida, ‘ste cose qui. E a questi eventi l’intellettuale ci tiene particolarmente.
Anche in questo caso, il bifolco brilla per sincerità: “All’ippodromo e a la corrida me tajo da le risate”. Non la tira troppo per le lunghe.
L’intellettuale progressista no: l’ippodromo lo incendia, e riguardo la corrida, ad esempio, ti parlerà delle usanze secolari, millenarie, dell’enorme importanza culturale della conservazione dei riti ancestrali, del tema della rimozione della Morte nella cultura occidentale, della globalizzazione a cui la corrida si oppone, della dimensione mitico-simbolica della sfida Uomo-Natura, e di tante altre questioni “troppo complesse” per essere affrontate sbrigativamente. Ti dirà che sei un ignorante, perché pensi che il toro venga drogato e invece non è vero; perché confondi i banderilleros con i picadores; perché sei convinto a torto che sia un bieco intrattenimento ludico, mentre invece si tratta di un rituale dall’alta valenza storico-culturale. Quindi informati, poi parla.
Penso al toro.

TORO Cazzo, adesso mi drogate, poi mi fate massacrare dai banderilleros e poi mi trucidate per divertimento!
SPECIALISTA Ma no, ignorantone! Prima di tutto, non ti droghiamo affatto; in secondo luogo, a massacrarti sono i picadores; ma ciò che conta più di tutto il resto è che ti trucidiamo per un profondo valore storico-culturale.
TORO Ah, allora va bene.

Ecco, se uno vuole accoltellarti e tu lo implori di non farlo, quello ha tutto il diritto di dirti: “Ma taci, ché non sai niente sulle pratiche di accoltellamento, sulla loro storia e sul rapporto uomo contro uomo. Lo sai che tipo di lama è questa? Non lo sai. Lo sai di che materiale è fatta? Non lo sai. Lo sai da dove deriva il gesto con cui intendo spanzarti? E allora che parli a fare?!”. Pertanto, in quei casi, con umiltà, è bene ammettere la propria insipienza in materia e farsi accoltellare con entusiasmo, perché è un’esperienza che può arricchire molto intellettualmente parlando.
Quello che i dotti sostenitori della corrida si ostinano ad ignorare è che al toro, della rimozione della Morte nella cultura occidentale, del valore sociale del rito, della globalizzazione, della diversa concezione del dolore in Savater e Singer, nun je ne frega ‘n cazzo.
Voi l’avete mai visto un cinghiale che legge Lévi-Strauss? Io no.
E pure i puledri del Palio di Siena mi sa che della storiografia urbana, mi sbaglierò, ma se ne sbattono i rognoni.
Coinvolgere gli animali nei nostri interessi è l’unica vera antropomorfizzazione degli animali.

Io sarei favorevole alla globalizzazione dell’intelligenza.

Le tradizioni popolari violente che prevedono l’utilizzo di animali hanno da sempre suscitato l’interesse di prestigiosi intellettuali. Tra quelli che amo di più, mi sovvengono Eugenio Montale appassionato del Palio di Siena, Guillermo Arriaga cacciatore, Ernest Hemingway maniaco della corrida.
Ho imparato presto che il talento non ha niente a che vedere con la sensibilità. I grandi scrittori, i grandi artisti, sono in fondo persone che sanno fare bene qualcosa, possiedono un dono naturale, una tecnica, né più né meno di chi è portato per il bricolage o è bravo a giocare a pallone.
Per un uomo colto, però, ritengo il suo sapere un’aggravante della sua mancanza di empatia, dal momento che avrebbe tutti gli strumenti cognitivi per comprendere le pecche della barbarie.
Ma voglio dare, che so, agli eruditi amanti della corrida una possibilità di ottenere il mio rispetto.
Sicuramente, in giro per il mondo, da qualche parte, in qualche tribù, si staranno ancora facendo dei  sacrifici umani, riti ancestrali che provengono da un passato antichissimo e che perciò hanno un enorme significato culturale.
Ecco: il giorno in cui vedrò uno di questi istruiti sostenitori della tauromachia offrirsi volontariamente per essere massacrato, trucidato, ammazzato in un rito di sangue al fine di sostenere con i fatti e in prima persona l’importanza socio-culturale della conservazione dei rituali arcaici che mettono al centro la Morte permettendone la prosecuzione, non solo ricomincerò a mangiare animali e prodotti di origine animale, ma comprerò il biglietto per andare a vedere la corrida, ne diventerò indefesso sostenitore a mia volta e cercherò persino di diventare picador o banderillero, o al limite allevatore di tori de lidia.
Fino a quel momento, però, mi riserverò di considerarli nient’altro che vigliacchi scolarizzati.
Se no è troppo facile. “Il rituale ancestrale, la rimozione della Morte”, e poi tu in poltroncina a prendere appunti per il prossimo libro mentre quell’altro si becca le lame in corpo nell’arena? E no, eh. Comincia a prendere le coltellate tu o a frantumarti addosso alla parete di una curva per consentire ad un altro preparatissimo autore di celebrare la nobiltà di certe usanze, poi mi racconti cosa si prova a stare dall’altra parte.
Dice il saggio: “So’ tutti froci col culo dell’altri”.
“Mettete sullo stesso piano uomini e animali, è indecente”. È vero: in effetti nessun toro ha mai pagato un biglietto per vedermi sgozzare da qualcuno.
È sufficiente capire una cosa semplicissima: un pollo, nella sua diversità, è più simile a noi che a un ferro da stiro.

*

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Gli amanti sulle macerie

Posted by sdrammaturgo su 21 febbraio 2012

Vedi, laggiù,
quella fortezza diroccata
divorata dai rampicanti
e dall’abbandono
un tempo ospitò
sogni di gloria immortale
e furon parati gli eserciti
e scorse il sangue
nella coppa del re.

Quel cumulo morto di sassi
invece fu un tempio splendente
in cui si insegnò l’eterno
ma si apprese il perituro.

E lì
in quella casa ch’or non è più
arse un fuoco benigno
sotto la vampa
gelata
degli anni.

Ed ora son sassi
inerti
le pareti impregnate di sole
e l’eco lontano
non più
ma muto
non muta
né rimbomba più per le valli.

E’ silenzio il vocio brulicante
della fiumana di vita che fu
ove mormora in piena la quiete.

Nel pozzo c’è acqua
che nessuno berrà.

Tra queste rovine polverose
d’una gelida estate incandescente
su cui rovinò fragorosa
la rovinosa valanga dei secoli
si succedettero civiltà estinte
votate all’avvenire,
ignare che il presente era passato.

E qui
su questa tomba d’edera e marmo
gravano gli attimi petrosi
sugli amanti che si dissero: “Per sempre”.

E sotto al macigno di istanti
che tace
noi titubiamo dubbiosi;
eppur pare certo il viluppo
con cui tratteniamo il timore
sostenendoci saldi e spauriti
mentre il tempo ci frana di sotto.

Ti sorreggo mentre m’abbracci,
mi cingi e mi metti al riparo
dall’erosione che ci trascina via;
immobili, stretti, avvinghiati,
sprofondiamo nelle crepe delle labbra
come scivola l’ultima goccia
nello squarcio del muro maestro.

Ed il brivido del suol che ci attraversa
è lo stesso tremore di dio.

E’ questo, amore, che siamo:
un singulto dell’infinito che ci pervade,
una bella incertezza del Caso.

Ed i nostri devoti “ti amo”
son sospiri in una tormenta.

Ed è questo, amore, il destino:
un attimo d’ardor del nostro bacio
prima di precipitar
nel gelo eterno.

*

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Le storie di Papà Castoro 3

Posted by sdrammaturgo su 19 febbraio 2012

“Dai Papà Castoro, raccontaci sette storie!”
“Perché proprio sette?”
“Perché l’autore ne ha scritte sette e questo è solo un espediente metanarrativo per introdurle”

*
Il petauro che sottovalutò la toponomastica*

*Illustrato in una versione alternativa nel nuovo numero di Mamma!

Nel Villaggio degli Animali Outsider si era appassito il Sacro Fiore della Vita e del Cielo. Urgeva andare a prenderne un altro nella Valle dell’Inesorabile Dolore Atroce e della Morte Tassativa.
Per farlo, venne sorteggiato il Petauro, che batté sciaguratamente lo Zebù, la Martora, la Moffetta e il Dingo.
Il prescelto aveva però il diritto di rifiutare, tanto pericolosa era considerata la missione. Gli sfigati sono molto comprensivi.
“Ho paura”, disse il Petauro. “Non voglio andare”.
Intervenne allora il Licaone Morganfriman, il vecchio saggio del villaggio: “Non aver paura: è la tua occasione per diventare uomo”.
“A parte che sono un petauro, quindi mi pare difficile che io diventi uomo. Ma soprattutto: se non ho paura della Valle dell’Inesorabile Dolore Atroce e della Morte Tassativa, di cosa diamine devo aver paura?!”
“La nostra comunità ha bisogno del Sacro Fiore della Vita e del Cielo!”
“Non possiamo prendere quello che si trova nell’Idilliaco Prato Profumato e Soave?”
“No, quello nella Valle dell’Inesorabile Dolore Atroce e della Morte Tassativa è in offerta”
“Ma io mi caco sotto al sol pensiero”
“Sii valoroso: pensa a quanto rimorchierai al ritorno”
“Ma sì, in fondo che sarà mai”
“I nostri padri ci insegnano che tira più…eccetera”, sentenziò solennemente il Licaone.
“Ah, un’ultima cosa: ma a che serve ‘sto Sacro Fiore della Vita e del Cielo?”
“Ciao, ci vediamo”.
Il martire della religione deve sacrificarsi sulla fiducia.
Il Petauro partì ribaldo (ma non lo avrebbe fatto qualora avesse saputo che un giorno qualcuno avrebbe usato l’aggettivo ribaldo parlando di lui).
Scampò con coraggio perigli d’ogni risma: evitò valanghe e venditori di rose, affrontò il Crepaccio della Notte Oscura e la Caverna dell’Orrore, sopravvisse al Pozzo dei Tormenti e alla Grotta delle Urla Strazianti, oltrepassò la Gola della Fila alle Poste e il Burrone del Vernissage, superò le Alture dell’Inaugurazione e il Picco dei Pranzi coi Parenti, si salvò dal Sentiero del Compleanno e dalla Scogliera della Festa di Laurea, attraversò il Valico della Monogamia e il Passo della Democrazia Parlamentare, uscì incolume dal Vulcano della Serata Divertente e dalle Sabbie Mobili degli Aneddoti sulle Sbronze. Qualche difficoltà in più sopraggiunse quando arrivò alle Cascate della Diarrea, ma resistette con onore.
Giunto infine nella Valle dell’Inesorabile Dolore Atroce e della Morte Tassativa, morì puntualmente tra atroci dolori.
Morale della favola: ci sarà un motivo se si chiama Valle dell’Inesorabile Dolore Atroce e della Morte Tassativa.

*

L’uomo più sfortunato del mondo

Nel Paese dei Ciechi, l’uomo che aveva un occhio solo faceva il tecnico delle caldaie.
Quando dice male, dice male.

*

Il cavalluccio marino con la scarsa attitudine per il calcolo differenziale

C’era una volta un cavalluccio marino che aveva una scarsa attitudine per il calcolo differenziale.
Ed in effetti la cosa parve a tutti perfettamente normale.

*

L’eroe

Il viandante giunse in città, e subito si distinse per impavidità e buon cuore. Salvò molte vite – quella di un ragazzo che stava cadendo da un’impalcatura, quella di una ragazza aggredita da dei balordi, quella di una vecchina che stava per essere investita da un’automobile, e ancora tante e tante altre – e fece scudo con il proprio corpo riparando la statua del patrono dalla caduta di alcuni calcinacci e si svuotò le tasche per sfamare i poveri della zona e donò il sangue e assistette i malati e non lesinò il proprio aiuto a chiunque ne avesse bisogno nei lavoretti di tutti i giorni e dispensò sorrisi e parole di conforto e risanò i bilanci del Comune ed eliminò la criminalità.
Il viandante aveva insomma portato una nuova luce in città, ma arrivò il giorno in cui dovette ripartire.
Tutti i cittadini uscirono dalle loro case per ringraziare con le lacrime agli occhi colui che con il proprio altruismo tanto bene aveva fatto alla comunità: “Non te ne andare!” “Qui ci sarà sempre un posto per te!” “Sei il nostro eroe!” “Ti saremo eternamente riconoscenti!” ed i sorrisi si mescolavano ai singhiozzi e i singhiozzi ai sorrisi e tutti si abbracciavano, mentre il viandante riprendeva il cammino.
Ad un tratto, si arrestò, si voltò verso la folla immensa che lo salutava acclamandolo, e disse:
“Ah, comunque io sono pedofilo”.
E proseguì il cammino.

*

La terra del bel tempo

Vi era una terra in cui il clima non cambiava mai. Splendeva sempre il sole, il cielo era terso, la temperatura calda ma mite e lievemente ventilata, la pioggia non esisteva e ci pensavano i fiumi ad irrigare i campi. Cosa che riduceva drasticamente gli argomenti di conversazione. Gli anziani non sapevano di cosa parlare; i conoscenti che si incontravano provavano a farfugliare qualcosa, ma, non trovando spunti, tiravano dritti.
Costrette all’originalità, le persone se ne stavano chiuse in un teso mutismo.
Il ribollente bisogno di comunicazione logorava gli individui, tanto che nessuno riusciva a godersi il bel tempo. Finché un giorno arrivò un imprenditore che mise appunto una macchina in grado di produrre temporali, alluvioni, frane e terremoti. Molti morirono o persero i propri cari, la stampa prese il via, nei bar e nelle piazze tutti condividevano il proprio automatico scoramento e confrontavano la propria disperazione codificata. Così l’imprenditore venne accolto come un benefattore.

*

La ditta poco affidabile

C’era una volta una ditta di porte blindate e sistemi di sicurezza, ma venne svaligiata.

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Il masochista insaziabile

C’era una volta uno slave che aveva bisogno di continue umiliazioni. Le pur frequenti angherie a cui lo sottoponevano le mistress o i master a cui si rivolgeva non gli bastavano mai. Il suo famelico masochismo richiedeva molto di più. Gli era necessaria una sottomissione fisica e psicologica quotidiana. Così si trovò un posto di lavoro.

*

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Appendice

Il romanticismo di Papà Castoro

“Papà Castoro, cosa sono la Bellezza, la Meraviglia e la Perfezione?”
“L’aerial show di Stoya, figlioli”

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“Sonetti del barbiere libertario” 8

Posted by sdrammaturgo su 2 febbraio 2012

Alle superbe schiave

*

Impiegata che vai a manifestà
e dici: «Escort? ‘N par de cojone!
Io so’ contro la mercificazione!»
e quell’ott’ore chiami libertà:

ma nu’ lo sai che tu se’ ancor più cosa?
Che pe’ ‘l padrone che te tiene ansante
tu conti tale e quale a la stampante?
Tu presti per danar il corpo a iosa:

dai occhi, mani, testa, piedi e core
e nun c’è alternativa a la fatica.
L’istesso vale poi pe’ l’operaia,

docente, chirurga, schiave de paja.
Che differenza c’è tra orecchie e fica?
Sol quella che pretendono le sòre.

La troia “sanza onore”?
Guadagna più, lavora meno e tromba.
Tu mòri in un ufficio ch’è ‘na tomba.

*

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