Beati i poveri, perché moriranno prima

Archive for marzo 2012

Abramo

Posted by sdrammaturgo su 22 marzo 2012

I vostri noviluni e le vostre feste
io detesto,
sono per me un peso;
sono stanco di sopportarli.
Quando tendete le mani
io allontano gli occhi da voi.
Anche se moltiplicate le preghiere,
io non ascolto.

ISAIA, 1,14-15

*

*

*

Com’era prevedibile, il sole sorse anche quel giorno.
Benché si fosse in tempi antichi, la vita era già priva di sorprese. Nascita, nutrizione, idratazione, lavoro, malattia, morte. «Non c’è niente di nuovo sotto il sole», si sentiva dire in giro.
Non era molto che il mondo era stato creato, eppure aveva già stancato, soprattutto il proprio artefice. Per questo Dio era così ciarliero, dispettoso e burbero: creando il mondo, aveva scoperto di essere solo. La solitaria eternità è un’infinita solitudine. La noia preesisteva a Dio stesso, l’Increato.
Egli, muovendosi dall’eterna stasi, aveva creato la vita, fondata sullo scorrere. Lo scorrere comportava la finitezza, dalla quale scaturiva la scelta, concetto ignoto nell’infinito immobile.
Aprendosi al perituro, Dio aveva appreso che la vita è una scelta tra la noia e la sciagura: la sciagura della noia o una noiosa sciagura.
Per combattere la propria inesorabile noia, si deliziava abbattendo la sciagura sulle genti.
Così usciva frequentemente dal proprio isolamento tra le nubi per parlare con gli umani, mettendo alla prova il proprio potere per sollazzarsi.
Col tempo avrebbe iniziato a parlare via via sempre meno, fino a tacere del tutto, poiché, divenuti avvezzi alla solitudine, si cessa di cercare compagnia.
Aveva iniziato con l’immotivata proibizione di mangiare i frutti di un albero a caso, e due sposi l’avevano presa così sul serio da tremare prima per il timore, poi cadere in disgrazia per la curiosità.
Aveva preteso sacrifici, e due fratelli avevano preso talmente a cuore la richiesta che uno aveva ucciso l’altro.
Aveva proseguito decidendo di inondare la terra con un terribile diluvio sterminatore al solo scopo di ordinare ad un vecchio di costruire un’arca gigantesca che potesse contenere una coppia di ogni specie animale, sbizzarrendosi con istruzioni dettagliate: «Fatti un’arca di legno di cipresso; dividerai l’arca in scompartimenti e la spalmerai di bitume dentro e fuori. Ecco come devi farla: l’arca avrà trecento cubiti di lunghezza, cinquanta di larghezza e trenta di altezza. Farai nell’arca un tetto e a un cubito più sopra la terminerai; da un lato metterai la porta dell’arca. La farai a piani: inferiore, medio e superiore». E per quanto fossero assurde le direttive e impossibile l’impresa, quegli aveva eseguito pedissequamente.
Aveva detto ad un uomo che viveva nella comodità di andarsene con la sua gente dalle proprie case per vagare verso una non meglio specificata terra promessa, e tutti erano prontamente partiti.
Aveva disposto per puro gioco che quell’uomo e sua moglie cambiassero i loro nomi di una lettera appena, da Abram in Abramo e da Sarai in Sara, così, del tutto gratuitamente, e i due si erano dimostrati ubbidienti anche a quella minima facezia priva d’importanza.
Aveva perciò continuato alzando il tiro: aveva comandato ai maschi addirittura di tagliarsi un pezzo  d’uccello, e quelli, incredibilmente, avevano obbedito.
Infine, aveva tentato il massimo: “Chiederò all’uomo di uccidere il proprio stesso figlio per farmi piacere. Vediamo se perfino a ciò codeste creature si dimostreranno prone”. Ebbene, con somma sorpresa di Dio, l’uomo antepose il diletto del Signore alla vita stessa del proprio figlio.

Splendeva un brutto sole, il solito, sull’accampamento di Abramo.
L’Onnipotente, non sapendo più cosa inventarsi per divertirsi a spese dei suoi burattini, avendole provate tutte, dall’alto dei cieli disse ad Abramo: «Poiché tu sei il mio prediletto, e benedetta è la tua stirpe» – ché il Signore non risparmiava il dileggio – «d’ora in poi, ogniqualvolta uscirete dalle vostre dimore e sarete all’aria aperta sotto gli occhi dell’Altissimo, camminerete a quattro zampe, poiché sfida Dio chi si mostra in piedi dinanzi a Lui. Sia riverente l’uomo al Mio cospetto: peccato immondo commette colui il quale osa guardar negli occhi il Signore Iddio».
Proprio come l’Onnisciente si aspettava, Abramo chinò il capo deferente e corse a convocare i maschi della tribù per riferire il nuovo comandamento.
«Comincia fin d’ora», aggiunse Dio ad Abramo che si allontanava dandogli le spalle, ma anche il viso (vantaggi dell’ubiquità).
Con supremo spasso, Dio vide Abramo accovacciarsi e distendere i palmi sulla sabbia, procedendo con goffa lentezza verso il proprio popolo.
Dovette essere ben strano vedere comparir Abramo in cotal bislacca postura, ma subito fu normale non appena venne fornita la spiegazione, e lo sbigottimento per la bizzarria si tramutò immediatamente in automatica consuetudine, poiché grande era l’autorità di Abramo e insindacabili le decisioni di Dio.
Da quel giorno, l’esistenza prese a svolgersi carponi.
Timorati e ottemperanti, tutti, uomini, donne, vecchi, bambini, presero ad abbandonar la posizione eretta allorché lasciavano il tetto della propria abitazione ed era il cielo nudo a stagliarsi sulle loro teste.
Chi voleva mostrarsi più devoto degli altri, si accucciava fin quasi a poggiare i gomiti, lambendo il terreno con la fronte. Taluni penitenti si muovevano praticamente strisciando, suscitando la gelosia degli altri membri del villaggio, che non volevano apparire meno ossequiosi agli occhi del Signore.
Avveniva talvolta che qualche sfrontato blasfemo venisse colto a camminare normalmente di nascosto. Che fare in quei casi? Dio non aveva indicato alcuna misura sanzionatoria nei confronti di chi trasgrediva tale regola. D’altronde Dio non si curava delle conseguenze, né considerava che c’era tutta un’intera legislazione da emanare affinché ciò che derivava dalle sue parole potesse essere applicato ai più svariati e minuziosi ambiti non menzionati. Egli in fondo si limitava a buttar lì poche frasi evasive per trastullo, non poteva considerare ciò che invece era necessario e inevitabile nella quotidianità dei propri sottomessi.
Così, per sicurezza, si decise che chiunque fosse stato sorpreso a camminare su due piedi, sarebbe stato condannato a morte. Ma come? Gli anziani proposero la lapidazione, i riformatori insistevano affinché i peccatori venissero arsi vivi.
Per non sbagliare, venne stabilito che i condannati sarebbero stati lapidati mentre venivano arsi vivi.
Presto sorsero inevitabili dispute teologiche. C’era infatti da capire se Dio voleva che si camminasse carponi appoggiando i palmi oppure i pugni. Il Signore neppure su questo era stato esaustivo. Ne nacquero due fazioni: i palmisti, capeggiati da Abramo medesimo, sostenevano che la mano dovesse restare aperta al cospetto del Signore, poiché la membra del fedele non nascondono niente al Creatore, ma anzi ne saggiano al tatto l’operato; i pugnisti obiettavano che solo con le nocche si sente l’asprezza del sacro volere di Dio e alla Sua immane potenza si fa dono del dolore; i palmisti replicavano che il Signore punisce la superbia, foss’anche quella dello zelo religioso; i pugnisti controbattevano che solo nell’estrema sofferenza si rende grazie alla misericordia del Padreterno; al che i palmisti facevano osservare che le spine si conficcano meglio nei palmi, provocando in tal modo maggior sofferenza; ma i pugnisti rimanevano certi che i sassi aguzzi fan più male se premuti sulle rigide giunture.
Il dissidio risultò insanabile, sicché le due opposte fazioni si divisero ed i pugnisti abbandonarono l’accampamento per muovere altrove e stabilirsi su un suolo vergine, ove avrebbero istituito una nuova legge fondata sulla pressione delle nocche per terra.

La nuova vita a quattro zampe rivelò più d’un impaccio. Non era facile arare la terra in quella posizione, tanto meno trasportare l’acqua del pozzo, lavorare il legno e la pietra; combattere contro le tribù nemiche gattoni era assai poco agevole ed era garanzia di sconfitta, e pure badare agli animali era per nulla semplice dal basso.
Fu proprio quello degli animali un altro problema da risolvere.
Dio era stato stranamente chiaro con Adamo. Si tramandava infatti che Egli avesse detto: «Dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra». Ma com’era possibile dominare su costoro ora che s’era quadrupedi quanto il bestiame?
Si riunirono dunque i saggi: la volontà di Dio ancora una volta andava interpretata ed estesa.
Dopo settimane di consultazioni, così venne sancito: in presenza di esseri umani all’aria aperta, gli animali avrebbero dovuto sdraiarsi su un lato, al fine di mantenere la loro subordinazione fisica voluta dal Signore all’alba dei tempi. Venne così istituita la nuova figura professionale dello sdraiatore di animali: i più nerboruti ed energici tra gli uomini si sarebbero occupati di stendere a terra ogni singolo capo di bestiame.
Il compito era già gravoso di per sé, anche quando si trattava di imporsi su pecore ed agnelli. Con i montoni iniziavano i guai più seri. Ma la mansione si faceva massimamente difficoltosa allorché c’era da piegare l’ostinazione di asini, cammelli e bovini. Non furono in pochi a morire incornati da buoi contrariati.
Pian piano l’arte dello sdraiamento degli armenti venne perfezionata. Furono inventati pungoli, fruste e batacchi uncinati per molcere la caparbietà degli esemplari più cocciuti, fino a che mucche e tori non rappresentarono più un pericolo.
Certo, ogni sera la gente rincasava sempre più spossata. Una crescente mal sopportazione di quella condizione montava di giorno in giorno, e la stanchezza dei corpi si faceva stanchezza d’esistere. Il malcontento serpeggiava tra la popolazione e assumeva la forma d’inimicizia tra le persone. A capo chino non era possibile né consentito scorgere Dio lassù in alto, così l’astio veniva rivolto verso il prossimo ch’era a portata di sguardo. Crescevano gli odii e le invidie scatenati per un nonnulla, ed ogni inezia era motivo di livore.
Ciò che non era permesso nei confronti di Dio, abbondava presso gli uomini.

Divertito come non mai, il Signore decise di aggiungere una postilla alla norma, anche perché il rischio del tedio era sempre in agguato.
Tuonando imperioso dalla volta celeste, si rivolse al suo eletto: «Abramo, poiché quel ch’Io vedo è cosa buona e giusta e tu e il tuo popolo vi siete prostrati a me, Io vi premierò: da adesso in avanti potrete levare alta la vostra voce verso il Signore. Trovandovi all’esterno ove camminate come cani, come cani abbaierete incessantemente al mio cospetto. E ciò che potete, dovete».
Più cristallino che criptico, così parlò l’Onnipotente Iddio, Padrone del cielo e della terra, e Abramo, umile servo, subito riportò il poco ermetico messaggio.
Di lì in poi, fu tutto un abbaiare ininterrotto. Se vivere a quattro zampe era fatica dura, farlo abbaiando diventò insostenibile. Eppure bisognava sostenerlo.
Ma quella di Abramo era una nazione devota, pertanto, con rigorosa ortodossia, negli orari consacrati alle funzioni alla luce del sole, si gareggiava finanche a chi sapeva meglio emulare il verso del cane e ciascuno ambiva acciocché il proprio abbaio fosse il più forte ed intenso, per onorare il Signore.
Solo rientrando al tramonto ognuno al proprio rifugio, v’era un po’ di requie per la gole rauche, le braccia fiaccate, le ginocchia peste.
Abramo aveva più di cento anni, e se li portava bene. Però camminare a quattro zampe cominciava ad essere fin troppo faticoso, specie per chi era stato creato bipede.
Ma un Patriarca non poteva certo apparire arrendevole: guida, sprone ed esempio per la comunità, era lui ogni dì il più strenuo difensore delle regole, ligio quadrupede ed indefesso abbaiatore.
Una sera tornò nella tenda particolarmente spossato.
Varcata la soglia, riuscì a sollevarsi a stento. Le ossa scrocchiarono che parevano rami spezzati, cosicché la sua estenuazione rimbombò secca e sorda.
Le mani erano nere, ricoperte di ferite; le gambe piagate, le ginocchia livide; grumi di sangue sporco si rapprendevano sui gomiti; fitte lancinanti percorrevano le sue articolazioni avvizzite.
Stiracchiarsi richiese uno sforzo di cui quasi non era più capace.
Salutò con un cenno Sara intenta a preparare la cena e si avvicinò ad Isacco, che voltato se ne stava seduto ad affilare una lama, tanto assorto da non accorgersi della presenza del padre.
Abramo si fece dietro al figlio e gli pose affettuoso una mano sulla spalla con austera benevolenza.
Isacco, come gli accadeva sempre al minimo contatto col padre, trasalì irrigidendosi. I trascorsi lo avevano reso guardingo, insegnandogli la più tremenda delle verità: fidarsi è bene, non fidarsi è meglio.
Stiracchiare un sorriso gli costò uno sforzo maggiore di quello impiegato dal padre per riabituare il proprio corpo a star diritto.
Non aveva mai potuto cancellare dalla memoria il monte, l’altare, il fuoco, la legna, il coltello, l’intervento provvidenziale dell’angelo, l’angoscia eppure la fermezza dell’offerente. Ogni notte gli sembrava di dormire accanto al nemico, ed il suo sonno era costantemente tormentato.
«Non mi hai rifiutato tuo figlio».
Udiva ancora le parole del Signore. E non aveva mai avuto il coraggio di confessare neppure a se stesso che non era mai stato felice di essere immolato alla gloria di Dio, men che meno da colui che lo aveva generato ed amato, ogni gesto pur dolce del quale gli si presentava ormai come una possibile minaccia.
La paura può più di qualsiasi legame: questo aveva compreso, e mai scoperta era stata più brutale.
Era giunta l’ora del pasto, e Abramo si sedette, stremato dalla fede e dalla giornata, torvo e sconsolato pure per la diffidenza che percepiva nel figlio.
Tentando di sopire la colpa, la stanchezza e la frustrazione con una preghiera benaugurante, ringraziò Dio per il pasto e la famiglia e la vita e per tutto, e s’accinse ad aspettare le pietanze cucinate dalla moglie.
L’inquietudine ed un vago senso di insoddisfazione e rabbia che non riusciva a spiegarsi gli trepidavano sotto la pelle logora.
L’orazione sedativa fu tanto utile al Signore – che osservava o forse no, ascoltando distratto e compiaciuto – quanto vana per Abramo.
Sara gli si accostò e gli porse la ciotola, carezzandolo leggermente sul capo, compassionevole.
Abramo, rannicchiato sulla stuoia, sollevò il volto altero e vide la moglie in piedi che lo guardava dall’alto verso il basso.
Si alzò di scatto, che quasi non pareva più il vecchio stanco di poco prima, afferrò l’anziana sposa per il bavero della veste e le diede uno schiaffo con furia ferina.
«Donna! Come osi stare in piedi al cospetto del tuo Signore?»
Sara si accovacciò, la testa china.
Isacco taceva.
Abramo si risistemò.
Mangiarono.

*

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Co.co.pro.fagia

Posted by sdrammaturgo su 12 marzo 2012

Dalle vetrate dell’Inps, prigioniero,
vedo la fregna che passa di fòri.
Loro nun guardano ne ‘sto maniero,
che pare che dice: “Si entri, mòri”.

E certo noi qui dentro nun sem vivi:
lo spirto nostro è ‘n cumulo de stracci,
morente non per valli, non per clivi,
ma ne ‘sto scatolone de poracci.

E intanto passa in fretta Gran Falcata
e subito l’insegue Veste Scura;
incrocia entrambe Assorta Pensierosa

lumando di beltate la giornata.
Tra le scartoffie, ad ogni scollatura,
il grigio mal si mescola col rosa.

*

E fanno bene a corre lontano,
via da ‘sto posto, ‘sta desolazione,
ché nun attizza chi tende la mano
pe’ l’assegno de disoccupazione.

Van dal musico, dal ricercatore,
oppur dall’ingegnere o ‘l collo bianco;
da chi je dà ‘n futuro, no ‘n par d’ore,
da chi che de campà nun è mai stanco.

E nu’ le biasimo né le condanno:
li fiori nun ponno stà sott’a ‘n sasso.
Nun s’ha da stà co’ l’ansia pe’ ‘l mattino:

la vita comoda è mejo d’affanno.
Li sacrifici buttate a lo scasso,
a ricchi e belli legate il destino.

*

In questa vita che ce danno a nolo,
io, cattivo pagante, ne ‘sto mondo,
con quel che costa, te posso offrì solo
la fila a la posta. E intanto grondo

tra l’Inail che te manda al Caf dell’Ente,
il Caf al Caaf, il Caaf al Patronato,
e tutta ‘sta fatica deprimente
pe’ prende l’elemosina de Stato.

Lui t’affama, t’abbevera ‘l nemico.
Me rubi cento e poi me dai due o tre
e inventi ‘sto sistema che ciascuno

nun vede ‘l Principe, ma ‘n timbro e ‘n plico.
A dominatte è sempre qualche re,
eppure nun te domina nessuno.

*

Con me ‘l timor del carcere funziona:
si nun vo a rubbà a li macellari
è sol pe’ la paura d’esse Giona
‘nculato nei cetacei giudiziari.

Eh, si adesso me vedessero l’ècchese…
Dirìan: “Che culo mannatte a fanculo!”
E poi: “Dura lècchese sedde lècchese”
E legge vuol che si bastoni il mulo.

Ah, l’amori iti… Una ha fama,
io ho fame; due son con benestanti.
Insomma, per tutte grosso successo.

Io sto qui: lì la fica, qui la brama,
co’ ‘sto vetro a separà le passanti
da li stronzi che intasano ‘sto cesso.

*

“Eppure ce parevi promettente.
Ma lo vedi come te sei ridotto?”
La vita, se sa, è ‘na gran fetente:
te trovi fallito in quattr’e quattr’otto,

in coda a ‘no sportello pe’ ‘n contratto
che n’ t’hanno rinnovato. Sei ‘no schiavo:
dell’esistenza t’hanno fatto ratto
‘l padrone e quello che je dice: “Bravo”.

Ed ecco che lì fòri, tutte belle;
qui dentro, oppure al Centro pe’ l’Impiego,
ce so’ la grassa, la zoppa, la muta

co’ la prole, che je diresti a quelle:
“Io proprio davvero nu’ me lo spiego:
ma che te dice ‘sta capoccia astuta

*

d’annà a appioppà a ‘n’ artra pora persona
la stessa vita tua che fa schifo?
Brutta la sua, la tua meno bona.
Famija, scòla, dio, lavoro e tifo:

così ‘l Governo t’afferra pe’ l’ano,
te strizza la palle, cuce la sorca.
Si voj fà la guerra, sta’ sul divano;
si voj libertà, no fiji, più porca”

Noi semo brutti, bassi, tozzi e calvi;
lo sborro nelle palle è sol veleno:
nun va diffuso come inquinamento

e i non mai nati tutti fatti salvi.
De vita in povertà se ne fa a meno.
Nun me pare ‘na grazia ‘sto tormento.

*

Ecco, questo è ‘l banchetto del Potere:
ce stamo assisi, nun potemo arzacce;
qui la miseria, lì le fregne vere;
e guardele, ‘ste zinne, che bisacce!

E ‘l vetro manna pure ‘l mi’ riflesso
e quello de quest’artri sciagurati.
Da solo me guardo e me dico: “Fesso”
La gara a chi so’ più diseredati.

La vita è ‘na mela, ce dan la scorza.
Lo chiamano progresso, Social Patto.
A me me pare solo ‘na pazzia.

T’hanno fatto mette a ssede pe’ forza,
t’han detto: “Magna. È bono ‘sto piatto
de mmerda? Se chiama Democrazia”

*

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Zoologia: forse non tutti sanno che…

Posted by sdrammaturgo su 7 marzo 2012

La posizione preferita delle pecore è l’essere umano.

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Il vitello e il tonno nella vita si odiano.

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Per salvarsi da uno squalo è sufficiente rimanere fermi, meglio ancora se sul divano di casa.

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Un bisonte, se messo in una gabbia per conigli, tende ad innervosirsi. Al contrario, un coniglio in una gabbia per bisonti sembra stare piuttosto comodo.

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Gli uccelli sono in grado di comunicare tra loro attraverso una complessa modulazione di infrasuoni, e parlano del tempo e dei pulcini d’oggi che non hanno più rispetto per niente e per nessuno.

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Il rondone dalla coda a spina migra ogni inverno nei Mari del Sud, ma solo perché lo vuole la moglie.

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Il ghepardo, il predatore più veloce del mondo, è in via d’estinzione, e finalmente è stata scoperta la causa: riesce a raggiungere i 114 km/h, ma le sue prede abituali non superano i 70, quindi finisce sempre per sorpassarle.

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Il lupo caccia in branco, ma quando si tratta di chiedere un prestito, tutti che mettono qualche scusa.

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Due malacologi neozelandesi hanno osservato per mesi un raro mollusco del Pacifico che vive immobile aggrappato a rocce spugnose d’origine calcarea, e hanno detto che si sono annoiati molto.

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Il cane viene usato in Cina come arma contundente per percuotere i tibetani.

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Tra i rinoceronti, nella stagione degli amori, dopo sanguinosi combattimenti tra gli esemplari maschi per stabilire chi è il maschio alfa a cui spetta l’accoppiamento, capita che la femmina non gliela dà uguale.

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Il gambero cammina all’indietro, ma non sa neanche lui perché.

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La femmina di visone sogna da sempre una pelliccia di cincillà.

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Il leone ha chiesto i diritti a Superquark.

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Le talpe vivono sotto terra perché l’affitto costa meno.

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La faina uccide le galline solo per fare uno sfregio al contadino.

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Nessun senso di fallimento eguaglia quello di una volpe quando viene gabbata.

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I pesci vengono continuamente criticati dalle loro partner perché non riescono ad esprimere i propri sentimenti.

Sarebbero perfetti per il cinema italiano.

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Le scimmie urlatrici hanno conteso più di un ruolo a Stefano Accorsi. Alla fine la bravura conta. Ma ha prevalso la bellezza.

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Il manto maculato serve al leopardo per mimetizzarsi tra donne di pessimo gusto.

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Quando il facocero monta la facocera non si sente poi questo gran seduttore.

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La mantide religiosa la dà a tutti per sadismo.

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L’orca assassina ha la faccia infastidita perché in realtà il mare le fa schifo. Preferirebbe la montagna, ma si sa, la natura è beffarda.

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Lo scimpanzè è in grado di scrivere poesie d’amore, ma non lo fa perché ha una dignità.

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Il famoso etologo Lawrence Conrad ha studiato il comportamento dell’alligatore del Rio de la Plata, e lo ha trovato piuttosto sgarbato.

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Una balena può vivere anche fino a 180 anni, alla faccia di tutte le anoressiche.

Un bonobo invece non supera i 40, ma si diverte molto di più.

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Il plancton è a tutt’oggi il pasto meno entusiasmante in natura.

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Se un albero cade nella foresta e nessuno lo sente, lo scoiattolo muore lo stesso.

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Il dingo è un canide talmente depresso che invidia il tilacino.

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Lo gnu si sente da meno della zebra per una questione di look.

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Il professor Mojra Umberto Cina Caligari ha condotto un importante esperimento che spalanca nuovi orizzonti conoscitivi sul mondo animale e l’applicazione dei cui risultati potrà apportare non pochi vantaggi agli esseri umani: dopo aver prelevato dal loro habitat alcune seppie dell’Atlantico ed averle tenute per sette anni in scatole di 90×35 cm piene d’acqua, le ha poste in un labirinto di plastica all’interno del quale ha disseminato sia ostacoli che punti di riferimento; i ripetuti test hanno dimostrato che le seppie riescono ad orientarsi saggiando i vari percorsi e registrando nella memoria i dati acquisiti. Il che risulta estremamente utile: d’ora in avanti, infatti, ogniqualvolta ci troveremo a che fare con delle seppie dell’Atlantico poste in un labirinto di plastica all’interno del quale sono stati disseminati sia ostacoli che punti di riferimento, sapremo che quasi sicuramente riusciranno ad orientarsi saggiando i vari percorsi e registrando nella memoria i dati acquisiti.

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Secondo recenti ricerche, se le mucche parlassero, gli allevatori avrebbero di che offendersi.

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I cinghiali si sentono più attraenti dei maiali, e ciò è del tutto immotivato.

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I polli in batteria sviluppano inusitate forme di rodimento di culo.

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La faraona si sente presa in giro, considerando che non conta un cazzo.

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Nonostante gli sforzi del pavone, il cigno rimorchia più di lui. Mentre il Giorno del Ringraziamento pone fine all’invidia del tacchino.

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Favola d’appendice

Il panda e la capra

C’era una volta un panda che, rivolgendosi ad un’ovina, la chiamò a gran voce: “Capra!”. La quale rispose: “Non mi pare di essere io quella in via d’estinzione”.

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La morte di Caravaggio

Posted by sdrammaturgo su 1 marzo 2012

Laggiù c’era il meriggio a dar ristoro
all’ombre, stanche di salsedine,
gelate al passeggiar dell’alba afosa.

La sabbia era sdegnosa dello spruzzo.
Fuggivano i flutti le barche
e non v’era che luce e silenzio.

Avvezzi al buio gli occhi perigliosi
percorrevan la via deserta
subornando alla sete la calura.

E non venia di taglio il fiaccolare,
nessun baluginio di tenebra,
ma tutto era nel sol a piena voce.

Il sacro dismaniar, l’insana cura
recavan rattoppi di bende.
Malferma era più l’alma che la mano

e il nuovo discrovrir la luce vera
aveva fiaccato le gambe
di chi abbagliar sapeva con lanterne.

Era troppo. Tropp’aria, troppa terra,
troppo mondo. Lì per quel ch’era,
che sempre avea cercato d’osservare,

ed ora senz’ambasce in chiaroscuro.
Muto di vento e di peccato
crepitando il passato corse lungo.

*

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