Beati i poveri, perché moriranno prima

Abramo

Posted by sdrammaturgo su 22 marzo 2012

I vostri noviluni e le vostre feste
io detesto,
sono per me un peso;
sono stanco di sopportarli.
Quando tendete le mani
io allontano gli occhi da voi.
Anche se moltiplicate le preghiere,
io non ascolto.

ISAIA, 1,14-15

*

*

*

Com’era prevedibile, il sole sorse anche quel giorno.
Benché si fosse in tempi antichi, la vita era già priva di sorprese. Nascita, nutrizione, idratazione, lavoro, malattia, morte. «Non c’è niente di nuovo sotto il sole», si sentiva dire in giro.
Non era molto che il mondo era stato creato, eppure aveva già stancato, soprattutto il proprio artefice. Per questo Dio era così ciarliero, dispettoso e burbero: creando il mondo, aveva scoperto di essere solo. La solitaria eternità è un’infinita solitudine. La noia preesisteva a Dio stesso, l’Increato.
Egli, muovendosi dall’eterna stasi, aveva creato la vita, fondata sullo scorrere. Lo scorrere comportava la finitezza, dalla quale scaturiva la scelta, concetto ignoto nell’infinito immobile.
Aprendosi al perituro, Dio aveva appreso che la vita è una scelta tra la noia e la sciagura: la sciagura della noia o una noiosa sciagura.
Per combattere la propria inesorabile noia, si deliziava abbattendo la sciagura sulle genti.
Così usciva frequentemente dal proprio isolamento tra le nubi per parlare con gli umani, mettendo alla prova il proprio potere per sollazzarsi.
Col tempo avrebbe iniziato a parlare via via sempre meno, fino a tacere del tutto, poiché, divenuti avvezzi alla solitudine, si cessa di cercare compagnia.
Aveva iniziato con l’immotivata proibizione di mangiare i frutti di un albero a caso, e due sposi l’avevano presa così sul serio da tremare prima per il timore, poi cadere in disgrazia per la curiosità.
Aveva preteso sacrifici, e due fratelli avevano preso talmente a cuore la richiesta che uno aveva ucciso l’altro.
Aveva proseguito decidendo di inondare la terra con un terribile diluvio sterminatore al solo scopo di ordinare ad un vecchio di costruire un’arca gigantesca che potesse contenere una coppia di ogni specie animale, sbizzarrendosi con istruzioni dettagliate: «Fatti un’arca di legno di cipresso; dividerai l’arca in scompartimenti e la spalmerai di bitume dentro e fuori. Ecco come devi farla: l’arca avrà trecento cubiti di lunghezza, cinquanta di larghezza e trenta di altezza. Farai nell’arca un tetto e a un cubito più sopra la terminerai; da un lato metterai la porta dell’arca. La farai a piani: inferiore, medio e superiore». E per quanto fossero assurde le direttive e impossibile l’impresa, quegli aveva eseguito pedissequamente.
Aveva detto ad un uomo che viveva nella comodità di andarsene con la sua gente dalle proprie case per vagare verso una non meglio specificata terra promessa, e tutti erano prontamente partiti.
Aveva disposto per puro gioco che quell’uomo e sua moglie cambiassero i loro nomi di una lettera appena, da Abram in Abramo e da Sarai in Sara, così, del tutto gratuitamente, e i due si erano dimostrati ubbidienti anche a quella minima facezia priva d’importanza.
Aveva perciò continuato alzando il tiro: aveva comandato ai maschi addirittura di tagliarsi un pezzo  d’uccello, e quelli, incredibilmente, avevano obbedito.
Infine, aveva tentato il massimo: “Chiederò all’uomo di uccidere il proprio stesso figlio per farmi piacere. Vediamo se perfino a ciò codeste creature si dimostreranno prone”. Ebbene, con somma sorpresa di Dio, l’uomo antepose il diletto del Signore alla vita stessa del proprio figlio.

Splendeva un brutto sole, il solito, sull’accampamento di Abramo.
L’Onnipotente, non sapendo più cosa inventarsi per divertirsi a spese dei suoi burattini, avendole provate tutte, dall’alto dei cieli disse ad Abramo: «Poiché tu sei il mio prediletto, e benedetta è la tua stirpe» – ché il Signore non risparmiava il dileggio – «d’ora in poi, ogniqualvolta uscirete dalle vostre dimore e sarete all’aria aperta sotto gli occhi dell’Altissimo, camminerete a quattro zampe, poiché sfida Dio chi si mostra in piedi dinanzi a Lui. Sia riverente l’uomo al Mio cospetto: peccato immondo commette colui il quale osa guardar negli occhi il Signore Iddio».
Proprio come l’Onnisciente si aspettava, Abramo chinò il capo deferente e corse a convocare i maschi della tribù per riferire il nuovo comandamento.
«Comincia fin d’ora», aggiunse Dio ad Abramo che si allontanava dandogli le spalle, ma anche il viso (vantaggi dell’ubiquità).
Con supremo spasso, Dio vide Abramo accovacciarsi e distendere i palmi sulla sabbia, procedendo con goffa lentezza verso il proprio popolo.
Dovette essere ben strano vedere comparir Abramo in cotal bislacca postura, ma subito fu normale non appena venne fornita la spiegazione, e lo sbigottimento per la bizzarria si tramutò immediatamente in automatica consuetudine, poiché grande era l’autorità di Abramo e insindacabili le decisioni di Dio.
Da quel giorno, l’esistenza prese a svolgersi carponi.
Timorati e ottemperanti, tutti, uomini, donne, vecchi, bambini, presero ad abbandonar la posizione eretta allorché lasciavano il tetto della propria abitazione ed era il cielo nudo a stagliarsi sulle loro teste.
Chi voleva mostrarsi più devoto degli altri, si accucciava fin quasi a poggiare i gomiti, lambendo il terreno con la fronte. Taluni penitenti si muovevano praticamente strisciando, suscitando la gelosia degli altri membri del villaggio, che non volevano apparire meno ossequiosi agli occhi del Signore.
Avveniva talvolta che qualche sfrontato blasfemo venisse colto a camminare normalmente di nascosto. Che fare in quei casi? Dio non aveva indicato alcuna misura sanzionatoria nei confronti di chi trasgrediva tale regola. D’altronde Dio non si curava delle conseguenze, né considerava che c’era tutta un’intera legislazione da emanare affinché ciò che derivava dalle sue parole potesse essere applicato ai più svariati e minuziosi ambiti non menzionati. Egli in fondo si limitava a buttar lì poche frasi evasive per trastullo, non poteva considerare ciò che invece era necessario e inevitabile nella quotidianità dei propri sottomessi.
Così, per sicurezza, si decise che chiunque fosse stato sorpreso a camminare su due piedi, sarebbe stato condannato a morte. Ma come? Gli anziani proposero la lapidazione, i riformatori insistevano affinché i peccatori venissero arsi vivi.
Per non sbagliare, venne stabilito che i condannati sarebbero stati lapidati mentre venivano arsi vivi.
Presto sorsero inevitabili dispute teologiche. C’era infatti da capire se Dio voleva che si camminasse carponi appoggiando i palmi oppure i pugni. Il Signore neppure su questo era stato esaustivo. Ne nacquero due fazioni: i palmisti, capeggiati da Abramo medesimo, sostenevano che la mano dovesse restare aperta al cospetto del Signore, poiché la membra del fedele non nascondono niente al Creatore, ma anzi ne saggiano al tatto l’operato; i pugnisti obiettavano che solo con le nocche si sente l’asprezza del sacro volere di Dio e alla Sua immane potenza si fa dono del dolore; i palmisti replicavano che il Signore punisce la superbia, foss’anche quella dello zelo religioso; i pugnisti controbattevano che solo nell’estrema sofferenza si rende grazie alla misericordia del Padreterno; al che i palmisti facevano osservare che le spine si conficcano meglio nei palmi, provocando in tal modo maggior sofferenza; ma i pugnisti rimanevano certi che i sassi aguzzi fan più male se premuti sulle rigide giunture.
Il dissidio risultò insanabile, sicché le due opposte fazioni si divisero ed i pugnisti abbandonarono l’accampamento per muovere altrove e stabilirsi su un suolo vergine, ove avrebbero istituito una nuova legge fondata sulla pressione delle nocche per terra.

La nuova vita a quattro zampe rivelò più d’un impaccio. Non era facile arare la terra in quella posizione, tanto meno trasportare l’acqua del pozzo, lavorare il legno e la pietra; combattere contro le tribù nemiche gattoni era assai poco agevole ed era garanzia di sconfitta, e pure badare agli animali era per nulla semplice dal basso.
Fu proprio quello degli animali un altro problema da risolvere.
Dio era stato stranamente chiaro con Adamo. Si tramandava infatti che Egli avesse detto: «Dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra». Ma com’era possibile dominare su costoro ora che s’era quadrupedi quanto il bestiame?
Si riunirono dunque i saggi: la volontà di Dio ancora una volta andava interpretata ed estesa.
Dopo settimane di consultazioni, così venne sancito: in presenza di esseri umani all’aria aperta, gli animali avrebbero dovuto sdraiarsi su un lato, al fine di mantenere la loro subordinazione fisica voluta dal Signore all’alba dei tempi. Venne così istituita la nuova figura professionale dello sdraiatore di animali: i più nerboruti ed energici tra gli uomini si sarebbero occupati di stendere a terra ogni singolo capo di bestiame.
Il compito era già gravoso di per sé, anche quando si trattava di imporsi su pecore ed agnelli. Con i montoni iniziavano i guai più seri. Ma la mansione si faceva massimamente difficoltosa allorché c’era da piegare l’ostinazione di asini, cammelli e bovini. Non furono in pochi a morire incornati da buoi contrariati.
Pian piano l’arte dello sdraiamento degli armenti venne perfezionata. Furono inventati pungoli, fruste e batacchi uncinati per molcere la caparbietà degli esemplari più cocciuti, fino a che mucche e tori non rappresentarono più un pericolo.
Certo, ogni sera la gente rincasava sempre più spossata. Una crescente mal sopportazione di quella condizione montava di giorno in giorno, e la stanchezza dei corpi si faceva stanchezza d’esistere. Il malcontento serpeggiava tra la popolazione e assumeva la forma d’inimicizia tra le persone. A capo chino non era possibile né consentito scorgere Dio lassù in alto, così l’astio veniva rivolto verso il prossimo ch’era a portata di sguardo. Crescevano gli odii e le invidie scatenati per un nonnulla, ed ogni inezia era motivo di livore.
Ciò che non era permesso nei confronti di Dio, abbondava presso gli uomini.

Divertito come non mai, il Signore decise di aggiungere una postilla alla norma, anche perché il rischio del tedio era sempre in agguato.
Tuonando imperioso dalla volta celeste, si rivolse al suo eletto: «Abramo, poiché quel ch’Io vedo è cosa buona e giusta e tu e il tuo popolo vi siete prostrati a me, Io vi premierò: da adesso in avanti potrete levare alta la vostra voce verso il Signore. Trovandovi all’esterno ove camminate come cani, come cani abbaierete incessantemente al mio cospetto. E ciò che potete, dovete».
Più cristallino che criptico, così parlò l’Onnipotente Iddio, Padrone del cielo e della terra, e Abramo, umile servo, subito riportò il poco ermetico messaggio.
Di lì in poi, fu tutto un abbaiare ininterrotto. Se vivere a quattro zampe era fatica dura, farlo abbaiando diventò insostenibile. Eppure bisognava sostenerlo.
Ma quella di Abramo era una nazione devota, pertanto, con rigorosa ortodossia, negli orari consacrati alle funzioni alla luce del sole, si gareggiava finanche a chi sapeva meglio emulare il verso del cane e ciascuno ambiva acciocché il proprio abbaio fosse il più forte ed intenso, per onorare il Signore.
Solo rientrando al tramonto ognuno al proprio rifugio, v’era un po’ di requie per la gole rauche, le braccia fiaccate, le ginocchia peste.
Abramo aveva più di cento anni, e se li portava bene. Però camminare a quattro zampe cominciava ad essere fin troppo faticoso, specie per chi era stato creato bipede.
Ma un Patriarca non poteva certo apparire arrendevole: guida, sprone ed esempio per la comunità, era lui ogni dì il più strenuo difensore delle regole, ligio quadrupede ed indefesso abbaiatore.
Una sera tornò nella tenda particolarmente spossato.
Varcata la soglia, riuscì a sollevarsi a stento. Le ossa scrocchiarono che parevano rami spezzati, cosicché la sua estenuazione rimbombò secca e sorda.
Le mani erano nere, ricoperte di ferite; le gambe piagate, le ginocchia livide; grumi di sangue sporco si rapprendevano sui gomiti; fitte lancinanti percorrevano le sue articolazioni avvizzite.
Stiracchiarsi richiese uno sforzo di cui quasi non era più capace.
Salutò con un cenno Sara intenta a preparare la cena e si avvicinò ad Isacco, che voltato se ne stava seduto ad affilare una lama, tanto assorto da non accorgersi della presenza del padre.
Abramo si fece dietro al figlio e gli pose affettuoso una mano sulla spalla con austera benevolenza.
Isacco, come gli accadeva sempre al minimo contatto col padre, trasalì irrigidendosi. I trascorsi lo avevano reso guardingo, insegnandogli la più tremenda delle verità: fidarsi è bene, non fidarsi è meglio.
Stiracchiare un sorriso gli costò uno sforzo maggiore di quello impiegato dal padre per riabituare il proprio corpo a star diritto.
Non aveva mai potuto cancellare dalla memoria il monte, l’altare, il fuoco, la legna, il coltello, l’intervento provvidenziale dell’angelo, l’angoscia eppure la fermezza dell’offerente. Ogni notte gli sembrava di dormire accanto al nemico, ed il suo sonno era costantemente tormentato.
«Non mi hai rifiutato tuo figlio».
Udiva ancora le parole del Signore. E non aveva mai avuto il coraggio di confessare neppure a se stesso che non era mai stato felice di essere immolato alla gloria di Dio, men che meno da colui che lo aveva generato ed amato, ogni gesto pur dolce del quale gli si presentava ormai come una possibile minaccia.
La paura può più di qualsiasi legame: questo aveva compreso, e mai scoperta era stata più brutale.
Era giunta l’ora del pasto, e Abramo si sedette, stremato dalla fede e dalla giornata, torvo e sconsolato pure per la diffidenza che percepiva nel figlio.
Tentando di sopire la colpa, la stanchezza e la frustrazione con una preghiera benaugurante, ringraziò Dio per il pasto e la famiglia e la vita e per tutto, e s’accinse ad aspettare le pietanze cucinate dalla moglie.
L’inquietudine ed un vago senso di insoddisfazione e rabbia che non riusciva a spiegarsi gli trepidavano sotto la pelle logora.
L’orazione sedativa fu tanto utile al Signore – che osservava o forse no, ascoltando distratto e compiaciuto – quanto vana per Abramo.
Sara gli si accostò e gli porse la ciotola, carezzandolo leggermente sul capo, compassionevole.
Abramo, rannicchiato sulla stuoia, sollevò il volto altero e vide la moglie in piedi che lo guardava dall’alto verso il basso.
Si alzò di scatto, che quasi non pareva più il vecchio stanco di poco prima, afferrò l’anziana sposa per il bavero della veste e le diede uno schiaffo con furia ferina.
«Donna! Come osi stare in piedi al cospetto del tuo Signore?»
Sara si accovacciò, la testa china.
Isacco taceva.
Abramo si risistemò.
Mangiarono.

*

18 Risposte to “Abramo”

  1. Volpina said

    Sticazzi.

  2. stregaa said

    Se dio mi dice che devo camminare carponi quando non ho nulla sopra la testa, io esco con l’ombrello.

    Palmisti e pugnisti mi hanno ricordato queste scene Brian di Nazareth dei Monty Python:


    Profondo valore teologico, dovrebbero proiettarle al catechismo. :)

    • Volpina said

      hahahahahah stupendo!! Mi sento come lui a volte… parli di cose belle e nessuno capisce una fava…. e travisano tutto.

    • Non avevo pensato a questa brillante soluzione! Sfortuna ha voluto che in quel tempo l’ombrello non fosse ancora stato inventato. Oggidì all’Altissimo andrebbe male: basterebbe quel cavillo a fregalo.
      I Monty Python hanno detto tutto ciò che c’era da dire in tema di satira.

  3. Rita said

    Bellissimo!

    In questo periodo sei in gran forma, ti esce un post meglio dell’altro!

    • Non lo chiamare post ché si offende :-D
      In realtà la bozza del racconto è vecchia, risale a un paio d’anni fa, l’idea forse anche prima. Ma purtroppo non parla dei giovani d’oggi, non c’è un punto ogni tre parole e non c’è la storia d’amore, quindi nessun editore ne sarà interessato.

      • Rita said

        A dire il vero la parola “post” non piaceva nemmeno a me (a volte la pigrizia mentale prende il sopravvento); faccio le mie scuse al signor racconto allora. ;-)

        Sul resto hai ragione, e poi non c’è manco un po’ di sesso. :-D

  4. Cerex said

    Seppur a gattoni si viaggia sempre su livelli altissimi da queste parti.
    Bravo.

    • Tu sì che mi dai soddisfazione.
      Gli scritti che mi costano maggior impegno e fatica e che reputo i meglio riusciti sono sempre i più trascurati.
      E questo valga da rimprovero ai miei lettori che non hanno premiato con lodi manifeste lo sforzo e l’ingegno profusi per il presente racconto! Puah!
      Ora per punizione fino a Pasqua non pubblico più niente: vi beccate “Abramo” per un’altra decina di giorni.

  5. Poi Abramo era anche il nome del padre di Gavino Ledda (padre padrone). La Giudea di tremila anni fa e l’entroterra sardo degli anni quaranta sembrano lo stesso posto, con la differenza che Ledda padre a dio sotituiva la “roba”, alla Verga. Il figlio è comunque sempre merce.

  6. gianfranco said

    Il racconto è tra l’esilarante e l’agghiacciante.

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