Beati i poveri, perché moriranno prima

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Ricordo di un cosmologo

Posted by sdrammaturgo su 23 aprile 2012

Transumanzar significar per verba
non si poria.

DANTE IL MANDRIANO

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Non è facile scrivere il necrologio di uno dei più importanti scienziati del secolo scorso e dell’attuale, se si sta in piedi su una gamba sola con un braccio legato dietro alla schiena e la tastiera in equilibrio sull’altro ginocchio sollevato. Per questo per farlo mi siederò alla scrivania.
L’astrofisico e cosmologo Ruperto Monaldo Solinghi è morto ieri. O, come avrebbe detto egli stesso, le particelle che lo componevano hanno smesso di andare ai pranzi coi parenti. È stato uno dei grandi personaggi dimenticati del Novecento. Non ne hanno parlato i giornali, non ne ha parlato la televisione, probabilmente non ne parleranno le riviste di settore. Se n’è andato nel silenzio di una società che ha perso la bussola e l’ha sostituita con il navigatore satellitare. È doveroso dunque ricordare chi fosse alle giovani generazioni che non lo hanno mai conosciuto e soprattutto alle vecchie che colpevolmente lo hanno fatto precipitare in un ingiustificabile oblio. È doveroso rendere il giusto omaggio ad una figura che ha profondamente segnato gran parte delle ore 14.32 del 12 ottobre 1986 nel proprio condominio.
Ruperto Monaldo Solinghi nacque da qualche parte nell’universo – poiché, come era solito sostenere, nell’infinito un posto vale l’altro – in un momento a caso – o sarebbe meglio dire un non-momento a caso, dacché, stando alle conclusioni a cui i suoi studi lo avevano condotto, il tempo è una convenzione arbitraria che serve a non far scuocere la pasta.
Passò un’infanzia, cosa che non lo fece sentire poi così speciale, se non rispetto ai feti abortiti o agli individui morti da piccoli. Se la cavò anche con la giovinezza e la maturità, e ciò gli permise di arrivare vivo alla vecchiaia. In età avanzata avrebbe ricordato quei periodi passati come esistenza trascorsa.
Genio precoce della matematica, la sua prima scoperta di una certa rilevanza risale già all’adolescenza, quando si accorse che il numero dei propri anni era inferiore a quelli che avrebbe avuto in vecchiaia.
Iniziò presto ad interessarsi di astronomia, poiché gli consentiva di stare sdraiato a non fare nulla. Grande sportivo dell’inattività fisica, era un agonista della paralisi. Amava il brivido della lentezza, l’ebbrezza della stasi, il rombo dell’immoto. Appassionato di autoimmobilismo, conosceva tutte le tecniche per costringersi all’inazione.
Fu anche per questo che rimase molto colpito dal pensiero di Kant e Schopenhauer, i due filosofi che forse influenzarono di più il suo pensiero. Celebre rimase la sua lezione sui concetti di fenomeno e noumeno: «Il fatto che quella che noi chiamiamo realtà sia solo apparenza ingannevole e che la realtà vera sia inconoscibile, ci risparmia un sacco di fatica. Quindi smettiamola di arrovellarci su questioni che sono solo frutto della nostra percezione fallace e andiamo a guardare la partita.»
Le prime ricerche a dargli una certa notorietà accademica furono quelle in fisica sulla caduta dei gravi: «Se gettiamo da una torre un sasso e una piuma in assenza di attrito, i due oggetti cadranno alla stessa velocità, ma chi sta sotto preferirà la piuma.»
Nello stesso periodo si dedicò allo studio di Newton, del quale curò una nuova edizione dell’Epistolario contenente la famosa lettera a William Stukeley dove è enunciata la prima formulazione della legge di gravitazione universale, il cui ritrovamento si deve proprio al Solinghi: «Qualsiasi oggetto dell’universo attrae ogni altro oggetto con una forza diretta lungo la linea che congiunge i baricentri dei due oggetti, di intensità direttamente proporzionale al prodotto delle loro masse e inversamente proporzionale al quadrato della loro distanza. Quindi di’ a tua moglie di non mettere più i vasi in bilico sul davanzale.»
Ben presto però ad Isaac Newton preferì Helmut Newton, perché, a suo dire, aveva capito meno dell’universo ma aveva capito di più della vita.
Convinto assertore del microcosmo come specchio o per meglio dire miniatura del macrocosmo, comprese che ogni minimo evento fisico è soggetto alle medesime leggi che regolano quelli di portata planetaria, cosmica e universale, e viceversa; onde per cui, facendo leva sul metodo osservativo del quotidiano, espose la Teoria della Gravità dell’Addensamento Caotico: «I pianeti girano intorno al Sole perché non trovano parcheggio.»
Furono proprio le ricerche sul sistema solare a portare a risultati sorprendenti, permettendogli di capire che su Mercurio i tempi di cottura sono più brevi.
Spirito non addomesticabile, la comunità scientifica cominciò ad interessarsi a lui, senza però mai accettarlo davvero. D’altronde i suoi studi avevano una portata rivoluzionaria non facile da far digerire agli ambienti conservatori della scienza ufficiale. È lui infatti il fondatore dell’Astrofisica Olfattiva, disciplina innovativa che impose all’attenzione dei colleghi e con la quale si propose di esplorare quello che riteneva essere un aspetto necessario eppure trascurato nella conoscenza del Cosmo: l’odore dei corpi celesti. Si trattava di un’esigenza secondo lui troppo a lungo sottovalutata che reclamava una risposta, e una prima risposta la fornì dando alle stampe Urano puzza.
Il trattato venne accolto tiepidamente. Erano quelli gli anni dei primi timidi accenni della Teoria delle Stringhe, durante i quali il sogno di Einstein di una Teoria del Tutto che trovasse un nesso tra la sua Teoria della Relatività, la gravità newtoniana e la meccanica quantistica prese a sembrare plausibile.
Ruperto Monaldo Solinghi oppose alla Teoria del Tutto la Teoria del Qualche Cosa e subito dopo enunciò la Teoria dell’Ordine: «Se le stelle, i pianeti e le galassie si dispongono in un ordine preciso, è più facile ritrovarli.»
Smentì Einstein, tanto non poteva ribattere, essendo morto da un pezzo.
Si concentrò quindi proprio sugli studi del padre della relatività, occupandosi in particolar modo della velocità della luce, sulla cui questione sentenziò: «Se fossimo in grado di viaggiare alla velocità della luce, dovremmo aspettare un sacco prima che arrivino gli altri.»
Avendo la meccanica quantistica introdotto nel rigido mondo della fisica le nozioni di casoprobabilità, ne dedusse che il migliore strumento di indagine del reale fosse la tombola.
Gli sviluppi della Teoria delle Stringhe segnarono uno spartiacque non solo nella storia della cosmologia, ma anche nel pensiero di Solinghi.
Dopo la formulazione della M-theory, per cui non si può più parlare di universo, bensì di multiverso, come un filone di pane in cui ogni fetta è una brana che racchiude un universo, teorizzò che fosse possibile lanciare marmellata ovunque.
La M-theory era giunta a conclusioni sconvolgenti: esistono undici dimensioni e infiniti universi paralleli. E fu proprio a partire da questa ipotesi che nacque l’Astrofisica Polifunzionale Applicata di Ruperto Monaldo Solinghi, il quale intuì che la possibilità di spostarsi tra universi paralleli attraverso un ponte Einstein-Rosen che aprisse un varco nell’iperspazio potesse avere sbocchi pratici. Egli affermò: «Se una non te la dà, puoi provare nell’universo parallelo. Ma se al settimo universo parallelo ancora non c’è verso, è il caso di fare un po’ d’autocritica.»
«Le cose bisogna prenderle per l’universo giusto», soleva ripetere.
Fu questo il culmine dell’opera solinghiana.
La sua vita privata è meno nota. Se ne sa poco o nulla. Si sa però che per tutta la vita amò non ricambiato la stessa donna, Salcia Doresi, la famosa artista della corrente del Business-Pop che faceva delle bare e poi le vendeva alle famiglie di persone che morivano.
Pare che nel vano tentativo di conquistarla, Ruperto Monaldo Solinghi si propose addirittura di dimostrare la propria virilità malmenando Mike Tyson e umiliando intellettualmente Stephen Hawking. Ma, non digiuno dell’utilitarismo di Bentham e del pragmatismo di William James, trovò più conveniente fare l’inverso.
Invero aveva già avuto la meglio tempo prima in un’accesa discussione con Stephen Hawking, sfrenandogli la carrozzella in discesa.
Questo ci rimane di questa mente enciclopedica con i volumi incompleti qual è stato Ruperto Monaldo Solinghi: un fondamentale contributo al sapere umano e la testimonianza di una saggezza che seppe fare di una vita per la scienza una scienza del vivere.
Servano queste poche parole a futura memoria e siano da monito all’umanità ingrata, che da un grande uomo ha ricevuto un’inestimabile ricchezza e lo ha lasciato morire in povertà.
Com’ebbe a dire: «Che beffa: l’universo è infinito, e con i soldi che ho posso arrivare al massimo a Pordenone.»

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Bibliografia

Ruperto Monaldo Solinghi non amava scrivere. Per questo dettava le opere ai suoi allievi. Più che altro si trattava di canovacci da seguire. Questo l’elenco completo delle pubblicazioni.

Scritti giovanili, Analfabeta Centauri

Scritti maturi, Analfabeta Centauri

Scritti anziani, Analfabeta Centauri

Scritti agonici, Analfabeta Centauri

Scritti postumi pubblicati prima della morte per avvantaggiarsi, Analfabeta Centauri

101 ricette da fare nell’iperspazio, Pianeta Rosso

Guida turistica di Giove (sia il pianeta che il paese in Umbria), Sindrome di Touring

Guida turistica di Nettuno (solo il paese in provincia di Roma), Sindrome di Touring

Urano puzza – Introduzione all’Astrofisica Olfattiva, Arnoldo Schwarzenegger Editore

Progetto per il ponte Einstein-Rosen sullo Stretto di Orione, Ed. Gein

Shopping nella cromosfera, Kinsella-Armstrong

Che cos’è l’Astrofisica Polifunzionale Applicata, UTERET
– Vol. 1 Rimorchiare negli universi paralleli
– Vol. 2 Le 11 dimensioni del tessuto spaziotemporale: come umiliare chi va a vedere film in 3D
– Vol. 3 Sottrarsi alle rimpatriate con la scusa dei buchi neri

Stephen Hawking spastico di merda, Cesso dell’Autogrill

Equazioni sotto l’ombrellone, La settimana quantistica

Oroscopo 2012, Edizioni del Dipartimento di Fisica Astrologica dell’Università di Yaxchilán
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Scritti su Ruperto Monaldo Solinghi

Crovello Cispugna, La Cosmologia da Copernico a Ed Witten saltando Ruperto Monaldo Solinghi, Infamitas

Gianclaudio Vincenzi, Manuale di astrofisica pleonastica, Pietro Scheggiato Press

Michele Fioruzzi, Il mio compagno di banco, Tema

Nicola Robba, Ingiunzione di Pagamento, Cravattalia

Luigio Luigi Concelli, Sfratto esecutivo, Atti del Tribunale

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Appendice

Grandi personaggi dimenticati del XX secolo

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Paolo Pila, il primo barista a disegnare il cuore nella schiuma del cappuccino e il primo a perdere dei clienti per questo.

Sal Warner, ideatore del primo multisala ad una sala sola.

Alfred Thomasson, lo scienziato che ha scoperto che il morbo di Alzheimer può essere una fonte di energia pulita: è sufficiente dare fuoco agli anziani.

John Smith, inventore della stufa a bandiere statunitensi per i paesi arabi.

Branislav Djukojevic, sosia di se stesso.

Emilio Vallespiedi detto il Cuccagna, l’uomo con il pene più lungo della Storia che veniva studiato sui libri di ornitologia.

Gauslino Monaco, produttore di conserve a corta scadenza.

Pierre Gustave Ripierre, l’erborista che ha prodotto le creme agli oli trascurabili.

Armando Gonzalez, entrato nel Guinness dei primati come l’uomo meno interessato al Guinness dei primati.

Bino Paoletti, inventore del ciclicio, la bicicletta per cattolici penitenti che dà l’effetto Cima Coppi anche in discesa e il sellino ti scortica il perineo.

Amelia Rufus Taylor, fondatrice della Fiera dei Fieri, in cui si incontravano le persone più orgogliose del mondo, la cui organizzatrice era fiera della fiera. Venne fatto un tentativo anche con la Fiera delle Fiere, ma finì con un leopardo che sbranò una partecipante tutta d’un pezzo (e dunque pesantemente malformata).

Antonio Mastrogiuseppe, membro del Comitato Olimpico che propose per le gare di tiro con l’arco storico di sostituire i noti bersagli a forma di animali con quelli a forma di minoranze etniche.

Ivan Durant, campione di sport postremi, come il Bungee jumping senza bungee, il Paraplegipendio o la Roulette russa con sei colpi.

Aleandra Maryana Bernadova, spogliarellista per non vedenti.

Armin Andreas Von Rotenburg, degustatore di sommelier, cannibale dal palato fino.

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Cunnus dolor est

Posted by sdrammaturgo su 16 aprile 2012

Assioma di Gianvincenzo Claudini:

Dato un insieme X di elementi incongruenti diretti
in moto uniforme da un punto A a un punto B approssimativo,
la più figa sarà la prima ad andarsene.

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Può capitare che un esemplare di umano maschio etero si ritrovi una sera in un gruppo di sole donne, amiche e colleghe della propria amica d’infanzia.
Tra di loro c’è lei, l’amica d’infanzia dell’amica d’infanzia: molto abbiente, di famiglia facoltosa, giovanissima artista in ascesa che vive tra Roma e New York e ha già esposto alla Biennale, culo antigravitazionale, poppe monumentali, labbra che impongono all’immaginazione una raffica di fellatio frenetiche, antico sogno erotico del soggetto maschio etero in questione.
Ella è indiscutibilmente la più figa del branco.
«Vieni con noi in pizzeria?»
«Grazie, ma preferisco andare dalla gente che conta»
Deve raggiungere una congrega di pari rango in un locale lussuoso tra cui c’è un tale che sai, è stato così carino a curare il mio catalogo, dai, venite anche voi con me, tanto ce li avete venticinque euro per un bicchiere di gassosa, no?
Cioè, non è che deve, ma è meglio.
Se sei bella, ricca e in carriera, la legge di natura vuole che tu non possa stare allo stesso tavolo a cui siedo anche io: sarebbe per te uno svilimento sociale.
Senza contare che è anche alta ed io sono basso, ed etologia vuole che una figa alta tenda a non trombare con un uomo più basso di lei. È una questione di prestigio.
Se sei basso, devi riempire con qualità umane ed intellettive quei quindici centimetri mancanti per fare in modo che il suo Super-Io trovi valide giustificazioni per quel pompino.
Ma se lei è pure una donna di successo, non basta neanche quello: o la superi nella scala sociale, o niente, nemmeno se sei membro del Mensa. E a dire il vero ho sempre pensato che l’unico criterio di selezione per essere ammessi al Mensa dovrebbe essere quello di non voler entrare a far parte del Mensa. Un club degli intelligenti non mi pare una cosa intelligente.
D’altronde uomini e donne hanno esigenze diverse.
La differenza tra uomo e donna è che l’uomo dà la droga per avere la figa, la donna dà la figa per avere la droga.

Dovrebbe essere illegale essere così figa in pubblico. Se esci e la dai a tutti quelli che te la chiedono, mi sta bene. Altrimenti stai a casa. Non puoi venire a suscitare impunemente a dei pover’uomini una mole insostenibile di brame destinate a rimanere insoddisfatte.
Mica devi scopare con tutti lo stesso giorno, eh, ci mancherebbe. Sarebbe impossibile. Va bene anche un registro di prenotazioni.
«Vediamo vediamo… Il 25 agosto 2028 va bene?»
«Alla grande!»
Ti concedo perfino di fare della selezione. Capisco bene che non puoi darla proprio a tutti-tutti. Niente sporchi, fetidi, orribili. Quindi a me puoi darla, che diamine.
Come ci insegnano Epicuro e Siddharta Gautama, il desiderio è fonte di sofferenza. La figa è fonte di desiderio. Dunque la figa è fonte di sofferenza. Quindi se esci causandomi turbamento gratuito, sei sadica. Pertanto ti odio. Odio tutte le donne di bell’aspetto che si frappongono tra l’orizzonte e la mia vista e non me la danno.
Le donne ignorano che condanna sia il testosterone.
Tu esci e sei tutto tranquillo. Vai a fare due passi e la vita ti sorride. Il sole splende e gli uccellini cinguettano. Sei sereno e spensierato, il male non esiste, l’esistenza è il paradiso terrestre. Poi ti passa davanti una figa. Giornata rovinata. La vuoi, al più presto, adesso, subito. Devi scoparci entro cinque minuti, altrimenti la cupidigia ti strazierà l’anima e le carni. Sai che non è possibile. Ti deprimi. Giri lo sguardo per non vederla più e ti affretti a passare oltre sforzandoti di dimenticarla, anche se in cuor tuo sai che non ci riuscirai. Ma ce n’è un’altra. E un’altra. E un’altra ancora. Dovunque, in ogni direzione, sempre, senza scampo, senza tregua. Non c’è pace. Il mondo è pieno di figa, e tu vuoi scopartele tutte. Torni a casa disperato. Un plumbeo senso di frustrazione grava ormai su di te. Ora sai cos’è l’irraggiungibilità. E sai che non te ne libererai mai più. Fino alla morte.
L’ho capito anni fa. Stavo insieme ad una ragazza molto bella, arguta e piacevolissima, a letto una professionista tale da farti ridimensionare l’intera cinematografia porno, sessualmente vorace come neanche se lei avesse il cancro e il pene fosse la cura.
Avevo passato la notte da lei tra una moltitudine di amplessi furibondi. La mattina dopo uscii, spossato ed appagato. Non avevo bisogno di nient’altro. Non sarei riuscito ad avere un’altra erezione per almeno due giorni. Volevo solo andare a casa, distendermi sul letto, guardare un film, oppure sì, finire finalmente quel libro. Era un testo impegnativo, richiedeva concentrazione e quello era il momento giusto, visto che la mia mente era completamente sgombra e placida. Non chiedevo più niente dall’esistenza. Chiusi il cancelletto, mi voltai, passò una ragazza.
“Madonna che figa! Quanto vorrei scoparci immediatamente!”
Se non fossero esistite le donne, avrei scoperto tre nuove galassie, composto diciotto sinfonie, imparato l’aramaico, redatto un poema allegorico in trimetro giambico scazonte sulle civiltà preincaiche, formulato un nuovo teorema sui numeri integrali, decifrato la Lineare A.

La figa è dolore perché ti costringe a fare i conti con la vita.
La figa è un’allegoria della vita.
Ma che cos’è la vita?
Ricordate quando eravate a quella festa piena di modelle e poi a un certo punto diciotto di loro hanno voluto fare un’orgia con voi e mentre leccavate tre brasiliane, due svedesi si contendevano il vostro cazzo e poi è successa quella cosa buffissima di quelle cinque tettone che si sono messe a pomiciare con quelle ballerine dalle chiappe marmoree sorridendovi maliziose per attirare il vostro sguardo e alla fine l’asian, la ebony e la teen brunette si sono fatte largo per essere irrigate dal vostro schizzo? No? Perché non è mai successo. Ecco, questa è la vita.
La vita è una rosetta del giorno prima.
Uno investe così tanto nella vita, e poi alla fine muore.
La vita è un business in perdita.

La seconda classificata se ne va per un motivo ancor più atroce.
«Ho l’ultima lezione del corso»
«Che corso?»
«Corso prematrimoniale»
«Eh?!»
«Eh sì, si sposa a luglio»
Il grigiore mi ha sopraffatto. C’è chi non vede l’ora di garantirsi un futuro di merda.
«Ciao raga, vado a smettere di vivere!»
Quale istituzione più arcaica del matrimonio? Vedere gente che continua a sposarsi nel 2012 mi fa l’effetto che mi farebbe vedere uno che parcheggia la carrozza fuori dal supermercato, o incontrare un sostenitore del geocentrismo tolemaico.
«Domani mi sposo!»
«Ma dai?! Congratulazioni! Oh, mi raccomando, poi fammi vedere i dagherrotipi, eh! Se il valvassore me lo consentirà, ti farò recapitare una pergamena di auguri dal misso dominico. Ora scusami, devo andare a scheggiare una selce»
In fondo li capisco quelli che si sposano: vogliono coronare il loro sogno d’amore come in un film. La notte dei morti conviventi.
La terza se ne va perché è in macchina con la seconda.
La quarta se ne va perché è amica della seconda e della terza.
La quinta se ne va perché non vuole sentirsi da meno.
In un colpo solo, perse le tre fighe da zona Champions e le due da Europa League. Rimangono solo le femmine da campionato senza sussulti e quelle a rischio retrocessione.

Invidio le genti del passato. Un tempo si chiamava filtro d’amore. Oggi si chiama Roipnol. Rischi la galera.
E così vedi lei, La Più Figa, che si allontana inesorabilmente, e sale uno sconforto opprimente, e con esso il livore, e vorresti convocare tutte le fighe del pianeta e tenere per loro una seria lezione di scienze affinché comprendano la realtà fuor di illusione:

Donne, non piacete a me: piacete al mio testosterone. Quindi non state tanto a fare le fighe.
C’è una sostanza chimica disciolta nel mio organismo che si attiva quando il mio cervello riceve degli impulsi visivi e olfattivi in presenza di un agglomerato organico verso cui la natura ha stabilito io debba essere attirato attraverso l’istinto di riproduzione ai fini della conservazione della specie.
Tutto qui. Non siete belle, non siete affascinanti, non siete sensuali, non siete speciali. Perlomeno non più di quanto lo sia una melanzana. In presenza di una melanzana, il mio cervello riceve degli impulsi visivi e olfattivi atti a stimolare il mio istinto di autoconservazione che sollecita il mio organismo ad alimentarsi con l’oggetto percepito per non morire.
Pensateci la prossima volta che un ragazzo ci prova con voi e ve la tirate tra il lusingato e  l’infastidito sentendovi splendide: siete  delle melanzane. Quella che pensavate essere seduzione è solo biologia.
Quantomeno io non mi faccio mai illusioni quando una ragazza è attratta da me: lo so bene che in fondo sta solo cercando riparo dai predatori.

Chi dice: «Non siamo animali» è digiuno di biologia.

C’è invero da aggiungere che le donne sanno sia farmi venire che farmi passare la voglia di scopare. Le stesse donne, intendo.
Ad esempio, ne conosco alcune che hanno girato il mondo, sono entrate in contatto con popoli e culture diverse, parlano tante lingue, hanno vissuto fino in fondo, scoperto aspetti dell’umanità ignoti ai più, imparato tante cose, ma non hanno ancora capito che il metal è una cazzata.
Ho saputo anche che c’è una musicista che suona i capelli. Sul serio. Li ha lunghi fino al ginocchio, tiene davanti a sé una tavola su cui ha incollato dei campanellini che sfiora con i capelli ondeggiando la testa.
Ah, i bei vecchi tempi in cui ci si limitava ad imitare le pernacchie con la mano sotto l’ascella…

Che poi uno nella vita si trattiene, un po’ per timore, un po’ per cautela, un po’ per insicurezza, ché il giudizio degli altri pesa. E allora si cerca l’approvazione, si tace per quieto vivere, i propri veri pensieri non vengono espressi, e anzi sono ricacciati, rifiutati, inghiottiti. Ecco, sì, insomma, si tituba e ci si censura, si cerca anche di credere che certe cose non le si pensa davvero, si diventa incerti delle proprie stesse percezioni, “ma io la vedo davvero così?”, si dubita delle proprie convinzioni, che eppure appaiono logiche e manifeste, eppure no, non vanno bene, perché non vanno bene agli altri, ai più, quindi forse non vanno bene, non possono andare bene, non devono andare bene, “non possono avere tutti torto, quindi avrò torto io, perché se tutti la pensano così, significa che hanno ragione e le cose stanno in questo modo, perciò assumerò le loro opinioni, o almeno ci proverò, o fingerò”. Ma arriva il momento in cui bisogna farsi coraggio, l’integrità deve prevalere e la verità essere affermata anche a costo della propria convenienza e del proprio personale vantaggio, quindi ora basta, lo dico, e che mi si deprechi pure, non me ne fregherà niente del vostro giudizio: Audrey Hepburn è la figa più sopravvalutata della Storia! Non arrapa per niente!
Oh, e che cavolo. Qualcuno doveva pur dirlo.
Puff. Mi sento più leggero, mi sono tolto un peso dalla coscienza.

Chiamatemi romantico, chiamatemi sognatore, ma io per una pompa da una sedicenne venderei mia madre.

 

 

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Il ladrone

Posted by sdrammaturgo su 6 aprile 2012

Beati i perseguitati per causa della giustizia
rinchiusi in un sotterraneo umido e presi a bastonate senza requie
mentre starnutiscono per il freddo essendo ignudi su sassi appuntiti
che alla prima pausa pensano finito e invece macché e giù un’altra legnata
vituperati da pingui sudaticci con l’alito cattivo che si mettono le dita nel naso
e poi gettati a testa in giù nel letame di un vecchio lebbroso
che ha precedentemente mangiato spine e chiodi.
Beati gli afflitti, gli umiliati, gli insultati, i malati,
i massacrati, gli squartati, gli spellati vivi messi sotto sale,
i precipitati da una rupe rimasti paralizzati.
Perché non si sa, ma voi fidatevi.

GESÙ CRISTO

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In quel tempo c’erano i ricchi e c’erano i poveri, e i ricchi conducevano una vita agiata, mentre per i poveri era fatica dura, costretti a lavorare col sudore della fronte per paghe insufficienti, e i governanti richiedevano tributi sempre più esosi e se i poveri non riuscivano a pagare veniva loro requisita la casa ed ogni altro loro pur misero bene, e quasi sempre i poveri aggravavano la loro situazione unendosi in matrimonio e generando nuove bocche da sfamare destinate alle medesime sofferenze dei loro poco accorti genitori, i quali erano costretti a maggiori travagli e taciturna obbedienza, schiavizzati non solo dal padrone ma anche dalla responsabilità ch’essi avevano nei confronti della prole.
Tal sorte era toccata ad un modesto legnaiuolo, che alla sfortuna d’esser nato povero aveva aggiunto l’errore della procreazione.
Non bastando quattro ciocchi a nutrire moglie e figli, strozzato dalle tasse dell’impero, s’era perciò fatto ladro, invero senza ingegno e neanche troppa vocazione, purtuttavia con una qualche abilità.
Dacché s’era messo a taglieggiare opulenti viandanti – e talvolta, a dirla tutta, assai meno eroicamente, pur anche pellegrini assai meno danarosi, ché alla fame basta il qualcosa – sulla tavola della sua casa – si badi bene, sempre umile – quantomeno da mangiare non mancava. Certo s’era ben lungi dall’esser Epulone, ma nemmeno s’era più Lazzaro – come si diceva in una parabola raccontata da un predicatore di cui si faceva un gran parlare e che era già entrata nel patrimonio delle narrazioni popolari.
Accadde un giorno che ci scappò il morto. In verità, quando questi cominciò a scappare, era ancora vivo. Fu solo in seguito, dopo essere stato raggiunto, che divenne morto.
Il novello ladro, ormai dignitosamente esperto, era sempre stato accorto a non farsi trovare dalla volontà né dalla necessità d’ammazzare, acquattato come se ne stava verso sera tra gli arbusti che ornavano d’aridità una delle strade secondarie che menavano a Gerusalemme. Di botte, quelle sì, capitava che ne desse, se doveva. Ma la morte riusciva sempre a tenerla lontana dalle mani e farla proseguire, non visto, verso la città oppure altrove o insomma dovunque, come da consuetudine, un poco per indole, un poco per cautela, ché i padri lo insegnavano che il sangue ricade su chi lo versa e sui suoi figli e sui figli dei suoi figli e via su tutta la stirpe per millenni fino all’eternità, poiché il delitto offende il Signore, salvo quando da lui espressamente richiesto. E il Signore, lo sapevano tutti, era uno che le cose se le lega all’infinità dello spirito.
La morte non era affar suo né roba per lui né il suo mestiere.
E però una volta gli piombò nel destino a guastare il magro benessere che s’era con onesta delinquenza guadagnato, perché la sventura ritrova sempre la strada di casa.
Capitò infatti che, appostatosi com’era suo costume al precipitar del sole, che si dileguava sazio delle miserie umane a cui era costretto ad assistere ogni giorno e senza scampo per voler divino (e forse per questo si vendicava bruciando con tanta ostilità), si mise ad aspettare qualche passante sciagurato, che, puntuale come solo le disgrazie sanno essere, finiva sempre per passare e, dopo l’agguato, di lì in poi, di passare. Giacché è in fondo il passare l’origine d’ogni male: si vien dal nulla del voler di Dio, si va verso il nulla chiamato Dio e in mezzo si passa per la vita, e son dolori. Nella stasi non si corre alcun rischio, poiché chi non corre non inciampa, e dunque fermi nella pre-vita,  confissi nel non-esistere, stanti nel non-stare, non ci son ratti, non ci son percosse e nessuna avversità.
Imparavano tutto ciò a loro spese coloro che subivano l’aggressione e, memori della disavventura, non s’avventuravano più per quella via e per nessun’altra. Il timido brigante invece sapeva già tutto, benché non ne fosse cosciente appieno. Per questo s’era messo dall’altra parte, da quella di chi sta  immoto e attacca, senz’altro più al sicuro di chi cammina e deve difendersi. Prendere esempio dall’immobile pugnace Signore degli eserciti conveniva, questo aveva capito. La Storia dimostrava che quello era un modello vincente. L’uman ramingo, molto meno.
Nonostante ciò, affanno e pericolo costava ogni tozzo di pane. L’Iddio aveva mantenuto la parola data ad Adamo e la terra non lesinava angosce e tormenti, sia che si arasse, sia che si depredasse.
Certo, non per tutti. I malnati, appunto, erano tali. Ma per alcuni la nascita non era stata poi questa sciagura. Per pochi privilegiati addirittura un piacere. Anche a loro toccavano ambasce, avversità, malattia e morte. Ma meno.
Lavorava da solo, era solito attendere un viandante altrettanto privo di scorta – più per calcolo che per lealtà – e sorprenderlo alle spalle, un braccio intorno al collo, sguainando un coltellaccio male affilato, ché tanto di fronte alle minacce nessuno si mette a questionare sull’usura dei metalli. Un pezzo di ramo di quercia infilato nella cintola, nel caso in cui occorresse ammorbidire l’orgoglio del malcapitato, infine una rapida fuga col bottino, senza star neppure a controllare quanto e cosa aveva arraffato.
Quella volta però a passare non fu un piccolo mercante con la borsa mezza vuota di monete, né un pastore con la bisaccia mezza piena di burro stantio. O forse fu uno dei due, ma di certo più cocciuto di quelli a cui era abituato, dal momento che quegli, assestando una gomitata allo stomaco del rapinatore, si divincolò e prese a correre. Subito il ladruncolo lo inseguì, e la povertà lo avvantaggiò nella velocità, non avendo, a differenza dell’altro, una pancia gonfia a fargli peso. Ne seguì un disordinato ammonticchiarsi di membra e, senza che nessuno dei due capisse come, la lama arrugginita si ritrovò piantata nella gola del più lento.
L’impreparato assassino strappò il borsello dal corpo esanime e scappò senza star troppo a pensare. Ebbe tutto il tempo dopo di impaurirsi e provar qualche rimorso; neanche troppi, a dire il vero, perché sapeva che poteva succedere, prima o poi. Si trattava di un inconveniente del mestiere.
Prima di rientrare dalla sua famiglia, si fermò sotto un albero biforcuto per contare allo svogliato lumicino d’una luna pudica i frutti della nottata. Meno di trenta denari, ad occhio e croce. Non un granché per condannare l’intera sua genia, ma ormai era fatta. Si riparassero in qualche modo i suoi discendenti dal diluvio rosso. Magari prima o poi l’Onnipotente si sarebbe ammansito con l’età.
Per ora però era giovane e brioso, altrimenti non si spiega come avesse potuto permettere che un arcigno cittadino romano con qualche soldo addosso passasse da solo di notte per una carrareccia malsicura.
Uccidere un giudeo, un siriaco, un esseno, era grave, ma ci si passava sopra.
Ma un cittadino romano, era un crimine che richiamava l’ira di Cesare, ben peggiore dell’ira di Dio.
La voce del reato si sparse e in poche settimane s’era ingigantita a dismisura e fuori controllo, ovver sapientemente controllata da chi intendeva coprire la crescente risonanza che quel dispensatore di  storielle esemplari, mezzo mago e bestemmiatore, mitomane al punto da dichiararsi re e financo figlio di Dio, andava via via ottenendo, con preoccupazione tanto del Sinedrio quanto della Prefettura. Una sordida vicenda di malavita e romani sgozzati avrebbe possibilmente appassionato la gente più di miracolose guarigioni e promesse di paradiso.
In giro per la città e persino non di poco fuori le mura, quell’omicida più per caso che per capacità era diventato un demonio che appendeva le donne per i talloni, ne tagliava i seni e amava bere il sangue dei bambini.
L’interessato sentiva e taceva, spaventato più dalla fama che dal giudizio.
Sapeva che i soldati battevano ogni casa sospetta e per questo s’era disfatto del bottino, nascondendolo sotto una pietra nelle vicinanze della sua dimora cadente.
Ma i pargoli, si sa, sono curiosi, e nottetempo, il più piccolo, fanciullo non più infante e non ancora ragazzo, vagando per la casa senza sonno, aveva trovato il sacchetto prima che il padre potesse occultarlo, lo aveva aperto, ne aveva estratto un paio di pezzi e li aveva tenuti per sé, ammirato dal tesoro.
Amava così tanto giocarci, chissà come, che, con naturale ingenuità, non s’avvide un giorno dello sguardo sospettoso d’un pretoriano di passaggio nei pressi dell’abitazione del legnaiuolo.
«Dove hai preso quelle monete?»
Mal s’abbinavano infatti con quella baracca.
Il ragazzino seppe dare come unica risposta una fuga vana, ritrovandosi presto con le mani possenti del soldato a strizzargli il braccio.
«Abiti qui?»
«Sì.»
«Chi è tuo padre?»
La madre corse fuori, corsero fuori i fratelli e le sorelle. L’unico che non corse fuori fu il padre. Si trovava altrove, a far legna, e quando tornò trovò una moglie spossata da un interrogatorio poco gentile ed un drappello di pretoriani pronti a non mantenere la promessa di clemenza in caso di confessione.
La sua cattura non ebbe l’eco che ci si aspettava, dal momento che poche ore dopo venne arrestato il folle profeta.
Certo, c’erano infanticidi e cannibalismo e mostruosità d’ogni fantasia da punire, ma ciò non bastò ad oscurare le parole di chi si diceva capace di distruggere il tempio e ricostruirlo in tre giorni. Un muratore portentoso che risuscita edifici e morti non poteva avere rivali in clamore.
Fu notte e di nuovo giorno.
La flagellazione fu tanto aspra che quasi ne morì. Gli ossi delle fruste si conficcavano nella carne che quasi parevano voler tirar via le ossa sue. Eppure gli addetti furono piuttosto sbrigativi: c’era un prigioniero ben più importante da fustigare.
Di tronchi ne aveva trasportati parecchi, ma quello gli parve insostenibile.
Fiaccato dal flagello, piagato, sanguinante e già putrescente, con i polsi perforati da lunghi chiodi e il martello che gli rimbombava ancora tra i denti, un cartello appeso al collo ad elencar le infamie, dovette avviarsi per una processione di gran lunga più solenne della pubblica esposizione che ogni condannato si attendeva.
C’erano i militi schierati con le insegne dell’Impero, una folla assordante come se tutta la città si fosse riversata nelle strade a veder sfilare i malfattori, un altro corpo martoriato come il suo e quel prigioniero eccellente. Ecco chi era dunque quel tale di cui aveva tanto sentito parlare con aneddoti mirabolanti. A vederlo ora, non sembrava poi tanto diverso da un comune condannato, a parte un manto color porpora ed una strana corona di spine. Eppure tutti gli occhi sembravano puntati su di lui. Tutti tranne quelli della moglie e dei figli del legnaiuolo, che seguivano il percorso con i passi smarriti nella disperazione, la voce straziata dalle grida, i volti devastati dal pianto.
Il legnaiuolo cadde di faccia, spaccandosi lo zigomo, nessuno vi badò, e fu in quel momento che incrociò lo sguardo del figlioletto in lacrime, colpevole, che fissando negli occhi il padre gli chiedeva perdono senza voce, per averlo fatto scoprire, per aver avuto bisogno di mangiare, per esser nato. Il padre si risollevò sulle ginocchia e gli sorrise, come a volergli sussurrare: «Non è stata colpa tua: è la vita.»
E ripartì.
Se il figlio si sentì rinfrancato, nessuno lo seppe mai. Ma è più probabile un secco no.
Giunsero sul monte nel primo pomeriggio e vennero issati sui pali, il predicatore al centro, gli altri due ai lati.
La folla si era diradata. Ai piedi delle croci rimanevano solo i famigliari, qualche indefesso spettatore e gli armigeri. Uno di essi si preoccupò di spezzare le gambe ai ladri, ché era meglio affrettarne il decesso in quel subbuglio. Le tibie del predicatore furono invece risparmiate.
Il legnaiuolo non comprese una simile disparità di trattamento, ma non ebbe modo di rifletterci su, distratto com’era dal dolore delle gambe spezzate, dal corpo che gravava sulle braccia inchiodate e sembrava volerle strappare, dalle costole lì lì per frantumarsi, dai polmoni che parevano riempiti di sassi, dal respiro che lo strangolava.
Sentì alcuni alzare la voce all’indirizzo del predicatore: «Ha salvato altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto. Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso.»
Gli parve una buona idea.
Boccheggiando, con fatica si rivolse al vicino volgendo per quanto possibile il capo a destra: «Non sei tu il Cristo? Hai compiuto miracoli, dici di essere il figlio di Dio, scendi dunque dalla croce, salva te stesso e anche noi!»
Ci sperava, stremato com’era da quell’insopportabile supplizio. E gli sembrava ragionevole: smettere di soffocare, liberarsi, tornare dai propri cari, morire in vecchiaia, in quiete, in un letto.
A rispondergli fu l’altro ladro: «Neanche tu hai timore di Dio, tu che sei dannato alla stessa pena? Noi giustamente veniamo puniti, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni. Egli invece non ha fatto nulla di male.»
Provò a ribattere al rimprovero mormorando: «Non credo che abbiamo commesso nefandezze così grandi da meritare tutto questo. Abbiamo rubato per fame, io ho ucciso per sbaglio. Paghiamo un fato malevolo.»
Ma nessuno poté udirlo, perché la sua voce priva d’aria era ormai ridotta ad un flebile rantolo.
Se Dio avesse avuto una faccia, avrebbe fatto qualcosa di somigliante ad un ghigno.
L’altro crocifisso proseguì, rivolgendosi a colui che pur nei patimenti appariva in pace: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno.»
«In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso.»
Il terzo, udito ciò, pensò: “Insomma m’aspetta pure un altro inferno.”
E senza dire questo, spirò.

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