Beati i poveri, perché moriranno prima

Il ladrone

Posted by sdrammaturgo su 6 aprile 2012

Beati i perseguitati per causa della giustizia
rinchiusi in un sotterraneo umido e presi a bastonate senza requie
mentre starnutiscono per il freddo essendo ignudi su sassi appuntiti
che alla prima pausa pensano finito e invece macché e giù un’altra legnata
vituperati da pingui sudaticci con l’alito cattivo che si mettono le dita nel naso
e poi gettati a testa in giù nel letame di un vecchio lebbroso
che ha precedentemente mangiato spine e chiodi.
Beati gli afflitti, gli umiliati, gli insultati, i malati,
i massacrati, gli squartati, gli spellati vivi messi sotto sale,
i precipitati da una rupe rimasti paralizzati.
Perché non si sa, ma voi fidatevi.

GESÙ CRISTO

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In quel tempo c’erano i ricchi e c’erano i poveri, e i ricchi conducevano una vita agiata, mentre per i poveri era fatica dura, costretti a lavorare col sudore della fronte per paghe insufficienti, e i governanti richiedevano tributi sempre più esosi e se i poveri non riuscivano a pagare veniva loro requisita la casa ed ogni altro loro pur misero bene, e quasi sempre i poveri aggravavano la loro situazione unendosi in matrimonio e generando nuove bocche da sfamare destinate alle medesime sofferenze dei loro poco accorti genitori, i quali erano costretti a maggiori travagli e taciturna obbedienza, schiavizzati non solo dal padrone ma anche dalla responsabilità ch’essi avevano nei confronti della prole.
Tal sorte era toccata ad un modesto legnaiuolo, che alla sfortuna d’esser nato povero aveva aggiunto l’errore della procreazione.
Non bastando quattro ciocchi a nutrire moglie e figli, strozzato dalle tasse dell’impero, s’era perciò fatto ladro, invero senza ingegno e neanche troppa vocazione, purtuttavia con una qualche abilità.
Dacché s’era messo a taglieggiare opulenti viandanti – e talvolta, a dirla tutta, assai meno eroicamente, pur anche pellegrini assai meno danarosi, ché alla fame basta il qualcosa – sulla tavola della sua casa – si badi bene, sempre umile – quantomeno da mangiare non mancava. Certo s’era ben lungi dall’esser Epulone, ma nemmeno s’era più Lazzaro – come si diceva in una parabola raccontata da un predicatore di cui si faceva un gran parlare e che era già entrata nel patrimonio delle narrazioni popolari.
Accadde un giorno che ci scappò il morto. In verità, quando questi cominciò a scappare, era ancora vivo. Fu solo in seguito, dopo essere stato raggiunto, che divenne morto.
Il novello ladro, ormai dignitosamente esperto, era sempre stato accorto a non farsi trovare dalla volontà né dalla necessità d’ammazzare, acquattato come se ne stava verso sera tra gli arbusti che ornavano d’aridità una delle strade secondarie che menavano a Gerusalemme. Di botte, quelle sì, capitava che ne desse, se doveva. Ma la morte riusciva sempre a tenerla lontana dalle mani e farla proseguire, non visto, verso la città oppure altrove o insomma dovunque, come da consuetudine, un poco per indole, un poco per cautela, ché i padri lo insegnavano che il sangue ricade su chi lo versa e sui suoi figli e sui figli dei suoi figli e via su tutta la stirpe per millenni fino all’eternità, poiché il delitto offende il Signore, salvo quando da lui espressamente richiesto. E il Signore, lo sapevano tutti, era uno che le cose se le lega all’infinità dello spirito.
La morte non era affar suo né roba per lui né il suo mestiere.
E però una volta gli piombò nel destino a guastare il magro benessere che s’era con onesta delinquenza guadagnato, perché la sventura ritrova sempre la strada di casa.
Capitò infatti che, appostatosi com’era suo costume al precipitar del sole, che si dileguava sazio delle miserie umane a cui era costretto ad assistere ogni giorno e senza scampo per voler divino (e forse per questo si vendicava bruciando con tanta ostilità), si mise ad aspettare qualche passante sciagurato, che, puntuale come solo le disgrazie sanno essere, finiva sempre per passare e, dopo l’agguato, di lì in poi, di passare. Giacché è in fondo il passare l’origine d’ogni male: si vien dal nulla del voler di Dio, si va verso il nulla chiamato Dio e in mezzo si passa per la vita, e son dolori. Nella stasi non si corre alcun rischio, poiché chi non corre non inciampa, e dunque fermi nella pre-vita,  confissi nel non-esistere, stanti nel non-stare, non ci son ratti, non ci son percosse e nessuna avversità.
Imparavano tutto ciò a loro spese coloro che subivano l’aggressione e, memori della disavventura, non s’avventuravano più per quella via e per nessun’altra. Il timido brigante invece sapeva già tutto, benché non ne fosse cosciente appieno. Per questo s’era messo dall’altra parte, da quella di chi sta  immoto e attacca, senz’altro più al sicuro di chi cammina e deve difendersi. Prendere esempio dall’immobile pugnace Signore degli eserciti conveniva, questo aveva capito. La Storia dimostrava che quello era un modello vincente. L’uman ramingo, molto meno.
Nonostante ciò, affanno e pericolo costava ogni tozzo di pane. L’Iddio aveva mantenuto la parola data ad Adamo e la terra non lesinava angosce e tormenti, sia che si arasse, sia che si depredasse.
Certo, non per tutti. I malnati, appunto, erano tali. Ma per alcuni la nascita non era stata poi questa sciagura. Per pochi privilegiati addirittura un piacere. Anche a loro toccavano ambasce, avversità, malattia e morte. Ma meno.
Lavorava da solo, era solito attendere un viandante altrettanto privo di scorta – più per calcolo che per lealtà – e sorprenderlo alle spalle, un braccio intorno al collo, sguainando un coltellaccio male affilato, ché tanto di fronte alle minacce nessuno si mette a questionare sull’usura dei metalli. Un pezzo di ramo di quercia infilato nella cintola, nel caso in cui occorresse ammorbidire l’orgoglio del malcapitato, infine una rapida fuga col bottino, senza star neppure a controllare quanto e cosa aveva arraffato.
Quella volta però a passare non fu un piccolo mercante con la borsa mezza vuota di monete, né un pastore con la bisaccia mezza piena di burro stantio. O forse fu uno dei due, ma di certo più cocciuto di quelli a cui era abituato, dal momento che quegli, assestando una gomitata allo stomaco del rapinatore, si divincolò e prese a correre. Subito il ladruncolo lo inseguì, e la povertà lo avvantaggiò nella velocità, non avendo, a differenza dell’altro, una pancia gonfia a fargli peso. Ne seguì un disordinato ammonticchiarsi di membra e, senza che nessuno dei due capisse come, la lama arrugginita si ritrovò piantata nella gola del più lento.
L’impreparato assassino strappò il borsello dal corpo esanime e scappò senza star troppo a pensare. Ebbe tutto il tempo dopo di impaurirsi e provar qualche rimorso; neanche troppi, a dire il vero, perché sapeva che poteva succedere, prima o poi. Si trattava di un inconveniente del mestiere.
Prima di rientrare dalla sua famiglia, si fermò sotto un albero biforcuto per contare allo svogliato lumicino d’una luna pudica i frutti della nottata. Meno di trenta denari, ad occhio e croce. Non un granché per condannare l’intera sua genia, ma ormai era fatta. Si riparassero in qualche modo i suoi discendenti dal diluvio rosso. Magari prima o poi l’Onnipotente si sarebbe ammansito con l’età.
Per ora però era giovane e brioso, altrimenti non si spiega come avesse potuto permettere che un arcigno cittadino romano con qualche soldo addosso passasse da solo di notte per una carrareccia malsicura.
Uccidere un giudeo, un siriaco, un esseno, era grave, ma ci si passava sopra.
Ma un cittadino romano, era un crimine che richiamava l’ira di Cesare, ben peggiore dell’ira di Dio.
La voce del reato si sparse e in poche settimane s’era ingigantita a dismisura e fuori controllo, ovver sapientemente controllata da chi intendeva coprire la crescente risonanza che quel dispensatore di  storielle esemplari, mezzo mago e bestemmiatore, mitomane al punto da dichiararsi re e financo figlio di Dio, andava via via ottenendo, con preoccupazione tanto del Sinedrio quanto della Prefettura. Una sordida vicenda di malavita e romani sgozzati avrebbe possibilmente appassionato la gente più di miracolose guarigioni e promesse di paradiso.
In giro per la città e persino non di poco fuori le mura, quell’omicida più per caso che per capacità era diventato un demonio che appendeva le donne per i talloni, ne tagliava i seni e amava bere il sangue dei bambini.
L’interessato sentiva e taceva, spaventato più dalla fama che dal giudizio.
Sapeva che i soldati battevano ogni casa sospetta e per questo s’era disfatto del bottino, nascondendolo sotto una pietra nelle vicinanze della sua dimora cadente.
Ma i pargoli, si sa, sono curiosi, e nottetempo, il più piccolo, fanciullo non più infante e non ancora ragazzo, vagando per la casa senza sonno, aveva trovato il sacchetto prima che il padre potesse occultarlo, lo aveva aperto, ne aveva estratto un paio di pezzi e li aveva tenuti per sé, ammirato dal tesoro.
Amava così tanto giocarci, chissà come, che, con naturale ingenuità, non s’avvide un giorno dello sguardo sospettoso d’un pretoriano di passaggio nei pressi dell’abitazione del legnaiuolo.
«Dove hai preso quelle monete?»
Mal s’abbinavano infatti con quella baracca.
Il ragazzino seppe dare come unica risposta una fuga vana, ritrovandosi presto con le mani possenti del soldato a strizzargli il braccio.
«Abiti qui?»
«Sì.»
«Chi è tuo padre?»
La madre corse fuori, corsero fuori i fratelli e le sorelle. L’unico che non corse fuori fu il padre. Si trovava altrove, a far legna, e quando tornò trovò una moglie spossata da un interrogatorio poco gentile ed un drappello di pretoriani pronti a non mantenere la promessa di clemenza in caso di confessione.
La sua cattura non ebbe l’eco che ci si aspettava, dal momento che poche ore dopo venne arrestato il folle profeta.
Certo, c’erano infanticidi e cannibalismo e mostruosità d’ogni fantasia da punire, ma ciò non bastò ad oscurare le parole di chi si diceva capace di distruggere il tempio e ricostruirlo in tre giorni. Un muratore portentoso che risuscita edifici e morti non poteva avere rivali in clamore.
Fu notte e di nuovo giorno.
La flagellazione fu tanto aspra che quasi ne morì. Gli ossi delle fruste si conficcavano nella carne che quasi parevano voler tirar via le ossa sue. Eppure gli addetti furono piuttosto sbrigativi: c’era un prigioniero ben più importante da fustigare.
Di tronchi ne aveva trasportati parecchi, ma quello gli parve insostenibile.
Fiaccato dal flagello, piagato, sanguinante e già putrescente, con i polsi perforati da lunghi chiodi e il martello che gli rimbombava ancora tra i denti, un cartello appeso al collo ad elencar le infamie, dovette avviarsi per una processione di gran lunga più solenne della pubblica esposizione che ogni condannato si attendeva.
C’erano i militi schierati con le insegne dell’Impero, una folla assordante come se tutta la città si fosse riversata nelle strade a veder sfilare i malfattori, un altro corpo martoriato come il suo e quel prigioniero eccellente. Ecco chi era dunque quel tale di cui aveva tanto sentito parlare con aneddoti mirabolanti. A vederlo ora, non sembrava poi tanto diverso da un comune condannato, a parte un manto color porpora ed una strana corona di spine. Eppure tutti gli occhi sembravano puntati su di lui. Tutti tranne quelli della moglie e dei figli del legnaiuolo, che seguivano il percorso con i passi smarriti nella disperazione, la voce straziata dalle grida, i volti devastati dal pianto.
Il legnaiuolo cadde di faccia, spaccandosi lo zigomo, nessuno vi badò, e fu in quel momento che incrociò lo sguardo del figlioletto in lacrime, colpevole, che fissando negli occhi il padre gli chiedeva perdono senza voce, per averlo fatto scoprire, per aver avuto bisogno di mangiare, per esser nato. Il padre si risollevò sulle ginocchia e gli sorrise, come a volergli sussurrare: «Non è stata colpa tua: è la vita.»
E ripartì.
Se il figlio si sentì rinfrancato, nessuno lo seppe mai. Ma è più probabile un secco no.
Giunsero sul monte nel primo pomeriggio e vennero issati sui pali, il predicatore al centro, gli altri due ai lati.
La folla si era diradata. Ai piedi delle croci rimanevano solo i famigliari, qualche indefesso spettatore e gli armigeri. Uno di essi si preoccupò di spezzare le gambe ai ladri, ché era meglio affrettarne il decesso in quel subbuglio. Le tibie del predicatore furono invece risparmiate.
Il legnaiuolo non comprese una simile disparità di trattamento, ma non ebbe modo di rifletterci su, distratto com’era dal dolore delle gambe spezzate, dal corpo che gravava sulle braccia inchiodate e sembrava volerle strappare, dalle costole lì lì per frantumarsi, dai polmoni che parevano riempiti di sassi, dal respiro che lo strangolava.
Sentì alcuni alzare la voce all’indirizzo del predicatore: «Ha salvato altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto. Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso.»
Gli parve una buona idea.
Boccheggiando, con fatica si rivolse al vicino volgendo per quanto possibile il capo a destra: «Non sei tu il Cristo? Hai compiuto miracoli, dici di essere il figlio di Dio, scendi dunque dalla croce, salva te stesso e anche noi!»
Ci sperava, stremato com’era da quell’insopportabile supplizio. E gli sembrava ragionevole: smettere di soffocare, liberarsi, tornare dai propri cari, morire in vecchiaia, in quiete, in un letto.
A rispondergli fu l’altro ladro: «Neanche tu hai timore di Dio, tu che sei dannato alla stessa pena? Noi giustamente veniamo puniti, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni. Egli invece non ha fatto nulla di male.»
Provò a ribattere al rimprovero mormorando: «Non credo che abbiamo commesso nefandezze così grandi da meritare tutto questo. Abbiamo rubato per fame, io ho ucciso per sbaglio. Paghiamo un fato malevolo.»
Ma nessuno poté udirlo, perché la sua voce priva d’aria era ormai ridotta ad un flebile rantolo.
Se Dio avesse avuto una faccia, avrebbe fatto qualcosa di somigliante ad un ghigno.
L’altro crocifisso proseguì, rivolgendosi a colui che pur nei patimenti appariva in pace: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno.»
«In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso.»
Il terzo, udito ciò, pensò: “Insomma m’aspetta pure un altro inferno.”
E senza dire questo, spirò.

*

17 Risposte to “Il ladrone”

  1. Volpina said

    “In verità, quando questi cominciò a scappare, era ancora vivo”

    Sei impressionante.

    “ché tanto di fronte alle minacce nessuno si mette a questionare sull’usura dei metalli.”

    Questo è vero, lo posso garantire.

    Bellissimo, come al solito.

    • Una volta mi hanno rapinato a mani nude :-D

      • Volpina said

        Parli sul serio…?

        E qual è stata la loro reazione di fronte al meraviglioso portafogli dell’invicta?

      • Ero ad Evora, in Portogallo, su una panchina di un parco con lo zaino accanto. Si avvicina un energumeno e afferra lo zaino. Io lo trattengo per la maglietta, si gira verso di me e fa il gesto dei soldi con le dita con sguardo minaccioso. Al che mi dico: “Ho tre possibilità: mi metto a fare a botte e magari perdo e quello si porta via tutto lo zaino; mi metto a fare a botte e vinco, ma quello tira fuori un coltello; contratto la rapina”. Tiro fuori il portafoglio, estraggo venti euro, glieli do: “Ok?”. Ci pensa un attimo, annuisce, li prende e se ne va.
        L’Invicta non lo ha notato per niente. Non era il mio uomo ideale.

      • Volpina said

        Mi dispiace, sarà per il prossimo rapinatore allora…

    • ahahahah amo questo blog. e i commenti non sono meno belli dei pezzi che scrivi.

  2. Rita said

    Bella questa versione alternativa. Mi ha fatto venire in mente Il Vangelo secondo Gesù Cristo di Saramago. Lo hai letto?

    Che poi in effetti a quei du’ ladroni ‘na mano gliela poteva pure dà :-D

    • È tra i libri della mia vita.
      Fin da piccolo, ho sempre pensato che la richiesta del ladrone “cattivo” fosse perfettamente logica. E invece è passato pure per stronzo.

      • Volpina said

        Perchè nella bibbia si insegna l’ umil(stupidi)tà mentre, la strafott(intellig)enza è una cosa negativa.

      • Serena said

        Che magnifico regalo di Pasqua! Ma forse a Pasqua non si fanno i regali, vabbé. Pensa che mentre tu, da bimbo, giovin dissacratore, t’immedesimavi nella sorte del povero lignaiuolo, io, nel mio grembiulino bianco ricamato a punto croce – ma da grande mi sarei vendicata diventando lesbica – mi genuflettevo nella cappella delle figlie dell’oratorio suore Tondini, godendo segretamente della sorte del grande ladrùn, probabilmente anche negro, che osò mettere in dubbio la santissima podestà di nostro signore Gesu Cristo. Davvero, ero un piccolo mostriciattolo, me lo immaginavo a lanciare gridolini di dolore ghermito dalle fiamme dell’inferno. è tremendo quello che la religione può fare ai bambini, e non sono neppure sicura di essere guarita del tutto.

      • Altro che giovin dissacratore: da piccolo ho fatto tutto il cursus honorum di chierichetto, volevo farmi prete, andavo in giro con il libro “Signore insegnaci a pregare” e avevo come amico immaginario Gesù Cristo in persona. Ma la vicenda del ladrone mi lasciava sempre dubbioso. Dev’essere stato uno dei primi fattori che hanno iniziato a minare la mia fede. Quello decisivo è stata la figa: “Vorreste dirmi che trombare è sbagliato? Va be’, ciao, eh”. Avevo tredici anni, avevo fatto la mia prima pomiciata, toccato il primo culo e le prime tette e ricevuto la prima masturbazione manuale, e avevo trovato il tutto decisamente gradevole. Così dopo la cresima divenni ufficialmente ateo e antiteista.
        E comunque tu hai snobbato il racconto “Abramo” che è nettamente migliore di questo! Tsk. Non ti perdonerò mai: proprio tu! PROPRIO TU! Vatti a fidare delle filosofe.

      • Serena said

        Preferisco questo, ma è anche vero che lessi Abramo in un momento d’alta incazzatura: non arrivai all’ultima riga e mandai affanculo anche te. So di aggravare ulteriormente la mia posizione, ma assicuro che leggerò nuovamente: se davvero il racconto è migliore di questo, sono io che non mi perdonerò mai.

    • Bravo, chi ha sofferto per colpa delle religioni è il più titolato a parlarne. .
      Saluti

      • Quante noiose messe ho dovuto subire in vita mia. Ritardavano di un’ora abbondante la partita al campetto dell’oratorio. Anche questo in effetti ha concorso a far vacillare e poi distruggere la mia fede. Il calcio può essere salvifico.

  3. gran bel pezzo. davvero.

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