Beati i poveri, perché moriranno prima

La fallomorfosi

Posted by sdrammaturgo su 10 ottobre 2012

Una mattina, svegliandosi da sogni inquieti, Gregorio Sansoni si ritrovò con un cazzo enorme.
Lì per lì non ci fece caso: la solita erezione mattutina che gli arrivava sopra l’ombelico.
Sopra l’ombelico?!
Provò a fingere per qualche istante che fosse tutto normale, anche con una certa sicumera, dicendosi che sì, quello era il suo cazzo, era sempre stato grosso, non c’era niente di strano.
E invece no: lui un cazzo così non ce lo aveva mai avuto.
Nessuno ha mai il pene dell’esatta misura della media mondiale. È sempre un po’ più grande o un po’ più piccolo. Quello di Gregorio no: le sue dimensioni corrispondevano precisamente a quelle della media mondiale, sia in lunghezza che in larghezza, non un millimetro di differenza. Sembrava fosse stato realizzato sulla base delle rilevazioni statistiche. Gregorio incarnava l’idea platonica di Normodotato.
Il suo pene perfettamente medio era sempre stato del tutto insoddisfacente, uno di quei cazzi che le donne accolgono senza entusiasmo o particolare dispiacere, di cui nessuna avrebbe parlato alle amiche, né per decantarlo né per deriderlo. Un cazzo che si dimentica subito.
Il cazzo era l’emblema della sua condizione esistenziale.
Non era nato né al Nord del rigore e dell’emancipazione, né al Sud della passione e dell’arretratezza, bensì al Centro senza troppi disagi e senza slanci. Figlio di una famiglia né ricca né povera, padre ferroviere e madre impiegata alle Poste entrambi in pensione, aveva dato molte soddisfazioni ai propri genitori. E si sa: più soddisfazioni si danno ai propri genitori, meno si prendono per sé. Si era laureato senza affanno e senza gloria in economia e commercio e aveva trovato un modesto e tranquillo posto in banca, retribuito il giusto per potersi considerare classe media.
A scuola se l’era sempre cavata, uno studente diligente e per nulla brillante che prendeva sempre tra il sei e il sette e non si era mai sentito dire da qualche insegnante: “Puoi fare di più”, perché era chiaro a tutti che non avrebbe potuto fare di più. E neanche di meno.
Nessuna follia, nessun trionfo, nessuna caduta, nessun successo.
Né bello né brutto, a ben vedere non c’erano motivi per non dargliela. Ma non ce n’erano nemmeno per dargliela. Tuttavia, era riuscito ad avere un numero di rapporti sessuali sufficienti a non essere considerato un totale sfigato, ma non abbastanza da essere considerato uno che non ha problemi con le donne.
Era un uomo defascinante: non solo non era affascinante, ma riusciva a togliere fascino a tutto ciò che gli stava intorno.
Una vita ordinaria e ordinata, dunque, che non spiccava nemmeno per essere particolarmente ordinaria e ordinata, talmente media da passare completamente inosservata, una mediocrità di cui non ci si accorge.
Fino a quella mattina.
Balzò giù dal letto, si tolse le mutande da cui usciva il cazzone e si mise davanti allo specchio.
Trepidante e disorientato, cominciò a sudare ed ebbe quasi un mancamento per lo stupore, una sorta di attacco di sindrome di Stendhal, un astonishment burkeiano. Osservò con un misto di smarrimento e curiosità scientifica il suo nuovo pene, poi cominciò a studiarlo con attenzione, toccandolo esitante e timoroso; prima ne saggiò fugacemente la consistenza con la punta del dito indice; quindi si fece coraggio e lo afferrò, inizialmente con una sola mano, e successivamente, una volta a proprio agio, con entrambe.
Stette un po’ così, in piedi immobile davanti allo specchio con il gigantesco cazzo eretto tra le mani.
La voce della madre che bussava alla porta della camera lo scosse dal torpore.
«La colazione è pronta»
«Arrivo, un attimo»
Raccolse la lucidità e si gettò a frugare smaniosamente nei cassetti, finché non ne trasse un vecchio righello. Tornò quindi davanti allo specchio e se lo misurò.
Quaranta centimetri. Il glande grosso come un pugno.
Effettuò una nuova misurazione non appena fu tornato a riposo.
Ventinove centimetri.
Rocco Siffredi era divenuto celebre per i suoi ventitré centimetri, invidiato e ammirato da tutti.
John Holmes, con trentatré, era un essere mitologico.
Gregorio capì che da moscio aveva il cazzo più grosso di un superdotato, in erezione annichiliva il dio Priapo in persona.
Un fremito elettrico lo percorse.
Era forse quella la sensazione della vittoria? Non l’aveva mai provata.
Improvvisamente si ricordò di quand’era ragazzino.
Allora c’erano solo tre modi per essere rispettati: essere bravi a giocare a calcio, pestare tutti o avere il cazzo grosso. Avere il cazzo grosso dispensava perfino dalla fatica delle partite di pallone o dei trionfi nelle risse.
In età adulta le cose non erano cambiate granché: la bravura a calcio era stata sostituita dalla bravura a rimorchiare, pestare tutti era mutato nell’avere i soldi per permettersi l’eventuale sfizio di far pestare tutti, la questione del cazzo grosso era rimasta invariata.
Era la benedizione più grande.
E lui l’aveva ricevuta.
Era stato un miracolo. Forse un dio benevolo aveva voluto premiarlo per una vita misurata all’insegna della pacatezza.
E adesso che aveva il cazzo grosso, di quel dio poteva anche fare a meno.
«Farai tardi a lavoro!»
Non aveva più bisogno nemmeno della madre.
Il nuovo cazzo aveva infuso una nuova vitalità in quel figlio devoto. Aneliti di ribellione erano ormai entrati in circolo nel suo organismo dai testicoli grandi come plafoniere.
Si vestì in fretta e aprì la porta.
«Oggi non vado a lavoro»
La madre trasalì.
Gregorio andò in bagno a lavarsi.
Non si era mai sentito speciale. Mai, in niente. Allo specchio stentava a riconoscere la differenza tra se stesso e la mensola alle sue spalle.
Ma quella mattina, allo specchio vide un vero figo. Poi si accorse che era la finestra. In effetti il dirimpettaio era un gran bel ragazzo. Ma di sicuro non aveva quel cazzo. Oh, nossignore.
Avere il cazzo grosso è l’unico vero sogno di ogni uomo.
“Io ho il cazzo grosso” mette a tacere qualsiasi discussione. Si può dire di tutto a un uomo: “Non hai dignità, sei un buono a nulla, hai il cervello di una gallina, sei un fallito, con le donne sei negato”, ma se questi risponde: “Io ho il cazzo grosso”, ha vinto comunque, non c’è storia.
La ragione è sempre dalla parte di quello col cazzo grosso.
Un uomo bello, ricco, di successo, talentuoso, geniale, bravo a letto, rinuncerebbe a tutto questo solo per avere qualche centimetro di cazzo in più.
Un uomo preferirebbe perfino sentirsi dire da una donna: “Non voglio scopare con te, hai il cazzo troppo grosso, mi faresti male” piuttosto che scoparci effettivamente. Anzi, sarebbe per lui il maggior motivo di orgoglio e soddisfazione e se ne vanterebbe con gli amici.
La competizione fallica smaschera le velleità del pollice opponibile, inchiodando l’uomo alla verità biologista.
Gregorio sapeva di rappresentare la massima realizzazione dei desideri di ogni uomo.
Egli era il Maschio Alfa.
«Dice che oggi non andrà a lavoro» riferì la madre scossa e raggelata al marito, cui mai una volta il figlio aveva dato preoccupazioni.
Il padre sarebbe stato fiero del cazzo di Gregorio, ma come dirglielo?
Gregorio comparve in cucina e gli anziani genitori lo fissarono turbati. Così pieno d’energia non lo avevano mai visto. Dal suo sorriso scintillava una vorace voglia di vivere. Non andava per niente bene.
«Ciao, io esco, ho telefonato in ufficio, mi prendo un giorno»
La sua voce tuonava sicura e cristallina, del tutto diversa dal tono dimesso che aveva di solito.
«Va tutto bene?»
«Sì, ho parecchi giorni di ferie in arretrato, oggi volevo andare a fare alcuni giri»
Il padre scosse la testa sconsolato.
La madre precipitò in un silenzioso terrore.
Videro uscire il loro morigerato ragazzo con il borsone della palestra in spalla.
La situazione era questa: adesso aveva un cazzo disumano e non poteva certo sprecarlo.
L’occasione andava colta al volo e sfruttata. Se poi il cazzo fosse tornato alle vecchie dimensioni? Non c’era tempo da perdere.
E quale sarebbe potuta essere la prima tappa se non la palestra? Luogo in cui maschi di ogni estrazione sociale si incontrano per gareggiare con la propria prestanza, dissimulando gli intenti agonistici con disquisizioni su argomenti virili quali i malfunzionamenti della caldaia o il prezzo del tagliando dell’autovettura; novella agorà ove reputazioni possono impennarsi o sprofondare per due chili sul bilanciere o un’evidente impreparazione sul calendario del campionato, in cui alla proterva psicologia cade l’illusoria maschera di stampo antropocentrista e si mostra per la mera etologia che è, e ricco e povero non contano più, ma si torna a un primigenio stato di natura dove sono solo resistenza e forza fisica le virtù che qualificano un uomo e sanciscono le gerarchie tra gli esemplari del branco altrimenti detto consorzio umano.
Gregorio varcò l’entrata di quella savana urbanizzata e a passo d’homo sapiens sapiens raggiunse lo spogliatoio. Si cambiò, andò in sala pesi e si allenò rapidamente, con noncuranza, attendendo il momento giusto per andare a farsi la doccia.
Era quello a cui mirava davvero: le docce. Non già dar sfoggio di gagliardia atletica gli premeva, bensì imporre l’indiscutibile leadership del suo fenomenale arnese nel momento in cui si fossero trovati tutti nudi gli uni di fronte agli altri.
Allorché ebbe constatato il raggiungimento del picco di affollamento nelle docce, corse a spogliarsi e prendere posto sotto al getto d’acqua.
Immenso fu lo sbalordimento tra gli astanti.
Eppure lo conoscevano, lo avevano già visto. Come avevano potuto non notare mai cotanta spingarda?
Gregorio percepì nitidamente l’altrui stima nei suoi confronti crescere via via, salire vertiginosamente attraverso vari rapidissimi stadi racchiusi entro i brevi margini di fugaci occhiate, farsi gelosia, invidia, e poi ammirazione, contemplazione, quindi rispetto, timore, infine sudditanza.
Quel giorno, quando se ne andò, venne salutato da tutti con molta più deferenza del solito. L’ossequio riservatogli parlava chiaro: egli era ormai il capobranco, la guida, il re, e il suo cazzo era il bastone del comando, il pastorale, lo scettro.
Traboccante d’autostima, passò alla seconda fase, la più importante: le donne.
Non era mai stato un seduttore. In vita sua aveva ricevuto solo una volta una lunga lettera d’amore, una ragazza che con parole struggenti diceva di essere pazza di lui, che non faceva altro che pensare a lui notte e giorno, aveva composto poesie dedicate a lui e dipinto suoi ritratti, lo desiderava con tutta se stessa e avrebbe preferito morire piuttosto che passare la vita senza di lui, ma nel post scriptum c’era scritto: “Tutto quanto espresso nella presente è da considerarsi falso”.
Ora però che poteva sfoderare quel cazzo immane, chi avrebbe potuto resistergli?
Anche solo per poter raccontare alle amiche: “Non puoi capire con quale cazzo ho avuto a che fare”, ognuna avrebbe bramato il suo legume OGM.
Decise di chiamare una ragazza che in passato gli era piaciuta tantissimo, con cui non era andata bene e alla quale gli capitava di pensare ancora. Ma c’era da fronteggiare un altro problema: Gregorio era un tipo che non rimaneva impresso.
«Pronto?»
«Ciao, sono Gregorio…»
«Chi?»
«Gregorio, ci siamo conosciuti qualche anno fa»
«Uhm…»
«Dai, Gregorio, Gregorio Sansoni…»
«Guarda, mi dispiace, proprio non riesco a metterti a fuoco»
«Ma sì, dai, Gregorio Sansoni. Ricordi? Sono quello che ti ha salvato la vita quel giorno dopo quell’incidente stradale… Poi ti ho fatto visita tutti i giorni durante i mesi della tua degenza ospedaliera, quando sei uscita abbiamo iniziato a frequentarci, io ho cominciato a corteggiarti, ma tu mi vedevi più come un amico, però poi dopo il centoventottesimo mazzo di fiori e la denuncia per stalking ci siamo messi insieme, siamo stati fidanzati quattro anni, avevamo anche deciso i nomi da dare ai nostri figli e fissato la data del matrimonio, ma poi tu mi hai lasciato e io ti ho vomitato sulle scarpe perché non ho retto al dolore. Dai, Gregorio!»
«No, niente, mi dispiace, proprio non mi viene in mente niente»
Salutò e riagganciò.
Quella non era la strada giusta.
Era il cazzo che andava messo in primo piano, non la sua persona. Quella poteva fallire, ma il cazzo no. In che modo era possibile utilizzare il proprio pene come strumento di seduzione, considerando che non poteva andarsene in giro a cazzo fuori?
Ebbe un’illuminazione: si era ormai nella tarda postmodernità, il progresso aveva mutato radicalmente la società, la tecnologia era avanzatissima e offriva soluzioni per tutto. Internet era la risposta.
Ragazzo semplice com’era, non aveva mai visto nel web un valido mezzo d’acchiappo. Colpa anche di quella volta in cui era rimasto scottato: consigliato da amici, era entrato in una chat per conoscere qualche ragazza disponibile, si era messo a chiacchierare con una che sembrava carina, ma ad un tratto lei gli aveva chiesto quanto ce lo avesse lungo, perché a lei interessavano solo uomini sopra i ventidue centimetri minimo.
«Mi interessavi, peccato per il cazzo»
E aveva chiuso.
Gregorio era rimasto immobile a fissare lo schermo, poi, deluso, amareggiato, umiliato, aveva spento tutto e aveva capito che internet non faceva per lui.
Ma adesso aveva un cazzo decisamente all’altezza della situazione. Grazie a quello, avrebbe fissato appuntamenti su appuntamenti con ogni ciberfiga della rete e incontrato schiere di webarrapate fameliche, genuflesse in fila a venerare religiosamente il suo cazzo equino.
Tornò a casa all’ora di pranzo, come al solito. La banca si trovava non lontano dalla sua abitazione, per cui ogni giorno, per la gioia dei suoi e la comodità sua, andava a mangiare in famiglia, evitando mense e tavole calde e bar e trattorie.
Sentendolo rientrare all’ora di sempre, la madre tirò un sospiro di sollievo, rincuorata dal ripristino della routine. Era stata in pensiero per tutta la mattinata. Cosa mai era preso quel giorno a suo figlio?
La pasta era quasi pronta, il padre di Gregorio guardava il notiziario, la madre stava finendo di apparecchiare.
Sembrava tutto a posto.
«Non mettere il piatto per me, ho mangiato un boccone dall’indiano qui vicino»
Ciò la sconvolse.
Il padre trasse un sospiro saturo d’apprensione.
Gregorio si chiuse in camera, accese il pc e si lanciò alla ricerca di prede virtuali.
Si iscrisse ad un sito di incontri e cominciò a contattare ogni ragazza di bell’aspetto. Ma, essendo poco pratico, non sapeva che le donne non gradiscono la sincerità.
I primi messaggi, che recitavano: “Ciao, ho un cazzo enorme, ti va di scopare con me?”, non andarono a buon fine. Dopo aver ricevuto come risposta il trentasettesimo augurio di morte, provò a cambiare il “ti va” con un più discreto “che ne dici”, ma non servì a molto.
Pensò dunque che era il caso di far leva sui buoni sentimenti dimostrando di essere un ragazzo serio pronto a prendersi impegni importanti: “Ho visto le tue foto e ti ho trovato straordinariamente carina. Non temere, non sono uno di quei tipi bastardi da una botta e via: se sei d’accordo, intendo fidanzarmi con te e passare tutta la vita insieme. Considera che ho un pene molto grande”.
Ma la svolta monogamica non ottenne i risultati sperati.
Stette tutto il pomeriggio chiuso in camera concentrato sui tentativi di adescamento, interrotto solo una volta dalla madre che lo chiamava da fuori la porta.
«La cena è in tavola»
«Passami il piatto, mangio in camera»
Ormai era disperata.
«Ha telefonato anche il tuo principale per sapere se è tutto a posto. Non avevi mai preso un giorno fino a oggi»
«E chi se ne frega»
Cosa stava succedendo al suo bambino, sempre lineare e assennato e ora così imprevedibile e indisciplinato?
«Ha detto che mangia in camera»
«Io non so più cosa bisogna fare con questo ragazzo», brontolò il padre.
Una mezza giornata di indipendenza filiale già gli pareva una vita di contestazione del patriarcato.
A Gregorio nulla valsero i vari: “E se ti dicessi ‘quaranta centimetri’?” o: “Interessa un ultradotato?”, tanto meno: “Nei tuoi occhi lucenti la mia verga monumentale baluginerebbe come un dardo che squarcia l’empireo”.
Finché ecco comparire un annuncio ch’era come un cartello stradale che indicava la Terra Promessa: “Cerco superdotati”.
Scrisse subito a quella schietta fanciulla, lei lo videochiamò e tutto si concluse con un secco: “Il tuo cazzo è meraviglioso. Peccato per tutto il resto”.
No, internet si rivelava ancora una volta fallimentare.
Decise perciò di uscire e lanciarsi nella frenetica mondanità di qualche locale in cui avrebbe tentato di attirare l’attenzione sul suo pene.
Indossò dei pantaloni che gli evidenziavano il pacco, ma vanificò tutto abbinandoci sopra una camicia hawaiana.
Rientrò a notte fonda, sconfortato e scoraggiato. Cosa c’era di peggio di avere un cazzo mastodontico che non aveva alcuna utilità?
Poi, una folgorazione.
Il porno.
Il porno era la soluzione.
Si chiese come aveva fatto a non pensarci prima.
Con il cazzo che si ritrovava, sarebbe diventato un divo internazionale, conteso da registi e attrici.
Sarebbe diventato milionario, avrebbe avuto migliaia di donne, gli uomini lo avrebbero riverito, le sue gesta sarebbero state narrate nei secoli da aedi onanisti.
Si coricò con il sorriso e una certa preoccupazione. L’indomani mattina quel cazzo inaspettato sarebbe rimasto al suo posto?
Sì, quando si svegliò vide con giubilo che nulla era cambiato.
Obiettivo: telefonare a ogni casa di produzione pornografica possibile per ottenere un provino.
Dopo una serie di: “Non stiamo cercando nessuno in questo momento” e “Non ci interessa”, all’ennesima segretaria poco cordiale, sbottò.
«Io ho un cazzo di quaranta centimetri»
«Sì, certo, come no»
«Posso mandarle una foto in questo stesso momento»
«Ma lasci stare»
«Senta, io sono un ragazzo serio. Le chiedo solo di visionare un attimo il mio cazzo. Ecco, gliel’ho appena mandata. Non le costa nulla dare un’occhiata»
Sentì picchiettare su una tastiera. Poi ci fu silenzio.
«Le passo il capo»
Fissarono un appuntamento per quel pomeriggio stesso.
Il vecchio produttore era impressionato. In anni e anni di carriera non aveva mai visto una roba simile.
«Senti ragazzo, con te possiamo fare montagne di quattrini. Ma per fare l’attore porno non basta il cazzo grosso. Non è facile scopare con una troupe intorno. Pensi di farcela? Facciamo una prova, vediamo come va»
Ed ecco entrare una bionda presumibilmente est europea con poppe antigravitazionali già nuda, una di quelle che fino a due giorni prima avrebbe potuto guardare solo attraverso uno schermo per scopi miserabilmente autoerotici.
E adesso era lì, a sua completa disposizione.
Ma sarebbe riuscito a farci sesso davanti a tutti? Una comprensibile ansia da prestazione non lo avrebbe sopraffatto? Gli si sarebbe alzato?
Si calò le braghe spaurito, ma non appena vide l’espressione di sconcerto sgorgare dal viso dell’esperta bonazza, una debordante sicurezza in se stesso lo colmò e calmò, e ottenne un’erezione fenomenale.
Così, sotto gli occhi di un panzone brizzolato, un tecnico delle luci coi capelli unti e un operatore segaligno in tuta, offrì una prestazione memorabile.
Bisognava darsi da fare subito.
«Domattina cominciamo le riprese. Mettetevi al lavoro, improvvisate un set, chiamate le ragazze dell’agenzia»
Arrivò il grande giorno.
Gregorio era emozionato e sereno. Il cazzo era sempre lì, immenso.
Il set era pronto, un salotto borghese ricostruito alla bell’e meglio nello studio all’interno della sede della casa di produzione. Affidarsi ai grandi classici è sempre una garanzia.
Un trucco veloce e via, pronti per entrare in scena.
Quattro attrici maggiorate discinte lo attendevano incastrate in un arredamento che alternava divani fluo a comò Luigi XVI.
Gregorio attraversò l’intrico di fili e faretti, guardandosi intorno come un bambino in un negozio di giocattoli.
Lui, che era sempre stato un moderato provetto, uno che aveva sempre portato il massimo rispetto per gli anziani, uno che si era divertito sì, ma sempre con la testa sulle spalle, per il quale le cose non erano mai bianche o nere e gli estremismi erano sempre sbagliati, per il quale il gioco era bello finché durava poco, per il quale si poteva ridere e scherzare, ma poi si doveva tornare seri, era dunque pronto a lanciarsi in una vita di vizio, dissolutezza ed edonismo sfrenato, un’amante diversa ogni notte, orgie in piscina, macchine sportive, alcool a fiumi e cocaina sniffata dalle tette di sudamericane in calore? Eccome se lo era.
«Spogliati, facciamo il primo ciak senza tanti fronzoli»
Gregorio estrasse il mostro, già duro per l’esaltazione, tra lo stupore generale.
«Per fare prima sono corso qui senza neanche fare colazione»
«Qualcosa la devi mangiare, è importante. Non si tromba a stomaco vuoto. La frutta è quello che ci vuole: zuccheri che non appesantiscono. Una mela, portategli una mela, ne dovrei avere un paio nel mio ufficio, sopra il frigorifero»
Uno dello staff andò e tornò in pochi secondi con la mela in mano.
«Tieni»
Gregorio si girò a prenderla.
Un filo scoperto.
Un filo scoperto a una distanza tale che non avrebbe rappresentato alcun pericolo per un normodotato e che non sarebbe stato sfiorato neppure da un superdotato da record.
Ma i quaranta centimetri di Gregorio vi impattarono inesorabilmente.
Non fu facile spiegare alla madre le circostanze in cui era morto il figlio.
La fortuna è un diversivo della sfiga.

57 Risposte to “La fallomorfosi”

  1. rita said

    Notevole il riferimento onomastico kafkiano. :-)

    “La fortuna è un diversivo della sfiga”

    Una bella e saggia parabola.

  2. Falloestinzionismo!

  3. Oltre a Miller, anche Gogol ;-)

  4. Togli mela e metti susina. Non è giusto rendere omicida proprio il frutto che non ti piace.

    • Quella è una necessaria citazione kafkiana: è la mela conficcata nel fianco che concorre a uccidere Gregor Samsa.
      La susina è troppo buona per essere un’assassina.

  5. silvia said

    Il cazzo di Rocco misura 24cm, non 23. La copertina della sua autobiografia ne è la conferma (occhio lungo!).
    bellissimo racconto, davvero.

    • Mi sono basato su quanto da egli stesso dichiarato – magari con eccesso di modestia – in diverse interviste.
      Non farò come Rocco: sì, sono d’accordo con te. Alla faccia dei lettori disattenti e ingrati.

  6. Che comunque alla fine una strappona dell’est se l’è fatta. Io no.

    • Ho di capito di essere diventato adulto quando ho realizzato con orrore che io una Fregna Vera non la scoperò mai. Non con questo aspetto e questa posizione sociale.
      Per scopare, per intenderci, con una milakunis o una meganfox o una suicidegirl, devi essere o molto bello o devi offrire ampie garanzie di affermazione sociale a medio e lungo termine o essere un musicista discretamente affermato.
      Altrimenti, in questa condizione socioeconomica, la Fregna Vera te la scordi. Puoi arrivare al massimo alla categoria Bella Ragazza.

  7. Vivosunamela M. said

    Vorrei farti notare che questo racconto ti è valso l’iscrizione di una persona che mai (e dico MAI) avrebbe pensato di seguire un qualsivoglia blog. Vorrei aggiungere, inoltre, che in un punto ben preciso del racconto ti ho nitidamente rivisto e che in alcuni spezzoni sei stato geniale.
    Ps. Prometto che mi metterò d’impegno nel controllare la mia e-mail.

    • Sono quasi commosso.
      Scommetto che i passi in cui mi hai rivisto sono quelli in cui si fa maggiore riferimento al pene di quaranta centimetri.
      (Mamma mia, questa era proprio da bassa palestra).

  8. Volpina said

    Ora sono troppo triste per leggere questa gran cosa. Ma prometto che tornerò :D

  9. regalini said

    Volevo dire una cosa importante e cioè che ci sono cioè ci saranno almeno una ventina di frasi memorabili. Forse più (o meno).

    Comunc è stato molto divertente.

  10. Paolo1984 said

    Perdonami Claudio se rispondo qui a un commento che hai lasciato su FaS, ma da quel sito mi hanno bannato.
    Vorrei dirti che io rispetto molto chi crede nelle relazioni aperte ma non fanno per me e gradirei non sentirmi equiparato a un maschio padrone per questo, sono convinto che una relazione monogama basata sulla fedeltà reciproca (che non significa “se mi tradisce l’ammazzo”, significa che se amo una persona voglio esserle fedele, e soffrirei per un tradimento) non sia una iattura e non porti necessariamente stalkeraggio e violenza femmminicida. Credo nel romanticismo e nella passione, in un rapporto dove ognuno protegge l’altro (e volere qualcuno che ci protegge e ci ama non significa sottomettersi al maschio padrone) e non mi sento un potenziale stalker per questo nè tantomeno un femminicida…quando hai scritto “l’uomo romantico è il primo che diventa stalker” anche se scherzavi ho provato fastidio perchè ti assicuro che non è vero…così come non tutti i gelosi (e le gelose?) diventano assassini, provare gelosia è normale, lasciarsene ossessionare no.
    Quanto alle tue amiche che dicono “se lo tradisco mi ammazza”.ok la fierezza con cui lo dicono può essere inquietante.è una iperbole,sono convinto che la maggioranza dei ragazzi non uccida e i loro ragazzi non le ucciderebbero mai (semmai forse picchierebbero l’amante, certo è sempre violenza e coe tale è esecrabile), quelli che uccidono la ex non sono romantici, sono persone che non sanno soffrire e non sanno amare in maniera sana.
    concludo con queste frasi dal blog di Laura Eduati: “provare un profondo dolore guardando le foto dell’ex fidanzata mentre bacia un altro uomo, sentire una profonda rabbia e cercare di ristabilire un contatto è tipico dell’amore. Non è tipico dell’amore cancellare il rifiuto di una donna e cancellare quella donna”

    • Fa uno strano effetto leggere un commento così sotto un racconto come questo :-D
      Ovviamente in quell’intervento non intendevo dire che ogni uomo che ama la fedeltà sia un potenziale picchiatore omicida, ma semplicemente che forse si dà troppa importanza alla sfera sessuale quando invece penso che sarebbe più sano prenderla per quello che è, una fonte di piacere che non ha niente a che vedere con il senso di sacralità della penetrazione che ci viene inculcato fin da piccoli e che ha origini religiose.
      Poi sono geloso anche io, a modo mio: non è un problema se la ragazza con cui sto fa sesso con un altro per pura attrazione fisica, ma mi rode a bestia se ha in testa qualcun altro.

      • Paolo1984 said

        personalmente se ami qualcuno, se sei felice e la vostra relazione va bene dal punto di vista sessuale e non solo, non capisco proprio perchè andare con un’altra o un altro…solo per attrazione fisica? Mah..forse sono troppo all’antica (o forse no, un uomo che vuole essere fedele anche sessualmente alla sua compagna è tutt’altro che “antiquato” da un certo punto di vista) comunque come ho detto rispetto chi vuole vivere diversamente.
        Grazie per la risposta

      • Paolo1984 said

        aggiungo che non “sacralizzo” il sesso o la penetrazione, non credo neanche che per farlo bisogna essere per forza innamorati pazzi (per quanto una storia d’amore può pure nascere da una storia di sesso o da una trombamicizia), il sesso è una fonte di piacere ed è anche il più bel modo in cui una coppia si esprime fisicamente quello che prova. Posso concepire il sesso senza amore, ma l’amore senza sesso no non ce la faccio.
        Sulla gelosia, non posso che ribadire che la ritengo normale ma ogni rapporto d’amore prevede la fiducia quindi va tenuta a bada e se dovesse rivelarsi fondata, è normale stare male, e normale essere arrabbiati anche se siamo stati lasciati da poco ma non dobbiamo permetterle di prendere il controllo di noi. Scusa se mi dilungo

  11. Volpina said

    L’ho finito adesso. Meraviglioso. Assolutamente meraviglioso come al solito.
    Ti adoro.

  12. David Irrequieto said

    Davvero ispirato. Più di passo è secondo me notevole, la descrizione etologica della palestra è troppo divertente! Il cognome Sansoni mi fa pensare a un parallelo con l’eroe biblico la cui forza che risiede nella lunghezza dei capelli mentre qui la “forza” viene dalla miracolosamente accresciuta lunghezza del cazzo. C’era questo riferimento o ce l’ho visto solo io?

    • Acuto osservatore! All’inizio avevo pensato di parodiare semplicemente italianizzando in Gregorio Sansa, ma mi serviva un cognome più nazionalpopolare. Sansoni mi è sembrata la soluzione migliore, proprio perché offriva anche un riferimento al personaggio biblico.

  13. “Grande post” te l’hanno già scritto?

  14. Serena said

    Non puoi immaginare che sogno ho fatto stanotte. Ti detesto.

  15. lafra said

    l’inevitabile ironia della sorte applicata al cazzo! letto e tradotto in simultanea in spagnolo a coinquilin* piegati dal ridere :)
    la traduzione è stata gentilmente offerta in quel di madrid.
    devo passare di qui più spesso :) ciao

    • La prima traduzione che ricevo con tanto di lettura collettiva! E il tutto mentre stavo guardando X-Men: First Class.
      Queste sì che sono le soddisfazioni che non ti aspetti.
      Mi hai dato più piacere di Zoe Kravitz nei panni di Angel Salvadore :-D

      • lafra said

        belle le soddisfazioni che non ti aspetti! anche a me ha dato insolito piacere vincere contro una mutante bonazza in hd :D

  16. indovina :-D said

    Ciao, ti seguo da un annetto ma non ho mai commentato solo perchè la pigrizia è qualcosa di prepotente in me.
    Scrivi troppo bene per non farne un lavoro, se ce la fa la Lucarelli non vedo perchè tu non possa provarci seriamente. Scegli un cazzo di tema wordpress decente e fai un pò di pierraggio online, ti prego! Sei tipo spiderman, devi prenderti la responsabilità di gestire al meglio il tuo potere. :-D

    • Ma come, il mio tema è così chiaro, lineare, limpido! :-D
      Eh, magari riuscire a farne un lavoro retribuito. Io ci provo seriamente, anche con collaborazioni varie, ma il guaio è che non ci riesco proprio perché ce la fa la Lucarelli :-D
      E il pierraggio mai!

      • Babbibinatale a cazzo dritto (il Fu Luca) said

        «il guaio è che non ci riesco proprio perché ce la fa la Lucarelli»

        Grazie. M’hai fatto ridere così forte da piangere così forte da ridere.

      • E comunque io Selvaggia Lucarelli me la farei.

  17. goduto, riso di pancia, e ammiratoti, o sommo genio!

  18. rita said

    A me piace Selvaggia Lucarelli. E’ bona, intelligente, ironica e scrive bene. Certo, si occupa di Gossip, la pagano per questo, e infatti è sprecata. Ma lei è davvero in gamba. Magari avessi io la sua ironia e la sua capacità di scrivere (in quanto alle tette, quelle ce l’ho!).

  19. lingua lunga said

    gran racconto, bella la descrizione di una vita media

    una volta ho scritto una cosa su una donna che si sveglia con un cazzo, me l’hai fatto tornare in mente :)

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