Beati i poveri, perché moriranno prima

Ustioni da focolare domestico

Posted by sdrammaturgo su 17 febbraio 2013

Brevissimo romanzo di malformazione

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Homo homini homo.

TOMMASO OBESO

*

*

Si conobbero alla Festa della Caccia.
Era l’evento più scoppiettante del paese, dopo la processione di Santa Brigida.
Per l’occasione, lei aveva messo il suo miglior vestito a fiori – dunque il suo peggior vestito.
Accompagnata dalla madre e dalla sorella, volteggiava tra le bancarelle traboccanti di fauna smembrata.
Corone di salsicce nere addobbavano la piazza.
L’orchestrina di Gigi e le Mele Marce stonava un liscio affannato e coppie di moribondi claudicavano tentativi di movimenti ritmici.
In quell’atmosfera magica, apparve lui.
Portava in spalla un cinghiale abbattuto al mattino.
Grazie al movimento delle labbra, lei capì chi dei due le stesse parlando.
La invitò a un giro di danza, lei chiese il permesso alla madre, la madre acconsentì, la sorella rosicò.
Col cinghiale morto che piroettava sul corpo massiccio di lui, lei sospirò rapita dal ballo e dalle mani ruvide che la cingevano scartavetrandola con dolcezza.
Lui le narrò con quanta abilità e rapidità aveva prontamente reciso i testicoli del suide – servendosi di un coltello acquistato presso l’armeria Scarponi, che, si sa, è la più affidabile – subito dopo averlo centrato in fronte con un pallettone del dodici, e di come era sfilato trionfante per le strade con il trofeo sanguinolento spalmato sul cofano del fuoristrada tra gli applausi scroscianti dei concittadini. Al baretto aveva offerto da bere a tutti, e rudi pacche sulle spalle avevano sottolineato il suo indiscutibile stato di maschio alfa.
Lei era ammirata.
Si guardarono negli occhi.
Prima col cinghiale, poi con lui.
E così, tra il profumo di carcasse bruciate, si stagionò il loro amore.

Come primo appuntamento, benché fosse passato un bel po’ di tempo dal Paleolitico, lui la portò a vedere i fuochi d’artificio.
Perché si sa, il salnitro è molto romantico.
Lo spettacolo pirotecnico era preceduto da un’esibizione di acrobati paraplegici: venivano sparati con una catapulta e quello che succedeva succedeva.
Prima di uscire, lei si preparò con cura, emozionata e trepidante com’era.
Si sentiva un po’ a disagio perché aveva un brufolo sul tumore e cercò di coprirlo con un po’ di fondotinta.
Lui era una persona molto spartana. Non condiva nemmeno i cibi. Si limitava a leccare del salgemma.
Era un uomo rustico e impulsivo, ma aveva una sua etica. Per esempio non picchiava le donne: le bastonava con un tortore avvolto in una cintura dalla fibbia in alluminio, o in alternativa con la cinghia dell’escavatore.
Con lui era tramontato il mito dell’emancipazione del popolo.
Dopo averlo conosciuto, un marxista era diventato monarchico.
Lei era una sognatrice. Non faceva che fantasticare su frittate dalle combinazioni sempre più imprevedibili: pancetta e guanciale, lardo di colonnata e stracchino, coppa, wurstel e sanguinaccio, o ancora trota e anguilla, insieme!
La sua immaginazione non poneva limiti alle possibilità di frittate.
La serata andò benissimo.
Lui premette per penetrarla. Lei si sottrasse con garbo.
Nonostante il motore a scoppio e l’elettricità siano invenzioni largamente diffuse già da un paio di secoli, molte donne vogliono essere corteggiate.
Lui, in fondo, apprezzò: aveva dato prova di essere una ragazza seria.
Qualche tempo dopo, chiese la sua mano.
Vennero organizzate le nozze.
Il sagrato della chiesa era gremito di parenti a colori dal fervore in bianco e nero.
Assistere a un matrimonio rende felici perché sai che sta toccando a un altro.
È lo stesso principio per cui ai funerali in realtà sono tutti contenti.
D’altra parte, i matrimoni mettono molta più malinconia dei funerali, perché a un funerale si pensa: “Ha smesso di soffrire”, mentre a un matrimonio: “Ed è soltanto l’inizio”.
La sposa scese da un’autovettura sportiva a braccetto dell’austero genitore.
Lo sposo attendeva all’altare.
Il passante che si fosse imbattuto nella scena, avrebbe potuto proferire al sodale: “Ehi, guarda, dell’anacronismo”.
Il padre consegnò la femmina al maschio più giovane, lo stregone recitò delle formule magiche e tutti andarono a nutrirsi vestiti scomodi.

Lui aveva una fronte lombrosiana che contendeva il territorio alle sopracciglia e le spalle tozze che coincidevano con il mento.
La pancia prominente da ippopotamo palestrato distraeva dal viso bitorzoluto. Il naso largo e schiacciato divideva a stento gli occhi infinitesimali.
Le gambe corte sostenevano possenti la lieve gobba cespugliosa.
Lei aveva un cancro d’annata che le impreziosiva le gote.
Ciuffi oleati le scendevano dalla chierica aprendo il sipario sullo strabismo di Efesto.
Il seno si posava delicatamente sull’ombelico a ogni sussulto del busto spugnoso.
Bolle smaglianti sfavillavano sulle natiche smagliate.
Dei ricchi favoriti le solleticavano le narici.
Ritennero indispensabile riprodursi.
Qualcuno avrebbe potuto pensare che si trattasse di una vendetta: la natura e l’umanità erano state talmente ingrate nei loro confronti che adesso le avrebbero riempite di mostri.
E invece lo fecero proprio per amore.
O almeno per quella preoccupazione di garantirsi il prosieguo del coniugio bloccando il legame con un’opportuna procreazione che le persone di aspetto insoddisfacente sono solite chiamare amore.
È per questo che vedendo le coppiette in giro che spingono passeggini è possibile notare che i brutti non vedono l’ora di moltiplicarsi.
Un figlio, questa astuta assicurazione sulla vita per tradizionalisti sventurati.
Lei rimase incinta.
Sapeva che da quel momento in poi avrebbe avuto un argomento di conversazione.
In vecchiaia non avrebbe più dovuto puntare solo sulle malattie, questo perverso svago della terza età.
Avrebbe avuto di che raccontare su successi o fallimenti di figli e nipoti, senza contare il sostegno che da essi avrebbe ricevuto.
Generarsi i propri badanti, quale ingegnosa soluzione! E che risparmio rispetto all’ospizio!
Costosi prima, ma convenienti dopo.
I figli, questo fondo pensionistico di materiale organico.
La sua deformità fisica suscitava l’invidia delle altre donne.
Com’era prevedibile, ne uscì un essere umano. Eppure tutti parvero sbalorditi ed euforici.
L’evento si ripeté tre volte, e quantunque l’abitudine avesse ormai dovuto ridurre la sorpresa a zero, le reazioni furono le stesse, se non più entusiastiche.

Il primogenito diede molte soddisfazioni al papà, per esempio quando percosse un detrattore della propria squadra del cuore o quando pestò un incauto sostenitore delle marmitte a lungo o quando massacrò il fidanzatino della sorella, reo di essere tale.
Ella non si era mai sentita così al sicuro.
Sebbene provasse sentimenti di tenerezza per quel ragazzino, aveva compreso che da quel momento in poi non avrebbe mai dovuto temere alcuno smarrimento esistenziale: pur concedendosi qualche trasgressione come uso di narcotici e sesso occasionale, ci sarebbe sempre stato qualcuno pronto a richiamarla all’ordine, garantendogli un futuro di piena accettazione sociale come moglie e madre, cosa che restava in ogni caso il suo obiettivo principale.
Chi ti ama davvero, se serve ti assicura un futuro conforme al pensiero dominante anche con le cattive. Anzi, soprattutto con le cattive: segno di passione vera.
La secondogenita aveva peraltro fattezze disarmoniche, ma l’esistenza del testosterone le assicurava egualmente un discreto numero di spasimanti patriarcali.

Il terzogenito nacque malato.
Ben presto si rivelò infatti affetto da una malformazione congenita nota come coscienza critica, i cui sintomi erano contestazione dell’autorità genitoriale, riconoscimento di modelli erronei, percezione della vita come nonsenso e sciagura.
Più cresceva e meno la nascita gli sembrava una trovata valida.
Tutti però gli dicevano che doveva essere grato ai suoi genitori per il regalo che gli avevano fatto.
Ma a ben vedere era la stessa cosa che gli dicevano a Natale quando le zie gli regalavano sciarpe di lana bianco panna con stemmi di casati immaginari.
Ciò che rimproverava innanzitutto ai propri procreatori era l’averlo messo al mondo nella miseria.
Lo stipendio del padre da ruspista in una piccola ditta di movimento terra bastava appena al sostentamento della famiglia.
Non che avesse desiderato l’agiatezza a tutti i costi, ma si sarebbe quantomeno accontentato di non dover disputarsi merendine col fratello in duelli all’ultimo sangue, dai quali usciva inesorabilmente sconfitto, non avendo ereditato il patrimonio genetico ferino del padre.
Invidiava molto la prosperità gastronomica degli altri.
I poveri hanno l’invidia del pane.
La servizievole devozione della madre al nucleo famigliare, obbediente massaia al di là del tempo persa nelle sue ambiziose frittate, sua massima aspirazione; la sottomissione contemplativa della sorella all’autoritarismo paterno; le gare di motocross del fratello che dominavano i pomeriggi del sabato e rendevano così fiero il capofamiglia, facendo commuovere la sua sottoposta; l’indottrinamento governativo previa detenzione scolastica; la rispettabilità nel branco di coetanei da conquistare tramite angherie; le lezioni di sudditanza paranormale presso la parrocchia; tutto ciò condusse il terzogenito verso un’adolescenza da estraneo in cui la sua malattia della consapevolezza si aggravava di giorno in giorno producendo un distacco irreparabile da ogni senso del sacro.
Le insubordinazioni ai dettami del patriarca erano in costante aumento e la sua infausta conformazione genetica gli faceva percepire la madre come una persona, la comunità come una savana cementificata che era l’habitat innaturale dell’homo sapiens sapiens urbanizzato, le stelle cadenti come frammenti di comete o asteroidi che entrando all’interno dell’atmosfera terrestre si incendiano a causa dell’attrito.
Cercava rifugio dalla realtà priva di romanticismo nei fumetti dei suoi supereroi preferiti, gli X-men, i supereroi analfabeti.
L’evento più significativo della sua pubertà fu quando dovette partecipare alle esequie del suo vicino di casa.
Era il padre che aveva sempre sognato di avere: morto.
Si sa, l’unico modo per essere un buon genitore è lasciare i propri figli orfani.

Arrivò la maggiore età, e con essa la piena cognizione della caducità.
Sentiva parlare dell’importanza dei giovani, ma sapeva già che i giovani sono i vecchi del futuro.
Il problema della vita è la morte, pensava.
C’è troppo poco tempo e troppe cose vane da fare.
La vita è la domenica, quando devi affrettarti a fare qualcosa perché domani poi arriva il lunedì e sono cazzi e devi tornare a lavoro e se non hai combinato niente te ne penti, ma nell’ansia finisce puntualmente che non combini niente per forza e allora arrivi quasi a desiderare che arrivi presto l’odiato lunedì per toglierti il pensiero e però il lunedì fa sempre paura.
Il capitalismo, il lavoro, la guerra esistono perché esiste la morte. Senza la smania di ritardare la morte, chi avrebbe bisogno di farsi padrone o schiavo? Non esisterebbero povertà e ricchezza, perché tanto non muori, quindi mica ti serve di sottometterti per del pane o sottomettere per un panificio.
Con l’immortalità sarebbero tutti più rilassati e serenamente produttivi.
Un immortale non ha alcuna fretta.
L’accidia stessa è figlia della finitezza. Quando tutto è così fugace, tanto vale non far nulla.
Le scelte si riducono drasticamente, è necessario selezionare con cura ed escludere troppe cose, e Rimpianto, Rimorso e Rinuncia sono le tre Disgrazie che ti accompagnano nell’agonia.
La scoperta delle donne comportò quella della difficoltà di accoppiamento.
Quando riceveva un rifiuto, si consolava pensando che tanto, presto, sarebbero morti sia lui che lei, quindi non c’era da prendersela troppo.
Apprezzava molto un film sulla vanità del tutto e l’irredimibilità del dolore che parla di un ragazzo devastato da una neoplasia il quale non riesce a costruire alcunché di importante né a tirar fuori qualcosa di buono dalla sua sofferenza che sia di insegnamento o utilità per le generazioni future e poi muore. Titolo dell’opera Tanto tumore per nulla.

Il mondo intorno a lui, intanto, procedeva con disinvoltura.
I fidanzati che non si sopportavano facevano progetti di eternità, giacché il bello della coppia è avere qualcuno accanto da maledire.
Le donne non la davano e gli uomini si vendicavano con canzoni d’amore.
I maschi gareggiavano nello sprint al semaforo.
Relitti cellulari celibi si decomponevano ristagnando cameratescamente nei bar. Erano stati sfortunati con la tempistica di nascita. Fossero venuti al mondo una trentina d’anni prima, con un matrimonio combinato si sarebbero garantiti una moglie. Invece quel minimo di emancipazione che consentiva alle donne un pur esile margine di scelta li condannava a esser negletti, scapoli indesiderati, obbligati allo sfogo delle pulsioni sessuali nel gioco della briscola.
La gente più curata seguiva la moda, quella più trasandata seguiva la mota.
Gli individui indossavano come se niente fosse indumenti con scritto Monella Vagabonda e Joe Marmellata.
In ogni posto in cui si andava, si vedeva sempre qualcuno che incontrava qualcun altro di sua conoscenza. Eppure il mondo era piuttosto affollato.
L’Africa continuava a essere tenuta in povertà per permettere ai benestanti di passare da benefattori in serate mondane di raccolta fondi e rassicurare i meno abbienti dell’Occidente industrializzato.
Il sindaco del paese al posto del gabinetto aveva coprofagi a bocca aperta a spese dei contribuenti.
Era un lavoro molto ambito. In fondo era un posto sicuro, un impiego statale con contratto a tempo indeterminato: una volta finito il mandato del primo cittadino, si era promossi docenti nei corsi di educazione civica.
La comunità scientifica piangeva la scomparsa del fisiologo Meluzzo Alessandri. Convinto della veridicità della saggezza popolare secondo cui se stanno al caldo le estremità rimane caldo tutto il resto del corpo, andò su un ghiacciaio per sperimentare in prima persona l’efficacia del metodo, mettendosi nudo ma con gli arti inseriti in delle stufette. Venne ritrovato assiderato con mani e piedi ustionati.
La rivista Bellezza&Benessere divulgava l’ultimo ritrovato in campo estetico: “Depilarsi con la Chemio”.
Le file per fare una foto con la Coppa dei Campioni; il magone della partenza del Gran Premio; l’imperscrutabile fierezza dei lavoratori; la banalità degli amori tormentati; il tedio degli amori tranquilli; le équipe di economisti, sociologi e matematici che elaboravano le offerte per i menù di pizza a domicilio; la fede in dio, il più diffuso degli amici immaginari; gli occhi tristi degli animali.
Nessun animale sembrava felice.
Il cane aveva lo sguardo malinconico, il gatto teso, il cavallo stanco, il maiale disilluso, la mucca apatico, la pecora preoccupato, la gallina guardingo, il coniglio terrorizzato.
Nemmeno le belve facevano eccezione: anche nel leone e nella tigre traspariva una certa spossatezza esistenziale.
Non c’era gioia in natura. Solo nella Playboy Mansion.
E non si poteva continuare a fingere di dimenticare che una volta c’era stato Music Farm.

Giunse Capodanno, quando tutti si entusiasmano allorché in un punto a caso concordato nell’entropia spaziotemporale si passa da una frazione convenzionale di tempo a un’altra secondo un’unità di misura arbitraria.
Anche quell’anno avevano annunciato l’apocalisse.
Il terzogenito non ci credeva più. Lo avevano ingannato troppe volte. Finisce il mondo, finisce il mondo, e il mondo non finiva mai.
Ogni volta in quel periodo veniva assalito da pensieri angustianti ancor più numerosi, e nuove ambasce, interrogativi aggiuntivi, addizionali tormenti si sommavano agli abituali.
Per esempio il fatto che ragazzi che scoppiavano i botti avevano una vita sessuale, sovente perfino con donne di bell’aspetto.
Come ogni anno, si era sottratto ai festeggiamenti, ma invece di barricarsi nell’isolamento casalingo, si mise a vagare per il paese deserto.
Nella tasca del cappotto aveva una rosetta avanzata dal giorno precedente, unico alimento commestibile che aveva rinvenuto nella dispensa in quel giorno in cui la madre era stata troppo indaffarata con le zie a preparare le vettovaglie per il veglione, avendo massima cura che il quantitativo di vivande superasse quello necessario al fabbisogno annuo calcolato nel prodotto interno lordo di una nazione in via di sviluppo. Perché solo buttare nella spazzatura ingenti carichi di viveri in eccesso poteva regalare una vera ebbrezza di ricchezza.
Le festività servono a sedare con illusioni.
Di passo in passo si ritrovò davanti alla casa in cui i suoi famigliari stavano mentendo a loro stessi.
Dalla strada poteva vederli non visto al di là dei vetri delle finestre. C’erano tutti: suo padre, sua madre, sua sorella, suo fratello con la fidanzata ufficiale, il parentado al gran completo, alcune personalità senza personalità del paese.
Sapeva già come si sarebbe svolta la serata: ingerimento di cibo fino allo stremo delle forze, estenuanti giri di mercante in fiera, detonazioni.
Maggiore era l’ammontare degli esseri viventi caduti sul selciato la mattina dopo al termine delle ostilità conviviali, maggiore era l’appagamento collettivo.
I botti. Sapeva che tra petardi, bombe e artiglieria leggera c’era sicuramente un arsenale. E sapeva anche dove era riposto.
Conosceva quell’abitazione. Aveva dovuto subirci molteplici pasti cerimoniali in passato, segregato nell’affetto genealogico.
Essendo sopravvissuto alle torture familiste, ora sapeva che gli armamenti si trovavano proprio sul retro nel locale della caldaia.
Fece il giro dello stabile e di soppiatto ci entrò.
I residuati bellici erano tutti lì.
Quale occasione migliore?
Sarebbe bastato accendere una miccetta in mezzo al mucchio e sarebbe saltato in aria tutto.
D’un colpo, via tutti: famigliari, parenti, conoscenti.
Pezzi di cugini dappertutto, frammenti di zii sparpagliati sul vialetto, paesani indistinguibili dal cotechino, le ceneri dei fratelli nella pentola delle lenticchie, la madre tutt’uno con la frittata, le viscere del padre appese tipo festone.
E sarebbe sembrato frutto di una mera fatalità: una dinastia di coglioni appoggia i botti nel locale caldaie, uno si accende per qualche sfregamento, fa scoppiare tutti gli altri, la caldaia esplode.
L’attentato perfetto.
Rimase qualche istante in piedi nel buio, immobile, il respiro fatuo nell’aria gelata.
Rifletté.
Sarebbe esploso qualche esemplare di essere umano. Non sarebbe esploso il mondo.
Perché compiere l’ennesimo gesto superfluo nell’universo?
Voltò le spalle, si allontanò, tirò fuori dalla tasca il panino stoppaccioso e prese a masticarlo con noncurante fatica.
La vita è una rosetta del giorno prima.

*

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57 Risposte to “Ustioni da focolare domestico”

  1. Masque said

    Figata epocale! Ecco perché ci hai messo tanto. :)
    Me lo tengo salvato… riciclerò alcuni passaggi, quando dovrò parlare con della gente, per sembrare più saggio di come sono. :)

    • Sembrerai l’anima della festa :-D
      “Figata epocale” come definizione mi soddisfa.

      • Masque said

        Caratteristica mia, è proprio di essere l’anima di tutte le feste. Con l’idea di anima ho in comune la sfuggevolezza ed il dubbio che esista o meno. :D
        Alle feste ricevo sempre complimenti per come so imitare bene la mimetizzazione ottica di Predator.

        Comunque… impressione a distanza di qualche giorno: leggendo il racconto, trovavo corrispondenze fra i personaggi e persone viste o conosciute… ora, incontro persone e le identifico con i personaggi del racconto. È un po’ come aver indossato gli occhiali di Essi Vivono.

      • Grande riferimento a un grande film :-D
        Da compare fantascienzaro, come t’è sembrato Predators, l’ultimo della saga? Ti dirò, a me è garbato.

      • Masque said

        Non l’ho visto… Di Predator, solo il primo. Non mi fido dei seguiti, specialmente se di film fanta-tamarri. Il rischio di beccarsi una schifezza è sempre alto. :)

        A proposito di fanta-tamarraggine, se non li conosci, ti consiglio gli Austrian Death Machine. Un gruppo metal il cui unico tema sono i film con Arnold Schwarzenegger. Capolavori come “Get to the choppa” e “I need your clothes, your boots, and your motorcycle”. :D

      • Li devo assolutamente sentire!
        Il secondo Predator fa cacare, ma Predators non è male: più una sorta di reboot che un sequel, prodotto da Robert Rodriguez, diretto da Nimrod Antal. Certo, fantascienza di intrattenimento con poco spessore, ma intrattenimento di buon livello.
        Il miglior film di fantascienza degli ultimi anni rimane forse Pandorum!

      • Masque said

        Ok. Rodriguez sa come fare bene le cose tamarre. :)
        Pandorum non m’è piaciuto per nulla. Comincia bene, ma prosegue in modo abbastanza implausibile per poi farmi il solito finale con colpo di scena obbligatorio, ma che dopo anni di Dick non sorprende più.

      • Nooo, me bocci così Pandorum!

      • Masque said

        Ricordo che, quando l’avevo visto, m’aveva fatto quasi incazzare. :D
        Ultimamente mi sto guardando la seconda serie di ghost in the shell stand alone complex. Molto bella, curata, sceneggiatura che pare non lasciare nulla al caso, e temi interessantissimi.

  2. regalini said

    Ho sorriso con gusto [all’inizio], poi amaram., infine ero proprio sconfortata. Allora l’ho riletto e a metà mi sono detta hey comuncdev’essere dura essere un coprofago vegano

    Non entravo in questo blog da novembre e ora mi sono beccata due post uno di seguito all’altro, yeah

    • Il cioccolato buono è quello fondente: dolce all’inizio, ma la nota dominante alla fine è l’amaro.
      Quello solo dolce stomaca.
      E questa è la mia concezione di comicità.

  3. rita said

    Bellissimo, è valsa la pena aspettare.
    Già l’incipit è una promessa.
    Oltre alla consueta amarezza ci ho percepito anche un po’ di tristezza, negli altri invece mi pare emergesse meno.

  4. volpina said

    Stupendo!

  5. Gianfranco said

    Su “Rimpianto, Rimorso e Rinuncia” ho riflettuto.
    Su “dio come il più diffuso degli amici immaginari” mi sono piegato dal ridere.
    Bravo!

  6. panmojop said

    Buongiorno,
    complimenti,valeva la pena di aspettare.E che sono piccoletta altrimenti codesto post me lo farei tatuare sulla schiena.

  7. Serena said

    Sono giorni che rifletto sull’eventualità di buttarmi dalla finestra. Il fatto che Daria Bignardi vinca il premio Strega e Claudio Gianvincenzi pubblichi i suoi scritti (soltanto) su blog dalla dubbia grafica potrebbe fornirmi quella spinta in più.

    Ti ringrazio, dunque, per aver assestato un altro duro colpo alla mia già peraltro scarsa volontà di vivere. Comunico qui che non desidero essere né sepolta né cremata – mi piacerebbe diventare scatolette per pets e finire, che so, càcata in giardino da qualcuno dei gatti di Rita. Almeno gli onnivori rompicoglioni non avrebbero più la scusa dell’alimentazione degli animali domestici, e io tutto sommato avrei fatto qualcosa di vagamente utile nella vita.

    Go fecan

    • rita said

      ahahhaha, ma ti ricordi che una volta Giovanna aveva risposto qualcosa di simile alla domanda che ci eravamo posti su come risolvere l’annoso problema dell’alimentazione dei gatti? :-D
      Dai Seré, hai tutta la mia solidarietà, in questi giorni sono abbastanza sul distrutto anche io e infatti mai come questa volta, le parole di Claudio mi sono sembrate tanto sconsolatamente vere.
      Suicidiamoci insieme e diventiamo insieme cibo per pets.

    • Cos’ha che non va la mia grafica? Guarda com’è chiara e limpida: testo al centro, indice delle rubriche a sinistra, link a desta. Ora che ho scoperto anche il colore Striped Blue, è ancor più lineare e cristallina.
      Diventare concime mi farebbe sentire utile per la prima volta in vita mia.
      I premi letterari servono a ricordarci che fondamentalmente il mondo della cultura è una buffonata.

      • Serena said

        Ma dai, sembra un sito di assistenza tecnica!

      • Pfff! Trovami un altro tema wordpress più figo a tre colonne che mantenga la stessa suddivisione e lo cambio subito!

      • lafra said

        prova questo http://theme.wordpress.com/themes/ascetica/
        la bombarola che è in me è rimasta delusa dal finale. ogni tanto un bum ben assestato può trasmettere molta più amarezza con la sua inutilità che una consapevole riflessione sulla medesima inutilità. non c’è disillusione senza illusioni, no?

      • Sarebbe stato un finale troppo eroico.
        Nel terrorista c’è sempre un po’ dell’eroe romantico, di chi in fondo nutre delle speranze su un futuro migliore, nutrito da un ego sovradimensionato. L’esplosione sarebbe stata un gesto troppo netto e deciso, cosa che non si attaglia al protagonista del racconto, troppo disincantato per eccesso di consapevolezza.
        Il tema non mi convince, troppo confusionario. Rassegnatevi: terrò questo! Ora poi che ho scoperto il colore Striped Blue, ne sono entusiasta.
        Guarda com’è tutto limpido!

  8. vaviriot said

    Bellissimo testo, letto nel momento amaramente giusto. L’immagine della coprofilia è la mia preferita, perché è proprio così che immagino sia il sistema attuale: un continuo mangiare merda e ringraziare perché se ne ha l’opportunità. Nonostante lo sconforto e il senso di solitudine che, ora come ora, provo ma che comunque mi è sempre stato familiare, so anche che basta uscire dal proprio paese per accorgersi che c’è altro, non perfetto, ma almeno diverso. In questi momenti quest’idea mi tira su, perchè alla fine la vita può anche essere una pagnotta calda e friabile.

    p.s. sappi che dato che mi piacciono parecchie tue frasi, appena possibile, le userò come citazioni =)

    • Un panino croccante alla merda :-D
      Cita, cita! Cita pure: sarà una grossa soddisfazione sapere che qualcuno nel mondo invece di dire: “Come ha detto Pasolini”, dirà: “Come ha detto Gianvincenzi” :-D

  9. Scarponi!!! Ogni volta che torno al paese e qualche attività storica ha chiuso i battenti, mi assale sempre una strana malinconia. La malinconia legata a Scarponi è stata doppia, perché me ne sono accorto pochi mesi fa e invece il mi’ babbo m’ha detto che ha chiuso da 10 anni.

    • Ma quant’era rassicurante? Coi coltelli esposti, le canne da pesca. E aveva il nome che sembrava fatto apposta per un’armeria, un nome che non poteva che essere necessariamente di un’armeria. Salumeria Scarponi, Scarponi infissi in alluminio non tornano del tutto. Invece Armeria Scarponi è perfetto.
      Ora ci resta il Pollo.

  10. strano said

    Strano, pensavo fossi figlio unico.

  11. feminoska said

    Scrivi troppo spesso quello che penso ma non riesco a verbalizzare in maniera così lucida.
    Quando ci rinchiudiamo per sempre nella Playboy Mansion?

  12. panmojo said

    Embé?Ma per avere un altro tuo racconto bisogna aspettare il prossimo papa??

    • Sono sempre stato convinto che la quantità nuoccia alla qualità (tranne quando si tratta di trombate). Quindi pazientate. E poi quando sono abbastanza soddisfatto di un racconto esito molto prima di lasciarlo scavalcare da un altro. Ma apprezzo molto quest’attenzione.

      • panmojo said

        Va bene aspetto.So attendere senza sbuffare.
        “Più grande è l’attesa più grande sarà la gioia dopo” oppure “Aspettare è amore”.Sono tutte frasi che ho sempre sentito e che ho fatto mie.Di solito le rammento ai vecchi spazientiti in fila alle Poste.
        Con i migliori saluti

  13. BileOnAir said

    Sei molto bravo, Sdrammaturgo. Tu e QdG siete gli unici blogger-narratori che riesca criticamente ad apprezzare.

    Due annotazioni:

    1) Ci scommettevo non solo che non fossi figlio unico, ma anche che fossi il maggiore. Solo chi veda coi propri occhi una creatura più piccola destinata a passare le proprie medesime sofferenze, riesce a focalizzare così bene il paradosso del vivere.

    2) Ti trovo molto Houellebecqiano. Non l’ultimo, orribile Houellebecq. Ma quello ancora bravo, ti potrebbe piacere. Se non l’hai letto te lo consiglio.

    • Ammappa, ti ringrazio, paragone prestigiosissimo! Houellebecq de Le particelle elementari spacca il culo.
      QdG, come direbbe Caravaggio, è un valent’uomo.
      La prima annotazione ti qualifica come acuto osservatore, onde per cui non posso che tenere in gran conto il tuo apprezzamento.

      • BileOnAir said

        Eh, sì. Le particelle elementari spacca il culo. Il giovanilista che è in me l’ha sempre recensito così.

        Tra l’altro, giusto per rimanere un attimo sul tema, credo davvero tu abbia scritto qualcosa di importante col racconto kafkiano di Gregorio S.
        Nel senso che hai sintetizzato molto bene l’estensione del dominio della lotta – una lotta sessuale, che ha isolato in una bolla di frustrazione mai vista milioni di uomini e donne sempre più soli – avvenuta negli ultimi vent’anni: ne parlava Houellebecq specificamente nel suo primo libro.
        La Fallomorfosi è insomma un racconto davvero moderno, che seppure riprenda un problema atavico e vecchio come l’uomo, ne mette in luce le connotazioni tipicamente contemporanee, le quali sarebbero parse incomprensibili prima del Sessantotto.
        E poi è molto semplice. Pur non volendo azzardare nulla, devo dire di aver sempre creduto alla massima di Bukowski per cui “il genio è colui che sa dire cose profonde in modo semplice”. Traine le tue conclusioni. ;)

      • Con questo commento sto a posto due anni.
        Grossa soddisfazione m’hai dato: ci tengo parecchio a quel racconto. È uno dei tre o quattro di cui sono più contento.
        Citerò la tua analisi dell’opera ogni volta che incapperò in qualche mio detrattore.

      • feminoska said

        Sai resistere a tutto, tranne che alle adulazioni! ;-)

      • Specie se sono ben argomentate :-D

  14. _aria_ said

    Intelligente, colto, divertente, ironico, profondo, intenso, seducente, appassionato, anticonformista, vegano… Wow… Tutto insieme in un unico individuo di sesso maschile… Ho assolutamente bisogno di conoscere i tuoi difetti o dubiterò della tua esistenza ;)

    • Sono basso. Sono un maniaco della pulizia, ma proprio uno di quegli igienisti schizzinosi che sognano un mondo asettico e puliscono se stessi e la casa compulsivamente fino a perdere ogni sex appeal. La mia più grande ambizione è poter passare la vita sul letto a guardare film, senza avere impegni e responsabilità. Sono un passivista politico-esistenziale. Sono uno degli uomini meno sexy che conosca, con modi di fare più da vecchio zio che da bello&dannato.
      Ecco, ora puoi credere alla mia esistenza :-D

      • feminoska said

        Sdrammybaby ;-) trovo i tuoi difetti adorabili, la vera fonte del tuo fascino (sarà perché sono identici ai miei :-)). ma non capisco una cosa… come mai qua tutt* ti fanno di pelo e contropelo, ti si complimentano, ti aizzano la belva egocentrica che hai dentro, invece di mandarti un messaggio personale e trombarti? Conoscendoti… è una forma di crudeltà gratuita! :-P

      • Masque said

        Se non fosse che non so scrivere, saremmo due copie della stessa mente in corpi diversi. :D

      • Masque, fratello Mastro Lindo! Ci incontreremo per lucidare selvaggiamente ogni pavimento nel raggio di quindici chilometri!
        Feminò, che diamine, è vero! Messaggi privati non mi arrivano mai! :-D

  15. _aria_ said

    Che hai contro i bassi??? Io sono concentrata in 158 cm ;)
    Per quanto mi riguarda, spesso, il bello e dannato è praticamente un idiota!
    Si potrebbe approfondire, se ti va…

    Ah… mi fa piacere che tieni all’igiene, perché mai dovrebbe essere un difetto?!?

    • Il patriarcato, attingendo a un certo bio-etologismo, ha fatto sì che 1.58 sia per una donna un’altezza rispettabile, mentre 1.70 striminzito è per un uomo una misura miserabile :-D
      Io credo nella kalokagathìa greca: va a finire che i belli e dannati siano spesso pure più intelligenti degli uomini medi.
      Approfondiamo dunque.
      E il mio igienismo è un difetto perché sono a livelli di Doris Day quando è depressa e agitata. Il mio sogno sarebbe quello di far indossare le pattine agli ospiti :-D In alternativa, applico il metodo Alberto Sordi: nessuno entri nella mia dimora, affinché il mondo esterno non mi inquini :-D

      • _aria_ said

        Kalokagathìa greca… trovata geniale per affermare la tua tesi ma non mi convince lo stesso!
        Riguardo a Doris Day e alle pattine, in effetti, credo che il tuo caso sia un pochino patologico ;)

        Approfondiamo dunque…
        Ti scrivo in privato.

  16. realtá distopiche a portata di clic!
    grande Claudio.

    E il finale, è il finale meno scontato che potessi creare; sia che il malato di famiglia fosse pigro, o romantico, non sufficientemente psicopatico o perché semplicemente pervaso dall’illuminante, nonché umana (nell’accezione più spregevole del termine), consapevolezza che qualche pseudo suino in meno non avrebbe reso il suo (nostro…) mondo “migliore”.

    ciao!

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