Beati i poveri, perché moriranno prima

Alla periferia del Nulla

Posted by sdrammaturgo su 16 maggio 2013

Per una lettura più agevole, scarica il Pdf

*

*

We’re moving he said we’re off – Porca Madonna!

SAMUEL BECKETT, Whoroscope

*

*

*

Per astra ad aspera

*

Una notte qualsiasi, molti anni prima che Copernico nascesse, Edoardo da Wittenberg scoprì che l’universo è infinito.
Era costui un astronomo, filosofo e matematico d’insuperato ingegno.
Figlio d’un dotto aristocratico di quel che rimaneva del Sacro Romano Impero, venne mandato dal padre a formarsi nella terra di Dante che non era ancora nel pieno d’una promettente adolescenza, e lì rimase, crebbe e invecchiò.
Dopo lungo e fruttuoso girovagare per tutti i principali centri del sapere coevo che lo mise in contatto con le più brillanti menti del suo tempo, si stabilì infatti in una tenuta al confine tra la Toscana e lo Stato della Chiesa, con la sola compagnia d’una domestica e quattro giovani assistenti, Lorenzo, Emilio, Alfonso e Biagio, che aveva preso bambini all’orfanotrofio e istruito fino a farne uomini d’intelletto, se non suoi pari, di certo degni d’essergli d’aiuto.
Dedito solo ai propri studi e geloso com’altri mai delle cose sue, conduceva una vita massimamente appartata, rifuggendo ogni occasione di mondanità e declinando i pur numerosi inviti da parte dei suoi illustri colleghi, che nutrivano per lui un’ammirata venerazione, e sempre avida bramosia avevano di apprendere i risultati a cui lo avesse condotto l’instancabile genio.
Essi non potevano ad esempio sospettare ch’egli, proseguendo sul selciato battuto dal Bacone, aveva posto due lenti da ambo le parti di un tubo, ottenendo in tal modo uno strumento che faceva parer prossimi oggetti remoti.
Solo più d’un secolo dopo qualcun altro avrebbe costruito l’arnese che sarebbe divenuto noto col nome di telescopio.

Già da un po’ aveva cominciato a dubitare che quanto gli era stato insegnato rispondesse al vero.
Da quando aveva puntato in alto la sua invenzione, e non più solo verso dilettevoli distanze orizzontali, indugiando per la volta celeste a leggere il poema delle comete, il mondo aveva cominciato a sembrargli sottosopra.
Furono giorni, settimane, forse mesi di lavoro febbrile, finché, in una nottata d’eroico furore, la lunga teoria d’indizi ed elucubrazioni culminò nell’Intuizione, fulgida e terribile: non era il Sole a girare attorno alla Terra, bensì era la Terra a girare attorno al Sole.
Attraverso calcoli, osservazioni, misurazioni, deduzioni, induzioni e ragionamenti di tortuosa esattezza, percorse molti secoli in avanti su tutto ciò che c’era da sapere a proposito di quel caotico cosmo, e di lì a realizzare che l’universo è infinito e che – deh – Dio non esiste il passo fu breve.
Edoardo, uomo d’ordine e di quiete, poggiando per la prima volta i piedi su un suolo randagio, fu pervaso da tremore e smarrimento.
Per quanto desiderasse ricacciare i suoi stessi pensieri da sé, la prova era lì, impressa sulle sudate carte e in cielo.
Numeri e logica, frutto d’arti liberali, costringevano alle pastoie dell’evidenza.
Gli astri muti tracciavano il nuovo sentiero. E non si poteva smentire le stelle.
Aveva levato lo sguardo di vetro alle nubi, quasi a sfidare l’Iddio fissandolo occhi negli occhi.
L’anima era rimasta incenerita dall’Assenza scorta lassù.
C’era così tanto spazio che per un Creatore non ve n’era alcuno.
Venne confutato Tommaso con la stessa Natura ed Edoardo si ritrovò ad essere un Anselmo al contrario.
Gli occhi placidi e austeri si fecero inquieti e spauriti.

Tacque per giorni.
Usciva di rado dal palazzo, restandosene rintanato nelle proprie stanze.
Mangiava poco e mai insieme agli altri. Si faceva portare i pasti nello studio e la domestica lo trovava sempre fosco e imbambolato circondato da libri chiusi.
Solo di tanto in tanto lo si poteva vedere far capolino dalla finestra e scrutare il cielo sospirando per poi subito rientrare corrucciato e timoroso.
Gli allievi, preoccupati per l’inconsueto comportamento del maestro, solitamente tanto severo e rigoroso negli studi quanto mite e affabile nel quotidiano, vedendogli svanire il sorriso e l’olimpica imperturbabilità, non poterono non domandare cosa angustiasse colui che più d’ogni altro era sempre parso padron serafico del proprio destino.
Dopo lunga esitazione, Edoardo si convinse a rendere edotti gli assistenti sulla meta cui era giunto, e li invitò a esaminare la correttezza delle sue ricerche.
Le conclusioni parvero subito inoppugnabili.
– Perdonatemi, figlioli, se vi ho insegnato a pensare – disse contrito lo scienziato.

*

*

Un rapido Purgatorio

*

ALFONSO Tolomeo aveva dunque torto e Aristarco ragione.

LORENZO Aristotele sbeffeggiato!

EMILIO Sbeffeggiati siamo noi.

ALFONSO Se le cose stanno così, in questa sterminata giostra difficilmente trova posto un dio. E se un Motore c’è, di certo non si cura di noi.

LORENZO Ho sempre sperato che Epicuro fosse nel giusto!

EMILIO Anche Eraclito lo era.

ALFONSO Le Scritture non dicevano il vero.

EMILIO L’Ecclesiaste è il nuovo Genesi.

LORENZO Ci siamo liberati del Libro di Giobbe!

EMILIO È dunque libertà questa sconfinata solitudine?

LORENZO Di certo non è più arbitrio d’un Padre capriccioso!

ALFONSO È arbitrio di sudditi senza monarca.

EMILIO Arbitrio della Fortuna.

LORENZO Arbitrio dell’Uomo!

EMILIO Arbitrio senza scelta.

LORENZO Suvvia, rallegratevi! Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe era un gran bell’impiccione! Ficcava lo spiritual naso dovunque un uomo fosse in pace con tutto fuorché con lui. Nessuno sentirà la sua mancanza. Alla quiete dei boschi interesserà forse la sua assenza? Il fuoco smetterà forse di ardere e l’acqua di dissetare? Del nuovo mondo che ci si apre davanti potremo godere con gioia e senza più timore, coscienziosi e liberi! Non c’è Paradiso e non c’è Inferno!

EMILIO Solo un rapido Purgatorio.

Rimasero zitti un istante, il tempo di sentir scricchiolare le travi del soffitto.
Edoardo da Wittenberg ascoltava in disparte.

EMILIO Dove finiremo, dunque, dopo?

ALFONSO Ti sei mai chiesto dove finisce una gallina dopo il brodo? O il brodo dopo la latrina?

EMILIO Siamo dunque null’altro che materia?

EDOARDO Null’altro, figlioli. Null’altro.

La voce tremante si spense in un mutismo roco che emulava il silenzio d’un Dio defunto.
Si allontanò, appoggiandosi allo stipite della porta per confortare il passo stento.
Di lì in poi fu tutto un fissar lo sguardo in ogni punto a caso dello spazio infinito.

Biagio, che era stato il primo e solo a prender moglie, più avvezzo alla tacita fatica che al sofistico ciarlare, spaccava la legna.

LORENZO Ma ci pensate?! Dio non esiste! Tutto è permesso!

ALFONSO Tutto è permesso.

LORENZO Tutto!

ALFONSO Tutto.

*

*

Alogonauti

*

Alfonso passeggiava lento per l’aia della tenuta. La schiena eretta, il volto calmo e attento. Le pupille indagatrici e impassibili lanciavano strali di ghiaccio.
Si fermò davanti alla gabbia dei conigli. L’aprì, ne sollevò uno per le orecchie e se lo pose davanti al viso.
Lo scrutò, esaminandolo con occhi fissi.
– Sei tu dunque come me. Nullo anche tu.
E senza fremito alcuno gli schiacciò la testa tra le mani.

Lorenzo era così impaziente di iniziare un nuovo giorno che andò ad attenderlo la sera in una festosa locanda.
– Siate lieti! La mattina è bella e la notte non tarda a venire! Musici, suonate con vigore le vostre note melodiose! Leviamo alto l’inno della nostra felicità ai cieli mai così vasti, misteriosi e splendenti! Balliamo! Riconoscenti a nessuno, cari a noi stessi! Non v’è danza più estatica del saltellare del servo affrancato! Celebriamo Nessuno! Celebriamo il Vuoto celeste e il Pieno terreno! Celebriamo le cascate e i clivi, le fiere e gli armenti! Celebriamo l’uomo e la donna! Celebriamoci gli uni con gli altri! Celebriamo il celebrare! Brindiamo ai sensi, che tante soddisfazioni ci recano e son tutto ciò di cui abbiamo bisogno!
Offrì da bere ai miserabili che non potevano permetterselo, dissertò gaudente di lettere e arti, cantò abbracciato a sconosciuti rubizzi, giacque con tutte le prostitute più belle e con molte delle più brutte.

Incedendo senza fretta nella via notturna, Alfonso incrociò un passante che lo salutò cordialmente.
Si fermò. Si voltò a osservare lo sconosciuto che si allontanava.
Si guardò intorno, scorse una pietra, la prese.
Invertì il cammino e si mise a seguire lo sconosciuto, curandosi di non essere visto né udito. Quando gli fu vicino, gli balzò addosso con fermezza e senza furia, scagliandogli la pietra sulla nuca a tramortirlo.
Se lo caricò sulle spalle e lo portò in aperta campagna.
Dopo avergli spezzato gambe e braccia per assicurarsi che non scappasse, si allontanò.
Tornò con una fune, una lama, un martello, dei chiodi, una pietra focaia, un acciarino e delle fascine.
Indifferente alle inutili grida, legò l’uomo a un albero.
Con gelida ebbrezza, prese a saggiarne le carni squarciandole con il coltello. Lacerò la pelle del costato, trafisse mani e piedi, strappò le unghie, piantò chiodi negli occhi, nel bacino, nelle ginocchia.
Lo scarnificò con perizia, senza esaltazione; poi pose le fascine ai suoi piedi e appiccò il fuoco.
Mentre il tronco di ossa e sangue si dimenava con le ultime forze, fece qualche passo indietro, per osservare meglio le reazioni di quel fantoccio senz’anima.
Non v’era premio. Non v’era punizione.

L’orizzonte fuggiasco assaliva Emilio, seduto su una roccia malconcia che cullava con durezza la sua irrequietudine.
Infiniti mondi intorno a lui, uno solo a sua disposizione. Una galera illimitata, non più centro d’un Tutto in sé conchiuso, ma sasso gettato a caso alla periferia del Nulla. E lui non più centro del centro, ma polvere raminga, vivo senza scopo, inane nell’immane, rampollo d’una stirpe d’orfani, prigioniero d’un esistere vano su un pianeta negletto che galleggiava senza sorprese ai margini della trascendenza, in balia d’un immobile fluire, travolto dal divenire della stasi.
Nessun fondamento, nessun valore.
Tutto gli appariva ora soltanto per quello che era: la musica una successione di suoni non dissimili dai rumori, i dipinti chiazze di fluidi colorati, i sussulti d’amore la disperata speranza del corpo di lasciare postreme tracce di sé, le vallate rigogliose un groviglio di corteccia e caducità, il cibo nutrimento senza sapore.
Ovunque, ammassi di materia inerte, cumuli di accidenti senza necessità, un gran numero di cose la cui somma era niente.
E agli uomini non restava che seguire la rotta dei naufraghi, sospinti da un fortunale di bonaccia.
Quando si sedette a tavola a mangiare, gli parve il rancio d’un condannato.

*

*

Il falò delle vastità

*

Edoardo da Wittenberg preparò una pira su cui sarebbe potuto essere nuovamente arso Eracle.
La decisione era stata presa, lungamente meditata, ponderata d’istinto: avrebbe bruciato tutto, tutte le sue carte, tutti i suoi studi, tutta la sua vita.
Il tribunale della coscienza aveva processato i cieli e aveva emesso irrevocabile condanna: i faticosi decenni del suo lavoro andavano ridotti in cenere. Nessun frammento si sarebbe dovuto salvare dal fuoco purificatore.
L’inquisitore del firmamento allestì il rogo in cortile e vi rovesciò le pagine come se stesse incendiando gli astri.
Nel falò delle vastità venne distrutto l’universo intero, e la volta celeste si richiuse sopra il fumo fluttuante.
Peregrinò a lungo per ogni università, accademia, studiolo, dovunque e presso chiunque potessero essere conservati scritti che riguardassero le sue ricerche, per aggiungere anche quelli all’altare del sacrificio.
Si fece giurare dai sodali di scienza, attoniti, che mai più avrebbero menzionato il suo nome e il pur minimo frutto del suo intelletto, e avrebbero anzi dimenticato lui e l’opera sua.
Nulla venne risparmiato al crepitare dei tizzoni.
Compiuto l’olocausto cosmico, si ritirò in un monastero sulle Alpi e nulla si seppe più.

Una sera, Biagio rientrò in casa dopo una giornata di lavoro nei campi dura come le altre.
La zuppa bolliva sulle braci.
Si sistemò al desco. La moglie gli riempì il piatto.
Inghiottì con calma un paio di bocconi e un sorso di vino. Rimase un poco assorto, poi alzò la testa.
– Ma lo sai che la Terra gira intorno al Sole e l’universo è infinito?
La moglie scosse la testa in un gesto fugace e distratto.
Biagio continuò a mangiare la zuppa mentre la moglie rammendava un panno logoro.

Emilio camminava per un terreno brullo che precipitava in un crepaccio.
Pensò che fosse quella la sorte comune: un errare in equilibrio tra un deserto e un burrone.
Forse un giorno si sarebbe gettato nel dirupo e avrebbe provato l’ultima emozione. L’unica.

*

*

36 Risposte to “Alla periferia del Nulla”

  1. Pensavate “bella, Sdrammaturgo ha postato, mo’ se famo quattro risate”, eh? E invece cor cazzo! Stavolta ve beccate tristezza e angoscia!

  2. DD said

    Bravo, Sdrammaturgo.

  3. Masque said

    Uh che bello! M’e’ piaciuta molto. Mi sono chiesto: “perche’ una persona improvvisamente sente il mondo sparire intorno a se’?” Ed e’ questo che causa, forse i comportamenti di tutti loro. Ho immaginato, ma forse e’ una semplificazione, vivere impregnati da una cultura con una religione che afferma continuamente “Io sono tutto. Il mio Dio e’ tutto”. Nel momento in cui ti rendi conto che cio’ non e’ vero e che quasi tutti i tuoi pensieri li avevi costruiti sopra ad essa, ecco che allora tutto diventa falso, come conseguenza alla negazione di cio’ su cui l’avevi basato.

    E quindi mi torna in mente la frase di Stirner “Proprietario del mio potere sono io stesso, e lo sono nel momento in cui so di essere unico. Nell’unico il proprietario stesso rientra nel suo nulla creatore, dal quale è nato. Ogni essere superiore a me stesso, sia Dio o l’uomo, indebolisce il sentimento della mia unicita’ e impallidisce appena risplende il sole di questa mia consapevolezza. Se io fondo la mia causa su di me, l’unico, essa poggia sull’effimero, mortale creatore di se’, che se stesso consuma, e io posso dire: Io ho fondato la mia causa sul nulla”.
    Potrebbe essere un test per se’ stessi, capire se la si considera una triste constatazione di sconfitta, oppure di orgogliosa vittoria. :)

    • Ti giuro che mentre ci lavoravo, pensavo: “Questo potrebbe piacere a Masque”.
      Mi sono chiesto come avrebbero potuto reagire i primi scopritori dell’eliocentrismo e dell’infinità dell’universo, e mi sono immaginato le varie possibilità.
      Io mi sento un po’ Lorenzo e un po’ Emilio. Quest’ultimo, a ben vedere, è più scosso dalla sua insignificante posizione nell’universo che dalla scomparsa di dio. E, come ci suggerisce il gigantesco Lars Von Trier in Melancholia, è la consapevolezza più tremenda.

      • Masque said

        Potrebbe anche sembrare deresponsabilizante, quindi: Alfonso :)
        Lorenzo e’ come vorrei essere.

      • Alfonso penso sia il personaggio più interessante che mi sia mai uscito. Mi piaceva l’idea del nichilista che ammazza con freddezza per curiosità scientifica. Una sorta di scientista assoluto.
        Io sono Lorenzo con la componente Emilio che annulla lo spirito festarolo o Emilio con la componente Lorenzo che consente un approccio gioviale al pessimismo.

  4. Quipercaso said

    Avevo immaginato, leggendolo, che avevi utilizzato alcune parti di te nei vari sintomi di cambiamento totale dei personaggi. A parte l’omicida, almeno dal punto di vista delle sue azioni. Ma anche Edoardo e Biagio potrebbero essere altrettanti passaggi di un percorso personale, magari proprio dal punto di vista sequenziale.
    Stranamente, non mi ha angosciato come mi era stato predetto.

    • Federica è una responsabile marketing che rema contro il suo assistito.
      Più che parti di me (inevitabilmente presenti), i vari personaggi sono personificazioni di posizioni storico-filosofiche sulla questione. Anche i nomi non sono scelti a caso. Vediamo chi indovina i riferimenti.

      • Masque said

        Lorenzo deluso da Epicuro calza molto bene. Ma se prima l’ideologia di Epicuro gli calzava, poi il minimalismo e la felicita’ nell’accontentasi lasciano posto all’edonismo. E quindi, chi vuol esser lieto, sia. Del doman non v’e’ certezza. :)

        L’ho indovinato? :P

      • Fuori uno ;-)

      • Quipercaso said

        Non pretendevo addirittura che evitassi l’erudizione anche e sopratutto nella creazione dei personaggi. Intendevo dire che effettivamente, come te ed altri tuoi lettori, i personaggi possono essere il richiamo a momenti particolari di un proprio percorso.
        No, figurati se mi metto a giocare ad “Indovina Chi”.

  5. vaviriot said

    Ed io che pensavo di addormentarmi con qualcosa di allegro XXDD
    Vabbè… io sono tra Lorenzo ed Emilio, ma pendo più verso il primo perché, anche se comprendo l’irrequietudine iniziale, penso che sia necessario sempre guardare oltre. Si chiude una porta? Beh se ne aprono mille. La scoperta dell’infinità dell’universo e dell’inesistenza di dio è un punto di partenza per la costruzione di altri modi di pensare, di altre teorie, di modi di vivere… è in realtà qualcosa che ti libera più che opprimerti. Scoprire di far parte di qualcosa di infinito può spaventare, perché riduce il nostro grande ego, ma personalmente mi rende felice, perché è vero che siamo materia, che ci decomporremo, ma è vero anche che così facendo ci ricongiungeremo con quell’infinito di cui siamo parte e che continuerà a generare altro, speriamo migliore di noi, ma che conterrà anche noi (spero si capisca XXXDD). La reazione che non ho gradito è quella di Alfonso dato che l’assenza di dio, anche se ti libera dal senso di peccato, non ti deresponsabilizza, quindi l’omicidio resterebbe un atto orrendo, ingiustificabile per qualunque scopo. Anzi, proprio perché ci rendiamo conto che alla fine quello che cercavamo in cielo è in terra, che dio non è altro che una nostra proiezione (perfetta certo) non dovremmo fare altro che aiutarci, essere solidali… non so se accadrà davvero, ma ho molta fede nell’umanità. Quindi alla fine mi darei alla vita, al goderne giorno dopo giorno, ai piaceri che solo ora possiamo gustare, alla gioia del non avere nessun destino prestabilito, al sapere che siamo materia e apparteniamo all’infinito… io la vedo una cosa così romantica =) anche la morte mi appare meno brutta… ovvio, più lontano sarà meglio è per me, ma sapere di non scomparire, se non nella forma che ho ora, non mi fa andare nel panico come quando pensavo al paradiso-inferno-purgatorio XD Le scoperte per me sono come porte che si chiudono ma che sbattendo aprono finestre in cui entra un vento nuovo e fresco…. quello delle mille altre possibilità =)

    Nonostante tutto mi hai suggerito immagini radiose e contenta me ne vado a nanna… notte caro :*

    • Masque said

      Penso che Alfonso possa essere la rappresentazione di quell’idea cattolica secondo la quale senza un dio, non vi e’ nemmeno moralita’. Cioe’ l’idea che se sparisce il timore del giudizio divino, non c’e’ piu’ nulla ad impedire alle persone di causare del male.
      Un’idea, secondo me, ingenua, e che storicamente si e’ rivelata falsa piu’ e piu’ volte. :)

    • Vedi quante riflessioni ha stimolato questo racconto. Sono molto contento di ciò.
      Tu sei la più Lorenzo che io conosca! :-D

  6. […] “Siate lieti! La mattina è bella e la notte non tarda a venire! Musici, suonate con vigore le vostre note melodiose! Leviamo alto l’inno della nostra felicità ai cieli mai così vasti, misteriosi e splendenti! Balliamo! Riconoscenti a nessuno, cari a noi stessi! Non v’è danza più estatica del saltellare del servo affrancato! Celebriamo Nessuno! Celebriamo il Vuoto celeste e il Pieno terreno! Celebriamo le cascate e i clivi, le fiere e gli armenti! Celebriamo l’uomo e la donna! Celebriamoci gli uni con gli altri! Celebriamo il celebrare! Brindiamo ai sensi, che tante soddisfazioni ci recano e son tutto ciò di cui abbiamo bisogno!” Dedicato a tutt@ i/le “Lorenzo“  […]

  7. Godot said

    Macchè tristezza e angoscia… tzè… anche se… beh… sarebbe meglio che non ci avessero insegnato a pensare! :cry:
    Ok come non detto… largo alla tristezza e all’angoscia!

  8. rita said

    Molto bello, prosa fantastica.
    Non l’ho trovato angosciante, forse perché non mi sono mai sentita null’altro più che un corpo destinato a perire. Questa consapevolezza non mi è causa di angoscia (sono altre le cose che mi angosciano), ma anzi, di sollievo perché mi affranca da tante preoccupazioni che altrimenti potrei avere; nel senso che la consapevolezza che ho di morire un giorno è un perno intorno al quale ruota tutta la mia esistenza e dal quale faccio discendere tutta una serie di riflessioni. Ad esempio reputo stupido affannarmi per ottenere ricchezze o per guadagnare prestigio, così come prendermela per questioni di poco conto.
    Sapere che tra qualche anno morirò mi dà anzi una certa ebbrezza del vivere. In generale la penso come Leopardi, ossia dall’inanità e amarezza del vivere cerco però di farne discendere una volontà di affratellamento e solidarietà reciproche.
    Emilio è Emile Cioran. ;-)
    Alfonso è De Sade ;-)
    Facile. ;-)

  9. Volpina said

    Stupendo.
    Come sempre.

  10. Godot said

    Noooooo! Wittenberg!!!! :cry:

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger cliccano Mi Piace per questo: