Beati i poveri, perché moriranno prima

L’invenzione del pompino

Posted by sdrammaturgo su 18 novembre 2014

Era ormai troppo tardi per porre rimedio all’errore evolutivo: l’homo sapiens aveva già incancrenito la crosta terrestre.
La Natura si era rivelata la solita pippa, e dopo aver creato la mortalità, il dolore, la fame, la pioggia, le cacate che scappano nei momenti meno opportuni, aveva permesso a una scimmia impazzita di proliferare senza la minima autocritica.
E si era ancora nell’infanzia della specie.
L’essere umano non era più in grado di saltare da un albero all’altro, ma aveva imparato a fare cose molto utili col pollice opponibile, tipo fabbricare strumenti di offesa e perpetrare soprusi sul più debole.
La scrittura non era ancora stata inventata. Fatto positivo, poiché le stronzate avevano minore diffusione.
Non erano tempi infelici, dal momento che l’infelicità non era ancora stata formalizzata da filosofi e poeti.
Non era l’età dell’oro. Era l’età della pietra: aspra, dura, spigolosa, ma neutra.
L’essere umano abitava in caverne o in piccoli accampamenti di capanne rudimentali, riunito in branchi che secoli dopo gli antropologi avrebbero chiamato tribù per darsi un tono. D’altronde è sempre stato difficile per l’homo sapiens accettare che psicologia e sociologia non sono altro che i nomi autoconsolatori dell’etologia applicata a una specie animale che ha bisogno di illudersi.
In uno di questi branchi viveva Uno.
Uno era come tutti gli altri. Le personalità individuali faticavano a distinguersi bene nella fatica dell’esistenza quotidiana. Caratteri, indoli e attitudini erano simili tra tutti gli esemplari. Talvolta potevano variare di poco giusto le abilità legate alla prestanza fisica, o al massimo vi erano impercettibili sfumature personali da bipede a bipede.
Erano ancora quantomai lontani i tempi in cui gli esseri umani si sarebbero distinti tra loro in base alla capacità di fluorescenza della camicia bianca.
L’hobby era lo stesso per tutti: sopravvivere.
Nel tedio giornaliero fatto di caccia, raccolta, artigianato elementare, nutrizione e riposo, c’era però la possibilità di dare sfogo senza grosse difficoltà ai propri istinti riproduttivi.
Nell’arrancare insidioso attraverso l’inclemenza della selezione naturale, quantomeno si scopava facile.
Prima che la monogamia si abbattesse sull’umanità a rovinare la festa ai popoli, le genti solevano accoppiarsi con spensieratezza ferina, rispondendo agilmente al richiamo dell’autoconservazione del ceppo genetico.
L’unica posizione praticata era quella della pecorina, che all’epoca avrebbe potuto a buon diritto essere chiamata la posizione dell’essere umano, ma gli esseri umani non lo sapevano, non sapendo nemmeno di essere degli esseri umani.
Questa mancanza di consapevolezza si ripercuoteva inevitabilmente sul sesso, rendendolo un intrattenimento eguagliato solo nelle ere avvenire dalla prima serata della televisione generalista.
La scarsa brama esplorativa replicava sempre il medesimo copione: il maschio aveva un’erezione, prendeva una femmina, la femmina si metteva a quattro zampe, il maschio la penetrava, pochi rapidi colpi fino al tentativo di fecondazione, fine.
Per fortuna nel terzo millennio a scopare in questo modo sarebbe rimasto solo il 97% della popolazione mondiale.
In teoria il maschio ghermiva una femmina a caso. In pratica la scelta ricadeva pressoché sempre su una preferenza specifica, a dimostrazione dell’errore delle affinità elettive come un difetto immanente alla specie.
La favorita di Uno era Una. E non era esclusa una vaga reciprocità da parte di Una. Tanto in ogni caso doveva farselo piacere.
Anche quel giorno, come ogni altro giorno, Uno stava montando Una.
L’entusiasmo animalesco delle prime volte aveva però gradualmente ceduto il posto alla meccanica distratta. E così quel giorno Uno se ne stava lì a spingere il proprio riproduttore all’interno di Una con svogliata voglia.
Una frattanto esperiva carponi quella che solo in un futuro alfabetizzato sarebbe stata identificata come noia procreativa.
Non che solitamente fosse un’esperienza a cui dedicare un monolite; ma quel giorno in particolar modo Una avrebbe preferito che fossero già stati ideati i giochi da tavolo.
E dire che durante quei coiti grossolani le era capitato neppure troppo raramente di avvertire sensazioni piuttosto piacevoli, benché non avesse mai avuto il tempo di approfondirle appieno.
Trovava coinvolgente l’afrore di Uno durante la copula, quel lezzo che dopo la seconda rivoluzione industriale avrebbe reso indispensabile l’evacuazione di un condominio. E il suo pene aveva una caratteristica fragranza associabile in evo moderno all’effetto olfattivo offerto da una miscela di benzene e anacardi lessati.
Quel bastone organico aveva sicuramente il potere di dispensare benessere. Ma in che modo?
Senza avere la coscienza intellettuale necessaria a riconoscere di aver raggiunto il livello di frustrazione oltre il quale non può più esserci sopportazione, Una, con gesto sorprendentemente volitivo, si sfilò improvvisamente da quell’apatico amplesso privo di abbracci, lasciando il cazzo di Uno svettante nel Neolitico.
Uno rimase spiazzato di fronte alla nascita del decisionismo. E ancor più sorpreso fu per ciò che accadde l’istante successivo.
Una si voltò verso di lui, afferrò il cazzo, avvicinò la bocca e cominciò a succhiarlo, mossa dallo spirito sintetizzabile nella locuzione “Almeno faccio qualche cosa”, speranzosa di eviscerare tutto il potenziale ludico dell’arnese.
La scelta di Una si rivelò molto divertente per entrambi, senza neppure il bisogno della creazione del concetto di divertimento.
Ultimata l’innovazione storica, Uno era invaso da un solo desiderio. Anzi, da due desideri: farlo di nuovo; andare a rendere edotti tutti gli altri membri della tribù su cotanta conquista tecnologica.
Lo scopritore del fuoco se l’era menata una cifra, chissà cosa avrebbe potuto fare lui.
Non vedeva l’ora di affermare la propria supremazia sulla comunità. Il maschio infatti non percepiva ancora la ridicolaggine della lotta per il titolo di maschio alfa, cosa che si sarebbe protratta fino agli anni 2000 d.C. inoltrati.
Uno si prese tutto il merito, tracciando così il sentiero per i rapporti di forza tra i sessi.
Venne festeggiato dalla collettività al completo e nei giorni seguenti si registrarono numerosi casi di infiammazione articolare alle mascelle degli esemplari di sesso femminile.
Per l’invenzione del cunnilingus si sarebbe dovuto aspettare ancora molto a lungo. L’umanità non era ancora pronta.

18 Risposte to “L’invenzione del pompino”

  1. feminoska said

    Finalmente… pensavo di dover aspettare il mio epitaffio per leggerti di nuovo, ma sarebbe stato quantomeno problematico!

    • Mi pare di capire che vuoi che io scriva il tuo epitaffio. Ti farò fare un figurone con le anziane che vanno a portare fiori al cimitero. Ci scriverò: “Un giorno anche tu sarai protagonista”.

  2. Magari se e quando l’evoluzione sarà magnanime col maschio, il corpo dell’essere umano verrà dotato di un morbido cuscinetto copridenti retrattile.
    Maschi, sperate nel futuro.

  3. geniale… ancora rido… :D

    certo che gli anacardi lessati…. !

  4. Masque said

    Bravo! Ben tornato :)

  5. panmojo said

    Avevi promesso il tuo ritorno con scintille e fuochi artificiali, bravo hai mantenuto la promessa.
    Detta così…fuori dai denti, eh!

  6. longosteph said

    ahaha, era da un po’ che cercavo qualcosa da leggere nei momenti di noia, un blog un po’ più particolare. Nemmeno mi ricordavo di aver inserito questo tra quelli che seguivo, ma è stato un errore colossale!

  7. Volpina said

    Ahhh dannati uomini…!
    Voi e i vostri ritardi!!!! :)

    Mi sei mancato.
    E’ bello rileggerti.

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