Beati i poveri, perché moriranno prima

Il necrofilo innamorato

Posted by sdrammaturgo su 3 marzo 2015

“Basta che non respirano” riassumeva esaustivamente i gusti sessuali di Orfeo.
Non gli interessava che una persona fosse maschio o femmina, bella o brutta, magra o grassa, alta o bassa, intelligente o stupida, ricca o povera, colta o ignorante, giovane o vecchia. L’importante era che fosse morta.
Non che la specie di appartenenza facesse qualche differenza. Non disdegnava nemmeno carcasse di altri animali. Ma finiva per preferire gli umani, in virtù della noiosa monotonia della natura che porta gli individui ad accoppiarsi più volentieri tra esemplari della stessa specie. Tutto un piano perverso per incoraggiare la proliferazione attraverso l’ovvietà.
Orfeo non ci era cascato. Non si sarebbe mai macchiato del crimine della fecondazione.
Anche per questo gli piacevano i morti. Coi cadaveri poteva avere amplessi infecondi, al riparo dall’effetto collaterale della procreazione.
Non sopportava la volgarità della vita. Tutto quello strepitare scomposto per sopravvivere alla selezione naturale.
Non sopportava i vivi. Li trovava disgustosi, banali, sgraziati.
Si vergognava egli stesso di vivere e di respirare.
La morte invece restituiva purezza. Era un territorio incontaminato.
I morti non sgomitavano per trovare il proprio posto nel mondo. Non avevano titoli onorifici e titoli di studio, sbruffonerie e commiserazioni, eroismi e viltà, mediocrità e presunzione. Non c’era nei morti tutta la congerie di caratteristiche che deformavano e corrompevano gli esseri viventi. Avevano il fascino discreto dell’asfissia.
Una salma aveva la seduzione della materia organica senza l’imperfezione della vita. La bellezza dell’umano senza l’orrore dell’umanità.
Certo, non era mai stato facile per Orfeo lasciare libero sfogo al candore dei suoi desideri. Non si capacitava di come fosse possibile che le sue preferenze erotiche venissero biasimate da gente che si accoppiava con appassionati di motori, per esempio. Ma era un fatto con cui sapeva di dover fare i conti. La società accetta più volentieri l’appeal del motociclista che uno che scopa i morti.
Che cosa curiosa, l’appeal del motociclista, pensava. L’attrattiva che aumenta in base a un oggetto esterno alla persona. Come dire: “Mi piacciono molto gli uomini accanto ai pali della luce”.
Era emarginato anche da feticisti, sadomasochisti e libertini vari. Puoi metterti un kimono a Rieti e pisciare addosso a una studentessa di relazioni internazionali dopo averla legata con nodi appresi a corsi di bondage giapponese da cento euro a lezione, ma non puoi farti una pippa con le mani di un ottantenne deceduto in un incidente con l’apecar.
Era considerato un malato mentale perfino da chi faceva il conto alla rovescia a capodanno.
Conscio di tutte le difficoltà che avrebbe avuto a causa delle contraddizioni di una realtà irreparabilmente kitsch, si era impegnato molto per ottenere un posto di lavoro nell’obitorio di una cittadina sufficientemente piccola da consentirgli una discreta quiete e abbastanza grande da garantirgli l’anonimato. E ce l’aveva fatta, grazie alla dedizione che solo l’arrapamento riesce a stimolare.
Erano finiti i tempi in cui riusciva al massimo a inculare qualche gatto morto avvistato lungo strade secondarie. Si era fatto dare tutti i turni di notte in quel luna park che gli si era spalancato davanti.
C’erano sempre nuovi morti da poter penetrare, mordere, baciare, leccare, contro cui potersi strusciare e su cui poter sborrare. Cadaveri in buono stato, carbonizzati, maciullati, a pezzi o ricomposti. Nessun vivo a imporre la sua protervia darwiniana. Solo corpi morti nel loro immacolato hic et nunc.
Non si curava della problematica della consensualità e del vilipendio di cadavere. La retorica del lutto, le esequie, la venerazione del caro estinto, quelle erano tutte stronzate dei vivi che tentavano di infettare anche la morte con le stupide convenzioni della vita. Non c’era vita dopo la morte, per fortuna. Quei morti non erano più le persone di prima. Erano qualcosa di totalmente diverso. Qualcosa di meglio. Il bruco era diventato farfalla e la farfalla finalmente era morta, liberando lo spazio che aveva occupato in modo del tutto abusivo e arbitrario. Non erano più niente di becero o aristocratico. Non erano più niente. Erano carne morta, e perciò finalmente redenta e ripulita da ogni colpa del vivere impunemente.
Era una festa continua. Orfeo si sentiva lo Hugh Hefner di quella silenziosa Playboy Mansion senza piscina e piena di conigliette in decomposizione.
Sereno e gaudente, aveva trovato la pace.
Finché un giorno arrivò lei.
Poiché nemmeno una camera mortuaria è al sicuro dall’eteronormatività, quando la vide entrare distesa su quel lettino metallico sospinto da un inserviente dal passo svogliato, rimase incantato e rapito.
Quella pelle liscia e diafana, quelle gambe sode, quelle braccia gracili, quel ventre scavato, quei seni piccoli e torniti, quella fica perfettamente glabra, quel mento timido, quei lunghi capelli castani così ordinatamente arruffati, quelle spalle spigolose, quella bocca sottile, quel naso deliziosamente imperfetto, quelle palpebre chiuse con grazia, le superiori delicatamente posate sulle inferiori.
Non aveva mai visto un cadavere così bello.
Era una ragazza molto giovane. Anzi, era stata una ragazza molto giovane. Avrà avuto al massimo vent’anni, prima di accorgersi che non valeva la pena proseguire oltre col conteggio del tempo.
Si era suicidata tagliandosi le vene, il modo più elegante per depurarsi dalle impurità dell’esistenza, facendo defluire via col sangue l’inquinamento della vita.
Ciò lasciò Orfeo ancor più in un’imbambolata contemplazione.
Non aveva mai provato niente di rozzamente umano tipo i sentimenti per i cadaveri con cui esplorava l’onestà del piacere. Ma siccome la monogamia avvelena ogni cosa, comprese subito che la sua spensierata poligamia pansessuale necrofila era finita in quel momento. Non voleva nessun altro morto se non lei.
Non fu risparmiato dai demoni del possesso e della gelosia. Avrebbe voluto che fosse sua, solo sua, sua per sempre.
Il caporeparto gli disse di vestirla e di preparare la camera ardente. Era già notte inoltrata e l’indomani parenti e amici sarebbero arrivati presto a porgere l’illusione dell’estremo saluto a un ammasso di cellule indifferenti.
Orfeo rimase solo. Solo con la sola cosa che occupava ormai i suoi pensieri. Non sapeva il suo nome e non voleva saperlo. Anche i nomi facevano parte della miserabile e vanagloriosa condizione della vita. A quella meraviglia che giaceva lì spoglia di ogni artificio non serviva alcun nome.
Stette a osservarla a lungo, indugiando su ogni dettaglio di pelle per farlo proprio e riporlo con cura nello scrigno della memoria. Poi prese a toccarla, accarezzarla, palparla, stringerla. La baciò con passione vorace e struggente e s’arrestò quando un pensiero gli fendette la testa. Poche ore ancora, poi gliel’avrebbero portata via, l’avrebbero sepolta e non l’avrebbe vista mai più.
Non poteva sopportarlo.
Non poteva permetterlo.
Gli era stata indicata una bara in cui avrebbe dovuto riporre la salma. Prese la bara e la portò nel deposito dove si trovavano tante altre bare inutilizzate. Sostituì quella con una più grande e soprattutto molto più profonda. Distratti dal dolore, i famigliari non se ne sarebbero accorti.
Lavorando tutta la notte, preparò un impeccabile doppiofondo, servendosi ingegnosamente dei vari materiali che il deposito gli aveva messo a disposizione.
Quando ebbe finito, vestì la morta col vestitino nero che gli era stato dato. Non la truccò, contravvenendo alle disposizioni. La portò al centro dei quattro candelabri elettrici ed entrò nella bara infilandosi nel doppiofondo sotto la salma attraverso il varco che aveva sapientemente predisposto. Richiuse tutto sopra di sé e attese.
Giunse il mattino.
Arrivò la gente a inscenare la pantomima del cordoglio.
Nessuno notò niente.
Sigillarono la bara, la caricarono sul carro funebre e partirono verso la chiesa.
Lungo il tragitto, Orfeo uscì dal doppiofondo. I rumori della vettura, della strada, del traffico, del mondo, della vita coprirono i suoi.
La scopò durante il funerale.
La scopò mentre la seppellivano.
La scopò finché non si esaurì l’ossigeno.
“Perché vita non ci separi”.
E putrefecero sempre defunti e innocenti.

9 Risposte to “Il necrofilo innamorato”

  1. Masque said

    Quasi commovente :)

    Conosci gia` Nekromantik? Film interessante, la cui unica scena veramente raccapricciante e` quella in cui si vede una vera uccisione di un coniglio.

  2. Se non ora, perché poi? said

    Non riesco a capire se questo post mi renda più contenta di essere viva oppure desiderosa di esser morta. In ogni caso è una bella sensazione.

  3. Paola said

    Puro romanticismo! :D

  4. ilvecchiobucharin said

    Non ci riesci a fare crededre di non avere una pietas :)
    Più giochi a fare il primo Ammaniti accoppiato con Woody Allen, più essa traspare.

  5. Chiara ex Malefattefattebene1990 said

    Bravo, mancavi.

  6. Dark Pikachu said

    Sul serio giochi ad Ammaniti che si accoppia con Woody Allen? Che razza di depravato…

  7. stima

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