Beati i poveri, perché moriranno prima

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L’unicorno è esistito, ma era brutto

Posted by sdrammaturgo su 15 settembre 2013

Lentamente muore chiunque sia nato.

ANONIMO ROSSI

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Ho sceso milioni di scale senza andare da nessuna parte.

EUSEBIO PIANALE

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“Io non sono razzista, ma…”

JOSEPH ARTHUR DE GOBINEAU

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Il controllore mi sveglia, salvando il Paese dall’evasione fiscale.
Un’altra mezzora di paesaggio superfluo associato a fetore e il treno arriva in stazione.
Un brulicare di cittadini che si comportano come se fossero vivi.
Il piscio dei barboni che traccia il percorso olfattivo per non vedenti mi guida verso la strada.
Realizzo che è questo l’odore della civiltà: il piscio.
Esco in strada. Aspetto impaziente al semaforo pedonale. Non solo non credo in dio, ma non credo nemmeno nel pulsante che fa scattare il verde.
Bipedi a decine sono imprigionati all’interno di scatole metalliche in un ingorgo stradale che contribuisce ad alleviare le sofferenze di chi è allergico all’ossigeno.
Il settantaquattresimo in fila suona il clacson, risolvendo il problema della viabilità.
Ecco cos’è la Realtà: un maleodorante ammasso di oggetti e individui che fanno rumore mentre si ossidano invano.
Tutti che si affannano, e poi muoiono uguale.
La vita è un business in perdita.
È una vera beffa morire senza avere mai vissuto.
Per chi crede in ciò che fa provo la stessa pena che provo per me stesso quando sono innamorato.
Non credere mai in ciò che fai: ricordati che sei solo un vivo.

Cammino. Accanto a me uno sconosciuto alto e bello tiene il mio stesso passo. Incrociamo una ragazza stupenda che viene nella direzione opposta. Guarda l’altro con occhi pieni di stupore e desiderio. E capisco qual è il mio posto nel mondo.
È già difficile sopravvivere al mondo. Farlo con una statura inadeguata richiede uno sforzo titanico. E anche se ce la fai, nessuno riconoscerà i tuoi meriti. “Ehi, sei davvero un grande! Come hai fatto ad affrontare la vita con solo centosettanta centimetri?”.
Il mondo.
Il problema del mondo è che è ovunque.
Nel mondo ci sono gare ciclistiche e i media ne parlano.
E le gare ciclistiche hanno anche una telecronaca. Come si fa la telecronaca di una gara ciclistica? “Pedalano. Stanno pedalando. Continuano a pedalare”. A quel punto interviene il commento tecnico: “Sì, stanno inequivocabilmente pedalando”.
Ho saputo che nel ciclismo ci sono anche le strategie di gara. Ne ho ideata una che potrebbe consegnarmi alla storia del ciclismo: “Ragazzi, la strategia è questa: pedalate più forte degli altri”. Sarà un successo.
Nel mondo c’è il golf. Il golf. L’unico sport che fa venire la panza. Mi sono sempre chiesto: perché il golf è considerato uno sport e lavare il pavimento no?
Nel mondo ci sono un sacco di cose inspiegabili
Gli anziani: sono vivi da decenni, ma continuano a stupirsi quando il telegiornale annuncia che d’estate farà caldo.
Biagio Antonacci, l’unico cantautore che scrive per se stesso acuti che non riesce a fare.
Appassionati di cinema che guardano i film doppiati.
Gente che ci tiene a narrarti le proprie sbronze. “Ah, dunque hai ingerito dei liquidi fermentati che hanno innescato una serie di reazioni chimiche nel tuo organismo conducendolo ad alterazione della percezione ed emesi. Interessante”.
Chissà perché le serate all’insegna dei malori vengano ritenute così avvincenti. Voglio cominciare a far colpo sulle persone raccontando l’ischemia di mia nonna. “Cioè non puoi capire, l’altra sera troppo figo, mia nonna stava spicciando la cucina, a un certo punto si è chinata per raccogliere le molliche con la paletta ed è rimasta immobile, così, paralizzata. A quel punto ha avuto un prolasso, così è intervenuto mio zio che fa l’infermiere, l’ha messa sul letto, ha chiamato l’ambulanza, però la barella passava male per le scale, ma alla fine sono riusciti a caricarla e l’hanno ricoverata in terapia intensiva. La prossima volta devi assolutamente venire!”.
D’altronde si può far colpo col ballo. “Ehi, guarda quanta coordinazione motoria quel tale”.
Conosco perfino gente che fa carriera ed è contenta così.
Per carità, ci sono anche molte cose per cui vale la pena vivere.
Il sorriso dei bambini, quella mefitica piaga giallognola frastagliata.
L’amore, quello che la donna che ti ha lasciato sta vivendo con un altro.
Se senti le farfalle nello stomaco, è perché sei entomofago.
Mai, mai rivedersi con una propria ex. Sparire, non sentirla mai più è la migliore soluzione, l’unica possibile. È meglio perdersi che ritrovarsi invecchiati.
Se una relazione è morta, quello tra ex è un incontro tra due zombie. E mi hai ammazzato proprio tu! Quindi, se vuoi rivedermi, le possibilità sono due: o ti sei pentita e vuoi risuscitarmi col potentissimo farmaco della tua rinnovata presenza – e lo sai che con me funzionerebbe; oppure vuoi spararmi un colpo al cervello con la conferma che hai fatto la scelta giusta. C’è anche una terza opzione: vuoi che rimaniamo amici. Cosa che equivale al tagliare gli arti inferiori allo zombie costringendolo a trascinarsi a forza di braccia per tutto il resto della sua non-vita. Se hai ancora bisogno di lui, secondo me è più utile averlo vivo e integro.
Si dice che almeno una volta nella vita tu sia stato il primo, quando eri spermatozoo. La verità è che ti hanno lasciato passare. Gli altri non erano così fessi. Non lo hai visto che rallentavano apposta? “Uuuh, che peccaaato, mi ha sorpassaaato” “Eeeh, che guaaaio, ci tenevo proprio a nascere”.

Cammino lungo il fiume e capisco qual è la peculiarità dell’essere umano: far puzzare le cose, perfino l’acqua.
Vedo un proliferare di magliette con facce di afroamericani generici. Il negro ornamentale, l’ultima frontiera del razzismo vintage.
Un gruppo di ragazzi ci tiene a manifestare la propria esistenza tramite cori da stadio. La popolazione circostante è sollevata.
Umani a perdita d’occhio si esprimono sentendosi in dovere di dire la propria su tutto.
Il male di quest’epoca sono le opinioni.
Io non ce l’ho un’opinione al giorno.
Mi stanno togliendo il gusto di non avere un futuro.
Non sono misantropo. È solo che per me Io sono leggenda è una commedia romantica.
Come si fa a tollerare un’umanità in cui Tico Torres ha scopato più di Tyco Brahe?
Ma la figa non si rende conto. La figa esperisce un’altra realtà. Non la trovi allo sportello contravvenzioni, all’accettazione della Asl, nella sala d’aspetto dell’Inps, in fila alle poste, in banca, all’anagrafe, al Todis.
Per questo poi subisce il fascino del tatuato.
È inconcepibile che la gente si faccia i tatuaggi senza essere stata in galera. Nelle prigioni russe c’è chi ha dovuto commettere tredici omicidi per guadagnarsi un paio di stelle sulle spalle.
Non è giusto che tu, figo alternativo che suona in un gruppo pleonastico, sganci duecento euro e ottenga il tuo tatuaggio cool in un laboratorio trendy, passando anche per maledetto perché bevi più del dovuto e ingoi qualche pasticca. Il maledetto è quello che ha dovuto fare sparatorie con la polizia per vendertele, quelle pasticche.
Vuoi un tatuaggio? Prendi un serramanico, accoltella qualche energumeno, fatti un anno e mezzo di isolamento diurno e poi ne parliamo.
E mi chiedo anche come sia possibile fare sesso con un uomo che fa uso di asciugacapelli.

Vado in palestra. Gli schermi trasmettono i gol più spettacolari del campionato brasiliano. Ma quando salgo sul tapis roulant comincia il Torneo Provinciale di Tiro al Piattello.
La vita sa sempre come farti pesare le cose.
“Colpa tua che vai in palestra”, dirà qualcuno.
Chi si accetta così com’è ha cattivo gusto.
E chi è se stesso non ha letto Pirandello.
“Ciò che conta è l’interiorità”.
L’intelligenza è l’ultimo rifugio dei brutti.
La vita è un condizionale passato. È passare da “sarebbe bello” a “sarebbe stato bello”.
Io nella vita volevo fallire. Ma non ci sono riuscito.
Mi chiedono: “Che fai nella vita?”. Aspetto il 2018 per scoparmi una del 2000.
“Propositi per il futuro?”. Morire. Mi piace andare sul sicuro.
Da piccoli vogliamo morire a sessant’anni perché ci sembra un’età incredibilmente avanzata. A ottant’anni capiamo che avevamo ragione da piccoli.
Per tirarmi su il morale, penso all’imbarazzo dei parenti al funerale di uno morto di sifilide.
La vita? Mah, c’è di meglio.

Incontro un ragazzino che conosco da anni. Com’è cresciuto! “Eh, come passa il tempo. Mi ricordo quand’eri piccolo così, e adesso hai un tumore”.

Arrivo a casa. Operai del Comune sono intenti a sfoltire rami.
Sono circa 13,77 miliardi di anni che l’universo regola se stesso, ma l’essere umano è convinto che sia necessario potare gli alberi.
Forse viene punito l’abuso di fotosintesi.
Penso che il giorno dopo dovrò svegliarmi e svolgere un’attività retribuita necessaria al mio sostentamento.
Peggio di un disoccupato ci sta solo chi lavora.
Mi guardo intorno. E capisco che il Grande Architetto ha comprato la laurea.
È per questo che ci piacciono i mondi immaginari, le creature fantastiche, i personaggi dei miti e delle leggende. Non ci dispiace che non siano mai esistiti, ma anzi ci rassicura e conforta il fatto che siano rimasti al riparo dalla realtà corruttrice che deturpa tutto ciò che abbraccia.
Prendete l’unicorno, simbolo di bellezza, armonia, magia.
Quante volte avete immaginato l’unicorno galoppare libero lontano dalle angustie del vigente, dai cataclismi, dalle siccità, dalle carestie, dai campi di battaglia, dalle autostrade, dalle sale scommesse, dai negozi di bomboniere?
Beh, mi spiace deludervi: l’unicorno è esistito. Si è insozzato con la realtà. La figura mitologica dell’unicorno è stata plasmata su quella dell’elasmoterio, esemplare della megafauna del Pleistocene a metà tra un equino e un rinoceronte e aveva questo aspetto:

Elasmoterio

L’unica consolazione è non essere immortale.
Per fortuna non ci sarò quando fra tre o quattro secoli il rap sarà considerato musica classica.
Cosa rimane? Le piccole cose di ogni giorno che se sono piccole cose un motivo ci sarà; l’unilaterale amore per la natura; l’aggregazione umana consistente nell’unione di solitudini al fine di supportare le reciproche illusioni condividendo banalità.
Seguo una sola massima di vita: l’importante è non partecipare.

*

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Cunnus dolor est

Posted by sdrammaturgo su 16 aprile 2012

Assioma di Gianvincenzo Claudini:

Dato un insieme X di elementi incongruenti diretti
in moto uniforme da un punto A a un punto B approssimativo,
la più figa sarà la prima ad andarsene.

*

*

Può capitare che un esemplare di umano maschio etero si ritrovi una sera in un gruppo di sole donne, amiche e colleghe della propria amica d’infanzia.
Tra di loro c’è lei, l’amica d’infanzia dell’amica d’infanzia: molto abbiente, di famiglia facoltosa, giovanissima artista in ascesa che vive tra Roma e New York e ha già esposto alla Biennale, culo antigravitazionale, poppe monumentali, labbra che impongono all’immaginazione una raffica di fellatio frenetiche, antico sogno erotico del soggetto maschio etero in questione.
Ella è indiscutibilmente la più figa del branco.
«Vieni con noi in pizzeria?»
«Grazie, ma preferisco andare dalla gente che conta»
Deve raggiungere una congrega di pari rango in un locale lussuoso tra cui c’è un tale che sai, è stato così carino a curare il mio catalogo, dai, venite anche voi con me, tanto ce li avete venticinque euro per un bicchiere di gassosa, no?
Cioè, non è che deve, ma è meglio.
Se sei bella, ricca e in carriera, la legge di natura vuole che tu non possa stare allo stesso tavolo a cui siedo anche io: sarebbe per te uno svilimento sociale.
Senza contare che è anche alta ed io sono basso, ed etologia vuole che una figa alta tenda a non trombare con un uomo più basso di lei. È una questione di prestigio.
Se sei basso, devi riempire con qualità umane ed intellettive quei quindici centimetri mancanti per fare in modo che il suo Super-Io trovi valide giustificazioni per quel pompino.
Ma se lei è pure una donna di successo, non basta neanche quello: o la superi nella scala sociale, o niente, nemmeno se sei membro del Mensa. E a dire il vero ho sempre pensato che l’unico criterio di selezione per essere ammessi al Mensa dovrebbe essere quello di non voler entrare a far parte del Mensa. Un club degli intelligenti non mi pare una cosa intelligente.
D’altronde uomini e donne hanno esigenze diverse.
La differenza tra uomo e donna è che l’uomo dà la droga per avere la figa, la donna dà la figa per avere la droga.

Dovrebbe essere illegale essere così figa in pubblico. Se esci e la dai a tutti quelli che te la chiedono, mi sta bene. Altrimenti stai a casa. Non puoi venire a suscitare impunemente a dei pover’uomini una mole insostenibile di brame destinate a rimanere insoddisfatte.
Mica devi scopare con tutti lo stesso giorno, eh, ci mancherebbe. Sarebbe impossibile. Va bene anche un registro di prenotazioni.
«Vediamo vediamo… Il 25 agosto 2028 va bene?»
«Alla grande!»
Ti concedo perfino di fare della selezione. Capisco bene che non puoi darla proprio a tutti-tutti. Niente sporchi, fetidi, orribili. Quindi a me puoi darla, che diamine.
Come ci insegnano Epicuro e Siddharta Gautama, il desiderio è fonte di sofferenza. La figa è fonte di desiderio. Dunque la figa è fonte di sofferenza. Quindi se esci causandomi turbamento gratuito, sei sadica. Pertanto ti odio. Odio tutte le donne di bell’aspetto che si frappongono tra l’orizzonte e la mia vista e non me la danno.
Le donne ignorano che condanna sia il testosterone.
Tu esci e sei tutto tranquillo. Vai a fare due passi e la vita ti sorride. Il sole splende e gli uccellini cinguettano. Sei sereno e spensierato, il male non esiste, l’esistenza è il paradiso terrestre. Poi ti passa davanti una figa. Giornata rovinata. La vuoi, al più presto, adesso, subito. Devi scoparci entro cinque minuti, altrimenti la cupidigia ti strazierà l’anima e le carni. Sai che non è possibile. Ti deprimi. Giri lo sguardo per non vederla più e ti affretti a passare oltre sforzandoti di dimenticarla, anche se in cuor tuo sai che non ci riuscirai. Ma ce n’è un’altra. E un’altra. E un’altra ancora. Dovunque, in ogni direzione, sempre, senza scampo, senza tregua. Non c’è pace. Il mondo è pieno di figa, e tu vuoi scopartele tutte. Torni a casa disperato. Un plumbeo senso di frustrazione grava ormai su di te. Ora sai cos’è l’irraggiungibilità. E sai che non te ne libererai mai più. Fino alla morte.
L’ho capito anni fa. Stavo insieme ad una ragazza molto bella, arguta e piacevolissima, a letto una professionista tale da farti ridimensionare l’intera cinematografia porno, sessualmente vorace come neanche se lei avesse il cancro e il pene fosse la cura.
Avevo passato la notte da lei tra una moltitudine di amplessi furibondi. La mattina dopo uscii, spossato ed appagato. Non avevo bisogno di nient’altro. Non sarei riuscito ad avere un’altra erezione per almeno due giorni. Volevo solo andare a casa, distendermi sul letto, guardare un film, oppure sì, finire finalmente quel libro. Era un testo impegnativo, richiedeva concentrazione e quello era il momento giusto, visto che la mia mente era completamente sgombra e placida. Non chiedevo più niente dall’esistenza. Chiusi il cancelletto, mi voltai, passò una ragazza.
“Madonna che figa! Quanto vorrei scoparci immediatamente!”
Se non fossero esistite le donne, avrei scoperto tre nuove galassie, composto diciotto sinfonie, imparato l’aramaico, redatto un poema allegorico in trimetro giambico scazonte sulle civiltà preincaiche, formulato un nuovo teorema sui numeri integrali, decifrato la Lineare A.

La figa è dolore perché ti costringe a fare i conti con la vita.
La figa è un’allegoria della vita.
Ma che cos’è la vita?
Ricordate quando eravate a quella festa piena di modelle e poi a un certo punto diciotto di loro hanno voluto fare un’orgia con voi e mentre leccavate tre brasiliane, due svedesi si contendevano il vostro cazzo e poi è successa quella cosa buffissima di quelle cinque tettone che si sono messe a pomiciare con quelle ballerine dalle chiappe marmoree sorridendovi maliziose per attirare il vostro sguardo e alla fine l’asian, la ebony e la teen brunette si sono fatte largo per essere irrigate dal vostro schizzo? No? Perché non è mai successo. Ecco, questa è la vita.
La vita è una rosetta del giorno prima.
Uno investe così tanto nella vita, e poi alla fine muore.
La vita è un business in perdita.

La seconda classificata se ne va per un motivo ancor più atroce.
«Ho l’ultima lezione del corso»
«Che corso?»
«Corso prematrimoniale»
«Eh?!»
«Eh sì, si sposa a luglio»
Il grigiore mi ha sopraffatto. C’è chi non vede l’ora di garantirsi un futuro di merda.
«Ciao raga, vado a smettere di vivere!»
Quale istituzione più arcaica del matrimonio? Vedere gente che continua a sposarsi nel 2012 mi fa l’effetto che mi farebbe vedere uno che parcheggia la carrozza fuori dal supermercato, o incontrare un sostenitore del geocentrismo tolemaico.
«Domani mi sposo!»
«Ma dai?! Congratulazioni! Oh, mi raccomando, poi fammi vedere i dagherrotipi, eh! Se il valvassore me lo consentirà, ti farò recapitare una pergamena di auguri dal misso dominico. Ora scusami, devo andare a scheggiare una selce»
In fondo li capisco quelli che si sposano: vogliono coronare il loro sogno d’amore come in un film. La notte dei morti conviventi.
La terza se ne va perché è in macchina con la seconda.
La quarta se ne va perché è amica della seconda e della terza.
La quinta se ne va perché non vuole sentirsi da meno.
In un colpo solo, perse le tre fighe da zona Champions e le due da Europa League. Rimangono solo le femmine da campionato senza sussulti e quelle a rischio retrocessione.

Invidio le genti del passato. Un tempo si chiamava filtro d’amore. Oggi si chiama Roipnol. Rischi la galera.
E così vedi lei, La Più Figa, che si allontana inesorabilmente, e sale uno sconforto opprimente, e con esso il livore, e vorresti convocare tutte le fighe del pianeta e tenere per loro una seria lezione di scienze affinché comprendano la realtà fuor di illusione:

Donne, non piacete a me: piacete al mio testosterone. Quindi non state tanto a fare le fighe.
C’è una sostanza chimica disciolta nel mio organismo che si attiva quando il mio cervello riceve degli impulsi visivi e olfattivi in presenza di un agglomerato organico verso cui la natura ha stabilito io debba essere attirato attraverso l’istinto di riproduzione ai fini della conservazione della specie.
Tutto qui. Non siete belle, non siete affascinanti, non siete sensuali, non siete speciali. Perlomeno non più di quanto lo sia una melanzana. In presenza di una melanzana, il mio cervello riceve degli impulsi visivi e olfattivi atti a stimolare il mio istinto di autoconservazione che sollecita il mio organismo ad alimentarsi con l’oggetto percepito per non morire.
Pensateci la prossima volta che un ragazzo ci prova con voi e ve la tirate tra il lusingato e  l’infastidito sentendovi splendide: siete  delle melanzane. Quella che pensavate essere seduzione è solo biologia.
Quantomeno io non mi faccio mai illusioni quando una ragazza è attratta da me: lo so bene che in fondo sta solo cercando riparo dai predatori.

Chi dice: «Non siamo animali» è digiuno di biologia.

C’è invero da aggiungere che le donne sanno sia farmi venire che farmi passare la voglia di scopare. Le stesse donne, intendo.
Ad esempio, ne conosco alcune che hanno girato il mondo, sono entrate in contatto con popoli e culture diverse, parlano tante lingue, hanno vissuto fino in fondo, scoperto aspetti dell’umanità ignoti ai più, imparato tante cose, ma non hanno ancora capito che il metal è una cazzata.
Ho saputo anche che c’è una musicista che suona i capelli. Sul serio. Li ha lunghi fino al ginocchio, tiene davanti a sé una tavola su cui ha incollato dei campanellini che sfiora con i capelli ondeggiando la testa.
Ah, i bei vecchi tempi in cui ci si limitava ad imitare le pernacchie con la mano sotto l’ascella…

Che poi uno nella vita si trattiene, un po’ per timore, un po’ per cautela, un po’ per insicurezza, ché il giudizio degli altri pesa. E allora si cerca l’approvazione, si tace per quieto vivere, i propri veri pensieri non vengono espressi, e anzi sono ricacciati, rifiutati, inghiottiti. Ecco, sì, insomma, si tituba e ci si censura, si cerca anche di credere che certe cose non le si pensa davvero, si diventa incerti delle proprie stesse percezioni, “ma io la vedo davvero così?”, si dubita delle proprie convinzioni, che eppure appaiono logiche e manifeste, eppure no, non vanno bene, perché non vanno bene agli altri, ai più, quindi forse non vanno bene, non possono andare bene, non devono andare bene, “non possono avere tutti torto, quindi avrò torto io, perché se tutti la pensano così, significa che hanno ragione e le cose stanno in questo modo, perciò assumerò le loro opinioni, o almeno ci proverò, o fingerò”. Ma arriva il momento in cui bisogna farsi coraggio, l’integrità deve prevalere e la verità essere affermata anche a costo della propria convenienza e del proprio personale vantaggio, quindi ora basta, lo dico, e che mi si deprechi pure, non me ne fregherà niente del vostro giudizio: Audrey Hepburn è la figa più sopravvalutata della Storia! Non arrapa per niente!
Oh, e che cavolo. Qualcuno doveva pur dirlo.
Puff. Mi sento più leggero, mi sono tolto un peso dalla coscienza.

Chiamatemi romantico, chiamatemi sognatore, ma io per una pompa da una sedicenne venderei mia madre.

 

 

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A Stephen Hawking non importa di essere handicappato

Posted by sdrammaturgo su 7 gennaio 2012

Assioma di Gianvincenzi: ogni proposizione
che comincia con “Il mio ragazzo…”, sarà una noia mortale.

*

*

L’universo è infinito. Eppure, chi va a vivere a Londra continua a sentirsi un gran figo.
L’universo è infinito. Questo fa capire bene quanto sia piccola la Valle d’Aosta.
Pur nell’infinità dell’universo, la noia è ineliminabile. Quindi provate ad immaginare quanto ci si possa rompere le palle il martedì sera a Rieti.
Ma la noia non va odiata e rifuggita. Quando ti annoi, è la vita che ti sta dicendo la verità. O forse va odiata e rifuggita proprio per questo.
Insomma l’universo è infinito.
L’astrofisica è l’unica disciplina davvero utile, l’unica materia che andrebbe fatta studiare obbligatoriamente, in quanto necessaria per mettere nella giusta prospettiva le cose, il mondo, noi stessi, la vita.
Ad esempio, io penso all’astrofisica ogni volta che vedo un artista di strada che fa giocoleria. Mi verrebbe da dirgli: “Beh, certo, un allievo di Stephen Hawking ha calcolato il peso della massa dell’universo, ma anche prendere al volo dei birilli non è male, dai”.
Stephen Hawking. Ho sempre pensato: “Diamine, chissà con la sua intelligenza ed il suo livello di consapevolezza quanto può soffrire per la sua condizione!” (esclamando proprio “diamine”). Poi però mi è venuta in mente un’ulteriore considerazione: Stephen Hawking è la persona che più di ogni altra ha la piena coscienza dell’infinità dell’universo, e di conseguenza di quanto sia insignificante l’essere umano nel cosmo sconfinato; inoltre, i suoi studi si sono concentrati in larga parte sui buchi neri, che rappresentano la più tremenda scoperta dell’essere umano. Cosa c’è infatti di più spaventoso di una voragine senza spazio e senza tempo che può inghiottire pianeti, stelle, galassie nel puro nulla? Ma, certo, nel nulla assoluto, non c’è nessuno che pensi al Nulla, e dunque il Nulla stesso scompare. Dunque non temere, Samuelbè: sei ancora tu la massima autorità nel settore.
Ecco: essendo Stephen Hawking più di qualsiasi altro individuo a conoscenza di tutto questo, come può prendere sul serio la propria malattia?
In compenso, le sue scoperte e le sue intuizioni hanno aggravato la mia frustrazione quando una donna mi rifiuta. Ogni volta che qualcuna dice di no ad una mia proposta sessuale, vorrei dirle: “Hai idea di quanti pianeti ci siano nella sola Via Lattea? E tu non me la dai! Ti rendi conto che un corpo celeste di qualsiasi massa e dimensione attirato in un buco nero subisce nel momento di singolarità quella che viene definita spaghettificazione e viene ridotto ad una particella infinitesimale adimensionale? E tu fai la preziosa!”.
Per questo l’edonismo è l’unica risposta sensata al nonsenso dell’esistenza (ed ho coniato una formula apposita per la mia personale forma di edonismo: edonismo sostenibile. Ovvero, godere dei piaceri senza ledere il prossimo. Altresì: fare sesso solo con persone consenzienti, mangiare senza rompere i coglioni agli animali, etc.). E per questo non capirò mai la gelosia sessuale. Personalmente, se la donna che amo scopa solo con me, la disistimo in quanto monomaniaca e noiosa. Voglio dire: nell’infinità dell’universo, tu vuoi trombare solo con me. E che palle! Già ti reputerei stolta se volessi scopare solo con Johnny Depp, figuriamoci se vuoi farlo per giunta solo con me.
La cosa che mi fa più passare la voglia di campare è quando una donna dice fiera: “Non faccio sesso con il primo che capita!”. Non ho mai capito perché troia sia considerata un’offesa. Per me le ingiurie sono “moglie!” o “madre!”.
Inoltre, la mia donna ideale ride quando le dedicano una frase poetica. Poetico e patetico hanno pericolose assonanze. Affrancarsi dal suggestivo è la base dell’acume.
E la mia donna ideale non fa l’amore. La mia donna ideale scopa, o al limite fa sesso. Fare l’amore è il modo di dire più nauseante concepibile. Fa passare la voglia di scopare.
E poi io guardo solo l’aspetto fisico: non sono mica una persona superficiale.
In fondo, ci innamoriamo perché siamo dei mediocri e conduciamo delle esistenze mediocri. Francamente, io Hugh Hefner che singhiozza da solo chiuso in camera dopo una separazione non ce lo vedo. “Sigh! Sob!” “Che succede?” “Mi ha lasciato!” “Chi?” “Quella! Mi ha lasciato! Sigh! Sob!” “Ma quella chi?” “Sigh! Sob! Quella! Adesso non mi ricordo come si chiama, quella bionda, con due tette così, mi ha lasciato! Sigh! Sob! Portamene un’altra… Sigh, sob. Anzi, facciamo altre tre. Sigh! Sob!”.
Se sei Hugh Hefner nemmeno la febbre ti tange, tanto puoi prendere il misurino di sciroppo tra le tette di una playmate.
Se fossi ricco e famoso, andrei a feste orgiastiche piene di modelle. E invece sono costretto a passare le serate con le mie amicizie più care.
Ci vuole fortuna, per ammortizzare l’urto dell’esistenza.
Quando morì il nonno di un mio amico, gli lasciò una villa. Quando è morto mio nonno, mi ha lasciato una tuta. Bella, eh, dell’Asics. Però che cazzo. Poi per forza uno sviluppa un’indole cioraniana. A me però piace definirmi un gioviale nichilista.
Un ateo antiteista edonista ed un cattolico oltranzista, a ben vedere, prendono le mosse dalla medesima concezione: la saggezza del Qoèlet, quel “vanità di vanità, tutto è vanità” così simile alla verità del Sileno cara a Nietzsche. Ma se nella pars destruens si somigliano, è nella pars costruens – che poi è quella veramente cruciale – che si separano inconciliabilmente. L’ateo infatti dice: “Visto che la vita è sofferenza, godiamo il più possibile”. Il religioso, invece, nella sua ben nota astuzia, ribatte: “Visto che la vita è sofferenza, soffriamo ancora di più”. Sagace, decisamente.
Io per esempio ho sempre trovato sommamente stupido lo sciopero della fame. “Mi hai fatto del male? Ed io mi farò più male!”. Che è un po’ come dire alla persona che sta rompendo la relazione con te: “Ah sì, mi lasci? Ed io me ne vado!”.
Eh sì, siamo decisamente la specie eletta. Lo dimostra il fatto che abbiamo costruito i locali pubblici ed un’intera struttura sociale per fare quello che i leoni fanno all’ombra di un baobab spendendo molto meno.
E’ importante capire che siamo animali e rispondiamo a dinamiche biologiche: il maschio vuole la femmina giovane e sana, la femmina cerca il maschio alpha. Tant’è che nessuna gioia eguaglia quella di abbassare le mutande ad una ragazza e scoprire una vulva glabra, di quelle che ci passi la lingua come se stessi tinteggiando la cameretta di tuo figlio.
Per questo il lavoro più bello del mondo è il responsabile ufficio casting in un’agenzia di moda: pagato per visionare figa.
Ma comunque, già svegliarsi la mattina e realizzare di non avere figli è una bella soddisfazione, un’emozione che si rinnova ogni giorno. L’unica rivoluzione possibile è infatti quella di non fare figli. Mettere al mondo nuovi schiavi mortali distruttori per condannarli a quella violenza pedofila di massa che è la scuola e successivamente alla tortura sadomasochista del lavoro non mi pare un colpo di genio.
Una volta, affrontando questo discorso e manifestando la mia avversità alla proliferazione, un’appassionata di procreazione mi disse: “Tu temi il nostro potere riproduttivo!” “No, io temo il mio dovere lavorativo”.
Il problema di quella ragazza è che era alta. Essere bassi aiuta ad imparare a non aspettarsi più niente dalla vita.
Mi fanno sempre un certo effetto gli ottimisti, specie quelli di tipologia più hippy e fricchettona: sentirsi in armonia con una natura che ti ignora.
Ma ci pensate che in fondo siamo tutti delle sborrate?
L’esatta misura del nostro essere un puntino di niente di fronte alla Natura manca a molti. Basti vedere gli uomini di potere. Per farglielo capire bene, basterebbe chiudere un padrone in una gabbia con un diavolo della Tasmania incazzato: “Dai, digli che lo licenzi, su. Esigi che ti dia del lei e ti chiami con il tuo titolo onorifico. Ti senti ancora una persona importante? Avanti, digli che non si deve permettere di ringhiarti contro in quel modo, che sei uno che conta ed hai fior fior di riconoscimenti. Eeeh, oggigiorno questi mammiferi marsupiali appartenenti alla famiglia dei Dasiuridi non hanno più rispetto per niente e per nessuno”.
Beh, certo, è sicuramente gratificante avere una laurea all’interno del sistema solare.
L’universo è infinito. Partendo da questo assunto, mi sento di confutare anche l’ufologia, non già su base scientifica, bensì prettamente “filosofica”.
L’ufologia è infatti quanto di più antropocentrico l’essere umano sia riuscito a concepire in epoca recente.
Ora, posto che possano esistere altre forme di vita nell’universo (teoria anche plausibile), guarda caso non vedono l’ora di venire da noi, sono tutte interessatissime alla nostra specie e al nostro pianeta. La Terra dev’essere una sorta di meta vacanziera irrinunciabile del turismo interplanetario, una sorta di Sharm El Sheik galattica. Immagino la fila di navicelle al casello di Alfa Centauri, una ressa di extraterrestri che fremono e trepidano per venire a visitare questo sputacchio azzurro nello sterminato tessuto spaziotemporale.
Che esisto non interessa nemmeno al mio dirimpettaio, figuriamoci ad uno che abita in un’altra galassia. E a casa non viene a prendertici nemmeno un tuo amico con la macchina quando ne hai bisogno, quindi puoi stare tranquillo, non verrà nessun alieno con l’astronave.
Se gli alieni esistono da qualche parte, non ci si inculano.
Poi, per carità, non si sa mai. In fondo, c’è anche la possibilità che io scopi con Stoya. Però, ecco…
L’ufologia è la versione post-copernicana del geocentrismo tolemaico: da un geocentrismo spaziale ad un geocentrismo concettuale.
L’idea che ci sia qualcun altro nell’universo – e che per di più venga a cercarci per entrare in contatto con noi – ci conforta, ci consola. L’ho capito guardando quel capolavoro indiscutibile (imbecille senza possibilità di riscatto chiunque non lo consideri tale) qual è Melancholia di Lars Von Trier, in cui quello che è il più grande artista vivente (vedi parentesi precedente) ha avuto l’intuizione più semplice e più brillante da non so quanti decenni a questa parte, nella fattispecie facendo dire al personaggio di Justine: “Siamo soli”. Non ci avevo mai pensato. Quale affermazione più terribile? Quale eventualità più angosciosa di essere completamente soli e sperduti nell’universo infinito? Si trema al sol pensiero di un’infinita solitudine. Ed è una sensazione che sperimento ogni volta che devo piegare le lenzuola e non c’è nessuno ad aiutarmi.
Che poi secondo me la gente lo sa che la vita non ha alcun senso. Lo dimostra la straordinaria diffusione della depressione. La gente va in depressione perché è la scusa più valida per rimanere tutto il giorno nel letto a non far niente. Tanto, far qualcosa significa non far niente. Quindi tanto vale non far niente dal principio.
Ci sono giornate che ti sembrano bruttissime, e poi invece scopri il porno di Belén Rodriguez. Ma appena ti accorgi di quanto sia deludente, capisci che la fortuna è un diversivo della sfiga.
Ci sono momenti in cui vorrei essere altrove: dentro a una modella.
E poi non faccio che chiedermi: ma nessuno ha mai notato che quasi tutte le canzoni di Marco Masini parlano fondamentalmente di lui che fa stalking?
A questo scommetto che Stephen Hawking non ha mai pensato.
Io sono grato due volte a Stephen Hawking: primo, per la sua attività di scienziato; secondo, per il fatto che è handicappato. Io mi sento sempre sollevato quando c’è un handicappato in un luogo affollato: posso scoreggiare liberamente, tanto daranno la colpa a lui.
Ma non andrò al suo funerale. I funerali sono una delle prove dell’idiozia umana e della sopravvalutazione del pollice opponibile. La retorica imbarazzante, l’apparato scenico pacchiano…
I funerali fanno passare la voglia di morire.
La cosa migliore che possiamo fare nella nostra vita è dedicarci al prossimo. Troppo spesso ignoriamo il prossimo, mentre può essere molto prezioso: basta tendere la mano. E rapinarlo.
Se siamo nati, un giorno moriremo. E sarà stato inutile.

*

*

Appendice

Donne che è un peccato che non abbiano fatto l’attrice porno

*

– Syria
– Emilie Autumn
– Asia Argento
– Katy Perry
– Sarah Silverman
– Sophie Ellis Bextor
– Mélanie Laurent
– Ludivine Sagnier
– Beatrice Borromeo
– Francesca De André

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Sisifo faceva trekking

Posted by sdrammaturgo su 26 febbraio 2011

La mia madeleine proustiana: oggi, dopo aver cacato, la puzza mi ha ricordato il defunto zio Cesarino, noto ammorbatore di cessi.
Così ho passato in rassegna la mia vita, perché è più interessante di quella dello zio Cesarino. E la mia vita non è per nulla interessante. Anche se ci sarebbe da capire perché mi sudi così tanto il culo.
D’altronde, quando ti ritrovi ad esaltarti con i filmati di Earnie Shavers, significa che la tua vita è veramente agra, mica come quella di Luciano Bianciardi.
Ho pensato che, a ventisette anni, Jim Morrison era già leggenda. Io ho l’ernia al disco.
Che spettacolo, Earnie Shavers.
Eppure, nonostante sia stato probabilmente il pugno più potente nella storia del pugilato, le ha prese anche lui. E quello che gliele ha date, adesso ha il Parkinson.
Nella vita non vince mai nessuno. A parte Hugh Hefner.
Ma chi invidio di più sono quelli che si sono potuti permettere di curarsi per la dipendenza da sesso. “Troppa passera, ho bisogno di smettere”.
Anche io ho sofferto di dipendenza da sesso, ma m’è toccato farmela passare.
La differenza tra perdere nello sport e perdere nella vita è che nello sport il fischio finale arriva quantomeno dopo un paio d’ore.
Si usa dire: “Hai tutta la vita davanti!”. E’ proprio questo il guaio! Che palle! Tutta una vita non si regge proprio.
La vita è dura perché dura.
Attendere una settantina d’anni (e, se ti dice male, anche oltre) prima di essere liberati dal supplizio mi pare francamente eccessivo.
Sarebbe come costringere il portiere della squadra ultima classificata del campionato di Terza Categoria a subire goal con il rigore a cucchiaio per tre giorni consecutivi davanti alla ragazza che gli piace mentre lei gli ripete dagli spalti: “Tu sei una persona meravigliosa, ma lui mi piace perché ha quel non so che”.
Il non so che. La più meschina atrocità che si sia mai abbattuta sulle relazioni umane.
Il non so che è la scusa che consente alle persone imbecilli di accoppiarsi con altre persone imbecilli mantenendo la coscienza pulita.
Il non so che premia l’imbecille e penalizza l’intelligente.
Il non so che: se non sai cos’è, non c’è.
E quando qualcuno ti piace per “quel non so che”, quel “non so che” è la tua fame.
Quando una donna mi tira fuori la storia del non so che, comincio ad equipararla al merlo indiano di una pizzeria al taglio del mio paese che dava il buongiorno ai clienti. Neanche lui me l’ha mai data.
Se mi dici che ti piace qualcuno (specie se al posto mio), pretendo un elenco dettagliato di tutte le qualità fisiche, intellettive, etiche ed umane per le quali ti suscita attrazione. Se la somma ottenuta risulta inferiore a quella delle qualità che riconosco a me stesso (e che dovresti riconoscere anche tu, se non avessi preso Beverly Hills 90210 per Quark Speciale), mi rimborsi il drink e mi paghi la escort.
A proposito di escort, in tutta la vicenda dei festini ad Arcore non è ancora stata posta la giusta attenzione sul punto più importante: Nicole Minetti è una fregna.
“Quanto sei sboccato!”, qualcuno penserà, “molto maleducato”. Sì. La buona educazione è il valore di chi non ha valori seri.

Sono sempre più convinto che ho fatto bene a non essere andato alla manifestazione del 13 febbraio: mai viste piazze così gremite di passera, e non avrei potuto provarci con nessuna, altrimenti sarei stato linciato.
E comunque è incredibile: nonostante esistano Ovidie e Sarah Silverman, la maggior parte delle donne comuni continua a tirarsela. E per ubbidire al testosterone che ti tiranneggia, devi fingerti stupido di fronte alle scuse più acrobatiche: “Scusami se non ti ho più risposto, ma non potevo usare il cellulare perché mi è passata davanti una Citroen Ax. Mi sembrava immorale utilizzare uno strumento tecnologico in presenza del proprietario di una Citroen Ax nel mio stesso emisfero”.
Vorresti insultarla, ma, se osi anche solo farti scappare un dubitoso “mh”, “ho chiuso con lui perché è una persona pesante ed irrispettosa che assilla”; se dici: “Ma guarda che a me puoi parlare con franchezza, ho l’intelligenza e la maturità sufficienti per accettare una verità spiacevole” “E’ uno stalker!”.
Avere un alto senso della dignità, con le donne penalizza molto.
E poi vedi trionfare il piacione – quello che sceglie un cocktail in base al colore che si abbina meglio con la sua camicia fosforescente – grazie a dinamiche perverse: “Pfui, ma guarda quello che deficiente. Cosa ci troveranno le altre donne in quello là. Ma dico, sono io l’unica ad accorgersi che è patetico con quelle pose? Tutte lì a spasimare per questo coglione e non è nemmeno bello. Basta, ci vado a letto, così le altre lo capiscono che sono migliore di loro”.
Che poi tu le chiedi: “Ma non ti faceva schifo?”. E lei ti risponde: “Sì, all’inizio sì, ma poi l’ho conosciuto meglio ed ho scoperto che ha…quel non so che”.
La piacioneria è una piaga sociale. Ed in costante espansione, per giunta. Prova ne sia l’epidemia di corsi di seduzione. Ma maestri ed allievi dell’arte dell’adescamento dovrebbero sapere che l’autore da seguire, l’inventore del metodo che le donne continuano a preferire, resta sempre lo stesso: Von Clausewitz.

Dovrebbero essere le donne a provarci con gli uomini, per una questione di parità, ma soprattutto di logica.
Se in un locale io mi avvicino dal nulla ad una ragazza tentando l’approccio, lei può dirmi tanto sì quanto no. E tanto è no.
Se invece è una ragazza (carina. Accettatelo, è così) ad avvicinarsi per prima, qualsiasi uomo direbbe sicuramente di sì. Il margine di rischio è ridotto al minimo.
“Ma non è affatto vero! A me è capitato più volte di prendere l’iniziativa per abbordare qualcuno e mi è andata male”. Ci sono solo due casi per cui un uomo possa dire di no ad una donna carina: o è omosessuale o è un coglione. In entrambi i casi, si dovrebbe capire ad una prima occhiata, quindi la colpa è della scarsa intuitività di chi osserva.
“C’è anche un terzo caso: uno fidanzato e fedele”. Vedi alla voce coglione. (Qualora la mia ex stesse leggendo: è solo una battuta! Torna! Che uomo senza palle che sono, eh? E pensare che sono diventato così attento solo dopo essere stato lasciato. Chi è sempre puntuale nella vita, è sempre in ritardo nell’esistenza. Come si paga tutto questo? Chiedendosi quotidianamente ad intervalli regolari di quindici centesimi di secondo: “Quale uomo meraviglioso e vincente e decisamente migliore di me sotto ogni punto di vista si starà sbattendo in questo momento la donna che amo?”. Per fortuna quando dormi le paranoie si prendono una pausa: gli uomini diventano due o tre per volta. Te la immagini completamente appagata dalla vita ora che è senza di te che si diverte da matti a fare gang bang pure mentre si trova alla cresima della cugina, nel cesso del ristorante subito dopo il sorbetto).
Eppure, l’uomo che mostra maggior disinteresse per la fica è quello che più piace alle donne. Meno bisogno di sesso traspare in te, più il tuo potere seduttivo aumenta. E’ il marketing: se il tuo pene sembra un party esclusivo, tutte vogliono partecipare per sentirsi importanti e rassicurate.
Ma gli uomini che fanno i preziosi iperselettivi sono semplicemente dei cretini. Passano per fighi che non devono chiedere mai, ma sono soltanto degli omuncoli banali con ansia da prestazione e nessuna curiosità né fame di esperienze. Un uomo che rifiuta una donna carina senza alcun motivo davvero valido dimostra di non avere il piacere del piacere, e dunque di essere un ebete privo di desiderio e volontà di esplorazione di fronte alle bellezze del mondo.
Un uomo senza brama di conoscenza è un uomo noioso e stupido. E l’edonismo è la forma privilegiata del sapere.
L’uomo ideale è Ulisse, non Ippolito.
Personalmente, giudico una donna in base a come reagisce alla visione del mio portafoglio.
Io ho ancora il portafoglio Invicta primi anni novanta, verde, quello che ti regalavano ai compleanni. Se una, quando lo estraggo, storce la bocca giudicandolo poco virile, significa che non capisce un cazzo. E non capisce niente di cazzo.
Detesto la superficialità. Un vero uomo non si giudica dal portafoglio che possiede. Un vero uomo si giudica da come gioca a biliardino.
Inoltre, i soldi sono una cosa brutta; quindi, volerli conservare in qualcosa di bello, è indice di pochezza e meschinità.

Insomma la vita è dura. Tanto più se ci metti che le donne single non esistono. Sono un’invenzione cinematografica. Quelle bone, almeno.
Ma la vita è dura soprattutto perché non lo è abbastanza per qualcuno.
Ad esempio, non batterei ciglio se sequestrassero il figlio di Sergio Marchionne.
E’ intollerabile campare sapendo che il tuo benessere verrà gestito dai sergimarchionni. E per di più in uno Stato.
Io mi sento più al sicuro tra i cannibali che nelle mani dello Stato. I cannibali qualche volta non hanno fame.
Ricapitolando: tocca vivere in balia di sergimarchionni in uno Stato e per giunta in una società antropocentrica.
La prova che l’antropocentrismo sia una cazzata? Beh, gli stambecchi non hanno mai fatto l’heavy metal.
Una civiltà fondata sulle cazzate. Per forza poi hanno successo i Subsonica.
A volte mi chiedo: cosa ne sarebbe stato dei Subsonica se non fossero esistite le parole che finiscono in -ione e in -ento?
Ma la cazzata cazzatarum rimane il fumo.
Fumare nuoce gravemente alla stima che ho di te.
Il fumo rappresenta il massimo livello di perfezione raggiunto dal capitalismo: ti vendo niente (fumo, appunto, che non ha gli effetti interessanti delle altre droghe né l’utilità e l’edonistica consistenza di cibo e bevande), un niente che ti fa male e che ti fa puzzare, te ne rendo schiavo e tu lo compri.
Pagare per puzzare. Pagare per puzzare!
E mentre tu metti in lavatrice il maglione fetido digrignando i denti beige perché dopo avere steso i panni hai la seduta di chemio, il presidente della multinazionale del tabacco si sta facendo fare una pompa in piscina da tre ecuadoregne di dodici anni i cui rapitori sono stati pagati con i proventi ricavati dalle ultime tre stecche che hai acquistato.
I danni del cinema. Bisognerà pur chiarire ad un panzone con la sciatica che una nazionale non lo rende Clark Gable.
E Clark Gable che fuma è Clark Gable con l’alito cattivo.
Mi domando da sempre: perché se inspiro davanti al caminetto sono matto mentre se fumo una sigaretta sono figo?
Nulla è altrettanto privo di giustificazioni razionali quanto il fumo.
Forse i tatuaggi. Dovrebbero vietare i tatuaggi sulle persone belle. Però arrapano. Conflittualità interiore insanabile.
Arrapano perché conferiscono alla donna una certa aria da porca.
Il vecchio sogno maschilista della donna che si mostra virtuosa e poi a letto si trasforma in un’Erinni furiosa mi ripugna. Alla tenera che si rivela maiala, ho sempre preferito la maiala che sa essere tenera.
Il sogno erotico definitivo: una commessa tatuata.
Ogni uomo ha la propria commessa del cuore.
Le commesse sono passanti brassensiano-deandreiane che puoi ritrovare ogni giorno, ma che sfuggono senza passare. Come la approcci una cassiera? “Nessuna pronuncia il prezzo del detersivo come te”?
Non solo bisogna vivere ed invecchiare, ma persino farlo senza scoparsi la cassiera dell’Eurospin.
E poi, quando saremo vecchi noi, cosa diremo? “Eh, oggigiorno i software non sono più quelli di una volta. Ai miei tempi bisognava fare un clic per aprire una pagina web”.
Nella vita ci sono solo due cose che abbia senso fare: un cazzo ed il porno.
Il resto, è tempo sottratto ai video poker.
Il tutto per dire che ho formulato

la frase scacciadonne perfetta:

“Andrei a puttane, se me lo potessi permettere economicamente”.

*

Le seguenti donne sono fregne sottovalutate:

1) Nicoletta Romanoff;

2) quella del video de La guerra è finita dei Baustelle (i quali, di contro, sono sopravvalutati);

3) una che ho visto nel porno Orgasmus n° 1, tale Mathilda;

4) la ballerina tatuata del video di Tranne te di Fabri Fibra.

Ah, e Sarah Felberbaum. Sotto al grasso si nascondeva una fica.

*

Ho avuto delle fidanzate.
Qualcuna si è pentita di essersi messa con me. Nessuna si è mai pentita di avermi lasciato.

*

*

Sopra, uno a cui direi che Sergio Marchionne ha toccato il culo alla sua ragazza.
Per poi aggiungere: “Ma lo sai che tutti quelli che hanno trombato, trombano e tromberanno con la mia ex pensano che tu sia un negro di merda? Me lo hanno confidato ad uno da uno”.

 

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Morire come si deve, o dell’adeguatezza

Posted by sdrammaturgo su 10 febbraio 2011

Il mio yorkshire morì scoreggiando.
Stava camminando in corridoio quando tutto ad un tratto si fermò, emise il peto più fragoroso e puzzolente mai concepito, si irrigidì e cadde su un fianco come se fosse imbalsamato, come nei cartoni animati. Si scoreggiò letteralmente via l’anima.
La prima cosa che mi venne in mente fu: “Ma che morte è? Ma vuoi morire bene? Hai condotto una vita inutile, riscattala almeno con una morte decorosa”.
Il precedente almeno era morto azzannato da un pastore maremmano mentre era al guinzaglio con mia nonna (ed anche questo cagnone, voglio dire: aggressivo aggressivo, duro duro, e poi mirava in basso pure lui. Hai davanti uno yorkshire e mia nonna e sbrani lo yorhshire? Un po’ d’ambizione, in nome del cielo!).
La sorpresa sopravanzava il dispiacere. Che pure c’era, e tanto.
Eravamo molto legati. A forza di stare con me, era diventato come me: passava le giornate spaparanzato sul divano a non fare una cazzo. Gli mettevo una mano sulla schiena mentre leggevo o guardavo un film ed era contento così. Ed io pure. Quando lo portavo a spasso, appena varcato il portone pisciava, cacava, e cominciava a grattare l’uscio per rientrare, smanioso di tornare sul divano.
Quanto mi manchi, Pongo, cane pragmatico, essenziale, cane benthamiano.
Sarà stato che era grasso. Parecchio grasso. Colpa di mia nonna. Diceva sempre: “Al cane bisogna dare gli avanzi”. Mi sta anche bene, ma non tutti quelli del pranzo e della cena di una famiglia di sette persone.
Ebbene, con quella flatulente e goffa dipartita, Pongo divenne il mio eroe.
C’è chi ha come eroe Che Guevara, chi Marlon Brando, chi Gandhi, chi Jim Morrison. Io ho il mio defunto yorkshire.
Sì, perché ha fatto una morte senza gloria, poco dignitosa, contravvenendo ad ogni dettame di buona creanza agonica e mortuaria. In una parola: inadeguata.
“Ci vuole il vestito adeguato per ogni occasione”, “bisogna adeguarsi”, “questo non è adeguato”, “adeguati”.
Adeguatezza, adeguatezza, adeguatezza.
Non solo ci ammorbano con codicicanonischemicostumiregolenormecategorie a cui dovremmo adeguarci per vivere, ma pretendono anche di dirci come morire.
Essi, la grande, temibile, incoscienza collettiva.
Persino i nomi devono essere adeguati alla toponomastica.
Mettiamo che lo yeti esistesse davvero. Sarebbe un bel guaio se, invece che sull’Himalaya, venisse avvistato realmente a Rieti. Chi prenderebbe sul serio la segnalazione: “Yeti a Rieti!”?
Non mi piace chi si adegua. Perché, se ti adatti a questo mondo, se impari a farti star bene questo stato di cose, devi essere davvero un imbecille.
Ed io voglio allora celebrare i disadattati, ultima speranza del piatto grigiore umano, magnificare il disadattamento e tutto ciò che è inadatto, tessere l’encomio dell’inadeguatezza!
Poiché, se non ci è data possibilità di salvezza, lasciateci almeno il trastullo.
Ma che cos’è quest’inadeguatezza?
Entrare in sala in un cinema porno a film già iniziato e chiedere ad un altro spettatore: “Hanno già sborrato?”.
Oh, questo sì, sarebbe assolutamente inadeguato.
E che tragedia sarebbe morire investiti da un’automobile mentre si sta facendo l’imitazione di Mauro Repetto. Ve li immaginate poi i vostri cari in lacrime al funerale? “Sniff sniff…Stava eseguendo i passi di Nord sud ovest est quando è spuntato quel camion e…e…Sigh! Sob! Buaaah!”.
Vero è che c’è anche un’inadeguatezza inadeguata.
Come ad esempio i cinema in cui si vede scritto Multisala e sotto, in piccolo, Due sale. Ma allora perché non Bisala? Attendo con impazienza l’inaugurazione del primo multisala ad una sala sola.
O ancora.
Come si concilia un pompino con un pigiama di flanella? Com’è prendere un cazzo in bocca dopo aver calato un paio di pantaloni di un pigiama verde acqua? Uno guarda la scena e vede: cazzo, bocca, flanella; flanella, bocca, cazzo; bocca, flanella, cazzo. C’è qualcosa che stona. Dunque, il cazzo no. La bocca non mi sembra. Cosa sarà? Vuoi vedere che è la flanella?
Ai miei nipoti racconterò che una volta mi capitò di leccarla mentre avevo davanti un poster di Winnie the Pooh. Avessi saputo, mi sarei adeguato portando i preservativi con la faccia di Pluto. Non mi sarebbero invero neppure serviti, ché la ragazza era vergine e tale aveva intenzione di rimanere. Chissà, magari da qualche parte c’è qualche paraplegico che sta bene così.
Per me, se non sei un incrocio tra una pornoattrice ninfomane ed una zoccola indiavolata, non esisti. Ed infatti io considero di aver leccato il Nulla. Chissà quanti asceti brahmanici misticamente lussuriosi mi invidierebbero.
Secondo me, di cortocircuiti tra valori religiosi è pieno il mondo. C’è di sicuro gente così tanto credente, così tanto fedele, così tanto praticante, così tanto osservante, che si fa le pippe pensando alla Madonna.
Allo stesso modo, la cultura religiosa è più pervasiva di quanto si immagini. Molti hanno inconsapevolmente assorbito retaggi cattolici e si comportano da cattolici senza rendersene conto. Ad esempio, il papa vince ogni volta che una donna non te la dà.
Chi mi fa sentire davvero inadeguato è la ragazza bella in modo immorale che incrocio ogni giorno quando esco da lavoro (a parte la mia ex. Ma verso di lei non si tratta tanto di sensazione di inadeguatezza, quanto piuttosto invidia per la condizione privilegiata delle zanzare spiaccicate).
Per lei, tra me e la ringhiera non c’è alcuna differenza. Ai suoi occhi sono come un arredo urbano (quando mi va bene. Il più delle volte, un’ombra informe od un lampo di vuoto spaziotemporale).
Ogni fica ha nella vita almeno un uomo improponibile, uno per cui amici, conoscenti, famigliari, passanti, si chiedono: “Ma come fa una così a stare con quello?!”. Alla fica serve almeno un esemplare di tale specie nel curriculum ficae per alimentare la propria autostima nel momento in cui racconterà alle amiche che persona magnifica era lei e quanto inadeguato fosse invece lui e quanto splendida è stata nell’accogliere un simile derelitto elargendo beneficenza vulvatica e che in fondo è un po’ pazza ommioddio ma sai io mi fiondo nelle storie così senza pensare iocomeamelie sciarbodler vogliounavitaspericolata con un impiegato trenoamatore che di notte si trasforma in un appassionato di tuning e comunque ho intenzione di metter su famiglia ed essere ingravidata un giorno.
Perché dunque non potrei essere io il suo uomo improponibile?
Inadeguatezza anche per l’improponibilità: inadeguatezza al quadrato.
Ma la sublime inadeguatezza non conosce limiti.
Chissà se qualcuno ha mai riflettuto sul fatto che è uno smacco senza pari essere un grande talento in un settore che non ti torna utile per rimorchiare.
Se sei un grande pianista, un grande sportivo, un grande archeologo, un grande uomo d’affari, puoi fartici bello con le donne. Ma come deve sentirsi il massimo esperto mondiale di foratini? Magari è la massima autorità del settore, ha un successo internazionale, richiestissimo come consulente dalle principali imprese edili, ma nelle relazioni con l’altro sesso non te ne fai nulla. Cosa racconta ad una ragazza alla prima uscita? “Sai, ieri nessuno riusciva a risolvere un problema con l’impasto di alcuni mattoni destinati a muretti municipali per la frazione di Zepponami, così hanno chiamato me ed ho sistemato tutto.”.
L’imperativo dell’adeguatezza crea anche diversi equivoci.
Se parlo con toni e termini rozzi di argomenti però coltissimi, con che coraggio mi si può dare dell’ignorante?
Mettiamo che io dica: “Dio impestato, Dvorak spacca ‘l culo. So’ ito a sentillo, me prudea la fava da quanto adera intenso il primo violinista sul settimo passaggio del terzo movimento, madonna sbudellata. Nun me sentio a tosì a cazzo dritto da le tempe che scriveo quer trattato sur trimetro giambico scazonte”.
E provate a darmi dell’ignorantone se dico: “Dio scannato, quer cazzo de Dino Campana adè popo forte a usà l’anadiplosi a gradazione”.
Il vero ribelle non è il bello e dannato che va nella giungla a combattere per la libertà. Il vero ribelle è quello che si presenta al primo appuntamento con la tuta del mercato.
Certo, bisogna essere pronti a morire per un nobile ideale.
Se proprio mi si chiede di morire come si deve, voglio fare una morte gloriosa. Voglio morire mentre vengo in faccia a Stoya gridando: “Libertà!”. Sognando un mondo in cui si possa schizzare in viso alle passanti in strada. Ed io non chiedo mai ciò che non posso offrire. Ch’io sia dunque squirtato a sangue! Siano le mie carni straziate da vortici di umori vaginali! Venga io travolto da tsunami di liquidi femminili! E sulla mia tomba sia scritto: “Per la passera visse, alla passera aspirò, per la passera spirò”.
“La vita non è come nei film porno”, si dice. Beh, rendiamocela! Non so, a chi dispiacerebbe entrare al supermercato e farsi la cassiera bona così, per simpatia? “Sono quattordici euro e quarantanove” “Guardo se ce li ho spicci. No, mi spiace, purtroppo non ce li ho” “Ed io non ho il resto. Però ho questa” Spalanca le gambe “Pompa?” “Sì, una, grazie”.
Oppure chiamare l’idraulico per farlo intervenire sulle tube di Falloppio?
Che poi non ho mai capito questi favoritismi verso gli idraulici. Fossi un elettricista, mi incazzerei a morte per la discriminazione.
Poco fa, tornando a piedi dal supermercato, pensavo che, da ottobre ad oggi, dodici donne (12. DODICI) hanno mostrato interesse nei miei confronti, detto di uscire e poi mi hanno dato buca/cambiato idea/smesso di considerare/incontrato nel mentre l’uomo dei sogni che non corrispondeva alla mia identità per i motivi e nelle modalità più spettacolari. Il che fa di me, se non la vittima di un complotto persecutorio a scopo di raggiro, quantomeno un rispettabile recordman. E queste cose vanno dichiarate con e per onestà intellettuale. Non è che uno, finché va tutto bene e colleziona peli pubici sul cuscino su peli pubici sul cuscino, vanta i suoi successi con gli amici e poi, quando viene risucchiato in una spirale di due di picche o sconfitte similari, occulta tutto per salvare le apparenze. Eh no! Che si abbia il coraggio di confessare le umiliazioni patite! Integralismo della sincerità, sempre, ad ogni costo. L’essere presi per il culo è il fio che si paga alla disfatta. Ed è la sorridente tenzone con l’onta che misura la nobiltà. Tanto ti puoi sempre rifare con uno più debole.
Ecco, dicevo, mentre passeggiavo con una confezione di cornetti Misura Privolat alla marmellata d’albicocca in una mano, quelli senza latte e senza uova, cento per cento vegetali, ed il ricambio del Mocio Vileda nell’altra, passando in rassegna la sterminata teoria dei miei fallimenti in ogni campo, la laurea ancora non conseguita nonostante gli esami terminati perfettamente in tempo anni fa con la portentosa media del 29.9, il degradante posto di schiavitù da precario sottopagato che mi permette di essere ufficialmente povero e per il quale devo svegliarmi alle cinque di mattina, l’amore della vita che mi sono lasciato sfuggire tra le dita come un coglione, la novella difficoltà nel far accogliere il mio membro nell’apposito spazio altrui, i progetti ignorati dalle case di produzione, i manoscritti rifiutati, l’esistenza del chinotto Guizza, mentre camminavo pensando a tutto questo, consapevole che nella vita ho fallito il fallibile, pervaso ciononostante da una vaga gioiosa fierezza per aver trovato i cornetti Misura, benché all’albicocca e non già al cioccolato, giacché nessuno immagina quanto deve patire un vegetaliano per poter mangiare un dannato stronzissimo delizioso cornetto, solo un altro vegano può comprendere, ebbene in quel momento ho capito: questa è vera, incomparabile, squisita inadeguatezza.
Non la cambierei con i successi di nessun altro. Eccetto con quelli di un attore porno qualsiasi.
A me non serve molto per vivere felice. Non mi interessano i soldi, non mi interessa il successo, non mi interessa la fama. Mi basta la fregna.
Ci vuole stoffa per essere un perdente d’ingegno. Mica tutti sono capaci di perdere con stile.
Per quanto mi riguarda, voglio morire in pantofole. Mi piace morire comodo.

 

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La cicoria ripassata in padella è sopravvalutata

Posted by sdrammaturgo su 28 aprile 2010


Sono convinto che la Champions League sia stata inventata per evitare che la gente si suicidi.
Mi metto nei panni di chi ha una vita assolutamente insoddisfacente, un lavoro malpagato, un ritardo negli studi, una vita sentimentale disastrosa ed ha fallito il fallibile (li ho indossati nel millenovecentottantatré e non li ho ancora tolti). Ecco, in casi come questi (cioè la maggior parte degli individui in ogni parte del mondo) è quantomai logico e razionale chiedersi: “Perché mi ostino a campare? Non sarebbe più opportuna una sapiente impiccagione?”. Ed è lì che interviene la Champions League. Uno infatti pensa: “Ma che mi ammazzo a fare? Mercoledì c’è la Champions, metti che Messi fa un goal dopo una serpentina, che faccio, me lo perdo?”. Una volta giunto il mercoledì di Champions, è naturale conseguenza riflettere: “Beh, ora che ho visto l’andata, non posso certo ammazzarmi e perdermi il ritorno. Metti che poi Sneijder la piazza nell’angolino dalla distanza o pesca Milito con un lancio da trenta metri”. Di partita in partita, il suicidio continua ad essere rimandato: “Sono arrivato fino a qui, non posso perdermi i quarti di finale. E la semifinale?”. E così via. E neanche dopo la finale uno si ammazza, perché si dice: “Beh, tra pochi mesi comincia la nuova edizione della Champions: nuove squadre, nuove formazioni. Magari saltano fuori abbinamenti e partitoni ancor più avvincenti del solito, se mi ammazzo potrei pentirmene. Va bene, posticipo il suicidio alla prossima riforma delle coppe”.
Il campionato non assolve allo stesso scopo: troppo lungo, la noia dei pareggi, il tedio incomparabile di un’interminabile classifica a punti senza eliminazioni…E partite come Chievo-Livorno fanno venir voglia di essere seguite dall’interno dell’abitacolo di un’autovettura deodorato con monossido di carbonio.
Neppure Mondiali ed Europei sono utili in funzione anti-suicidio. Anzi, sono dannosi: tragicamente brevi e solo una volta ogni due anni, uno fa in tempo a dimenticarsene e disperarsi per l’attesa che lo attenderà. Quindi facile che dopo la finale uno si spara una revolverata nelle orecchie (perché sempre nelle tempie? Nelle orecchie sarebbe più originale. Tanto sempre al cervello arriva. Non c’è niente di peggio della banalità nei suicidi). Specie se in finale c’è arrivata la Germania.
Sì, la Champions League è stata una geniale invenzione salvavita in un’ottica economica. Proviamo infatti a pensare cosa accadrebbe con un cospicuo e sacrosanto aumento del numero dei suicidi. Innanzitutto, un brusco e gigantesco calo della manodopera internazionale. Inoltre, quando uno si toglie la vita, lascia sempre qualche amico o parente nella depressione, e si sa che la depressione è la peggior nemica della produttività. Quando uno è depresso lavora poco e male, il suo rendimento non è più lo stesso, non gli interessa più alcunché, dunque consuma anche molto meno.
Senza la Champions League, quindi, ne beneficerebbero solo le lobby dei becchini, degli psichiatri e dei farmacisti, cosa che agli altri industriali proprio non andrebbe giù.
E poi si dice che i calciatori guadagnino troppo…Voglio dire, salvano delle vite umane! Guadagnano anche troppo poco per quello che fanno – quelli bravi, si capisce. Io ad esempio ho imparato a fare il nodo scorsoio la prima volta che ho visto giocare Iaquinta.
Eh sì, senza la Champions League molte persone prenderebbero sicuramente decisioni più sagge.
Che diamine, la vita è una fatica inutile. Non ci vuole Albert Camus per capire che la vita non ha alcun senso (eccetto quella di Hugh Hefner) – mi rendo conto che un cattolico a questo punto avrebbe bisogno di puntualizzare: “Aspetta: cosa intendi per vita? Quando comincia la vita? E quando finisce la vita? L’embrione è vita?”. E’ bene dunque precisare: considero vita quella che va dalla nascita alla prima serata di Rai Uno.
Ritengo che la vita sia solo un ostacolo alla morte. E la morte è la più valida alternativa al lavoro (e per lavoro intendo anche l’amore. Qualcuno obietterà: “Cazzo c’entra???”. Mi spiego: l’amore è la forma più perfetta di lavoro: richiede un impegno costante e quotidiano, non si viene retribuiti ed alla fine si viene puntualmente licenziati).
Secondo me chi teme la morte è perché non ha lavorato abbastanza.
Avete presente quando la mattina suona la sveglia e si pensa: “Uff, quanto vorrei rimanere a letto un altro po’”? Da morto puoi farlo!
Oltretutto, la morte è anche un’ottima scusa per evitare i pranzi con i parenti (per le feste mondane, invece, una paralisi è più che sufficiente: “Sabato sera ci vieni all’aperitivo in quel locale trendy rock? Suona quella band indie inglese dove tutti hanno le frange e sono ben vestiti, si balla tutta la notte, ci sarà da divertirsi, ci siamo proprio tutti!” “Mi spiace, non posso, sono paralizzato”).
E da morto non hai più a che fare con la prima serata di Rai Uno.
E non sono solo i grandi dolori come i lutti, le malattie, la perdita del grande amore, la prima serata di Rai Uno, a rendere insopportabile la vita. La vita è disseminata di una miriade di minuscole immense sofferenze. Penso ad esempio al dramma di chi vorrebbe ballare la salsa ma non il merengue.
Sapete quale sarebbe una vera sciagura? La donna che ti ha lasciato e di cui hai sempre desiderato il ritorno più di qualsiasi altra cosa al mondo che decide di rimettersi con te la sera della finale della Champions League. A quel punto cosa fai? Come ti comporti? Da una parte c’è tutto ciò di cui hai bisogno per star davvero bene, ma dall’altra parte c’è la donna della tua vita! Ah, no, scusate, ho fatto confusione, volevo dire: da una parte c’è tutto ciò di cui hai bisogno per star davvero bene, ma dall’altra parte c’è la finale di Champions League! Panico.
Oppure se, sempre quella donna senza la quale la tua vita è ridotta a mera svogliata sopravvivenza, ti invita inaspettatamente in un pub per chiarirvi e tentare una riconciliazione e, una volta seduto al tavolo tutto trepidante e commosso, ti accorgi con sgomento che sullo schermo alle sue spalle stanno trasmettendo i più bei goal di Fernando Torres. Terrore. Orrore. Inizi a sudare freddo. Ti ripeti tra te e te forsennatamente ed ossessivamente: “No, no, no. Resisti, non farlo, non farlo”. Tu vorresti dedicarti solo a lei, tu vuoi realmente dedicarti solo a lei, dimostrarle che ha, ha sempre avuto e sempre avrà tutta la tua attenzione e tutte le tue attenzioni, perché lei è tutto per te, è il tuo respiro ed il battito del tuo cuore, è la tua alba ed il tuo tramonto, è il tuo principio e la tua fine; ma qualcosa che trascende inesorabilmente la tua volontà e che non puoi combattere in alcun modo per quanto tu possa sforzarti (e lo fai, cerchi di farlo con tutto te stesso) ti spinge fisiologicamente a distrarti dai suoi occhi lucidi di pianto – che pure ti fanno palpitare come non mai – su quella palla scagliata  con potenza e precisione da fuori area che lambisce ossimoricamente delicata l’incrocio dei pali e si insacca meravigliosamente proprio sotto al sette. E proprio mentre lei ti sta urlando addosso che sei rimasto il solito mostro e che ha fatto bene a lasciarti e che non cambierai mai e si alza e ti manda a fanculo e se ne va una volta per tutte, per sempre. Ed ha perfettamente ragione.
Il guaio di nascere uomo è che inscritto nel cromosoma Y hai l’irresistibile impulso di vedere la fine di un’azione. Se un uomo passa con la macchina davanti ad un campetto di periferia dove si sta giocando una partitella senza pretese, piuttosto rischierebbe un incidente stradale pur di non perdersi l’esito dello scambio di passaggi sotto porta in corso.
Mah, comunque, la vita ci pone davanti ogni giorno infiniti interrogativi destinati a restare insoluti. Qualche giorno fa, per esempio, giocando a pallone con due amici in un campetto di quartiere, mi chiedevo: “Perché la gente si fa una famiglia?”.
Cesare Pavese oggi non si ucciderebbe più. Guarderebbe Barcellona-Inter. E prima e dopo penserebbe: “Che vita di merda”. Un po’ anche durante, ma meno.

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Rosicare stanca – Quasi-non-commedia in meno di mezzo atto

Posted by sdrammaturgo su 19 gennaio 2009

Sottotitolo: Prima era il dolore, poi subentrò lo sconforto

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Sottana del sottotitolo: Tipo Aspettando Godot, ma peggio

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Personaggi

Claudimiro

Fulvigone

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Concerto de Il Genio, con fica.
Sera.

Claudimiro e Fulvigone stanno sotto al palco, in piedi, prima fila, pressati nell’estenuante divertimento degli avventori del locale. Tutt’intorno, numerosi giovani effettuano fotuzze.

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FULVIGONE Mi sono già stancato di stare in piedi.

CLAUDIMIRO Mi chiedo cosa ci vorrà mai a mettere le sedie. Ma soprattutto: perché la gente non suole sedersi? La cena in piedi, il cocktail da sei euro in piedi…Finiranno tutti per invidiare i cavalli.

FULVIGONE E’ che alla gente piace muoversi, ballare, fare casino. Io non voglio fare casino: io voglio stare seduto e guardare il concerto. Poi uscire e stare seduto a bere e mangiare. Insomma voglio stare seduto.

CLAUDIMIRO Uh, eccoli, comincia.

FULVIGONE Ho visto due volte Il Genio e zero Paolo Conte. Bisogna non farlo sapere in giro.

CLAUDIMIRO Figurati, nessuno lo verrà a sapere. E poi puoi sempre dare la colpa a me: sono io che ti ci trascino.

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Entra Alessandra Contini, saluta il pubblico, prende il basso ed inizia a cantare. Claudimiro si trasforma in una fan dei Backstreet Boys lobotomizzata in un manicomio londinese del XIX secolo: sguardo ebete, occhi fissi, sorriso chimico, struggimento soapoperistico interiore.

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CLAUDIMIRO Oddio, guardala. No, dico, guardala. E’ perfetta, maledizione, perfetta. E’ così eterea, così delicata, così sorridente e fragile, così sensuale ed ironica, così semplice e magnetica, è così…

FULVIGONE E’ fregna.

CLAUDIMIRO Per l’appunto. Il mio è amore vero. In questi giorni ho realizzato una cosa tremenda: io per lei diventerei monogamo. Sai, uno di quegli esseri dediti alla coppia che vanno a lavoro e tornano a casa felici di trovare una sola donna, che magari ci fanno una tana insieme e smettono di pensare alla molteplicità della fica.

FULVIGONE Sì, ho presente, ne ho sentito parlare.

CLAUDIMIRO E poi sono doppiamente sfigato: l’uomo comune se ne farebbe una ragione: la percepirebbe come personaggio pubblico e di conseguenza come una sorta di entità astratta slegata dal reale. Io, non patendo – e non concependo neppure – lo show business, la vedo come una ragazza normale, come tutte le altre, che avrei potuto incontrare in giro. Come una ragazza normale che suona. Una ragazza normale che suona e non me la dà.

FULVIGONE Già, non ha niente di diverso rispetto a qualsiasi altra ragazza che si trova qui dentro stasera. A parte il fatto che è più fregna.

CLAUDIMIRO Quantomeno concentrare la sofferenza su di lei aiuta a non patire la presenza dell’alto numero di passere da cui siamo circondati in questo momento. Voglio dire: una volta che hai visto lei, tutte le altre passano in secondo piano, non le noti più e smetti di angustiarti al pensiero: “Anche stasera sono venuto a conoscenza dell’esistenza di altre donne che non scoperò”.

FULVIGONE Ogni donna è un ripiego.

CLAUDIMIRO In un sano regime di ayatollah almeno avrei potuto comprarla. Avrei dato al padre i miei onesti otto cammelli ed ora sarei un uomo legalmente felice. E invece no: noi vogliamo fare i fighi, la libertà di qua, i diritti dell’individuo di là, ed ecco il risultato. Lei è libera di non darmela ed io ho il diritto di attaccarmi al cazzo. Bella cosa ‘sta democrazia, sìsì, bel cazzo di capolavoro, complimenti a tutti. Fanculo.

FULVIGONE Beh, potresti sempre istituire la figura del groupie o diventare il suo stalker ufficiale.

CLAUDIMIRO Naturalmente ci sto già pensando. Ma c’è un elemento che mi fa capire che tra me e lei ci sarà sempre una transenna: io devo pagare dieci euro per vederla da lontano.
Che sfiga nascere nella società dello spettacolo dalla parte dello spettatore. Sono un coglione debordiano.
Lo sapevo che non ci dovevo venire. Che insopportabile frustrazione. C’è chi nella vita desidera una marea di cose: viaggi, denaro, salute… Io ne voglio una sola: Alessandra Contini. Poi mi starebbe bene anche una baracca in provincia di Rieti senza muovermi mai, cene a base di scarti della mensa Caritas ed un tumore. E invece niente: scoppio di salute e mi faccio pippe sentimentali.

FULVIGONE Dai, ora non farti rapire dalla poesia. Piuttosto usciamo, che il concerto è finito. Andiamo a cercarci un tavolo fuori, onde coronare il mio sempiterno sogno di sedia.

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Vengono sommersi dalla calca festante dei professionisti dello svago.

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FULVIGONE Comincio ad odiare i giovani.

CLAUDIMIRO Questo entusiasmo mendace, questa euforia impropria.

FULVIGONE Ci sono due sedie libere sotto a quel correttore di stagione (=il fungo termico da riscaldamento esterno, N.d.R.)

*

Si siedono. Il cielo stellato sopra di loro, la mortificazione esistenziale dentro di loro

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CLAUDIMIRO (Guardando le stelle) Pensa: in questo bagliore d’infinito, là fuori, da qualche parte, chissà dove nel mondo, c’è qualcuno che la scopa o l’ha scopata.

FULVIGONE E’ proprio vero che l’universo è denso di misteri inenarrabili.

CLAUDIMIRO Ma proprio uno che si slaccia i pantaloni davanti a lei, estrae il pene e lo inserisce nel suo orifizio principale oppure in quello orale o financo in quello metafisicamente proibito. E lei è contenta di ciò.

FULVIGONE (Metafisico) Deve essere una bella soddisfazione buttarlo al culo a fregne di un certo livello.

CLAUDIMIRO Oh no. No no no. Dannazione, no.

FULVIGONE Che succede???

CLAUDIMIRO Eccola. Sta uscendo e viene da questa parte. Ti prego, fa’ che non si sieda vicino a noi com’è successo la volta scorsa. E’ un dolore insostenibile averla a venti centimetri e dover stare attento anche a non guardarla per non precipitare irrimediabilmente ai suoi occhi nella categoria del fan curioso.

*

Si sistema al tavolo accanto

*

FULVIGONE E te pareva.

CLAUDIMIRO Bene.

FULVIGONE Male.

CLAUDIMIRO Sì, tutto sommato male.

*

Silenzio

*

CLAUDIMIRO Che poi lei magari si starà chiedendo perché non le si avvicina nessuno: “Quando non ero nessuno ero assediata da provoloni ed invece ora tutti hanno un timore reverenziale e restano in un angoletto col pisello tra le gambe”.

FULVIGONE Capirai, è già difficile con la cameriera che è la regina del tavolino, figuriamoci con la cantante che è la regina della serata. Eppure tutti che ti dicono: “Su, provaci, che ti importa, ti diverti”.

CLAUDIMIRO Io non mi diverto a provarci. Io mi diverto a riuscirci.

FULVIGONE Potresti tentare la carta intellettuale.

CLAUDIMIRO Sì, potrei andare lì e dirle: “Hai mai letto Gombrowicz?” “No” “Fa nulla, tanto era solo una scusa per portarti a letto”.

FULVIGONE Beato chi non pena per la fica. Io penso solo a mangiare, scopare e speculare sul senso di tutto questo.

CLAUDIMIRO Già. Se penso a mio padre… Tranquillo e contento con una sola donna in tutta la vita. E per di più mia madre.

FULVIGONE Chissà quand’è che uno smette di pensare alla fica ed a godersi la vita ed indossa i panni del marito lavoratore disinteressato a tutto il resto. Sarei curioso di sapere quali meccanismi scattano, se il processo è immediato ed automatico oppure lento e per gradi. “Alé, alé, usciamo, se scopa, tutta vita”, poi all’improvviso tac, moglie, figli, parenti, weekend fuoriporta, il tutto con una certa soddisfazione.
Io della vecchiaia non temo tanto il decadimento fisico, quanto il dover iniziare a vestirmi da vecchio.

CLAUDIMIRO Non divaghiamo. Qui il problema è uno e grave: Silvio Muccino, in virtù del suo censo, ha più possibilità di me di conquistarla, trovandosi tra pari a qualche festa mondana.

*

Silenzio

*

FULVIGONE Bah, andiamocene. Torniamo quando saremo socialmente più elevati. Non ha senso venire qui da proletari.

*

Escono, incamminandosi per le strade buie della notte deserta

*

FULVIGONE Ecco, servirebbe una cosa simile (indica un manifesto pubblicitario)

*

CORSO DI AUTOSTIMA
di Daniela Moretti
Impara a prendere le decisioni importanti
Fa’ tue le opinioni vincenti
Per avere maggiore fiducia in se stessi e sprigionare sicurezza
Per essere più convincente ed efficace sul lavoro e nella vita privata
Prime tre lezioni gratuite
*

CLAUDIMIRO Io mi sento più in linea con quest’altro (indica il cartellone a fianco)

*

CORSO DI MALINCONIA
di Alberto Dureri
Impara a patire il nonsenso del tutto
Avverti la vacuità dell’esistenza
Deprimiti nel tedio
Apprendi tutte le tecniche più innovative di scoramento e resa
Disperazione in omaggio

*

Silenzio

*

CLAUDIMIRO Ed ho anche un’irritazione al glande.

FULVIGONE Allora non crucciarti: metti che ti fossi avvicinato, avessi iniziato a parlarci, lei fosse rimasta colpita, fosse scattato il colpo di fulmine, foste state presi dal turbine della passione, lei ti avesse invitato a salire in camera sua e ti fosse saltata addosso, tu non avresti potuto farci sesso.

CLAUDIMIRO Cavolo, vero. Tutta colpa di quest’irritazione al glande! Altrimenti ce l’avrei fatta.

FULVIGONE Che sfiga.

CLAUDIMIRO Già.

*

Arriva l’autobus notturno con il suo carico di barboni ronfanti


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Amore di nonna

Posted by sdrammaturgo su 26 dicembre 2008

Sottotitolo: Non è un caso se si chiama nonnismo.


Di mamma ce n’è una sola. Di nonne invece ce ne sono talvolta anche due.
L’amore è raddoppiato, l’incremento di affetto è notevole.
Qualche anno fa è morta mia nonna materna. Donna pia (ma pia forte), non si è mai persa una messa, un rosario, un vespro, una novena. Una vera professionista del triduo, una stakanovista dell’orazione, una recordwoman dell’angelus. Tutti i giorni in chiesa, seguendo pedissequamente ogni dettame cattolico, chiedendo sovente la consulenza del frate per non correre il rischio di commettere qualche peccato nascosto nel condimento troppo arrogante dei rigatoni. Mai una parola fuori posto, nessun moto che potesse sembrare vagamente superbo, mai una maldicenza, mai una presa di posizione. Tutta votata a mitezza, umiltà, passività totale, dedita solo al Signore ed alla famiglia, di un’ingenuità disarmante. E’ morta senza credere all’esistenza del fax. Eh, santa donna. A quest’ora si sarà già resa conto della fregatura.
Chi è ancora ben in salute è invece mia nonna paterna: smaliziata, una che sa come va il mondo, donna di carattere, un tipo giovanile (perlomeno rispetto alle matriarche della prima colonia fenicia).
Ah, quanto le devo! Quanta dolcezza, quanta tenerezza, quanto orgoglio ha sempre dimostrato nei miei confronti fin da piccolo! Come quella volta in cui, bambino, me ne stavo con il mio ruspantissimo amico Fiore ad analizzare e commentare l’orto della pòra Ada. “Oh, ha piantato dieci finocchi, sono tanti!”, dissi. “Macché, so’ pochi”, corresse prontamente il mio rustico ed esperto sodale. Amorevolmente, intervenne mia nonna a stabilire una volta per tutte la verità: “C’ha ragione Fiore: so’ pochi, lui sì che ce capisce, tu che ne voj sape’?”.
E poi, crescendo, quando si avvicinava l’età per prendere il motorino, lei era lì, pronta a rassicurarmi: “Nonna, vado a fare un giretto con il Dingo del nonno, tanto sono capace” “Ma quando mai, nun sei bbono”.
E più maturavo io, più aumentavano il suo calore umano e la sua stima per il suo diletto nipote. Una volta, approssimandosi gli anni della ragione, stavo conversando con un paio di amici sui segreti della giovinezza: “Sento che è come se non fossi mai stato adolescente, come se fossi passato immediatamente dalla preadolescenza all’età adulta”. Subito mi fece eco lei, la mia cara ava: “Ma quale omo, che sei un regazzino, sei”.
Finché arrivò anche il momento del primo amore: i diciotto anni, e con essi, la mia prima vera fidanzata. Alta, bella, magra e soprattutto figlia di dottore: a mia nonna capitò di conoscerla e non le parve vero. “Tienitela stretta, che a te quando te ricapita?”.
Così pure quando tre mie amiche particolarmente avvenenti, eleganti ed intelligenti vennero a passare un fine settimana con me nel mio paese d’origine: mia nonna le vide e volle subito mostrare la propria sterminata ammirazione verso di me (della quale peraltro non aveva mai fatto mistero): “Ma pensa un po’… Mica pensavo che tu ci potessi avere amiche così belle”.
Oh, che preziosa cosa è stata il suo prendere sempre sul serio le mie idee, i miei pensieri, i miei valori! “Io non mangio carne, né alcun altro cibo di origine animale, poiché sono nemico della violenza, nutro uno sconfinato rispetto per l’alterità, sogno un mondo in cui l’etica prevalga sull’egoismo e l’avidità!” “D’altronde è l’età, ‘ste fissazioni so’ normali, voj esse a la moda. Bah, te passerà”.
Come dimenticare il suo ritenermi un gioiello, il migliore, unico? “Il nipote de la Rita ha fatto ingegneria, s’è laureato, è bravo tanto, mo’ lavora, guadagna bene… Mah, pure tu qualche cosa nella vita la combinerai…”. Fiducia che rinnovò (semmai ce ne fosse stato bisogno) sentendo parlare dei miei successi universitari: “Insomma dice che studi, dai l’esami, piji trenta… Mah, sarà vero…”.
Nonnina, nonnina mia, come sei buona, con quei tuoi sguardi affettuosamente rassegnati allorché mi dici: “Ma che farai là pe’ Roma… Pensa a fatte una posizione sociale, datte da fa’, dacce qualche soddisfazione”; quei tuoi insegnamenti così dignitosi, tipo: “Quando conosci uno potente, staje appresso, fatte vedé che ce sei sempre, portaje la borsa, passa avanti a quell’altri, che tanto per te nun ce pensa nessuno”; quella tua costante espressione delicatamente dubbiosa, quel tuo discreto scuotere la testa sconfortata come di chi crede profondamente in chi ha davanti.
Nonnina, nonnina mia, io ti guardo, ti vedo ancora così tanto vispa, arzilla, attenta e mi dico che ciò che conta è che sei ancora viva. Li mortacci tua.

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Perché sono così

Posted by sdrammaturgo su 5 ottobre 2008

I funerali sono eventi spassosissimi. Sul serio: se uno riesce a mantenere la giusta lucidità ed il giusto distacco critico-analitico, rompendo il tabù della morte e del lutto, può godere degli innumerevoli eventi comici che solo ad un rito funebre si susseguono con tanta frequenza ed abbondanza. Davvero, credo che in nessun’altra occasione come per delle esequie la comicità del quotidiano emerga con una simile congerie di eventi divertenti. Se si presta attenzione, è un vero tripudio di situazioni esilaranti. Anzi, spesso tutto l’intero apparato è straordinariamente, lugubremente, comico.
Si sa, il Comico in presenza della morte trova il suo terreno ideale.
Ricordo ad esempio quando morì mia nonna materna. Nella camera ardente, tutti i vecchietti del vicinato erano schierati come fossero un coro della commedia antica e facevano a gara a chi proferiva la frase più definitiva, pessimistica, rassegnata.
*
“E pure la Maria se n’è ita”
“D’altronde, prima o poi tocca a tutti”
“Eh, quello è poco ma sicuro”
“Sìsì, nun c’è niente da fa’: quanno chiama, tocca a risponne”
“Semo nati pe’ tribola’ e poi alla fine va’, chiuse ma ‘na bara e ‘nzeppate ma ‘n fornetto”
“Vedrai che pure a noi ce manca poco”
“Niente de più facile che la prossima so’ io”
“Seh, quanto voe scommette che fo prima io?”
“Tu?! E tu va’ le stae bene! Io invece so’ ‘na poaretta! So’ tutta ‘n dolore!”
“Va’ pure la Maria: pareva che stava tanto bene, e invece ‘na botta secca e ejela lì”
*
Peraltro, quando ti muore un parente, è quanto mai arduo superare agilmente il tortuoso percorso ad ostacoli delle condoglianze. Appena compari sulla soglia dell’obitorio, vieni assaltato da una mandria di conoscenti famelici di commiserazioni. Sembra che non vedano l’ora di aggredirti con la loro solidarietà. Secondo me, gli anziani aspettano con impazienza che stiri qualcuno: è un’occasione imperdibile per asfissiare il prossimo con una socievolezza leopardiana.
*
“Visto la nonna quanto ha fatto presto?”
“Fatte forza, co’”
“Poarino…Proprio prima de mori’, la tu’ pora nonna ha fatto ‘l nome tuo. O no…? Me sa de no. Me sa che chiamava ‘l tu cugino. Ma comunque te voleva bene tanto”
“Bene o nun bene, va’ mo’ do’ è”
*
E come si replica a questo bombardamento di sconsolate consolazioni? Si resta disarmati e frastornati, fino a pensare: “Ah no’, ma nun potevi mori’ mentre ero all’estero?”.
Io però ho studiato una risposta infallibile e risolutiva che permette di cavarsela con una certa scioltezza: di fronte allo scroscio di pacche sulle spalle, allargo le braccia e dico: “E ch’ha da fa’”.
“E ch’ha’ da fa’”: la formula perfetta per ogni occasione mortuaria, dal lutto singolo alla strage.
“E che devi fare, è così che va”. Impossibile ribattere: dice tutto senza dire niente. Sono un mago.
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Un altro gustosissimo ricordo legato ad un lutto famigliare è quando morì mio nonno materno (oh, a mi’ madre je dice male). Dovetti accompagnare mia madre a scegliere la bara e, giunti all’agenzia di pompe funebri, assistetti al dialogo umoristico più geniale della storia della satira.
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MAMMA Oh, dammela bona la bara, sa’, che ‘l mi’ babbo era muratore, era fissato co’ la roba resistente. Capirai, si lo metti in una bara fatta male, capace che s’ari alza su e ce mena a tutti.
BECCHINO Resistente? Viene qua, ché te fo vede ‘na cassa spettacolare. Toh, guarda che spettacolo.
MAMMA L’umidità la regge bene?
BECCHINO Te dico solo que’: ‘na cassa uguale l’ho venduta a quella che j’è morto ‘l fijo ‘n par d’anni fa in un incidente. C’ha’ presente, no? Ecco, l’altra settimana l’hanno dovuto cambia’ de posto al cimitero e l’hanno ritirato su da la tomba. Quanno la su’ mamma ha visto quant’era asciutta la bara, m’è venuta a ringrazia’.
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Ma il culmine è stato raggiunto quando un mio zio si impiccò che era ancora giovane. Tutti lo avevano sempre visto come una persona allegra e spensierata, quindi quel gesto sconvolse la famiglia. Ognuno cercava di interrogarsi disperatamente sul perché lo avesse fatto e nessuno riusciva a darsi una spiegazione.
Nessuno tranne mio nonno paterno – no, lui è ancora vivo, a quanto ne so (perlomeno, mentre sto scrivendo, non mi è arrivata alcuna telefonata a comunicarmi la sua improvvisa dipartita).
Mio zio faceva il pastore – pecoraio, per la precisione – e mio nonno ipotizzò, con aria di tragica certezza, la motivazione senza dubbio più pirotecnica: “Vedi, il fatto è che la puzza de pecora nun va via mai. Avoja a lavatte, avoja a insaponatte, avoja a strofina’: la puzza de pecora nun c’è verso che te la levi. Poarino, que’ a la fine era giovine, doveva pure anna’ a donne, ma mica poteva puzza’ sempre de pecora: a la fine nun je l’ha fatta più e s’è ammazzato”.
Ecco, quando cresci con un nonno che ritrova la causa di un suicidio nell’incapacità del morituro di sopportare oltre la propria stessa puzza di pecora, affermando praticamente che lo sciagurato sia morto di puzza, come speri di diventare?
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Appendice – Quando sei così, sono cazzi

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La differenza di classe e di estrazione sociale pesa parecchio nei rapporti uomo-donna. In altre parole: se provieni da famiglia popolare, scordati di rimorchiare una ragazza bella, ricca e di “famiglia illuminata”.
Se è bella e ricca, ce la puoi anche fare (contando in larga parte sull’intervento di Padre Pio). Se è bella e di famiglia illuminata, ancora pure pure. Se è ricca e di famiglia illuminata ma è un cesso, che te lo dico a fare.
Ma se è una passera stratosferica benestante e può contare pure su un’educazione libertaria fornitale da genitori colti, moderni, progressisti, un po’ bohemien, allora lascia perdere: sei in presenza di una figa elevato alla terza e non è roba per uno dalle umili origini campagnole come te. E non importa come tu sia ora (certo, se sei basso e pelato, te le cerchi), quale stile di vita tu abbia, quale sia il tuo spessore intellettuale, culturale e politico ed il tuo livello di piglio-contro-il-sistema-cè: il passato e le radici ti terranno sempre lontano da lei.
Lì devi essere molto molto maledetto. Ma come fai ad essere dannato e maudit se tua nonna ti sfotteva quando non riuscivi a distinguere la cicoria dalla mentuccia nell’orto dell’Armida? “Soffro, mi drogo e mi sono tatuato perché non riuscivo ad individuare la cicoria”? Non regge.
Prendiamo una cosa a caso: gli aneddoti sull’infanzia e sull’adolescenza. Lei ti racconta di quando a tredici anni è andata in Egitto con il padre archeologo per fare degli scavi a Giza ed ha dormito nel deserto protetta da una scorta armata, perché la madre era medico volontario in un’organizzazione umanitaria nel mirino dei terroristi islamici. Tu al massimo puoi raccontarle di quando a tredici anni andavi a cerase co’ Filiè. Non è cosa.
Ed anche i traumi infantili sono completamente diversi: “Sai, da piccola mio padre scappò in Russia perché era un perseguitato politico e lì si fece un’altra famiglia. Mia madre, che è psicoterapeuta, cercò di tenermelo nascosto, ma fu un duro colpo anche per lei e cadde in depressione. Quando infine scoprii tutto, dovetti andare a stare in Sudafrica da mia nonna ed ebbi problemi di ambientamento che incisero molto sulla mia crescita e sulla mia maturazione” “Ma pensa…A me invece una volta il Tubbista mi diede una boccata sciacquadenti perché avevo fatto troppo lo sveltone con il flipper al bar di Pila”
Il problema non è la morte: è la nascita. Quella te la porti dietro per tutta la vita.*

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Post scriptum – Saggezza a manciate
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Meglio una brutta verità che una bella bugia, a meno che la bella bugia non sia: “Tranquillo, la tua fidanzata non l’ha data ad un militare”.

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Gli aforismi definitivi

Posted by sdrammaturgo su 22 settembre 2008

Sottotitolo: Mi descrivo in tre frasi

Sotto-sottotitolo: Parlo di me perché al momento è l’argomento più interessante che mi venga in mente, quindi figuratevi che serata noiosa ho avuto


Il divertimento non mi diverte.

Le persone simpatiche non mi stanno simpatiche.

I racconti divertenti sulle sbronze divertenti non sono mai divertenti.

Pensiero extra

Sento in continuazione dire: “Basta, me ne voglio andare da questo paese di merda!”. E via, a sognare Londra, Parigi, Berlino, Barcellona.
Io questa esterofilia non l’ho mai capita: se il capitalismo è ovunque, perché devo farci anche la strada per andare a fare lo schiavo?

Post scriptum – Nota politico-filosofica per restare nel personaggio

Il problema non è Hitler. Il problema è tuo zio. Cosa se ne fa uno che vuole comandare di chi non ha intenzione di obbedire?

E per finire, una storiella breve breve sull’amore e le passioni:

La romantica ed il bifolco

“Baciami, stupido!”
“Ahò, ah ‘mbecille, stupido a chi?! Mo’ te gonfio!”

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Il grigiore dei terroristi e la pavidità degli umoristi

Posted by sdrammaturgo su 25 luglio 2008

Credo che ogni passione vera viva di rabbia e di amarezza. Affiora dalla rabbia, come un gigante che emerge da una palude, e scivola e galleggia nell’amarezza. Poiché non c’è sentimento più rabbioso dell’amore, né slancio più dolce dell’odio.
Amore ed odio godono e patiscono d’un’interdipendenza necessaria. L’amore senza odio è un’emozione di plastica. L’odio senz’amore è un livore infantile. Perché non ci può essere amore sincero per qualcosa senza l’odio puro per qualcos’altro. E solo chi sa odiare con tutto se stesso è in grado di amare con trasporto.
Io odio. Odio così tanto da faticare spesso ad addormentarmi la notte, tanto mi pesano alcuni pensieri. Odio è una parola troppo piccola per contenere tutto il disprezzo che covo dentro per le cose che combatto e detesto. E questo perché so provare un amore sconfinato, perché so stupirmi e meravigliarmi, perché basta un niente per farmi rimanere a bocca aperta, perché so scovare la bellezza, sono capace di penetrarne l’essenza che sempre mi sfugge e sempre inseguo.
Ad esempio, amo così tanto gli animali che non posso non odiare chi fa loro del male o chi contribuisce al loro massacro; amo così tanto lo splendore della natura che non posso non odiare chi la stupra; amo così tanto l’armonia tra gli uomini che non posso non odiare chi la guasta suonando note cacofoniche e stridenti.
Se io non disprezzassi ciò che è nemico di quel che amo, il mio amore sarebbe ben misero, insulso.
Il mio fervore politico si nutre d’ira, un’ira continua, che non dà tregua. Non mi sento mai in pace e forse non lo sono mai stato in vita mia. Patisco troppo le storture del mondo e dell’esistenza, così tanto da non sentirmi mai tranquillo, mai a mio agio.
Mi capita di passeggiare per le vie della città, in mezzo alla folla, assillato da un unico pensiero: spazzare via tutto, tutto e tutti. Demolire, distruggere, radere al suolo.
E mi capita di sorprendermi spesso a fare i conti con un pensiero pesante, ora schivandolo, ora accogliendolo e quasi coccolandolo: vivo con profondo senso di colpa e malcelata vergogna il fatto di non essere un terrorista.
Al di là dell’utilità più o meno dubbia che possa avere il gesto politico estremo, senza entrare dunque nel merito della spinosa questione, l’ardore che mi blandisce e tormenta mi fa provare un’incontenibile desiderio di eliminazione: cancellare i nemici della giustizia, della pace, dell’etica, dell’uguaglianza.
I ricchi epuloni dei governi o dei consigli d’amministrazione delle multinazionali, che a cuor leggero decidono della vita e della morte dei poveri e di noi tutti; la squallida e disarmante grettezza dei razzisti, degli omofobi, degli educati e dei moderati; l’ottusità dei credenti e dei religiosi; la stupidità degli schiavi e la disumanità dei padroni; ecco, di fronte a tutto questo, vorrei solo sparare, far saltare in aria, abbattere, poiché non c’è speranza e la speranza fa vivere nel passato illudendo che si tratti di uno sguardo sul futuro. Mentre bisogna agire nel presente, ora, subito.
Ma se un terrorista non lo sono e probabilmente non lo sarò mai è per via di due condanne salvifiche che da sempre mi gravano addosso: la condanna della pavidità e la condanna del senso dell’umorismo.
Ci vuole un coraggio che non ho per imbracciare un fucile od innescare il tritolo. Mea culpa, mia viltà. Ma ci vuole anche un’esagerata capacità di prendersi sul serio.
Guardando le interviste ai brigatisti mi hanno sempre colpito due aspetti particolari: la loro somma convinzione ed il loro sconcertante grigiore. Non sorridono mai, sono cupi. Hanno dimenticato la gioia corrosiva del Comico. Sono individui tragici, solo tragici, completamente tragici. E per la loro convinzione li ho sempre esecrati (forse aveva ragione Fratello Mitra: “borghesi che giocano alla guerra”. E non si può combattere il potere se poi ci si appropria del massimo del potere che è quello di arrogarsi il diritto di vita e di morte sugli altri), ma anche, al contempo, segretamente, in fondo, ammirati.
Io credo nella forza sovversiva della satira. Sparo battute perché non so sparare pallottole. E non sparo pallottole perché so sparare battute. Ogni mia singola parola umoristica è densa di odio, colma di disprezzo, traboccante d’ira. Eppure suona conciliante grazie al suo valore catartico.
C’è chi nasce terrorista e c’è chi nasce umorista. Ed in ogni umorista freme e trema un animo da terrorista.
Io sono un satiro che sa ridere e non sa sparare.
Mi piace pensare che molta gente debba la vita alla mia vigliaccheria ed alle mie cazzate.

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Elogio del suicida

Posted by sdrammaturgo su 12 maggio 2006

In una poesia giovanile Cesare Pavese scrive:

“[…]
Così, andando
tra gli alberi spogliati, immaginavo
quando afferrando quella rivoltella,
nella notte che l’ultima illusione
e i terrori mi avranno abbandonato,
io me l’appoggerò contro una tempia,
il sussulto tremendo che darà,
spaccandomi il cervello.”

Fa impressione pensare che il componimento è datato “gennaio 1927”, ovvero quando l’autore non aveva ancora compiuto diciannove anni, essendo nato il nove settembre millenovecentootto.
Fa impressione se si pensa che quel componimento risulterà un presagio tristemente avveratosi la notte tra il ventisei ed il ventisette agosto del millenovecentocinquanta: Cesare Pavese infatti si sparò in una camera dell’Albergo Roma a Torino, nello stesso anno in cui aveva ricevuto il Premio Strega, che aveva sancito il suo ingresso ufficiale nell’Olimpo letterario, la piena consacrazione di un gigante della parola.
Si scopre allora come da sempre il grande scrittore avesse covato dentro di sé il germe del suicidio.
In un’altra pagina datata “21 ottobre 1927” si legge:

“Ma perché prendersela tanto coi poveri suicidi?
Li trattate da stupidi, da imbecilli, da vili, come se ciascuno di essi non avesse le sue ragioni terribili ed immense. […] Ebbene io vi dico che il suicida è un martire, martire tanto degno quanto i martiri di tutte le religioni. […]
Se martire è colui che testimonia colle sue sofferenze e il suo sangue la sincerità del suo pensiero e dei suoi sentimenti, fusi, la sincerità della sua anima non più volgare, perché non ha da essere un martire anche un suicida che, piuttosto di mentire (a se stesso e quindi agli altri), di costringersi con uno sforzo che sente inutile, a un assestamento diverso che tanto sente inutile e non suo, preferisce uccidersi, darsi quel grande dolore, il supremo di tutti i dolori?”

Già, “il supremo di tutti i dolori”: il basso pensare comune vuole che un suicida sia un vigliacco perché non affronta indomitamente la vita, si arrende, abbandona la battaglia per la sopravvivenza. Ma guarda caso è proprio la morte lo spettro più temuto dai detrattori dei suicidi. La vita viene difesa con i denti e si fa di tutto per tenere lontana la Nera Signora.
Dunque a chi appartiene il vero animo coraggioso?
Il suicida, travolto da dolori insostenibili, è pronto ad affrontare l’abisso, l’ignoto. Lascia il certo per l’incerto e già questo mi sembra l’atto impavido per eccellenza.
Si dice anche che il suicida compia un gesto di puro egoismo: per liberarsi dalle proprie sofferenze, non bada a quelle che susciterà nei cari che gli sopravviveranno e passeranno il resto dei loro giorni a tormentarsi sul perché, afflitti da un’incolmabile mancanza.
Ma questo è un rispetto unilaterale: si chiede infatti al suicida di continuare a condurre controvoglia la propria esistenza infelice per non arrecare dolore ad altri, mentre questi altri non accettano che egli trovi requie da affanni intollerabili. Quindi si pretende che egli si immoli per il bene altrui senza che nessuno badi al suo vero bene. E talvolta l’unico bene possibile è costituito dalla liberazione nella morte.
Famigerato è l’incipit de “Il mito di Sisifo” di Albert Camus:

“Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia.”

Per il suicida la vita non vale più la pena di essere vissuta. Il suicida è colui il quale ha esperito l’assenza di un senso in tutto ciò che si fa. Ha perso le motivazioni, gli sono sfuggiti le cause e gli scopi e, stanco di essere un agonizzante, supera la codardia di cui è impregnato l’istinto all’autoconservazione e sceglie quello che vede essere l’unico rimedio ai propri mali.
Laddove prima egli diceva sconsolato:

“L’ira ancora spera:
non resta altro di me.”

ora fa un passo avanti, il passo avanti, e mestamente esclama:

“Da solo
mi benedico.”

Il suicida non ha quindi solo la mia comprensione, ma anche la mia stima. Sì, io ammiro il suicida, perché egli trova la forza per il gesto netto che spazzi via il patimento.
Pavese lo sapeva già quando non era che uno studente universitario dal futuro promettente: c’è una vasta componente d’eroismo sottesa a quell’atto di pietà per se stessi.
Il suicida si trova a fare i conti con la propria intera esistenza: il passato, il presente, l’avvenire. E’ costretto a guardare negli occhi la più tremenda delle gorgoni: il baluginare della propria totalità. Ma egli non diventa pietra: al grigiore preferisce l'”anti-luogo” dove l’immensa luce e l’immensa oscurità coincidono, sfaldandosi entrambe: il non-essere.
In un empito di folle ragionevolezza o di lucida irrazionalità, egli arriva a forzare la propria stessa natura che lo porterebbe a difendere il battito del cuore ed il ritmo del respiro con le unghie e con i denti e spezza la schopenhaueriana legge della vita che vuole vivere.
Il suicida è solo di fronte alla più terribile delle paure e la supera dicendo addio a se stesso ed al mondo
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A volte la vita tradisce e non c’è successo che tenga al buio del non-senso che inghiotte ogni cosa, facendo passare tutto in secondo piano.
Pavese, Hemingway, Virginia Woolf: a loro non bastava essere leggende viventi. Spesso per fare di un essere umano un individuo realizzato basta molto poco ed è proprio quel poco ad essere sovente così irraggiungibile. E di fronte all’assenza di quel poco necessario, tutto scivola via e diviene vano.
Quando pure inseguendo il poco si ottiene il nulla, l’angoscia diventa insopportabile.
Tra il poco ed il nulla risiede il confine labile tra la ricchezza e la miseria della vita umana. E una vita senza bussola è a volte troppo faticosa.
L’unico ristoro possibile richiede l’ultimo atto di volontà, il più difficile, il più eroico.
Un suicida in fondo ha solo bisogno di un po’ di riposo.

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