Beati i poveri, perché moriranno prima

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Verranno a chiederti del nostro orrore

Posted by sdrammaturgo su 4 dicembre 2015

Se sei d’accordo con me, significa che ho detto una cazzata.

ANTONIO REZZA

*

Come ogni anziano che si rispetti, Eliseno si ruppe il femore.
Infortunio particolarmente prestigioso, poiché avvenuto cadendo dalla scala durante la raccolta delle olive.
Una vita di sacrifici familistici, orgogliose rinunce, privazioni autocelebrative, lavoro agonistico, frugalità francescana, rettitudine benedettina, austerità domenicana per un glorioso precipitare alla soglia degli ottant’anni.
Mai una cena fuori, mai un indumento vezzoso, mai un film controverso, ma un gesso da esporre con solenne rispettabilità, monumento all’indefesso rigore.
La famiglia si strinse dunque attorno alla sua degenza con la devozione che si deve al più venerabile dei patriarchi.
Capitò che a prendersi cura di lui dovesse essere saltuariamente il nipote Giacomo, poiché la vecchia moglie aveva ricevuto l’artrite come premio per una vita di abnegazione coniugale al riparo dall’entusiasmo e la ricompensa le impediva di immolarsi ulteriormente al probo consorte.
La badante di un generico Est Europa veniva invece lasciata di tanto in tanto libera di comprendere appieno la propria sottomissione al benessere occidentale.
Le figlie e i figli erano indaffarati a ripercorrere le orme dei genitori con otto ore al giorno di segregazione produttiva al fine di impedire ogni dinamismo al focolare domestico.
Il nipote primogenito rendeva già sufficientemente fiera la famiglia imparando a sparare a minoranze etniche in casermoni promiscui per soli omofobi in divisa.
La secondogenita studiava per permettere un giorno ai parenti di narrare le sue gesta in salumeria, umiliando le madri delle cassiere.
Gli altri nipoti sparsi erano ancora troppo piccoli per poter apprezzare come si deve le gioie della sudditanza.
Non rimaneva che Giacomo, l’outsider tra i cugini.
Aveva quindici anni, quell’età funambolica e incerta in cui non si è ancora abbastanza adulti per sviluppare un tabagismo legale, ma non si è più abbastanza piccoli da evitare doveri statali.
Giacomo aveva interiorizzato l’illogicità del reale e non vi badava.
Nelle comitive di coetanei, se c’era, sapeva essere di compagnia; se non c’era, nessuno si accorgeva della sua assenza.
Esploratore dell’esistenza, affrontava lo scibile con volto attento, mite e distante. La serafica indifferenza nei confronti del mondo era l’esoscheletro della sua attitudine alla conoscenza. Così aveva già provato la ketamina, il taccheggio, le seghe con strangolamento e i documentari sul Precambriano, sempre col medesimo piglio curioso, innocente e distaccato. Ed era intelligente il giusto da capire che l’onanismo è più divertente dei celenterati.
Un pomeriggio si trovava dunque nella poco allettante situazione di dover aiutare nel cambio della biancheria intima il nonno allettato.
Non era un problema per lui. Solo un altro tassello di vigente da esperire.
Avevano sempre avuto un decoroso rapporto di scostante affetto taciuto, come si conviene ai legami fondati sul cromosoma Y.
Quel giorno sussisteva un malcelato imbarazzo nel nonno, costretto a rimanere altero mentre il nipote gli sfilava pigiama e mutandoni.
Eliseno si sforzò di non opporre la minima resistenza in modo da velocizzare la pratica che avrebbe intaccato per qualche istante la sua maestà.
Giacomo eseguì rapido con gesto insospettabilmente esperto.
E sarà stata la spossatezza del nonno che riempiva l’atmosfera di languore decadente; sarà stato il corpo nudo che faceva specchio alla realtà e viceversa; sarà stata la novità scientifica; fatto sta che l’attenzione di Giacomo venne rapita dal cazzo del nonno per un tempo leggermente più lungo di quanto fosse socialmente accettato.
Quel pendente vizzo eppure ancor tenace emanava un’inaspettata fascinazione.
E così, con la scusa di spargere del borotalco sulla pelle raggrinzita dal calendario gregoriano, Giacomo afferrò delicatamente il cazzo del nonno e prese ad approfondirne lo studio tattile tra carezze e massaggi.
Il vecchio Eliseno parve scosso per la riprovazione solo per un istante. Ma quello sguardo rassicurante del nipote, quasi in odore di santità – benché il lezzo che si propagava lentamente per la stanza non sembrasse propriamente deodorante per aureole – sostituì subito l’abominio con la pace cosmica.
Mentre il nipote proseguiva con la perizia di chi sa manovrare lo strumento, cadevano uno a uno e se ne andavano per sempre l’imperativo della moderazione e il lei che bisogna dare agli estranei e ai superiori e il giovedì gnocchi venerdì pesce e la domenica pollo arrosto e il pranzo di natale coi parenti il veglione a capodanno la scampagnata a pasquetta il falò a ferragosto e la tombola senza troppi sussulti e la briscola al bar e il lavoro che nobilita l’uomo e la fatica che ti rende più maschio e l’uccello che gira di notte non fa mai il nido buono e il bisogna alzarsi presto la mattina e il divertirsi sì ma sempre con la testa sulle spalle e le donne di una volta che non ci sono più e i giovani d’oggi che non hanno più rispetto per niente e per nessuno mica come quando ero giovane io che quando mia madre mi lanciava uno sguardo io tremavo.
Con quel flebile fiotto, colò via tutto il grigio lascito degli avi.
Di lì in poi fu tutto un recuperare il tempo perduto e il fabbricarne di nuovo.
Ogni volta che avevano la possibilità di rimanere da soli, Giacomo ed Eliseno si lanciavano in sperimentazioni sempre più pirotecniche, scopando con l’intensità di chi non deve dimostrare niente a nessuno.
Certo fu strano per il nonno inculare per la prima volta il nipote. Ma fu forse più strano quando dal nipote venne inculato.
E chi gliel’avrebbe mai detto al vecchio Eliseno che il rimming fosse così gradevole? Non sapeva proprio scegliere tra leccare il buco del culo e farsi leccare il buco del culo.
Neppure il pissing si rivelò affatto male.
Notevole novità fu anche quando Giacomo gli fece un pompino abbinandoci un massaggio prostatico. Quella di Eliseno era sì una prostata vecchia e logora, ma evidentemente aveva ancora qualcosa da offrire.
Il nonno sapeva sempre ricambiare i favori.
Il fisting era forse il suo favore preferito.
Passarono i mesi e il nonno si ristabilì del tutto.
Tornò il periodo delle castagne, e quale migliore occasione per provare l’outdoor autunnale che il dovere di supportare il nonno nella raccolta?
Giacomo poté quindi ammirare l’alba nei boschi con la sborra del nonno che gli impreziosiva le gote.
Quell’anno le caldarroste ebbero tutto un altro sapore.
Ogni tanto Giacomo pensava sorridente a cosa avrebbe potuto rispondere se gli avessero chiesto di raccontare la sua prima volta. Dopodiché inseriva di nuovo il suo cazzo fetido d’adolescenza nella bocca bramosa del nonno.
I loro sguardi complici durante le riunioni di famiglia brillavano d’un romanticismo d’altri tempi, tempi avvenire, tempi mai venuti. L’indicibile segreto intensificava il magnetismo tra i loro corpi.
Continuarono così, clandestini oltre le frontiere del convenzionale, finché la biologia arrivò a reclamare lo spazio occupato da Eliseno sulla superficie terrestre.
Allo struggente funerale del caro estinto, nessuno poteva sospettare che il più afflitto fosse proprio Giacomo. Gli altri avevano perso un capo. Lui aveva perso un amante.
Da allora, a ogni anniversario della morte, Giacomo dedicò un tributo alla memoria del nonno lasciando una sborrata sulla lapide.

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Il necrofilo innamorato

Posted by sdrammaturgo su 3 marzo 2015

“Basta che non respirano” riassumeva esaustivamente i gusti sessuali di Orfeo.
Non gli interessava che una persona fosse maschio o femmina, bella o brutta, magra o grassa, alta o bassa, intelligente o stupida, ricca o povera, colta o ignorante, giovane o vecchia. L’importante era che fosse morta.
Non che la specie di appartenenza facesse qualche differenza. Non disdegnava nemmeno carcasse di altri animali. Ma finiva per preferire gli umani, in virtù della noiosa monotonia della natura che porta gli individui ad accoppiarsi più volentieri tra esemplari della stessa specie. Tutto un piano perverso per incoraggiare la proliferazione attraverso l’ovvietà.
Orfeo non ci era cascato. Non si sarebbe mai macchiato del crimine della fecondazione.
Anche per questo gli piacevano i morti. Coi cadaveri poteva avere amplessi infecondi, al riparo dall’effetto collaterale della procreazione.
Non sopportava la volgarità della vita. Tutto quello strepitare scomposto per sopravvivere alla selezione naturale.
Non sopportava i vivi. Li trovava disgustosi, banali, sgraziati.
Si vergognava egli stesso di vivere e di respirare.
La morte invece restituiva purezza. Era un territorio incontaminato.
I morti non sgomitavano per trovare il proprio posto nel mondo. Non avevano titoli onorifici e titoli di studio, sbruffonerie e commiserazioni, eroismi e viltà, mediocrità e presunzione. Non c’era nei morti tutta la congerie di caratteristiche che deformavano e corrompevano gli esseri viventi. Avevano il fascino discreto dell’asfissia.
Una salma aveva la seduzione della materia organica senza l’imperfezione della vita. La bellezza dell’umano senza l’orrore dell’umanità.
Certo, non era mai stato facile per Orfeo lasciare libero sfogo al candore dei suoi desideri. Non si capacitava di come fosse possibile che le sue preferenze erotiche venissero biasimate da gente che si accoppiava con appassionati di motori, per esempio. Ma era un fatto con cui sapeva di dover fare i conti. La società accetta più volentieri l’appeal del motociclista che uno che scopa i morti.
Che cosa curiosa, l’appeal del motociclista, pensava. L’attrattiva che aumenta in base a un oggetto esterno alla persona. Come dire: “Mi piacciono molto gli uomini accanto ai pali della luce”.
Era emarginato anche da feticisti, sadomasochisti e libertini vari. Puoi metterti un kimono a Rieti e pisciare addosso a una studentessa di relazioni internazionali dopo averla legata con nodi appresi a corsi di bondage giapponese da cento euro a lezione, ma non puoi farti una pippa con le mani di un ottantenne deceduto in un incidente con l’apecar.
Era considerato un malato mentale perfino da chi faceva il conto alla rovescia a capodanno.
Conscio di tutte le difficoltà che avrebbe avuto a causa delle contraddizioni di una realtà irreparabilmente kitsch, si era impegnato molto per ottenere un posto di lavoro nell’obitorio di una cittadina sufficientemente piccola da consentirgli una discreta quiete e abbastanza grande da garantirgli l’anonimato. E ce l’aveva fatta, grazie alla dedizione che solo l’arrapamento riesce a stimolare.
Erano finiti i tempi in cui riusciva al massimo a inculare qualche gatto morto avvistato lungo strade secondarie. Si era fatto dare tutti i turni di notte in quel luna park che gli si era spalancato davanti.
C’erano sempre nuovi morti da poter penetrare, mordere, baciare, leccare, contro cui potersi strusciare e su cui poter sborrare. Cadaveri in buono stato, carbonizzati, maciullati, a pezzi o ricomposti. Nessun vivo a imporre la sua protervia darwiniana. Solo corpi morti nel loro immacolato hic et nunc.
Non si curava della problematica della consensualità e del vilipendio di cadavere. La retorica del lutto, le esequie, la venerazione del caro estinto, quelle erano tutte stronzate dei vivi che tentavano di infettare anche la morte con le stupide convenzioni della vita. Non c’era vita dopo la morte, per fortuna. Quei morti non erano più le persone di prima. Erano qualcosa di totalmente diverso. Qualcosa di meglio. Il bruco era diventato farfalla e la farfalla finalmente era morta, liberando lo spazio che aveva occupato in modo del tutto abusivo e arbitrario. Non erano più niente di becero o aristocratico. Non erano più niente. Erano carne morta, e perciò finalmente redenta e ripulita da ogni colpa del vivere impunemente.
Era una festa continua. Orfeo si sentiva lo Hugh Hefner di quella silenziosa Playboy Mansion senza piscina e piena di conigliette in decomposizione.
Sereno e gaudente, aveva trovato la pace.
Finché un giorno arrivò lei.
Poiché nemmeno una camera mortuaria è al sicuro dall’eteronormatività, quando la vide entrare distesa su quel lettino metallico sospinto da un inserviente dal passo svogliato, rimase incantato e rapito.
Quella pelle liscia e diafana, quelle gambe sode, quelle braccia gracili, quel ventre scavato, quei seni piccoli e torniti, quella fica perfettamente glabra, quel mento timido, quei lunghi capelli castani così ordinatamente arruffati, quelle spalle spigolose, quella bocca sottile, quel naso deliziosamente imperfetto, quelle palpebre chiuse con grazia, le superiori delicatamente posate sulle inferiori.
Non aveva mai visto un cadavere così bello.
Era una ragazza molto giovane. Anzi, era stata una ragazza molto giovane. Avrà avuto al massimo vent’anni, prima di accorgersi che non valeva la pena proseguire oltre col conteggio del tempo.
Si era suicidata tagliandosi le vene, il modo più elegante per depurarsi dalle impurità dell’esistenza, facendo defluire via col sangue l’inquinamento della vita.
Ciò lasciò Orfeo ancor più in un’imbambolata contemplazione.
Non aveva mai provato niente di rozzamente umano tipo i sentimenti per i cadaveri con cui esplorava l’onestà del piacere. Ma siccome la monogamia avvelena ogni cosa, comprese subito che la sua spensierata poligamia pansessuale necrofila era finita in quel momento. Non voleva nessun altro morto se non lei.
Non fu risparmiato dai demoni del possesso e della gelosia. Avrebbe voluto che fosse sua, solo sua, sua per sempre.
Il caporeparto gli disse di vestirla e di preparare la camera ardente. Era già notte inoltrata e l’indomani parenti e amici sarebbero arrivati presto a porgere l’illusione dell’estremo saluto a un ammasso di cellule indifferenti.
Orfeo rimase solo. Solo con la sola cosa che occupava ormai i suoi pensieri. Non sapeva il suo nome e non voleva saperlo. Anche i nomi facevano parte della miserabile e vanagloriosa condizione della vita. A quella meraviglia che giaceva lì spoglia di ogni artificio non serviva alcun nome.
Stette a osservarla a lungo, indugiando su ogni dettaglio di pelle per farlo proprio e riporlo con cura nello scrigno della memoria. Poi prese a toccarla, accarezzarla, palparla, stringerla. La baciò con passione vorace e struggente e s’arrestò quando un pensiero gli fendette la testa. Poche ore ancora, poi gliel’avrebbero portata via, l’avrebbero sepolta e non l’avrebbe vista mai più.
Non poteva sopportarlo.
Non poteva permetterlo.
Gli era stata indicata una bara in cui avrebbe dovuto riporre la salma. Prese la bara e la portò nel deposito dove si trovavano tante altre bare inutilizzate. Sostituì quella con una più grande e soprattutto molto più profonda. Distratti dal dolore, i famigliari non se ne sarebbero accorti.
Lavorando tutta la notte, preparò un impeccabile doppiofondo, servendosi ingegnosamente dei vari materiali che il deposito gli aveva messo a disposizione.
Quando ebbe finito, vestì la morta col vestitino nero che gli era stato dato. Non la truccò, contravvenendo alle disposizioni. La portò al centro dei quattro candelabri elettrici ed entrò nella bara infilandosi nel doppiofondo sotto la salma attraverso il varco che aveva sapientemente predisposto. Richiuse tutto sopra di sé e attese.
Giunse il mattino.
Arrivò la gente a inscenare la pantomima del cordoglio.
Nessuno notò niente.
Sigillarono la bara, la caricarono sul carro funebre e partirono verso la chiesa.
Lungo il tragitto, Orfeo uscì dal doppiofondo. I rumori della vettura, della strada, del traffico, del mondo, della vita coprirono i suoi.
La scopò durante il funerale.
La scopò mentre la seppellivano.
La scopò finché non si esaurì l’ossigeno.
“Perché vita non ci separi”.
E putrefecero sempre defunti e innocenti.

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L’ultimo anale

Posted by sdrammaturgo su 3 gennaio 2015

E venne finalmente il giorno che avrebbe chiarito una volta per tutte l’equivoco sul senso della vita.
Era ormai certo: un meteorite si sarebbe abbattuto sulla Terra, mandando in pensione un pianeta dalla carriera francamente deludente.
I governi di tutto il mondo avevano dato l’annuncio ufficiale. Non c’era niente da fare. Nessuna speranza.
Bruce Willis aveva ormai la panza; Liv Tyler era invecchiata e si era allontanata inesorabilmente dalla categoria teen brunette per precipitare pericolosamente in quella milf; Ben Affleck era sempre stato inutile; quindi il lieto fine di Armageddon per l’umanità era da escludere.
Se il meteorite che aveva presumibilmente fatto estinguere i dinosauri aveva colpevolmente risparmiato il pianeta, quest’altro non avrebbe commesso lo stesso errore. Si trattava infatti di un anomalo corpo celeste grande all’incirca quanto il pianeta Mercurio e l’impatto avrebbe ridotto in frantumi la Terra, ridimensionando l’autostima dei maschi alfa.
L’homo sapiens si apprestava ad andarsene senza colonne sonore struggenti così come era venuto, tra violenza, angherie, retorica, illogicità, colori male abbinati, autosopravvalutazione e cattivo odore.
I più impazienti si erano dati a stupri e omicidi, nonostante l’apocalisse avrebbe fottuto e ammazzato tutti di lì a poco.
Non c’era più energia elettrica, eppure molti continuavano a saccheggiare negozi di elettrodomestici, al fine di coronare il sempiterno sogno di perire romanticamente abbracciati a un LCD.
A causa della cattiva dimestichezza col dizionario, la gente aveva spopolato gli agglomerati urbani, caricando sulle macchine bagagli alla rinfusa e lanciandosi in irresolubili code stradali per raggiungere persone care o cercare improbabili ripari dalla polverizzazione planetaria. I concetti di distruzione totale ed estinzione della specie erano evidentemente troppo complessi per individui che avevano reputato importante per secoli fare gli auguri di buone feste e i brindisi. E così i più si preparavano a morire così come avevano vissuto: nel traffico.
Due persone avevano però insospettabilmente mantenuto la calma.
Gianni e Maria erano marito e moglie. Più vicini alla cinquantina che alla quarantina, sopravvivevano in un borgo irrilevante del Centro Italia.
Erano una coppia media e fino a quel momento non avevano fatto niente per smentirlo.
Gianni era un impiegato comunale e Maria faceva la fioraia. Ed erano sempre stati soddisfatti di ciò.
Dal giorno della loro nascita fino alla cessazione del segnale televisivo per sopraggiunta fine del mondo, non c’erano stati slanci nella loro permanenza biologica sulla crosta terrestre.
Passeggiata sul lungomare a Pasquetta, ulteriore passeggiata sul lungomare a Ferragosto, vacanza a Sharm El Sheik da narrare ad libitum agli amici del calcetto, cresima del nipote, pranzi coi parenti, tombolata in famiglia, qualche programma in prima serata.
Gianni considerava molto trasgressivo aver preso una volta il gelato gianduia e frutti di bosco. Maria in un’occasione di particolare lascivia aveva detto che Raoul Bova è un bell’uomo.
A causa dell’infertilità di Gianni non avevano potuto tramandare il loro trascurabile DNA. Ne avevano sofferto, soprattutto perché era stata dura per loro dover trovare passatempi alternativi alla cura della prole, da sempre l’hobby necessario degli individui senza fantasia. Ma il Fantacalcio e MasterChef avevano sopperito alla grande.
E ora erano pronti ad affrontare la morte con la sobrietà che contraddistingue chi non ha alcuna aspirazione.
Gironzolavano malfermi per casa, sostando di tanto in tanto sul divano. Di lì a poco il meteorite avrebbe vanificato l’impegno profuso per arredare il salotto.
Gianni guardava fuori dalla finestra, aspettando il boato finale con la stessa preoccupazione con cui aveva sempre osservato i parcheggi incerti nella piazza del paese.
Maria sospirava commossa l’estremo saluto alle piante che aveva accudito come i figli che avrebbe sempre voluto per arricchire di problemi la sua quotidianità troppo insipida per le lamentele con le altre massaie al banco salumi del supermercato. L’ortensia che sfioriva inaspettatamente era un argomento di conversazione troppo fiacco rispetto alle eccessive abbuffate dei pargoli obesi delle fiere concittadine.
Quando il suolo cominciò a tremare percorso da scosse sismiche del tutto sprecate senza un telegiornale a romanzarle, Gianni si spaventò a tal punto da realizzare che nella sua vita era mancato qualcosa.
Fu un’illuminazione improvvisa e inattesa.
Dopo qualche istante di dubbiosa trepidazione, l’austero contegno che lo aveva contraddistinto quale elettore docile, venne soppiantato da un’istintività che sapeva quasi di rivolta verso l’ordine costituito. Lo stesso ordine che stava per sfaldarsi definitivamente sotto il peso di fenomeni astrofisici.
Ciò lo rassicurò.
Rompendo ogni indugio, si avvicinò a Maria e le lanciò la proposta senza stare troppo a pensarci sopra.
Insomma, sì, ecco, si era accorto che nel loro lungo matrimonio non avevano mai fatto un anale e sarebbe stato bello chiudere con quest’esperienza il loro convenzionale amore.
Maria parve contrariata.
«Ma ti sembra questo il momento?!»
Beh, d’altronde un altro momento non ci sarebbe stato. Argomentazione inoppugnabile.
Gianni insistette un po’, pregandola con dolcezza da consumatore moderato.
Ci furono alcuni interminabili secondi di mutismo.
Il sesso tra loro era sempre consistito in un’innocua performance di dovere coniugale a cadenza bimestrale. Quand’erano più giovani c’erano stati dei goffi tentativi di sesso orale che la loro memoria aveva prontamente rimosso a tutela della loro rispettabilità davanti allo specchio.
Quell’idea di sodomia sembrò squarciare l’atmosfera più del meteorite che incombeva sul loro quieto agonizzare.
Maria rifletté, prima quasi offesa, poi via via sempre più indulgente.
Era ormai evidente che le cose non sarebbero andate come era stato insegnato loro da piccoli al catechismo.
Non che fosse proprio cattolica praticante. La sua era una generica fede nazionalpopolare, più superstiziosa che teologica, ereditata come una credenza della nonna, che non stai troppo a chiederti se sia di noce o ciliegio, la prendi per buona e basta, e si esprimeva in un quadro della Madonna appeso sopra al letto, in un santino di Padre Pio nella macchina e nella messa di Natale. Le altre domeniche, magari un centro commerciale era meglio.
L’indomani non avrebbe dovuto sentirsi una zoccola nemmeno di fronte a se stessa.
«Ma farà male?»
«Ma no, faremo attenzione»
Ma il vero pensiero ribelle di Gianni era: “Tanto ormai cosa vuoi che importi”.
Si spogliarono con frettolosa timidezza.
Esitarono un attimo, poi i loro corpi imbarazzati si fecero più vicini.
Gianni fece voltare Maria e la fece appoggiare alla finestra.
La sua erezione sfidava già gli sconvolgimenti gravitazionali dovuti all’approssimarsi del meteorite.
Puntò il suo cazzo contro il buco del culo di Maria ed esercitò una pressione minima.
«Aspetta, mettiamoci qualcosa per farlo scivolare meglio, se no mi fa male»
«E cosa possiamo metterci?»
«C’è l’olio nuovo. Anzi, fa’ una cosa: ripassalo col burro nella padella antiaderente che ci ha regalato zia»
Gianni convenne con la brillantezza della trovata ed eseguì. Tornò con la padella in mano e cominciò a lubrificare gastronomicamente cazzo e buco.
Erano ormai pronti.
E così, mentre la terra si squarciava e il cielo diventava rosso e poi grigio e poi nero e cominciava a precipitare e i calcinacci cadevano sui loro corpi flaccidi, il cazzo di Gianni affondò nel culo di Maria.
Non potevano sapere che in quel momento erano gli ultimi due esseri viventi rimasti sul pianeta. Gli uccelli erano caduti, i pesci erano affogati e le acque evaporate, ogni vegetale si era seccato, gli animali erano soffocati e tutti gli umani erano già morti. La Terra non era che un cimitero polveroso.
Attorno alla casa di Gianni e Maria, costruita sul costone di una collina, in virtù di un inspiegabile evento naturale, si era creata però l’ultima bolla d’ossigeno, che aveva preservato la vita al suo interno. L’ultimo miracolo dell’abusivismo edilizio democristiano.
Dopo un coito d’una durata che tanto nessuno avrebbe potuto schernire, Gianni venne nel culo di Maria con malcelata soddisfazione di entrambi.
“Mi brucia il culo” e “Ho il cazzo sporco di merda” furono gli ultimi due pensieri del genere umano, mentre la Terra si accartocciava su se stessa prima di lasciare spaziotempo a un silenzio eterno che nessuno avrebbe mai più udito.
L’universo tutt’intorno rimase indifferente.
E l’esistenza si confermò, in postrema sintesi, un’inculata.

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L’invenzione del pompino

Posted by sdrammaturgo su 18 novembre 2014

Era ormai troppo tardi per porre rimedio all’errore evolutivo: l’homo sapiens aveva già incancrenito la crosta terrestre.
La Natura si era rivelata la solita pippa, e dopo aver creato la mortalità, il dolore, la fame, la pioggia, le cacate che scappano nei momenti meno opportuni, aveva permesso a una scimmia impazzita di proliferare senza la minima autocritica.
E si era ancora nell’infanzia della specie.
L’essere umano non era più in grado di saltare da un albero all’altro, ma aveva imparato a fare cose molto utili col pollice opponibile, tipo fabbricare strumenti di offesa e perpetrare soprusi sul più debole.
La scrittura non era ancora stata inventata. Fatto positivo, poiché le stronzate avevano minore diffusione.
Non erano tempi infelici, dal momento che l’infelicità non era ancora stata formalizzata da filosofi e poeti.
Non era l’età dell’oro. Era l’età della pietra: aspra, dura, spigolosa, ma neutra.
L’essere umano abitava in caverne o in piccoli accampamenti di capanne rudimentali, riunito in branchi che secoli dopo gli antropologi avrebbero chiamato tribù per darsi un tono. D’altronde è sempre stato difficile per l’homo sapiens accettare che psicologia e sociologia non sono altro che i nomi autoconsolatori dell’etologia applicata a una specie animale che ha bisogno di illudersi.
In uno di questi branchi viveva Uno.
Uno era come tutti gli altri. Le personalità individuali faticavano a distinguersi bene nella fatica dell’esistenza quotidiana. Caratteri, indoli e attitudini erano simili tra tutti gli esemplari. Talvolta potevano variare di poco giusto le abilità legate alla prestanza fisica, o al massimo vi erano impercettibili sfumature personali da bipede a bipede.
Erano ancora quantomai lontani i tempi in cui gli esseri umani si sarebbero distinti tra loro in base alla capacità di fluorescenza della camicia bianca.
L’hobby era lo stesso per tutti: sopravvivere.
Nel tedio giornaliero fatto di caccia, raccolta, artigianato elementare, nutrizione e riposo, c’era però la possibilità di dare sfogo senza grosse difficoltà ai propri istinti riproduttivi.
Nell’arrancare insidioso attraverso l’inclemenza della selezione naturale, quantomeno si scopava facile.
Prima che la monogamia si abbattesse sull’umanità a rovinare la festa ai popoli, le genti solevano accoppiarsi con spensieratezza ferina, rispondendo agilmente al richiamo dell’autoconservazione del ceppo genetico.
L’unica posizione praticata era quella della pecorina, che all’epoca avrebbe potuto a buon diritto essere chiamata la posizione dell’essere umano, ma gli esseri umani non lo sapevano, non sapendo nemmeno di essere degli esseri umani.
Questa mancanza di consapevolezza si ripercuoteva inevitabilmente sul sesso, rendendolo un intrattenimento eguagliato solo nelle ere avvenire dalla prima serata della televisione generalista.
La scarsa brama esplorativa replicava sempre il medesimo copione: il maschio aveva un’erezione, prendeva una femmina, la femmina si metteva a quattro zampe, il maschio la penetrava, pochi rapidi colpi fino al tentativo di fecondazione, fine.
Per fortuna nel terzo millennio a scopare in questo modo sarebbe rimasto solo il 97% della popolazione mondiale.
In teoria il maschio ghermiva una femmina a caso. In pratica la scelta ricadeva pressoché sempre su una preferenza specifica, a dimostrazione dell’errore delle affinità elettive come un difetto immanente alla specie.
La favorita di Uno era Una. E non era esclusa una vaga reciprocità da parte di Una. Tanto in ogni caso doveva farselo piacere.
Anche quel giorno, come ogni altro giorno, Uno stava montando Una.
L’entusiasmo animalesco delle prime volte aveva però gradualmente ceduto il posto alla meccanica distratta. E così quel giorno Uno se ne stava lì a spingere il proprio riproduttore all’interno di Una con svogliata voglia.
Una frattanto esperiva carponi quella che solo in un futuro alfabetizzato sarebbe stata identificata come noia procreativa.
Non che solitamente fosse un’esperienza a cui dedicare un monolite; ma quel giorno in particolar modo Una avrebbe preferito che fossero già stati ideati i giochi da tavolo.
E dire che durante quei coiti grossolani le era capitato neppure troppo raramente di avvertire sensazioni piuttosto piacevoli, benché non avesse mai avuto il tempo di approfondirle appieno.
Trovava coinvolgente l’afrore di Uno durante la copula, quel lezzo che dopo la seconda rivoluzione industriale avrebbe reso indispensabile l’evacuazione di un condominio. E il suo pene aveva una caratteristica fragranza associabile in evo moderno all’effetto olfattivo offerto da una miscela di benzene e anacardi lessati.
Quel bastone organico aveva sicuramente il potere di dispensare benessere. Ma in che modo?
Senza avere la coscienza intellettuale necessaria a riconoscere di aver raggiunto il livello di frustrazione oltre il quale non può più esserci sopportazione, Una, con gesto sorprendentemente volitivo, si sfilò improvvisamente da quell’apatico amplesso privo di abbracci, lasciando il cazzo di Uno svettante nel Neolitico.
Uno rimase spiazzato di fronte alla nascita del decisionismo. E ancor più sorpreso fu per ciò che accadde l’istante successivo.
Una si voltò verso di lui, afferrò il cazzo, avvicinò la bocca e cominciò a succhiarlo, mossa dallo spirito sintetizzabile nella locuzione “Almeno faccio qualche cosa”, speranzosa di eviscerare tutto il potenziale ludico dell’arnese.
La scelta di Una si rivelò molto divertente per entrambi, senza neppure il bisogno della creazione del concetto di divertimento.
Ultimata l’innovazione storica, Uno era invaso da un solo desiderio. Anzi, da due desideri: farlo di nuovo; andare a rendere edotti tutti gli altri membri della tribù su cotanta conquista tecnologica.
Lo scopritore del fuoco se l’era menata una cifra, chissà cosa avrebbe potuto fare lui.
Non vedeva l’ora di affermare la propria supremazia sulla comunità. Il maschio infatti non percepiva ancora la ridicolaggine della lotta per il titolo di maschio alfa, cosa che si sarebbe protratta fino agli anni 2000 d.C. inoltrati.
Uno si prese tutto il merito, tracciando così il sentiero per i rapporti di forza tra i sessi.
Venne festeggiato dalla collettività al completo e nei giorni seguenti si registrarono numerosi casi di infiammazione articolare alle mascelle degli esemplari di sesso femminile.
Per l’invenzione del cunnilingus si sarebbe dovuto aspettare ancora molto a lungo. L’umanità non era ancora pronta.

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Alla periferia del Nulla

Posted by sdrammaturgo su 16 maggio 2013

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We’re moving he said we’re off – Porca Madonna!

SAMUEL BECKETT, Whoroscope

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Per astra ad aspera

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Una notte qualsiasi, molti anni prima che Copernico nascesse, Edoardo da Wittenberg scoprì che l’universo è infinito.
Era costui un astronomo, filosofo e matematico d’insuperato ingegno.
Figlio d’un dotto aristocratico di quel che rimaneva del Sacro Romano Impero, venne mandato dal padre a formarsi nella terra di Dante che non era ancora nel pieno d’una promettente adolescenza, e lì rimase, crebbe e invecchiò.
Dopo lungo e fruttuoso girovagare per tutti i principali centri del sapere coevo che lo mise in contatto con le più brillanti menti del suo tempo, si stabilì infatti in una tenuta al confine tra la Toscana e lo Stato della Chiesa, con la sola compagnia d’una domestica e quattro giovani assistenti, Lorenzo, Emilio, Alfonso e Biagio, che aveva preso bambini all’orfanotrofio e istruito fino a farne uomini d’intelletto, se non suoi pari, di certo degni d’essergli d’aiuto.
Dedito solo ai propri studi e geloso com’altri mai delle cose sue, conduceva una vita massimamente appartata, rifuggendo ogni occasione di mondanità e declinando i pur numerosi inviti da parte dei suoi illustri colleghi, che nutrivano per lui un’ammirata venerazione, e sempre avida bramosia avevano di apprendere i risultati a cui lo avesse condotto l’instancabile genio.
Essi non potevano ad esempio sospettare ch’egli, proseguendo sul selciato battuto dal Bacone, aveva posto due lenti da ambo le parti di un tubo, ottenendo in tal modo uno strumento che faceva parer prossimi oggetti remoti.
Solo più d’un secolo dopo qualcun altro avrebbe costruito l’arnese che sarebbe divenuto noto col nome di telescopio.

Già da un po’ aveva cominciato a dubitare che quanto gli era stato insegnato rispondesse al vero.
Da quando aveva puntato in alto la sua invenzione, e non più solo verso dilettevoli distanze orizzontali, indugiando per la volta celeste a leggere il poema delle comete, il mondo aveva cominciato a sembrargli sottosopra.
Furono giorni, settimane, forse mesi di lavoro febbrile, finché, in una nottata d’eroico furore, la lunga teoria d’indizi ed elucubrazioni culminò nell’Intuizione, fulgida e terribile: non era il Sole a girare attorno alla Terra, bensì era la Terra a girare attorno al Sole.
Attraverso calcoli, osservazioni, misurazioni, deduzioni, induzioni e ragionamenti di tortuosa esattezza, percorse molti secoli in avanti su tutto ciò che c’era da sapere a proposito di quel caotico cosmo, e di lì a realizzare che l’universo è infinito e che – deh – Dio non esiste il passo fu breve.
Edoardo, uomo d’ordine e di quiete, poggiando per la prima volta i piedi su un suolo randagio, fu pervaso da tremore e smarrimento.
Per quanto desiderasse ricacciare i suoi stessi pensieri da sé, la prova era lì, impressa sulle sudate carte e in cielo.
Numeri e logica, frutto d’arti liberali, costringevano alle pastoie dell’evidenza.
Gli astri muti tracciavano il nuovo sentiero. E non si poteva smentire le stelle.
Aveva levato lo sguardo di vetro alle nubi, quasi a sfidare l’Iddio fissandolo occhi negli occhi.
L’anima era rimasta incenerita dall’Assenza scorta lassù.
C’era così tanto spazio che per un Creatore non ve n’era alcuno.
Venne confutato Tommaso con la stessa Natura ed Edoardo si ritrovò ad essere un Anselmo al contrario.
Gli occhi placidi e austeri si fecero inquieti e spauriti.

Tacque per giorni.
Usciva di rado dal palazzo, restandosene rintanato nelle proprie stanze.
Mangiava poco e mai insieme agli altri. Si faceva portare i pasti nello studio e la domestica lo trovava sempre fosco e imbambolato circondato da libri chiusi.
Solo di tanto in tanto lo si poteva vedere far capolino dalla finestra e scrutare il cielo sospirando per poi subito rientrare corrucciato e timoroso.
Gli allievi, preoccupati per l’inconsueto comportamento del maestro, solitamente tanto severo e rigoroso negli studi quanto mite e affabile nel quotidiano, vedendogli svanire il sorriso e l’olimpica imperturbabilità, non poterono non domandare cosa angustiasse colui che più d’ogni altro era sempre parso padron serafico del proprio destino.
Dopo lunga esitazione, Edoardo si convinse a rendere edotti gli assistenti sulla meta cui era giunto, e li invitò a esaminare la correttezza delle sue ricerche.
Le conclusioni parvero subito inoppugnabili.
– Perdonatemi, figlioli, se vi ho insegnato a pensare – disse contrito lo scienziato.

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Un rapido Purgatorio

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ALFONSO Tolomeo aveva dunque torto e Aristarco ragione.

LORENZO Aristotele sbeffeggiato!

EMILIO Sbeffeggiati siamo noi.

ALFONSO Se le cose stanno così, in questa sterminata giostra difficilmente trova posto un dio. E se un Motore c’è, di certo non si cura di noi.

LORENZO Ho sempre sperato che Epicuro fosse nel giusto!

EMILIO Anche Eraclito lo era.

ALFONSO Le Scritture non dicevano il vero.

EMILIO L’Ecclesiaste è il nuovo Genesi.

LORENZO Ci siamo liberati del Libro di Giobbe!

EMILIO È dunque libertà questa sconfinata solitudine?

LORENZO Di certo non è più arbitrio d’un Padre capriccioso!

ALFONSO È arbitrio di sudditi senza monarca.

EMILIO Arbitrio della Fortuna.

LORENZO Arbitrio dell’Uomo!

EMILIO Arbitrio senza scelta.

LORENZO Suvvia, rallegratevi! Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe era un gran bell’impiccione! Ficcava lo spiritual naso dovunque un uomo fosse in pace con tutto fuorché con lui. Nessuno sentirà la sua mancanza. Alla quiete dei boschi interesserà forse la sua assenza? Il fuoco smetterà forse di ardere e l’acqua di dissetare? Del nuovo mondo che ci si apre davanti potremo godere con gioia e senza più timore, coscienziosi e liberi! Non c’è Paradiso e non c’è Inferno!

EMILIO Solo un rapido Purgatorio.

Rimasero zitti un istante, il tempo di sentir scricchiolare le travi del soffitto.
Edoardo da Wittenberg ascoltava in disparte.

EMILIO Dove finiremo, dunque, dopo?

ALFONSO Ti sei mai chiesto dove finisce una gallina dopo il brodo? O il brodo dopo la latrina?

EMILIO Siamo dunque null’altro che materia?

EDOARDO Null’altro, figlioli. Null’altro.

La voce tremante si spense in un mutismo roco che emulava il silenzio d’un Dio defunto.
Si allontanò, appoggiandosi allo stipite della porta per confortare il passo stento.
Di lì in poi fu tutto un fissar lo sguardo in ogni punto a caso dello spazio infinito.

Biagio, che era stato il primo e solo a prender moglie, più avvezzo alla tacita fatica che al sofistico ciarlare, spaccava la legna.

LORENZO Ma ci pensate?! Dio non esiste! Tutto è permesso!

ALFONSO Tutto è permesso.

LORENZO Tutto!

ALFONSO Tutto.

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Alogonauti

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Alfonso passeggiava lento per l’aia della tenuta. La schiena eretta, il volto calmo e attento. Le pupille indagatrici e impassibili lanciavano strali di ghiaccio.
Si fermò davanti alla gabbia dei conigli. L’aprì, ne sollevò uno per le orecchie e se lo pose davanti al viso.
Lo scrutò, esaminandolo con occhi fissi.
– Sei tu dunque come me. Nullo anche tu.
E senza fremito alcuno gli schiacciò la testa tra le mani.

Lorenzo era così impaziente di iniziare un nuovo giorno che andò ad attenderlo la sera in una festosa locanda.
– Siate lieti! La mattina è bella e la notte non tarda a venire! Musici, suonate con vigore le vostre note melodiose! Leviamo alto l’inno della nostra felicità ai cieli mai così vasti, misteriosi e splendenti! Balliamo! Riconoscenti a nessuno, cari a noi stessi! Non v’è danza più estatica del saltellare del servo affrancato! Celebriamo Nessuno! Celebriamo il Vuoto celeste e il Pieno terreno! Celebriamo le cascate e i clivi, le fiere e gli armenti! Celebriamo l’uomo e la donna! Celebriamoci gli uni con gli altri! Celebriamo il celebrare! Brindiamo ai sensi, che tante soddisfazioni ci recano e son tutto ciò di cui abbiamo bisogno!
Offrì da bere ai miserabili che non potevano permetterselo, dissertò gaudente di lettere e arti, cantò abbracciato a sconosciuti rubizzi, giacque con tutte le prostitute più belle e con molte delle più brutte.

Incedendo senza fretta nella via notturna, Alfonso incrociò un passante che lo salutò cordialmente.
Si fermò. Si voltò a osservare lo sconosciuto che si allontanava.
Si guardò intorno, scorse una pietra, la prese.
Invertì il cammino e si mise a seguire lo sconosciuto, curandosi di non essere visto né udito. Quando gli fu vicino, gli balzò addosso con fermezza e senza furia, scagliandogli la pietra sulla nuca a tramortirlo.
Se lo caricò sulle spalle e lo portò in aperta campagna.
Dopo avergli spezzato gambe e braccia per assicurarsi che non scappasse, si allontanò.
Tornò con una fune, una lama, un martello, dei chiodi, una pietra focaia, un acciarino e delle fascine.
Indifferente alle inutili grida, legò l’uomo a un albero.
Con gelida ebbrezza, prese a saggiarne le carni squarciandole con il coltello. Lacerò la pelle del costato, trafisse mani e piedi, strappò le unghie, piantò chiodi negli occhi, nel bacino, nelle ginocchia.
Lo scarnificò con perizia, senza esaltazione; poi pose le fascine ai suoi piedi e appiccò il fuoco.
Mentre il tronco di ossa e sangue si dimenava con le ultime forze, fece qualche passo indietro, per osservare meglio le reazioni di quel fantoccio senz’anima.
Non v’era premio. Non v’era punizione.

L’orizzonte fuggiasco assaliva Emilio, seduto su una roccia malconcia che cullava con durezza la sua irrequietudine.
Infiniti mondi intorno a lui, uno solo a sua disposizione. Una galera illimitata, non più centro d’un Tutto in sé conchiuso, ma sasso gettato a caso alla periferia del Nulla. E lui non più centro del centro, ma polvere raminga, vivo senza scopo, inane nell’immane, rampollo d’una stirpe d’orfani, prigioniero d’un esistere vano su un pianeta negletto che galleggiava senza sorprese ai margini della trascendenza, in balia d’un immobile fluire, travolto dal divenire della stasi.
Nessun fondamento, nessun valore.
Tutto gli appariva ora soltanto per quello che era: la musica una successione di suoni non dissimili dai rumori, i dipinti chiazze di fluidi colorati, i sussulti d’amore la disperata speranza del corpo di lasciare postreme tracce di sé, le vallate rigogliose un groviglio di corteccia e caducità, il cibo nutrimento senza sapore.
Ovunque, ammassi di materia inerte, cumuli di accidenti senza necessità, un gran numero di cose la cui somma era niente.
E agli uomini non restava che seguire la rotta dei naufraghi, sospinti da un fortunale di bonaccia.
Quando si sedette a tavola a mangiare, gli parve il rancio d’un condannato.

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Il falò delle vastità

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Edoardo da Wittenberg preparò una pira su cui sarebbe potuto essere nuovamente arso Eracle.
La decisione era stata presa, lungamente meditata, ponderata d’istinto: avrebbe bruciato tutto, tutte le sue carte, tutti i suoi studi, tutta la sua vita.
Il tribunale della coscienza aveva processato i cieli e aveva emesso irrevocabile condanna: i faticosi decenni del suo lavoro andavano ridotti in cenere. Nessun frammento si sarebbe dovuto salvare dal fuoco purificatore.
L’inquisitore del firmamento allestì il rogo in cortile e vi rovesciò le pagine come se stesse incendiando gli astri.
Nel falò delle vastità venne distrutto l’universo intero, e la volta celeste si richiuse sopra il fumo fluttuante.
Peregrinò a lungo per ogni università, accademia, studiolo, dovunque e presso chiunque potessero essere conservati scritti che riguardassero le sue ricerche, per aggiungere anche quelli all’altare del sacrificio.
Si fece giurare dai sodali di scienza, attoniti, che mai più avrebbero menzionato il suo nome e il pur minimo frutto del suo intelletto, e avrebbero anzi dimenticato lui e l’opera sua.
Nulla venne risparmiato al crepitare dei tizzoni.
Compiuto l’olocausto cosmico, si ritirò in un monastero sulle Alpi e nulla si seppe più.

Una sera, Biagio rientrò in casa dopo una giornata di lavoro nei campi dura come le altre.
La zuppa bolliva sulle braci.
Si sistemò al desco. La moglie gli riempì il piatto.
Inghiottì con calma un paio di bocconi e un sorso di vino. Rimase un poco assorto, poi alzò la testa.
– Ma lo sai che la Terra gira intorno al Sole e l’universo è infinito?
La moglie scosse la testa in un gesto fugace e distratto.
Biagio continuò a mangiare la zuppa mentre la moglie rammendava un panno logoro.

Emilio camminava per un terreno brullo che precipitava in un crepaccio.
Pensò che fosse quella la sorte comune: un errare in equilibrio tra un deserto e un burrone.
Forse un giorno si sarebbe gettato nel dirupo e avrebbe provato l’ultima emozione. L’unica.

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Ustioni da focolare domestico

Posted by sdrammaturgo su 17 febbraio 2013

Brevissimo romanzo di malformazione

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Homo homini homo.

TOMMASO OBESO

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Si conobbero alla Festa della Caccia.
Era l’evento più scoppiettante del paese, dopo la processione di Santa Brigida.
Per l’occasione, lei aveva messo il suo miglior vestito a fiori – dunque il suo peggior vestito.
Accompagnata dalla madre e dalla sorella, volteggiava tra le bancarelle traboccanti di fauna smembrata.
Corone di salsicce nere addobbavano la piazza.
L’orchestrina di Gigi e le Mele Marce stonava un liscio affannato e coppie di moribondi claudicavano tentativi di movimenti ritmici.
In quell’atmosfera magica, apparve lui.
Portava in spalla un cinghiale abbattuto al mattino.
Grazie al movimento delle labbra, lei capì chi dei due le stesse parlando.
La invitò a un giro di danza, lei chiese il permesso alla madre, la madre acconsentì, la sorella rosicò.
Col cinghiale morto che piroettava sul corpo massiccio di lui, lei sospirò rapita dal ballo e dalle mani ruvide che la cingevano scartavetrandola con dolcezza.
Lui le narrò con quanta abilità e rapidità aveva prontamente reciso i testicoli del suide – servendosi di un coltello acquistato presso l’armeria Scarponi, che, si sa, è la più affidabile – subito dopo averlo centrato in fronte con un pallettone del dodici, e di come era sfilato trionfante per le strade con il trofeo sanguinolento spalmato sul cofano del fuoristrada tra gli applausi scroscianti dei concittadini. Al baretto aveva offerto da bere a tutti, e rudi pacche sulle spalle avevano sottolineato il suo indiscutibile stato di maschio alfa.
Lei era ammirata.
Si guardarono negli occhi.
Prima col cinghiale, poi con lui.
E così, tra il profumo di carcasse bruciate, si stagionò il loro amore.

Come primo appuntamento, benché fosse passato un bel po’ di tempo dal Paleolitico, lui la portò a vedere i fuochi d’artificio.
Perché si sa, il salnitro è molto romantico.
Lo spettacolo pirotecnico era preceduto da un’esibizione di acrobati paraplegici: venivano sparati con una catapulta e quello che succedeva succedeva.
Prima di uscire, lei si preparò con cura, emozionata e trepidante com’era.
Si sentiva un po’ a disagio perché aveva un brufolo sul tumore e cercò di coprirlo con un po’ di fondotinta.
Lui era una persona molto spartana. Non condiva nemmeno i cibi. Si limitava a leccare del salgemma.
Era un uomo rustico e impulsivo, ma aveva una sua etica. Per esempio non picchiava le donne: le bastonava con un tortore avvolto in una cintura dalla fibbia in alluminio, o in alternativa con la cinghia dell’escavatore.
Con lui era tramontato il mito dell’emancipazione del popolo.
Dopo averlo conosciuto, un marxista era diventato monarchico.
Lei era una sognatrice. Non faceva che fantasticare su frittate dalle combinazioni sempre più imprevedibili: pancetta e guanciale, lardo di colonnata e stracchino, coppa, wurstel e sanguinaccio, o ancora trota e anguilla, insieme!
La sua immaginazione non poneva limiti alle possibilità di frittate.
La serata andò benissimo.
Lui premette per penetrarla. Lei si sottrasse con garbo.
Nonostante il motore a scoppio e l’elettricità siano invenzioni largamente diffuse già da un paio di secoli, molte donne vogliono essere corteggiate.
Lui, in fondo, apprezzò: aveva dato prova di essere una ragazza seria.
Qualche tempo dopo, chiese la sua mano.
Vennero organizzate le nozze.
Il sagrato della chiesa era gremito di parenti a colori dal fervore in bianco e nero.
Assistere a un matrimonio rende felici perché sai che sta toccando a un altro.
È lo stesso principio per cui ai funerali in realtà sono tutti contenti.
D’altra parte, i matrimoni mettono molta più malinconia dei funerali, perché a un funerale si pensa: “Ha smesso di soffrire”, mentre a un matrimonio: “Ed è soltanto l’inizio”.
La sposa scese da un’autovettura sportiva a braccetto dell’austero genitore.
Lo sposo attendeva all’altare.
Il passante che si fosse imbattuto nella scena, avrebbe potuto proferire al sodale: “Ehi, guarda, dell’anacronismo”.
Il padre consegnò la femmina al maschio più giovane, lo stregone recitò delle formule magiche e tutti andarono a nutrirsi vestiti scomodi.

Lui aveva una fronte lombrosiana che contendeva il territorio alle sopracciglia e le spalle tozze che coincidevano con il mento.
La pancia prominente da ippopotamo palestrato distraeva dal viso bitorzoluto. Il naso largo e schiacciato divideva a stento gli occhi infinitesimali.
Le gambe corte sostenevano possenti la lieve gobba cespugliosa.
Lei aveva un cancro d’annata che le impreziosiva le gote.
Ciuffi oleati le scendevano dalla chierica aprendo il sipario sullo strabismo di Efesto.
Il seno si posava delicatamente sull’ombelico a ogni sussulto del busto spugnoso.
Bolle smaglianti sfavillavano sulle natiche smagliate.
Dei ricchi favoriti le solleticavano le narici.
Ritennero indispensabile riprodursi.
Qualcuno avrebbe potuto pensare che si trattasse di una vendetta: la natura e l’umanità erano state talmente ingrate nei loro confronti che adesso le avrebbero riempite di mostri.
E invece lo fecero proprio per amore.
O almeno per quella preoccupazione di garantirsi il prosieguo del coniugio bloccando il legame con un’opportuna procreazione che le persone di aspetto insoddisfacente sono solite chiamare amore.
È per questo che vedendo le coppiette in giro che spingono passeggini è possibile notare che i brutti non vedono l’ora di moltiplicarsi.
Un figlio, questa astuta assicurazione sulla vita per tradizionalisti sventurati.
Lei rimase incinta.
Sapeva che da quel momento in poi avrebbe avuto un argomento di conversazione.
In vecchiaia non avrebbe più dovuto puntare solo sulle malattie, questo perverso svago della terza età.
Avrebbe avuto di che raccontare su successi o fallimenti di figli e nipoti, senza contare il sostegno che da essi avrebbe ricevuto.
Generarsi i propri badanti, quale ingegnosa soluzione! E che risparmio rispetto all’ospizio!
Costosi prima, ma convenienti dopo.
I figli, questo fondo pensionistico di materiale organico.
La sua deformità fisica suscitava l’invidia delle altre donne.
Com’era prevedibile, ne uscì un essere umano. Eppure tutti parvero sbalorditi ed euforici.
L’evento si ripeté tre volte, e quantunque l’abitudine avesse ormai dovuto ridurre la sorpresa a zero, le reazioni furono le stesse, se non più entusiastiche.

Il primogenito diede molte soddisfazioni al papà, per esempio quando percosse un detrattore della propria squadra del cuore o quando pestò un incauto sostenitore delle marmitte a lungo o quando massacrò il fidanzatino della sorella, reo di essere tale.
Ella non si era mai sentita così al sicuro.
Sebbene provasse sentimenti di tenerezza per quel ragazzino, aveva compreso che da quel momento in poi non avrebbe mai dovuto temere alcuno smarrimento esistenziale: pur concedendosi qualche trasgressione come uso di narcotici e sesso occasionale, ci sarebbe sempre stato qualcuno pronto a richiamarla all’ordine, garantendogli un futuro di piena accettazione sociale come moglie e madre, cosa che restava in ogni caso il suo obiettivo principale.
Chi ti ama davvero, se serve ti assicura un futuro conforme al pensiero dominante anche con le cattive. Anzi, soprattutto con le cattive: segno di passione vera.
La secondogenita aveva peraltro fattezze disarmoniche, ma l’esistenza del testosterone le assicurava egualmente un discreto numero di spasimanti patriarcali.

Il terzogenito nacque malato.
Ben presto si rivelò infatti affetto da una malformazione congenita nota come coscienza critica, i cui sintomi erano contestazione dell’autorità genitoriale, riconoscimento di modelli erronei, percezione della vita come nonsenso e sciagura.
Più cresceva e meno la nascita gli sembrava una trovata valida.
Tutti però gli dicevano che doveva essere grato ai suoi genitori per il regalo che gli avevano fatto.
Ma a ben vedere era la stessa cosa che gli dicevano a Natale quando le zie gli regalavano sciarpe di lana bianco panna con stemmi di casati immaginari.
Ciò che rimproverava innanzitutto ai propri procreatori era l’averlo messo al mondo nella miseria.
Lo stipendio del padre da ruspista in una piccola ditta di movimento terra bastava appena al sostentamento della famiglia.
Non che avesse desiderato l’agiatezza a tutti i costi, ma si sarebbe quantomeno accontentato di non dover disputarsi merendine col fratello in duelli all’ultimo sangue, dai quali usciva inesorabilmente sconfitto, non avendo ereditato il patrimonio genetico ferino del padre.
Invidiava molto la prosperità gastronomica degli altri.
I poveri hanno l’invidia del pane.
La servizievole devozione della madre al nucleo famigliare, obbediente massaia al di là del tempo persa nelle sue ambiziose frittate, sua massima aspirazione; la sottomissione contemplativa della sorella all’autoritarismo paterno; le gare di motocross del fratello che dominavano i pomeriggi del sabato e rendevano così fiero il capofamiglia, facendo commuovere la sua sottoposta; l’indottrinamento governativo previa detenzione scolastica; la rispettabilità nel branco di coetanei da conquistare tramite angherie; le lezioni di sudditanza paranormale presso la parrocchia; tutto ciò condusse il terzogenito verso un’adolescenza da estraneo in cui la sua malattia della consapevolezza si aggravava di giorno in giorno producendo un distacco irreparabile da ogni senso del sacro.
Le insubordinazioni ai dettami del patriarca erano in costante aumento e la sua infausta conformazione genetica gli faceva percepire la madre come una persona, la comunità come una savana cementificata che era l’habitat innaturale dell’homo sapiens sapiens urbanizzato, le stelle cadenti come frammenti di comete o asteroidi che entrando all’interno dell’atmosfera terrestre si incendiano a causa dell’attrito.
Cercava rifugio dalla realtà priva di romanticismo nei fumetti dei suoi supereroi preferiti, gli X-men, i supereroi analfabeti.
L’evento più significativo della sua pubertà fu quando dovette partecipare alle esequie del suo vicino di casa.
Era il padre che aveva sempre sognato di avere: morto.
Si sa, l’unico modo per essere un buon genitore è lasciare i propri figli orfani.

Arrivò la maggiore età, e con essa la piena cognizione della caducità.
Sentiva parlare dell’importanza dei giovani, ma sapeva già che i giovani sono i vecchi del futuro.
Il problema della vita è la morte, pensava.
C’è troppo poco tempo e troppe cose vane da fare.
La vita è la domenica, quando devi affrettarti a fare qualcosa perché domani poi arriva il lunedì e sono cazzi e devi tornare a lavoro e se non hai combinato niente te ne penti, ma nell’ansia finisce puntualmente che non combini niente per forza e allora arrivi quasi a desiderare che arrivi presto l’odiato lunedì per toglierti il pensiero e però il lunedì fa sempre paura.
Il capitalismo, il lavoro, la guerra esistono perché esiste la morte. Senza la smania di ritardare la morte, chi avrebbe bisogno di farsi padrone o schiavo? Non esisterebbero povertà e ricchezza, perché tanto non muori, quindi mica ti serve di sottometterti per del pane o sottomettere per un panificio.
Con l’immortalità sarebbero tutti più rilassati e serenamente produttivi.
Un immortale non ha alcuna fretta.
L’accidia stessa è figlia della finitezza. Quando tutto è così fugace, tanto vale non far nulla.
Le scelte si riducono drasticamente, è necessario selezionare con cura ed escludere troppe cose, e Rimpianto, Rimorso e Rinuncia sono le tre Disgrazie che ti accompagnano nell’agonia.
La scoperta delle donne comportò quella della difficoltà di accoppiamento.
Quando riceveva un rifiuto, si consolava pensando che tanto, presto, sarebbero morti sia lui che lei, quindi non c’era da prendersela troppo.
Apprezzava molto un film sulla vanità del tutto e l’irredimibilità del dolore che parla di un ragazzo devastato da una neoplasia il quale non riesce a costruire alcunché di importante né a tirar fuori qualcosa di buono dalla sua sofferenza che sia di insegnamento o utilità per le generazioni future e poi muore. Titolo dell’opera Tanto tumore per nulla.

Il mondo intorno a lui, intanto, procedeva con disinvoltura.
I fidanzati che non si sopportavano facevano progetti di eternità, giacché il bello della coppia è avere qualcuno accanto da maledire.
Le donne non la davano e gli uomini si vendicavano con canzoni d’amore.
I maschi gareggiavano nello sprint al semaforo.
Relitti cellulari celibi si decomponevano ristagnando cameratescamente nei bar. Erano stati sfortunati con la tempistica di nascita. Fossero venuti al mondo una trentina d’anni prima, con un matrimonio combinato si sarebbero garantiti una moglie. Invece quel minimo di emancipazione che consentiva alle donne un pur esile margine di scelta li condannava a esser negletti, scapoli indesiderati, obbligati allo sfogo delle pulsioni sessuali nel gioco della briscola.
La gente più curata seguiva la moda, quella più trasandata seguiva la mota.
Gli individui indossavano come se niente fosse indumenti con scritto Monella Vagabonda e Joe Marmellata.
In ogni posto in cui si andava, si vedeva sempre qualcuno che incontrava qualcun altro di sua conoscenza. Eppure il mondo era piuttosto affollato.
L’Africa continuava a essere tenuta in povertà per permettere ai benestanti di passare da benefattori in serate mondane di raccolta fondi e rassicurare i meno abbienti dell’Occidente industrializzato.
Il sindaco del paese al posto del gabinetto aveva coprofagi a bocca aperta a spese dei contribuenti.
Era un lavoro molto ambito. In fondo era un posto sicuro, un impiego statale con contratto a tempo indeterminato: una volta finito il mandato del primo cittadino, si era promossi docenti nei corsi di educazione civica.
La comunità scientifica piangeva la scomparsa del fisiologo Meluzzo Alessandri. Convinto della veridicità della saggezza popolare secondo cui se stanno al caldo le estremità rimane caldo tutto il resto del corpo, andò su un ghiacciaio per sperimentare in prima persona l’efficacia del metodo, mettendosi nudo ma con gli arti inseriti in delle stufette. Venne ritrovato assiderato con mani e piedi ustionati.
La rivista Bellezza&Benessere divulgava l’ultimo ritrovato in campo estetico: “Depilarsi con la Chemio”.
Le file per fare una foto con la Coppa dei Campioni; il magone della partenza del Gran Premio; l’imperscrutabile fierezza dei lavoratori; la banalità degli amori tormentati; il tedio degli amori tranquilli; le équipe di economisti, sociologi e matematici che elaboravano le offerte per i menù di pizza a domicilio; la fede in dio, il più diffuso degli amici immaginari; gli occhi tristi degli animali.
Nessun animale sembrava felice.
Il cane aveva lo sguardo malinconico, il gatto teso, il cavallo stanco, il maiale disilluso, la mucca apatico, la pecora preoccupato, la gallina guardingo, il coniglio terrorizzato.
Nemmeno le belve facevano eccezione: anche nel leone e nella tigre traspariva una certa spossatezza esistenziale.
Non c’era gioia in natura. Solo nella Playboy Mansion.
E non si poteva continuare a fingere di dimenticare che una volta c’era stato Music Farm.

Giunse Capodanno, quando tutti si entusiasmano allorché in un punto a caso concordato nell’entropia spaziotemporale si passa da una frazione convenzionale di tempo a un’altra secondo un’unità di misura arbitraria.
Anche quell’anno avevano annunciato l’apocalisse.
Il terzogenito non ci credeva più. Lo avevano ingannato troppe volte. Finisce il mondo, finisce il mondo, e il mondo non finiva mai.
Ogni volta in quel periodo veniva assalito da pensieri angustianti ancor più numerosi, e nuove ambasce, interrogativi aggiuntivi, addizionali tormenti si sommavano agli abituali.
Per esempio il fatto che ragazzi che scoppiavano i botti avevano una vita sessuale, sovente perfino con donne di bell’aspetto.
Come ogni anno, si era sottratto ai festeggiamenti, ma invece di barricarsi nell’isolamento casalingo, si mise a vagare per il paese deserto.
Nella tasca del cappotto aveva una rosetta avanzata dal giorno precedente, unico alimento commestibile che aveva rinvenuto nella dispensa in quel giorno in cui la madre era stata troppo indaffarata con le zie a preparare le vettovaglie per il veglione, avendo massima cura che il quantitativo di vivande superasse quello necessario al fabbisogno annuo calcolato nel prodotto interno lordo di una nazione in via di sviluppo. Perché solo buttare nella spazzatura ingenti carichi di viveri in eccesso poteva regalare una vera ebbrezza di ricchezza.
Le festività servono a sedare con illusioni.
Di passo in passo si ritrovò davanti alla casa in cui i suoi famigliari stavano mentendo a loro stessi.
Dalla strada poteva vederli non visto al di là dei vetri delle finestre. C’erano tutti: suo padre, sua madre, sua sorella, suo fratello con la fidanzata ufficiale, il parentado al gran completo, alcune personalità senza personalità del paese.
Sapeva già come si sarebbe svolta la serata: ingerimento di cibo fino allo stremo delle forze, estenuanti giri di mercante in fiera, detonazioni.
Maggiore era l’ammontare degli esseri viventi caduti sul selciato la mattina dopo al termine delle ostilità conviviali, maggiore era l’appagamento collettivo.
I botti. Sapeva che tra petardi, bombe e artiglieria leggera c’era sicuramente un arsenale. E sapeva anche dove era riposto.
Conosceva quell’abitazione. Aveva dovuto subirci molteplici pasti cerimoniali in passato, segregato nell’affetto genealogico.
Essendo sopravvissuto alle torture familiste, ora sapeva che gli armamenti si trovavano proprio sul retro nel locale della caldaia.
Fece il giro dello stabile e di soppiatto ci entrò.
I residuati bellici erano tutti lì.
Quale occasione migliore?
Sarebbe bastato accendere una miccetta in mezzo al mucchio e sarebbe saltato in aria tutto.
D’un colpo, via tutti: famigliari, parenti, conoscenti.
Pezzi di cugini dappertutto, frammenti di zii sparpagliati sul vialetto, paesani indistinguibili dal cotechino, le ceneri dei fratelli nella pentola delle lenticchie, la madre tutt’uno con la frittata, le viscere del padre appese tipo festone.
E sarebbe sembrato frutto di una mera fatalità: una dinastia di coglioni appoggia i botti nel locale caldaie, uno si accende per qualche sfregamento, fa scoppiare tutti gli altri, la caldaia esplode.
L’attentato perfetto.
Rimase qualche istante in piedi nel buio, immobile, il respiro fatuo nell’aria gelata.
Rifletté.
Sarebbe esploso qualche esemplare di essere umano. Non sarebbe esploso il mondo.
Perché compiere l’ennesimo gesto superfluo nell’universo?
Voltò le spalle, si allontanò, tirò fuori dalla tasca il panino stoppaccioso e prese a masticarlo con noncurante fatica.
La vita è una rosetta del giorno prima.

*

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La fallomorfosi

Posted by sdrammaturgo su 10 ottobre 2012

Una mattina, svegliandosi da sogni inquieti, Gregorio Sansoni si ritrovò con un cazzo enorme.
Lì per lì non ci fece caso: la solita erezione mattutina che gli arrivava sopra l’ombelico.
Sopra l’ombelico?!
Provò a fingere per qualche istante che fosse tutto normale, anche con una certa sicumera, dicendosi che sì, quello era il suo cazzo, era sempre stato grosso, non c’era niente di strano.
E invece no: lui un cazzo così non ce lo aveva mai avuto.
Nessuno ha mai il pene dell’esatta misura della media mondiale. È sempre un po’ più grande o un po’ più piccolo. Quello di Gregorio no: le sue dimensioni corrispondevano precisamente a quelle della media mondiale, sia in lunghezza che in larghezza, non un millimetro di differenza. Sembrava fosse stato realizzato sulla base delle rilevazioni statistiche. Gregorio incarnava l’idea platonica di Normodotato.
Il suo pene perfettamente medio era sempre stato del tutto insoddisfacente, uno di quei cazzi che le donne accolgono senza entusiasmo o particolare dispiacere, di cui nessuna avrebbe parlato alle amiche, né per decantarlo né per deriderlo. Un cazzo che si dimentica subito.
Il cazzo era l’emblema della sua condizione esistenziale.
Non era nato né al Nord del rigore e dell’emancipazione, né al Sud della passione e dell’arretratezza, bensì al Centro senza troppi disagi e senza slanci. Figlio di una famiglia né ricca né povera, padre ferroviere e madre impiegata alle Poste entrambi in pensione, aveva dato molte soddisfazioni ai propri genitori. E si sa: più soddisfazioni si danno ai propri genitori, meno si prendono per sé. Si era laureato senza affanno e senza gloria in economia e commercio e aveva trovato un modesto e tranquillo posto in banca, retribuito il giusto per potersi considerare classe media.
A scuola se l’era sempre cavata, uno studente diligente e per nulla brillante che prendeva sempre tra il sei e il sette e non si era mai sentito dire da qualche insegnante: “Puoi fare di più”, perché era chiaro a tutti che non avrebbe potuto fare di più. E neanche di meno.
Nessuna follia, nessun trionfo, nessuna caduta, nessun successo.
Né bello né brutto, a ben vedere non c’erano motivi per non dargliela. Ma non ce n’erano nemmeno per dargliela. Tuttavia, era riuscito ad avere un numero di rapporti sessuali sufficienti a non essere considerato un totale sfigato, ma non abbastanza da essere considerato uno che non ha problemi con le donne.
Era un uomo defascinante: non solo non era affascinante, ma riusciva a togliere fascino a tutto ciò che gli stava intorno.
Una vita ordinaria e ordinata, dunque, che non spiccava nemmeno per essere particolarmente ordinaria e ordinata, talmente media da passare completamente inosservata, una mediocrità di cui non ci si accorge.
Fino a quella mattina.
Balzò giù dal letto, si tolse le mutande da cui usciva il cazzone e si mise davanti allo specchio.
Trepidante e disorientato, cominciò a sudare ed ebbe quasi un mancamento per lo stupore, una sorta di attacco di sindrome di Stendhal, un astonishment burkeiano. Osservò con un misto di smarrimento e curiosità scientifica il suo nuovo pene, poi cominciò a studiarlo con attenzione, toccandolo esitante e timoroso; prima ne saggiò fugacemente la consistenza con la punta del dito indice; quindi si fece coraggio e lo afferrò, inizialmente con una sola mano, e successivamente, una volta a proprio agio, con entrambe.
Stette un po’ così, in piedi immobile davanti allo specchio con il gigantesco cazzo eretto tra le mani.
La voce della madre che bussava alla porta della camera lo scosse dal torpore.
«La colazione è pronta»
«Arrivo, un attimo»
Raccolse la lucidità e si gettò a frugare smaniosamente nei cassetti, finché non ne trasse un vecchio righello. Tornò quindi davanti allo specchio e se lo misurò.
Quaranta centimetri. Il glande grosso come un pugno.
Effettuò una nuova misurazione non appena fu tornato a riposo.
Ventinove centimetri.
Rocco Siffredi era divenuto celebre per i suoi ventitré centimetri, invidiato e ammirato da tutti.
John Holmes, con trentatré, era un essere mitologico.
Gregorio capì che da moscio aveva il cazzo più grosso di un superdotato, in erezione annichiliva il dio Priapo in persona.
Un fremito elettrico lo percorse.
Era forse quella la sensazione della vittoria? Non l’aveva mai provata.
Improvvisamente si ricordò di quand’era ragazzino.
Allora c’erano solo tre modi per essere rispettati: essere bravi a giocare a calcio, pestare tutti o avere il cazzo grosso. Avere il cazzo grosso dispensava perfino dalla fatica delle partite di pallone o dei trionfi nelle risse.
In età adulta le cose non erano cambiate granché: la bravura a calcio era stata sostituita dalla bravura a rimorchiare, pestare tutti era mutato nell’avere i soldi per permettersi l’eventuale sfizio di far pestare tutti, la questione del cazzo grosso era rimasta invariata.
Era la benedizione più grande.
E lui l’aveva ricevuta.
Era stato un miracolo. Forse un dio benevolo aveva voluto premiarlo per una vita misurata all’insegna della pacatezza.
E adesso che aveva il cazzo grosso, di quel dio poteva anche fare a meno.
«Farai tardi a lavoro!»
Non aveva più bisogno nemmeno della madre.
Il nuovo cazzo aveva infuso una nuova vitalità in quel figlio devoto. Aneliti di ribellione erano ormai entrati in circolo nel suo organismo dai testicoli grandi come plafoniere.
Si vestì in fretta e aprì la porta.
«Oggi non vado a lavoro»
La madre trasalì.
Gregorio andò in bagno a lavarsi.
Non si era mai sentito speciale. Mai, in niente. Allo specchio stentava a riconoscere la differenza tra se stesso e la mensola alle sue spalle.
Ma quella mattina, allo specchio vide un vero figo. Poi si accorse che era la finestra. In effetti il dirimpettaio era un gran bel ragazzo. Ma di sicuro non aveva quel cazzo. Oh, nossignore.
Avere il cazzo grosso è l’unico vero sogno di ogni uomo.
“Io ho il cazzo grosso” mette a tacere qualsiasi discussione. Si può dire di tutto a un uomo: “Non hai dignità, sei un buono a nulla, hai il cervello di una gallina, sei un fallito, con le donne sei negato”, ma se questi risponde: “Io ho il cazzo grosso”, ha vinto comunque, non c’è storia.
La ragione è sempre dalla parte di quello col cazzo grosso.
Un uomo bello, ricco, di successo, talentuoso, geniale, bravo a letto, rinuncerebbe a tutto questo solo per avere qualche centimetro di cazzo in più.
Un uomo preferirebbe perfino sentirsi dire da una donna: “Non voglio scopare con te, hai il cazzo troppo grosso, mi faresti male” piuttosto che scoparci effettivamente. Anzi, sarebbe per lui il maggior motivo di orgoglio e soddisfazione e se ne vanterebbe con gli amici.
La competizione fallica smaschera le velleità del pollice opponibile, inchiodando l’uomo alla verità biologista.
Gregorio sapeva di rappresentare la massima realizzazione dei desideri di ogni uomo.
Egli era il Maschio Alfa.
«Dice che oggi non andrà a lavoro» riferì la madre scossa e raggelata al marito, cui mai una volta il figlio aveva dato preoccupazioni.
Il padre sarebbe stato fiero del cazzo di Gregorio, ma come dirglielo?
Gregorio comparve in cucina e gli anziani genitori lo fissarono turbati. Così pieno d’energia non lo avevano mai visto. Dal suo sorriso scintillava una vorace voglia di vivere. Non andava per niente bene.
«Ciao, io esco, ho telefonato in ufficio, mi prendo un giorno»
La sua voce tuonava sicura e cristallina, del tutto diversa dal tono dimesso che aveva di solito.
«Va tutto bene?»
«Sì, ho parecchi giorni di ferie in arretrato, oggi volevo andare a fare alcuni giri»
Il padre scosse la testa sconsolato.
La madre precipitò in un silenzioso terrore.
Videro uscire il loro morigerato ragazzo con il borsone della palestra in spalla.
La situazione era questa: adesso aveva un cazzo disumano e non poteva certo sprecarlo.
L’occasione andava colta al volo e sfruttata. Se poi il cazzo fosse tornato alle vecchie dimensioni? Non c’era tempo da perdere.
E quale sarebbe potuta essere la prima tappa se non la palestra? Luogo in cui maschi di ogni estrazione sociale si incontrano per gareggiare con la propria prestanza, dissimulando gli intenti agonistici con disquisizioni su argomenti virili quali i malfunzionamenti della caldaia o il prezzo del tagliando dell’autovettura; novella agorà ove reputazioni possono impennarsi o sprofondare per due chili sul bilanciere o un’evidente impreparazione sul calendario del campionato, in cui alla proterva psicologia cade l’illusoria maschera di stampo antropocentrista e si mostra per la mera etologia che è, e ricco e povero non contano più, ma si torna a un primigenio stato di natura dove sono solo resistenza e forza fisica le virtù che qualificano un uomo e sanciscono le gerarchie tra gli esemplari del branco altrimenti detto consorzio umano.
Gregorio varcò l’entrata di quella savana urbanizzata e a passo d’homo sapiens sapiens raggiunse lo spogliatoio. Si cambiò, andò in sala pesi e si allenò rapidamente, con noncuranza, attendendo il momento giusto per andare a farsi la doccia.
Era quello a cui mirava davvero: le docce. Non già dar sfoggio di gagliardia atletica gli premeva, bensì imporre l’indiscutibile leadership del suo fenomenale arnese nel momento in cui si fossero trovati tutti nudi gli uni di fronte agli altri.
Allorché ebbe constatato il raggiungimento del picco di affollamento nelle docce, corse a spogliarsi e prendere posto sotto al getto d’acqua.
Immenso fu lo sbalordimento tra gli astanti.
Eppure lo conoscevano, lo avevano già visto. Come avevano potuto non notare mai cotanta spingarda?
Gregorio percepì nitidamente l’altrui stima nei suoi confronti crescere via via, salire vertiginosamente attraverso vari rapidissimi stadi racchiusi entro i brevi margini di fugaci occhiate, farsi gelosia, invidia, e poi ammirazione, contemplazione, quindi rispetto, timore, infine sudditanza.
Quel giorno, quando se ne andò, venne salutato da tutti con molta più deferenza del solito. L’ossequio riservatogli parlava chiaro: egli era ormai il capobranco, la guida, il re, e il suo cazzo era il bastone del comando, il pastorale, lo scettro.
Traboccante d’autostima, passò alla seconda fase, la più importante: le donne.
Non era mai stato un seduttore. In vita sua aveva ricevuto solo una volta una lunga lettera d’amore, una ragazza che con parole struggenti diceva di essere pazza di lui, che non faceva altro che pensare a lui notte e giorno, aveva composto poesie dedicate a lui e dipinto suoi ritratti, lo desiderava con tutta se stessa e avrebbe preferito morire piuttosto che passare la vita senza di lui, ma nel post scriptum c’era scritto: “Tutto quanto espresso nella presente è da considerarsi falso”.
Ora però che poteva sfoderare quel cazzo immane, chi avrebbe potuto resistergli?
Anche solo per poter raccontare alle amiche: “Non puoi capire con quale cazzo ho avuto a che fare”, ognuna avrebbe bramato il suo legume OGM.
Decise di chiamare una ragazza che in passato gli era piaciuta tantissimo, con cui non era andata bene e alla quale gli capitava di pensare ancora. Ma c’era da fronteggiare un altro problema: Gregorio era un tipo che non rimaneva impresso.
«Pronto?»
«Ciao, sono Gregorio…»
«Chi?»
«Gregorio, ci siamo conosciuti qualche anno fa»
«Uhm…»
«Dai, Gregorio, Gregorio Sansoni…»
«Guarda, mi dispiace, proprio non riesco a metterti a fuoco»
«Ma sì, dai, Gregorio Sansoni. Ricordi? Sono quello che ti ha salvato la vita quel giorno dopo quell’incidente stradale… Poi ti ho fatto visita tutti i giorni durante i mesi della tua degenza ospedaliera, quando sei uscita abbiamo iniziato a frequentarci, io ho cominciato a corteggiarti, ma tu mi vedevi più come un amico, però poi dopo il centoventottesimo mazzo di fiori e la denuncia per stalking ci siamo messi insieme, siamo stati fidanzati quattro anni, avevamo anche deciso i nomi da dare ai nostri figli e fissato la data del matrimonio, ma poi tu mi hai lasciato e io ti ho vomitato sulle scarpe perché non ho retto al dolore. Dai, Gregorio!»
«No, niente, mi dispiace, proprio non mi viene in mente niente»
Salutò e riagganciò.
Quella non era la strada giusta.
Era il cazzo che andava messo in primo piano, non la sua persona. Quella poteva fallire, ma il cazzo no. In che modo era possibile utilizzare il proprio pene come strumento di seduzione, considerando che non poteva andarsene in giro a cazzo fuori?
Ebbe un’illuminazione: si era ormai nella tarda postmodernità, il progresso aveva mutato radicalmente la società, la tecnologia era avanzatissima e offriva soluzioni per tutto. Internet era la risposta.
Ragazzo semplice com’era, non aveva mai visto nel web un valido mezzo d’acchiappo. Colpa anche di quella volta in cui era rimasto scottato: consigliato da amici, era entrato in una chat per conoscere qualche ragazza disponibile, si era messo a chiacchierare con una che sembrava carina, ma ad un tratto lei gli aveva chiesto quanto ce lo avesse lungo, perché a lei interessavano solo uomini sopra i ventidue centimetri minimo.
«Mi interessavi, peccato per il cazzo»
E aveva chiuso.
Gregorio era rimasto immobile a fissare lo schermo, poi, deluso, amareggiato, umiliato, aveva spento tutto e aveva capito che internet non faceva per lui.
Ma adesso aveva un cazzo decisamente all’altezza della situazione. Grazie a quello, avrebbe fissato appuntamenti su appuntamenti con ogni ciberfiga della rete e incontrato schiere di webarrapate fameliche, genuflesse in fila a venerare religiosamente il suo cazzo equino.
Tornò a casa all’ora di pranzo, come al solito. La banca si trovava non lontano dalla sua abitazione, per cui ogni giorno, per la gioia dei suoi e la comodità sua, andava a mangiare in famiglia, evitando mense e tavole calde e bar e trattorie.
Sentendolo rientrare all’ora di sempre, la madre tirò un sospiro di sollievo, rincuorata dal ripristino della routine. Era stata in pensiero per tutta la mattinata. Cosa mai era preso quel giorno a suo figlio?
La pasta era quasi pronta, il padre di Gregorio guardava il notiziario, la madre stava finendo di apparecchiare.
Sembrava tutto a posto.
«Non mettere il piatto per me, ho mangiato un boccone dall’indiano qui vicino»
Ciò la sconvolse.
Il padre trasse un sospiro saturo d’apprensione.
Gregorio si chiuse in camera, accese il pc e si lanciò alla ricerca di prede virtuali.
Si iscrisse ad un sito di incontri e cominciò a contattare ogni ragazza di bell’aspetto. Ma, essendo poco pratico, non sapeva che le donne non gradiscono la sincerità.
I primi messaggi, che recitavano: “Ciao, ho un cazzo enorme, ti va di scopare con me?”, non andarono a buon fine. Dopo aver ricevuto come risposta il trentasettesimo augurio di morte, provò a cambiare il “ti va” con un più discreto “che ne dici”, ma non servì a molto.
Pensò dunque che era il caso di far leva sui buoni sentimenti dimostrando di essere un ragazzo serio pronto a prendersi impegni importanti: “Ho visto le tue foto e ti ho trovato straordinariamente carina. Non temere, non sono uno di quei tipi bastardi da una botta e via: se sei d’accordo, intendo fidanzarmi con te e passare tutta la vita insieme. Considera che ho un pene molto grande”.
Ma la svolta monogamica non ottenne i risultati sperati.
Stette tutto il pomeriggio chiuso in camera concentrato sui tentativi di adescamento, interrotto solo una volta dalla madre che lo chiamava da fuori la porta.
«La cena è in tavola»
«Passami il piatto, mangio in camera»
Ormai era disperata.
«Ha telefonato anche il tuo principale per sapere se è tutto a posto. Non avevi mai preso un giorno fino a oggi»
«E chi se ne frega»
Cosa stava succedendo al suo bambino, sempre lineare e assennato e ora così imprevedibile e indisciplinato?
«Ha detto che mangia in camera»
«Io non so più cosa bisogna fare con questo ragazzo», brontolò il padre.
Una mezza giornata di indipendenza filiale già gli pareva una vita di contestazione del patriarcato.
A Gregorio nulla valsero i vari: “E se ti dicessi ‘quaranta centimetri’?” o: “Interessa un ultradotato?”, tanto meno: “Nei tuoi occhi lucenti la mia verga monumentale baluginerebbe come un dardo che squarcia l’empireo”.
Finché ecco comparire un annuncio ch’era come un cartello stradale che indicava la Terra Promessa: “Cerco superdotati”.
Scrisse subito a quella schietta fanciulla, lei lo videochiamò e tutto si concluse con un secco: “Il tuo cazzo è meraviglioso. Peccato per tutto il resto”.
No, internet si rivelava ancora una volta fallimentare.
Decise perciò di uscire e lanciarsi nella frenetica mondanità di qualche locale in cui avrebbe tentato di attirare l’attenzione sul suo pene.
Indossò dei pantaloni che gli evidenziavano il pacco, ma vanificò tutto abbinandoci sopra una camicia hawaiana.
Rientrò a notte fonda, sconfortato e scoraggiato. Cosa c’era di peggio di avere un cazzo mastodontico che non aveva alcuna utilità?
Poi, una folgorazione.
Il porno.
Il porno era la soluzione.
Si chiese come aveva fatto a non pensarci prima.
Con il cazzo che si ritrovava, sarebbe diventato un divo internazionale, conteso da registi e attrici.
Sarebbe diventato milionario, avrebbe avuto migliaia di donne, gli uomini lo avrebbero riverito, le sue gesta sarebbero state narrate nei secoli da aedi onanisti.
Si coricò con il sorriso e una certa preoccupazione. L’indomani mattina quel cazzo inaspettato sarebbe rimasto al suo posto?
Sì, quando si svegliò vide con giubilo che nulla era cambiato.
Obiettivo: telefonare a ogni casa di produzione pornografica possibile per ottenere un provino.
Dopo una serie di: “Non stiamo cercando nessuno in questo momento” e “Non ci interessa”, all’ennesima segretaria poco cordiale, sbottò.
«Io ho un cazzo di quaranta centimetri»
«Sì, certo, come no»
«Posso mandarle una foto in questo stesso momento»
«Ma lasci stare»
«Senta, io sono un ragazzo serio. Le chiedo solo di visionare un attimo il mio cazzo. Ecco, gliel’ho appena mandata. Non le costa nulla dare un’occhiata»
Sentì picchiettare su una tastiera. Poi ci fu silenzio.
«Le passo il capo»
Fissarono un appuntamento per quel pomeriggio stesso.
Il vecchio produttore era impressionato. In anni e anni di carriera non aveva mai visto una roba simile.
«Senti ragazzo, con te possiamo fare montagne di quattrini. Ma per fare l’attore porno non basta il cazzo grosso. Non è facile scopare con una troupe intorno. Pensi di farcela? Facciamo una prova, vediamo come va»
Ed ecco entrare una bionda presumibilmente est europea con poppe antigravitazionali già nuda, una di quelle che fino a due giorni prima avrebbe potuto guardare solo attraverso uno schermo per scopi miserabilmente autoerotici.
E adesso era lì, a sua completa disposizione.
Ma sarebbe riuscito a farci sesso davanti a tutti? Una comprensibile ansia da prestazione non lo avrebbe sopraffatto? Gli si sarebbe alzato?
Si calò le braghe spaurito, ma non appena vide l’espressione di sconcerto sgorgare dal viso dell’esperta bonazza, una debordante sicurezza in se stesso lo colmò e calmò, e ottenne un’erezione fenomenale.
Così, sotto gli occhi di un panzone brizzolato, un tecnico delle luci coi capelli unti e un operatore segaligno in tuta, offrì una prestazione memorabile.
Bisognava darsi da fare subito.
«Domattina cominciamo le riprese. Mettetevi al lavoro, improvvisate un set, chiamate le ragazze dell’agenzia»
Arrivò il grande giorno.
Gregorio era emozionato e sereno. Il cazzo era sempre lì, immenso.
Il set era pronto, un salotto borghese ricostruito alla bell’e meglio nello studio all’interno della sede della casa di produzione. Affidarsi ai grandi classici è sempre una garanzia.
Un trucco veloce e via, pronti per entrare in scena.
Quattro attrici maggiorate discinte lo attendevano incastrate in un arredamento che alternava divani fluo a comò Luigi XVI.
Gregorio attraversò l’intrico di fili e faretti, guardandosi intorno come un bambino in un negozio di giocattoli.
Lui, che era sempre stato un moderato provetto, uno che aveva sempre portato il massimo rispetto per gli anziani, uno che si era divertito sì, ma sempre con la testa sulle spalle, per il quale le cose non erano mai bianche o nere e gli estremismi erano sempre sbagliati, per il quale il gioco era bello finché durava poco, per il quale si poteva ridere e scherzare, ma poi si doveva tornare seri, era dunque pronto a lanciarsi in una vita di vizio, dissolutezza ed edonismo sfrenato, un’amante diversa ogni notte, orgie in piscina, macchine sportive, alcool a fiumi e cocaina sniffata dalle tette di sudamericane in calore? Eccome se lo era.
«Spogliati, facciamo il primo ciak senza tanti fronzoli»
Gregorio estrasse il mostro, già duro per l’esaltazione, tra lo stupore generale.
«Per fare prima sono corso qui senza neanche fare colazione»
«Qualcosa la devi mangiare, è importante. Non si tromba a stomaco vuoto. La frutta è quello che ci vuole: zuccheri che non appesantiscono. Una mela, portategli una mela, ne dovrei avere un paio nel mio ufficio, sopra il frigorifero»
Uno dello staff andò e tornò in pochi secondi con la mela in mano.
«Tieni»
Gregorio si girò a prenderla.
Un filo scoperto.
Un filo scoperto a una distanza tale che non avrebbe rappresentato alcun pericolo per un normodotato e che non sarebbe stato sfiorato neppure da un superdotato da record.
Ma i quaranta centimetri di Gregorio vi impattarono inesorabilmente.
Non fu facile spiegare alla madre le circostanze in cui era morto il figlio.
La fortuna è un diversivo della sfiga.

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La rivoluzione è un pranzo di merda

Posted by sdrammaturgo su 13 giugno 2012

Illustrato in una versione alternativa nel nuovo numero di Mamma!
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Se il saggio indica il cielo,
lo sveglio guarda il dito,
qualora si tratti del medio.

PROVERBIO

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Mentre se ne stava assorto e trasognato pensando che un mondo migliore fosse possibile, gli fregarono il portafoglio.
Nonostante le guerre, le devastazioni, le sopraffazioni, le crudeltà, le atrocità, gli orrori, la difesa della Roma di Luis Enrique, l’umanità poteva ancora riuscire ad edificare la società ideale. In fondo l’homo sapiens aveva avuto solo duecentomila anni per cambiare le cose. Serviva ancora un po’ di tempo.
Ma le cose erano migliorate nel corso della Storia, e si vedeva. I progressi erano sotto gli occhi di tutti. Ad esempio, in passato c’era la schiavitù, e per sopravvivere bisognava alzarsi all’alba e faticare tutto il giorno con orari massacranti sfruttati da padroni per paghe insufficienti al sostentamento. Ora, invece, questo era un grande diritto.
Era stato risolto anche il problema del lavoro minorile: una volta era accettato, poi si iniziò a contestarlo, quindi lo si condannò e finalmente si riuscì a spostarlo in India.
Anticamente, poi, il potere era nelle mani di pochi o financo di uno solo, che poteva esercitarlo arbitrariamente e senza limiti secondo il proprio capriccio e diletto e per esclusivo tornaconto personale, sottomettendo le popolazioni e vessandole con angherie d’ogni sorta e della più bieca efferatezza, mentre adesso tutto questo poteva essere legittimato in delle cabine di legno ogni cinque anni.
Salì sull’autobus. Ecco, gli autobus erano un chiaro esempio che le cose potevano migliorare. Prima infatti alle persone di colore non era permesso sedersi vicino ai bianchi sui mezzi pubblici. Ora invece i bianchi erano liberi di evitare di sedersi vicino alle persone di colore.
Prese posto mentre un gruppetto di persone era intento ad emarginare un nordafricano per eludere il rischio di contagio. Ché non si sa mai: cominci col sederti accanto a un marocchino, e come niente ti ritrovi con un figlio che non ama il Motomondiale.
Il problema erano i media, pensava. A furia di demonizzare lo straniero, avevano diffuso la paura del diverso. Ma un giorno, un giorno i media sarebbero stati migliori: le persone di buon cuore avrebbero amministrato televisione, cinema e carta stampata, i programmi sarebbero diventati educativi, giornali e riviste avrebbero diffuso ideali di pace, amore e uguaglianza, sulla copertina di Marmitte fragorose ci sarebbe stato scritto: «Non comprare noi, compra Genti disagiate».
Restava ancora da risolvere la questione su come le persone di buon cuore sarebbero riuscite a far carriera nei media posseduti da persone di cattivo cuore. Ma no, la soluzione era ancora più semplice! Le persone di buon cuore avrebbero fondato nuove testate di informazione e tutti i cittadini le avrebbero seguite in massa! Geniale! «È uscito Bricolage con resti umani? Grazie. Uh, ma… C’è una nuova rivista sulle nuove tecniche di rispetto per il prossimo e lei non mi dice niente?!». Si chiese come aveva fatto a non pensarci prima.
Passò il controllore.
«Biglietto prego»
«Mi scusi, ma mentre ero alla fermata mi hanno rubato il portafogli e il biglietto era lì»
«Lei è in contravvenzione»
«Ma le giuro che me lo hanno rubato!»
«Documenti»
«Erano dentro al portafogli»
«Allora dovrà seguirmi in questura per l’identificazione»
«Ma lei ha capito che sono stato derubato?»
«Sì»
«E mi crede?»
«Sì»
«Quindi sa che sono incolpevole»
«Sì»
«E qui non c’è alcun superiore a sorvegliarla»
«Sì»
«Per cui se volesse potrebbe passarci sopra»
«Sì»
«Ma intende farmi lo stesso la multa»
«Sì»
D’altronde il controllore andava capito: eseguiva gli ordini. Quello era il suo lavoro, e le regole sono regole. La colpa era della legge. Andava cambiata la legge. Un giorno, un giorno sarebbe stata fatta una legge che avrebbe permesso ai controllori di usare il proprio buonsenso. Sì, un giorno, ove ritenuto opportuno, i controllori avrebbero potuto applicare la legge che avrebbe consentito loro di non applicare la legge.
Entrarono al più vicino commissariato.
Durante gli accertamenti, ebbe modo di scambiare quattro chiacchiere con alcuni agenti.
Certo, avevano caricato, minacciato, ricattato, abusato, umiliato, menato, seviziato, torturato, ammazzato, ma tutto sommato erano delle brave persone.
La colpa era del Governo, che tollerando comportamenti inadeguati consentiva alle mele marce di screditare il mestiere di onesti picchiatori.
Gli venne in mente quella volta in cui le donne avevano organizzato una grande manifestazione per protestare contro la violenza domestica e la polizia aveva profuso un grande impegno per portare la violenza anche all’aria aperta.
Si faceva presto ad insultare indiscriminatamente tutti i poliziotti, quando poi chi era vittima di un crimine si rivolgeva a loro.
Se una donna veniva stuprata e chiamava aiuto, la polizia si sbrigava a finire il pestaggio e accorreva, perché c’era ancora da divertirsi.
Egli stesso, già che si trovava lì, aveva avuto modo di denunciare il furto del proprio portafoglio, cosicché, qualora lo Stato fosse riuscito a ritrovarglielo, avrebbe potuto pagare la multa allo Stato.
Un giorno, un giorno anche le forze dell’ordine e i corpi militari sarebbero stati migliori, votati alla giustizia, in difesa dei diseredati, pronti a sacrificarsi per il bene collettivo. Avrebbero gettato le pistole e si sarebbero armati solo di zucchero filato – poiché tanto nulla incute maggior timore di maleodoranti monosaccaridi appiccicosi.
O quantomeno avrebbero avuto una divisa fucsia.
Chi si arruolava andava peraltro compreso: si fa presto a giudicare, ma quando si ha bisogno di un lavoro non si può stare troppo a fare gli schizzinosi. E se il lavoro consiste nel manganellare agonisticamente, beh, cosa può farci il singolo? Le manganellate andavano regolamentate, o date magari con la massima educazione.
Certo, un po’ con le forze dell’ordine ce l’aveva ancora. A volte infatti avevano limitato con la forza la sua libertà di pensiero. Però in questo momento non stava forse pensando liberamente?
Uscì e prese a camminare.
Vide un mendicante ad un angolo della strada che reggeva un cartello: «Ho dieci figli da sfamare».
La colpa era del capitalismo: nessun banchiere era intervenuto ad impedire a quel pover’uomo di procreare a raffica.
Un giorno, un giorno i potenti della Terra insieme ai diseredati che lavoravano per loro avrebbero varato riforme che avrebbero consentito una migliore redistribuzione del reddito. Giovani onesti si sarebbero candidati per ridurre i profitti di quelli con i redditi altissimi in favore delle classi meno abbienti, e quelli con i redditi altissimi che controllavano le fazioni politiche avrebbero fatto campagna elettorale per loro. Il potere non sarebbe più stato un club esclusivo e sarebbe diventato un giardino pubblico, in cui i ricchi sarebbero andati a pisciare abbracciati ai poveri.
Sì, un giorno ci si sarebbe pisciati addosso gli uni con gli altri.
O, in alternativa, probi uomini della finanza si sarebbero vestiti da portieri e si sarebbero tuffati a parare gli spermatozoi dei poveri.
Si imbatté in una manifestazione di un’associazione cattolica che conosceva bene.
Gli aderenti avevano lanciato numerose iniziative in difesa dell’embrione. Adesso avevano alzato il tiro: difesa dell’immaginazione. Se pensi a un figlio, quella è già vita.
La colpa era della Chiesa.
La religione aveva fatto anche del bene, per carità. Tutto sommato, mandava un messaggio d’amore. Dio è amore – ma se non è corrisposto, si incazza e ti fa stalking.
Certo era che la Chiesa era ancora troppo oscurantista, con i suoi no all’aborto, al preservativo, all’omosessualità. E poi era incoerente: Cristo predicava la povertà, e il Vaticano era pieno di soldi. Si sentì originalissimo per questa osservazione.
Ma poteva anche esserci una Chiesa più illuminata, progressista, democratica. Un giorno, un giorno la Chiesa avrebbe insegnato ai fedeli che la Chiesa è sbagliata.
In fondo era tutto un problema di cultura, di istruzione. La colpa era della scuola. La scuola doveva insegnare a pensare con la propria testa, ma troppo spesso non ci riusciva. Serviva un’istruzione migliore: la scuola doveva indottrinare al libero pensiero.
“Vietato ascoltare chi ti dice di buttarti nel pozzo”, sarebbe stato affisso ovunque.
Un giorno, un giorno un ministro saggio avrebbe fornito al popolo gli strumenti per capire che avere un ministro è una cazzata.
Forse la gente non era ancora pronta a un mondo migliore. C’erano ancora troppo egoismo, troppa indifferenza, troppo razzismo.
Ah, se tutti fossero stati come lui, come lui ed i suoi amici! Pensò a quando al centro sociale, seduti in cerchio con la chitarra, cantavano Bella Ciao passandosi una canna, finanziando in tal modo la vasca idromassaggio di un boss della ‘Ndrangheta.
Ecco, da questi ragazzi poteva nascere un mondo migliore, un mondo con ‘ndranghetisti più profumati.
Quel giorno era atteso a pranzo dai parenti in campagna.
Tentando la sorte, prese un altro autobus che lo portò fuori città, arrivò, salutò tutti. La famiglia era una bella cosa, specie quando si riuniva per le tradizioni. E le tradizioni vanno conservate, perché tengono vivo lo spirito popolare, l’identità di una comunità. Ecco, le tradizioni sono la carta d’identità di un popolo. Avrebbe potuto riflettere sul fatto che forse non è un caso se sulla carta d’identità la fototessera è sempre orribile, ma il pensiero non gli balenò.
Quella in particolare era una tradizione che adorava: ogni inverno lo zio ammazzava il maiale ed invitava tutti a mangiare le prime carni. I sapori genuini, il tepore del termocamino, le scorpacciate in allegria. Che gioia.
Si sedette a tavola, dando le spalle al grande specchio che ingigantiva la sala.
Di fronte a lui, in fondo, campeggiava il maiale, che fino a qualche ora prima grugniva, si rotolava nel fango e non si poneva troppo il problema del precariato e della crisi economica, ed ora era squartato appeso al soffitto, trofeo che lo zio esponeva all’ammirazione generale. Il sangue colava in una bacinella
Impugnò una grossa salsiccia, la addentò.
“La colpa è delle persone che non hanno sensibilità, non provano empatia verso chi soffre, se ne fregano dei più deboli e dei più sfortunati, accettano la violenza e badano solo ai propri interessi. Ma un giorno, un giorno…”, pensò.
Ingoiò la salsiccia.

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Ricordo di un cosmologo

Posted by sdrammaturgo su 23 aprile 2012

Transumanzar significar per verba
non si poria.

DANTE IL MANDRIANO

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Non è facile scrivere il necrologio di uno dei più importanti scienziati del secolo scorso e dell’attuale, se si sta in piedi su una gamba sola con un braccio legato dietro alla schiena e la tastiera in equilibrio sull’altro ginocchio sollevato. Per questo per farlo mi siederò alla scrivania.
L’astrofisico e cosmologo Ruperto Monaldo Solinghi è morto ieri. O, come avrebbe detto egli stesso, le particelle che lo componevano hanno smesso di andare ai pranzi coi parenti. È stato uno dei grandi personaggi dimenticati del Novecento. Non ne hanno parlato i giornali, non ne ha parlato la televisione, probabilmente non ne parleranno le riviste di settore. Se n’è andato nel silenzio di una società che ha perso la bussola e l’ha sostituita con il navigatore satellitare. È doveroso dunque ricordare chi fosse alle giovani generazioni che non lo hanno mai conosciuto e soprattutto alle vecchie che colpevolmente lo hanno fatto precipitare in un ingiustificabile oblio. È doveroso rendere il giusto omaggio ad una figura che ha profondamente segnato gran parte delle ore 14.32 del 12 ottobre 1986 nel proprio condominio.
Ruperto Monaldo Solinghi nacque da qualche parte nell’universo – poiché, come era solito sostenere, nell’infinito un posto vale l’altro – in un momento a caso – o sarebbe meglio dire un non-momento a caso, dacché, stando alle conclusioni a cui i suoi studi lo avevano condotto, il tempo è una convenzione arbitraria che serve a non far scuocere la pasta.
Passò un’infanzia, cosa che non lo fece sentire poi così speciale, se non rispetto ai feti abortiti o agli individui morti da piccoli. Se la cavò anche con la giovinezza e la maturità, e ciò gli permise di arrivare vivo alla vecchiaia. In età avanzata avrebbe ricordato quei periodi passati come esistenza trascorsa.
Genio precoce della matematica, la sua prima scoperta di una certa rilevanza risale già all’adolescenza, quando si accorse che il numero dei propri anni era inferiore a quelli che avrebbe avuto in vecchiaia.
Iniziò presto ad interessarsi di astronomia, poiché gli consentiva di stare sdraiato a non fare nulla. Grande sportivo dell’inattività fisica, era un agonista della paralisi. Amava il brivido della lentezza, l’ebbrezza della stasi, il rombo dell’immoto. Appassionato di autoimmobilismo, conosceva tutte le tecniche per costringersi all’inazione.
Fu anche per questo che rimase molto colpito dal pensiero di Kant e Schopenhauer, i due filosofi che forse influenzarono di più il suo pensiero. Celebre rimase la sua lezione sui concetti di fenomeno e noumeno: «Il fatto che quella che noi chiamiamo realtà sia solo apparenza ingannevole e che la realtà vera sia inconoscibile, ci risparmia un sacco di fatica. Quindi smettiamola di arrovellarci su questioni che sono solo frutto della nostra percezione fallace e andiamo a guardare la partita.»
Le prime ricerche a dargli una certa notorietà accademica furono quelle in fisica sulla caduta dei gravi: «Se gettiamo da una torre un sasso e una piuma in assenza di attrito, i due oggetti cadranno alla stessa velocità, ma chi sta sotto preferirà la piuma.»
Nello stesso periodo si dedicò allo studio di Newton, del quale curò una nuova edizione dell’Epistolario contenente la famosa lettera a William Stukeley dove è enunciata la prima formulazione della legge di gravitazione universale, il cui ritrovamento si deve proprio al Solinghi: «Qualsiasi oggetto dell’universo attrae ogni altro oggetto con una forza diretta lungo la linea che congiunge i baricentri dei due oggetti, di intensità direttamente proporzionale al prodotto delle loro masse e inversamente proporzionale al quadrato della loro distanza. Quindi di’ a tua moglie di non mettere più i vasi in bilico sul davanzale.»
Ben presto però ad Isaac Newton preferì Helmut Newton, perché, a suo dire, aveva capito meno dell’universo ma aveva capito di più della vita.
Convinto assertore del microcosmo come specchio o per meglio dire miniatura del macrocosmo, comprese che ogni minimo evento fisico è soggetto alle medesime leggi che regolano quelli di portata planetaria, cosmica e universale, e viceversa; onde per cui, facendo leva sul metodo osservativo del quotidiano, espose la Teoria della Gravità dell’Addensamento Caotico: «I pianeti girano intorno al Sole perché non trovano parcheggio.»
Furono proprio le ricerche sul sistema solare a portare a risultati sorprendenti, permettendogli di capire che su Mercurio i tempi di cottura sono più brevi.
Spirito non addomesticabile, la comunità scientifica cominciò ad interessarsi a lui, senza però mai accettarlo davvero. D’altronde i suoi studi avevano una portata rivoluzionaria non facile da far digerire agli ambienti conservatori della scienza ufficiale. È lui infatti il fondatore dell’Astrofisica Olfattiva, disciplina innovativa che impose all’attenzione dei colleghi e con la quale si propose di esplorare quello che riteneva essere un aspetto necessario eppure trascurato nella conoscenza del Cosmo: l’odore dei corpi celesti. Si trattava di un’esigenza secondo lui troppo a lungo sottovalutata che reclamava una risposta, e una prima risposta la fornì dando alle stampe Urano puzza.
Il trattato venne accolto tiepidamente. Erano quelli gli anni dei primi timidi accenni della Teoria delle Stringhe, durante i quali il sogno di Einstein di una Teoria del Tutto che trovasse un nesso tra la sua Teoria della Relatività, la gravità newtoniana e la meccanica quantistica prese a sembrare plausibile.
Ruperto Monaldo Solinghi oppose alla Teoria del Tutto la Teoria del Qualche Cosa e subito dopo enunciò la Teoria dell’Ordine: «Se le stelle, i pianeti e le galassie si dispongono in un ordine preciso, è più facile ritrovarli.»
Smentì Einstein, tanto non poteva ribattere, essendo morto da un pezzo.
Si concentrò quindi proprio sugli studi del padre della relatività, occupandosi in particolar modo della velocità della luce, sulla cui questione sentenziò: «Se fossimo in grado di viaggiare alla velocità della luce, dovremmo aspettare un sacco prima che arrivino gli altri.»
Avendo la meccanica quantistica introdotto nel rigido mondo della fisica le nozioni di casoprobabilità, ne dedusse che il migliore strumento di indagine del reale fosse la tombola.
Gli sviluppi della Teoria delle Stringhe segnarono uno spartiacque non solo nella storia della cosmologia, ma anche nel pensiero di Solinghi.
Dopo la formulazione della M-theory, per cui non si può più parlare di universo, bensì di multiverso, come un filone di pane in cui ogni fetta è una brana che racchiude un universo, teorizzò che fosse possibile lanciare marmellata ovunque.
La M-theory era giunta a conclusioni sconvolgenti: esistono undici dimensioni e infiniti universi paralleli. E fu proprio a partire da questa ipotesi che nacque l’Astrofisica Polifunzionale Applicata di Ruperto Monaldo Solinghi, il quale intuì che la possibilità di spostarsi tra universi paralleli attraverso un ponte Einstein-Rosen che aprisse un varco nell’iperspazio potesse avere sbocchi pratici. Egli affermò: «Se una non te la dà, puoi provare nell’universo parallelo. Ma se al settimo universo parallelo ancora non c’è verso, è il caso di fare un po’ d’autocritica.»
«Le cose bisogna prenderle per l’universo giusto», soleva ripetere.
Fu questo il culmine dell’opera solinghiana.
La sua vita privata è meno nota. Se ne sa poco o nulla. Si sa però che per tutta la vita amò non ricambiato la stessa donna, Salcia Doresi, la famosa artista della corrente del Business-Pop che faceva delle bare e poi le vendeva alle famiglie di persone che morivano.
Pare che nel vano tentativo di conquistarla, Ruperto Monaldo Solinghi si propose addirittura di dimostrare la propria virilità malmenando Mike Tyson e umiliando intellettualmente Stephen Hawking. Ma, non digiuno dell’utilitarismo di Bentham e del pragmatismo di William James, trovò più conveniente fare l’inverso.
Invero aveva già avuto la meglio tempo prima in un’accesa discussione con Stephen Hawking, sfrenandogli la carrozzella in discesa.
Questo ci rimane di questa mente enciclopedica con i volumi incompleti qual è stato Ruperto Monaldo Solinghi: un fondamentale contributo al sapere umano e la testimonianza di una saggezza che seppe fare di una vita per la scienza una scienza del vivere.
Servano queste poche parole a futura memoria e siano da monito all’umanità ingrata, che da un grande uomo ha ricevuto un’inestimabile ricchezza e lo ha lasciato morire in povertà.
Com’ebbe a dire: «Che beffa: l’universo è infinito, e con i soldi che ho posso arrivare al massimo a Pordenone.»

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Bibliografia

Ruperto Monaldo Solinghi non amava scrivere. Per questo dettava le opere ai suoi allievi. Più che altro si trattava di canovacci da seguire. Questo l’elenco completo delle pubblicazioni.

Scritti giovanili, Analfabeta Centauri

Scritti maturi, Analfabeta Centauri

Scritti anziani, Analfabeta Centauri

Scritti agonici, Analfabeta Centauri

Scritti postumi pubblicati prima della morte per avvantaggiarsi, Analfabeta Centauri

101 ricette da fare nell’iperspazio, Pianeta Rosso

Guida turistica di Giove (sia il pianeta che il paese in Umbria), Sindrome di Touring

Guida turistica di Nettuno (solo il paese in provincia di Roma), Sindrome di Touring

Urano puzza – Introduzione all’Astrofisica Olfattiva, Arnoldo Schwarzenegger Editore

Progetto per il ponte Einstein-Rosen sullo Stretto di Orione, Ed. Gein

Shopping nella cromosfera, Kinsella-Armstrong

Che cos’è l’Astrofisica Polifunzionale Applicata, UTERET
– Vol. 1 Rimorchiare negli universi paralleli
– Vol. 2 Le 11 dimensioni del tessuto spaziotemporale: come umiliare chi va a vedere film in 3D
– Vol. 3 Sottrarsi alle rimpatriate con la scusa dei buchi neri

Stephen Hawking spastico di merda, Cesso dell’Autogrill

Equazioni sotto l’ombrellone, La settimana quantistica

Oroscopo 2012, Edizioni del Dipartimento di Fisica Astrologica dell’Università di Yaxchilán
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Scritti su Ruperto Monaldo Solinghi

Crovello Cispugna, La Cosmologia da Copernico a Ed Witten saltando Ruperto Monaldo Solinghi, Infamitas

Gianclaudio Vincenzi, Manuale di astrofisica pleonastica, Pietro Scheggiato Press

Michele Fioruzzi, Il mio compagno di banco, Tema

Nicola Robba, Ingiunzione di Pagamento, Cravattalia

Luigio Luigi Concelli, Sfratto esecutivo, Atti del Tribunale

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Appendice

Grandi personaggi dimenticati del XX secolo

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Paolo Pila, il primo barista a disegnare il cuore nella schiuma del cappuccino e il primo a perdere dei clienti per questo.

Sal Warner, ideatore del primo multisala ad una sala sola.

Alfred Thomasson, lo scienziato che ha scoperto che il morbo di Alzheimer può essere una fonte di energia pulita: è sufficiente dare fuoco agli anziani.

John Smith, inventore della stufa a bandiere statunitensi per i paesi arabi.

Branislav Djukojevic, sosia di se stesso.

Emilio Vallespiedi detto il Cuccagna, l’uomo con il pene più lungo della Storia che veniva studiato sui libri di ornitologia.

Gauslino Monaco, produttore di conserve a corta scadenza.

Pierre Gustave Ripierre, l’erborista che ha prodotto le creme agli oli trascurabili.

Armando Gonzalez, entrato nel Guinness dei primati come l’uomo meno interessato al Guinness dei primati.

Bino Paoletti, inventore del ciclicio, la bicicletta per cattolici penitenti che dà l’effetto Cima Coppi anche in discesa e il sellino ti scortica il perineo.

Amelia Rufus Taylor, fondatrice della Fiera dei Fieri, in cui si incontravano le persone più orgogliose del mondo, la cui organizzatrice era fiera della fiera. Venne fatto un tentativo anche con la Fiera delle Fiere, ma finì con un leopardo che sbranò una partecipante tutta d’un pezzo (e dunque pesantemente malformata).

Antonio Mastrogiuseppe, membro del Comitato Olimpico che propose per le gare di tiro con l’arco storico di sostituire i noti bersagli a forma di animali con quelli a forma di minoranze etniche.

Ivan Durant, campione di sport postremi, come il Bungee jumping senza bungee, il Paraplegipendio o la Roulette russa con sei colpi.

Aleandra Maryana Bernadova, spogliarellista per non vedenti.

Armin Andreas Von Rotenburg, degustatore di sommelier, cannibale dal palato fino.

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Il ladrone

Posted by sdrammaturgo su 6 aprile 2012

Beati i perseguitati per causa della giustizia
rinchiusi in un sotterraneo umido e presi a bastonate senza requie
mentre starnutiscono per il freddo essendo ignudi su sassi appuntiti
che alla prima pausa pensano finito e invece macché e giù un’altra legnata
vituperati da pingui sudaticci con l’alito cattivo che si mettono le dita nel naso
e poi gettati a testa in giù nel letame di un vecchio lebbroso
che ha precedentemente mangiato spine e chiodi.
Beati gli afflitti, gli umiliati, gli insultati, i malati,
i massacrati, gli squartati, gli spellati vivi messi sotto sale,
i precipitati da una rupe rimasti paralizzati.
Perché non si sa, ma voi fidatevi.

GESÙ CRISTO

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In quel tempo c’erano i ricchi e c’erano i poveri, e i ricchi conducevano una vita agiata, mentre per i poveri era fatica dura, costretti a lavorare col sudore della fronte per paghe insufficienti, e i governanti richiedevano tributi sempre più esosi e se i poveri non riuscivano a pagare veniva loro requisita la casa ed ogni altro loro pur misero bene, e quasi sempre i poveri aggravavano la loro situazione unendosi in matrimonio e generando nuove bocche da sfamare destinate alle medesime sofferenze dei loro poco accorti genitori, i quali erano costretti a maggiori travagli e taciturna obbedienza, schiavizzati non solo dal padrone ma anche dalla responsabilità ch’essi avevano nei confronti della prole.
Tal sorte era toccata ad un modesto legnaiuolo, che alla sfortuna d’esser nato povero aveva aggiunto l’errore della procreazione.
Non bastando quattro ciocchi a nutrire moglie e figli, strozzato dalle tasse dell’impero, s’era perciò fatto ladro, invero senza ingegno e neanche troppa vocazione, purtuttavia con una qualche abilità.
Dacché s’era messo a taglieggiare opulenti viandanti – e talvolta, a dirla tutta, assai meno eroicamente, pur anche pellegrini assai meno danarosi, ché alla fame basta il qualcosa – sulla tavola della sua casa – si badi bene, sempre umile – quantomeno da mangiare non mancava. Certo s’era ben lungi dall’esser Epulone, ma nemmeno s’era più Lazzaro – come si diceva in una parabola raccontata da un predicatore di cui si faceva un gran parlare e che era già entrata nel patrimonio delle narrazioni popolari.
Accadde un giorno che ci scappò il morto. In verità, quando questi cominciò a scappare, era ancora vivo. Fu solo in seguito, dopo essere stato raggiunto, che divenne morto.
Il novello ladro, ormai dignitosamente esperto, era sempre stato accorto a non farsi trovare dalla volontà né dalla necessità d’ammazzare, acquattato come se ne stava verso sera tra gli arbusti che ornavano d’aridità una delle strade secondarie che menavano a Gerusalemme. Di botte, quelle sì, capitava che ne desse, se doveva. Ma la morte riusciva sempre a tenerla lontana dalle mani e farla proseguire, non visto, verso la città oppure altrove o insomma dovunque, come da consuetudine, un poco per indole, un poco per cautela, ché i padri lo insegnavano che il sangue ricade su chi lo versa e sui suoi figli e sui figli dei suoi figli e via su tutta la stirpe per millenni fino all’eternità, poiché il delitto offende il Signore, salvo quando da lui espressamente richiesto. E il Signore, lo sapevano tutti, era uno che le cose se le lega all’infinità dello spirito.
La morte non era affar suo né roba per lui né il suo mestiere.
E però una volta gli piombò nel destino a guastare il magro benessere che s’era con onesta delinquenza guadagnato, perché la sventura ritrova sempre la strada di casa.
Capitò infatti che, appostatosi com’era suo costume al precipitar del sole, che si dileguava sazio delle miserie umane a cui era costretto ad assistere ogni giorno e senza scampo per voler divino (e forse per questo si vendicava bruciando con tanta ostilità), si mise ad aspettare qualche passante sciagurato, che, puntuale come solo le disgrazie sanno essere, finiva sempre per passare e, dopo l’agguato, di lì in poi, di passare. Giacché è in fondo il passare l’origine d’ogni male: si vien dal nulla del voler di Dio, si va verso il nulla chiamato Dio e in mezzo si passa per la vita, e son dolori. Nella stasi non si corre alcun rischio, poiché chi non corre non inciampa, e dunque fermi nella pre-vita,  confissi nel non-esistere, stanti nel non-stare, non ci son ratti, non ci son percosse e nessuna avversità.
Imparavano tutto ciò a loro spese coloro che subivano l’aggressione e, memori della disavventura, non s’avventuravano più per quella via e per nessun’altra. Il timido brigante invece sapeva già tutto, benché non ne fosse cosciente appieno. Per questo s’era messo dall’altra parte, da quella di chi sta  immoto e attacca, senz’altro più al sicuro di chi cammina e deve difendersi. Prendere esempio dall’immobile pugnace Signore degli eserciti conveniva, questo aveva capito. La Storia dimostrava che quello era un modello vincente. L’uman ramingo, molto meno.
Nonostante ciò, affanno e pericolo costava ogni tozzo di pane. L’Iddio aveva mantenuto la parola data ad Adamo e la terra non lesinava angosce e tormenti, sia che si arasse, sia che si depredasse.
Certo, non per tutti. I malnati, appunto, erano tali. Ma per alcuni la nascita non era stata poi questa sciagura. Per pochi privilegiati addirittura un piacere. Anche a loro toccavano ambasce, avversità, malattia e morte. Ma meno.
Lavorava da solo, era solito attendere un viandante altrettanto privo di scorta – più per calcolo che per lealtà – e sorprenderlo alle spalle, un braccio intorno al collo, sguainando un coltellaccio male affilato, ché tanto di fronte alle minacce nessuno si mette a questionare sull’usura dei metalli. Un pezzo di ramo di quercia infilato nella cintola, nel caso in cui occorresse ammorbidire l’orgoglio del malcapitato, infine una rapida fuga col bottino, senza star neppure a controllare quanto e cosa aveva arraffato.
Quella volta però a passare non fu un piccolo mercante con la borsa mezza vuota di monete, né un pastore con la bisaccia mezza piena di burro stantio. O forse fu uno dei due, ma di certo più cocciuto di quelli a cui era abituato, dal momento che quegli, assestando una gomitata allo stomaco del rapinatore, si divincolò e prese a correre. Subito il ladruncolo lo inseguì, e la povertà lo avvantaggiò nella velocità, non avendo, a differenza dell’altro, una pancia gonfia a fargli peso. Ne seguì un disordinato ammonticchiarsi di membra e, senza che nessuno dei due capisse come, la lama arrugginita si ritrovò piantata nella gola del più lento.
L’impreparato assassino strappò il borsello dal corpo esanime e scappò senza star troppo a pensare. Ebbe tutto il tempo dopo di impaurirsi e provar qualche rimorso; neanche troppi, a dire il vero, perché sapeva che poteva succedere, prima o poi. Si trattava di un inconveniente del mestiere.
Prima di rientrare dalla sua famiglia, si fermò sotto un albero biforcuto per contare allo svogliato lumicino d’una luna pudica i frutti della nottata. Meno di trenta denari, ad occhio e croce. Non un granché per condannare l’intera sua genia, ma ormai era fatta. Si riparassero in qualche modo i suoi discendenti dal diluvio rosso. Magari prima o poi l’Onnipotente si sarebbe ammansito con l’età.
Per ora però era giovane e brioso, altrimenti non si spiega come avesse potuto permettere che un arcigno cittadino romano con qualche soldo addosso passasse da solo di notte per una carrareccia malsicura.
Uccidere un giudeo, un siriaco, un esseno, era grave, ma ci si passava sopra.
Ma un cittadino romano, era un crimine che richiamava l’ira di Cesare, ben peggiore dell’ira di Dio.
La voce del reato si sparse e in poche settimane s’era ingigantita a dismisura e fuori controllo, ovver sapientemente controllata da chi intendeva coprire la crescente risonanza che quel dispensatore di  storielle esemplari, mezzo mago e bestemmiatore, mitomane al punto da dichiararsi re e financo figlio di Dio, andava via via ottenendo, con preoccupazione tanto del Sinedrio quanto della Prefettura. Una sordida vicenda di malavita e romani sgozzati avrebbe possibilmente appassionato la gente più di miracolose guarigioni e promesse di paradiso.
In giro per la città e persino non di poco fuori le mura, quell’omicida più per caso che per capacità era diventato un demonio che appendeva le donne per i talloni, ne tagliava i seni e amava bere il sangue dei bambini.
L’interessato sentiva e taceva, spaventato più dalla fama che dal giudizio.
Sapeva che i soldati battevano ogni casa sospetta e per questo s’era disfatto del bottino, nascondendolo sotto una pietra nelle vicinanze della sua dimora cadente.
Ma i pargoli, si sa, sono curiosi, e nottetempo, il più piccolo, fanciullo non più infante e non ancora ragazzo, vagando per la casa senza sonno, aveva trovato il sacchetto prima che il padre potesse occultarlo, lo aveva aperto, ne aveva estratto un paio di pezzi e li aveva tenuti per sé, ammirato dal tesoro.
Amava così tanto giocarci, chissà come, che, con naturale ingenuità, non s’avvide un giorno dello sguardo sospettoso d’un pretoriano di passaggio nei pressi dell’abitazione del legnaiuolo.
«Dove hai preso quelle monete?»
Mal s’abbinavano infatti con quella baracca.
Il ragazzino seppe dare come unica risposta una fuga vana, ritrovandosi presto con le mani possenti del soldato a strizzargli il braccio.
«Abiti qui?»
«Sì.»
«Chi è tuo padre?»
La madre corse fuori, corsero fuori i fratelli e le sorelle. L’unico che non corse fuori fu il padre. Si trovava altrove, a far legna, e quando tornò trovò una moglie spossata da un interrogatorio poco gentile ed un drappello di pretoriani pronti a non mantenere la promessa di clemenza in caso di confessione.
La sua cattura non ebbe l’eco che ci si aspettava, dal momento che poche ore dopo venne arrestato il folle profeta.
Certo, c’erano infanticidi e cannibalismo e mostruosità d’ogni fantasia da punire, ma ciò non bastò ad oscurare le parole di chi si diceva capace di distruggere il tempio e ricostruirlo in tre giorni. Un muratore portentoso che risuscita edifici e morti non poteva avere rivali in clamore.
Fu notte e di nuovo giorno.
La flagellazione fu tanto aspra che quasi ne morì. Gli ossi delle fruste si conficcavano nella carne che quasi parevano voler tirar via le ossa sue. Eppure gli addetti furono piuttosto sbrigativi: c’era un prigioniero ben più importante da fustigare.
Di tronchi ne aveva trasportati parecchi, ma quello gli parve insostenibile.
Fiaccato dal flagello, piagato, sanguinante e già putrescente, con i polsi perforati da lunghi chiodi e il martello che gli rimbombava ancora tra i denti, un cartello appeso al collo ad elencar le infamie, dovette avviarsi per una processione di gran lunga più solenne della pubblica esposizione che ogni condannato si attendeva.
C’erano i militi schierati con le insegne dell’Impero, una folla assordante come se tutta la città si fosse riversata nelle strade a veder sfilare i malfattori, un altro corpo martoriato come il suo e quel prigioniero eccellente. Ecco chi era dunque quel tale di cui aveva tanto sentito parlare con aneddoti mirabolanti. A vederlo ora, non sembrava poi tanto diverso da un comune condannato, a parte un manto color porpora ed una strana corona di spine. Eppure tutti gli occhi sembravano puntati su di lui. Tutti tranne quelli della moglie e dei figli del legnaiuolo, che seguivano il percorso con i passi smarriti nella disperazione, la voce straziata dalle grida, i volti devastati dal pianto.
Il legnaiuolo cadde di faccia, spaccandosi lo zigomo, nessuno vi badò, e fu in quel momento che incrociò lo sguardo del figlioletto in lacrime, colpevole, che fissando negli occhi il padre gli chiedeva perdono senza voce, per averlo fatto scoprire, per aver avuto bisogno di mangiare, per esser nato. Il padre si risollevò sulle ginocchia e gli sorrise, come a volergli sussurrare: «Non è stata colpa tua: è la vita.»
E ripartì.
Se il figlio si sentì rinfrancato, nessuno lo seppe mai. Ma è più probabile un secco no.
Giunsero sul monte nel primo pomeriggio e vennero issati sui pali, il predicatore al centro, gli altri due ai lati.
La folla si era diradata. Ai piedi delle croci rimanevano solo i famigliari, qualche indefesso spettatore e gli armigeri. Uno di essi si preoccupò di spezzare le gambe ai ladri, ché era meglio affrettarne il decesso in quel subbuglio. Le tibie del predicatore furono invece risparmiate.
Il legnaiuolo non comprese una simile disparità di trattamento, ma non ebbe modo di rifletterci su, distratto com’era dal dolore delle gambe spezzate, dal corpo che gravava sulle braccia inchiodate e sembrava volerle strappare, dalle costole lì lì per frantumarsi, dai polmoni che parevano riempiti di sassi, dal respiro che lo strangolava.
Sentì alcuni alzare la voce all’indirizzo del predicatore: «Ha salvato altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto. Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso.»
Gli parve una buona idea.
Boccheggiando, con fatica si rivolse al vicino volgendo per quanto possibile il capo a destra: «Non sei tu il Cristo? Hai compiuto miracoli, dici di essere il figlio di Dio, scendi dunque dalla croce, salva te stesso e anche noi!»
Ci sperava, stremato com’era da quell’insopportabile supplizio. E gli sembrava ragionevole: smettere di soffocare, liberarsi, tornare dai propri cari, morire in vecchiaia, in quiete, in un letto.
A rispondergli fu l’altro ladro: «Neanche tu hai timore di Dio, tu che sei dannato alla stessa pena? Noi giustamente veniamo puniti, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni. Egli invece non ha fatto nulla di male.»
Provò a ribattere al rimprovero mormorando: «Non credo che abbiamo commesso nefandezze così grandi da meritare tutto questo. Abbiamo rubato per fame, io ho ucciso per sbaglio. Paghiamo un fato malevolo.»
Ma nessuno poté udirlo, perché la sua voce priva d’aria era ormai ridotta ad un flebile rantolo.
Se Dio avesse avuto una faccia, avrebbe fatto qualcosa di somigliante ad un ghigno.
L’altro crocifisso proseguì, rivolgendosi a colui che pur nei patimenti appariva in pace: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno.»
«In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso.»
Il terzo, udito ciò, pensò: “Insomma m’aspetta pure un altro inferno.”
E senza dire questo, spirò.

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Abramo

Posted by sdrammaturgo su 22 marzo 2012

I vostri noviluni e le vostre feste
io detesto,
sono per me un peso;
sono stanco di sopportarli.
Quando tendete le mani
io allontano gli occhi da voi.
Anche se moltiplicate le preghiere,
io non ascolto.

ISAIA, 1,14-15

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Com’era prevedibile, il sole sorse anche quel giorno.
Benché si fosse in tempi antichi, la vita era già priva di sorprese. Nascita, nutrizione, idratazione, lavoro, malattia, morte. «Non c’è niente di nuovo sotto il sole», si sentiva dire in giro.
Non era molto che il mondo era stato creato, eppure aveva già stancato, soprattutto il proprio artefice. Per questo Dio era così ciarliero, dispettoso e burbero: creando il mondo, aveva scoperto di essere solo. La solitaria eternità è un’infinita solitudine. La noia preesisteva a Dio stesso, l’Increato.
Egli, muovendosi dall’eterna stasi, aveva creato la vita, fondata sullo scorrere. Lo scorrere comportava la finitezza, dalla quale scaturiva la scelta, concetto ignoto nell’infinito immobile.
Aprendosi al perituro, Dio aveva appreso che la vita è una scelta tra la noia e la sciagura: la sciagura della noia o una noiosa sciagura.
Per combattere la propria inesorabile noia, si deliziava abbattendo la sciagura sulle genti.
Così usciva frequentemente dal proprio isolamento tra le nubi per parlare con gli umani, mettendo alla prova il proprio potere per sollazzarsi.
Col tempo avrebbe iniziato a parlare via via sempre meno, fino a tacere del tutto, poiché, divenuti avvezzi alla solitudine, si cessa di cercare compagnia.
Aveva iniziato con l’immotivata proibizione di mangiare i frutti di un albero a caso, e due sposi l’avevano presa così sul serio da tremare prima per il timore, poi cadere in disgrazia per la curiosità.
Aveva preteso sacrifici, e due fratelli avevano preso talmente a cuore la richiesta che uno aveva ucciso l’altro.
Aveva proseguito decidendo di inondare la terra con un terribile diluvio sterminatore al solo scopo di ordinare ad un vecchio di costruire un’arca gigantesca che potesse contenere una coppia di ogni specie animale, sbizzarrendosi con istruzioni dettagliate: «Fatti un’arca di legno di cipresso; dividerai l’arca in scompartimenti e la spalmerai di bitume dentro e fuori. Ecco come devi farla: l’arca avrà trecento cubiti di lunghezza, cinquanta di larghezza e trenta di altezza. Farai nell’arca un tetto e a un cubito più sopra la terminerai; da un lato metterai la porta dell’arca. La farai a piani: inferiore, medio e superiore». E per quanto fossero assurde le direttive e impossibile l’impresa, quegli aveva eseguito pedissequamente.
Aveva detto ad un uomo che viveva nella comodità di andarsene con la sua gente dalle proprie case per vagare verso una non meglio specificata terra promessa, e tutti erano prontamente partiti.
Aveva disposto per puro gioco che quell’uomo e sua moglie cambiassero i loro nomi di una lettera appena, da Abram in Abramo e da Sarai in Sara, così, del tutto gratuitamente, e i due si erano dimostrati ubbidienti anche a quella minima facezia priva d’importanza.
Aveva perciò continuato alzando il tiro: aveva comandato ai maschi addirittura di tagliarsi un pezzo  d’uccello, e quelli, incredibilmente, avevano obbedito.
Infine, aveva tentato il massimo: “Chiederò all’uomo di uccidere il proprio stesso figlio per farmi piacere. Vediamo se perfino a ciò codeste creature si dimostreranno prone”. Ebbene, con somma sorpresa di Dio, l’uomo antepose il diletto del Signore alla vita stessa del proprio figlio.

Splendeva un brutto sole, il solito, sull’accampamento di Abramo.
L’Onnipotente, non sapendo più cosa inventarsi per divertirsi a spese dei suoi burattini, avendole provate tutte, dall’alto dei cieli disse ad Abramo: «Poiché tu sei il mio prediletto, e benedetta è la tua stirpe» – ché il Signore non risparmiava il dileggio – «d’ora in poi, ogniqualvolta uscirete dalle vostre dimore e sarete all’aria aperta sotto gli occhi dell’Altissimo, camminerete a quattro zampe, poiché sfida Dio chi si mostra in piedi dinanzi a Lui. Sia riverente l’uomo al Mio cospetto: peccato immondo commette colui il quale osa guardar negli occhi il Signore Iddio».
Proprio come l’Onnisciente si aspettava, Abramo chinò il capo deferente e corse a convocare i maschi della tribù per riferire il nuovo comandamento.
«Comincia fin d’ora», aggiunse Dio ad Abramo che si allontanava dandogli le spalle, ma anche il viso (vantaggi dell’ubiquità).
Con supremo spasso, Dio vide Abramo accovacciarsi e distendere i palmi sulla sabbia, procedendo con goffa lentezza verso il proprio popolo.
Dovette essere ben strano vedere comparir Abramo in cotal bislacca postura, ma subito fu normale non appena venne fornita la spiegazione, e lo sbigottimento per la bizzarria si tramutò immediatamente in automatica consuetudine, poiché grande era l’autorità di Abramo e insindacabili le decisioni di Dio.
Da quel giorno, l’esistenza prese a svolgersi carponi.
Timorati e ottemperanti, tutti, uomini, donne, vecchi, bambini, presero ad abbandonar la posizione eretta allorché lasciavano il tetto della propria abitazione ed era il cielo nudo a stagliarsi sulle loro teste.
Chi voleva mostrarsi più devoto degli altri, si accucciava fin quasi a poggiare i gomiti, lambendo il terreno con la fronte. Taluni penitenti si muovevano praticamente strisciando, suscitando la gelosia degli altri membri del villaggio, che non volevano apparire meno ossequiosi agli occhi del Signore.
Avveniva talvolta che qualche sfrontato blasfemo venisse colto a camminare normalmente di nascosto. Che fare in quei casi? Dio non aveva indicato alcuna misura sanzionatoria nei confronti di chi trasgrediva tale regola. D’altronde Dio non si curava delle conseguenze, né considerava che c’era tutta un’intera legislazione da emanare affinché ciò che derivava dalle sue parole potesse essere applicato ai più svariati e minuziosi ambiti non menzionati. Egli in fondo si limitava a buttar lì poche frasi evasive per trastullo, non poteva considerare ciò che invece era necessario e inevitabile nella quotidianità dei propri sottomessi.
Così, per sicurezza, si decise che chiunque fosse stato sorpreso a camminare su due piedi, sarebbe stato condannato a morte. Ma come? Gli anziani proposero la lapidazione, i riformatori insistevano affinché i peccatori venissero arsi vivi.
Per non sbagliare, venne stabilito che i condannati sarebbero stati lapidati mentre venivano arsi vivi.
Presto sorsero inevitabili dispute teologiche. C’era infatti da capire se Dio voleva che si camminasse carponi appoggiando i palmi oppure i pugni. Il Signore neppure su questo era stato esaustivo. Ne nacquero due fazioni: i palmisti, capeggiati da Abramo medesimo, sostenevano che la mano dovesse restare aperta al cospetto del Signore, poiché la membra del fedele non nascondono niente al Creatore, ma anzi ne saggiano al tatto l’operato; i pugnisti obiettavano che solo con le nocche si sente l’asprezza del sacro volere di Dio e alla Sua immane potenza si fa dono del dolore; i palmisti replicavano che il Signore punisce la superbia, foss’anche quella dello zelo religioso; i pugnisti controbattevano che solo nell’estrema sofferenza si rende grazie alla misericordia del Padreterno; al che i palmisti facevano osservare che le spine si conficcano meglio nei palmi, provocando in tal modo maggior sofferenza; ma i pugnisti rimanevano certi che i sassi aguzzi fan più male se premuti sulle rigide giunture.
Il dissidio risultò insanabile, sicché le due opposte fazioni si divisero ed i pugnisti abbandonarono l’accampamento per muovere altrove e stabilirsi su un suolo vergine, ove avrebbero istituito una nuova legge fondata sulla pressione delle nocche per terra.

La nuova vita a quattro zampe rivelò più d’un impaccio. Non era facile arare la terra in quella posizione, tanto meno trasportare l’acqua del pozzo, lavorare il legno e la pietra; combattere contro le tribù nemiche gattoni era assai poco agevole ed era garanzia di sconfitta, e pure badare agli animali era per nulla semplice dal basso.
Fu proprio quello degli animali un altro problema da risolvere.
Dio era stato stranamente chiaro con Adamo. Si tramandava infatti che Egli avesse detto: «Dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra». Ma com’era possibile dominare su costoro ora che s’era quadrupedi quanto il bestiame?
Si riunirono dunque i saggi: la volontà di Dio ancora una volta andava interpretata ed estesa.
Dopo settimane di consultazioni, così venne sancito: in presenza di esseri umani all’aria aperta, gli animali avrebbero dovuto sdraiarsi su un lato, al fine di mantenere la loro subordinazione fisica voluta dal Signore all’alba dei tempi. Venne così istituita la nuova figura professionale dello sdraiatore di animali: i più nerboruti ed energici tra gli uomini si sarebbero occupati di stendere a terra ogni singolo capo di bestiame.
Il compito era già gravoso di per sé, anche quando si trattava di imporsi su pecore ed agnelli. Con i montoni iniziavano i guai più seri. Ma la mansione si faceva massimamente difficoltosa allorché c’era da piegare l’ostinazione di asini, cammelli e bovini. Non furono in pochi a morire incornati da buoi contrariati.
Pian piano l’arte dello sdraiamento degli armenti venne perfezionata. Furono inventati pungoli, fruste e batacchi uncinati per molcere la caparbietà degli esemplari più cocciuti, fino a che mucche e tori non rappresentarono più un pericolo.
Certo, ogni sera la gente rincasava sempre più spossata. Una crescente mal sopportazione di quella condizione montava di giorno in giorno, e la stanchezza dei corpi si faceva stanchezza d’esistere. Il malcontento serpeggiava tra la popolazione e assumeva la forma d’inimicizia tra le persone. A capo chino non era possibile né consentito scorgere Dio lassù in alto, così l’astio veniva rivolto verso il prossimo ch’era a portata di sguardo. Crescevano gli odii e le invidie scatenati per un nonnulla, ed ogni inezia era motivo di livore.
Ciò che non era permesso nei confronti di Dio, abbondava presso gli uomini.

Divertito come non mai, il Signore decise di aggiungere una postilla alla norma, anche perché il rischio del tedio era sempre in agguato.
Tuonando imperioso dalla volta celeste, si rivolse al suo eletto: «Abramo, poiché quel ch’Io vedo è cosa buona e giusta e tu e il tuo popolo vi siete prostrati a me, Io vi premierò: da adesso in avanti potrete levare alta la vostra voce verso il Signore. Trovandovi all’esterno ove camminate come cani, come cani abbaierete incessantemente al mio cospetto. E ciò che potete, dovete».
Più cristallino che criptico, così parlò l’Onnipotente Iddio, Padrone del cielo e della terra, e Abramo, umile servo, subito riportò il poco ermetico messaggio.
Di lì in poi, fu tutto un abbaiare ininterrotto. Se vivere a quattro zampe era fatica dura, farlo abbaiando diventò insostenibile. Eppure bisognava sostenerlo.
Ma quella di Abramo era una nazione devota, pertanto, con rigorosa ortodossia, negli orari consacrati alle funzioni alla luce del sole, si gareggiava finanche a chi sapeva meglio emulare il verso del cane e ciascuno ambiva acciocché il proprio abbaio fosse il più forte ed intenso, per onorare il Signore.
Solo rientrando al tramonto ognuno al proprio rifugio, v’era un po’ di requie per la gole rauche, le braccia fiaccate, le ginocchia peste.
Abramo aveva più di cento anni, e se li portava bene. Però camminare a quattro zampe cominciava ad essere fin troppo faticoso, specie per chi era stato creato bipede.
Ma un Patriarca non poteva certo apparire arrendevole: guida, sprone ed esempio per la comunità, era lui ogni dì il più strenuo difensore delle regole, ligio quadrupede ed indefesso abbaiatore.
Una sera tornò nella tenda particolarmente spossato.
Varcata la soglia, riuscì a sollevarsi a stento. Le ossa scrocchiarono che parevano rami spezzati, cosicché la sua estenuazione rimbombò secca e sorda.
Le mani erano nere, ricoperte di ferite; le gambe piagate, le ginocchia livide; grumi di sangue sporco si rapprendevano sui gomiti; fitte lancinanti percorrevano le sue articolazioni avvizzite.
Stiracchiarsi richiese uno sforzo di cui quasi non era più capace.
Salutò con un cenno Sara intenta a preparare la cena e si avvicinò ad Isacco, che voltato se ne stava seduto ad affilare una lama, tanto assorto da non accorgersi della presenza del padre.
Abramo si fece dietro al figlio e gli pose affettuoso una mano sulla spalla con austera benevolenza.
Isacco, come gli accadeva sempre al minimo contatto col padre, trasalì irrigidendosi. I trascorsi lo avevano reso guardingo, insegnandogli la più tremenda delle verità: fidarsi è bene, non fidarsi è meglio.
Stiracchiare un sorriso gli costò uno sforzo maggiore di quello impiegato dal padre per riabituare il proprio corpo a star diritto.
Non aveva mai potuto cancellare dalla memoria il monte, l’altare, il fuoco, la legna, il coltello, l’intervento provvidenziale dell’angelo, l’angoscia eppure la fermezza dell’offerente. Ogni notte gli sembrava di dormire accanto al nemico, ed il suo sonno era costantemente tormentato.
«Non mi hai rifiutato tuo figlio».
Udiva ancora le parole del Signore. E non aveva mai avuto il coraggio di confessare neppure a se stesso che non era mai stato felice di essere immolato alla gloria di Dio, men che meno da colui che lo aveva generato ed amato, ogni gesto pur dolce del quale gli si presentava ormai come una possibile minaccia.
La paura può più di qualsiasi legame: questo aveva compreso, e mai scoperta era stata più brutale.
Era giunta l’ora del pasto, e Abramo si sedette, stremato dalla fede e dalla giornata, torvo e sconsolato pure per la diffidenza che percepiva nel figlio.
Tentando di sopire la colpa, la stanchezza e la frustrazione con una preghiera benaugurante, ringraziò Dio per il pasto e la famiglia e la vita e per tutto, e s’accinse ad aspettare le pietanze cucinate dalla moglie.
L’inquietudine ed un vago senso di insoddisfazione e rabbia che non riusciva a spiegarsi gli trepidavano sotto la pelle logora.
L’orazione sedativa fu tanto utile al Signore – che osservava o forse no, ascoltando distratto e compiaciuto – quanto vana per Abramo.
Sara gli si accostò e gli porse la ciotola, carezzandolo leggermente sul capo, compassionevole.
Abramo, rannicchiato sulla stuoia, sollevò il volto altero e vide la moglie in piedi che lo guardava dall’alto verso il basso.
Si alzò di scatto, che quasi non pareva più il vecchio stanco di poco prima, afferrò l’anziana sposa per il bavero della veste e le diede uno schiaffo con furia ferina.
«Donna! Come osi stare in piedi al cospetto del tuo Signore?»
Sara si accovacciò, la testa china.
Isacco taceva.
Abramo si risistemò.
Mangiarono.

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Un idillio insignificante

Posted by sdrammaturgo su 5 ottobre 2011

«La vita è fatta male»
 
BERNARDINO GIANVINCENZI, mio nonno

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Si conobbero al Salto dell’Asino. Non poteva essere di buon auspicio.
Lui lo sapeva.
Come si conobbero non è importante ai fini della narrazione.
Nonostante una toponomastica ingrata, il loro amore resistette fino alla fine del campionato di motocross.
Cosimo era balbuziente ed aveva il parkinson, quindi balbettava anche per iscritto. Era un geologo, ma conosceva solo il tufo, considerandolo l’unico minerale rispettabile. Terzo di due figli, pene di medie dimensioni (nel senso di affanni), cazzo piccolo (nel senso di cazzo), essere messo al mondo non gli era sembrata un’idea brillante. Nonostante ciò, subiva la vita con signorile distacco.
Poi arrivò lei.
Lui lo sapeva che alla primavera segue sempre l’estate ed all’estate l’autunno ed all’autunno l’inverno e la neve è bella, se non sei in coda sull’A1.
Qualcuno potrebbe obiettare che all’inverno segue di nuovo la primavera, ma è pieno di pollini e tu sei allergico, poi spunta il sole e prendi il motorino, però ci sono i piovaschi e l’asfalto diventa scivoloso e con gli occhi che ti bruciano cadi e perdi una gamba.
Olga era una violoncellista. A Cosimo piaceva il fatto che lei dovesse stare a gambe larghe molto a lungo. Suonava in un piccolo ensemble di musica dodecafonica che tutti trovavano pallosissimo, ma ai concerti del quale nessun intellettuale della città poteva sottrarsi onde non sembrare un ignorantone. Olga stava cominciando persino a farsi un nome nell’ambiente musicale. Tutto merito dell’impero delle apparenze.
Vergava lunghe liste per il solo gusto di dir vergare, amava l’odore della strada dopo la pioggia, quella puzza di catrame rancido che però alle donne piace, le piaceva andare al mare a prendere il sole (dal momento che in uno scantinato era difficile), cosa che cozzava con la passione per la pioggia, ma va be’, adorava respirare l’aria pungente dell’alba anche se non si svegliava mai prima delle undici, trovava irresistibili i poeti francesi, non importa chi, basta che fossero francesi, e principalmente era bona.
Come Cosimo fece a conquistarla non è importante ai fini della narrazione.
Probabilmente ella vide in lui il cane zoppo che non aveva mai avuto e che aveva sempre sognato per fare un figurone nei circoli di alternativi impegnati in cause umanitarie che era solita frequentare. E si sa, in certi posti il possesso di un cucciolo malmesso fa impennare il prestigio sociale.
Lui lo sapeva.
Fare l’amore con lei era una soddisfazione pari a quella di pestare un controllore.
E lei, lei sembrava amarlo sul serio. A Cosimo sfuggiva il motivo, la trovava una cosa assurda e sbagliata, ma non sarebbe certo stato lui a farglielo notare. Proteggeva col silenzio la propria botta di culo.
Olga lo chiamava con tutti i tipici nomignoli con cui sono soliti vezzeggiarsi gli amanti: tesoro, passerotto, trottolino, pucci pucci, untersteiner. Tanto Cosimo non avrebbe mai potuto sentirsi più umiliato di quanto già non lo fosse stato dall’esistenza.
Stava bene, e questo lo spaventava. Non c’era abituato. C’è sempre qualcosa sotto quando ad un disgraziato le cose iniziano improvvisamente a girare per il verso giusto. Gli equilibri cosmici non accettano sovvertimenti.
Lui lo sapeva.
Lo aveva imparato a proprie spese quando da piccolo aveva trovato mille lire per terra, ma nel chinarsi per raccoglierle gli era uscita un’ernia al disco.
E infatti, inevitabilmente, nel chinarsi per raccogliere il fiore dell’amore, non gli venne risparmiata l’ernia dell’abbandono.
Un giorno, Cosimo era sull’autobus. Non c’era un giorno solo, invero c’era spesso, ma è quello specifico giorno che ha una qualche rilevanza ai fini della narrazione.
Gli squillò il cellulare. Il che era strano, visto che lo aveva dimenticato a casa. Rispose, giacché non si era ancora accorto di averlo dimenticato a casa.
Cosa se ne faceva un integralista della balbuzie di un cellulare? Puro status symbol compensativo.
Ad ogni modo, era Olga, che gli diceva di ricordarsi di passare in farmacia, accendere lo scaldabagno appena fosse rientrato in casa, ritirare le ciotole in omaggio al supermercato con la tessera a punti e, ah, sì, che tra loro era tutto finito, non c’era modo di farla tornare sui suoi passi, non tentasse di cercarla, rispettasse il suo volere se aveva a cuore la sua felicità, non si facesse mai più vedere e sentire ed evitasse ogni latitudine e longitudine che potesse in qualche modo essere frequentata anche solo di sfuggita da lei.
Cosimo non disse nulla. Tanto era balbuziente, le sue parole non avrebbero avuto il pathos necessario.
Come avesse fatto a comunicare con lei prima di allora non è importante ai fini della narrazione.
In effetti, ben poche cose sono importanti ai fini della narrazione. D’altronde, è la narrazione stessa a non essere importante.
Ci sono uomini che con le donne scelgono per loro stessi il ruolo che ha il pane in cassetta nella dispensa: sempre lì, sempre a disposizione, pronto alla prima occasione utile, paziente. Prima o poi ti servirà ‘sto cazzo di pan carré. Tanto hai voglia prima che scade.
Altri, i vincenti, erano come il melone, che ti dice: “Sono delizioso, ci sono solo oggi, domani mi irrancidisco”.
Cosimo era il burro d’arachidi, che lo compri una volta per curiosità, ne assaggi una punta di cucchiaino, ti riservi di approfondire prossimamente e lo dimentichi in un angolo remoto del frigorifero, dove verrà rinvenuto dopo cinque o sei anni, “ma pensa”, e finirà nella spazzatura.
L’amore è sbagliato e in quanto tale va evitato accuratamente.
Lui lo sapeva.
E’ sbagliato perché mostra impietosamente l’effimero della vita. Come oggi crei, produci, costruisci, ti affanni e poi muori, allo stesso modo oggi sei il centro del suo universo, domani diventi al massimo oggetto di dileggio con le amiche.
E ti chiedi: “Non potevo trombare sportivamente e riversare tutto l’amore nel calcetto?”.
Meglio trombare a destra e a manca con chi ti considera nessuno fin da subito e, dopo aver giaciuto con te, si chiede: “Ma non potevo andare ad assistere ad una partita di calcetto?”.
In assenza di illusioni destinate necessariamente alla frantumazione, l’urto inesorabile contro la vanità del tutto è meno brusco. Ché in un tempo finito e – soprattutto – in uno spazio finito, non ci può essere vita infinita, tanto meno infinito amore.
A ben vedere, la morte è una soluzione ad un problema di spazio.
Thomas Mann dice (cioè, disse, ma a quanto pare agli scrittori spetta di diritto il privilegio immeritato del presente indicativo imperituro) che i giovani ne sanno di più sull’amore perché ne sanno di più sulla morte. In effetti, da vecchio, la prospettiva di rinunciare ad un pisello da ottantenne non deve essere poi così insopportabile. Ad ogni bidet, si rinnova la vergogna.
E allora, perché ingannarsi con fatue promesse di eternità?
Eppure, persino nelle parrocchie fiorivano gli amori.
Trombare a destra e manca significa dunque non prendere la vita troppo sul serio.
Di conseguenza, non incontrarsi mai è di gran lunga meglio che lasciarsi, poiché risparmia quel senso di vanità del tutto che sopraggiunge allorché si realizza che era stato intrapreso un viaggio che non portava da nessuna parte. Ma questa è una verità che conosce solo chi sa che passeggiare è camminare invano.
Cosimo non era nato senza speranze. Ci era diventato.
Un nichilista è un sentimentale deluso.
L’esistenza è stata inventata apposta per mettere in riga i sognatori. Serve a stroncare gli incanti, permettendo di scoprire la possibilità di uno sterminato prato fiorito su cui si rotolano modelle ninfomani provenienti da ogni parte del mondo, per poi ricondurre ad un impiego statale indispensabile al sostentamento.
Un operaio disilluso lavora con maggiore solerzia, perché non si aspetta più niente di meglio. La rassegnazione evita distrazioni. L’amarezza aumenta la produttività.
La vita è una strategia dei datori di lavoro.
Cosimo pensava a tutto questo mentre tentava di schivare gli scatarri dei barboni.
Non trombare a destra e a manca faceva sentire Cosimo triste come solo le persone serie sanno essere.
Quella era un’estate torrida. I bambini con i ghiaccioli incendiavano le fantasie dei sacerdoti. Gli uccellini al sole dicevano: “Ma perché non ce ne andiamo all’ombra?”. Gli uccellini che già si trovavano all’ombra pensavano: “Stiamo bene così”.
Essere lasciato con questo caldo, che beffa.
Avrebbe voluto andare a puttane per distrarsi, ma si sentiva intimidito. La puttana avrebbe dovuto avere un nome più accogliente, bonario, famigliare, pensava. Che so, la sorchivendola.
Cosimo non si arrese subito e provò a riconquistarla.
Le scrisse una lettera d’amore, ma in Lineare A, così non gli fu d’aiuto.
Tentò la strada del sentimentalismo adolescenziale massificato affiggendo davanti alla finestra di lei uno striscione con su scritto: “Non vivo senza te”.
Lei, che amava Tacito ed Hemingway (ma l’avrebbe data solo ad Hemingway), rispose con un contro striscione che recitava con paratattica brevitas: “Io sì”.
Poi capì che nella vita bisogna saper perdere (e lui in questo era avvantaggiato dall’esperienza), specie se non si vince mai, e cedette. Prima di capitolare, la gente tende a voler essere mortificata.
Eppure la resa immediata sarebbe così vantaggiosa… Desistere, de-esistere: la soluzione è suggerita dalle parole stesse.
Nella coppia l’amore non c’entra. Una relazione sentimentale è un progetto aziendale per il futuro, un fondo di previdenza. Perciò non conta la passione per una persona né il valore di una persona: un partner deve essere un socio d’affari affidabile e capace. E lui era un pessimo azionista, poiché c’era ancora qualche arbusto di troppo nel deserto del suo cuore.
Si vergognò per aver partorito un pensiero così poetico.
Non può venire nulla di buono dal verbo partorire.
La donna che dice di amare Vincenzo di Scusate il ritardo è la prima a volere Jimmy di Mystic River. Benché continuino a negarlo a loro stesse, l’uomo ideale delle donne rimane Vito Corleone. Michael è già troppo mammoletta.
Lui lo sapeva.
Lui sapeva tutto, ma era miseramente umano, pertanto a nulla valeva la conoscenza.
Quello non era un universo sensato: era stato inventato il karaoke, il fritto puzzava e faceva ingrassare, la pioggia cadeva dall’alto invece di irrigare da sotto, si poteva usufruire del cocomero solo tre mesi all’anno, l’essere umano esisteva e talvolta indossava la camicia rosa, la gente diceva “buon lavoro”.
E allora perché non dire “buon tumore”?
E adesso, cosa rimaneva nel suo mondo?
Gli occhi spenti delle coppiette, la malinconia soffocante dei quotidiani letti la sera in metro, la tenerezza delle strade dissestate, la ridicolezza delle espressioni partecipate dei musicisti, l’imbarazzo dei condomini, l’angoscia del Giro d’Italia, i detersivi insoddisfacenti, la supponenza burbera dei ferramenta, l’ineluttabile rassegnazione dei meccanici, le delusioni del calciomercato, la gratuità delle foto dei gatti, il languore delle porte da calcio senza reti, la ferocia della tombola, il senso di sicurezza delle ditte convenzionate, i conoscenti che disquisiscono di meteorologia, il cattivo assortimento seriale dei turisti fidanzati stranieri, con lui sempre alto e muscoloso e lei sempre biondina e cicciottella, l’inutilità delle caramelle, il timore degli anziani di rimanere intrappolati nell’autobus saltando la fermata, il pleonasmo invadente della domanda “scusi, scende?”, il dramma degli scherzi da ufficio, l’ilarità delle arti marziali, l’aggressività dei cani degli sfasciacarrozze, il cucchiaino dei perdenti – perché si sa che un vero uomo prende il cono e non la coppetta.
Un nulla fatto di troppe cose.
Poi, un giorno, Cosimo la incontrò di nuovo, per caso, in una via affollata di passanti smarriti nel viavai neoliberista.
Olga stava guardando una vetrina di abiti troppo costosi per qualsiasi persona che avesse avuto una dignità.
Era così bella, circonfusa di benessere consumistico.
Le si avvicinò tremante, non tanto per l’emozione, quanto per il parkinson.
Era sentimentalmente favorito dalla genetica.
Ad un passo da lei, poteva sentire il suo profumo. Era sempre lo stesso, intenso ma delicato, che sapeva di sogno e di ebbrezza, di primavera e di pompini imminenti.
Fece per chiamarla, ma si trattenne, all’improvviso, inaspettatamente per la sua stessa volontà. Pensò che, in fondo, parlarle sarebbe stata una cosa stupida, stupida come… come… stupida come la fedeltà, ecco.
Voltò le spalle e se ne andò. Olga non avrebbe mai saputo di averlo avuto a mezzo metro. Quel rospo imprincipizzabile.
Rimuginando ma non troppo su quello che avrebbe potuto balbettarle, tornò a casa, mangiò, si lavò, si coricò e si addormentò, sperando che la sveglia non suonasse mai più. Ma la sveglia suonò ancora.
Svizzeri di merda.
L’indomani uscì di casa di pessimo mattino, attraversò la strada ed un camion lo travolse, puntuale come un cliché.
Accartocciato in un letto d’ospedale, la sorte ingrata gli fece assegnare un’infermiera grassa, sulla bruttezza della quale si rivalse con del pietismo parassitario.
Una sera della sua interminabile degenza, stava guardando la televisione, uno zapping affaticato ed irrefrenabile, fino ad imbattersi nei programmi culturali di seconda serata sul canale principale. Aveva fatto giusto in tempo a sentire l’annunciatrice che annunciava (eh, oh, questo fa un’annunciatrice) un tal concerto per violoncello ed orchestra quando le immagini luminose dallo schermo nella penombra della stanza gli fecero vibrare gli occhi e sussultare lo sterno, tanto che gli scappò quasi di cacare (e quello sì che sarebbe stato un problema): era Olga, più bella che mai, solista applauditissima in un teatro maestoso.
Il piscio defluì nel catetere. Un moscerino annegò nel rimasuglio di minestra.
La vita è un errore che non puoi non commettere.

 

 

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Troppo scoraggiati per suicidarsi

Posted by sdrammaturgo su 10 giugno 2011

Sulla crosta terrestre era la solita noia.
In nessuna galassia ci si divertiva granché.
Una forma di vita dalla massa gassosa su un pianeta sconosciuto non ne poteva più di vedere sempre le stesse facce.
In fondo, era domenica anche su Urano.

Splendeva un bel sole, del tutto inutile a migliorare la qualità della vita media.
Tutti in quei giorni erano disperati, perché era arrivata la notizia che un altro militare era morto in guerra ed un pugile aveva preso uno sganassone sul ring.

La Madonna si ostinava ad apparire in posti sfigati per lanciare messaggi planetari, così la redenzione restava lontana per via di discutibili strategie di marketing.
Un angelo era apparso in Svezia, ma nessuno lo aveva notato.

Fabio fissava il cappio. La corda sembrava resistente, il soffitto era stato intonacato di fresco, la sedia era solida, l’universo infinito. Ciò era rassicurante.

Giuseppe aveva le spalle larghe e gli occhi stanchi, il viso dalle proporzioni armoniche ed i vestiti consunti. I muscoli possenti trascinavano pigramente il suo disincanto. Era alto e triste, aitante eppur malridotto, insomma un gran bel frusto.
Puzzava di morto. Normale, essendo vivo.
Non aveva molta autostima. Dopo aver cacato, si sentiva svuotato di significato.
Faceva continui soliloqui con se stesso, venendo fischiato dal pubblico.
Aveva smarrito se stesso, aveva fatto fare l’annuncio e si aspettava alle casse. Ma niente.

L’uomo con la blusa azzurra lavorava nei cantieri navali ed era stato al varo. In precedenza era già stato al berto. Al momento era ar mando, e probabilmente lo sarebbe stato fino alla fine dei suoi giorni. Svolta romanesca? Forse. Tanto non faceva differenza. Una congiunzione raramente fa la differenza.
Disistimava metanarrativamente chi si serviva di facili giochi di parole a scopo umoristico.
Ma soprattutto, non sapeva che l’indumento che indossava fosse una blusa. Avesse immaginato, si sarebbe sentito profondamente a disagio.

Alessio si chiamava Marco.
Abitava nell’Illinois. Anzi no, a Mestre.
L’inquinamento di Porto Marghera stava diventando un cliché della comicità, dunque meglio soprassedere.
Una ragazza lo aveva notato: era l’unico essere umano tra tutti vasi di genziane.
“Come ti chiami?”
“Alessio”
“Piacere, Monica”
“Volevo dire Marco”
“Uau, origini evangeliche”
“Sì”
“Cosa si prova?”
“E’ comunque peggio che chiamarsi Alessio”
“Perché?”
“Boh”
“Cosa fai nella vita?”
“Sono primario all’ospedale nel reparto di ortopedia. Ah, no, scusa, mi sono sbagliato: sono tornitore disoccupato”.
Così Monica uscì con uno dei vasi di genziane.

Fabio continuava a fissare il cappio. La corda non era cambiata. Non era cambiato il soffitto, non era cambiata la sedia, non era cambiato l’universo. Ciò era rassicurante.

Arrigo era largamente riconosciuto come uno dei migliori giornalai della provincia.
Pensava in piccolo anche quando pensava in grande. Una volta si era candidato alle elezioni comunali.
Aveva avuto una relazione con Priscilla, il cui sogno segreto era quello di fare la fluffer.
Timido e riservato, appassionato spettatore di parcheggi, aveva esitato a lungo prima di lanciarle il primo invito: “Ho due biglietti per l’ultima manovra…”.
Poi si erano messi insieme, ma lei si dimenticò che si erano fidanzati e non si videro mai più.

Il torneo di ping pong a quattro era sempre più vicino.
Franco e Carlo avrebbero dovuto affrontare al primo turno i gemelli Affinati, del tutto identici, ambedue Gelsomino.
Non avevano speranze, né contro i gemelli Affinati né in generale.

Ilario credeva nel libero mercato. Per questo faceva il fruttarolo.
Sapeva il fatto suo. Sapeva che non bisogna mai fare inviti, domande o proposte alle donne. Così diceva: “Io stasera scopo a casa mia. Se vuoi venire…”.
Era un tipo risoluto. Quando una donna gli piaceva in modo particolare, non si faceva problemi a mettere le cose in chiaro: “O me la dai o me la prendo”.
Era una persona rispettosa delle idee altrui solo in apparenza. Quando diceva: “Puoi essere d’accordo o meno”, meno era predicato verbale.
Rimpiangeva i bei tempi andati. “Ormai i bambini non percuotono più i mendicanti”, sospirava.
Abbandonava i cani sull’autostrada, ma si giustificava dicendo che non faceva discriminazioni di specie, visto che ci abbandonava anche le fidanzate.
Tipo scrupoloso, spaccava i secondi. Venne arrestato per strage di medaglie d’argento.

Fabio fissava ancora il cappio. Aveva preparato il nodo con cura. Pensò che quelli della marina militare sono avvantaggiati nel suicidio, ma se ne servono troppo poco.

Donato era un medico traumatologo specialista in cadute da Vespa S 150 i.e.
Una volta arrivò un paziente grave che aveva avuto un incidente con la propria Vespa S 125 i.e. Quei 25 cc gli furono fatali.

Glauco aveva deciso che sarebbe andato ogni giorno ad aspettarla nel luogo dove si erano incontrati. Prima o poi lei sarebbe di nuovo passata di lì e sarebbe tornata da lui.
Lui l’aspettava. Ogni giorno, rassegnato alla pazienza.
Erano passati i secondi ed i minuti e le ore ed i giorni e le settimane ed i mesi e gli anni su quella panchina, ma lei non passava.
Quel lungomare desolante e desolato aveva il languore opprimente di dodici pasquette.
Eppure in qualche modo gli sembrava bello. Anzi no.
Di certo il mondo era ancora pieno di bellezza e di poesia, ma pensarlo mentre qualcun altro stava sbattendo la donna che amava era più difficile.
Non provava una così grigia melancolia da quando era stato schierato terzino destro in Terza Categoria, ruolo notoriamente ingrato nel calcio di provincia, in cui venivano relegati i ciccioni di difficile collocazione tattica.
Non si meritava quel male, considerando che non era neppure grasso.

Giuseppe aveva perso il lavoro, ma gli erano capitate anche cose brutte.
Forse gli eventi erano precipitati in seguito all’ultima non-storia di quasi-amore.
Si erano conosciuti, si erano presentati. Insomma niente di originale.
“Piacere, io sono Martina”.
Lui non aveva avuto niente in contrario.
Gli era piaciuta subito, nonostante facesse la cantante in un gruppo metal che aveva lo stesso sound dei lavori stradali.
Giuseppe aveva sempre pensato che il metal potesse essere valutato con parametri motoristici: “Il batterista va a 170 km/h”.
Era stata subito passione ed avevano trascorso una notte di ardori quasi guerrieri.
Lei voleva tatuarsi sulla schiena il simbolo del proprio gruppo preferito. Lui l’aveva minacciata di tatuarsi sul basso ventre la formazione dell’Inter campione d’Italia 1988/1989 con un ritratto di Andrea Mandorlini sullo sfondo.
La mattina dopo lei si era alzata, aveva preso un libro dalla sua libreria, “così ho una scusa per tornare da te, visto che dovrò riportartelo”, lo aveva abbracciato, baciato maliziosamente sul collo e se n’era andata. E da quella volta era scomparsa. Nessun messaggio, nessuna telefonata, niente. Sparita.
Lui aveva provato a chiamarla, ma niente, nessuna risposta. Aveva provato a cercarla anche via sms ed msn e Skype, poiché, nonostante tutto, si era nell’epoca del massimo progresso tecnologico.
Ma il silenzio prevale sull’elettronica.
Giuseppe aveva infine scoperto che Martina usava quel sistema con tutti gli uomini e si era aperta una bancarella di libri.
Giuseppe vide un ragazzino che prendeva a calci il cadavere di un piccione. Pensò che essere morti è una condizione svantaggiosa.

L’uomo con la blusa azzurra andò a casa e niente.

Alessio decise di rimanere in mezzo alle genziane fino a sera. A fare cosa? Perché, lontano dalle genziane cosa sarebbe cambiato?

Arrigo stava per morire, come fin da piccolo aveva sempre sognato.
Aveva un tumore, ma tanto era pelato già da prima.
Era così sfortunato che quando ebbe bisogno di una ditta per traslochi, non trovò un solo annuncio su nessun cassonetto.

Franco e Carlo erano due brave persone. Schietto l’uno, fedele l’altro.
Su queste qualità si doveva contare: la franchezza di Franco, la carlezza di Carlo.
Comunque persero.

Ilario si trovava in carcere.
Avere un alto senso civico lo aveva penalizzato quando aveva commesso l’ultimo omicidio. Era infatti stato preso perché aveva chiamato la nettezza urbana per far ritirare il cadavere come rifiuto ingombrante.
C’era una telefonata della massima urgenza per lui. Venne condotto fuori dalla cella, rispose, poche parole, riagganciò, il secondino lo riaccompagnò.
“Cos’è successo?” “No, niente, è morta mia madre”.

Donato venne bocciato al corso d’aggiornamento sui cinquantini smarmittati.

Glauco amava Pavese, del quale ammirava soprattutto il suicidio.
Quel libro che si erano regalati a vicenda del tutto involontariamente, il loro libro, ora riempiva le conversazioni di lei con un ricco uomo di successo prestante e dotto ed era diventato anche il loro libro. From C. to C., aveva scritto Pavese, e mentre Cesare stava componendo quei versi immortali (senz’altro più di lui), Constance Dowling giaceva alternatamente sotto e sopra a qualcun altro.
Hai voglia a scrivere, Cesarì.
E cosa dunque poteva mai aspettarsi Glauco, che manco poeta famoso era, ma operaio in una catena di montaggio del Terziario? Perfino la beffa dei paradossi della new economy gravava sul poco abbiente Glauco.
Lo consolava il pensiero che le lettere che le aveva mandato dopo nel tentativo di riconciliarsi erano diventate un buon combustibile per il termocamino.
Aveva perso del tutto le speranze – esigue già in partenza – quando si sentì picchiettare delicatamente sulla spalla. Si voltò tremando e la persona dietro di lui disse: “Sono Godot, qualcuno ha chiesto di me?”.

Fabio se ne stava sempre lì a fissare il cappio quando ebbe un’illuminazione improvvisa: “Ma perché devo suicidarmi? Ho un sacco di soldi, mi vogliono tutti bene, sono felice, trovo che la vita sia una cosa meravigliosa, ho pure successo con le donne!”.
Staccò il cappio e andò ad una festa esclusiva piena di modelle.

Erano tanti gli interrogativi sull’esistenza ancora irrisolti. Perché ai vecchi si rompe sempre il femore? Perché mai un braccio? Visto che per la produzione industriale si usano i macchinari, anche i macchinari per la produzione industriale vengono costruiti con dei macchinari, e dunque quali macchinari costruiscono i macchinari per la produzione industriale? E quali macchinari costruiscono i macchinari per la costruzione di macchinari per la produzione industriale? Perché la Briscola viene considerata più rispettabile del Rubamazzo?

Giuseppe, Armando, Alessio, Arrigo, Franco e Carlo, Ilario, Donato, Glauco: la disillusione li condannava alla vita.
Ammazzarsi richiede un atto di volontà di cui loro non erano all’altezza.
Non restava altra scelta che esistere, speranzosi nella profezia: il Signore verrà, assiso sulle nubi, separerà i buoni dai cattivi, si leverà sui cori angelici e parlerà alle genti con voce piena. Ma avrà l’accento ternano.

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