Beati i poveri, perché moriranno prima

Archive for the ‘Diario simulato’ Category

Un fallito contemporaneo, 4

Posted by sdrammaturgo su 19 dicembre 2010

Capitolato Quarto

Io magari fosse un altro. Il guaio è che io è proprio io

nel quale il Nostro si accomiata senza meno e neppure senza più, per e diviso e, bastonato dalla vita, cessa le proprie elucubrazioni mancando di pervenire a conclusion veruna, ma si accorge che nel corso del proprio itinerario speculativo ha discoverto qualcosa di quantomai importante, ovverossia di aver davvero un’anima, che però è un cesso ed ha pure l’ernia, e, prima di tacere, porge in dono al paziente lettore una postrema osservazione: a ben vedere, Pietro Pacciani poteva usare realisticamente la scusa della collezione di farfalle.

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Va bene, lo ammetto: la amo ancora. Stavamo così bene, insieme… Specie quando io non c’ero.
Ho imparato una cosa: quando la vita ti sorride, ti sta prendendo per il culo.
Ma non bisogna essere egoisti nella disperazione. Quando ci sembra che ci stia andando tutto storto (e, di fatto, ci sta andando), dobbiamo pensare ai nostri cari che stanno bene, alle persone cui più teniamo che magari invece stanno vivendo un momento molto positivo, e rallegrarci di ciò. Ad esempio, chissà come dev’essere felice in questo momento la donna che amo mentre qualcuno la starà scopando. Mi sento già meglio.
Detesto essere tornato single pure per un fatto di cura della mia persona. Quello dei single è infatti un dramma anche igienico: un single non avrà mai la schiena pulita.

E’ che tutto ciò che mi circonda mi appare troppo, smisuratamente, prepotentemente illogico. Volete un esempio pratico ed emblematico dell’illogicità imperante? I concorsi di bellezza. Perché così tante ragazze si prestano ad una martoriante sequela di interviste, giochini, sfilate umilianti per entrare nel mondo dello spettacolo quando poi dovranno comunque concedere un’impeccabile fellatio ad un produttore dall’inequivocabile panza? Non sarebbe più saggio saltare un passaggio?
Peraltro, che so, prendiamo Miss Italia. Chi partecipa a Miss Italia è perlopiù una giovanissima di provincia, generalmente la più ambita del paese, che non ha ancora terminato le scuole superiori. E con chi altri costei deve aver giaciuto se non con il bulletto dell’istituto? Di conseguenza, da qualche parte c’è qualche futuro carrozziere che vive di rendita al baretto vantandosi di essere stato con la seconda classificata a Miss Italia.
E non posso neppure accettare che nessuno abbia mai rilevato l’assurdità di chiamarsi Emiliano. Voglio dire, è come chiamarsi Ligure. “Piacere, Triestino Brambilla”. Bah.

Eppure mi basterebbe così poco per essere felice…
Mi basterebbe che legalizzassero la marijuana, così finirebbe il reggae.
Mi basterebbe che venissero abolite tutte le insegne dei ristoranti o delle mense in cui c’è scritto: “Menù a scelta”. Ma dove si è mai visto un menù imposto?
Mi basterebbe diventare il sogno erotico di una ballerina burlesque qualunque – ebbene sì, anche io sono vittima dell’inflazionatissimo fenomeno del burlesque. Ma il segreto del successo del burlesque risiede nella semplicità geniale alla base dell’idea: fica vestita da fica.
Mi basterebbe persino avere un lavoro decente. E la mia voglia di lavorare è pari alla voglia di campare di Cesare Pavese.
In questo periodo, la settorializzazione del lavoro è davvero spietata. Una volta ho trovato lavoro come arrotino ma non ombrellaio.
Ma non posso lamentarmi, o almeno non più del dovuto, giacché, a onor del vero, c’è da dire che ultimamente ho trovato un buon impiego da libero professionista, un mestiere perfettamente ritagliato sulla mia persona: Dispensatore di Soddisfazioni Tramite Confronto.
Ma, siccome sotto sotto sono un pezzo di pane, il mio obiettivo è quello di rendermi utile per gli altri, aiutare le persone in difficoltà, offrire un supporto a chi ne ha davvero bisogno. Per questo sogno di istituire il primo Corso per la Gestione delle Reazioni alle Battute Orrende.
Ho anche proposto l’idea della telecronaca con commento tecnico per amplessi di megalomani e pare che alcune aziende siano interessate al brevetto.
E, visto che oggi ricorre l’ennesimo anniversario del mio mesto genetliaco, sto cercando di insidiare il record detenuto da un orfano bielorusso per il minor numero di auguri ricevuti per il compleanno. Quest’anno ci sono andato vicino, ma l’anno prossimo posso seriamente concorrere per l’oro.

Come si fa a sopportare di vivere sapendo che ad ogni mia pippa corrispondono tre modelle per il cantante dei Maroon 5? E’ immorale leccare la fica di una supermodel quando hai la voce di Alvin Superstar. Dovrebbe essere proibito, che diamine.
Qualche giorno fa, invece, mentre mi intrattenevo con un atto d’onanismo spiccatamente mesto, pensavo: “Ha scopato più donne Pierre Woodman dal basso della sua panza in sole due pagine di Xvideos che io in tutta la mia vita”.
Ma guai a voltolarsi nello scoramento. Meglio pensare a chi sta peggio. Nietzsche, per esempio. Povero Nietzsche: ha fatto scopare tanta gente e lui non ha mai scopato. Eh sì, perché, se vuoi rimorchiare qualche avvenente studentessa con velleità intellettuali, le butti là una citazione di Nietzsche e sei già a metà strada.
Voglio andare in controtendenza: basta con la facile seduzione di “ci vuole il caos dentro per partorire una stella danzante” a cui nessuna resiste. Troppo comodo fare leva su frasi così suggestive. Da adesso in poi alle ragazze voglio citare Heisenberg. “Mentre il principio di indeterminazione si applica alla misura di x e della componente della quantità di moto lungo x, questo non si applica alla misura contemporanea di x e di Py (dato che [x, Py]=0)” “Te la do”.
Non che la mia vita sia totalmente priva di soddisfazioni, sia chiaro. Pensate, una volta volevano addirittura propormi come condomino del mese. Ed io non sono mai stato neppure il me stesso del giorno!
Forse la mia sfortuna risiede nell’essere nato negli anni ’80. E si sa: gli anni ’80 sono stati così brutti che neppure i sex symbol erano belli.
Nonostante tutto, poteva andarmi peggio. Potevo chiamarmi Gioacchino.
Beh, chiudo qui queste mie tediose lagnanze frastagliate e cogitabonde, incollate tra di loro senz’ordine ed un poco a caso. Vi ho già annoiato abbastanza ed ho alcune faccende da sbrigare: non vorrei che se venisse il mio usuraio trovasse la casa in disordine.

Vi porgo sicché i più cordogliali saluti.

Vostro in usufrutto,

Amilcare.

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Un fallito contemporaneo, 3

Posted by sdrammaturgo su 18 dicembre 2010

Capitolato Terzo

Se non son belle le rose senza spine, figuriamoci le spine senza rose

ove si affronta l’amara verità a viso aperto e non ci si stupisce di conseguenza se da essa si è preso in pieno uno sganassone, e apprendesi preziosa lezione: pugilatore che tien la guardia bassa divien spavaldo malato di Parkinson.
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La posizione sociale è tutto. Se non sei nessuno, non eserciti alcuna attrattiva (ne sa qualcosa l’Uomo Invisibile). Un esempio? Le donne del mondo dello spettacolo. Potrebbero avere chiunque e guarda caso stanno sempre con uomini importanti. “E’ normale, frequentiamo lo stesso ambiente. Per me non ha mai contato nulla il fatto che fosse un regista influente. Mi ha colpito perché è una persona affascinante”. Oh, incredibile: il tecnico delle luci non è mai affascinante.
Una donna non si chiede: “Chi mi piace?”, bensì: “Chi mi deve piacere?”, giacché una donna patisce particolarmente la pressione sociale e subisce una spasmodica ansia di accettazione nel consorzio umano. E’ per questo che non bada tanto all’individuo in sé, quanto a ciò che esso rappresenta, alla maniera in cui viene percepito dagli altri, a quello che gli ruota intorno. Per piacere ad una donna è sufficiente dunque piacere ad altre tre di sua conoscenza. E’ quindi un vero guaio se non piaci neppure ad una quarta di cui lei ignora l’esistenza.
Oggi come oggi (altrimenti, come cos’altro potrebbe essere oggi?) non potrebbe più esistere una coppia Otello e Desdemona, perché lui farebbe il salumiere (o, nella migliore delle ipotesi, il fruttivendolo) e lei sarebbe la figlia di un accademico della Crusca e di un soprano (per inciso: sono molto solidale con le cantanti soprano, perché sono destinate ad essere fotografate sempre in posa da pompino).
E l’atmosfera, la possibilità di sognare cinematograficamente (pur godendo di tutte le certezze del caso – il famigerato uomo che “dà sicurezza”), sono tutto per una donna.
Una donna si fidanza per poter avere a che fare con tutto quello che gira attorno al fidanzamento. Il fidanzato non è il fine, ma il mezzo. Non è la persona la cosa principale: l’obiettivo vero sono i bigliettini e le telefonate. L’amore è una strategia di mercato della Vodafone.
Lo stesso vale per la famiglia: non si fa una famiglia per stare con una persona: si sta con una persona per fare una famiglia. Di conseguenza, un uomo vale l’altro. E a questo punto mi chiedo: perché, quando ci sono di mezzo io, vale sempre l’altro?!
Avete mai notato? A tavola, gli uomini vanno pazzi per primi e secondi piatti, mentre le donne preferiscono antipasto e contorno. E’ un dato di fatto: se un uomo ed una donna fanno sesso su una collina, all’uomo piace la donna, alla donna piace la collina.
Io non sono bravo a fare il fidanzato. Bisogna nascere con la dote. C’è chi nasce bravo a giocare a calcio, chi nasce con il pollice verde, chi è portato per la musica, chi sa fare bene il fidanzato. Io no. Nessuna delle quattro.
E poi, ammettiamolo: il fidanzato serve per riempire il tempo alle donne prive di interessi e la fidanzata serve come approvvigionamento sessuale agli uomini privi di fica.
Una relazione si configura pertanto come un’alternativa ai corsi di salsa e merengue da un lato ed un abbonamento in Vulva Sud dall’altro. Vita di coppia, famiglia, figli, sono stati inventati per offrire un argomento di conversazione alle persone molto noiose. Compreso questo, la concezione dell’amore si ridimensiona considerevolmente. Ma conserva intatto il fastidio che ne deriva.
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Allora mi sono iscritto in palestra. “Così miglioro il mio aspetto ed intanto non vengo sopraffatto dai pensieri”, mi sono detto. Ma ogni volta che sono in palestra penso: “Tutta questa fatica e non sono neppure il più bello del mio condominio”. E sotto i pesi non faccio che sperare che cambino i canoni estetici. Sarebbe una notevole facilitazione esistenziale trovare Aldo Fabrizi sulla copertina di Men’s Health.
C’è da aggiungere anche che niente è più vano e financo deleterio della palestra nei rapporti con l’altro sesso. Mi spiego: legata in qualche modo al codificato imperativo raffaellesco-castiglioniano della sprezzatura, la donna esige che sia evidente la bellezza ma resti ben nascosto lo sforzo per ottenerla; se vai in palestra non sei quindi altro che uno fondamentalmente brutto che tenta con impaccio di migliorarsi (peraltro invano); inoltre, se mostri di essere particolarmente attento alla forma fisica ed all’aspetto esteriore, lei entrerà nel panico poiché penserà che tu giudicherai con severità ogni suo minimo difetto estetico e ciò le getterà addosso un’inammissibile insicurezza che non potrà accettare; se però non ti curi e ti inflaccidisci, lei perderà ogni residuo di attrazione nei tuoi confronti perché non ci tieni e non la attiri più sessualmente; la pretesa di una donna è pertanto che un uomo sia geneticamente bello ma non vi badi granché e si senta perciò libero di ingozzarsi e non praticare mai del moto senza che ciò intacchi in alcun modo i suoi addominali scolpiti, essendo essi protetti da imperitura incorruttibilità concessa per divin miracolo.
Eh sì, le sofferenze mi inseguono pure lì. Anche perché è cominciato un corso di danza del ventre. Chi l’avrebbe mai detto che ci si potesse arrapare pure con la musica del kebabbaro? “Non ti meritano: quelle hanno di sicuro un cervello piccolo così”, mi ha detto un amico per consolarmi. Ho capito, ma hanno pure due tette grandi così.
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Ma sapete qual è la mia vera sciagura? Sono basso. O meglio, sono stato sfortunato a nascere nel periodo storico sbagliato in cui l’altezza media mi penalizza. Col mio metro e sessantanove, nel 1902 sarei stato uno stangone. Se voglio rimorchiare, quando mi chiedono quanto sono alto, mi trovo costretto a mentire dicendo 1.70. E’ come al supermercato, quando si legge 4.99 invece che 5 euro sul prezzo di una confezione. Quel misero centesimo ti convince che stai facendo un affarone, che il prezzo sia nettamente più basso. Allo stesso modo, un solo centimetro fa la differenza tra l’essere accettato come partner sessuale o l’essere rifiutato. Una donna associa la decina del metro e sessanta alla misura femminile, quindi niente da fare. Da quella del settanta in su, invece, si tranquillizza. L’amore è una questione di marketing.
Fateci caso: ogni volta che si domanda ad una donna “Come dev’essere il tuo uomo ideale?”, lei risponde puntualmente: “Dunque…dunque: alto, poi…”. Capite? Ognuna menziona sempre “alto” come prima caratteristica, la nomina sempre al primo posto dell’elenco delle qualità fondamentali! Non già “bello”, non “intelligente”, nemmeno “ricco”, tantomeno “dotato” o “affascinante”. No! “Alto”. A parte quando mente e dice che l’importante è che sappia farla ridere, ma va be’ – anche se riguardo a questo vige storicamente un grosso equivoco. Dipende infatti cosa si intende per “deve farmi ridere”. Dipende, ossia, dal tipo di risata che l’uomo deve saper suscitare. Uno pensa alla risata e subito viene in mente quella che segue ad una battuta sorprendente. Non è così: quando una donna afferma che innanzitutto un uomo debba farla ridere, intende un altro genere di risata. Questa: “Ciao. Sai, ho una carriera brillante e posso garantire un futuro di benessere, massima stabilità e protezione per te e la prole” “Hahaha, ommioddio, ma è splendido! Ti amo”. Se le cose stanno in questo modo, allora i conti tornano. Ma non le biasimo per questo, ci mancherebbe. Siamo pur sempre animali. Cosa succede in natura? Il leone maschio cerca di accaparrarsi le risorse migliori, rappresentate principalmente dalla femmina più sana che gli darà una prole robusta; la leonessa si accoppia con il maschio alpha che possa salvaguardare lei ed i cuccioli dai pericoli esterni. Allo stesso modo, le donne hanno bisogno di un uomo sistemato; a noi uomini basta che sia figa. Se volete capire l’amore, guardate gli ippopotami.
La donna, per struttura psico-fisico-osteo-muscolare, guarda solo dritta davanti a sé. Per cui, se sei abbastanza alto da entrare pienamente nel suo campo visivo, bene. Altrimenti, niente. La donna abbassa lo sguardo solo per guardare i cagnolini. Quindi, seppure lei è 1.76 e tu 1.75, quel solo, unico, apparentemente trascurabile centimetro, è sufficiente a costringerla ad un’impercettibile inclinazione dello sguardo verso il basso che ti relegherà inesorabilmente nella categoria Cagnolini. Abbassando gli occhi, ti assocerà così al cane di sua zia, il quale peraltro gode di tutto il suo disprezzo. Le sono sempre piaciuti tutti i cani, va pazza per i cuccioli, con la sola irripetibile eccezione del cane di sua zia; quello non lo sopporta proprio perché da piccola l’ha traumatizzata pisciandole sulla gonnellina di pizzo. E tu le ricorderai nello specifico proprio quel cane lì. Avresti almeno potuto ricordarle un cane generico, sarebbe già stata una minuscola sottospecie di salvezza. E invece no: le ricorderai proprio l’ineluttabile dannato cane di sua zia, possa esso bruciare all’inferno con tutta la schifosa zia appresso.
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L’altra mia grande sciagura è che non ho la macchina. Con il motorino non puoi nemmeno andare a puttane. Cosa le dici, ad una prostituta? “Monta, ho un casco in più”? Certo, in quel caso uno potrebbe risollevarsi facendo il dannato sprezzante delle regole dicendo ammiccante con aria da impavido duro: “Sai, non è omologato”. Ma sarebbe comunque un misero rimedio.
Insomma, non ho successo con le donne. Non che la mia situazione sia proprio senza speranze, intendiamoci. Se devo quantificare, diciamo che in un ménage a trois farei il quarto. Mi manca intraprendenza, spirito di iniziativa. C’è qualcosa che mi frena sempre dall’andarci a provare: la dignità. Il fascino della conquista è disarmante: un misto tra orgoglio dell’elemosina ed ebbrezza del marketing. E poi che diamine, io sono un uomo che non deve chiedere mai. Perlomeno se non vuole sentirsi dire di no.
Non sono capace di vendermi. Il tizio più bravo nella promozione di se stesso che io abbia mai conosciuto era uno che, quando una ragazza gli chiedeva: “Cosa fai nella vita”, rispondeva: “Mi adopero per tutti coloro che non hanno voce”. In realtà era rappresentante di pastiglie per la raucedine. Ci sapeva fare. Oh, se ci sapeva fare.
Ho capito che per le donne io sono un uomo oggetto-intellettuale. E questo è ben peggio che essere un uomo-oggetto tout court, nell’accezione comunemente intesa. Essere un uomo-oggetto od una donna-oggetto comporta i suoi bei vantaggi. In ogni caso, quantomeno trombi. Ma essere un uomo oggetto-intellettuale, oh, è una tragedia senza pari. Vieni usato per appagare l’ego altrui. Le donne ti cercano per aumentare la propria autostima. Fanno di tutto per piacerti, perché piacere ad un minorato, sai che sforzo. Non c’è alcun merito, son buone tutte. Ma piacere ad uno molto intelligente, vuoi mettere la soddisfazione? Alza il prestigio, gratifica. E rifiutare uno molto intelligente dà una sensazione di gloria, potere, grandezza, sicurezza, benessere incomparabile. “Posso permettermi di dire di no ad uno molto intelligente, sono davvero figa sotto ogni punto di vista!”.
Quando una ha bisogno di sentirsi intelligente, viene da te. Un’uscita stimolante, conversazioni acute, arguzia che la rigenera. Quando ha bisogno di scopare, va da quello lì che avete visto dimenarsi in pista con indosso la camicia fosforescente e che per giunta la considera una poco di buono se gliela dà subito.
Che condanna, l’intelligenza.
Uomini, fate tesoro di quello che sto per dirvi: quando una donna dice che siete interessanti, significa che non ve la darà mai.
Verità e destino sono sempre già contenuti nelle parole. Interessante è un volume sulla vita quotidiana in Attica nel secolo di Pericle. Voi avete mai visto una donna scopare con un volume sulla vita quotidiana in Attica nel secolo di Pericle? Io no.
L’amore smodato che le donne non riescono a non provare per il mio cervello, le distrae dal mio pene.
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Un fallito contemporaneo, 2

Posted by sdrammaturgo su 17 dicembre 2010

Capitolato Secondo

Ogni donna d’Italia e forse d’Europa e forse del pianeta si è vista dedicare almeno una volta nella vita La cura di Battiato da un uomo che si è sentito originale per questo

che tratta di mondanità e degli inganni della medesima e allerta le genti affinché non lascinosi abbagliar da iconografie warholiane e mostra come il sentiero che mena al rimpatrio nel sostituto del materno ventre è tragitto irto e periglioso, colmo di amarezze ed ingiustizie sanza pari, a meno che non sopravvenga provvidenzialmente Yunus ad imprestar danaro all’uomo solo per garantir ai meno abbienti l’equo diritto alla salvifica meretrice.

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Ricapitolando: la mia ragazza mi ha lasciato di comune accordo ed io ci sono rimasto male. Sì, un po’, ecco, lo ammetto. Nulla di grave, per carità. Giusto quei tre o quattro tentativi d’impiccagione d’ordinanza. Ordinaria amministrazione. Sono falliti tutti perché ogni volta mi sono dimenticato di comprare la corda. “La sedia c’è, la trave del soffitto c’è, io ci sono…Acc!”.
Detesto soffrire per amore: non voglio fornire materiale per la letteratura di consumo.
Inizialmente ho provato a distrarmi con il calcio. La televisione a pagamento offriva un pacchetto in tre opzioni: Mese, Champions League, Molto Insoddisfatto. Ma non è bastato. E tutti a dirmi: “Esci, divagati, frequenta gente, va’ alle feste”. Ingenui.
Uscire di casa è sempre un errore. Specie andare nei locali. Ogni volta vengo a conoscenza dell’esistenza di decine e decine di nuove ragazze che non me la daranno.
Secondo me è quello che ha ispirato le teoria a Buddha ed Epicuro. Uscivano di casa tutti contenti, poi venivano travolti da tonnellate di portatrici bone di vagina con cui non avrebbero appagato la loro sopraggiunta brama, si infastidivano, rabbuiavano e tornavano a casa affranti. Nessun turbamento, nessun dolore. Sogno un monastero in cui si studia, si guardano partite, si cura l’orto. E magari si tromba. Dovrei andarci da seminarista. Ci penserò su.
E non c’è niente di più fastidioso della mondanità spacciata per offerta culturale. Ormai ogni occasione di incontro deve essere ammantata di intellettualità. “Vieni a quella mostra-proiezione con lettura di racconti e poesie? Ci sarà un aperitivo”; “Sono andata a quell’aperitivo per quell’evento in cui un gruppo di giovani artisti esponeva porzioni di intonaco grattugiato, mi sono molto divertita”. Ma non si potrebbe fare un aperitivo senza manifestazione culturale? Dov’è finito il buon vecchio pasto senza necessariamente essere circondati da discutibili sculture? Ma soprattutto: visto che tanto ogni serata del genere è solo una scusa per conoscere persone con cui trombare, non si potrebbe direttamente trombare senza aperitivo? Anche perché puntualmente si finisce per fare l’aperitivo senza successivamente trombare. E allora che senso ha, visto che per lo più si mangia anche malissimo e pure scomodi?
Installazioni, happening, performance, servono solo a poter dire: “Bene, abbiamo dimostrato di essere migliori dei clienti della discoteca venti metri più avanti. Ora possiamo cominciare a fare le stesse cose che si fanno lì”.
Che poi, per poter ricevere un minimo di attenzione dalla frequentatrice media di serate simili, devi aver girato almeno tre documentari, partecipato a molteplici vernissage e vissuto un anno a Londra. Ed io non ci sono mai stato a Londra. Volevo andarci, ma ho vomitato.
E non mi spiego una cosa: se scarichi le cassette della frutta, non ti si fila nessuna; se lo hai fatto a Londra, sei un figo.
Devi pure vantare una grande conoscenza di gruppi indie ignoti. Altrimenti, come affrontare una frangettata radical chic che ti incalza in questo modo: “Nell’ultimo periodo sto ascoltando molto i New York Mibtel in Gay Dow Jones & Sex Black and White Louis Vuitton Hipster On the Street with Cool Fashion but Rebel Anyway. Non sono molto famosi, hanno registrato solo tre canzoni con un walkie talkie nel garage dello zio del bassista, la nonna ha gettato la musicassetta in strada, io l’ho trovata accanto ad una 128 parcheggiata e mi piacciono molto”?
A queste ragazze che divinizzando gruppuscoli (o grupponi che sia, non cambia alcunché) e riportandone citazioni su diari e agende e blog e twitter e Facebook e tatuaggi e piercing alle ovaie sembrano confermare le teorie maschiliste aristoteliche, preferisco mia nonna che va in chiesa a dire il rosario. Almeno lei pensa più in grande, mira più in alto: punta a dio.
A parità di individuo che soggiace allo show business, prevale decisamente la donna succube della pubblicità metafisica proposta dalla religione. Volete mettere tra un batterista brit-pop con il ciuffo ed un capellone palestinese saggio che cammina sull’acqua? Tanto più che il Cristo può contare sulla triplice carta ipertricosi selvaggia-esotismo-fascino messianico del profeta hippie-che-ha-messo-la-testa-a-posto – e si sa che se sei uno che è “uscito dal giro”, hai tutte le donne in pugno. Va bene qualsiasi giro: crimine, droga, gioco (sia chiaro, Hero Quest non vale. “Sai, ho passato dei brutti periodi. Frequentavo la gente sbagliata, brutti giri. Persone disposte a tutto pur di avere l’elfo con le carte magia d’acqua. Ma ora ne sono uscito” “Oooh, che uomo tormentato e magnetico”), purché ne abbiate fatto parte per una vostra fragilità, ma poi abbiate saputo uscirne dimostrando virile e rassicurante forza d’animo.
Non c’è meritocrazia nelle regole dell’attrazione. Non mi do pace all’idea che Giuliano Sangiorgi dei Negramaro e Samuel dei Subsonica abbiano scopato più di Giuseppe Ungaretti. A quanto pare, “oggi il suo diagramma del cuore è schermo piatto in nebulose stagnanti” o “senza frizione piloti il mio tormento” + berretto + panza fa più presa di “La morte si sconta vivendo” + esperienza nella Grande Guerra. Ma, a onor del vero, a Samuel dei Subsonica ed a Giuliano Sangiorgi dei Negramaro va riconosciuto che rappresentano una grande speranza per molte persone svantaggiate: grazie a loro, infatti, d’ora in poi qualsiasi grasso col cappello sa che può diventare un sex symbol.
E non posso accettare nemmeno che una rockstar rimorchi più di un astrofisico. Penso, che so, al povero Nathan Rosen alle prese con una donna: “Ho scoperto che il tessuto spaziale cosmico può ripiegarsi su se stesso, consentendo la creazione di un ponte temporale tra passato, presente e futuro” “Ah…uhm…ops, scusa, devo proprio andare, sai, sono molto impegnata, sto preparando un esame e ti vedo più come uno a cui non intendo darla”. Mentre invece un musicistucolo leggero qualunque: “Ho scritto questo giro di Do sul quale ho applicato le parole ‘Amore, mangio la terra, bevo i tuoi brividi’” “Scopami”. L’immeritocrazia regna.
Tale dinamica crea anche profonde disparità. Per quale motivo infatti il cantante degli Sugarfree può intonare: “Apri almeno le tue gambe verso me” passando per sexy mentre se Neno Panza, disoccupato di Montefiascone, dice: “A quella j’aprirebbe le cosce” è un rozzo ominide da evitare?
E’ bene precisare però che non odio così radicalmente la musica leggera. Ad esempio, mi piace molto ascoltare le canzoni dei Simply Red, perché poi finiscono.
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Un fallito contemporaneo

Posted by sdrammaturgo su 16 dicembre 2010

Anti feuilleton ergo a puntate quasi monologo pressappoco epistolare

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«[…] O cavallona, cavallona stronza,
che a me ieri negasti la patonza […]»

JOHNNY TRANSUMANZA

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Capitolato Primo

Eiaculare è dolce, inseminare amaro

in cui si presenta senza presentarsi l’impresentabile poco eroico eroe – e adunque per questo ancor più eroe, dacché eroe vero è colui che vive nonostante abbia compreso ciò che il viver è (oppur si ammazza per l’istesso motivo) e senza strafar subisce l’esistenza – e si illustrano i pro e i contro della procreazione, ma difettasi di una delle due parti, non essendo alcun pro pervenuto.

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La mia ragazza è andata a letto con un altro. Non è una zoccola, è soltanto sbadata.
Qualche tempo dopo però ci siamo lasciati – di comune accordo, ma lei era il socio di maggioranza.
Sono perciò rientrato a pieno regime nella poderosa schiera di coloro i quali, quando sei il compagno ufficiale, “oddio, non puoi capire, mi piace da matti, è la più grandiosa meraviglia terrena, la perfezione incarnata, un poetico sogno fatto essere umano, ho finalmente trovato quello giusto, è lui il mio uomo ideale, l’uomo della mia vita”; appena ti lasci, “sai, il mio ex era un coglione; mi chiedo come avrò fatto a starci insieme; sarà che era un momento di debolezza”. Volete conquistare una donna? Agite non appena la vedete acquistare Supradyn e Polase.
La storia è sempre la stessa: mi metto con una, lei vuole dei figli, io sono una persona intelligente.
E’ per questo che quando faccio sesso metto sempre il preservativo: non temo tanto l’AIDS, quanto un figlio. Voglio dire, a parità di malattia incurabile, meglio contrarre quella per cui c’è una pur remota possibilità che scoprano una cura. Dalla parte dell’AIDS c’è pure il fatto che ti stende in tempi più dignitosi. Con un figlio l’agonia dura una vita.
Ed un rimedio contro l’AIDS esiste già: scopare. La passi ad un altro. E pare che facciano bene anche le arance, ma solo se te le infili nel sedere al posto di un pene.
Le cure naturali sono sempre le migliori. Ad esempio, sgranocchiare carote durante la masturbazione è un buon metodo per non diventare ciechi.
Non capisco perché alle donne dispiaccia tanto se uno preferisce risparmiar loro una panza innaturale.
“Mirko durante la gravidanza era diventato pazzo di gioia, nove mesi di totale euforia”, mi ha detto lei, cercando di far leva su paragoni scomodi. A parte che già uno che si chiama Mirko ha ben poco da festeggiare. Ma poi, ci credo che era contento: mica ce l’aveva lui un intruso nella pancia che mangiava il suo cibo. Ecco, io un feto lo vedo come un piccolo accattone.
Non so, ci tieni a prendere dieci chili? Friggi un po’ di più, un po’ di grasso non vale una vita di colloqui con gli insegnanti.
“La gravidanza è un’esperienza idilliaca”, continuava ostinata. Eh, altroché, delle vomitate celestiali. Per non parlare delle minzioni niagariche.
Quando mi dicono: “Voglio un figlio”, la prima risposta che mi viene in mente è: “Perché, che ci devi fare?”.
Siamo realisti: sono proprio quelli come me che dovrebbero fare dei figli, ed è per questo che non li facciamo. Il miglior padre possibile è quello che non vuole procreare. Il motivo è semplice: quelli come me sono pochi ed i bifolchi molesti che importunano le ragazze sul treno sono tanti. Anche se i pochi me si mettessero a figliare con ritmi di dodici pezzi a cucciolata, non riuscirebbero comunque ad ammortizzare le migliaia di nidiate di figli di bifolchi molesti che erediteranno dai padri i valori di disturbo ed irritazione. Quindi preferisco evitare a mia figlia di essere importunata sul treno. Ed evitare a mio figlio di fare i conti con l’inspiegabile ed assurda realtà che c’è qualcuno sulla Terra che desidera seriamente avere dei figli.
La vita è brutta. Il più bel regalo che io possa fare a mio figlio è non metterlo al mondo.
E quanta presunzione nel ritenere che la propria genetica sia così meritevole di essere tramandata ai posteri! “Ieri ho corretto mio cognato sulla cilindrata della nuova Alfa Romeo: è necessario che il retaggio del mio sangue venga conservato”. Eh già, l’umanità ti sarà grata per il tuo DNA.
Lo sanno tutti che se vuoi far colpo su una donna basta dire: “Voglio diventare padre di tanti bambini, per me la famiglia viene al primo posto”. Dunque sono proprio coloro i quali usano simili mezzucci che le donne devono evitare. Ma come si fa a cascarci ancora?! A maggior ragione quindi dovrebbero apprezzare ancor di più chi dice: “I figli li evito come la peste e la famiglia neanche morto”, perché dimostra di essere sincero e senza maschere, e perciò uno verso cui si può avere totale fiducia. “Ma uno può essere sincero nel dire di volere famiglia e figli”. Sì, è sincero, ma è un coglione.
E’ triste constatare che, a distanza di anni, l’uomo ideale resta ancora Gianni Morandi.
E poi si sente sempre dire con sdegno: “Saranno i nostri figli a dover pagare il deficit”, “Non è giusto che i nostri figli paghino il buco della sanità” “I nostri figli pagheranno la crisi finanziaria”. Ma io dico: non fateli, questi figli, così nessuno paga niente e siamo tutti contenti, no?
Che fai, metti al mondo qualcuno affinché appiani i tuoi debiti? Allora lo vedi che sei disonesto?
Peraltro, crescere un figlio comporta ingenti spese, quindi i tuoi problemi economici si aggravano. Allora lo vedi che sei stupido?
Un figlio serve ad occupare le giornate alle persone sprovviste di fantasia. Praticamente, un figlio è un tamagotchi più costoso.

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Il guardone e la sua nemesi

Posted by sdrammaturgo su 4 ottobre 2010

«Ama il prossimo tuo come te stesso», ci è stato insegnato.
Ma tale precetto conserva la propria funzione salvifica
se ad applicarlo è un masochista autolesionista che si detesta?
In verità, in verità vi dico: «Ama il prossimo tuo come una fica.»
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EDDY KONSEGUENSAH

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Io sono un inguaribile romantico: sul far della sera, mi piace uscire a fare lunghe passeggiate, respirando l’aria tenue del tramonto. E poi in giro a quell’ora si beccano pompe niente male.
Il pompino più commovente a cui mi sia mai capitato di assistere lo vidi alcuni anni fa. Era una calda serata estiva, dal clima insolito: c’erano ventisette gradi, ma sembrava ce ne fossero ventotto. Era già buio e la via era deserta e male illuminata. Lui era appoggiato con la schiena al camion della spazzatura e trasudava ragionierismo fuori forma. Lei, grassoccia e appassionata in ginocchio davanti a lui, una di quelle meretrici per cui mi sono sempre chiesto «che senso ha spenderci dei soldi quando una così brutta è la prima a dartela gratis in qualsiasi discoteca?». Il vento accarezzava i loro volti beati; i corpi vibravano d’ardore, soprattutto le panze; il netturbino sembrava vagamente contrariato. Il mercimonio non attenuava certo il trasporto. L’appagamento a pagamento non è infatti meno appagante per il pagante e, nonostante l’enorme mole di richiesta, concede lo stesso un tot di tempo appagante a pagante. D’altronde lo dice il nome stesso: appagamento, a-pagamento. Non era forse un mercenario l’impavido Giovanni dalle Bande Nere? Ed era per questo meno caparbio in battaglia? E quei due – sì! – si amarono, per un denso quarto d’ora! Oh, quanta intensità, per soli quindici euro! Come faccio a sapere il prezzo? Non mi sono mai piaciute le discoteche.

Sì, sono un guardone. Od un voyeur, quando voglio fare colpo su qualche donna sofisticata e ribelle. Spio le vite altrui, suggo non visto i gemiti degli altri, mi nutro del loro eros. Mi faccio le pippe acquattato in anfratti scomodissimi. Ma ne vale la pena. Oh, se ne vale la pena.
Lo scrittore Ernesto Ferrero sostiene che leggere sia come vivere tante vite. Ecco: osservare gli altri che trombano è come fare tante trombate. Una sola esistenza ci è data, con un numero finito di anni, e dunque un numero finito di trombate. Entrar con gli occhi di soppiatto nelle trombate altrui equivale quindi a respirare un soffio d’infinità. Trombate infinite, il sogno d’ogni essere umano degno di questo nome! Giacché, quante trombate può mai fare una persona nel corso della propria vita? Io pochissime, ma non è questo il punto. Prendiamo un grande seduttore, un uomo famoso: per quante migliaia di conquiste egli riesca ad affastellare, resterà sempre eternamente distante dall’idea di illimitato, e coiti, orgasmi e leccate di vario genere rimarranno sempre costretti entro angusti confini numerici. «Loro sono tante, mentre io sono uno solo!», esclamò una volta un ben saggio tale ammirando sconfortato il torrenziale fluir di femminine forme ad ogni angolo di strada. E’ questo, questo, la gabbia della presenza, che ci imprigiona e ci tiene lontano dall’infinito. La condanna dell’hic et nunc, al qui ed ora, il dover-esserci fisico, l’obbligo di stare in un solo spazio ed in un solo tempo, avendo un unico corpo, mentre sogneremmo un’ubiquità scevra dalla manciata di istanti che ci son concessi, magra, miserrima offerta che ci intrappola come una siepe beffarda. Non è difatti tremendo pensare che non è possibile farsi contemporaneamente un’ebony ed un’asian se abiti a Roccalvecce?
Un guardone sperimenta la sfuggente incommensurabilità dell’assenza, moltiplicazione ad libitum d’una presenza liberata dalla spaziotemporalità. Più semplicemente: un guardone risponde alla sempiterna domanda «come sarebbe trombare con una donna quando lei non tromba con me?» (esperienza che ho invero in parte provato andando a letto con una che non faceva che fissare il poster del proprio elettricista posto sulla parete di fronte). Siamo abituati a concepire l’esistenza altrui solo quando ci sta davanti, ha a che fare con noi, si intreccia con la nostra, con la nostra comunica e si mescola. Quando, insomma, ci ri-guarda. Ma quando noi non ci siamo? Gli altri, continuano ad esserci? E quando noi non scopiamo, chi sta scopando con noi continua a scopare? Questo magari lo sa bene ogni cornuto, ma non è questo il punto. Il guardone saggia invece l’esser lì senza esser-ci. Egli conosce l’altrui svolgersi della vita come se ne facesse parte senza averne relazione alcuna, guarda senz’essere guardato, partecipa senz’essere un partecipante, scruta il banchetto dell’essere, si immerge da lontano, aprendosi un varco, una finestra, sull’infinito, diventandone spettatore dalla piccionaia. Guarda con occhi aperti il mondo che continua ad esserci anche quando chiudiamo gli occhi.
Ergo, un guardone vive tante vite; e, di conseguenza, fa tante trombate, infinite trombate, trombate infinite, sviluppando bicipiti e tendiniti.
Chi l’avrebbe mai detto che si potesse associare tutto ciò ad un po’ di passera, eh?

Divenni un guardone molto piccolo (e lo rimasi, vista la mia bassissima statura). Fu tutto merito (o tutta colpa che sia) della figlia dei miei vicini di casa. Era una ragazza bellissima, elegante, sensuale, straordinariamente aggraziata. Quando usciva in giardino con le sue vesti svolazzanti, mi incantavo a guardarla. Mi ipnotizzava, catturava, rapiva, magnetizzava. Vedere lei era come leggere un romanzo di Ray Bradbury: immaginavi cose che non ti sarebbero mai successe. Ben presto mi feci allora esoso di sempre nuove fantasticherie.
Crescendo, iniziai a sviluppare un particolare sguardo continuamente, costantemente ed incessantemente erotizzato ed erotizzante sulle cose e sul mondo. Cosa che mi ha creato non pochi problemi. Come quella volta in cui andai a trovare un mio cugino al quale era nata una bambina da poche settimane. Vedendo quella candida boccuccia d’infante, gli dissi: «Pensa se rimane così sdentata anche da grande quanto ti diverti!». Non la prese bene. Imparai una grande lezione: mai suggerire l’incesto al padre di una neonata.

Già, la vita del guardone non è affatto semplice. Ore ed ore di sopralluoghi, studio del territorio, pedinamenti, appostamenti per qualche sguardo fugace che talvolta può rivelarsi anche un fallimento. Ad esempio, mi capitò di appostarmi per spiare un’incantevole fanciulla ch’ero sicuro vivesse lì, ed invece sbagliai abitazione ed incappai in una novantenne che si stava spalmando la pomata per le emorroidi. Mi masturbai sforzandomi di immaginare che si trattasse di un’ottantenne.
D’altronde bisogna saper fare di necessità virtù. Conoscevo uno che perse la mano in un incidente, ma grazie al moncherino divenne il mago del fisting.

Il segreto del successo per un guardone risiede nel lavoro di gruppo. Bisogna costituire un pool efficiente per avere risultati garantiti e ridurre al minimo inutili sperperi di energia. Ed è quel che feci insieme ad un drappello di sodali, al fine di centralizzare le informazioni, ottimizzare le attività, eliminare gli sprechi (è per questo che cagliavamo lo sperma e lo davamo ai bambini che morivano di fame). Oh, quanti ricordi mi assalgono ripensando alla mia vecchia squadra! Mi par di rivedere la lunga teoria dei loro volti (che in pratica erano brutti); i lunghi pomeriggi e le interminabili nottate nascosti tra gli arbusti, i cannocchiali piazzati, le mitragliate di scatti; e poi le facce contratte, l’agitazione improvvisa, le fave impugnate; e ancor mi sovviene odor di merluzzo.
Prodi priapei, indefessi vulvodefunti, indomiti onanisti che hanno dato la vita per un ideale, ovvero quello della patria dalla quale proveniamo: la fica. Tutti, in un modo o nell’altro, restiamo intimamente e profondamente legati al luogo natio. La fica ci piace dunque per una questione di nostalgia.
C’era Consuelo, che però era maschio; così maschio da considerare una femminea vezzosità ogni tentativo di igiene personale. Era talmente sporco che allontanava le mosche con le scoregge e, in gita nei paesi islamici, dalle moschee (ci andavamo perché quale prova più stimolante per un virtuoso del voyeurismo di una donna col burqa?). Trionfava sempre nelle gare a chi piscia più vicino, riuscendo a pisciarsi sui testicoli e sul frenulo. Paesano rozzo del Centro Italia, venne ucciso e mangiato da un serial killer cannibale e tutti lo ricordano ora come il Boro Alimentare.
C’erano poi i fratelli Scamuffo, entrambi Giacomo. Abili prestigiatori abbastanza conosciuti nell’ambiente dello spettacolo sia dalla madre che dalla zia, l’uno era in grado di levitare, ma solo tenendo a terra un piede alla volta; l’altro invece lievitava, prendendo cinque o sei chili a settimana.
E come dimenticare Luigino, detto Luigino? Omuncolo passivo e privo di personalità, eppure inflessibile ed inamovibile sul suo forte legame con le tradizioni, era così rigido ed obbediente che evitava di commuoversi a colazione perché gli avevano sempre detto che non bisogna piangere sul latte versato. Riservava così il proprio dolore solo alle confezioni sigillate. Che poi, a ben vedere, anche quel latte era stato necessariamente versato in precedenza, per l’imbottigliamento, prima dell’imbottigliamento, fin dalla mungitura stessa. Ma in fondo la vita è fatta di convenzioni. E quale convenzione più marmorea della convinzione? Raramente ho conosciuto individui più arrapati e perversi di Luigino. Egli scaricava nella sessualità tutte le frustrazioni che si portava dietro fin dal battesimo, quando gli era stato imposto un diminutivo per nome, cosa che aveva compromesso definitivamente e fin dal principio la sua autostima. Quel suffisso sminuente, fardello mal sopportato, gravava sulla sua anima come sempiterna onta, facendolo sentire un uomo destinato a rimanere incompiuto, un mezzo maschio, un omino. E l’unica storia d’amore da lui vissuta non fece che inasprire le sue insicurezze. Poiché cercava infatti un riscatto della propria virilità ostentando un appetito erotico ferino ed insensibile, con un’attenzione morbosa all’anatomia, la sua ragazza, Esposita (la quale faceva la sua porca figura ogni volta che la portava a fare una passeggiata tra i canali di scolo della rete fognaria), non faceva che ripetergli: «Voglio che mi ami soprattutto per la mia interiorità»; e lui rispondeva: «Non temere, dolcezza: io adoro i tuo polmoni e lo sai che ho sempre avuto un debole per il tuo intestino». Lei allora gli diceva «sciocchino», e lui se la prendeva: nemmeno dello sciocco completo, gli dava. Povera Esposita, quante deve averne passate… Ragazza peraltro giovane e molto sfortunata: avrebbe potuto essere una brutta ventenne, ed invece era pure una brutta trentenne. Però l’ho sempre stimata, perché non si è mai nascosta: brutta era e brutta appariva, senza infingimenti, maschere, trucchi, trascurando abbigliamento e valorizzazioni estetiche. Ed è bene che le brutte non si curino, così mettono subito le cose in chiaro e puoi evitarle senza perdere tempo.
Faceva parte della brigata anche Cosimo il Pragmatico, feticista monomaniaco: era così appassionato di vagine con il piercing al clitoride che presto la fica medesima finì per risultargli un elemento di troppo, cosicché trovò la propria perfetta soddisfazione e realizzazione erotica nel leccare chiodi del dodici.
Era esasperante collaborare con Jerry, detto Mauro: non faceva che canticchiare in continuazione Nella vecchia fattorina, entusiasmato dai propri coiti con un’anziana pony express.
Il bello del voyeurismo risiede nel suo essere realmente democratico, interclassista e socialmente trasversale. Tant’è che tra di noi c’era anche un professorone (di cui non farò il nome per riservatezza. Gli altri invece non hanno mai avuto una rispettabilità da proteggere), adesso non ricordo bene di che e di che cosa, ma era uno di quegli accademici famosi in tutto il mondo. A furia di tenere conferenze, ebbe la vita sessuale rovinata, poiché si tirò dietro nella sfera erotica un’abitudine tipica dei discorsi in pubblico. Esordiva infatti in ogni amplesso dichiarando: «Sarò breve», e, essendo un uomo probo dalla irreprensibile onestà, teneva puntualmente fede alla parola data, sia quantitativamente che morfologicamente. Grazie alla sua monumentale cultura e profetica saggezza, seppe regalarci preziosissimi insegnamenti. Uno in particolar modo mi accompagna da anni e mi è stato di grande aiuto in moltissime situazioni: «Niente è peggiore della carta igienica che si sfalda, perché senza accorgertene ti ritrovi a pulirti il culo a mani nude». Ed era per noi una vera Bibbia il suo libello Fica: utopia o trovata pubblicitaria?, di cui vale la pena riportare almeno l’incipit: «Quante volte vi siete sentiti dire : “Andiamo in quel locale, ché c’è la Fica”? Ma che cos’è la Fica, questa sorta di entità astratta che sembra aleggiare sul locale? Cosa si intende in questi casi per Fica? Ci si riferisce forse alla somma di tutte le avventrici avvenenti presenti? Oppure magari alla qualità media delle frequentatrici in genere, comprese le assenti? La questione è più complessa. Il concetto di Fica risulta infatti non riducibile ad un mero insieme numerico di enti. C’è in esso un di più: la Fica appare dunque come un’eccedenza, che rivela altro da sé, l’Altro di sé; una meta ideale a cui tendere, qualcosa di intangibile che tale – in cuor vostro lo sapete – rimarrà. Fatto sta che alla fine in quel locale ci andate di corsa.».
Frequenti querelle si accendevano tra il professore, impenitente epicureo, ed Ercole Santantonio, il Semi-Pio, giovane catechista perennemente in guerra con le proprie pulsioni che partecipava alla nostre sedute con logorante senso di colpa. Le erezioni mettevano a dura prova la sua fervente religiosità, ma, come dice il filosofo Biagio Pasqual, il pene ha le proprie ragioni che cuore e ragione non conoscono. Quantunque peccare lo affliggesse, era in grado di osservare coppiette per ore ed ore consecutive. Era, insomma, un vero osservante. Che strani i giovani cattolici…sbattuti tra la fede e la fica, hanno la fede, poi scoprono la fica e continuano lo stesso ad essere dubbiosi.
Inseparabile amico di Ercole era Stefanuccio l’Invalido. Avevano la stessa età, ma Stefanuccio aveva due anni di meno. Non ci sapeva proprio fare con le donne: per distrarle dal fatto che era zoppo, si metteva le dita nel naso. Una volta attirò una ragazza a vedere la propria collezione di farfalle con la scusa che avrebbero fatto sesso.
Altro elemento pervaso d’irrequietudine era Gusmano. Si trattava di un uomo molto tormentato, dilaniato da un’insanabile conflittualità interiore dovuta all’abuso del suo piatto preferito, le prugne col limone. Ah, Gusmano, caro Gusmano, buon vecchio Gusmano… Non passa giorno in cui non mi chieda che fine abbia fatto. Ed ogni volta mi rispondo che non me ne frega niente.
Devo aggiungere all’elenco dei componenti della truppa il trascurabile Giorgiosvaldo, ma solo di sfuggita, ché di costui m’è rimasto impresso solo il fatto che utilizzava uno shampoo anticrespo, cosa che mi è sempre parsa eccessiva, visto che tutto sommato è stato un buon centravanti.
Ma chi più di tutti mi è rimasto nel cuore è Giuseppe, detto Peppe con immane sforzo d’inventiva. Giuseppe ha sofferto tanto: essendo mortalmente accidioso, si prese una moglie infedele per potersi comodamente appostare in casa propria. Il fatto di essere maniacalmente geloso lo costrinse a sopportare atroci supplizi fino alla fine dei suoi giorni.

Ognuno di noi aveva un settore di specializzazione: chi preferiva spiare le liceali, chi le adultere, chi gli sposini, chi perseguitava le non vedenti, chi derideva le meno abbienti. Io mi concentrai sulle modelle.
Una modella vale di più perché la modella è la fica al quadrato. Viene pagata per essere fica, perché è fica, perché è la Fica; la modella rappresenta l’archetipo a cui ogni fica si rifà. Il suo ruolo sociale, il suo scopo esistenziale, è quello di essere fica. La modella costituisce la Fica in Sé, il noumeno della Fica. Scopare con una modella è come scopare con l’idea platonica di Fica. Di riflesso, osservare una modella nel segreto della propria intimità equivale ad assistere al dischiudersi del mistero della Fica. E poi avere a che fare con una modella offre notevoli vantaggi economici: una modella puoi invitarla a non cenare fuori. «Ti va di uscire a non cenare fuori stasera?» «Volentieri!».
Scelsi le modelle perché sono uno che non si è mai accontentato ed ha sempre cercato l’oltre, il di più, il superamento. Conobbi però un tale che in questo mi sopravanzava nettamente, uno che pensava veramente in grande: non si faceva le modelle, ma direttamente le stiliste. Era così pieno di sé che quando qualcuno bestemmiava si sentiva chiamato in causa.

Ma non è di lui che voglio parlare, quanto piuttosto dell’unica donna che io abbia mai amato. Amato sul serio, intendo, e non solo carezzato con l’immaginazione, rubando di soppiatto istanti della sua vita. Perché, sì, ad un guardone non è preclusa la possibilità di innamorarsi ed essere amato, di abbandonarsi a passioni carnali e non di solo pensiero, di solo intelletto; ardori condivisi, ricambiati; non solo smanettate quindi, ma pippe accessoriate con l’ausilio di corpi femminili esterni a disposizione dell’operante. No: con Luisa vissi un’intensa, reale, storia d’amore.
A me sono sempre piaciute le donne lisce lisce, completamente glabre anche…lì. Principalmente lì. E’ per questo che sono sempre andato a rimorchiare nei reparti di oncologia. Fu nella sezione Chemio vana che la incontrai. O meglio, mi ci imbattei: affinché si possa parlare di incontro tra due persone, è necessario infatti che entrambe siano in grado di muoversi l’una verso l’altra.
Rimembro ancora con lancinante dolore il giorno della sua dipartita. Era ormai agonizzante, i medici la stavano portando via, io scoppiai a piangere e non la smettevo di ripetere al dottore: «La prego, me la faccia scopare ancora una volta!». Deh, Luisa mia adorata, quanto fosti sventurata! Non tanto per il cancro, quanto perché ti chiamavi Luisa.
Poi venne un angelo e la portò via (Angelo Fabuozzi, il becchino). Ed io tornai alle seghe, sopraffatto dalla falegnameria.

Un guardone dedica l’intera vita al voyeurismo, ad esso la immola ed intorno ad esso la plasma. Inizia a frequentare solo posti e persone che possano essere utili alla sua deliziosa croce, organizza il proprio tempo secondo i ritmi di pussywatching, opera scelte fondamentali in base all’efficacia che potrebbero avere sulla sua attività: dove vivere, con chi, dove lavorare. E’ la sete di conoscenza che spinge a fare tutto ciò. La sete di conoscenza e la fame di fregna, chiaro.
Si imparano un mucchio di cose facendo il guardone, specie sul mondo femminile. Ad esempio, io ho capito che l’attrazione che le donne provano verso i musicisti è sopravvalutata. Una volta infatti beccai una ragazza che aveva sedotto un violinista, del quale si era furentemente invaghita. Uno pensa per il talento, certo. Ebbene, sbirciando una loro seduta di compenetrazione sensoriale (una trombata, sì), la sentii esclamare: «Sì, scopami come se suonassi un violino! O volendo anche un tamburo». Ed ho capito anche che le donne tengono al bell’aspetto per attirare più sguardi possibile al fine di stanare quello che resta indifferente e le ignora. Come essere contenti di cucinare per un’anoressica. Bah.
Ad ogni modo, la volontà di sapere che muove ed agita prepotentemente ogni guardone mi ha spinto pertanto a prendere questa casa in cui mi trovo ora. Mi sono stabilito proprio qui perché dirimpetto abita una ragazza dal corpo che a prima vista sembra essere fantastico, la quale suole cambiarsi molto spesso nei pressi della finestra che tiene quasi sempre spalancata. Una discreta botta di culo, in effetti. L’ho scorta subito appena sono venuto a vedere l’appartamento e – ovvio – ho firmato immediatamente il contratto d’acquisto. Non l’ho ancora veduta in viso, ma spero che questa sia la volta buona. La sto guardonando proprio in questo preciso momento, munito del mio fido binocolo. Benissimo, si è spogliata ed è tutta nuda. Comincio ad esplorare le sue forme come si deve risalendo dai piedi, soffermandomi porzione per porzione. Oh, sì…splendida…ha le gambe di Nicole Kidman…uau, il sedere di Charlize Theron…mmm, il ventre di Jessica Alba…cielo, il seno di Jennifer Connelly…le labbra di Angelina Jolie…gli occhi di Marty Feld…Argh!

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“Diario simulato” 24 – Coccodrillo per una brava persona

Posted by sdrammaturgo su 9 giugno 2009

Johnny Miciomiao era un filantropo. Nelle notti di luna piena si trasformava in una persona generosa e munifica. Oggi il mondo piange la dipartita di un santo, di un benefattore, di uno spirito ardente come una febbre tropicale.
La sua vita ad un tempo lieve ed avventurosa titilla già l’immaginazione di produttori, registi e sceneggiatori di Hollywood, i quali – ne siamo certi – renderanno presto il giusto e meritato tributo a quest’uomo dal cuore grande e palpitante che ha dato il suo piccolo immenso contributo alla storia epica e gloriosa del Nuovo Mondo.
Nato nel 1946 in un piccolo paese del Sud Italia, partì giovanissimo per le lontane Americhe in concomitanza con la notizia dell’inaspettata gravidanza della ragazza a cui aveva giurato eterno amore. Oh, qual nobiltà d’animo e quale tenerezza! La fanciulla era infatti nota per il suo indissolubile legame con le tradizioni degli avi, onde per cui era assolutamente restia a voluttuari, voluttuosi e vacui amplessi che non fossero benedetti dalla luce dell’amore e consacrati a Dio e da Dio; così, l’attento e dolce Johnny (che al tempo si chiamava ancora Giovannino) volle mostrarsi rispettoso della di lei virtù, promettendo alla disiata donzella di prenderla in isposa al più presto e per suggellar il solenne impegno colse il frutto fresco della femminina beltà, mentre colei il cui nome gli pulsava in petto se ne stava voltata di spalle a pregar la Vergine Maria.
S’imbarcò dunque partendo segretamente in una notte burrascosa sulla prima nave diretta verso le terre che portano il nome del prode Vespucci ed ivi rimase senza lasciar recapito veruno, onde non far stare in pensiero la gentil pulzella e soprattutto i suoi affezionatissimi e protettivi – molto protettivi; estremamente protettivi – famigliari.
Cominciò dunque la spettacolare saga di Johnny Miciomiao.
Stabilitosi a New York, si iscrisse alle scuole serali e molti lo ricordano come un indefesso trascrittore delle fatiche del proprio laborioso e remissivo compagno di banco, Frederick Tozzy. Questi soltanto una volta volle dar respiro al proprio sodale, frapponendo un braccio ed un astuccio tra lui ed il buon Johnny. La maestra racconta che quel giorno Miciomiao, evidentemente preoccupato per il proprio compagno, prese stranamente un brutto voto, a differenza del solito in cui le alte valutazioni dei due risultavano puntualmente affini, per la soddisfazione loro e degli insegnanti tutti. Probabilmente il piccolo e debole Frederick venne assalito dai sensi di colpa, tanto forti che l’indomani si presentò in aula pieno di escoriazioni, sicuramente di origine stupefacentemente psicosomatica. La prova definitiva fu fornita da un altro compagno di classe, il quale riconobbe negli ematomi dello studente modello la medesima forma del bastone che Johnny soleva recare sempre seco. Ormai era certo: Frederick aveva pensato così lungamente ed intensamente al caro amico da riempirsi di piaghe simili all’oggetto cui il fido Johnny teneva di più e che più lo identificava.
Intanto Johnny si distingueva nel suo quartiere per le continue buone azioni al servizio della comunità. Innumerevoli sono le prove del suo sterminato amore per il prossimo.
Ad esempio, aiutava sempre le vecchine ad attraversare la strada all’ora di punta, quando il traffico era più denso e le automobili transitavano a velocità sostenuta, e, rifuggendo un facile e dannoso assistenzialismo, a metà le lasciava dicendo a ciascuna: “Va’, ora sai cavartela da sola”.
Ma le sue battaglie civili più note, quelle che lo hanno reso celebre, restano senza dubbio quelle per la salute.
La sua prima opera fu far nascondere un ragazzino gracile in un pozzo artesiano per salvarlo dall’obesità e là lo lasciò, senza fune e senza far voce con nessuno sul luogo in cui il fanciullo si trovasse, affinché le tentazioni dei cibi grassi se ne restassero ben lontane dal suo corpo.
Teneva molto al benessere della mente e del corpo, suoi e della collettività, perciò era un appassionato di jogging. Andava spesso a correre nel parco e, empatico com’era, si sentiva sempre un po’ in colpa quando passava e passava e ripassava a buon ritmo davanti al paraplegico sulla sedia a rotelle che usava prendere un po’ di fresco ai giardini pubblici. E poi andava a saltellare davanti al Centro Anziani.
Divenne celebre allorché, vincendo un’importante gara podistica, fece il suo primo accesso alla televisione. Intervistato dall’inviato del notiziario della sera, spese toccanti parole per le persone che non erano state fortunate quanto lui: “Dedico la mia forma smagliante a tutti i grassi del mondo”.
Volle in tal modo impreziosire un evento sportivo che non era cominciato sotto i migliori auspici: il giorno prima della gara, i concorrenti più forti erano infatti misteriosamente morti per avvelenamento, cosa che aveva traumatizzato la nazione. Johnny fu eccezionale nel riscattare la loro memoria con il suo altruistico gesto, a cui seguì la devoluzione dei soldi del primo premio in favore di alcune prostitute minorenni.
Johnny cresceva e si affacciava al mondo del lavoro. Desideroso di rendere i suoi affari e la sua industriosità utili non già solamente ai fini del suo guadagno, bensì alla comune utilità e specialmente sul fronte ambientale unito all’attenzione per le classi sociali meno abbienti, si adoperò alla costruzione di una discarica per lo smaltimento dei poveri.
Ma l’attività che gli fruttò maggior prestigio e che tanti vantaggi apportò all’esistenza di ogni cittadino fu quella di inventore di segnaletica per momenti di panico come terremoto od incendio. Tra i cartelli da lui ideati, che migliorarono di molto la sicurezza pubblica, spicca senz’altro il diffusissimo “In caso di pericolo, calpestare i più deboli”.
Umile quanto straordinario servo del proprio Paese, si arruolò quindi per il Vietnam. Fu lì che conobbe il suo unico vero grande amore, un amore perduto e mai sopito. Ne parlò in occasione delle celebrazioni per la sua elezione come Uomo del Minuto per la rivista Tyme: “Ero stato catturato in Vietnam. A nulla mi era valso tentare la fuga sulle schiene dei miei compagni agonizzanti. Venni condotto in un campo di prigionia, esposto alle peggiori barbariche angherie, e lei mi aiutò a scappare. Era una vietnamita, viveva nel villaggio in cui era situato quel carcere sudicio ed insanguinato dimenticato da Dio. Si macchiò di alto tradimento verso il suo stesso popolo pur di salvarmi la vita. Di lei persi ogni traccia da quando la lanciai in pasto ai vietcong per distrarli”.
Tornato in patria e coperto di onorificenze, si prodigò in veste di veterano per l’integrazione degli afroamericani. Credendo fermamente e saldamente nei sacri ed alti valori dell’amicizia, della solidarietà, della comprensione e del perdono, nonché della naturale e spontanea concordia tra gli uomini, una volta, per dimostrare la genuina veridicità e fondatezza della propria fiducia nell’altro, chiese ad un ragazzo nero di seguirlo. Senza renderlo edotto sulla destinazione, lo accompagnò a sorpresa presso una sede del Ku Klux Klan, ove, stringendolo per le spalle, proferì rivolto al capo incappucciato: “Salve, costui ha detto che tua moglie è una zoccola, ma so che saprete passarci sopra”. Indi si allontanò al fine di permettere alla fratellanza di compiere il proprio corso.
Non certo indifferente alle lotte per l’emancipazione delle donne e particolarmente sensibile alla tematica dell’interruzione di gravidanza, fu lui il creatore della tecnica di aborto tramite calcio nella panza.
Ispanici, orientali, nativi, omosessuali: non v’era minoranza i cui componenti non portassero sulla pelle i segni visibili dell’impegno di Johnny Miciomiao.
Caro è il ricordo di questo eroe, morto ieri precipitando in un burrone e trascinando nel cadere la sua amatissima consorte per risparmiare all’animo di lei sì fragile e delicato l’asperrimo dolore del lutto.
Commossi salutiamo colui il quale covò fino alla fine un unico grande sogno: la pace nel mondo. E la guerra in tutto il resto dell’universo.

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“Diario simulato” 23 – Il mio compagno di banco

Posted by sdrammaturgo su 30 maggio 2009

Il mio compagno di banco è morto.
Ci siamo accorti solo dopo una settimana, che era morto. Era un tipo schivo e riservato, uno di quelli che passano inosservati. Effettivamente però mi era sembrato più immobile del solito e particolarmente taciturno in quei giorni. Il cattivo odore non ci aveva sorpreso particolarmente. D’altronde, gli altri bambini a pallone non lo facevano mai giocare perché puzzava di pecora. Sapete, era il rampollo di una gloriosa stirpe di pastori. Il suo primo amore era stato una capra. Ma non funzionò.
Solo Michelino Sportelli aveva notato qualcosa di diverso nel suo fetore: “Ehi, ultimamente puzza di pecora morta”, aveva suggerito con discrezione al resto della classe. Ma l’altro niente, immobile, curvo sul banco.
Il bidello, al momento di chiudere la scuola a fine giornata in quei sette giorni, aveva pensato: “Mah, vorrà evitare di arrivare in ritardo domani”.
Quando però lo scossi strattonandolo per il braccio per chiamarlo e controllare se stesse bene ed il braccio cadde sul banco, capimmo che forse c’era qualcosa che non andava.
“Ti inventeresti di tutto per giustificarti!”, lo apostrofò la maestra. Il suo rendimento infatti era piuttosto scarso. Avete presente quelli che sono intelligenti ma non si applicano? Ecco, il mio compagno di banco studiava con dedizione monastica, ma era irrimediabilmente stupido. Non era colpa sua, è che proprio non c’arrivava, alle cose. Non conto più le volte in cui gli ho detto: “Per scendere di sotto devi fare quelle scale là. E la tua colazione è questa”. Ma lui dagli a lanciarsi dal terrazzino e ad addentare il termosifone.
Poi arrivò il medico: “Suvvia, è un mal di pancia dovuto all’agitazione per il compito in classe. Dev’essere un tipo emotivo, il ragazzo”. Ed in effetti la pancia si stava riempiendo di vermi.
Finalmente comunque i becchini arrivarono. E si scordarono la salma del mio compagno di banco nel magazzino delle pompe funebri per un mesetto almeno. Al funerale non ci andò nessuno: il comune non pensò ad attaccare le carte in giro e presto tutti si erano dimenticati che era morto. Neppure io, tant’è che una volta una zia mi chiese: “Con chi stai di banco a scuola?” “Io? Mai avuto un compagno di banco”.
Come faccio allora a scriverne adesso così diffusamente? Semplice: ieri stavo passeggiando lungo un fosso, ho guardato in basso, ho visto una merda di cane ed ho subito pensato: “Cavolo, il mio compagno di banco!”. E così la memoria ha preso involontariamente a correre: l’infanzia in paese, il tè e biscotti prima della messa, il primo amore del mio amico con i suoi tormenti, il suo matrimonio infelice, i salotti buoni, le cene dai Guermantes. Cavolo, erano i ricordi di un altro. Però mi è sovvenuto pure il mio compagno di banco: i ricordi di quell’altro erano decisamente noiosi.
Il mio compagno di banco era prodigo e disponibile con tutti. Era sempre la persona giusta al momento giusto. Quando non serviva a nessuno.
Era una sorpresa continua, quasi mai buona.
Aveva mille facce. Tutte uguali.
La sua famiglia non si curava granché di lui. Era una persona molto sola. Quando tornava a casa, al massimo trovava ad accoglierlo qualche blatta morta sul pavimento dell’ingresso.
Era messo talmente male che una volta Edmondo De Amicis gli diede una pacca sulla spalla.
Però era imbattibile a nascondino. Nessuno si ricordava mai di lui e faceva sempre tana. Spesso a distanza di qualche giorno da quando si era nascosto.
Aveva un’altra dote: nuotava benissimo. Quando la scuola ci portava in piscina, era un piacere vederlo sguazzare. L’acqua era il suo vero habitat naturale. Vedi a volte la sfiga: sarebbe stato un’ottima aringa ed invece era nato essere umano.
Aveva sogni piuttosto modesti. Sapete, tutti i bambini sognano di fare il calciatore, il detective, il pilota, l’esploratore. Lui sognava di fare quello che traccia le righe del campo con il gesso, la guardia giurata, l’insegnante di scuola guida, l’impiegato in un’agenzia di viaggi.
Nonostante tutto ciò, si salvò sempre dai bulli, perché si dimenticavano di picchiarlo.
Ora riposa in pace, da qualche parte, chissà dove.
Sulla sua lapide manca il nome, perché né noi né i genitori né nessun altro si riesce a ricordare come si chiamasse.

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“Diario simulato” 22 – Il mio amico serial killer

Posted by sdrammaturgo su 23 marzo 2009

Tempi di facili mode, son questi. E forse tempi di facili mode son sempre stati. L’essere umano è un animale imitatore ed emulatore, come d’altronde ogni altro animale. Ed anzi più d’ogni altro animale: egli – l’uomo – ha avuto infatti dalla sua (o contro la sua che sia) la scrittura e le immagini, e dunque i media, ad ampliar ed amplificar il fascino e la febbre dei modelli da riprodurre.
C’era quel tale che narrò le peripezie del decaduto nobile bislacco che avendo letto troppi romanzi cavallereschi volle diventar cavaliere anche lui; o quell’altro, che raccontò della donna di poco valore rovinata da libri di nessun conto; e ci fu un tempo in cui ci si uccideva con la W impressa sul cuore, per esser più romantici di quanto fosse concesso nella vita vera, fuor della carta.
Poi venne il porno, ed i sogni mutarono, ma questa è un’altra storia.
Chissà dunque come sarebbero andate le cose se il mio amico avesse letto altri libri, visto altri film, visitato altri siti. Magari tutto sarebbe stato diverso, anche se la sua insana e monomaniaca passione non era certo un caso e prima o poi il marcio che aveva dentro sarebbe emerso, anche senza incentivi mediatici. Sì, fissato con i serial killer, Hans Burger, mio compagno d’infanzia, si dedicò per tutta la vita a diventare come i suoi malati miti, prodigandosi con inquinata perizia certosina.
C’è chi da piccolo sogna di diventare calciatore, chi vuole fare il poliziotto, chi ambisce a farsi prete. Hans Burger desiderava essere un serial killer.
Tutta la sua vita era all’insegna della perversione: la sua canzone preferita era Ciucciami le verruche di Duns Scroto, cantautore asceta con tre palle, neomelodico splatter di formazione mitteleuropea, che viveva in un eremo sulla tangenziale e dormiva in una bara piena di gorgonzola; stravedeva per il gruppo metal Anal Devastation, noti per la hit Necropedopornocoprofagia, che parla di uno che dissotterra cadaveri di bambini finiti in vita nel mercato nero degli snuff movie e che al momento della morte si sono cagati addosso, li scopa e poi li mangia con il pane in cassetta. Che schifo immondo. Voglio dire, pane in cassetta, che atrocità. Inoltre non perdeva una puntata di Scene da un matrimonio con Davide Mengacci.
Sarà perché aveva avuto un’infanzia difficile: un padre sempre presente ed affettuoso, una madre amorevole e gentile, dei fratelli giocosi, solidali e discreti. Ma il tutto si svolgeva in una buca nel terreno.
Amava moltissimo la lettura. Aveva una vera venerazione per Alice nel paese delle meraviglie, ma la sua famiglia era così povera che non poteva permettersi l’edizione originale. Nella sua versione di sottomarca, il Bianconiglio seminava Alice e durava tre pagine.
Con noialtri bambini non giocava mai. Se ne stava in disparte a sperare che qualcuno si facesse male.
Ecco cosa succede a passare nottate ad imparare a memoria le vite dei più grandi assassini seriali della storia, sui quali sapeva tutto: conosceva ogni dettaglio sconosciuto, era costantemente a caccia di aneddoti inediti o poco noti, e condivideva la sua cultura parlando diffusamente dei risultati dei suoi studi.
Devo ammettere che ho appreso diverse chicche grazie a lui. Ad esempio, molti sanno che Ted Bundy, prima di uccidere le vittime, le torturava in ogni modo possibile, addirittura infilando loro una doga del letto nella vagina, ma nessuno sospetta che il suo sadismo era capace di atrocità ancora maggiori: le costringeva a giocare a carte. Alla diciottesima mano di ramino, le ragazze imploravano la morte.
Ed era nulla in confronto al dottor H.H. Holmes, il quale straziava le prede trascinandole in una spirale di orrori inauditi: le portava ai pranzi della comunione dei cugini riboccanti di parenti che dopo la crostata ballavano il liscio con un occhio alla partenza del Gran Premio; il pomeriggio passeggiata fuoriporta sul lungolago a prendere il gelato e la sera festa gagliarda per la promozione di un collega, tra scherzi spassosi e racconti divertenti sulla vita dell’ufficio.
Ma il personaggio che ammirava di più era il tanto misconosciuto quanto terribile Joseph Sgrull, il cui passatempo era lanciare neonati dal cavalcavia sulle macchine in corsa.
Fu all’ombra di questi cattivi maestri che crebbe e se ne andò di casa, ma la miseria lo perseguitò. Lo stipendio gli bastava a malapena per l’affitto di un pulcioso buco seminterrato. Un solo pensiero continuava a ronzargli in testa: ammazzare, ammazzare, ammazzare. E per una persona costantemente bisognosa di stimoli come lui, il lavoro come custode notturno del cimitero non offriva molti spunti di realizzazione.
Aveva sempre avuto manie di grandezza, ma non riusciva neppure a pagarsi il riscaldamento. Ogni inverno si serviva di un bue e di un asinello. Probabilmente, gli aliti pesanti dei due animali concorsero a sconvolgere la sua già fragile mente. Il che spiega anche il Cristianesimo.
Divenne dunque via via sempre più malvagio, spietato, instabile.
Non si gustava nemmeno una pietanza se il cibo non era frutto della giusta sofferenza, quindi mangiava solo carne di animali morti di crepacuore per la prematura scomparsa del cucciolo. Siccome gli piaceva giocare a calcetto, per stare sicuro sull’origine dei palloni aveva schiavizzato personalmente un paio di bambini cucitori.
Ed era talmente paranoico che quando era solo in casa, barricato per benino, e si faceva la doccia, se gli cadeva la saponetta, si chinava con aria circospetta per paura di essere inculato dall’amico immaginario.
Secondo il parere degli psichiatri che lo avevano seguito, una delle cause principali della sua sadica pazzia era l’incapacità di accettare la sua impotenza. Egli però si ostinava a sostenere che non era impotenza: aveva solo un periodo refrattario di dodici anni.
Una volta cercò di compiere uno stupro, ma fece cilecca. La tipa ci rimase malissimo. A nulla valsero le varie rassicurazioni: “Giuro che non mi è mai successo prima, non è colpa tua, non-sei-tu-sono-io, è che ero un po’ stanco”. La ragazza, frustratissima, entrò in analisi.
Intanto, perfezionava le sue tecniche di delitto fino a che non fu pronto per il passo decisivo: l’omicidio inaugurale.
Il primo tentativo fallì per un soffio: aveva visto una donna attraente e gli era sembrato che gli avesse ammiccato; prese a pedinarla e ad ogni passo gli sembrava che la gonna dell’obiettivo designato si facesse via via più corta; giunsero in un vicolo buio, la ragazza si fermò di colpo, lui fece un balzo verso di lei ed al momento di assestare la pugnalata, scoprì di essere su una candid camera.
La seconda volta sarebbe stata un successo, se non si fosse accanito su un manichino.
La terza diede forfait per una sciolta improvvisa.
La quarta perse l’autobus.
La quinta non gli suonò la sveglia.
La sesta si dimenticò il coltello a casa.
La settima rimase sorpreso, perché la vittima gli aveva detto che avrebbe spiegato.
L’ottava, era arrivato Gianfranco Rotondi prima di lui.
La nona, andò a cercare minorenni vergini in seminario, ma erano finiti.
La decima, dovette ripassare dal via.
L’undicesima, si trovava a Bolzaneto ma non aveva una divisa.
La dodicesima, quel che volete.
La tredicesima, gli venne tagliata dal Governo.
La quattordicesima, valutò opportuno preparare il terreno con una lettera anonima, ma evidentemente non aveva ben compreso in cosa consistesse, dato che vi scrisse “tante care cose” e la firmò per poi spedirla senza apporvi indirizzo alcuno.
Insomma, stentò ad ingranare e la sua attività non decollò mai.
“Hans, Hans…”, gli ripetevo sempre. E poi basta, che vi aspettavate? Sono sempre stato una persona inconcludente. D’altro canto, lo vedete voi stessi che amici che ho avuto da piccolo. Anche questo racconto, mica so come portarlo a termine.
Va be’, comunque, fondamentalmente rimase sempre una persona sola, molto sola; così sola che prima di masturbarsi si agghindava di tutto punto.
Resta nella storia come il serial killer meno prolifico di tutti i tempi, avendo collezionato zero vittime e due multe per divieto di sosta.
Infine, la sua crudeltà gli tornò utile e grazie ad essa trovò un impiego in un’agenzia pubblicitaria.
Perché vi sto parlando di lui? Perché è morto qualche giorno fa e sentivo la necessità di ricordarlo. Com’è morto? L’ha ammazzato una sua vittima.
L’epitaffio impresso sulla sua lapide recita: “Hans, Hans…”. E poi basta. L’ho scritto io.

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Il paralitico

Posted by sdrammaturgo su 28 febbraio 2009

Ha proprio ragione Vittorio Messori: la vera guarigione a Lourdes è quella spirituale.
Quella fisica non conta, è banale, è grossolana, non va più di moda. L’importante è il risveglio nel Cristo. Tu ti addormenti, poi ti risvegli e senti freddo; provi ad alzarti e batti la testa; è tutto stretto e la coperta ti raspa; ti chiedi: “Ma dove sono finito?” “Nel Cristo”. E ti rallegri di ciò.
Voglio portare quindi la mia umile testimonianza di paralitico, di chi a Lourdes c’è stato ed è guarito spiritualmente. Sì, a Lourdes ci sono stato, e mi sento un uomo nuovo.
Ammetto che inizialmente, in cuor mio, in un piccolo miglioramento di salute ci speravo. Volevo almeno recuperare l’uso del naso, in modo tale da poter tirar su quando mi cola senza dovere ogni volta sporcarmi la camicia di moccio. Ma allora non capivo, mi sfuggiva la verità, ancora schiavo com’ero di facili vanità. Il nostro corpo non è che un vuoto involucro, un vestito di poco conto (ed il mio sta agli altri corpi come la canottiera di lana di mio nonno sta all’alta moda). Ciò che deve interessarci è l’anima! L’anima, ch’è l’aria di Dio, come ci dice sempre Don Fernando in parrocchia. Mi chiedo da dove Dio abbia emesso il venticello dell’anima mia. Quest’anima che io ho percepito nitidamente a Lourdes. Sì, io, per la prima volta, ho sentito la mia anima, l’ho vista librarsi in volo, paralitica anch’essa.
Insomma, sono tuttora paralitico, ma ho fatto una bella gita.
Il viaggio era stato organizzato per noi pazienti della clinica Santa Augustina Tranciata Lessata E Come Se Non Bastasse Pure Vilipesa dalle Suore Vituperate dell’Incalcolabile Dolore della Madonna Sconfitta, che sono riuscite a mettere insieme una bella vagonata di infermi e ci hanno accompagnato festosamente con la mestizia che le contraddistingue. C’eravamo proprio tutti: io, paralizzato dalla testa ai piedi, che posso muovere solo il mignolo del piede sinistro, cosa che mi è molto utile quando ho bisogno di sgranchirmi un po’; Giuseppetto, quello senza il braccio sinistro, che ama molto il tennis, ma gli dice male perché è mancino; Antonello del terzo settore, che vive in isolamento perché è allergico a se stesso, ma questa misura sembra averlo peggiorato; Gismondo, che è nato con una grave malformazione (ha un cazzo enorme di cui però non se ne fa nulla, perché è brutto come la fame; l’altro cazzo invece è normale); Pietro, amante del jogging, a cui mancano tutti gli organi interni tranne la milza; e tanti e tanti altri ammalati. Un discreto carico di disgraziati, non c’è che dire.
I problemi si erano presentati già alla scelta del mezzo di trasporto. L’aereo era da escludere, poiché ad alta quota la testa di Sergio, l’idrocefalo dall’elevatissima temperatura corporea (raggiungeva tranquillamente gli ottanta gradi. All’ospedale scaldavamo la minestra sulle sue chiappe), aveva quello che la nella terminologia scientifica viene chiamato effetto pentola-a-pressione. Il pullman non si poteva prendere, visto che Gualtiero era nato trapezoidale e non si sarebbe riuscito ad incastrarlo bene neppure nel vano bagagli. Povero Gualtiero, detto Tetris. Le suore optarono allora per il treno. Ma Aristide, autistico, riusciva a viaggiare solo tenendo la testa fuori dal finestrino come i cani. Dopo la prima galleria, è stata una fortuna trovare nelle tasche della sua giacca un biglietto in cui tempo addietro aveva scritto con grafia tremante ed approssimativa che era stanco di vivere: ci siamo sentiti sollevati.
Alla partenza eravamo tutti felicissimi, al limite dell’euforia. Cosa che è risultata fatale al povero Nicolino, dal cuore estremamente debole.
Le suore, con amorevole severità, ci hanno prontamente proibito di essere troppo contenti, ché poteva essere peccato. Un’accortezza che ha salvato la vita a diversi altri di noi.
Comunque, siamo riusciti ad arrivare a destinazione con perdite ridotte. Ne approfitto anzi per ricordare i caduti nel cammino della speranza: Luigi, morto di piscio all’età di trentacinque anni; Massimo, ora in paradiso hai recuperato le gambe che ti sono mancate come non mai tra i gradini del vagone e la banchina; Demetrio, sopraffatto dal tumore a pochi metri dal traguardo; Gioacchino, beffato dalla cecità e dalla sordità al momento di attraversare il binario.
L’albergo era discreto ed accogliente, il servizio ottimo. Dal personale ci sentivamo trattati veramente alla pari e questo ci faceva stare bene. Nessuno si accalcava dietro la mia carrozzella per scommettere con gli amici in quanto tempo avrei percorso una ripida discesa; nessuno voleva spingermi a tutti i costi per farsi bello con le ragazze. Niente di tutto questo. Il motto della casa affisso ovunque era: “Gli infermi non se ne approfittino”.
E poi con la mezza pensione era compreso anche il pranzo: miracolo.
E non è stato l’unico evento miracoloso manifestatosi lì dentro. Un fenomeno divino ha infatti sbalordito ed emozionato tutti i clienti dell’albergo: una volta, un bambino, vedendomi mangiare con la cannuccia, ha esclamato verso la madre, con quello spirito di dolce capricciosa imitazione tipica dei frugoletti: “Anch’io voglio cenare con la cannuccia!”. Il giorno dopo era paralitico anche lui.
Eh sì, ho fatto proprio bene a seguire il consiglio del mio medico, il quale mi aveva esortato: “Ma certo, vacci, magari trovi pure qualcos…hem…qualcuna simile a te, una ragazza come te”. In effetti – Dio mi perdoni – lo ammetto: mi sono invaghito della statua di Bernadette.
Già, a Lourdes ho capito che non sono solo: il buon Dio ha visto bene di fare il mondo pieno di paralitici.
In quel santo posto, durante una veglia di preghiera, allo scoppiettante sound di un rosario bello tosto, ho potuto assistere ad una scena commoventissima che mi ha fatto comprendere tutto l’infinito splendore e l’inaudita magnificenza del Padre Celeste: un vegliardo affetto da artrosi della tipologia D.Q.I. (=Di Quella Ignorante) aveva le ossa così zeppe di grazia di Dio che non riusciva a trovare un’angolatura ottimale per bere l’acqua magica da una fontanella; sfidando i reumatismi con fede incrollabile, aveva raggiunto faticosamente i quasi novanta gradi; l’onnipotente Iddio aveva allora voluto premiarlo bloccandolo in quella posizione affinché il pio anziano potesse far scorrere il sacro liquido in entrambe le cavità della gola al fin di tossir via il diavolo che si era impadronito delle sue articolazioni. Dovevano esserci ad occhio e croce un tre o quattro chili di demonio dentro quell’eletto del Signore, vista la veemenza dei suoi spasmi. Con gli occhi di fuori, senza fiato, il vecchino si è così liberato dalla morsa di Satana correndo direttamente nelle braccia del Signore.
E’ vero, sono guarito spiritualmente: prima ero uno che dalla sorte era sempre stato bastonato, ora ne sono entusiasta. Ho capito che Dio lo fa per noi, per farci godere meglio le gioie del paradiso: se sei stato sempre bene, poi non è che ti cambi granché; ma se in vita consideravi un successone non cagarti nelle mutande appena cambiate, quando ti ritrovi in mezzo ai cori angelici ed alle band dei santi, il salto moltiplica il piacere.
Sì, sono partito paralitico per quel luogo colmo d’acqua divina e conseguentemente santa umidità, e sono tornato a casa paralitico e con il raffreddore. Ma ora l’esistenza mi sorride. Ho persino trovato subito lavoro. Adesso faccio l’accompagnatore sull’autobus nell’ambito di un progetto di benessere socio-psicologico patrocinato dal comune: vado sui mezzi pubblici insieme ai passeggeri e, se si incazzano perché è troppo affollato e sono costretti a rimanere in piedi, guardano me, pensano che poteva andare peggio e si rincuorano.
Non ho alcun dubbio, nessuna esitazione, e lo grido a gran voce (o almeno vorrei, dato che non posso muovere la bocca e la lingua): grazie Dio per avermi fatto paralitico!
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Appendice – La paraculata perfetta


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Diario simulato 20 – Il nichilismo di Andreino da Monte

Posted by sdrammaturgo su 5 gennaio 2009

Emanuele Severino scorge in Giacomo Leopardi il vero fondatore del nichilismo, ancor prima di Friedrich Nietzsche, ancor prima di Jean Paul Richter, ancor prima di Turgenev, ancor prima di un avventore a caso di un baretto qualunque del Centro Italia.
Ebbene, oggi possiamo affermare con certezza che Severino si è sbagliato, benché non per colpa sua: io, Gian Aristarco Samotraci, annuncio infatti con malcelato orgoglio il ritrovamento di un documento del tutto inedito del recanatese, di capitale importanza, che dimostra come Leopardi stesso si rifacesse in realtà alla filosofia di un altro pensatore, le uniche copie dei cui testi erano nascoste nella biblioteca del nazional gobbetto ed ivi sono rimaste nascoste fino a che non sono state rinvenute accanto a delle incisioni erotiche di gusto tardo-rococò (su cui si ipotizza che Giacomo ed il fratello abbiano passato più e più tempo negli anni della gioventù, almeno stando alle sospette incrostazioni striate visibili sulla superficie delle litografie) dall’attento lavoro di spolvero della sora Adele Marozzi.
Si tratta di una raccolta di riflessioni che va ad affiancarsi allo Zibaldone e nella quale risulta chiaro fin da una prima lettura che Leopardi ha riversato tutto il suo reale pensiero pessimista. Il tenore del tomo appare difatti ancor più cupo rispetto a quello del più celebre Zibaldone. Si intitola Il Darchettone ed alla luce delle sue pagine urgerà ripensare tutte le nostre interpretazioni di Leopardi, che non avevano potuto tenere conto di questo fondamentale volume. Sto già preparando perciò una nuova edizione aggiornata del mio saggio sugli appunti del recanatese a proposito della poesia greca e latina, il famoso trattato filologico Gli scolii dello scoliotico, celebre per l’appendice biografica sulla vita sessuale segreta di Leopardi, intitolata Lo scoliaste con lo scolo – Glosse a margine di Mosco e Boezio tra una baldracca e l’altra.

Il Darchettone è pressoché interamente dedicato alla figura di colui il quale Giacomo Leopardi considera il suo grande ed inimitabile maestro: tale Andreino da Monte, sconosciuto umanista vissuto a cavallo tra il XV ed il XVI secolo, che si rivela essere il vero primo nonché massimo nichilista di tutti i tempi. Questi catalizzò, a quanto pare, tutta l’attenzione del Leopardi fin dalla più tenera età. Il resto lo copiò da un misterioso compagno di banco, Luigio Anatroccoli, il quale poi intraprese gli studi di legge, dissipando in siffatta maniera tutta la fenomenale cultura che aveva lungamente accumulato.
Come Socrate, Andreino da Monte non ha scritto alcunché, ma non già in virtù di radicate convinzioni sul valore del verbo orale, bensì perché non ne aveva voglia. Tutto ciò che sappiamo di lui lo dobbiamo al suo allievo – benché egli non amasse considerarlo tale, preferendo il più sobrio e meno pretenzioso appellativo di galoppino – Giovannone detto l’Ápeiron (pare per l’armonia delle sue forme fisiche non esattamente perfetta) il quale, novello Platone, ha raccolto con dedizione certosina tutto quel che riguarda la vita, gli aneddoti, le sentenze, le speculazioni e le meditazioni del suo nume tutelare nel libro dall’agile titolo Qui sto e qui resto, o del campare controvoglia dal momento che tanto ormai si è nati quindi a che pro affannarsi troppo a maledir la matre e lo patre e l’Iddio e l’universo toto, ove si narrano le vicende et si scrive lo pensiero dell’eccellentissimo Andreino da Monte, filosofo, poeta, matematico et cetera plus varie et eventuali, et spezialmente di quella volta in cui cuocendo zuppa in ampia casseruola ebbe a lamentarsi dell’assenza di scalogno onde per cui recossi da Alfiero contadino ed ivi reclamavit l’alimento et subito fue dato ed ei ringraziò lo buon Alfiero che peraltro era figlio del povero Tomaso, colui che una volta legando il cavallo scivolosse in pozza merdosa del suddetto caballo e presto irato mandò lo puledro da Pietro beccaio e del ronzino mai più s’ebbe novella.
Ciò che emerge dalle sue pagine, e che Leopardi prontamente e con enorme ammirazione rileva, è un nichilismo assoluto, una trasvalutazione e conseguente crollo di ogni valore dell’esistenza, del mondo e delle cose, l’assenza di ogni ordine e Senso, la totale rinuncia ad ogni concetto di Bene, Bello e Giusto. Cosa che risulta ancor più sconvolgente se si pensa che egli ebbe la sua acmè in un’epoca – il Rinascimento – caratterizzata da rinnovate speranze e vigorosa fiducia sulla posizione e sulla condizione dell’uomo nella Natura e nella Storia e nella quale non erano ancora stati inventati i botti di capodanno.
Andreino nacque a Padova, o a Salerno, tanto è uguale. La data è ignota, ma l’arco temporale in cui visse è ricavabile dai racconti sui suoi incontri e confronti con le più insigni personalità della sua era. Neppure a lui stava comunque a cuore saperla o scoprirla, tant’è ch’ebbe a dire in proposito: “Non è importante quando io sia nato, quanto se ciò mi sia stato utile”.
Uomo di multiforme ingegno, Giovannone scrive di lui:

[…] Si dedicò alle lettere, alla metafisica, alle scienze naturali, affrontando ogni disciplina con egual disinteresse. Ad un viandante che in vecchiaia gli dimandò cosa lo avesse spinto a tutto cognoscere e tutto indagare, prontamente l’Andreino rispose: “Sono nato nel Quattrocento: l’alternativa allo studio era passare le serate a guardare la brace nel camino. Avvincente, per carità, ma la sapevo a memoria” […]

Dalle pagine di Giovannone l’Ingente (altro nomignolo – ci dice Leopardi – con cui era noto a causa della sua abbondanza strutturale) emerge l’immagine di un erudito ingiustamente dimenticato che incise profondamente nella cultura di quegli anni.
Un esempio è il cosiddetto Commentario di una riga a Gli asolani di Pietro Bembo, dialogo neoplatonico in cui l’illustre letterato affronta il tema dell’amore e della bellezza, chiedendosi se il vero amore e la vera bellezza risiedano nello spirituale oppure nel materiale. Andreino da Monte interviene così: “Nessuno si è mai accorto che Pietro Bembo fondamentalmente parla di figa?”.
Fu anche il primo a fornire un’interpretazione – che oggi definiremmo moderna – del Principe di Machiavelli: “Mi par claro che lo Maclavello ci dica, essendo brevi, che lo fine giustifica lo mezzo. Ergo, veggendo con nitore lo scopo della vita mea, reputo i’ essere nel giusto allorché trascorro ogni dì da mane al meriggio all’imbrunire blandendo riccamente li miei pomi della fertilità”.
Di particolare rilevanza è anche la sua critica all’Ariosto ed al suo Orlando furioso, contro cui Andreino scrisse – caso eccezionale, specie per l’inconsueta prolissità – l’Orlando savio, poema in due versi:

Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,
tutta fatica sprecata.

Apprendiamo che questo gigante dell’incolorismo-inodorismo-insaporismo viaggiò molto ed incrociò lungo il suo cammino nientepopodimeno che Leonardo da Vinci, con il quale ebbe un fruttuoso scambio di opinioni. Andreino lo incalzò in cotal guisa: “Divin Leonardo, i’ so che voi vi siete occupato del corso delle acque e del fluir delle stagioni; avete esplorato la natura tutta esaminando le piante e le pietre e gli animali; noti vi son il sangue, le interiora, i muscoli e la mente umana; il più grande siete tra gli ingegneri e gli architetti; pintore ineguagliabile e inarrivabile, centinaia e centinaia di carte, cartoni, pale e tele avete pintato con la vostra dipintura; et ancor le matematiche avete fatto vostra scienza, e le umane littere; per voi non v’ha segreti l’alchimia e milioni e milion di fogli pieni son del vostro inchiostro e vostro genio. Or dicetemi, Leonardo: chi te lo fa fare?”.
Di passaggio a Roma, poté prendere visione degli affreschi della volta della Cappella Sistina, ultimati non da molto da Michelangelo. Ecco come Giovannone il Disomogeneo (altro suo soprannome derivato dalla grazia e dall’equilibrio del suo corpo) racconta il suggestivo evento:

[…] Introdotto nelle sante stanze dal cardinal Leonzio de’ Pedoporni, ei prese a camminar sul pavimento ove iam passaro papi e porporati e dipintori eccelsi e lo più eccelso fra tutti i dipintori. Guardava quel che Botticello e Domenico el Ghirlandaio e Perusino, Cosimo e Pier di Cosimo e Luca e Pinturicchio fecero tempo addietro. Poi, d’un tratto, s’arrestò e, volgendo il guardo verso l’alto e spalancatasi sì immensa visione ch’empieva del divino li colori, pervaso di celeste sapienza proferì: “Mah, io avrei dato una mano di bianco e via” […]

In un’epoca in cui gli intellettuali di corte solevano destinare i propri lavori alla gloria dei propri signori e mecenati, codesta mente errabonda, trovandosi presso Isabella d’Este, che lo aveva accolto sotto la propria ala, volle dedicare alla sua amata protettrice l’unica opera che ritenne adeguata alla magnificenza di lei. Si prodigò allora in un imperioso pippone che concluse nella latrina del Palazzo dei Diamanti di Ferrara.

Avvenimento chiave per comprendere a dovere l’animo e la filosofia di questo imperturbabile genio è di certo il tentativo di rapina di cui fu vittima durante il suo soggiorno a Napoli. Affidiamoci un’altra volta alle parole di Giovannone il Grassone Schifoso (così detto – fa notare Leopardi – per la sua leggiadria):

[…] Similmente a come accadde al rocambolesco Benvenuto Cellino, poi che si dipartiva da Partenope con li dinari addosso, un brigante piombò sull’Andreino e sorse diverbio tra li due per la sete di ori del primo e la fame di vita del secundo:

“O la borsa o la vita!”
“Faccia lei”

Giovannone prima e Leopardi poi concordano nel reputare la seguente frase come la più indicativa, esplicativa e sintetica dell’intera filosofia di Andreino da Monte:

Tutto quel che m’è di necessitade cognoscere truovasi nello Ecclesiaste – “Vanità delle vanità, tutto è vanità. Niente di nuovo sotto al sole” – e nel savio favellar di Gige carrettiere, che quando spossato giugne a casa dopo il longo jorno di travaglio, appressandosi al sudato e parco desco e’ sussurra: “Ma che campo a fa’, pe’ ‘na tazza de brodo?”.

Encomiabile ricerca ha condotto inoltre Giacomo Leopardi scovando tracce dei pensieri e delle parole di Andreino Da Monte in molti capolavori della letteratura. Leopardi, nelle lunghe dissertazioni del Darchettone, ha dimostrato incontrovertibilmente come molti dei maggiori scrittori della storia si siano serviti di Andreino, tenendo nascosta la fonte della loro ispirazione.
Basti pensare, per esempio, a Calderòn de la Barca e confrontare il suo dramma principale con un passo del Qui sto e qui resto:

[…] “La vita è sogno”, si ripeteva Andreino speranzosamente mentre svolgeva le proprie mansioni alla Locanda dell’Incontinente ove avea trovato lavoro come lucidatore di pitali. […]

Oppure, un nome su tutti, William Shakespeare:

[…] Sostiene Andreino: “Essere o non essere, tanto che cambia?” […]

Notevole è dunque l’eredità che questo genio ritrovato ci lascia: grazie a lui, e grazie a Leopardi che della sua voce si fece foriero e megafono, or sappiamo che il brodo è acqua calda, che Camillo Sbarbaro era un buontempone e che fregna e legna, di contro alla vulgata comune, possono essere interscambiabili. (Dubbi rimangono comunque sul binomio fica e ortica, almeno fino a quando non avrò portato a termine il saggio Come reagiva Andreino da Monte al prurito?).

Uno slancio di ottimismo, però, una volta lo ebbe: “Questo mio tempo, tutto sommato, mi piace, poiché l’aspettativa di vita media, almeno, è parecchio bassa”.
Ma il destino beffardo lo volle straordinariamente longevo: morì a centovent’anni, piuttosto annoiato.

*

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Appendice – Dialogo tra mercante e cliente in una bottega del XIV secolo

“Bono jorno, havvi longo spago?”
“None, non havvi”
“Sei sicuro che non havvi?”
“Me cascassero le mano”
“Controlla bene”
“Sed si t’ho ditto che non havvi, non havvi”
“Oh, non c’è niente da facere: niuno havvi isto benedicto ispago”
“Tamen tengo in loco dua gomene et est offerta: capti dua, prendi tres”
“Et che ce fo cum dua gomene?”
“I’ non sapio. I’ per exemplo le reco semper meco e si necesse tosto el lego a ista gran cippa de…”
“Capio, capio. Arrimirarci”

*

*

Appendicite dell’appendice – Botta e risposta tra un liberto ed una vestale nella Roma di Traiano

“Pulchra puella, habes duo magna pira!”
“Turpis puer, habes parvam fabam, si habeas”

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“Diario simulato” 19 – Montana Smith, tombarolo

Posted by sdrammaturgo su 25 agosto 2008

Che dire della mia vita? Rocambolesca come quella di un’aquila nella tormenta, un funambolo durante un terremoto, un obeso su un ponte tibetano.
Le mie imprese sono note a tutti voi: sono state già ampiamente narrate in capolavori della cinematografia d’avventura quali Montana Smith ed il Pallone nella Casa dei Vicini, Montana Smith ed il Barattolo sullo Scaffale Altissimo, Montana Smith contro la Sciatica, Montana Smith e il Sacro Osso.
Ma pochi, anzi nessuno, tranne chi la visse in prima persona, è a conoscenza della mia più mirabolante avventura: il recupero delle Cinquecento lire dietro al Comò.
E’ giunto il momento di raccontare questa inedita storia della mia biografia, poiché farvi un sì prezioso regalo mi sembra il modo più giusto per festeggiare la mia pensione. Ed anche perché non ho altro da fare mentre aspetto la badante che venga ad aiutarmi ad alzarmi dal letto. Giacché, come ben sapete, le peripezie di cui fui impavido protagonista alle prese con la Sciatica ed il Sacro Osso non mi hanno lasciato indenne.

Ricordo ancora nitidamente la mattina in cui ebbe inizio la vicenda delle Cinquecento lire dietro al Comò.
Avevo appena finito la mia lezione al Centro Recupero Anni Scolastici su come riprendere un frisbee finito su un albero servendosi di un sasso, un bastone ed un ragazzino occhialuto da costringere ad arrampicarsi, quando nel mio ufficio trovai ad attendermi Nicolyn Ravensburger.
Nicolyn era un mio carissimo amico di vecchia data. Eravamo stati compagni di studi all’Istituto di Formazione Professionale per Aiuto-Elettricisti e Facchini di Idraulici, avevamo condiviso le prime esperienze di scavo in miniera ed era lui a procurarmi le dritte migliori per il mio lavoro di tombarolo dell’avventura.
Era un bel po’ di tempo che non ci vedevamo. Nicolyn aveva deciso di darci un taglio con la solita routine. Era stufo della sua vita abitudinaria fatta di impegni e scadenze fisse, così aveva deciso di mollare tutto ed andarsene. Era partito allora per un paese che non conosceva. Si perse, tornò indietro e riprese il suo posto da catalogatore di servizi da tè.
Era un vero topo d’archivio: sapeva ritrovare con una maestria impareggiabile i cucchiaini d’alluminio finiti per errore in mezzo alle tazze di coccio e rimettere tutto a posto.
Sapete, aveva avuto un’infanzia piuttosto difficile e per dimenticare si era buttato anima e corpo nella sua passione per l’attività archivistica. Non deve essere affatto facile per un bambino, specie per uno fragile e malaticcio com’era lui, vedere la propria nonna intenta in atti di zoofilia con un vitello. Ed era il vitello ad essere zoofilo.
Ad ogni modo, seppure con fatica, crescendo aveva superato il trauma ed ora era lì, seduto di fronte alla mia scrivania.
“Ciao Montana”
“Ciao Caccoletta-dalla-nonna-bovinamente-deflorata” (era questo il soprannome con cui era conosciuto fin da piccolo)
“Ho qualcosa di grosso per le mani”
“Anche tua nonna”
“Ti ricordi di Sir Roland Buzzin?”
“Chi, quello mezzo frocio?”
“Mi ha contattato l’altro giorno dicendomi che ha bisogno di noi. Gli sono rotolate cinquecento lire dietro al comò”
“Ommioddio!”
“Già”
“Ed ora scommetto che non riesce più a riprenderle”
“Si tratta di un’operazione della massima delicatezza. Solo tu sei in grado di riuscirci. Questo è un affare per te, Montana!”

L’occasione era troppo ghiotta. Una missione del genere capita una sola volta nella vita a chi fa il nostro mestiere. Avevo sete di nuove avventure.
L’indomani partimmo alla volta dell’Inghilterra. Destinazione, la tenuta di Sir Roland Buzzin nello Wiltshire.
Buzzin era un aristocratico erudito molto noto nel mondo dell’archeologia hobbistica.
Era stato l’ideatore della collana Costruisci da solo la tua collezione di farfalle da utilizzare come scusa per portare strappone in casa, era il maggior collezionista al mondo di noccioli di frutta comune ed era inoltre noto come l’uomo più bello di Malmesbury dopo Thomas Hobbes.
Persona di eccezionale sensibilità e grande animatore culturale, attento anche alla sfera ludico-folkloristico-tradizionale, a lui faceva capo il comitato organizzatore del Festival del Sollazzo Eugenetico, che prevedeva eventi sportivi di alto profilo come la corsa dei paralitici in discesa o la gara di nuoto sincronizzato per mutilati di guerra.
Amante dei motori ed interessato al misticismo, a lui si deve anche il coordinamento della Cronoscalata del Monte Athos.
Insomma, egli era la prova vivente che Darwin aveva ragione ma era stato troppo ottimista.
Ci accolse con estrema cordialità, sebbene qualche anno addietro aveva avuto un piccolo screzio con me: come la maggior parte dei ricchi mecenati, spesso anteponeva la propria egoistica e narcisistica soddisfazione di collezionista al bene comune, volendosi appropriare in maniera esclusiva di preziosi reperti. Avendo io particolarmente a cuore la causa, non transigevo facilmente su certe cose, così una volta lo incalzai: “Questa cosa dovrebbe stare in un museo!” “Ma questa è mia madre”.
La querelle sul pubblico e privato era comunque acqua passata.
“Seguitemi”, ci disse con il suo tipico modo elegante ed austero, scatarrando subito dopo.
Ci portò sul luogo del problema, in modo tale che io potessi prendere visione del Comò. Si trattava di un imponente manufatto ligneo dal peso approssimativo di duecento libbre risalente alla quinta dinastia del Mobilificio Harrison and Son and Cousin and Uncle.
“Una bella gatta da pelare”, mormorò Nicolyn sbucciando un siamese.
Compresi subito cosa avrei dovuto fare.
“C’è solo un modo per recuperare le Cinquecento lire. Avremo bisogno di un oggetto particolare. Molto particolare…”
“Stai pensando a quello che sto pensando io?”, chiese Nicolyn.
“Sì, se anche tu stai pensando alle Spogliarelliste Azteche”
“Ti riferisci dunque a…a…lui!”
“Ebbene sì: per spostare il Comò ci servirà il leggendario Piede di Porco della tribù dei Bisfulchi. Solo con quello potremo avere qualche speranza”
“Ma alcuni pensano che si tratti solo di un mito, che non esista affatto”
“Mio padre non è mai stato di questo parere. Ci recheremo da lui oggi stesso. Nicolyn, prenota il primo dirigibile. E mi raccomando: che il vano bagagli sia comodo”
“Bene, conto su di lei, professor Smith”, intervenne Sir Buzzin. “Vi affiancherò una studiosa di mia fiducia. Prego, entri pure, professoressa Mypussy”.
La porta si spalancò ed apparve una donna bellissima: alta, capelli castani ed ondulati, labbra carnose, pelle serica. E dietro la professoressa. Non era malaccio. Una bellezza d’altri tempi, diciamo. Sarebbe stata un bel bocconcino, nel Paleozoico.
Mi sembrò subito che fosse attratta da me. Ogni volta che mi vedeva si bagnava. Solo in seguito scoprii che era incontinente.
“Professor Smith, le presento la professoressa Forget Mypussy. La stangona invece l’ho ordinata da una ditta di negrieri specializzati in tratta delle bianche. Bell’oggettino, non trova? Ad ogni modo, la professoressa Mypussy sarà la sua referente. Potrà chiedere a lei tutte le informazioni di cui avrà bisogno”.
Decisi di metterla subito alla prova: “Che ore sono?” “Le cinque meno un quarto” “Complimenti, lei è molto preparata. Posso chiamarla collega?” “No”. Però poi me la diede uguale. Non venni meno alla mia fama di sciupafemmine. In ambiente accademico ero noto come il Seduttore di Scorfani. Confermai la mia reputazione, il tempo di avviare una storia d’amore che ai produttori dei film su di me piace sempre, ed ero pronto per ripartire. Sarei andato da mio padre: soltanto lui avrebbe saputo dirmi qualcosa sul Piede di Porco della tribù dei Bisfulchi.

Mio padre, Ohio Smith, era uno studioso schivo e riservato. Viveva appartato nella sua casa nel Minnesota circondato dai suoi libri sulle civiltà scomparse e quelle da far scomparire e qualche numero di Penthouse, ma solo quelli che avevano più di settant’anni: voleva essere certo che tutte le modelle che avevano posato nella rivista fossero morte da un pezzo. Eh, lui sì che era un vero archeologo nell’animo: nemmeno la passera gli piaceva se non era mummificata.
Da mio padre avevo ereditato tutto: la passione per l’antichità, il rigore nelle indagini, l’ernia al disco.
Sapevo di poter contare su di lui in ogni momento ed ogni situazione. I suoi consigli erano sempre assai preziosi: spaziavano dal “non ci pensare” a “la vita va avanti” ed era sempre prodigo di suggerimenti tecnici sulla nostra professione. Rammento ancora quando gli chiesi delucidazioni su come ripulire una stele incisa con scrittura cuneiforme dal nostro vicino analfabeta grafomane: “Non ci pensare, la vita va avanti”, rispose.
Appresso al Piede di Porco della tribù dei Bisfulchi aveva speso tutta l’ultima parte della sua vita. Il mancato ritrovamento era rimasto il suo grande cruccio, ma seppe indicarmi la via da seguire: mi disse che l’unico che avrebbe saputo svelarmi dov’era nascosto il Piede di Porco era il vecchio saggio Nontiresiappiù, il quale però abitava in un luogo impervio e pressoché inaccessibile in cui solamente il Predestinato sarebbe riuscito ad arrivare. Mio padre ce l’aveva quasi fatta, ma gli si fermò la macchina.
Mi consegnò la mappa che lui stesso aveva disegnato e mi salutò con affetto, abbracciandomi e sussurrandomi all’orecchio: “Non ci pensare, la vita va avanti”.
Prima di uscire, mi voltai nuovamente verso di lui e proferii: “Papà, che senso ha tutto ciò se non vediamo una figa dalla prima guerra punica?” “Io ho amato una sola donna: tua madre. Era così bella quando la vidi per la prima volta durante gli scavi a Giza… Era in ottimo stato di conservazione. Dovresti farti una ragazza anche tu. Ci sarebbe la figlia della Luisa: è morta da appena tre giorni” “Ci penserò”, conclusi, e me ne andai.

“Nicolyn, ora dovrò proseguire quest’avventura da solo: dovrò dimostrare di essere il Predestinato. Solo in questo modo potrò essere ammesso al cospetto del vecchio saggio Nontiresiappiù”
“Fai, fai, tanto io ho una cena con i parenti”
“Salutami tua nonna. Ed il vitello”
“Eeeh, il vitello è cresciuto: è una bistecca, ormai”
E ci separammo.
Mi incamminai allora verso le scoscese e misteriose Distese dell’Urìn, ove risiedeva il vecchio saggio Nontiresiappiù.
Il vecchio saggio Nontiresiappiù era un veggente non vedente che viveva appollaiato nel punto più oscuro delle Distese dell’Urìn, conosciuto come lo Scroscio Giallo dell’Urìn.
I più sapienti della regione sostenevano che il fatto di vivere isolato sopra ad una rupe rocciosa su cui l’unica donna mai avvistata per quelle lande desolate era passata di sfuggita quarant’anni prima aveva contribuito alla sua cecità.
Fu un tragitto faticoso ed irto di pericoli che mise a dura prova la mia abilità. Rischiai la morte innumerevoli volte scalando pareti franabili, addentrandomi in foreste gremite di belve feroci, o quando mi andò di traverso una nocciolina.
Attraversai il Picco della Morte, il Valico del Terrore, la Fossa del Raccapriccio, la Valle delle Mutande in Mezzo al Sedere. Incredibile cosa si è disposti a fare pur di evitare il traffico all’ora di punta.
I miei sforzi, infine, vennero premiati ed indescrivibile fu la mia emozione allorché mi trovai al cospetto del vecchio saggio Nontiresiappiù.
Subito mi inginocchiai e recitai la formula rituale che mio padre si era premurato di insegnarmi:
“O venerabile vecchio saggio Nontiresiappiù,
con coraggio ed umiltà
ho superato le perigliose avversità,
sprezzante del dolore
ed incurante dell’odore.
Chiedo di venire ammesso alla vostra nobile e virtuosa favella
e prometto di tenere a freno le mie turbolente budella.
Lunga la foglia, stretta la via,
ponteponenteponteppì
eccomi, maestro, son io il Predestinato!”
“Ti facevo più alto”
“Ma allora lei ci vede!”
“No, ma un simile cazzone dev’essere per forza un tappo, se i detti dei nostri Padri corrispondono a verità”
“Maestro, son giunto fin qui alfin di dimandarle ov’è ubicato il loco in cui è custodito il Piede di Porco della tribù dei Bisfulchi”
“Perché parli in codesto modo, figliolo? Ad ogni modo, risponderò, ma dovrai decifrare l’Enigma degli Antenati.
Narra infatti l’Arcano Oracolo: ‘Il Piede di Porco della tribù dei Bisfulchi, scettro del dominio che ha il Cielo sulla Terra, giace sul fondo del Sempre e del Mai. Là dove si addormenta il tramonto e la notte cerca il pertugio dell’alba, sul limitar della Vita ch’è fonte di Morte, lungo il crepitio della Morte che ardendo bagna di Vita.
Praticamente vai sempre dritto, allo svincolo giri a destra, fai la rotatoria ed al secondo semaforo ti tieni sulla sinistra’.
Sii forte, ragazzo”
“Lo sarò”.

Seguendo le indicazioni fornitemi dal vecchio saggio Nontiresiappiù, arrivai nella terra della tribù dei Bisfulchi.
I Bisfulchi hanno usi e costumi spaventosi: una volta a settimana, nella notte che precede il loro giorno di festa, sono soliti ammassarsi in luoghi chiusi, angusti e bui illuminati flebilmente da luci intermittenti; si abbandonano quindi a movimenti forsennati e scomposti seguendo ritmi martellanti battuti da uno sciamano posto in posizione più elevata rispetto al piano dove si svolge la disordinata danza; gli uomini accerchiano dunque le donne, strusciandosi talvolta contro le loro terga quasi a voler dar loro prova sensibile della propria virilità; ciò che li trascina e li domina è una ferina ansia dell’accoppiamento destinata a subire per la maggior parte lo smacco: solo i più valorosi, indomiti ed indefessi tra gli elementi della tribù riusciranno infatti a vincere il premio e solo ai più infaticabili Appuntatori alcune donne concederanno quella che essi chiamano Fregna Inextremis, lasciandosi trascinare nell’altrui capanna (sebbene la maggior parte degli animaleschi atti venga frettolosamente consumata dentro al carro che ogni uomo ha lasciato nella radura vicino al luogo del ballo).
Dopo giorni e giorni di appostamento, finalmente riuscii a sfruttare un momento di stasi e di assenza generale degli abitanti del villaggio. E’ consuetudine dei Bisfulchi infatti abbandonare in blocco le proprie abitazioni nel giorno che sancisce la metà della stagione estiva; in tale occasione tutti i Bisfulchi si ammassano nel sentiero che conduce al mare per recarsi sulle spiagge arse dal sole, dove, dopo ore di attesa per via del disagevole passaggio tutti insieme attraverso il sentiero, si contenderanno il poco spazio disponibile sulla sabbia rovente. Gli antropologi stanno ancora cercando di capire, con scarsi risultati, quale sia lo scopo che li spinge a fare ciò. Nessuna soluzione finora è parsa soddisfacente, neppure la teoria proposta dall’insigne Charles Spòstati-Stronz che aveva a che fare sempre con la Fregna Inextremis.
Ad ogni modo, nel silenzio del villaggio vuoto, sottrassi il famigerato Piede di Porco e ripartii in tutta fretta, desideroso di lasciare al più presto quel popolo barbaro ed inospitale.

Volai fino a Malmesbury, dove ad attendermi c’era anche il buon Nicolyn Ravensburger. Il Piede di Porco della tribù dei Bisfulchi si rivelò uno strumento eccezionale: grazie a lui e con l’aiuto del fidato Nicolyn che ne seppe sviscerare tutto il disumano potere ripetendo le parole magiche “daje daje daje”, spostai il Comò di Sir Roland Buzzin e recuperai le Cinquecento lire rotolate dietro.
Fui pagato profumatamente dal mio committente: mi diede un fusto di lavanda e due sacchi di salvia, dopodiché ci accomiatammo.
Al mio ritorno nel mio ufficio, trovai ad attendermi una busta da lettera. La aprii. Era della professoressa Forget Mypussy che mi diceva addio: “Mi piacevano il tuo modo di camminare, il tuo sopracciglio che si alzava di scatto, il tuo picchiettare sul tavolo. Peccato per tutto il resto”.
Non me la presi. Mi dispiacque, certo, ma comprendevo benissimo i motivi che la spingevano a lasciarmi. Non è facile stare con uno come me: un giorno stai rotolando sui gradini di un tempio segreto Maya, un altro ti stai calando con una liana in una voragine dell’Africa Centrale, un altro ancora ti si toglie la catena della bicicletta e devi invocare gli Spiriti dell’Officina.
Noi avventurieri siamo fatti così: mai paghi di vita, mai sazi di esperienze, sempre in cerca di un prestito rateizzato.
Io son d’un’altra razza: son tombarolo.

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“Diario simulato” 18 – Se fossi un pessimista cronico

Posted by sdrammaturgo su 15 luglio 2008

Sottotitolo: ehi, ma io SONO un pessimista cronico!

*

Avvertenza: diario meno simulato degli altri, ma non eccessivamente. Liberamente tratto dall’inevitabile sconforto di un intelligente di fronte al tragicomico spettacolo dell’umanità.

*

La vita è bella, quando non si nasce.
Io ce l’ho messa tutta, ma niente. Quand’ero uno spermatozoo, sono finito nell’ovulo solo perché sono inciampato.
Appena uscito dal ventre di mia madre non piangevo. Ero troppo amareggiato. Così il medico mi ha schiaffeggiato. E’ stato in quell’occasione che ho imparato che quando stai male c’è sempre qualcuno pronto a dartici sopra il resto.
Nonostante tutto, in qualche modo sono cresciuto. Poco, s’intende. Ed eccomi qua, il giorno del mio compleanno. Ho ricevuto un mucchio di auguri. Ho ringraziato tutti. Mi sento piuttosto sorpreso: pensavo di morire più giovane. Infatti sono un po’ deluso.
Per festeggiare, mi sono dichiarato alla ragazza che amo in gran segreto da tanto tempo. Le ho telefonato e le ho detto: “Visto che hai sopportato la tubercolosi, perché non ti metti con me?”. Ma ha detto di no. Ha detto di aver bisogno di un uomo più vivo, più gioviale, più entusiasta della vita. “Ma io lo sono!”, ho controbattuto. “Ultimamente ho preso persino a guardare a sinistra prima di attraversare la strada e giuro che presto inizierò a controllare anche a destra”. Ma non c’è stato verso. Lei vuole adrenalina, imprevedibilità, follia, ha detto. Mentre io considero un evento mondano tutto ciò che accade fuori dalla porta del mio cesso, ha detto. Eppure tutti mi hanno sempre detto che ho la stessa energia trascinante di Gino Paoli, solo con minore grinta.
Va be’, poteva andare peggio. Potevo andare in coma e risvegliarmi a Carramba che fortuna.
L’unico guaio è che il testosterone comincia a darmi noia. Non dico che non scopo mai, ma oggi quando ho aperto il cassetto del comodino e ci ho visto dentro i preservativi sono scoppiato a ridere. Non so da quanto siano lì, ma ricordo di averli ottenuti tramite baratto. Credo siano fatti di budello di lepre.
Giusto ieri però mi sono state dedicate delle parole bellissime. “Tu sei erotismo. Quando parli, per le cose che dici e per come le dici, sei erotismo”, mi ha detto una ragazza che la dà ad un altro.
Ma d’altronde, come diceva il poeta, “la fica, se uno non ce l’ha, non se la può dare”.
Ho pure la tosse. Vivere nuoce gravemente alla salute.
E’ vero, la vita è un gioco. L’importante è ritirarsi.
Che poi, che senso ha vivere senza poter venire in faccia ad Alicia Keys?
Per fortuna c’è la musica a tirarmi su il morale. La settimana scorsa sono andato al concerto dei Radiohead. Ero tra la folla sul prato. E’ stata una bellissima nuca. Mi chiedo sempre dove sia il Direttorio quando serve. Inoltre è valsa davvero la pena spendere cento euro per sentir cantare in coro diecimila dilettanti.
La vita è un gran trambusto. Ah, quante soddisfazioni, se fossi nato paralitico.
Bah, esistere è davvero assurdo. Assurdo come avere un boy scout tra le mani e risparmiargli la vita.
Ad esempio, il mio sogno più grande è sempre stato quello di scrivere una commedia che tenesse testa a Morte di un commesso viaggiatore e domani attacco il lavoro all’ufficio postale. Da qualche parte ho letto che a Guantamano ne hanno riprodotto uno. Ci fanno mettere in fila i detenuti, li sballottolano da uno sportello all’altro e quando arrivano alle raccomandate confessano tutto.
Chissà, magari un giorno diventerò famoso. Di sicuro sarò già morto da un pezzo. Non è una vera ingiustizia che le opere postume, che sono sempre le migliori, non fruttino passera?
Sono certo che Raymond Radiguet avrebbe preferito di gran lunga essere un pastore analfabeta che si fosse inchiappettato le capre fino a novant’anni.
Che fatica, la vita. Il mito di Sisifo è veritiero, sebbene non tenga conto dei semafori.
Come se non bastasse, altre beghe sono arrivate con il trasloco. Nella nuova casa ho dovuto combattere contro gli scarafaggi. Enormi. Non voglio fare il solito esagerato che quando una cosa capita a lui è sempre apocalittica ed interstellare, ma uno si è presentato come Gregor Samsa.
Mi sono dovuto alleare con le locuste.
Dopo la battaglia ero davvero stremato. Mi sono coricato sul letto, ma nella stanza c’erano due zanzare. Così me ne sono andato per non disturbare.
Mi sono addormentato sul divano, ho fatto un sogno erotico, ma ho fatto cilecca. E’ proprio vero che siamo fatti della stessa sostanza dei sogni.
Un grande insegnamento rimbomba nella mia anima cassintegrata: “Beati i poveri, perché moriranno prima”.
Forse che forse, dovrei essere sulla buona strada.

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“Diario simulato” 17 – L’irresistibile discesa di Artura Ua

Posted by sdrammaturgo su 20 maggio 2008

Eccomi qua, seduta a questa scricchiolante scrivania intenta a tracciare (io, non la scrivania) il bilancio della mia vita, immersa in una tremolante penombra rischiarata solo dalla fioca luce di una candela. E non già per ottenere un’atmosfera romanzesca, ma perché non ho pagato le ultime due bollette.
Mentre il sipario sta per chiudersi sul palcoscenico della mia esistenza e gli spettatori vanno a chiedere indietro i soldi del biglietto, ripenso ai miei anni andati e mi commuovo piena d’orgoglio mettendoli a paragone con quelli di Michele Cucuzza.
Ma procediamo per gradi.
Giovane ed ambiziosa, lavoravo nel mondo dello spettacolo, ma il mio sogno era diventare operatrice di call center per prendere ordinazioni in un fast food.
Era sempre stato quello l’obiettivo che coccolavo fin dalla mia difficile infanzia. Già, da piccola non me la passavo bene. Non voglio dire che ero povera, ma Edmondo De Amicis mi pedinava e prendeva appunti su un taccuino.
Costantemente alla ricerca di un lavoro che mi permettesse di non rubare il miglio ai piccioni, partecipai ad un provino e venni selezionata come protagonista nel videoclip di Labbro leporino, il singolo che lanciò l’astro nascente del pop Ootcho e ne sancì la definitiva consacrazione nell’universo degli imbianchini. Lo struggente ritornello segnò generazioni su generazioni di innamorati: “Ma hai il labbro leporino/non va bene per un pompino”.
Rimbalzavo da un’occupazione all’altra, senza smettere mai di inseguire il mio obiettivo. Sentire l’ebbrezza della scrivania, assaporare l’adrenalina delle ferie non pagate, respirare l’emozione del turno di notte: era questo tutto ciò che volevo.
Ero disposta a tutto pur di raggiungere i miei scopi e capii ben presto qual era la strada più agevole – e forse l’unica praticabile – per realizzare i miei propositi: offrire il mio corpo per ottenere favori che mi spianassero il cammino e la carriera. Si sa, il mondo dei call center che prendono ordinazioni per i fast food è arduo e ricco di insidie, pieno di pizzaioli senza scrupoli; la concorrenza è tanta, e, se si vuole andare avanti, bisogna sapere accettare i compromessi e sporcarsi un po’.
Cominciò quindi la lunga trafila di uomini di potere attraverso i quali speravo di poter giungere all’agognata meta.
Il primo fu Dandolo, buttafuori sensibile. Avevo saputo che conosceva uno che una volta era passato davanti ad un ristorante e mi sembrò un ottimo aggancio. Mi piacque inizialmente la sua tenerezza e successivamente la sua capacità di comprendere quando ero stremata dagli sganassoni. Grosso e villoso, era però un egoista. Pensava solo a se stesso. Gli dissi: “Prova a metterti nei miei panni, ogni tanto!” “Lo faccio spesso” mi rispose “Ci ballo Like a virgin davanti allo specchio”. Lo lasciai.
Poi conobbi un gran bastardo. Una volta ci fu una discussione lunghissima in cui gli feci una gran predica: “Josh, così non va. Mi trascuri, non sei abbastanza presente, Josh. Lo capisci che ho bisogno di te, Josh?”. Tutto quello che seppe rispondermi fu: “Ma perché cazzo mi chiami Josh?”. Armandino era un vero stronzo.
Fu quindi la volta di Ermengardo. Lo vidi ad un evento mondano organizzato dalla norcineria Cacalloro e mi colpì subito quella sua abilità di grattarsi le palle sottocoscia. Inizialmente lo abbordai per arrivare al signor Cacalloro in persona, ma finii presto per innamorarmi di lui, della sua indole poetica. Mi disse parole che nessuno mi aveva mai detto: transustanziazione, stafilococco, anadiplosi.
Di fronte al cielo stellato mi sussurrò: “Guarda l’immensità dell’universo…A volte mi sento così piccolo…Cosa siamo, noi, in confronto a Michael Jordan?”.
Sulla scia de L’odore dell’India di Pasolini, aveva anche scritto un libro: La puzza dell’Abruzzo.
Fu una relazione dolce ed intensa, ma qualcosa non funzionava. Il suo pene, ad esempio. Il nostro rapporto si interruppe bruscamente quando Ermengardo morì fulminato.
Cercai allora conforto in Oristano. Non so perché mi piacesse e cosa trovassi in lui. Di lui sapevo poco o nulla. Sapevo solo che Konrad Lorenz aveva scritto un libro sul suo pene. Fu la mia storia più appagante. Ma per nulla pagante, visto che sperperava tutti i suoi soldi a pittolo, così cambiai aria.
Frequentai per diverso tempo un pianista. Suonava come piano bar in diverse trattorie e poteva mettermi in contatto con vari gestori di call center che prendono ordinazioni per fast food, quindi lo reputai un buon partito. Era bellissimo farlo con lui sul suo pianoforte. Poi lo lasciai per un muratore, con cui lo facevo spesso sulla molazza.
Stavo collezionando uomini su uomini, ma ancora non ero riuscita ad ottenere alcunché, a parte la candida. Nonostante non mi fossi ancora persa d’animo, i periodi di sconforto non mancavano. Fu proprio in uno dei momenti più neri che incontrai Erasmo. Erasmo faceva il lavavetri sui grattacieli. Mi aggrappai a lui, alla sua solidità, mentre stavo precipitando dal settantacinquesimo piano. Fu il destino a salvarmi, ma soprattutto le sue braghe.
La nostra fu una frequentazione burrascosa. Avevamo stili di vita differenti: lui amava le feste e le macchine sportive, io avevo la lebbra. Talvolta risultava però persino conveniente: se prima di un appuntamento mi spuntava un brufolo sul naso, mi toglievo il naso.
Erasmo era tuttavia una persona piacevole, sebbene il confronto con la lebbra lo facilitasse.
Ad ogni modo, tra noi non durò molto. Io avevo bisogno di sentirmi amata, di avvertire il calore di sentimenti forti ed impavidi, mentre lui era freddo, distaccato, quasi disinteressato a me.
E poi, una sera, all’improvviso, quella telefonata inaspettata: le parole piene di passione, i “ti amo” sussurrati tra lacrime e sospiri, le promesse di eternità, la voce rotta dalla commozione, la mia mano che tremava nel reggere la cornetta. Peccato solo per il “mi scusi, ho sbagliato numero”.
Erasmo passò, la lebbra passò. Devo ammettere che talvolta la lebbra mi manca.
Entrai in una spirale di disperazione, in un’ellisse di afflizione, in un trapezio isoscele di struggimento. Cominciai a temere di non farcela, vedevo i miei sogni allontanarsi sempre più inesorabilmente. Alla soglia della maturità, non avevo ancora ottenuto ciò che volevo con tutte le mie forze e con quelle di uno schiavo che utilizzavo appositamente. In un simile stato d’animo, di certo non mi fece bene legarmi a Goffredo. Nel frangente in cui avrei avuto maggiore bisogno di ottimismo e di essere incoraggiata, incappai nel più grande pessimista che mi sia mai capitato di incrociare.
Ogni volta che cercavo di farmi ritirare su da una condizione di prostrazione, lui mi affossava ulteriormente. “Io sogno un mondo migliore, Goffredo!” “Sognare un mondo migliore va bene, se intendi trasferirti su Urano”.
E non è facile gustarsi un pranzo quando uno ti dice: “Butta giù la pasta, prima che sia troppo tardi”.
Finché un giorno decisi di riprendere in mano la mia vita e lo piantai. Suppongo sia ancora intrappolato in quell’orto.
Alla fine…ebbene sì, alla fine ce la feci. Passò un altro po’ di tempo, mi diedi da fare sotto numerosi fornelli e venni scritturata come operatrice in un call center che prende ordinazioni per un fast food.
Ricordo ancora con commozione la mia prima telefonata: “Pronto, sono Ugo Picozzi, ho già ordinato altre volte da voi. Vorrei una diavola ed una marinara per le otto. Mi raccomando, la marinara con poco aglio, ché è per mia moglie ed ha i giorni contati. Cerchiamo almeno di farla morire profumata”.
Perché vi ho narrato la mia storia? Perché la mia esperienza dimostra che se hai un sogno e ci credi veramente, puoi farcela. E dalle mie vicende si impara anche un’altra grande lezione: Ugo Picozzi ha un enorme rispetto per i becchini.

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