Beati i poveri, perché moriranno prima

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L’unicorno è esistito, ma era brutto

Posted by sdrammaturgo su 15 settembre 2013

Lentamente muore chiunque sia nato.

ANONIMO ROSSI

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Ho sceso milioni di scale senza andare da nessuna parte.

EUSEBIO PIANALE

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“Io non sono razzista, ma…”

JOSEPH ARTHUR DE GOBINEAU

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Il controllore mi sveglia, salvando il Paese dall’evasione fiscale.
Un’altra mezzora di paesaggio superfluo associato a fetore e il treno arriva in stazione.
Un brulicare di cittadini che si comportano come se fossero vivi.
Il piscio dei barboni che traccia il percorso olfattivo per non vedenti mi guida verso la strada.
Realizzo che è questo l’odore della civiltà: il piscio.
Esco in strada. Aspetto impaziente al semaforo pedonale. Non solo non credo in dio, ma non credo nemmeno nel pulsante che fa scattare il verde.
Bipedi a decine sono imprigionati all’interno di scatole metalliche in un ingorgo stradale che contribuisce ad alleviare le sofferenze di chi è allergico all’ossigeno.
Il settantaquattresimo in fila suona il clacson, risolvendo il problema della viabilità.
Ecco cos’è la Realtà: un maleodorante ammasso di oggetti e individui che fanno rumore mentre si ossidano invano.
Tutti che si affannano, e poi muoiono uguale.
La vita è un business in perdita.
È una vera beffa morire senza avere mai vissuto.
Per chi crede in ciò che fa provo la stessa pena che provo per me stesso quando sono innamorato.
Non credere mai in ciò che fai: ricordati che sei solo un vivo.

Cammino. Accanto a me uno sconosciuto alto e bello tiene il mio stesso passo. Incrociamo una ragazza stupenda che viene nella direzione opposta. Guarda l’altro con occhi pieni di stupore e desiderio. E capisco qual è il mio posto nel mondo.
È già difficile sopravvivere al mondo. Farlo con una statura inadeguata richiede uno sforzo titanico. E anche se ce la fai, nessuno riconoscerà i tuoi meriti. “Ehi, sei davvero un grande! Come hai fatto ad affrontare la vita con solo centosettanta centimetri?”.
Il mondo.
Il problema del mondo è che è ovunque.
Nel mondo ci sono gare ciclistiche e i media ne parlano.
E le gare ciclistiche hanno anche una telecronaca. Come si fa la telecronaca di una gara ciclistica? “Pedalano. Stanno pedalando. Continuano a pedalare”. A quel punto interviene il commento tecnico: “Sì, stanno inequivocabilmente pedalando”.
Ho saputo che nel ciclismo ci sono anche le strategie di gara. Ne ho ideata una che potrebbe consegnarmi alla storia del ciclismo: “Ragazzi, la strategia è questa: pedalate più forte degli altri”. Sarà un successo.
Nel mondo c’è il golf. Il golf. L’unico sport che fa venire la panza. Mi sono sempre chiesto: perché il golf è considerato uno sport e lavare il pavimento no?
Nel mondo ci sono un sacco di cose inspiegabili
Gli anziani: sono vivi da decenni, ma continuano a stupirsi quando il telegiornale annuncia che d’estate farà caldo.
Biagio Antonacci, l’unico cantautore che scrive per se stesso acuti che non riesce a fare.
Appassionati di cinema che guardano i film doppiati.
Gente che ci tiene a narrarti le proprie sbronze. “Ah, dunque hai ingerito dei liquidi fermentati che hanno innescato una serie di reazioni chimiche nel tuo organismo conducendolo ad alterazione della percezione ed emesi. Interessante”.
Chissà perché le serate all’insegna dei malori vengano ritenute così avvincenti. Voglio cominciare a far colpo sulle persone raccontando l’ischemia di mia nonna. “Cioè non puoi capire, l’altra sera troppo figo, mia nonna stava spicciando la cucina, a un certo punto si è chinata per raccogliere le molliche con la paletta ed è rimasta immobile, così, paralizzata. A quel punto ha avuto un prolasso, così è intervenuto mio zio che fa l’infermiere, l’ha messa sul letto, ha chiamato l’ambulanza, però la barella passava male per le scale, ma alla fine sono riusciti a caricarla e l’hanno ricoverata in terapia intensiva. La prossima volta devi assolutamente venire!”.
D’altronde si può far colpo col ballo. “Ehi, guarda quanta coordinazione motoria quel tale”.
Conosco perfino gente che fa carriera ed è contenta così.
Per carità, ci sono anche molte cose per cui vale la pena vivere.
Il sorriso dei bambini, quella mefitica piaga giallognola frastagliata.
L’amore, quello che la donna che ti ha lasciato sta vivendo con un altro.
Se senti le farfalle nello stomaco, è perché sei entomofago.
Mai, mai rivedersi con una propria ex. Sparire, non sentirla mai più è la migliore soluzione, l’unica possibile. È meglio perdersi che ritrovarsi invecchiati.
Se una relazione è morta, quello tra ex è un incontro tra due zombie. E mi hai ammazzato proprio tu! Quindi, se vuoi rivedermi, le possibilità sono due: o ti sei pentita e vuoi risuscitarmi col potentissimo farmaco della tua rinnovata presenza – e lo sai che con me funzionerebbe; oppure vuoi spararmi un colpo al cervello con la conferma che hai fatto la scelta giusta. C’è anche una terza opzione: vuoi che rimaniamo amici. Cosa che equivale al tagliare gli arti inferiori allo zombie costringendolo a trascinarsi a forza di braccia per tutto il resto della sua non-vita. Se hai ancora bisogno di lui, secondo me è più utile averlo vivo e integro.
Si dice che almeno una volta nella vita tu sia stato il primo, quando eri spermatozoo. La verità è che ti hanno lasciato passare. Gli altri non erano così fessi. Non lo hai visto che rallentavano apposta? “Uuuh, che peccaaato, mi ha sorpassaaato” “Eeeh, che guaaaio, ci tenevo proprio a nascere”.

Cammino lungo il fiume e capisco qual è la peculiarità dell’essere umano: far puzzare le cose, perfino l’acqua.
Vedo un proliferare di magliette con facce di afroamericani generici. Il negro ornamentale, l’ultima frontiera del razzismo vintage.
Un gruppo di ragazzi ci tiene a manifestare la propria esistenza tramite cori da stadio. La popolazione circostante è sollevata.
Umani a perdita d’occhio si esprimono sentendosi in dovere di dire la propria su tutto.
Il male di quest’epoca sono le opinioni.
Io non ce l’ho un’opinione al giorno.
Mi stanno togliendo il gusto di non avere un futuro.
Non sono misantropo. È solo che per me Io sono leggenda è una commedia romantica.
Come si fa a tollerare un’umanità in cui Tico Torres ha scopato più di Tyco Brahe?
Ma la figa non si rende conto. La figa esperisce un’altra realtà. Non la trovi allo sportello contravvenzioni, all’accettazione della Asl, nella sala d’aspetto dell’Inps, in fila alle poste, in banca, all’anagrafe, al Todis.
Per questo poi subisce il fascino del tatuato.
È inconcepibile che la gente si faccia i tatuaggi senza essere stata in galera. Nelle prigioni russe c’è chi ha dovuto commettere tredici omicidi per guadagnarsi un paio di stelle sulle spalle.
Non è giusto che tu, figo alternativo che suona in un gruppo pleonastico, sganci duecento euro e ottenga il tuo tatuaggio cool in un laboratorio trendy, passando anche per maledetto perché bevi più del dovuto e ingoi qualche pasticca. Il maledetto è quello che ha dovuto fare sparatorie con la polizia per vendertele, quelle pasticche.
Vuoi un tatuaggio? Prendi un serramanico, accoltella qualche energumeno, fatti un anno e mezzo di isolamento diurno e poi ne parliamo.
E mi chiedo anche come sia possibile fare sesso con un uomo che fa uso di asciugacapelli.

Vado in palestra. Gli schermi trasmettono i gol più spettacolari del campionato brasiliano. Ma quando salgo sul tapis roulant comincia il Torneo Provinciale di Tiro al Piattello.
La vita sa sempre come farti pesare le cose.
“Colpa tua che vai in palestra”, dirà qualcuno.
Chi si accetta così com’è ha cattivo gusto.
E chi è se stesso non ha letto Pirandello.
“Ciò che conta è l’interiorità”.
L’intelligenza è l’ultimo rifugio dei brutti.
La vita è un condizionale passato. È passare da “sarebbe bello” a “sarebbe stato bello”.
Io nella vita volevo fallire. Ma non ci sono riuscito.
Mi chiedono: “Che fai nella vita?”. Aspetto il 2018 per scoparmi una del 2000.
“Propositi per il futuro?”. Morire. Mi piace andare sul sicuro.
Da piccoli vogliamo morire a sessant’anni perché ci sembra un’età incredibilmente avanzata. A ottant’anni capiamo che avevamo ragione da piccoli.
Per tirarmi su il morale, penso all’imbarazzo dei parenti al funerale di uno morto di sifilide.
La vita? Mah, c’è di meglio.

Incontro un ragazzino che conosco da anni. Com’è cresciuto! “Eh, come passa il tempo. Mi ricordo quand’eri piccolo così, e adesso hai un tumore”.

Arrivo a casa. Operai del Comune sono intenti a sfoltire rami.
Sono circa 13,77 miliardi di anni che l’universo regola se stesso, ma l’essere umano è convinto che sia necessario potare gli alberi.
Forse viene punito l’abuso di fotosintesi.
Penso che il giorno dopo dovrò svegliarmi e svolgere un’attività retribuita necessaria al mio sostentamento.
Peggio di un disoccupato ci sta solo chi lavora.
Mi guardo intorno. E capisco che il Grande Architetto ha comprato la laurea.
È per questo che ci piacciono i mondi immaginari, le creature fantastiche, i personaggi dei miti e delle leggende. Non ci dispiace che non siano mai esistiti, ma anzi ci rassicura e conforta il fatto che siano rimasti al riparo dalla realtà corruttrice che deturpa tutto ciò che abbraccia.
Prendete l’unicorno, simbolo di bellezza, armonia, magia.
Quante volte avete immaginato l’unicorno galoppare libero lontano dalle angustie del vigente, dai cataclismi, dalle siccità, dalle carestie, dai campi di battaglia, dalle autostrade, dalle sale scommesse, dai negozi di bomboniere?
Beh, mi spiace deludervi: l’unicorno è esistito. Si è insozzato con la realtà. La figura mitologica dell’unicorno è stata plasmata su quella dell’elasmoterio, esemplare della megafauna del Pleistocene a metà tra un equino e un rinoceronte e aveva questo aspetto:

Elasmoterio

L’unica consolazione è non essere immortale.
Per fortuna non ci sarò quando fra tre o quattro secoli il rap sarà considerato musica classica.
Cosa rimane? Le piccole cose di ogni giorno che se sono piccole cose un motivo ci sarà; l’unilaterale amore per la natura; l’aggregazione umana consistente nell’unione di solitudini al fine di supportare le reciproche illusioni condividendo banalità.
Seguo una sola massima di vita: l’importante è non partecipare.

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Lettera al mio bambino mai nato

Posted by sdrammaturgo su 17 novembre 2012

Non procreare se non volevi essere procreato.
  

Dal Vangelo secondo Claudio


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Caro figliolo scampato alla vita,

sono lieto di annunciarti che non nascerai.
Non preoccuparti: non verrai neppure concepito.
Io senza preservativo una donna nemmeno la guardo.
E non temo tanto l’AIDS, quanto la tua nascita. Per l’AIDS magari un giorno potrebbero trovare una cura.
Della procreazione adoro la pratica, ma detesto il risultato.
A un uomo che non usa il preservativo, peraltro, nessuna donna dovrebbe mai darla per tutto il resto della sua vita e gli dovrebbe essere negata anche la possibilità di autoerotismo: troppo comodo fare il passionale noncurante quando poi la gravidanza se la becca lei.
Se poi si dovesse verificare un incidente nonostante il contraccettivo, sappi che io sono favorevole all’aborto fino al nono mese di gravidanza.
Finché sei nel corpo della donna, sei il corpo della donna.
Qualcuno potrebbe obiettare: “Cosa ti impedisce di essere allora favorevole alla soppressione del bambino anche dopo la nascita?”.
Finché sei all’interno della fica, decide la donna. Una volta fuori, te la vedi tu. Vale anche per il cazzo, quindi non vedo perché non dovrebbe valere per te.
Per me l’embrione non è vita nei primi quarant’anni. Dopo diventa spazzatura.
Tutto dipende inoltre da come si considera la vita, se essa sia un bene o sia un male.
I cattolici pensano che la vita sia un bel dono. Ma i cattolici pensano anche che sia un angelo custode a farti evitare gli interventi a gamba tesa a calcetto e che trombare sia sbagliato, quindi valuta tu quanto siano attendibili.
Io penso che la vita sia una sciagura.
Certo, esistono anche le Stanze di Raffaello, la foresta dell’Amazzonia e Stoya, ma poi le Stanze di Raffaello sono del Vaticano, la foresta dell’Amazzonia la stanno abbattendo e Stoya non te la dà, quindi vedi che è anche peggio.
La nascita è una condanna a morte.
Hai idea di quanto sia brutto dover fare i conti con la morte? Rispetto alla morte, spesso persino la vita risulta migliore.
Siccome sei mio figlio e ti voglio bene, farò di tutto per evitarti questo supplizio.
Potresti nascere handicappato o ammalarti o essere investito da una macchina o subire violenza o essere semplicemente molto brutto e maledire ogni giorno me e il giorno in cui sei nato. E non si gioca d’azzardo sulla pelle di un altro. A maggior ragione se si tratta di soddisfare un proprio capriccio, riempire un proprio vuoto, generarsi un’ancora di salvezza.
Hai presente quando si sente dire: “Quando tutto va storto, torno a casa, guardo i miei figli e mi rincuoro”? Un figlio è il premio di consolazione.
Le persone procreano perché sono sprovviste di fantasia e hanno bisogno di qualcosa di cui occuparsi durante la giornata.
Un figlio è un tamagotchi più costoso.
Dicono: “Facciamo un figlio”. Non dicono: “Facciamo una persona”.
Non considerano che quel figlio sarà un individuo a sé stante che dovrà sopravvivere tra ogni sorta di difficoltà.
Lo vedono come un loro giocattolo, un bambolotto, che serve a dar loro l’illusione dell’eternità, come se lasciare una goccia di sborra e un’ovaia a scorrazzare sulla crosta terrestre e subire tutte le asperità della vita possa sconfiggere la morte.
E quanta presunzione nella trasmissione del proprio patrimonio genetico!
Ognuno considera il proprio DNA imperdibile per l’umanità e si sente in dovere di riprodursi.
“So fare il fischio da pecoraio e imitare la scoreggia con la mano sotto l’ascella: il retaggio del mio sangue non può andare perduto”.
Ecco, non ti metto al mondo perché non reputo così indispensabile la presenza di un altro basso pelato.
Non mi perdonerei mai poi di averti costretto a subire la scuola e il lavoro.
La scuola è una violenza pedofila di massa. È il carcere minorile per innocenti che insegna loro a diventare colpevoli.
L’università è una fabbrica di ingranaggi produttivi di livello superiore, servi specializzati o padroni robotizzati.
Il lavoro è schiavitù.
Non permetterò mai che tu divenga schiavo dello Stato o di un proprietario o dell’apparato socioeconomico. E siccome ciò è inevitabile non appena si viene scagliati nell’esistenza, non c’è altra soluzione che regalarti l’inesistenza.
Ma ci pensi a quale orrore sia l’amore famigliare?
Dover sottostare all’affetto di un padre e di una madre è veramente una disgrazia senza eguali.
Pensa a tutta la retorica dell’amore materno e paterno, tutta la congerie di sentimentalismi melensi e patetismi eroici, ai “farei di tutto per i miei figli, darei la vita per loro”. Non trovi tutto ciò angoscioso e nauseante?
Credimi, fa rimpiangere gli abusi su minore.
La famiglia serve al Principe per la produzione di nuova manodopera e per rendere più docile quella già esistente.
È la cellula base di potere atta al controllo capillare della società.
Un figlio ti rende ricattabile: nel momento in cui devi sfamare altre persone, non puoi più dire di no a ciò che ti offre il padrone, fosse anche la mansione più degradante e in contrasto con le tue idee e la tua etica, perché ormai ci sono altre persone che dipendono da te.
La famiglia serve a catturare lo schiavo con la prospettiva di un po’ di potere per poi ingabbiarlo con le responsabilità.
Non sei nessuno, non conti nulla, ma in famiglia potrai comandare e condividerai una briciola del potere del Principe, ne assaporerai una stilla d’ebbrezza.
Per mantenere questo miserabile privilegio, dovrai obbedire per sempre.
Per le frustrazioni che necessariamente accumulerai, potrai sfogarti sulla tua prole, sulla quale eserciti lo stesso potere assoluto che lo Stato, il banchiere e l’industriale esercitano su di te.
Figlio mio, non sei dunque contento? Anche grazie a te, il Governo si prenderà una soddisfazione in meno.
Sento le interviste agli operai licenziati: “Cosa daremo da mangiare ai nostri figli?”.
E vorrei dir loro: e potevate non farli, i figli.
Compagno operaio, benché io sia dalla tua parte e ti offrirò aiuto e copertura qualora vorrai sequestrare il figlio di Marchionne, non lo sai che la famiglia è stata inventata apposta per fregarti?
È imperdonabile mettere al mondo un figlio condannandolo a subire la tua stessa povertà.
Né tu né tua moglie volevate davvero figli. Quello che credete essere stato un vostro desiderio, non è vostro affatto. Vi è stato inculcato a forza. A lei è stato detto che se non si fosse gonfiata per ospitare cellule in evoluzione da ricacare dopo nove mesi, non valeva nulla come donna; a te è stato detto che se non avessi inseminato e assoggettato un esemplare fisicamente inferiore della tua specie, non saresti stato un vero uomo. E ci avete creduto.
La monogamia è un inganno. La famiglia è una trappola.
Laddove individui indipendenti senza vincoli sarebbero divisi nella socialità, la famiglia li unisce nella solitudine.
I sacrifici che fai per i tuoi figli giovano solo al tuo datore.
Si dice: “Rinuncio a tutto per i miei figli, così loro potranno avere una vita migliore”.
I figli si godranno dunque la vita grazie al martirio dei padri? No, perché anche loro faranno dei figli e il meccanismo si ripeterà, e i figli dei figli faranno figli a loro volta, e così via, incessantemente, perpetuando la sottomissione.
Come ha detto un saggio: “Un figlio ti dispensa dal vivere la tua vita per vivere la vita di un altro”.
Uno fa un figlio e dopo comincia a disperarsi per il mutuo da pagare e le bollette e le tasse scolastiche e c’è da pagare il medico e i soldi per la gita e per il nuoto e vuole la bicicletta nuova e come faremo ad arrivare a fine mese.
Trovo quantomai stupido e insensato crearsi problemi che poi bisognerà risolvere.
Che poi si sente sempre dire con sdegno: “Saranno i nostri figli a dover pagare il deficit”, “Non è giusto che i nostri figli paghino il buco della sanità” “I nostri figli pagheranno la crisi finanziaria”. Ma io dico: non fateli, questi figli, così nessuno paga niente e siamo tutti contenti, no?
Che fai, metti al mondo qualcuno affinché appiani i tuoi debiti? Allora lo vedi che sei uno stronzo?
Peraltro, crescere un figlio comporta ingenti spese, quindi i tuoi problemi economici si aggravano. Allora lo vedi che sei un coglione?
L’altra mattina mi sono svegliato ed è stato bellissimo quando ho realizzato esultante: “Ehi, io non ho figli!”.
La giornata mi ha sorriso.
Se io fossi stato Hugh Hefner, magari un pensiero a metterti al mondo lo avrei fatto per donarti l’opportunità di vivere nella Playboy Mansion circondato da conigliette porche e disponibili.
Ma se poi nascessi donna, per te sarebbe un problema lo stesso. Dovresti vedertela con stalking, molestie, stupro, Sex and the City. Gli umani imbecilli cercherebbero di impedirti di scopare liberamente, perché “sei una donna e non sta bene”. Ogni tuo pompino con un partner sessuale occasionale sarebbe una trasgressione della virtù con cui vorrebbero imbrigliarti.
È per questo che non mi piacciono le donne monogame, fedeli, pudiche, che non siano promiscue e libertine e indecorose: per quanto emancipate e ribelli e disinibite possano essere, nel momento in cui non scopano con facilità a destra e a manca, restano lo stesso l’orgoglio di papà e mamma, poiché la loro austerità virginale è in salvo e il loro corpo rimane addomesticato secondo i dettami del patriarcato sessuofobico che ci tiene alla salvaguardia della pubblica immagine di morigeratezza.
Sì, hai capito bene: la mia donna ideale è Stoya. Ma mi accontento anche di Sasha Grey.
Per me l’essere una sex worker è un valore aggiunto, mentre affermare con fierezza “non vado certo con il primo che capita” ti declassa per sempre ai miei occhi come irredimibile stolta noiosa a cui rispetto alla propria bisnonna hanno tolto dalle mani i ferri da maglia e ci hanno messo la tessera elettorale.
La frase che una donna non deve mai pronunciare se non intende farmi perdere attrazione e stima è: “Desidero soltanto te”. Pensa che palle.
Se nascessi omosessuale, non ne parliamo. Considereresti un successo ogni serata in gelateria conclusa senza un pestaggio.
Non ti farò nascere anche perché non voglio essere un padre, non voglio essere il Pater.
Il padre, fosse anche il padre più libertario possibile, incarna sempre – costitutivamente – una figura di potere, poiché è colui il quale ti ha dato la vita e si è preso cura di te quando non potevi farlo da solo.
Siccome il mio anarchismo è una cosa seria, non voglio rivestire alcun ruolo di potere.
Dal momento che non mi piace obbedire, non ho alcuna intenzione di comandare.
Ed è un atto di potere intollerabile decidere di far nascere un individuo senza che sia stato chiesto il suo parere.
Ti evito volentieri pure quel delirante senso del dovere pedagogico che infetta i genitori.
Al delirio di onnipotenza si aggiunge infatti una smania educativa vista come imperativo morale: “Devo insegnare ai miei figli cos’è giusto e cos’è sbagliato”.
Non è spaventoso? Non lo hai capito nemmeno tu, ma ti senti in dovere di tramandarlo ai tuoi figli.
Nella migliore delle ipotesi, li renderai depositari di un immane bagaglio culturale di cazzate, errori e atrocità.
Tant’è che non facciamo che ripetere le idiozie dei nostri avi.
Visto che non ho alcuna intenzione di inquinarti con le mie inadeguatezze, figlio mio, non mi permetterò di farti nascere.
Il tuo mancato concepimento e la tua non nascita sono anche una forma di rispetto verso la donna.
È infatti il corpo della donna che si deforma, è la donna che deve sopportare tutti i dolori, tutti gli affanni, tutti i rischi, tutti gli inconvenienti e tutti gli inestetismi che la gravidanza comporta.
Voglio dire: un organismo esterno si insedia in un corpo e poi esce tra sofferenze inumane. Non ti ricorda qualcosa? Esatto: Alien.
Tua madre non è un forno. Per questo non sarà tua madre.
L’istinto materno non esiste. Esiste solo l’istinto del capo ufficio marketing della Pampers a vendere più pannolini.
E di sicuro non c’è da fidarsi se è un prete a dire che bisogna fare più bambini.
Ti rendi conto che qui c’è gente che crede in dio?
Su questo pianeta siamo troppi. Siamo arrivati a sette miliardi, numeri da batteri.
Le risorse scarseggiano, abbiamo devastato tutto, deturpato tutta la bellezza.
Imprigioniamo, sfruttiamo, torturiamo, uccidiamo gli animali.
Non voglio contribuire a tutto questo e non voglio che vi contribuisca tu. Tanto meno intendo obbligarti a vivere in un mondo fatto di mostruosità e sopraffazione, ove gli esponenti delle forze dell’ordine hanno una vita sessuale e in cui quando ti metti a letto poi devi rialzarti per andare a pisciare.
La vita è faticosa soprattutto per le piccole cose della quotidianità. Ed è una fatica inutile. Te la risparmio volentieri.
Ora tu ti chiederai: “Stai forse dicendo che chi procrea per scelta è un cretino?”. No: anche un pazzo criminale.
Non farò di te la mia vittima.
Il regalo più grande che io possa farti è non metterti al mondo.
Godi dunque, oh figlio mio, degli innumerevoli vantaggi dell’inesistenza priva d’avversità, e sappi che il tuo papà ti invidia molto.
Quanto a me, cercherò anch’io di godere degli innumerevoli vantaggi della tua inesistenza.
Ma se il profilattico si dovesse rompere, il preservativo femminile cedesse più velocemente delle buste della spesa biodegradabili, la pillola non funzionasse, la spirale fallisse, il diaframma si bucasse, il cerotto si rivelasse un imbroglio, trovassimo solo medici obiettori che ci negassero la pillola del giorno dopo e tua madre non volesse abortire, ti prometto solennemente, anzi ti giuro su Stoya, che farò di tutto per mantenerti tutta la vita; non dovrai mai lavorare; dovrai vedere la paghetta come Risarcimento Nascita Non Richiesta; non dovrai mai dirmi grazie; non dovrai mai chiedermi il permesso; non dovrai onorarmi; non dovrai rispettarmi, se non me lo merito; non dovrai mai sentirti in debito con me; non dovrai mai preoccuparti delle soddisfazioni che vorrò da te o che non mi avrai dato; non dovrai mai sentirti figlio, ma sempre individuo libero prossimo mio e mio pari; non dovrai mai chiamarmi papà.
Ma se diventi cattolico te gonfio.

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L’amore non serve

Posted by sdrammaturgo su 23 agosto 2012

Mi è stato detto qualche volta che sono un vegano atipico: non mi metto ad accarezzare i cani, non ho moti d’affetto verso i gatti, non ho animali domestici, gli animali non mi suscitano particolari tenerezze. Puzzano pure. E spelano. E si puliscono il culo con la lingua.
Un vegano disinteressato agli animali, insomma.
E in effetti perlopiù gli animali mi sono indifferenti.
Non ho mai capito ad esempio l’entusiasmo in presenza di un cane. Tutti che si azzuffano in preda a raptus di dolcezza per dimostrare il loro amore al mammifero attraverso coccole e smancerie di dubbio gusto, mentre io non faccio che pensare: “Uau, un esemplare del quadrupede più diffuso al mondo!”.
Provo la stessa cosa quando qualcuno tenta di attirare la mia attenzione sulla presunta meraviglia di un infante.
“Guarda che bel bambino! Guarda che bel bambino!”
“Ehi, incredibile, un essere umano. Ce ne sono solo altri sette miliardi in giro”.
Per un ligro proverei già maggiore stupore. O anche di fronte a un semplice lupo. Non capita mica spesso di vederne uno.
Allo stesso modo, un uomo che pesa cinquecento chili o un centometrista olimpionico già mi catturano di più. Voglio dire, non è da tutti riuscire a fare i cento metri in meno di dieci secondi. Ma non capisco perché il postino dovrebbe emozionarmi. A meno che non consegni le bollette a tutto il viale in nove secondi e cinquantotto, ovvio.
Ecco, io sono un vegano antispecista che non ama gli animali. Anzi, alcuni li detesto. Altri mi fanno pure un po’ schifo. Se domani topi e blatte si estinguessero autonomamente, accoglierei la notizia con un certo giubilo.
Il punto è un altro: detesto anche il mio vicino di casa. E a dirla tutta mi fa pure un po’ schifo. Se domani morisse, non soffrirei affatto e forse proverei anche una malcelata gioia. Ma non per questo lo imprigiono, lo sfrutto, lo torturo, lo ammazzo e lo mangio.
Dire: “Amo gli animali” è un’affermazione specista al contrario. Perché mai dovrei amare un individuo solo perché appartiene a un’altra specie? Un cane, un gatto, un coniglio, per me sono degli estranei tanto quanto un passante sconosciuto.
Posso amare un animale con cui ho un rapporto affettivo, che vive con me, di cui mi prendo cura e che mi fa compagnia, esattamente come amo mia sorella, amo i miei amici, amo la ragazza con cui sto. Ma Gianni Brugnoli di Cremona, mi dispiace per te, ma non ti amo. Capiscimi, manco ti conosco. Forse manco esisti. Non volermene: non penso che tu per me provi particolari sentimenti.
E anche tu, Giada Moncaspio di Sondrio, sappilo: non ti amo. Può essere che puzzi pure tu. O speli. O ti pulisci il culo con la lingua, chi lo sa.
Quello che mi basta sapere è che nessuno vada da Gianni Brugnoli di Cremona e da Giada Moncaspio di Sondrio per schiavizzarli, vivisezionarli e trucidarli. In quel caso, avrebbero tutta la mia empatia.
Amore non significa niente. È un concetto troppo vago e vasto, non si sa bene a cosa si riferisca, è un universale vuoto che ognuno può riempire come vuole.
Per l’antispecismo l’amore non serve. Anzi, è persino deleterio.
In fondo, un marito che pesta la moglie, magari la ama pure. La ama e la pesta. Chi potrebbe affermare che in realtà i suoi sentimenti siano falsi? Lui è fatto così: ama e pesta. Quindi forse la ama davvero, ma di sicuro non la rispetta.
Ecco il concetto che va sostituito a quello di amore: rispetto.
Perché un macellaio, un cacciatore, un amante della trippa al sugo, possono sì dire di amare gli animali senza che nessuno possa muovere obiezioni sulla sincerità dei loro pensieri; ma quel che è certo è che non rispettano gli animali.
Non bisogna dunque dire: “Sono vegano per amore degli animali”, bensì: “Sono vegano per rispetto degli animali”.
Una volta un’altra vegana mi disse: “Non mi sembri per nulla curioso dello stile di vita che ti sei scelto”. Aveva ragione. Non c’è niente di cui essere curiosi. Per essere antispecista e vegano bisogna capire una cosa sola: non rompere i coglioni agli animali. Un vantaggio non da poco. Quale altro modo di vivere può contare su una simile semplicità?
Non mi stancherò mai di ribadirlo: non c’è alcun eroismo nell’essere vegan, nessun particolare ingegno è necessario. È la cosa più facile del mondo.
Per questo non capirò mai fino in fondo i dibattiti filosofici sull’antispecismo. Per me potrebbero essere ridotti a una sola frase: non rompere i coglioni agli animali.
Libro: L’antispecismo. Autore: Claudio Gianvincenzi. Pagina uno: “Non rompere i coglioni agli animali”. Fine. Venticinque euro. Un bestseller.
Esseri umani, non siate antropocentricamente presuntuosi: nessuno ha bisogno dei vostri sentimenti.
Gli animali non hanno bisogno di amore: hanno bisogno di essere lasciati in pace.
Capito questo, avete capito tutto.

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Prospettive iperboliche pretenziosamente inconsuete, talvolta parossistiche, in tono vagamente e ridicolmente messianico

Posted by sdrammaturgo su 29 settembre 2010

“Se sei d’accordo con me, significa che ho detto una cazzata”

ANTONIO REZZA

 

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Guardatevi da chi vi lecca il culo (figurativamente parlando; apprezzate invece chi ve lo lecca fisicamente al momento opportuno).
Diffidate di chi cerca facili consensi, tanto più se ne fa incetta laddove appaiono ingannevolmente rivoluzionari ed invece sono ancor più semplici, semplicistici ed abusati. E dunque, quasi sempre, hanno ben poco di condivisibile. Basta solo analizzare un po’ più attentamente.
Evitate chi si serve di bersagli comodi che vulgata vuole (o crede; anzi, finge – o meglio, si illude) che siano scomodi.
L’attore che sale sul palco e dice cose che suonano subito giustissime e sacrosante sulla situazione politica, con cui non si può non esser istintivamente d’accordo; l’appassionato oratore che scatena un commosso applauso; l’amante sognatore; sono i primi di cui non vi dovete fidare mai. Né di loro, né della bontà di ciò che dicono. Il più delle volte, sono luoghi comuni che non sono ancora stati riconosciuti come tali, e quindi si è ancora convinti che siano la verità, quando invece sono solo menzogne. Ed io, nel mio piccolo (sono un tappo perfino poco dotato), alcuni di questi tòpoi accattivanti fin troppo usitati, intendo rovesciarli, sfidando me stesso ad un’integra sincerità (per quanto è possibile ad un animale sociale, costretto in quanto tale alla mendacità dalla convivenza civile).

1) Stimo moltissimo Fabrizio Corona.
Fabrizio Corona non ha alcun rispetto per le istituzioni. E le istituzioni non vanno rispettate. Non sono che costruzioni di potere e del potere atte al controllo dell’individuo.
Al processo lui dice parolacce e la corte si indigna. E da quale parte dovrei stare io? Da quale parte dovrebbe stare una persona intelligente? Dalla parte di chi è prigioniero della gabbia del formalismo e cerca di rinchiuderci anche il prossimo? “Qui c’è Adriano con una puttana e lui ha il cazzo in tiro”. Ed il giudice scandalizzato: “Non potrebbe usare parole meno volgari? Non sa dire pene?”. Cazzo, culo, fica, sborra, merda. Non mi do pace al pensiero che qualcuno si turbi in presenza di registri stilistici diversi e “bassi”. I dettami della buona educazione, l’imperativo nauseante del “c’è modo e modo”, della parola accettata e della parolaccia proibita. Trasumanar e fregna: non capirò mai la disparità di trattamento e di dignità.
Qual è la colpa di Corona? Aver estorto denaro a miliardari che sembrano gli indifferenti di Moravia rivisitati alla luce di Dallas? Ha fatto bene, lo avrei fatto anche io.
Corona non mente, non finge, non si maschera. E’ un rapace, e lo dice. Gozzoviglia alla faccia degli inetti che comprano riviste di gossip, seguono Verissimo, attendono il rientro degli yacht in Costa Smeralda per veder passare un vip e lo sbandiera. Apprezzabilissimo.
Dice che a svegliarsi alle sei di mattina per timbrare un cartellino e fare lo schiavo per otto ore, si ammazzerebbe. Ed ha ragione. Il lavoro è un’atrocità. Lavorare fa schifo. Chi è fiero di farsi il mazzo tanto, è un demente. Venire sfruttati ed esserne orgogliosi, puah.
Fabrizio Corona è uno sciacallo del neoliberismo, e lo ammette. Non mente, non è ipocrita. Si mostra per quello che è, serenamente. Meglio un Corona che cento Veltroni. Non dice: “Io vi amo, io sto dalla vostra parte”, ed intanto vi ruba il portafogli. Ride di noi che ci lasciamo depredare.
Come quando, in tutta tranquillità, afferma di aver pagato il secondino in prigione per ottenere trattamenti carcerari di favore. Alla faccia di chi cerca di imporre la meschina immagine della guardia di Stato incorruttibile e senza macchia.
La comunità omosessuale, poi, dovrebbe fargli un’ovazione per come sta gestendo la questione delle dichiarazioni di Lele Mora sulla loro passata relazione. Un omofobo avrebbe reagito sbraitando. Guai a mettere in dubbio la virilità. “Portami tua sorella e ti faccio vedere io chi è un vero maschio!”. Lui no, lui tranquillo, risponde, annuisce, dice “sì, e allora?”. E questo è vero antisessismo.
Io e Fabrizio Corona siamo certamente incompatibili per quanto riguarda la pars construens della nostra visione della società: io sogno una comunità anarchica e collettivistica, senza proprietà privata, affrancata da profitto ed accumulazione personale, in cui vige l’eguaglianza e non sussistono disparità; a Corona invece questo sistema economico senz’altro piace, lo cavalca a proprio vantaggio e non rinuncerebbe mai ad un’Audi in cambio dell’annullamento della suddivisione gerarchica dell’apparato sociale (che a lui fa sicuramente comodo).
Ma per quanto riguarda la pars destruens, beh, caro Corona, tu hai capito tante cose.

2) Tra una carina molto intelligente ed un’idiota molto bona, sceglierò sempre quella molto bona.
L’aspetto fisico e la carica erotica avranno sempre per me la priorità. Gusto e testosterone non accettano obiezioni.
Guai a chi trascura la Bellezza. Senza Estetica non ci può essere nemmeno Etica, perché chi non ama il bello delle cose, non avrà mai a cuore l’armonia universale.
Tant’è che disistimo le donne attratte da me.

3) Non tollero la grassezza. Deturparsi è un’aberrazione. O, più semplicemente, una stronzata senza pari. Per il resto, vedere punto 2.

4) L’ultima barzelletta su Hitler detta da Berlusconi era oggettivamente divertente.
Se l’avesse detta un comico politicamente scorretto ampiamente stimato a sinistra, i progressisti si sarebbero sbellicati gridando al genio fuori dagli schemi.
Deprecare e detestare Berlusconi è doveroso. Ma sovente lo si deplora più aspramente per quel poco – pochissimo – che fa di bene. Esempio: le sue figuracce in campo internazionale. Berlusconi che alza la voce e la regina Elisabetta che inorridisce. Berlusconi che si toglie la scarpa al tavolo dei potenti. Berlusconi che tocca la sposa islamica, intoccabile.
“Oh, ma che villanzone!”, gridano i riottosi in abito da sera sorseggiando un aperitivo.
Ora, in quei casi, ha ragione Berlusconi. Il problema non è Berlusconi che alza la voce: il problema è la regina che inorridisce (ed il problema è già la regina che esiste, e che esiste la figura della regina). Di nuovo, la galera dell’etichetta, i codici comportamentali che trasformano l’essere umano in un robot programmato secondo galateo. Quelli, quelli sono i primi strumenti di controllo da cui liberarsi. E dunque, che male c’è a togliersi una scarpa in presenza di altri? Chi danneggia? E’ un evento ufficiale? Ebbene, si pisci sul concetto stesso di ufficialità! E se la sposa è intoccabile, crepi lei con tutte le sue credenze ottuse e retrograde. Se pensa che una mano su un gomito la renda impura agli occhi di dio, tale si senta, perché se lo merita, cretina, imbecille, stolta!
Il problema di Berlusconi è che fa tutto questo stando dalla parte del potere. E non vale scardinare meccanismi di potere conservando il potere, magari con una nuova faccia e nuove forme, più furbe, ammiccanti, demagogiche (e quindi sordide), di manifestazione.
La tragica anomalia berlusconiana sta soprattutto nell’aver reso conservatrice la sinistra. Ovvero chi dovrebbe essere tutt’altro che tale. E’ disarmante vedere per esempio i giovani che difendono la Costituzione. La Costituzione è la prima cosa che andrebbe strappata, rifiutata, spazzata via. E’ il primo atto di potere, il primo abuso commesso sulla persona e sulle persone: norme decise da pochi a cui tutti devono soggiacere.
Quando Berlusconi attacca la Costituzione, va combattuto perché vuole piegare la legge dello Stato a proprio vantaggio. Perché vuole, cioè, cambiare le regole mantenendo però inalterati la presenza ed il concetto di regola a cui sottostare. E’ l’indipendenza dell’individuo dal suo arbitrio di padrone che va difesa, non la Costituzione.
Prendiamo il primo articolo: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Già di questa breve frase io non accetto alcunché. Nulla mi sta bene di quanto espresso.
“L’Italia […]”: si intende una patria determinata, ovvero un organismo che divide alcuni cittadini da altri nel senso di appartenenza attraverso confini convenzionali e militarizzati invece di unirli nell’indipendenza. Ebbene, io questa cosa chiamata patria, in questo caso questa patria chiamata Italia, non la riconosco.
“[…] è una Repubblica […]”: per me è solo il nome che si dà ad una penisola, dunque un termine geografico, del quale rigetto ogni connotazione politica stabilita.
“[…] democratica […]”: ergo in cui il potere è detenuto dal popolo. Ma io non voglio alcun potere sopra di me ed intorno a me.
“[…] fondata sul lavoro.”: il lavoro mi fa schifo, il lavoro è sfruttamento, il lavoro è schiavitù. Sono braccia al servizio dell’arricchimento della classe dominante.
Ecco, eppure tutto ciò, essendo io stato partorito in questa porzione di pianeta, vale coercitivamente anche per me.
E’ sciocco contrastare Berlusconi in nome della legalità. La legge è l’ordine del padrone, pertanto lo strumento proprio dei tanti Berlusconi che si sono avvicendati e si avvicenderanno nella Storia (ecco perché concentrarsi su un solo rappresentante del potere fa credere erroneamente che il sistema è giusto ed è solo sbagliato il governante. Mentre è sbagliata l’idea stessa di governo). Bisogna emanciparsi dalla legge, non già soccomberne all’incanto.
Si odii il potente, ma per il potere che detiene. E si odii il potere in sé, ché non esistono poteri buoni.

5) Non tutti i morti meritano rispetto. Ad esempio, un soldato, no.

6) Sì: no alla costruzione di nuove moschee.
Non mi capacito di come da sinistra si sappia opporre solo un sì che fa tanto infantile bastian contrario al no della Lega Nord alla costruzione di nuove moschee. Mi sembra una miseria logica, equa e solidale con la dittatura della religione e la disumanità della città che sale e tutto ingurgita ed uccide.
Si vada invece più a fondo: no alla costruzione di nuove moschee, no alla costruzione di nuove chiese, no alla costruzione di nuovi edifici religiosi, no alla costruzione di nuovi edifici tout court.
Non si eriga più un solo palazzo, una sola casa, niente. No al proliferare dei mattoni, no alle colate di cemento che ci opprimono e ci soffocano.
Gli architetti sono i sicari degli immobiliaristi. Deve sorgere una nuova architettura che si occupi esclusivamente di recuperare stabili in disuso e di demolire quanto più possibile, studiando spazi verdi da far nascere sulle macerie e modi per disseminare alberi ovunque. Perché la nostra vita, cioè il nostro tempo, necessita di uno spazio migliore per fiorire.
Più parchi, meno parcheggi – qualora si desiderasse uno slogan.

 

 

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Comunque, la fica rimane il mio interesse principale

Posted by sdrammaturgo su 10 aprile 2010

Obama spiegato con il calcio

Se un romanista diventa allenatore della Lazio – con il conseguente scopo obbligatorio di far vincere la Lazio – egli si troverà per forza di cose ad agire da laziale.
Per quanto nel proprio intimo egli possa essere romanista sfegatato, è il ruolo in sé ad essere necessariamente laziale.
Che poi – viene da dire – se un romanista sfegatato si impegna ad essere l’allenatore della Lazio, probabilmente così romanista sfegatato non lo era e non lo è mai stato.

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La superiorità dell’essere umano rispetto alle altre specie animali

I topi non hanno fatto la Cappella Sistina, ma non hanno fatto nemmeno la bomba atomica.

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Il Mengele della mutua

Quello che Mengele ha fatto agli ebrei, ogni medico lo ha fatto agli animali quando studiava all’università, vivisezionando criceti per qualche esame utilissimo al progresso scientifico (grazie alla sperimentazione sugli animali, infatti, siamo oggi in grado di sapere che se procuri un’embolia ad un topo, esso avrà un’embolia) ed alla propria formazione da futuro dottore della Asl (che so, metti caso che a qualche paziente venisse voglia di assumere le caratteristiche fisiche e biologiche di un porcellino d’India, il primario sarebbe preparato a curarlo).
E no, questo non riscatta Mengele.

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Houyhnhnm e Yahoo

Il cavallo è la massima espressione di Bellezza. Non vi è altro essere che si avvicini così tanto alla perfezione. Grazia, eleganza, fierezza, potenza, armonia di forme e proporzioni, ardore e mansuetudine, forza e velocità. Niente è più bello di un cavallo che galoppa libero. Nessuna opera d’arte eguaglierà mai la magnificenza del cavallo. Ogni sbuffo, ogni nitrito, sono meraviglia pura, sconvolgente bellezza, Sublime.
Domare un simile ineguagliabile capolavoro della natura, sellarlo, cavalcarlo come se fosse un mezzo di trasporto, un motorino, attaccarlo ad un carretto, vederlo sgroppare su una pista scommettendo sull’esito della gara, è come usare un arazzo fiammingo del XVI secolo come tovaglia.
L’amore per il Bello salverebbe il mondo. Non ci può essere speranza di Etica senza sensibilità per la bellezza. Il Bello viene prima del Giusto, lo supporta, lo guida, lo illumina.

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Questione di percezione

Lessi una volta in un articolo su un prestigioso cuoco: “Dopo dieci anni passati con Vissani, ritorna nel suo piccolo paese dell’entroterra marchigiano per sviluppare una personalissima ‘tradizione contemporanea’, cucinando animali da cortile, pesci di fiume e le verdure del suo orto” (grassetto mio, N.d.A.). “Cucinare animali”. Quella formula mi colpì parecchio e mi fece riflettere su quanto possa essere diversa la percezione delle cose da individuo a individuo e quanto grama sappia essere l’esistenza di alcuni. E’ sbalorditivo infatti pensare che se io e questo cuoco guardiamo lo stesso gruppetto di animali, laddove io vedo lo spettacolo misterioso e meraviglioso della natura che si esprime attraverso una fauna variegata dalle forme stupefacenti facendomi meditare sulla bellezza ed i segreti dell’universo e la sua vita brulicante e sterminata, lui vede un pranzo.

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Il dramma dei non protagonisti

Chissà come deve essersi sentito frustrato il più grande controfagottista della storia.

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L’interrogativo definitivo

Ma i malintenzionati hanno paura degli altri malintenzionati?

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Ristabilire verità scomode

Non c’è menzogna più insopportabile di quando una donna dice che le piace l’uomo che sappia farla ridere.

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Gargarisma d’appendice

Più stupido di un giovane ci sono solo due anziani.

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Luttazzi, mi dispiace, io sto con MacFarlane

Posted by sdrammaturgo su 2 luglio 2009

Daniele Luttazzi è indubitabilmente un grandissimo autore satirico che adoro ed ho sempre stimato, ammirato, difeso, preso a modello e seguito fedelmente, ma da un po’ di tempo lo stimo di meno. Precisamente, da quando ha cominciato la nuova rubrica del suo blog, La Palestra, in cui sceglie quotidianamente le migliori battute inviategli dai suoi lettori – e fin qui è anche un’ottima iniziativa – ed insegna “come si fa satira”. Ed è qui che iniziano i guai. Luttazzi infatti non si limita a dare suggerimenti da esperto e professionista del settore, ma è stato colto da quella che io chiamo la sindrome del professore: si è messo infatti a stabilire cosa è satira buona, cosa è satira cattiva, quali sono le battute giuste, quali sono le battute sbagliate, sulla base di principii che, seppur frutto di esperienza, studio ed argomentazione, non possono che risultare del tutto arbitrari e personali, ma che vengono ammantati da un pericoloso carattere di assolutezza ed inoppugnabilità. Niente risulta più rischioso e grottesco di un censurato simbolo della libertà di espressione e del politicamente scorretto che viene preso dalla frenesia di porre paletti, mettere limiti, sancire una volta per tutte la liceità artistica di una trovata comica (per esempio, arriva addirittura a sostenere che in una battuta non si possa definire Berlusconi dittatore, in quanto tecnicamente non esatto). Insomma, sembra spinto dall’irrefrenabile volontà di creare una nuova generazione di comici perfettamente aderenti al Sistema. Come se non ci fosse già Zelig.
Tutto questo, com’era prevedibile, lo ha portato a passare il segno e macchiarsi di una colpa imperdonabile: definire fascistoide (sic!) la gag de I Griffin su Anne Frank ed accusare l’autore, l’immenso Seth MacFarlane, di essere solito a scivoloni fascistoidi e di diffondere scherno fascistoide, sulla base di un palese abbaglio interpretativo. Secondo Luttazzi infatti quella gag sbeffeggia una vittima reale e ne ridimensiona la tragedia mettendosi quasi dalla parte del carnefice.
Mi chiedo come sia possibile che uno come Luttazzi arrivi a commettere un simile errore ermeneutico. Un errore drammatico, considerando il “potere” che detiene Luttazzi e quante persone sensibili al tema della satira pendono dalle sue labbra. Per colpa di Luttazzi, d’ora in poi ci sarà una nuova schiera di insospettabili novelli censori e controllori che applicheranno le sue discutibilissime categorie di bene e male (artisticamente parlando) e si metteranno davanti alle opere di Seth MacFarlane a far loro le pulci e lanciare giudizi tanto pesanti quanto infondati ma sostenuti dall’autorità e dall’autorevolezza di quello che viene considerato un nume tutelare della libertà di satira. Cosa che peraltro sta già succedendo: sul suo sito ho notato una proliferazione di segnalazioni, ormai è in atto un concorso a chi trova più materiale fascistoide in MacFarlane ed in altri: è fascista la gag su Madre Teresa, è fascista la gag in cui Stewie fa riferimento alla presunta pedofilia di Roman Polanski, è fascista il fascistizzabile. D’altronde, è perfettamente in linea con ciò che sta facendo Luttazzi, al quale rimbalza qualsiasi confutazione di natura non già politica o etica, ma prettamente artistico-filosofica.
Un caso emblematico: Luttazzi timbra come fascistoide la seguente battuta: “Tumore al seno: una vittima ogni 45′. A rischio i campionati di calcio femminile”, salvo poi affermare che la cosa cambierebbe se a fare la battuta fosse una donna con il tumore al seno, giacché il contesto diverrebbe favorevole. Il che equivale a sancire la tirannia dello spettatore: è sempre l’artista ad andare incontro allo spettatore, al quale servono imboccate e preamboli sottintesi o manifesti senza che abbia bisogno di elevarsi, di fare uno sforzo di comprensione, di crescere e diventare un fruitore maturo. Significa altresì mantenere lo spettatore stupido. E cosa se ne fa la satira di un pubblico idiota? Per quello hanno inventato apposta il cabaret. Luttazzi, nella sua smania didattica, si rivela enormemente diseducativo. Cita un’altra battuta fascistoide: “Venduto il costume originale di Superman. In omaggio una sedia a rotelle ed una macchina per respirare”. Ecco, secondo lui questa battuta la puoi dire solo se sei paraplegico o se specifichi: “Mi raccomando, badate bene, sto per dire una battuta che non intende essere una violenza ulteriore sul più debole!”. L’ascoltatore è dispensato dal capire al volo. La moderazione modera l’intelligenza. (Poi per carità, Luttazzi mostra con sommo giubilo e massimo gaudio all’Ambra Jovinelli una sequenza di vignette che deridono la via crucis di una mucca al mattatoio, ma quello va bene: un animale, secondo la sua sensibilità – che vale da criterio di regolamentazione universale – non vale come vittima innocente nelle mani di un carnefice, quindi Luttazzi resta ben al riparo da sospetti di fascistoidismo. Il pensiero di un animalista e la sofferenza dell’animale stesso non contano. E poi si accusa Berlusconi di fare leggi ad personam…).
Luttazzi, vittima di una gravissima censura, fa qualcosa di molto peggio della censura: infanga il nome di un illustrissimo collega. E sporcare una reputazione è infinitamente peggio che censurare: la Storia da una censura magari ti riscatta, ma la dignità sottratta non te la restituisce mai, specie se a mal giudicarti sono coloro i quali dovrebbero stare dalla tua parte. Spargendo la voce che MacFarlane è fascistoide è come se gli avesse sparato. Anzi, sarebbe stato meglio se gli avesse sparato. Un antifascista preferirebbe bruciare sul rogo piuttosto che venire chiamato fascista a causa di malelingue e diffamazioni. Ed il brutto è che a Luttazzi non gliene frega niente.
Già il reputare MacFarlane, sostenitore e finanziatore dell’ala sinistra del Partito Democratico nonché attivista per i diritti civili di afroamericani ed omosessuali, “fascistoide” è risibile (soprattutto considerando il trattamento che riserva nei suoi lavori a fascisti ed antisemiti – basti pensare a Walt Disney); ma farlo sulla base di un apparato argomentativo che si ritiene essere quantomai solido è – quello sì – fascistoide.
Luttazzi innanzitutto confonde l’arte con la vita (vita da intendersi in senso filosofico, come reale, realtà, vigente. Ovvero, tutto ciò che non è artificio). Mi spiego: nell’invenzione artistica un personaggio perde ogni contatto con il referente della realtà nel momento stesso in cui l’autore denuncia il carattere di finzione dell’opera. In altre parole: l’Anna Frank di MacFarlane non è più Anna Frank, non è la stessa Anna Frank, è un’altra Anna Frank, è un “tropo di carta” (per dirla con Bufalino) ispirato dalla realtà e che comunica con la realtà, ma che è altro dalla realtà nonché l’Altro della realtà. In questo modo, la vera Anna Frank è salva, non viene sbeffeggiata e la diversa Anna Frank dell’opera crea un’alleanza solidale con la prima. L’arte gode di una “onnipotenza modesta”: può fare tutto, dire tutto, purché denunci se stessa in quanto, appunto, arte e non realtà. E nel caso de I Griffin, l’invenzione artistica viene puntualmente denunciata come finzione giocosa e surreale.
Nel gioco artistico tutto è concesso, purché si dichiari che si tratta appunto di un gioco (ed i giochi sono sempre una cosa seria) e non della realtà. Questo avviene tramite la metanarrazione, che è la tecnica (o meglio, la componente, il processo critico e creativo) atta a rendere noti i mezzi stessi della produzione artistica. E’ la metanarrazione che distingue l’arte dalla propaganda. La propaganda dice: “Fidati, sto dicendo la verità”, mentre l’arte mette in guardia: “Bada bene, sto mentendo”. Radicalizzando la questione, paradossalmente, in teoria, potrei realizzare un’opera d’arte in cui dipingo un pedofilo come una bravissima persona che ha ragione nella sua pratica di vita, dove lascio intendere che la pedofilia sia buona e giusta, ma, nel momento in cui, attraverso la metanarrazione, ne dichiaro il carattere di mera finzione, quell’opera diviene in se stessa uno strumento contro la pedofilia, poiché dichiara: “Attento, le cose nella realtà non stanno così”. Ogni grande opera d’arte è sempre metanarrativa ed è la presenza dell’abilità metanarrativa nell’armamentario di un artista che distingue l’artista valido dall’infimo.
E la metanarrazione è uno dei pilastri dell’opera di Seth MacFarlane, specialmente ne I Griffin (in cui l’intera struttura portante è metanarrativa), in particolar modo nella gag su Anne Frank.
In secondo luogo, Luttazzi dimostra di non aver compreso per niente la gag in sé. Se la analizziamo, infatti, notiamo come il risultato non sia un’accresciuta simpatia per i nazisti ed uno sfottò nei confronti della povera Anne: il carnefice resta carnefice, la vittima resta vittima ed anzi viene aggiunto un carnefice in più: Peter Griffin, l’esponente della classe media non solo americana, ma di ogni tempo ed ogni luogo, egoista, stupido ed indifferente; uno di quegli indifferenti grazie ai quali i totalitarismi sono nati e cresciuti. Ed è quel tipo di soggetto sociale che viene condannato, benché con l’arma della risata. E’ lo spettatore televisivo medio stesso, che si specchia in Peter Griffin, l’oggetto della satira, dello scherno. La vicenda di Anne Frank offriva solo un terreno fertile, proprio per il contrasto che avrebbe creato: cornice estrema, massimo risultato.
MacFarlane non strumentalizza né mercifica Anne Frank: la “utilizza” in senso artistico (come un pittore “usa” la modella per un quadro), peraltro a suo (di lei) vantaggio. E se di qualcuno si ride, si ride di Peter, il quale, come accade con Fantozzi, può muovere sì a simpatia, ma resta sempre un personaggio negativo. La chiave è tutta lì: se a mettere nei guai Anne Frank fosse stato un eroe positivo, Luttazzi avrebbe avuto ragione. Ma a farla scoprire è un pezzo di merda, buffo e divertente quanto si vuole, ma pur sempre un pezzo di merda, per di più caricato nelle sue caratteristiche peggiori, con le quali l’autore ne evidenzia la negatività.
Non ci si aspetterebbe che un autore satirico ritenga che ridere di qualcosa equivalga a banalizzare qualcosa. L’arte comica rileva gli stessi problemi di quella tragica con altri mezzi: invece di far luce su una sciagura muovendo al pianto, lo fa muovendo al riso, ottenendo verso quella sciagura un moto dell’animo ancor più lucido, critico, partecipativo, convinto, senza ingannare con la promessa di illusori paradisi. Essa dice: “Non posso salvare il mondo, non posso eliminare il dolore, posso solo contrastare il nonsenso, che pure resta vivido, ma grazie a me saprai affrontarlo adeguatamente”. MacFarlane non vuole consolare (sarebbe – quello sì – una presa in giro per la vittima, un dileggio,  quindi un’aggressione): mira ad irrobustire, tonificare, fortificare, rinvigorire.
Non è un caso se Luttazzi dica che porre Peter nella vicenda di Anne Frank sia blasfemo. Utilizza proprio questo termine qui: blasfemo. E blasfemo è l’aggettivo che qualifica l’offesa e la trasgressione di un dogma. Luttazzi smaschera il suo essere inequivocabilmente dogmatico (in questo caso: “A proposito di Shoah, non si può ridere in alcun modo con le vittime specifiche, neppure se ridendo si continua a condannare, magari con maggior vigore, il nazismo e la Shoah e si resta dalla parte dei deportati e delle vittime specifiche con procedimenti inusuali o diversi dai soliti a cui siamo abituati o se non si entra affatto nel merito. Lo stesso vale per ogni vittima specifica di ogni violenza. Se si parla in generale può andare bene, se si usa nome e cognome no. E’ così perché sì, è stato deciso così, si è sempre detto così, si è sempre fatto così, quindi non sono ammesse obiezioni. Chi si comporta diversamente, è senz’altro nazistoide senza possibilità di appello”).
Seth MacFarlane sceglie dunque di essere blasfemo: rompe il dogmatismo, squarcia ogni tabù; per lui nessun territorio è sacro, niente è innominabile, nessun campo è immune dalla satira. E compie tutto ciò, si badi bene, restando sempre dalla parte della vittima, in una maniera che è ben più profonda e raffinata di quella di Luttazzi: MacFarlane non si limita a ridicolizzare il carnefice: “giullarizza” la vittima strappandola dalla condizione di minorità in cui la pone necessariamente la retorica della compassione, la riporta ad un livello pienamente umano ed è solo così che può davvero solidarizzare con lei, senza alcuna ombra di ipocrisia, assumendo su di sé il dolore, facendosene carico ma non più, o non già, producendo lacrime, bensì facendo ridere con (e non di) una violenza vera su una vittima reale. Il che è assolutamente rivoluzionario. Ma si sa, MacFarlane è meglio di Luttazzi. Egli ha capito che la solidarietà non può essere sincera se non si considera la vittima alla pari, giacché o la  si santifica ponendola più in alto, e quindi la si venera religiosamente, con timore reverenziale per l’apparato istituzionale che essa incarna e rappresenta; o la si pone più in basso tramite la meschinità indecente della compassione, che non è mai solidarietà, bensì carità, cioè snobismo inconsapevole. Ridere con la vittima esattamente come si riderebbe con se stessi è l’unica, genuina, sana forma di sincero e leale rispetto e vera empatia. L’Altro come Sé riconoscendone al contempo l’Alterità come tale, in quanto tale. La pietà è un concetto religioso, ergo gerarchico. MacFarlane preferisce di gran lunga, poiché ben più degno e nobile (in quanto ugualitario e puro), la laicissima solidarietà.
Seth MacFarlane è uno sperimentatore fenomenale proprio nel suo considerare nessuna zona dello scibile, neppure la più delicata, in salvo dalla risata e dimostra ogni volta come si possa ridere anche del sopruso specifico e non solo generico (benché ogni fatto particolare è sempre specchio del generale) senza togliere niente a quel sopruso ma anzi condannandolo ulteriormente senza il peso di alcun residuato di dogma, scevro di qualsiasi rischio di ipocrisia. Seth MacFarlane riesce persino a restituire alla vittima il diritto alla risata, le insegna (ed insegna al pubblico) a ridere per combattere. Giacché, come dice Antonio Rezza, quando si prende coscienza che la malinconia è troppa ed ineludibile ed il male del mondo totalizzante, non resta che ridere. E ridere del male è il metodo migliore per combatterlo conservandone la memoria: si mantiene la tragedia senza aggiungere potere al male. Se la satira va contro il potere, Seth MacFarlane sfida il potere metafisico dell’esistenza.
Personalmente, ho sempre colto questo in maniera lampante, senza dubbi od esitazioni di sorta, tanto che prima di avvilirmi con Luttazzi non avevo mai neppure sospettato che si potesse interpretare in modo differente. Se la gag fosse stata così equivoca e fascistoide, l’avrei recepita in tal modo pure io che sono antifascista tanto quanto Luttazzi o ne sarebbero rimasti indignati e scandalizzati tutti gli ebrei che seguono Seth MacFarlane. A meno di non fare una gara a chi è “più antifascista” o “più ebreo”, certo. Ad esempio: la comunità intellettuale ebrea di New York – dice Luttazzi – si è lamentata de La vita è bella di Benigni. Ma – dico io – alcuni ebrei non fanno tutti gli ebrei e, anche se fosse, ciò non toglierebbe niente al manifesto antinazismo di quel film, che è un fatto (parola che sta tanto a cuore a Luttazzi), sta sotto gli occhi di tutti, non è possibile da fraintendere, anche se lo dicesse Primo Levi in persona.
Eppure da oggi una gag, un’opera ed un autore decisamente antifascisti ed antirazzisti in tutto e per tutto saranno considerati da moltissimi come fascistoidi “perché l’ha detto Luttazzi”. Lo decide Luttazzi cosa è fascistoide o meno e se non concordi sei un superficiale che non sa di essere a sua volta fascistoide. Mette paletti, proprio come hanno fatto i suoi censori, ma deve stare attento: se si stabilisce un limite e lo si giustifica, sebbene grazie a solide e degne fondamenta culturali, verrà un altro che stabilirà e giustificherà un limite ancor più restrittivo, poi un altro e un altro ancora e così via, fino a che sarà peccaminoso o fascista o criminoso il solo aprire bocca. E’ questo il processo della censura, è questa la strada inevitabile percorsa da moralismo ed oscurantismo. Mi stupisce che chi abbia subito questo perverso meccanismo lo impugni a sua volta contro qualcun altro. In fondo con Luttazzi hanno fatto così: hanno cominciato dicendo che era volgare e di cattivo gusto, hanno proseguito sostenendo che fosse anti-italiano, offensivo ed insultante (che poi, chi lo dice che l’arte non possa essere offensiva ed insultante?), hanno finito con lo scorgere il suo superamento di fantomatici limiti di decenza e lo hanno fatto fuori. E probabilmente non si renderà mai conto del danno che ha arrecato a MacFarlane, all’arte, alla satira. MacFarlane non se lo meritava. Mi metto nei suoi panni: se io venissi travisato così, mi sentirei sconfortato, un fallito. A Luttazzi è successo: gli è accaduto di essere travisato perfino da Michele Serra, si è giustamente risentito ma ha fatto la stessa cosa, ed in nome del più fascista dei valori: il politicamente corretto. Perché questo è, di questo si tratta, anche se Luttazzi non se ne rende conto (come non si rende conto di aver assunto un atteggiamento conservatore quando non reazionario. Auspico che egli voglia interrompere presto questa carneficina politico-culturale che è La Palestra, che ha innescato una spirale terribile: una sorta di caccia alle streghe). Disarmante.
Adorno non capì Brecht. Courbet non capì Monet. Ci sta che Luttazzi non abbia capito MacFarlane, ma l’averlo bollato con la peggiore e più infamante delle etichette sulla base di un proprio errore, ai miei occhi non lo redimerà mai. Ai vostri, fate voi.

E se vogliamo proprio mescolare arte e vita, ecco in venti secondi il più alto esempio di antifascismo mai realizzato da un autore comico, roba che Daniele Luttazzi una simile capacità di sintesi e di “ferocia giocosa, clownesca e solidale” se la sogna.

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Aggiunta del 3 luglio

Ho scoperto peraltro che i coautori di Seth MacFarlane sono ebrei e lui stesso ha origini ebraiche. Non solo: quando deve trattare temi riguardanti gli ebrei, è solito sottoporre le opere a due rabbini.
Il linciaggio (perché di questo si tratta, anche se ci si ostina a chiamarlo “semplice critica”) di cui è stato vittima è dunque peggio del maccartismo. Se uno viene perseguitato per ciò che è, se ne fa una ragione ed anzi l’orgoglio e la consapevolezza che scattano in una vittima di un’ingiustizia lo sostengono. Ma l’essere perseguitato per quello che non sei non ti lascia appigli. E se i tuoi amici (in questo caso i progressisti attenti alla satira) ti voltano le spalle, beh, quello è peggio di una persecuzione poliziesca.

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La mia Gay Help Line

Posted by sdrammaturgo su 7 aprile 2009

In questi giorni è possibile vedere in giro per Roma i manifesti pubblicitari della Gay Helpline, una linea telefonica istituita a supporto di persone omosessuali in difficoltà. L’iniziativa, come ogni iniziativa, è ampiamente perfettibile e pecca, come spesso accade, della solita moderazione.
Mi spiego. Uno degli slogan recita: “Come faccio a dirlo ai miei?” e mostra un ragazzo con una cornetta in mano. Ecco, il cartellone comunica al giovane gay od alla giovane lesbica di passaggio che dall’altra parte del filo ci sarà una persona che li aiuterà a trovare le parole giuste per far sapere ai loro genitori che i propri figli hanno gusti diversi da quelli di padre e madre.
Ora, voglio offrire anche io il mio contributo alla causa e mi permetto di dare il mio personale consiglio agli omosessuali che si trovino in tale condizione.

Sei omosessuale e pensi che i tuoi genitori potrebbero prendere male la cosa? Fatti coraggio e palesa loro senza timore il tuo essere. Se reagiranno male, mandali a fanculo, odiali, disprezzali con tutto lo schifo di cui sei capace.
Tu non hai niente di strano, non hai nulla da farti perdonare, non hai commesso nessun gesto abominevole per cui necessiti di essere accettato o tollerato. Se i tuoi genitori considerano l’omosessualità una malattia, una vergogna, un peccato o quant’altro, non meritano né il tuo amore né il tuo rispetto.
Devi cominciare a capire che tuo padre e tua madre sono solo persone come tutte le altre. Liberati dalla soggezione del potere familista, cerca di rompere il tabù della sacralità della figura genitoriale.
Nessuno ti ha costretto alla devozione verso tuo padre e tua madre, nessuno tranne te stesso. Non è obbligatorio, non sta scritto da nessuna parte che bisogna portare una maggiore reverenza nei confronti di chi ha soltanto eiaculato in una vagina per poi tirartici fuori senza averti interpellato.
E se ti hanno cresciuto con amore, beh, hanno fatto soltanto il loro dovere, né più né meno.
Cosa penseresti di un individuo che non sopporta il fatto che un altro individuo preferisca il riso alla pasta? Non lo reputeresti pazzo o deprecabile? Perché mai allora non puoi pensare lo stesso di chi ti ha generato?
Impara: i tuoi genitori, di per sé, non hanno niente di speciale. Valutali in base ai loro comportamenti, non in base al ruolo che incarnano. Astraiti da quello che rappresenta la loro figura, immagine dittatoriale che ti è stata imposta dalla tradizione. Valutali indipendentemente dal legame di sangue, che non è niente, non è niente. Quel che conta è ciò che una persona pensa e fa, non la posizione sociale che occupa. Quella è solo una convenzione di matrice religiosa, originata da una visione perversa della vita. Allontana quindi da te le convenzioni soffocanti, che ti arrecano un dolore ingiusto, un disagio iniquo e che ti possono annebbiare.
Se saranno scossi dalla tua “rivelazione”, come se avessi detto loro che mangi cadaveri di bambini di sei mesi, vattene da quella casa di merda. Se hai paura che tuo padre possa picchiarti, scappa oppure resisti e prendile, così avrai una scusa per denunciarlo e vederlo sborsarti bei soldoni e magari andare in galera, quell’insulso patetico idiota. Se alza le mani su di te ma tu sei in grado di difenderti, dagliele: ci sarà ancora più gusto a pestare un simile coglione.
Sappi che tu camminerai per tutta la vita a testa alta, mentre quelli là, il pater familias e la sua serva mater, marciranno da bravi schiavi stronzi quali sono nella loro fogna di valori inetti, siano essi pregni di conservatorismo popolare, bigottismo piccolo borghese o tradizionalismo aristocratico.
Sei migliore di loro, non dimenticarlo mai. E ricorda anche: non baciare le mani di chi ruppe il tuo naso. Sputaci, poiché reggono un esecrabile bastone.

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Appendice – Sdrammaturgia estrema

Rega’, c’è stato un terremoto in Abruzzo, avete sentito?
Le catastrofi naturali sono una vera tragedia. Quando capitano, poi non si parla d’altro. Credo siano state inventate per dare alla gente un argomento di conversazione. Un po’ come il maltempo. Un maltempo potenziato.
A parte tutto, ognuno di noi può fare qualcosa per il prossimo. Ad esempio tacere.

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La Gaza sommersa

Posted by sdrammaturgo su 14 gennaio 2009

In un periodo in cui un popolo – quello palestinese – viene trucidato da uno Stato criminale (e quale Stato non lo è?) – quello israeliano – io voglio parlare dei pesci. Dei pesci, sì. E proprio per testimoniare la mia solidarietà nei confronti dei palestinesi (due volte vessati: dal cielo ricevono bombe e sulla terra subiscono la follia di musulmani invasati. Avere come uniche opzioni la dittatura di Israele o la legge coranica è come dire infatti: “Vuoi ricevere ripetuti calci nei coglioni oppure preferisci che ti vengano stretti in una morsa da falegname?”.
Ma anche Hamas, sia chiaro, è colpa di Israele, o sarebbe meglio dire del fantoccio degli Stati Uniti nonché loro falange armata in suoli ostili. Quando un popolo viene oppresso, cade inevitabilmente preda dei fanatismi, che nella disperazione trovano terreno fertile e sorgono malsani e robusti ch’è un [dis]piacere. Ubi tristitia, superstitio surgit. La Palestina era la terra più laica del Medio Oriente ed ora è diventata una roccaforte islamica. E’ il caso di porsi delle domande, approfittando del fatto che ci sono già le risposte.
E mi fanno un po’ ridere e un po’ piangere quei gruppi dell’estrema sinistra che attaccano il Vaticano ma simpatizzano per Hamas. Hamas è il Vaticano con il mitra. Chi desidera la libertà dei popoli e degli individui combatte sia il nazi-imperialismo che la religione.
I pesci sono gli ultimi degli ultimi. Rappresentano gli ultimi per eccellenza, i vinti tra i vinti, i reietti tra i reietti. Quando sei vegetariano o vegetaliano, puntualmente ti arriva la domanda: “Ma il pesce lo mangi?”. I pesci non vengono neppure considerati animali. Ci sono gli animali, poi ci sono i pesci. C’è il panda, poi c’è il pollo, poi c’è il pesce. Il pesce è il negro degli animali. Se qualcuno soffre per la violenza sugli animali, nessuno soffre mai per i pesci. I pesci, dunque, sono come i palestinesi: esseri di serie di C e dunque vittime di serie C e morti di serie C.
Quanti speciali in televisione per le vittime dell’undici settembre. I palestinesi, invece, “muoiono di meno”. Allo stesso modo, per salvare i koala, così carini, le campagne e le iniziative si sprecano (accompagnate dalla pubblicità di un hamburger o di una nuova marca di prosciutto cotto salutata dalle grida entusiaste dei maiali – o forse erano di dolore?). Ma i pesci muoiono in silenzio, dopo aver vissuto in silenzio. Nel silenzio ed in silenzio.
E pesci e palestinesi hanno in comune anche un’altra cosa: entrambi stanno subendo le angherie degli israeliani. Già: è di qualche giorno fa la notizia di una ricerca dell’Institute of Technology Technion di Haifa, i cui scienziati hanno scoperto che i pesci, di contro a quanto si è sempre creduto, hanno in realtà una memoria che permette loro di ricordare fino a cinque mesi. E fin qui tutto bene. Anzi, benissimo: lo studio è affascinantissimo e spalanca un orizzonte nuovo e vasto sulla conoscenza che abbiamo del mondo animale acquatico.
L’orrore sopraggiunge quando emergono le finalità della ricerca: “Lo scopo era quello di creare una valida alternativa alle gabbie: far cresce i pesci in mare aperto […] Adesso, infatti, basterà allenare i pesci a riconoscere un determinato suono per poi farli tornare indietro quando saranno pronti per essere catturati ed immessi sul mercato per la vendita”. Capite? Un esperimento così brillante condotto sui pesci per uccidere meglio e più facilmente i pesci. Fatico a concepire qualcosa di più perverso. L’ennesima dimostrazione che gli esperimenti sugli animali servono solo ad ammazzare più animali.
Perfezionare i metodi di allevamento, dunque, ovvero raffinare l’oppressione, lo sfruttamento, la tortura..
Il mio pensiero corre ad Edgar Kupfer-Koberwitz, ebreo deportato ad Auschwitz, che, ancor prima di Michel Foucault, ha scritto un testo foucaultiano che al contempo supera – se possibile – Foucault, va oltre: “[…] Io penso che gli uomini saranno uccisi e torturati fino a quando gli animali saranno uccisi e torturati e che fino ad allora ci saranno guerre, poiché l’addestramento e il perfezionamento dell’uccidere deve essere fatto moralmente e tecnicamente su esseri piccoli. Penso che ci saranno prigioni finché gli animali saranno tenuti in gabbia. Poiché per tenere in gabbia i prigionieri bisogna addestrarsi e perfezionarsi moralmente e tecnicamente su piccoli esseri […]”.
La stessa mano che si allena sui pesci, fa scempio di palestinesi. Ed è spaventosamente logico: il potere, ci dice Foucault, ha bisogno di fare pratica per poter esercitare il controllo totale e totalitario sugli individui. E’ un marchingegno che va oliato. Bisogna fare pratica per praticare il potere. Ed il potere è necessariamente (in senso filosofico, ovvero di ciò che non può essere diverso da com’è) e costitutivamente coercitivo, e di conseguenza cruento (giacché la costrizione è sempre – o prevede sempre – crudeltà). E la violenza richiede freddezza e abilità. Mente e corpo devono essere ben allenate affinché l’esercizio del sopruso non abbia sbavature. Annullare il senso dell’etica e dell’umanità, poi, richiede particolare applicazione. Non si diventa impeccabili dispositivi per uccidere, mostri robotici (o robot mostruosi), da un giorno all’altro.
E’ tutto calcolato al millimetro, si tratta di una scienza esatta, sofisticatissima: “I ricercatori israeliani hanno preso un gruppo di pesci e li hanno abituati, all’interno della loro struttura, ad associare uno specifico suono al momento in cui ricevono il mangime. Dopo circa un mese di training, li hanno rilasciati in mare aperto. Passati altri quattro mesi, agli stessi pesci è stato fatto risentire il suono associato al cibo: con grande stupore degli scienziati, tutti gli esemplari hanno fatto ritorno nel punto in cui avrebbero ricevuto il loro mangime”.
Così, i missili sono sempre più precisi, sempre più scientifici, i lager sempre meglio organizzati, com’è sempre più infallibile la macchina della schiavitù e della distruzione. Alta tecnologia per la tecnologia del controllo, e cioè del potere, e cioè della devastazione, fuori e dentro l’automa-uomo reificato ed abusato.
E dire che era così bello aver scoperto la memoria dei pesci. La questione della memoria degli animali, peraltro, è un elemento chiave in sede etica, filosofica, psicologica, eto-zoologica ed antropologica, nel nostro rapporto con gli altri terrestri non umani. Inizialmente, infatti, l’uomo aveva stabilito la propria superiorità sugli animali in base alla percezione del dolore; da Cartesio in poi, si riteneva che solo l’uomo fosse in grado di provare una reale sofferenza, mentre gli animali rispondessero semplicemente a stimoli esterni, come delle “macchine organiche”. Caduta questa tesi (giacché gli animali sentono, soffrono, provano piacere, si intristiscono e gioiscono perfino), ci si era concentrati sulla memoria: “L’uomo è superiore perché la sua esistenza è nobilitata dai ricordi, mentre agli animali non è data la facoltà della memoria”, si diceva. D’ora in avanti, chi vorrà mangiare la pancetta o sogliola mantenendo la coscienza pulita, si dovrà aggrappare al microchip ed allo shopping: “Sono superiore perché grazie alla mia straordinaria intelligenza riesco a cercare sul pc dov’è situato il negozio più vicino in cui pagare duecento euro una camicia brutta”. Siamo senza dubbio la specie eletta.
Ecco, ricordare queste vittime mute e dimenticate, questa Gaza sommersa dalle acque e dall’indifferenza e destinata ad un perenne oblio che si rinnova incessantemente, è il mio modo per essere vicino ai palestinesi e a tutte le vittime dimenticate che non hanno voce, non l’hanno mai avuta e non l’avranno mai. Poiché Gaza è sulla terra, è in cielo e financo sott’acqua. Gaza è tutt’intorno a noi, ma Gaza non siamo noi: Gaza sono sempre gli altri. Gaza è l’Altro.
Infine, c’è una terza cosa che mi intristisce oltremisura in aggiunta al massacro dei palestinesi ed alla strage programmata dei pesci: il sapere che, con la scoperta della memoria dei pesci, laddove io scorgo un universo di meraviglia per il mistero della vita e dei suoi infiniti inebrianti segreti, un oceano di magia in cui la mia immaginazione nuota e vola e si perde, qualcun altro – magari anche qualche professorone – vede un centinaio di scatolette in più su uno scaffale del supermercato.
I pesci muoiono in silenzio, ma, se porgi l’orecchio con animo puro al loro malinconico boccheggiare, puoi sentire distintamente che ti stanno mandando a fanculo.

 

 

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Dell’alzarsi in piedi quando entra l’insegnante

Posted by sdrammaturgo su 12 gennaio 2009

Sottotitolo: Di cosa si sta parlando quando si parla di educazione

Sottaceto del sottotitolo: Apologo vagamente brechtiano sulla società e chi la compone, chi la scompone e ne dispone, chi la decompone e chi le si oppone

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A scuola, quando entrava l’insegnante,
molti si alzavano automaticamente,
e quelli sono diventati schiavi perfetti;
pochi si alzavano con convinzione,
e quelli sono diventati degli ottimi borghesi;
alcuni si alzavano controvoglia,
e quelli sono diventati delle teste di cazzo;
io non mi alzavo affatto
e sono diventato un anarchico intelligente.

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In allegato, una divagazione a tema ed in tema

La moda è un fenomeno aberrante e si sa. In genere si dice che sia una tremenda e pericolosa cazzata in quanto l’individuo sospende il proprio giudizio e – per comodità, pigrizia, vigliaccheria, ignoranza, semplice imbecillità (tutti fattori che concorrono a comporre la sindrome del gregge) – delega il proprio pensiero ad un altro che pensi al posto suo e decida per tutti (e, in tal modo, l’altro ti frega e ci lucra, aggiungo).
Ora, per me il problema non è tanto – o comunque non solo – questo. Personalmente, sarei ben felice se fosse, che so, José Saramago ad indicare cosa debba piacere a tutti e tutti si omologassero al suo gusto ed alla sua intelligenza. Il guaio è che a farlo sono Dolce e Gabbana.

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Post scriptum – Forse non tutti sanno (e molti preferirebbero non sapere) che

A Roma – udite udite – è stato inaugurato (rullo di tamburi, suspence, squilli di tromba, un bambino in terza fila – per dare l’effetto del pubblico – si scaccola, il nonno gli dà uno scappellotto, ma tanto ha novant’anni ed un tumore ed ha i giorni contati, quindi il pargoletto lo deride e lo rovescia dalla carrozzella, così, gratuitamente, a sfregio) nientepopodimeno che lo Shopping Bus, una linea circolare gratuita di trasporto pubblico istituita appositamente per condurre turisti e cittadini a fare shopping in centro.
Sì, avete capito bene: lo Shopping Bus.
D’altro canto, cosa c’è di meglio, dopo una dura settimana di lavoro, di un bel tour guidato nei luoghi storici delle compere inutili ove spendere in cazzate le briciole del padrone per far arricchire altri padroni? La vita, si sa, è divisa in lavoro ed acquisti.
Mi sono subito venuti in mente i percorsi obbligati per i topi in laboratorio. L’uomo schiavizza i topi per imparare a comportarsi da topo schiavizzato.
Questa preziosa risorsa per il comune – che ringraziamo per la brillante iniziativa che dà nuovo lustro alla vita culturale della città – avrà di certo bisogno di uno slogan che la lanci definitivamente nell’olimpo della millenaria storia romana. Ne propongo uno: “Lavora, consuma, crepa. Ma con l’ATAC”.

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Io, favoreggiatore di democrazia

Posted by sdrammaturgo su 6 dicembre 2008

Di Tommaso Nicola Di Fonzo (uno dei miei migliori amici, N.d.R.)
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La differenza fondamentale fra il sistema dittatoriale e quello democratico può essere desunta dal diverso ruolo rivestito dalla legge al loro interno: mentre in un regime totalitario essa è lo strumento attraverso il quale il singolo detentore del potere manifesta lo stesso e cura i propri interessi, in una democrazia, essa serve, o dovrebbe servire, a regolamentare la convivenza dei cittadini, del popolo “sovrano”, facendo sì che i diritti e la libertà di ognuno vengano rispettati.

Dopo aver fatto questa premessa per rendere chiaro cosa significa vivere in una democrazia, io, Tommaso Nicola Di Fonzo, cosiddetto “esperto informatico”, ho deciso di rendere pubblica la mia vicenda attraverso la presente lettera.

Il 16 gennaio 2008 mi sono visto, reo di aver inserito, col consenso degli interessati, annunci a sfondo erotico in un sito internet (www.universoescort.com), uno come ce ne sono tanti, accusato di favoreggiamento aggravato della prostituzione, in seguito a mesi di indagine da parte della polizia postale di Viterbo, in un operazione denominata grandiosamente Red Lights Web e che ha portato al mio arresto.

Dopo circa quattro mesi di pedinamenti ed intercettazioni, la polizia è piombata in casa mia verso le 7 di mattina a notificarmi lo stato di arresto, sequestrandomi computer e altro materiale informatico, cellulare, e condurmi in questura dove il mio sito è stato oscurato. Un trattamento da vero malvivente, quindi, quello riservatomi: dopo il blitz mattutino sono stato costretto agli arresti domiciliari per ben 24 giorni, dei quali i primi 9 trascorsi a razionare il cibo, in una sorta di isolamento dato che vivo da solo  – come se la mia pericolosità pubblica fosse estremamente elevata, nonostante fossi incensurato –  prima dell’intervento del tribunale del riesame di Roma, che , in seguito alle richieste del mio legale  (ovviamente d’ufficio), mi ha accordato tre ore di libertà giornaliere per consentirmi di comprare da mangiare.
Trascorsi i tempi dovuti, in attesa di processo, sono potuto tornare in libertà, non senza però l’obbligo di firma in caserma, ogni giorno fino alla fine del mese di Maggio.

Una delle prove a mio carico sembra essere una mia risposta data al telefono ad una agente di P.G. simulatasi inserzionista, alla cui domanda su un possibile guadagno risposi, come da atto, “…la mia parte è solo praticamente di mettere l’annuncio, perché faccio pubblicità e basta…“; bene, questa risposta sarebbe ritenuta “falsamente neutra”.
Sì, avete capito bene: non un fatto, ma un pregiudizio come capo d’accusa, quasi una dichiarazione di malafede nei miei confronti. Perché, se affermando e ammettendo di commettere un qualcosa sono punibile e, al contrario, non facendolo,  mi si può comunque accusare di mentire, sulla base di un’idea che appare piuttosto preconcetta, significa che, in quanto accusato,  non ho via d’uscita, e questo è inammissibile in uno stato considerato democratico e basato quindi sul diritto.

Secondo gli atti e secondo quanto affermato nel corso di una conferenza stampa in questura, l’imputato, cioè io, per contattare nuovi inserzionisti si serviva di annunci presenti su quotidiani e riviste; gli annunci, insomma, che leggiamo da sempre sulle varie testate d’informazione o su quelle apposite, e sulle quali nessuno sembrava aver mai espresso lamentele o portato avanti indagini.
Il perché lo stesso annuncio di un “accompagnatore” sulla carta stampata appaia accettato e legale e sul web sia “favoreggiamento” rimane un mistero. Se sono le foto di nudo a fare la differenza – pornografia è, per definizione, tutto ciò che sia ritenuto osceno secondo il comune senso del pudore – allora ritengo che si dovrebbero oscurare milioni di siti, così come anche i calendari delle veline, ovviamente, e personalmente allargherei, per logica, l’”accusa” al nudo “artistico” ( e è un organo genitale ad offendere la morale, non dovrebbe bastare un bianco e nero ed una firma illustre per renderlo accettabile). Deve comunque essere dimostrato che, al momento dei contatti pubblicitari, fossi a conoscenza delle reali attività dei miei clienti, dei quali non facevo che pubblicare foto, con il loro consenso, e testi di annunci secondo le loro richieste; una probabilità non è un fatto, e l’unico fatto è che sul sito incriminato, era scritto chiaramente, nel regolamento, che annunci riguardanti sesso mercenario non sarebbero stati accettati e pubblicati.

Forse tutti sanno che in Italia prostituirsi è legale, suppongo di sì; forse non tutti però sanno che in Italia il favoreggiamento della prostituzione è punibile con una pena che va dai due ai sei anni di reclusione. Così come non tutti sanno che per favoreggiamento si intende il favorire qualcuno, in qualsiasi modo, nel prostituirsi, cioè il consentirgli di svolgere la sua attività in un dato momento attraverso un favore, come, ad esempio, anche il semplice andare a fargli la spesa.
Non tutti sanno che in Italia, quindi, il favorire un “non reato” è illegale.
Inoltre, in Italia, lo sfruttamento della prostituzione è punibile con una pena che va dai due ai sei anni di reclusione, la stessa applicata nei casi di favoreggiamento, che tradotto significa che affittare una stanza ad una prostituta o badare al suo bambino e schiavizzarla, penalmente parlando, sono la stessa cosa.
Come può essere considerata reato l’attività che sia atta a favorirne un’altra considerata non reato? Ecco, di questo assurdo paradosso giuridico, sono stato vittima in prima persona.

Giustamente e per mia fortuna,  la mia cerchia di amici si è mostrata del tutto comprensiva e solidale sin da subito, ritenendomi vittima di una palese ingiustizia, perché, anche ammesso che io avessi saputo con certezza matematica che gli uomini e le donne fossero effettivamente dei mercenari, secondo la logica ed il buon senso, non può sussistere reato, essendo il sesso mercenario non classificato né come reato, né come professione, ed essendo quindi il reato di “favoreggiamento di qualcosa di legale” un perfetto assurdo, una ipocrita contraddizione che non può che esprimere chiaramente la volontà di far prevalere la morale sull’etica e sulla legalità. Tutto questo senza contare i papponi che liberamente fanno affari sul corpo di povere ragazze ridotte in schiavitù, i quali, se arrestati, non rischierebbero una pena maggiore della mia.

Tuttavia, lungi dal cercare consensi e volermi autoassolvere, ci tengo a sollevare le seguenti questioni: a cosa serve la legislatura, che dovrebbe essere quantomeno sensata e coerente, se a dettare legge è comunque ancora la morale? Perché la chiamiamo democrazia se si tratta in realtà di una criptodittatura o di una teocrazia anche poco velata?
Vale la pena interrogarsi, prima di tutto, sul significato della stessa parola “legge”, giacché qualcuno potrebbe facilmente obiettare che “se è legge un motivo ci sarà e bisogna rispettarla”; bene, cosa dovrebbe rappresentare la legge, concetto relativo ed umano,  se non l’espressione della giustizia, concetto assoluto? Una norma comportamentale dovrebbe essere legge in quanto giusta, e non, viceversa, giusta in quanto legge; ma purtroppo, si commette troppo spesso l’errore di identificare la legalità con la giustizia, concetti che non viaggiano certo su binari paralleli.

A tutti coloro i quali non fossero del tutto convinti di ciò, vorrei far notare che, parlando sempre di paesi democratici, tipo gli USA, “la più grande democrazia del mondo”, possiamo individuare atrocità legislative risalenti solo a 50 anni fa, tipo la discriminazione e la segregazione razziale, un qualcosa che oggi è unanimemente condannato ma che, prima che la regola venisse in qualche modo infranta, quasi tutti consideravano “normale”, o giusta, in quanto legge.
E gli esempi in tal senso potrebbero essere innumerevoli: dalla vivisezione, legale pressoché ovunque ancora oggi, al “delitto passionale”, l’attenuante concessa fino a pochi decenni fa agli uomini colpevoli di omicidio ai danni di una donna, qui, nel nostro paese. Per i più, tristemente, è tutto normale, finché è la legge a garantirlo e a coprirlo, ma non può e non deve essere così, non in un sistema politico che dica di fondarsi sul diritto e non sul potere.
E’ facile, però, individuare l’aberrazione nel passato, in un tempo superato sul quale la Storia si sia già espressa, e quindi distante; più arduo è farlo sul periodo storico in cui si vive, perché significherebbe schierarsi contro il sistema attuale e la cultura dominante, e un po’, in fondo, contro noi stessi.

E’ chiaro, tuttavia, che se le cose cambiano, e se le civiltà si evolvono in meglio è perché le leggi sbagliate vengono infrante e si modificano, è perché si agisce sul presente e non sul passato.

Di certo oggi anche chi non se ne rende conto, beneficia di diritti conquistati attraverso l’illegalità, perché “non bisogna chiedere un cambiamento, ma essere il cambiamento”.
C’è chi ha rischiato in prima persona per dimostrare l’ingiustizia di una legge, e c’è anche chi ha pagato, più o meno duramente.
Nel 1846 il filosofo Henry David Thoreau rifiutò di pagare la tassa che il governo imponeva per finanziare la guerra schiavista al Messico, da lui giudicata moralmente ingiusta e contraria ai principi di libertà, dignità e uguaglianza degli Stati Uniti. Per questo, in seguito, fu incarcerato per una notte (e liberato il giorno successivo quando, tra le sue vibrate proteste, sua zia pagò la tassa per lui). Dopo qualche anno, nel 1849, scrisse il saggio “Disobbedienza Civile”.

Questo il senso di questo mio piccolo ma deciso J’accuse.

Un processo, il mio, che è costruito su un paradosso lampante e che sembra dunque rifarsi direttamente a quello kafkiano,  con la differenza che io, diversamente dall’imputato del celebre romanzo so per quale reato sono processato, ma ignoro, o non comprendo su che base esso venga considerato tale. Se le leggi hanno un senso e quindi un motivo d’esistere, esso dovrebbe consistere nel regolamentare la vita sociale difendendo la libertà di ogni cittadino, con i suoi diritti; invece in questa situazione, paradossalmente, sono io, l’accusato, l’unica vittima e l’unico ad aver subito un danno, come in precedenza fatto presente.
E’ come se, essendo legale vendere le patate, venisse arrestato chi promuovesse la loro vendita al mercato. Ma le patate non sono “sesso”, non sono quindi “il male”.
Volendo, invece, identificare un “male” in un’analogia, potremmo fare l’esempio dei venditori di armi: essendo inequivocabilmente esse produttrici di morte, ed essendo l’omicidio un reato punibile per legge, a differenza del sesso, per logica, non andrebbe forse ritenuta grave favoreggiamento la loro messa in commercio? Non mi risulta però esistano norme legali in merito.
Del resto, se la mia libertà è definita dai limiti della legge ed entro questi ci si può muovere, significa che è mio diritto fare tutto ciò che la stessa legge considera legalmente fattibile; ora, partendo da questo presupposto, come posso io prostituirmi o contattare prostitute (attività legali) se questi atti, nelle loro diramazioni pratiche, costituiscono illegalità? non è forse un finto diritto, questo? come pure lo stesso esempio potrebbe essere fatto con la droga: se drogarsi è legale, significa che è per forza di cose anche un diritto, in quanto mia libertà, e perché allora impedire lo spaccio, dato che il rifornirmi della droga necessaria ad espletare un mio diritto è anch’esso un diritto che dovrebbe essermi garantito? Su quest’ultimo esempio, tuttavia, si potrebbe obiettare che le sostanze stupefacenti siano dannose per la salute e che la loro assunzione può anche arrecare danni a terzi, ma per quale motivo disincentivare la prostituzione volontaria e senza sfruttamento dato che essa non causa danni fisici o psicologici a nessuno, se non per accontentare la morale religiosa che troppo spesso ha la meglio sulla laicità formale di questo paese?

Un altro aspetto che mi preme far presente è senz’altro il vero e proprio linciaggio mediatico, attuato ai miei danni dalla stampa locale, durante i giorni della mia detenzione: la mia foto sbattuta in prima pagina e toni diffamatori che alludevano palesemente, ma furbamente, alla mia attività di pubblicitario online come a quella di uno sfruttatore di povere ragazze versanti in cattive condizioni economiche, di un traviatore di giovani menti di studenti e studentesse; una sorta di “protettore” con introiti di decine di migliaia di euro al mese, un depravato che avrebbe pubblicato “pornografia” in rete “facilmente visibile anche da bambini”.
Il tutto mettendomi in bocca frasi mai pronunciate come “vuoi allargare il tuo giro d’affari ed aumentare i tuoi introiti? ci penso io!”, ripreso anche da un noto settimanale a tiratura nazionale.
Tutte affermazioni, queste, chiaramente tendenziose, atte a creare un “mostro” per far notizia e colpire l’immaginario collettivo, ma attente a mettere la pulce nell’orecchio dei lettori senza però dire nulla di “netto” e quindi di concretamente passibile di denuncia, esempio:” non è escluso che tra gli inserzionisti vi fossero anche giovani studenti vittime di ristrettezze economiche che quindi avrebbero potuto accettare la proposta del D.F. di entrare in affari sul suo sito”. Vere e proprie invenzioni con l’intento di mettermi in cattiva luce senza diffamarmi. Una forma di  giornalismo del tutto scorretta.
Questa strategia, atta a far leva sulla morale comune, comporta ovviamente ai miei danni una forma di emarginazione sociale da parte della comunità che genera forti ripercussioni sia a livello di contatti umani che professionali, compromettendo le mie possibilità lavorative e remunerative, e gettandomi di fatto in una situazione di vero disagio, anche economico, dunque.

Come già accennato, per quanto mi riguarda, sarei anche pronto a subire una condanna, purché si riesca a dimostrarmi la natura del reato da me commesso, o, in alternativa, purché si ammetta che il cittadino, l’essere umano, in questo paese, non gode di piena libertà, ma è suo malgrado vittima di un totalitarismo bello e buono, che fa sì che si debba pagare non già per aver attentato alla libertà altrui, ma per aver esercitato la sua, laddove essa non sia compatibile con la “morale di stato”.

In conclusione, il sesso si può fare, ma è meglio non parlarne; la prostituzione è consentita, ma guai ad avere contatti diretti con codesti “intoccabili” esseri umani, i quali devono rimanere in una sorta di limbo, ghettizzati non ufficialmente, affinché la rispettabilità di tanti perbenisti venga salvaguardata.

(Si invita alla massima diffusione)


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Non servono politologi laureati

Posted by sdrammaturgo su 14 ottobre 2008

L’uomo del baretto ha ragione. L’uomo del baretto ha sempre avuto ragione. Cosa ci dice infatti l’usitata lamentela “è tutto un magna magna” se non che il potere è corruttore e chi lo detiene baderà ai propri interessi, forte dei vantaggi che il potere procura? Non esiste un potere buono: il potere è costitutivamente marcio, giacché chi brama il potere farà di tutto per conservarlo ed ampliarlo una volta raggiunto. Il principe gode a spese dei sudditi.
Il qualunquismo da baretto ha quindi un fondo (ed anche una superficie) di verità, la stessa verità – a ben vedere – di Rousseau, di Marx e di Foucault, solo ad uno stato più grezzo e seminale.
Il problema dell’avventore del baretto risiede però nel fatto che egli, quel potere, finisce per cementificarlo, incapace di compiere il salto verso la coscienza della liberazione. Altresì: si lamenta che tutti i potenti rubano, ma puntualmente finisce per votare il più ladro di tutti.
Il potere ha a che fare con il controllo ed all’uomo del baretto non dispiace essere controllato. Non ha voglia di stare a pensare a quali scelte potrebbe compiere, alle possibilità di vita che gli si parano davanti. Preferisce fare ciò che gli viene ordinato, immolando alla comodità della schiavitù i perigli dell’indipendenza consapevole. All’uomo del baretto il fascismo non è mai dispiaciuto.
Ma l’uomo del baretto, dall’alto della sua conoscenza vera della fatica dell’esistenza osservata dal basso, sa offrire chiavi di lettura della realtà che nessun politologo saprebbe sintetizzare meglio. L’uomo del baretto è quello che si alza tutte le mattine per spaccarsi la schiena a lavoro, quindi certe cose lo sa come funzionano. L’esperienza lo rende acuto, più di quanto egli sappia di esserlo.
Penso a mio nonno. Mio nonno ha fatto la terza elementare. Legge a fatica, scrive a malapena. Ha fatto il contadino, il cuoco, il custode. Non è di sinistra, ed a ben vedere neppure di destra. Forse crede in dio, ma non si pone granché il problema. Praticamente, non ha coscienza politica e filosofica di certi temi. Vive la sua piccola quotidianità di persona umile con nessun interrogativo sul mondo e la società e tanto gli basta. E’, insomma, tutt’altro che una mente speculativa. Ma nessuno come lui ha saputo spiegare meglio i meccanismi del potere e la questione della divisione in classi sociali.
In occasione delle ultime elezioni disse: “Mica posso vota’ Berluscone. Quello è mijardario e io nun c’ho ‘na lira. Tu l’hae visto mae ‘n signore che aiuta a ‘n poaretto?”.
Serve aggiungere altro?

Ma la frase più illuminante che io abbia mai sentito la formulò mia bisnonna.
Io ho la fortuna di poter vedere in prima persona e toccare con mano il salto generazionale favorito dal progresso economico. La storia italiana recente riassunta nella mia famiglia: una bisnonna totalmente analfabeta, che firma con la X, non è mai andata a scuola ed ha iniziato a fare la bracciante a cinque anni, ed il pronipote studente universitario. E’ una bellissima cosa che insegnerebbe a chiunque ad avere la chiara misura del corso degli eventi, dello sviluppo sociale, delle radici, del benessere e della povertà.
Grazie a mia bisnonna ho capito nitidamente come il nodo fondamentale del malessere umano risieda nella differenza di possibilità economiche. Altresì: la prima piaga, a cui seguono tutte le altre, è la separazione in chi possiede e gestisce la ricchezza e chi annaspa nella miseria.
Chi è costretto a vivere del proprio sudore e deve pensare ogni giorno a mangiare, sarà sempre alieno dai temi pur rilevantissimi della libertà, dell’autodeterminazione, della propria posizione nel consorzio umano. Per dirla più semplicemente: se non è scontato che ogni giorno potrai nutrirti, non hai tempo di pensare alla tua condizione particolare in relazione al mondo in cui vivi ed alla condizione umana in generale.
Mio bisnonno, il marito di mia bisnonna, era leggermente più istruito ed era uno dei pochi in paese a professarsi comunista. Non era facile essere iscritti al sindacato in una comunità dominata dai democristiani. Tant’è che perse più volte il lavoro ed i suoi figli dovettero andare a scuola altrove poiché non venivano accettati neppure negli istituti pubblici, governati com’erano dai cattolici.
Una volta chiesi a mia bisnonna se durante il fascismo avessero avuto maggiori problemi. Serbo ancora nella memoria quasi con commozione la sua risposta: “Nonna, mi sa che durante il fascismo per voi non dev’essere stato affatto facile, eh?” “Mah, io zappavo prima de Mussolini, ho zappato co’ Mussolini e ho continuato a zappa’ pure dopo Mussolini”.
Capito?

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Italian Hostel

Posted by sdrammaturgo su 28 luglio 2008

A Bolzaneto, quarantacinque uomini dello Stato, al riparo in una caserma (“Tutto questo palazzo è una grande tomba”, cit.), hanno torturato per ore ed ore decine di ragazzi e ragazze.
La sentenza ha assolto trenta carnefici e ne ha condannati solo quindici, peraltro con pene minime.
La cosa curiosa è il risarcimento: i ministeri degli Interni e della Giustizia dovranno versare quindici milioni di euro totali per i danni morali e materiali subiti dalle vittime.
Praticamente è come se gli aguzzini avessero pagato per poter torturare a piacere ed in piena impunita libertà.
Questo mi ricorda qualcosa.
Nel film Hostel di Eli Roth, dei ricconi sborsano grosse cifre di denaro per torturare ed uccidere ragazzi e ragazze appositamente rapiti e segregati nel chiuso di un enorme stabilimento isolato.
Nella realtà democratica italiana si è fatto addirittura un passo avanti rispetto alla finzione cinematografica: ci pensa lo Stato a pagare per permettere anche agli uomini del suo braccio armato – i quali non possono contare su grandi disponibilità finanziarie, ché lo stipendio di un poliziotto o di un carabiniere non è poi un granché – di divertirsi con spassose e ricreative torture.
Immaginate il vantaggio: è sufficiente arruolarsi e qualcun altro paga al tuo posto affinché tu possa godere delle attrazioni dell’Italian Hostel.
Il solito assistenzialismo del Belpaese.

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L’Apocalisse della Bellezza

Posted by sdrammaturgo su 25 maggio 2008

Guardate bene quello che sta succedendo in Campania. Prestate attenzione all’aria fetida, agli animali che muoiono per strada, alle persone che si ammalano di tumore, ai cumuli di spazzatura che sommergono il verde, al cibo trasformato in veleno, alla terra che affonda nel liquame. Guardatelo bene, perché è quello che accadrà al mondo intero. E’ il destino che attende tutti noi.
Perché accadrà, accadrà. Oh, se accadrà.
Giorgio Bocca ha detto che “Napoli siamo noi”, che Napoli è l’Italia al quadrato. Ha ragione. Io dico che l’Italia è il mondo al quadrato. Ho ragione anch’io. L’essere umano è fondamentalmente lo stesso dovunque ed in qualsiasi era. Cambiano i suoi metodi, ma non muta la sua essenza guasta.
Dove tutto è elevato a potenza, amplificato, estremizzato, le cose, semplicemente, succedono prima e rimbombano più fragorosamente. Basterà aspettare, avere un po’ di pazienza (e ne basterà davvero poca, pochissima, di pazienza), per assistere agli stessi sfaceli ovunque.
Guardate bene Napoli, imprimetevi bene nella mente le prime immagini del mondo che va in rovina e ricordatevene.
Ogni sisma deve avere un epicentro da cui il terremoto si innesca e si propaga. Ogni epidemia deve avere un focolaio da cui si irraggia ed espande.
I processi di distruzione iniziano sempre da un punto, anche piccolo – ché da qualche parte bisogna pure cominciare. E poi, piano piano, o velocemente, il perimetro si dilata: la peste contagia via via un numero sempre maggiore di villaggi, la piena del fiume travolge aree sempre più di distanti.
Noi abbiamo avuto la tremenda fortuna di assistere alla caduta del primo argine. Ora non resta che ammirare le nostre vergognose e grottesche facce nelle acque dell’esondazione.
Vista dall’alto, l’esplosione di una bomba deve apparire come un puntino che subito si gonfia e sale, diventa un grosso cono che ti viene incontro e, prima che tu te ne renda conto, te ne ritrovi avvolto. Quando l’hai sganciata, non avevi badato al fatto che sopra al tuo aereo c’era il soffitto.
Sarebbe affascinante la questione per cui è dal minuscolo che si arriva al macroscopico, se non fosse la più terribile ed inesorabile delle verità.
Guardate bene la Campania felix divenuta triste, ampliatene l’orizzonte fino a comprendere con gli occhi della vostra immaginazione i confini dell’intero pianeta e, dopo aver compiuto questa facile quanto frastornante proiezione, tornate con la mente alle pareti della vostra casa, così modesta ed insignificante in confronto a ciò che avete visto con il pensiero. Riflettete quindi su quante volte avete lasciato l’acqua scorrere mentre vi stavate lavando i denti, quante volte avete lasciato la luce accesa senza che nessuno fosse nella stanza, quante volte avete trascurato la raccolta differenziata “perché tanto va be’, sarà mica tutto lì il problema?”.
Ognuno danneggia il prossimo e l’ambiente secondo le proprie possibilità. Chi possiede mezzi ingenti, grandi industrie e macchinari per miliardi, può permettersi di radere al suolo le foreste. Chi non ha che una bottiglietta ed uno spazzolino, si limita a fare la sua parte sprecando un paio di litri d’acqua e sporcando almeno un minimo la strada.
Guardate Napoli e le case e gli alberi ricoperti dall’immondizia e siate fieri del parvo contributo personale che state dando affinché presto o tardi – ma più presto che tardi – un pianeta rigoglioso si tramuti in una landa desolata popolata da rifiuti.
Se c’è una cosa che è imperdonabile è la mancanza di sensibilità per la bellezza. Lo sprezzo per la propria salute, il disinteresse per la qualità della vita, l’egoismo che se ne infischia dell’esistenza altrui e dell’altrui dolore, sono cose certo inconcepibili nella loro idiozia. Ma la trascuratezza per la bellezza, l’incapacità di meravigliarsi, il deterioramento dello splendore, l’ottundimento dell’incanto, la totale assenza di piacere di fronte allo spettacolo del mondo e della natura, quello è qualcosa di più, qualcosa che va oltre; più che deprecabile, più che disgustoso, più che miserabile. E’ osceno.
Quando l’aria sarà diventata completamente marcia e la consunzione del mondo inghiottirà anche il mio corpo nella postrema putrescenza, la mia ira per ciò che andrò perdendo sarà ripagata dal sudicio show dell’agonia di chi ha cementificato i boschi fruscianti, ucciso potenti animali dall’elegante corsa per farne rozzi orpelli da volgari salotti cupi, annerito le distese azzurre del mare immenso e gorgogliante, reso grigio e vuoto un cielo popoloso e fresco.
Quando avrò sputato l’ultima saliva gialla e vedrò l’ombra di una squallida morte farsi largo tra le discariche e l’asfalto, riderò pieno di bile per la sofferenza di chi commise il crimine più atroce: uccidere lo stupore. Misera consolazione.

Le città dei palazzoni, della speculazione edilizia, delle colate di catrame, non sono soltanto malsane: sono innanzitutto brutte.

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