Beati i poveri, perché moriranno prima

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L’amore non serve

Posted by sdrammaturgo su 23 agosto 2012

Mi è stato detto qualche volta che sono un vegano atipico: non mi metto ad accarezzare i cani, non ho moti d’affetto verso i gatti, non ho animali domestici, gli animali non mi suscitano particolari tenerezze. Puzzano pure. E spelano. E si puliscono il culo con la lingua.
Un vegano disinteressato agli animali, insomma.
E in effetti perlopiù gli animali mi sono indifferenti.
Non ho mai capito ad esempio l’entusiasmo in presenza di un cane. Tutti che si azzuffano in preda a raptus di dolcezza per dimostrare il loro amore al mammifero attraverso coccole e smancerie di dubbio gusto, mentre io non faccio che pensare: “Uau, un esemplare del quadrupede più diffuso al mondo!”.
Provo la stessa cosa quando qualcuno tenta di attirare la mia attenzione sulla presunta meraviglia di un infante.
“Guarda che bel bambino! Guarda che bel bambino!”
“Ehi, incredibile, un essere umano. Ce ne sono solo altri sette miliardi in giro”.
Per un ligro proverei già maggiore stupore. O anche di fronte a un semplice lupo. Non capita mica spesso di vederne uno.
Allo stesso modo, un uomo che pesa cinquecento chili o un centometrista olimpionico già mi catturano di più. Voglio dire, non è da tutti riuscire a fare i cento metri in meno di dieci secondi. Ma non capisco perché il postino dovrebbe emozionarmi. A meno che non consegni le bollette a tutto il viale in nove secondi e cinquantotto, ovvio.
Ecco, io sono un vegano antispecista che non ama gli animali. Anzi, alcuni li detesto. Altri mi fanno pure un po’ schifo. Se domani topi e blatte si estinguessero autonomamente, accoglierei la notizia con un certo giubilo.
Il punto è un altro: detesto anche il mio vicino di casa. E a dirla tutta mi fa pure un po’ schifo. Se domani morisse, non soffrirei affatto e forse proverei anche una malcelata gioia. Ma non per questo lo imprigiono, lo sfrutto, lo torturo, lo ammazzo e lo mangio.
Dire: “Amo gli animali” è un’affermazione specista al contrario. Perché mai dovrei amare un individuo solo perché appartiene a un’altra specie? Un cane, un gatto, un coniglio, per me sono degli estranei tanto quanto un passante sconosciuto.
Posso amare un animale con cui ho un rapporto affettivo, che vive con me, di cui mi prendo cura e che mi fa compagnia, esattamente come amo mia sorella, amo i miei amici, amo la ragazza con cui sto. Ma Gianni Brugnoli di Cremona, mi dispiace per te, ma non ti amo. Capiscimi, manco ti conosco. Forse manco esisti. Non volermene: non penso che tu per me provi particolari sentimenti.
E anche tu, Giada Moncaspio di Sondrio, sappilo: non ti amo. Può essere che puzzi pure tu. O speli. O ti pulisci il culo con la lingua, chi lo sa.
Quello che mi basta sapere è che nessuno vada da Gianni Brugnoli di Cremona e da Giada Moncaspio di Sondrio per schiavizzarli, vivisezionarli e trucidarli. In quel caso, avrebbero tutta la mia empatia.
Amore non significa niente. È un concetto troppo vago e vasto, non si sa bene a cosa si riferisca, è un universale vuoto che ognuno può riempire come vuole.
Per l’antispecismo l’amore non serve. Anzi, è persino deleterio.
In fondo, un marito che pesta la moglie, magari la ama pure. La ama e la pesta. Chi potrebbe affermare che in realtà i suoi sentimenti siano falsi? Lui è fatto così: ama e pesta. Quindi forse la ama davvero, ma di sicuro non la rispetta.
Ecco il concetto che va sostituito a quello di amore: rispetto.
Perché un macellaio, un cacciatore, un amante della trippa al sugo, possono sì dire di amare gli animali senza che nessuno possa muovere obiezioni sulla sincerità dei loro pensieri; ma quel che è certo è che non rispettano gli animali.
Non bisogna dunque dire: “Sono vegano per amore degli animali”, bensì: “Sono vegano per rispetto degli animali”.
Una volta un’altra vegana mi disse: “Non mi sembri per nulla curioso dello stile di vita che ti sei scelto”. Aveva ragione. Non c’è niente di cui essere curiosi. Per essere antispecista e vegano bisogna capire una cosa sola: non rompere i coglioni agli animali. Un vantaggio non da poco. Quale altro modo di vivere può contare su una simile semplicità?
Non mi stancherò mai di ribadirlo: non c’è alcun eroismo nell’essere vegan, nessun particolare ingegno è necessario. È la cosa più facile del mondo.
Per questo non capirò mai fino in fondo i dibattiti filosofici sull’antispecismo. Per me potrebbero essere ridotti a una sola frase: non rompere i coglioni agli animali.
Libro: L’antispecismo. Autore: Claudio Gianvincenzi. Pagina uno: “Non rompere i coglioni agli animali”. Fine. Venticinque euro. Un bestseller.
Esseri umani, non siate antropocentricamente presuntuosi: nessuno ha bisogno dei vostri sentimenti.
Gli animali non hanno bisogno di amore: hanno bisogno di essere lasciati in pace.
Capito questo, avete capito tutto.

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Hemingway nell’arena

Posted by sdrammaturgo su 22 febbraio 2012

La cultura serve all’imbecille per legittimare intellettualmente la propria imbecillità.
Quando si parla di violenza sugli animali, i suoi più strenui difensori sono quelli più istruiti, specialmente se progressisti. Con i mezzi dialettici e la protervia forniti loro da lauree e letture,  costoro fanno puntualmente appello a chissà quali principii filosofici per giustificare la propria brama di pancetta.
Il bifolco ha molta più onestà intellettuale. Lui, almeno, con un po’ di senso della dignità, ti dice nudo e crudo: “A me le sarsicce me piaciono, cor cazzo che smetto de magnalle. Chissenefrega dell’animali”.
L’intellettuale progressista no. Lui è di Sinistra, lui ha una coscienza critica e un senso etico, a lui stanno a cuore le disparità sociali ed i problemi ambientali, quindi non potrà mai ammettere il suo mero egoismo. Attraverso acrobatici e sofisticati – nel senso alimentare del termine – eurismi accademici, tenterà di convincerti – e soprattutto convincersi – che lui non continua a mangiare pajata soltanto perché gli piace, no: lui mangia pajata per un ideale.
L’intellettuale farebbe di tutto per difendere le sue grigliate di pesce conservando la propria illusione di superiorità etico-intellettivo-culturale. Tecniche di autosopravvalutazione.

Ti dirà che per noi è necessario mangiare animali, perché siamo onnivori. Gli dici che no, non siamo onnivori, bensì frugivori adattabili, come la maggior parte dei primati. Perché sì, nonostante il nostro cervello in grado di creare un microchip, siamo nient’altro che dei primati. Ricercatori universitari, geniali artisti, dotti scienziati, uomini in carriera, sappiatelo: siete dei primati. Tanta fatica, tanto studio, e rimanete egualmente degli oranghi spelacchiati nati senza ragione su un sassolino buttato in un angolo sperduto a caso nell’universo in espansione verso il Big Crunch. Dura da mandar giù, eh? Ma fatevene una ragione come me la sono fatta io: siamo scimmie con il pollice opponibile, e neanche tra le meglio riuscite.
Che poi questi qua comprano la bistecca al supermercato, vanno a casa, la consumano al tepore di un camino davanti alla televisione e si sentono simili a un leone, a un puma, a un giaguaro.
Immagino il risentimento di un leopardo: “Ehi! Così non vale! Io mi faccio un culo così per un pezzo di carne a settimana!”.

Allora l’intellettuale ti accuserà di sentirti migliore, mentre in realtà sei egoista quanto lui perché: “E allora le piante?”. Ma sta fingendo, perché lo sa benissimo anche lui che esistono tre regni biologi ben distinti: minerale, vegetale, animale. E che dunque dire: “Che differenza c’è tra un coniglio e una carota?” è come dire: “Che differenza c’è tra le zucchine e la ghiaia?” o ancora: “Che differenza c’è tra mio zio e uno scoglio?”. A meno che lui non sbucci il coniglio ed accarezzi la carota, ovvio.
Magari gli rispondi che la stragrande maggioranza dei vegetali viene coltivata per foraggiare gli allevamenti, e che quindi, smettendo di mangiare prodotti di origine animale, ne beneficiano anche le piante. Ma è la logica alla base della sua osservazione ad essere quantomeno pirotecnica. Egli infatti ti sta praticamente dicendo: “Visto che qualche essere vivente lo dobbiamo uccidere, tanto vale ucciderli tutti”. Che è un po’ come dire: “Visto che per rifare il bagno devo buttare giù un tramezzo, tanto vale demolire la casa”.
L’impatto zero non esiste: il solo fatto di venire al mondo di un individuo di qualsiasi specie, comporta il danneggiamento e la distruzione di altri e di parte dell’habitat. Ma ho sempre reputato assodata la saggezza del “limitare i danni”.

Probabilmente il progressista continuerà sostenendo che sì, gli allevamenti intensivi sono una mostruosità, ma seguendo il metodo di una volta, in campagna, col contadino amorevole, è tutta un’altra cosa e all’animale spetterebbe “la dolce morte”. “La dolce morte”: “il tumore carino”, o l’eutanasia praticata su uno che sta bene, o il suicidio di uno non consenziente.
Sono sempre stato contrario all’aggiunta dell’aggettivo intensivi quando ci si esprime contro gli allevamenti. Come se essere ammazzati nella Vecchia Fattoria o nella Casa nella Prateria fosse tutta un’altra cosa. Intensivi o virgiliani, la segregazione, lo sfruttamento e l’uccisione non sono mai arcadici. Personalmente, so di non voler essere ammazzato né in galera né nella Playboy Mansion. Quando qualcuno mi parla di quanto sia accettabile morire nella stalla di Metastasio, gli faccio una proposta: “Ora ti lascio vivere libero. Viaggi, trombi, ti diverti, dormi, ti finanzio una vacanza lunghissima. Poi tra cinque anni ti sparo in testa, non sentirai nulla. Ti sta bene?”. Non accetta mai nessuno.

Forse si giocherà la carta dell’onnivorismo proletario: “Un povero non potrebbe permettersi di essere vegano!”. Un chilo di fagioli della tipologia più pregiata, un euro; un chilo di carne, la più economica, quella di scarto, cinque, bene che vada. Quello è un intellettuale che non suole fare la spesa.

E non ci si dimentichi dello strumento dialettico prediletto del vero democratico: il relativismo voltairiano. “Voi fate proselitismo. Tu sei libero di non mangiare la carne, è una tua scelta che rispetto, ma non puoi pretendere che lo faccia pure io. Anche tu devi rispettare le mie opinioni ed il mio modo di vivere”. Non si comprende che tra me e te c’è un terzo che ci rimette: se io smetto di mangiare carne ma tu no, il maiale muore lo stesso. Non si tratta di un’oziosa querelle puramente teorica tra due parti: c’è una terza parte che viene accoppata sul serio. “Tu sei libero di non stuprare quella donna, ma non puoi impedire a me di farlo”.

C’è anche l’argomento individualista: “La gente diventa vegana per moda”. Al pollo non interessano i motivi per i quali non lo ammazzi: ciò che gli preme è unicamente che non lo ammazzi. Anche a me, non è che mi importi granché sapere se il portinaio non mi spara per radicate convinzioni morali o soltanto per quieto vivere o per convenienza o per non finire in galera: l’importante è che continui a non spararmi.

Infine, l’intellettuale concluderà che lui è un umanista e non trova giusto equiparare il dolore degli animali a quello degli esseri umani, noi antispecisti pratichiamo una sorta di antropomorfizzazione degli animali. Ma, tendenzialmente, ad usare l’argomentazione “con tanti esseri umani che soffrono, voi pensate agli animali!” sono sempre quelli che non si interessano né agli animali né agli esseri umani.

E poi ci sono le gloriose tradizioni: il Palio di Siena, la corrida, ‘ste cose qui. E a questi eventi l’intellettuale ci tiene particolarmente.
Anche in questo caso, il bifolco brilla per sincerità: “All’ippodromo e a la corrida me tajo da le risate”. Non la tira troppo per le lunghe.
L’intellettuale progressista no: l’ippodromo lo incendia, e riguardo la corrida, ad esempio, ti parlerà delle usanze secolari, millenarie, dell’enorme importanza culturale della conservazione dei riti ancestrali, del tema della rimozione della Morte nella cultura occidentale, della globalizzazione a cui la corrida si oppone, della dimensione mitico-simbolica della sfida Uomo-Natura, e di tante altre questioni “troppo complesse” per essere affrontate sbrigativamente. Ti dirà che sei un ignorante, perché pensi che il toro venga drogato e invece non è vero; perché confondi i banderilleros con i picadores; perché sei convinto a torto che sia un bieco intrattenimento ludico, mentre invece si tratta di un rituale dall’alta valenza storico-culturale. Quindi informati, poi parla.
Penso al toro.

TORO Cazzo, adesso mi drogate, poi mi fate massacrare dai banderilleros e poi mi trucidate per divertimento!
SPECIALISTA Ma no, ignorantone! Prima di tutto, non ti droghiamo affatto; in secondo luogo, a massacrarti sono i picadores; ma ciò che conta più di tutto il resto è che ti trucidiamo per un profondo valore storico-culturale.
TORO Ah, allora va bene.

Ecco, se uno vuole accoltellarti e tu lo implori di non farlo, quello ha tutto il diritto di dirti: “Ma taci, ché non sai niente sulle pratiche di accoltellamento, sulla loro storia e sul rapporto uomo contro uomo. Lo sai che tipo di lama è questa? Non lo sai. Lo sai di che materiale è fatta? Non lo sai. Lo sai da dove deriva il gesto con cui intendo spanzarti? E allora che parli a fare?!”. Pertanto, in quei casi, con umiltà, è bene ammettere la propria insipienza in materia e farsi accoltellare con entusiasmo, perché è un’esperienza che può arricchire molto intellettualmente parlando.
Quello che i dotti sostenitori della corrida si ostinano ad ignorare è che al toro, della rimozione della Morte nella cultura occidentale, del valore sociale del rito, della globalizzazione, della diversa concezione del dolore in Savater e Singer, nun je ne frega ‘n cazzo.
Voi l’avete mai visto un cinghiale che legge Lévi-Strauss? Io no.
E pure i puledri del Palio di Siena mi sa che della storiografia urbana, mi sbaglierò, ma se ne sbattono i rognoni.
Coinvolgere gli animali nei nostri interessi è l’unica vera antropomorfizzazione degli animali.

Io sarei favorevole alla globalizzazione dell’intelligenza.

Le tradizioni popolari violente che prevedono l’utilizzo di animali hanno da sempre suscitato l’interesse di prestigiosi intellettuali. Tra quelli che amo di più, mi sovvengono Eugenio Montale appassionato del Palio di Siena, Guillermo Arriaga cacciatore, Ernest Hemingway maniaco della corrida.
Ho imparato presto che il talento non ha niente a che vedere con la sensibilità. I grandi scrittori, i grandi artisti, sono in fondo persone che sanno fare bene qualcosa, possiedono un dono naturale, una tecnica, né più né meno di chi è portato per il bricolage o è bravo a giocare a pallone.
Per un uomo colto, però, ritengo il suo sapere un’aggravante della sua mancanza di empatia, dal momento che avrebbe tutti gli strumenti cognitivi per comprendere le pecche della barbarie.
Ma voglio dare, che so, agli eruditi amanti della corrida una possibilità di ottenere il mio rispetto.
Sicuramente, in giro per il mondo, da qualche parte, in qualche tribù, si staranno ancora facendo dei  sacrifici umani, riti ancestrali che provengono da un passato antichissimo e che perciò hanno un enorme significato culturale.
Ecco: il giorno in cui vedrò uno di questi istruiti sostenitori della tauromachia offrirsi volontariamente per essere massacrato, trucidato, ammazzato in un rito di sangue al fine di sostenere con i fatti e in prima persona l’importanza socio-culturale della conservazione dei rituali arcaici che mettono al centro la Morte permettendone la prosecuzione, non solo ricomincerò a mangiare animali e prodotti di origine animale, ma comprerò il biglietto per andare a vedere la corrida, ne diventerò indefesso sostenitore a mia volta e cercherò persino di diventare picador o banderillero, o al limite allevatore di tori de lidia.
Fino a quel momento, però, mi riserverò di considerarli nient’altro che vigliacchi scolarizzati.
Se no è troppo facile. “Il rituale ancestrale, la rimozione della Morte”, e poi tu in poltroncina a prendere appunti per il prossimo libro mentre quell’altro si becca le lame in corpo nell’arena? E no, eh. Comincia a prendere le coltellate tu o a frantumarti addosso alla parete di una curva per consentire ad un altro preparatissimo autore di celebrare la nobiltà di certe usanze, poi mi racconti cosa si prova a stare dall’altra parte.
Dice il saggio: “So’ tutti froci col culo dell’altri”.
“Mettete sullo stesso piano uomini e animali, è indecente”. È vero: in effetti nessun toro ha mai pagato un biglietto per vedermi sgozzare da qualcuno.
È sufficiente capire una cosa semplicissima: un pollo, nella sua diversità, è più simile a noi che a un ferro da stiro.

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Suggerimento per un pestaggio

Posted by sdrammaturgo su 8 luglio 2011

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Mi dispiace non conoscere l'indirizzo dell'autore: mi è avanzato dell'antrace e buttarlo è un peccato

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Il cavallo è la massima espressione di perfezione raggiunta dalla natura.
E’ il cavallo l’apice dell’evoluzione, non certo l’essere umano, che con il suo sopravvalutato pollice opponibile è riuscito al massimo a scommetterci sopra dei fogli di carta con impressi volti e valori numerici al fine di supplire col fervore ciò che manca all’intelletto.
L’essere umano, nella sua infinita miseria, non si avvicinerà mai alla bellezza, alla potenza, all’eleganza del cavallo.
La Divina Commedia, la Cappella Sistina, il Requiem di Mozart, non valgono messi insieme una pisciata a caso di un puledro qualsiasi.
E’ per invidia che il cavallo è sempre stato l’animale più schiavizzato dall’uomo: usato come mezzo di trasporto, attaccato ad un aratro come traino da lavoro, sfruttato come intrattenimento sportivo, imprigionato, mangiato.
Negare la libertà al cavallo, danneggiarlo, prima ancora che uno scempio per l’Etica, lo è per l’Estetica.
Il primo luglio, in una delle prove del Palio di Siena, un irripetibile esemplare di questo ineguagliabile capolavoro è morto per il diletto di banali, inutili, dannosi esemplari di homo sapiens colpevolmente vivi.
Il Palio di Siena è un test di intelligenza: se ti piace, sei imbecille.
Come dice il fraterno amico Fulvio, “fa sembrare il tifo calcistico una cosa intelligente”.
Lo dimostra l’articolo del mai troppo pestato giornalista, il quale rivoluziona l’etologia attribuendo ai cavalli addirittura il sentimento dell’onore agonistico.
Questo innovativo scienziato ignora che – sempre citando Fulvio – “un cavallo in gara non corre: scappa”. Ma soprattutto trascura un aspetto fondamentale: gli equini non sono così stupidi da avere valori tanto miserabili come l’onore agonistico.
Io auguro a tutti i sostenitori di questa tortura ludica di poter seguire il prossimo Palio di Siena comodamente assisi su una sedia a rotelle, oppure distesi in panciolle su un lettino di terapia intensiva. O, perché no, ancora meglio, l’ideale sarebbe dall’alto dei cieli, tanto è perlopiù tutta gente battezzata e cattolica, quindi quale gioia più grande della “morte per Dio e in Dio”?
Lancio dunque una proposta semplice semplice nell’unico linguaggio che può essere compreso dagli amanti del Palio di tutto il mondo:

Ogni cavallo, dieci senesi.

D’altronde bisogna venire incontro a chi ha fatto una così coraggiosa scelta radicale di imbecillità estrema.

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Bambini, oggi vi insegniamo ad ammazzare il più debole

Posted by sdrammaturgo su 16 maggio 2011

Dal Corriere dell'Umbria di oggi

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Domani invece la giornata contro il bullismo.

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Vegan: il fricchettonismo danneggia la causa

Posted by sdrammaturgo su 2 marzo 2011

Guida pratica per mangiar vegano come Cristo comanda – benché Cristo non sia mai esistito e l’idea stessa di dio sia una stronzata (e questa virata ateo-antiteista, apparentemente gratuita, invece c’entra eccome, giacché la religione è strettamente connessa all’antropocentrismo, che è il responsabile principale dello sfruttamento animale – a parte il testadicazzismo che caratterizza il genere umano sin dagli albori della specie)
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Mi capita tra le mani un quotidiano del giorno prima e leggo:

“Vegetariani fin da piccoli? Si può fare”.

Il mio primo pensiero è: “Eh, che scoperta sensazionale! Si vede proprio che questo giornale lo stampa Gutenberg!”.
Ma il mio secondo pensiero è di gioiosa soddisfazione: ogni contributo contro uno dei più stupidi dei tabù e contro la pervicace e pertinace ignoranza sul tema è quantomai prezioso.
Sotto all’articolo principale noto un’intervista il cui titolo quasi mi commuove:

“Mia figlia è vegana e in piena salute”.

E’ la testimonianza di una genitrice che si occupa di “alimentazione sostenibile, stili di vita alternativi ed ecologia”.
Comincio a leggere e la mia attenzione si sofferma sulla risposta alla domanda su cosa mangi sua figlia:

“Fa colazione con una bevanda a base vegetale (latte di riso, di soia, di mandorle fatti in casa) oppure yoghurt di soia con dei fiocchi di mais, altrimenti pane integrale e marmellata. I pranzi e le cene sono a base di cereali e legumi: zuppe di fagioli, riso e lenticchie, pasta e ceci, orzo, avena, miglio, accompagnate da verdure, alghe e semi oleosi. Come condimento prediligiamo l’olio di semi di lino e il gomasio. Le sue merende sono a base di frutta fresca e secca, ma ogni tanto mangia anche i biscotti e la cioccolata”.

Ed ecco che il mio terzo pensiero è: “Ammazza che pranzo de mmerda”.
Va bene lo stile di vita alternativo, ma un po’ meno alternativo no?
Beh, “ma ogni tanto mangia anche i biscotti e la cioccolata”, eh. Certo, il becchime col brecciolino innaffiato da succo di dattero della Caledonia è meglio, ma qualche strappo ci vuole, suvvia.
E mi pare quasi di provar più simpatia per mio zio, uno dei maggiori antivegani che abbiano mai calcato il pianeta (ma uno di quelli seri, che con onestà intellettuale ammettono: “A me me piace la pancetta, quindi cor cazzo che smetto”, mica come quei cialtroni istruiti che con la protervia fornita loro dal sopravvalutato titolo di studio fanno appello a chissà quali principii filosofici per giustificare la propria brama di ventresca e tentano attraverso acrobatici e sofisticati – nel senso alimentare del termine – eurismi accademici di convincerti e soprattutto convincersi che mangiano pajata per un ideale), il quale suole affermare: “Io le buffonate nu’ le magno”.
Subito mi sono immaginato una persona non ancora vegana ma che magari sta pensando di diventarlo tra mille esitazioni oppure un semplice curioso dell’argomento che si imbattono in un simile menù.
Innanzitutto, già quel “fatti in casa” potrebbe destare dubbi.
Per quanto sia ovviamente ed anarchisticamente preferibile l’autoproduzione in quanto affrancamento dalla produzione industriale, mi rendo conto che pochi possono mettersi a preparare autonomamente latte di soia e affini. Io stesso non lo faccio. Ma non c’è da disperarsi: è possibile trovarli in qualsiasi supermercato, quasi sempre anche di marchi etici.
“Ma il latte di soia è cattivo e costa pure tantissimo!”. Niente affatto. Tale diceria è tutta colpa del latte Valsoia, che è il più diffuso e dunque quasi sempre il primo che capita di provare al neofita appena gli viene voglia di assaggiare questa misteriosa bevanda. Ma il latte Valsoia fa schifo, è marrone ed ha un prezzo ingiustificatamente alto, quindi si lasci pure che il signor Valsoia ci si faccia il bidet e si cerchino i tanti altri latti di soia squisiti e decisamente economici. Per esempio, il Soyanat od il Sojasun, che hanno il ragionevole prezzo di 1.50, oppure quello ad un euro dell’Eurospin. Ed in ogni discount si trovano marche di latte di soia buonissimo ed a bassissimo costo.

Ma è al momento dell’elenco delle insostenibili pietanze con cui Mamma Sostenibilità tortura la propria creatura indifesa che ho provato il più forte moto di empatia e scoramento.
Voglio dire, chiunque si scoraggerebbe nel leggere che per essere vegano ci vogliono olio di semi di lino, alghe e gomasio.
D’altronde, cosa c’è di meglio per sfatare alcuni luoghi comuni che fomentarne degli altri?
Tra le voci infatti più diffuse tra gli onnivori sui vegani c’è quella per cui mangiamo solo insalata scondita oppure che abbiamo bisogno di procacciarci chissà quali cibi strani e sconosciuti che possiamo reperire soltanto avventurandoci sulle vette dell’Himalaya o di cui v’è traccia solo nei più alternativi bazar suburbani di Manhattan. Come se esistessero dei generi alimentari chiamati vegan che non hanno niente a che vedere con quelli normali ed i vegetali stessi mangiati dai vegani fossero un altro tipo di vegetali alieni fatti crescere appositamente secondo procedimenti alchemici od in condizioni naturali ed atmosferiche particolari col bollino vegan. Praticamente, secondo la leggenda ci sarebbero i broccoli normali ed i broccoli vegan, una sorta di meta-broccoli.
Tant’è che quando dico a qualche carnivoro: “Ma guarda che pure le penne all’arrabbiata, per esempio, sono un piatto vegan”, vedo sgranare gli occhi colmi d’uno sbigottito stupore che si manifesta nella forma sonora d’uno strozzato: “Non c’avevo mai pensato”.
Chissà quante volte la gente mangia vegan senza saperlo.
Immagino mia nonna che chiede se sia difficile preparare un pasto vegan: “Ma no, che ci vuole? Basta prendere del bulgur o del tempeh, poi macini della tapioca con della gomma di guar, ci spruzzi un po’ di tamari ed hai fatto, è facilissimo”.
Ebbene, al fricchettonismo etno-alimentare a-tutti-i-costi, io oppongo il salvifico veganismo casereccio.
Pasta e facioli (con la C tosco-romana), è vegan; il risotto ai funghi, è vegan; le linguine al pesto trapanese, sono vegan; trofie zucchine e pachino, sono vegan.
Quindi, mi rivolgo a voi non-vegani che magari ci state facendo un pensiero, onnivori tutti, curiosi occasionali: io sono un vegano ed un edonista sfrenato che non ha mai rinunciato alla buona cucina, e sono anche uno che tiene molto alla forma fisica, quindi bado tanto al mangiar bene quanto al mangiar sano. E – momento di patetica presunzione per una giusta causa – sarà un caso, ma io, vegano che ama deliziare il proprio palato, ho il fisico oggettivamente migliore rispetto a tutti i miei amici onnivori (e questo, care lettrici, è un motivo in più per darmela – era questa la giusta causa, mica l’ulteriore sprone al veganismo). Ascoltatemi dunque.
Ma mi rivolgo soprattutto ai bambini.
Non temete: non dovrete ruminare pane azzimo al cardamomo mentre i bulli vi sfottono (giustamente) dall’alto del loro Kinder Delice. Per fare colazione o merenda, vi basterà andare, che so, al Todis, e troverete dei normalissimi cereali con pezzi di cioccolato fondente. Ci sono poi i biscotti Grancereale et similia, le creme al cioccolato come la Nutella della Valsoia o della Coop, i cornetti Privolat della Misura ripieni di cioccolato o marmellata, i Doricrem Dark della Doria (se proprio non si può fare a meno di foraggiare il grande capitale), e ancora tanti e tanti prodotti ottimi preparati senza spremuta di vacca, mestruo di gallina o vomito d’ape.
Per pranzo, le vostre mamme fanno bene a farvi mangiare cose magre e salutari, perché vi evitano di ingrassare, e, se siete snelli, siete più agili, più sani e più belli. E la rima rosannalambertucciana era assolutamente voluta. Però, vaffanculo all’olio di semi di lino. C’è tanto bene l’olio d’oliva, con cui potrete farvi preparare delle cremosissime farfalle panna e zucca – visto che la panna da cucina 100% vegetale non manca in nessun supermercato – e dei peperoni ripieni di pangrattato e spezie. E non diventerete certo degli obesi con le patate arrosto.
Per cena, sapete cosa faccio spesso io? Prendo un’abbondante pagnottella di grano duro e la farcisco con due hamburger di soia a daje giù con crema d’olive, pomodori secchi, carciofi, crauti, condendo con mano pesante senza lesinare sulla senape per un pasto ad alto tasso di godimento.
Anche per gli hamburger di soia c’è vasta scelta (sempre eliminando in partenza quelli Valsoia, i quali, oltre a costare una cifra vergognosa, hanno anche albume d’uovo nell’impasto): ci sono i Kio-ene surgelati in confezione da quattro a 2.60, i Soyanat od i Sojasun freschi, e poi le polpette vegetali, le gocce di verdura, e hai voglia a mangiare.
Le alghe possiamo anche distribuirle sulla sdraio del vicino di ombrellone.
Per carità, amo anche io un pizzico di esotismo gastronomico, mi piace provare e sperimentare, adoro il seitan e quant’altro, ma si tratta di sfizi, non della base irrinunciabile della dieta vegetaliana (con la L, non confondiamo).

Come vedete, l’alimentazione vegan è semplice, costa incommensurabilmente meno di quella onnivora (mezzo chilo di fagioli 40 centesimi, mezzo chilo di prosciutto 5 euro), è quantomai varia e saporita e comporta benefici di vario genere, dall’organismo alla linea, dal vigore alla sessualità – per la cronaca, nemmeno a quindici anni avevo una simile facilità di erezione. Sarà che più cresco e più sono arrapato, ma quantomeno il corpo reagisce alla grande alle mie esigenze psico-estetico-testosteroniche (lettrici, questa è un’altra ragione per voi-sapete-cosa).
Non si tratta di rinunciare a qualcosa, bensì di scegliere alcuni piatti al posto di altri.
Quando si va al ristorante e si sceglie un primo, nessuno ti dice che così facendo hai rinunciato a tutti gli altri primi (e – sia detto per inciso – evitare che miliardi di animali vengano imprigionati, sfruttati, torturati e ammazzati mi pare una valida motivazione per operare una scelta).
Quindi, oh innocente figlia dell’eco-procreatrice, la prossima volta che tua madre ti proporrà un pasto del genere, nonostante il turpiloquio ti offra una vasta gamma di risposte possibili, io ti suggerisco questa: “Mamma, perché non riponi il gomasio nel posto che consente a te e papà divertenti variazioni sul tema dell’altrimenti tedioso dovere coniugale?”.

 

 

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Comunque, la fica rimane il mio interesse principale

Posted by sdrammaturgo su 10 aprile 2010

Obama spiegato con il calcio

Se un romanista diventa allenatore della Lazio – con il conseguente scopo obbligatorio di far vincere la Lazio – egli si troverà per forza di cose ad agire da laziale.
Per quanto nel proprio intimo egli possa essere romanista sfegatato, è il ruolo in sé ad essere necessariamente laziale.
Che poi – viene da dire – se un romanista sfegatato si impegna ad essere l’allenatore della Lazio, probabilmente così romanista sfegatato non lo era e non lo è mai stato.

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La superiorità dell’essere umano rispetto alle altre specie animali

I topi non hanno fatto la Cappella Sistina, ma non hanno fatto nemmeno la bomba atomica.

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Il Mengele della mutua

Quello che Mengele ha fatto agli ebrei, ogni medico lo ha fatto agli animali quando studiava all’università, vivisezionando criceti per qualche esame utilissimo al progresso scientifico (grazie alla sperimentazione sugli animali, infatti, siamo oggi in grado di sapere che se procuri un’embolia ad un topo, esso avrà un’embolia) ed alla propria formazione da futuro dottore della Asl (che so, metti caso che a qualche paziente venisse voglia di assumere le caratteristiche fisiche e biologiche di un porcellino d’India, il primario sarebbe preparato a curarlo).
E no, questo non riscatta Mengele.

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Houyhnhnm e Yahoo

Il cavallo è la massima espressione di Bellezza. Non vi è altro essere che si avvicini così tanto alla perfezione. Grazia, eleganza, fierezza, potenza, armonia di forme e proporzioni, ardore e mansuetudine, forza e velocità. Niente è più bello di un cavallo che galoppa libero. Nessuna opera d’arte eguaglierà mai la magnificenza del cavallo. Ogni sbuffo, ogni nitrito, sono meraviglia pura, sconvolgente bellezza, Sublime.
Domare un simile ineguagliabile capolavoro della natura, sellarlo, cavalcarlo come se fosse un mezzo di trasporto, un motorino, attaccarlo ad un carretto, vederlo sgroppare su una pista scommettendo sull’esito della gara, è come usare un arazzo fiammingo del XVI secolo come tovaglia.
L’amore per il Bello salverebbe il mondo. Non ci può essere speranza di Etica senza sensibilità per la bellezza. Il Bello viene prima del Giusto, lo supporta, lo guida, lo illumina.

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Questione di percezione

Lessi una volta in un articolo su un prestigioso cuoco: “Dopo dieci anni passati con Vissani, ritorna nel suo piccolo paese dell’entroterra marchigiano per sviluppare una personalissima ‘tradizione contemporanea’, cucinando animali da cortile, pesci di fiume e le verdure del suo orto” (grassetto mio, N.d.A.). “Cucinare animali”. Quella formula mi colpì parecchio e mi fece riflettere su quanto possa essere diversa la percezione delle cose da individuo a individuo e quanto grama sappia essere l’esistenza di alcuni. E’ sbalorditivo infatti pensare che se io e questo cuoco guardiamo lo stesso gruppetto di animali, laddove io vedo lo spettacolo misterioso e meraviglioso della natura che si esprime attraverso una fauna variegata dalle forme stupefacenti facendomi meditare sulla bellezza ed i segreti dell’universo e la sua vita brulicante e sterminata, lui vede un pranzo.

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Il dramma dei non protagonisti

Chissà come deve essersi sentito frustrato il più grande controfagottista della storia.

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L’interrogativo definitivo

Ma i malintenzionati hanno paura degli altri malintenzionati?

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Ristabilire verità scomode

Non c’è menzogna più insopportabile di quando una donna dice che le piace l’uomo che sappia farla ridere.

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Gargarisma d’appendice

Più stupido di un giovane ci sono solo due anziani.

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Antropoepicentrismo

Posted by sdrammaturgo su 21 aprile 2009

La pasqua è passata da un po’, quindi mi è possibile affrontare dalla giusta distanza un tema che ha a che vedere con i festeggiamenti pasquali. E con il terremoto in Abruzzo. La pasqua dei terremotati in Abruzzo, insomma.
A molti sarà sicuramente sfuggita una notizia aberrante: per il pranzo pasquale degli sfollati sono stati sgozzati cinquecento agnelli, forniti dall’Assessorato all’Agricoltura della Regione Abruzzo.
Questo evento mi ha fatto riflettere per l’ennesima volta sulla funesta ed eterna piaga dell’antropocentrismo.
L’essere umano non solo è convinto di essere il legittimo dominatore del pianeta Terra (quando non anche del resto del cosmo), ma crede anche di avere il monopolio del dolore.
Pensavo alle migliaia di terremotati, ognuno dei quali ha perso un parente od un amico, ha patito e sta patendo in prima persona, è stato costretto a fare i conti con la morte ingiusta e violenta. Ebbene, per risollevarsi un po’ il morale, quelle vittime innocenti del terremoto hanno visto bene di accanirsi su altre vite innocenti quanto loro.
Padri e madri che hanno perso figli hanno strappato i figli di altri individui non umani, trucidandoli per sollazzo, nel nome di gusto e tradizione.
Ho pensato che se neppure le tragedie immani ed epocali insegnano all’uomo ad avere rispetto per la sofferenza altrui, allora siamo una specie davvero senza speranza.
Il guaio è che gli sfollati probabilmente non si rendevano neppure conto che stavano stroncando vite come le loro, degne di stare al mondo quanto loro. L’animale visto come merce, reificazione della vita senziente, il gesto del carnefice compiuto con vacuo automatismo.
Ma gli agnelli mandati a morte per un’insensata abitudine non erano, non sono, diversi dalle persone morte sotto le macerie: in entrambi i casi si trattava, e si tratta, di vita che voleva vivere, di volontà stroncate, di libertà schiacciate.
Non siamo gli unici su questo grande sasso a soffrire. Il nostro cervello più sviluppato ed il nostro pollice opponibile ci rendono meno diversi da tutti gli altri animali di quanto ci illudiamo di essere.
Trecento morti umani per il sisma, cinquecento agnelli ammazzati. A ben vedere, è andata peggio alle pecore.
Agli ovini il terremoto non era arrivato. Ci abbiamo pensato noi a portarglielo.

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Appendice – Ipotesi di programma televisivo sul terremoto de L’Aquila

E’ sempre la solita storia, da secoli: un autore satirico fa battute contro il potere ed a favore dell’oppresso usando l’oppresso stesso come soggetto-oggetto per muovere al riso e rompere, squarciare ogni tabù che castra l’oppresso. Il padrone, che è astuto, questo lo sa (e sa anche che l’arte ha un proprio linguaggio che, pur essendo legato al reale, è diverso dal reale ed è al di là del bene e del male, ha una propria etica che nulla ha a che fare con la morale del vigente – come dire, nell’arte posso narrare di un pedofilo buono senza per questo ritenere che la pedofilia sia una buona cosa nella vita di tutti i giorni), perciò cerca di infangare il comico ed invoca la censura: “Non si scherza su certe cose, è indecente”. Lo schiavo, che è imbecille, dà retta al padrone, non sapendo che l’ars umoristica non è che un modo per focalizzare criticamente un problema con altri mezzi rispetto a quelli del pianto o della serietà. Anche quando si utilizza ironicamente una vittima, lo si fa nell’interesse della vittima, poiché, attraverso la sua esposizione mediata dalla provocazione della risata, si fa luce sulla sua condizione.
Si è chiesta la sospensione di Vauro. Beh, ora spero che qualcuno chieda anche la mia sospensione da qualcosa.

PRESENTATORE Benebenebene, ringraziamo le nostre bellissime terremotine per il delizioso stacchetto.
Ricordo agli amici a casa che è ancora aperta la raccolta fondi per le vittime del terremoto e rinnovo la nostra solidarietà ai terremotati del 1908. Anzi, facciamo un bell’applauso a tutti i terremotati del mondo.

Applauso

Ma passiamo alla fase calda del programma: la tanto attesa premiazione. Ecco che arriva la busta… Suspence! Suspence! Ci siamo: il premio come miglior terremotato 2009 va al signor Giacinto Filograni!

Pubblico in delirio, il signor Giancinto Filograni si alza in lacrime dalla poltrona in platea e sale sul palco

GIACINTO FILOGRANI Che dire, sono emozionatissimo. Ringrazio il terremoto, senza il quale tutto questo non sarebbe stato possibile; mio figlio, che è morto in maniera spettacolare sotto un masso caduto dal quarto piano, consentendomi di guadagnare punteggio rispetto a Cosimo Brembini, che è stato in testa fino all’ultimo per merito della moglie sfigurata da un calcinaccio del muro maestro; tutti i miei fan, che mi hanno sostenuto con il loro grande affetto; la mia famiglia, che è stata opportunamente sterminata; tutti quelli che mi sono stati vicinio fino a questo prestigioso traguardo.

PRESENTATORE Un bell’applauso al signor Giacinto Filograni. E pensare che c’era chi diceva che non ci sono più i terremotati di una volta!
Siamo in conclusione. C’è una comunicazione di servizio: il concerto dei Tremors che era previsto a L’Aquila il 24 aprile è stato annullato perché nel frattempo è venuta a mancare la città.
Un saluto da parte di tutto lo staff di W il Sisma ed arrivederci alla prossima sciagura!

 

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La Gaza sommersa

Posted by sdrammaturgo su 14 gennaio 2009

In un periodo in cui un popolo – quello palestinese – viene trucidato da uno Stato criminale (e quale Stato non lo è?) – quello israeliano – io voglio parlare dei pesci. Dei pesci, sì. E proprio per testimoniare la mia solidarietà nei confronti dei palestinesi (due volte vessati: dal cielo ricevono bombe e sulla terra subiscono la follia di musulmani invasati. Avere come uniche opzioni la dittatura di Israele o la legge coranica è come dire infatti: “Vuoi ricevere ripetuti calci nei coglioni oppure preferisci che ti vengano stretti in una morsa da falegname?”.
Ma anche Hamas, sia chiaro, è colpa di Israele, o sarebbe meglio dire del fantoccio degli Stati Uniti nonché loro falange armata in suoli ostili. Quando un popolo viene oppresso, cade inevitabilmente preda dei fanatismi, che nella disperazione trovano terreno fertile e sorgono malsani e robusti ch’è un [dis]piacere. Ubi tristitia, superstitio surgit. La Palestina era la terra più laica del Medio Oriente ed ora è diventata una roccaforte islamica. E’ il caso di porsi delle domande, approfittando del fatto che ci sono già le risposte.
E mi fanno un po’ ridere e un po’ piangere quei gruppi dell’estrema sinistra che attaccano il Vaticano ma simpatizzano per Hamas. Hamas è il Vaticano con il mitra. Chi desidera la libertà dei popoli e degli individui combatte sia il nazi-imperialismo che la religione.
I pesci sono gli ultimi degli ultimi. Rappresentano gli ultimi per eccellenza, i vinti tra i vinti, i reietti tra i reietti. Quando sei vegetariano o vegetaliano, puntualmente ti arriva la domanda: “Ma il pesce lo mangi?”. I pesci non vengono neppure considerati animali. Ci sono gli animali, poi ci sono i pesci. C’è il panda, poi c’è il pollo, poi c’è il pesce. Il pesce è il negro degli animali. Se qualcuno soffre per la violenza sugli animali, nessuno soffre mai per i pesci. I pesci, dunque, sono come i palestinesi: esseri di serie di C e dunque vittime di serie C e morti di serie C.
Quanti speciali in televisione per le vittime dell’undici settembre. I palestinesi, invece, “muoiono di meno”. Allo stesso modo, per salvare i koala, così carini, le campagne e le iniziative si sprecano (accompagnate dalla pubblicità di un hamburger o di una nuova marca di prosciutto cotto salutata dalle grida entusiaste dei maiali – o forse erano di dolore?). Ma i pesci muoiono in silenzio, dopo aver vissuto in silenzio. Nel silenzio ed in silenzio.
E pesci e palestinesi hanno in comune anche un’altra cosa: entrambi stanno subendo le angherie degli israeliani. Già: è di qualche giorno fa la notizia di una ricerca dell’Institute of Technology Technion di Haifa, i cui scienziati hanno scoperto che i pesci, di contro a quanto si è sempre creduto, hanno in realtà una memoria che permette loro di ricordare fino a cinque mesi. E fin qui tutto bene. Anzi, benissimo: lo studio è affascinantissimo e spalanca un orizzonte nuovo e vasto sulla conoscenza che abbiamo del mondo animale acquatico.
L’orrore sopraggiunge quando emergono le finalità della ricerca: “Lo scopo era quello di creare una valida alternativa alle gabbie: far cresce i pesci in mare aperto […] Adesso, infatti, basterà allenare i pesci a riconoscere un determinato suono per poi farli tornare indietro quando saranno pronti per essere catturati ed immessi sul mercato per la vendita”. Capite? Un esperimento così brillante condotto sui pesci per uccidere meglio e più facilmente i pesci. Fatico a concepire qualcosa di più perverso. L’ennesima dimostrazione che gli esperimenti sugli animali servono solo ad ammazzare più animali.
Perfezionare i metodi di allevamento, dunque, ovvero raffinare l’oppressione, lo sfruttamento, la tortura..
Il mio pensiero corre ad Edgar Kupfer-Koberwitz, ebreo deportato ad Auschwitz, che, ancor prima di Michel Foucault, ha scritto un testo foucaultiano che al contempo supera – se possibile – Foucault, va oltre: “[…] Io penso che gli uomini saranno uccisi e torturati fino a quando gli animali saranno uccisi e torturati e che fino ad allora ci saranno guerre, poiché l’addestramento e il perfezionamento dell’uccidere deve essere fatto moralmente e tecnicamente su esseri piccoli. Penso che ci saranno prigioni finché gli animali saranno tenuti in gabbia. Poiché per tenere in gabbia i prigionieri bisogna addestrarsi e perfezionarsi moralmente e tecnicamente su piccoli esseri […]”.
La stessa mano che si allena sui pesci, fa scempio di palestinesi. Ed è spaventosamente logico: il potere, ci dice Foucault, ha bisogno di fare pratica per poter esercitare il controllo totale e totalitario sugli individui. E’ un marchingegno che va oliato. Bisogna fare pratica per praticare il potere. Ed il potere è necessariamente (in senso filosofico, ovvero di ciò che non può essere diverso da com’è) e costitutivamente coercitivo, e di conseguenza cruento (giacché la costrizione è sempre – o prevede sempre – crudeltà). E la violenza richiede freddezza e abilità. Mente e corpo devono essere ben allenate affinché l’esercizio del sopruso non abbia sbavature. Annullare il senso dell’etica e dell’umanità, poi, richiede particolare applicazione. Non si diventa impeccabili dispositivi per uccidere, mostri robotici (o robot mostruosi), da un giorno all’altro.
E’ tutto calcolato al millimetro, si tratta di una scienza esatta, sofisticatissima: “I ricercatori israeliani hanno preso un gruppo di pesci e li hanno abituati, all’interno della loro struttura, ad associare uno specifico suono al momento in cui ricevono il mangime. Dopo circa un mese di training, li hanno rilasciati in mare aperto. Passati altri quattro mesi, agli stessi pesci è stato fatto risentire il suono associato al cibo: con grande stupore degli scienziati, tutti gli esemplari hanno fatto ritorno nel punto in cui avrebbero ricevuto il loro mangime”.
Così, i missili sono sempre più precisi, sempre più scientifici, i lager sempre meglio organizzati, com’è sempre più infallibile la macchina della schiavitù e della distruzione. Alta tecnologia per la tecnologia del controllo, e cioè del potere, e cioè della devastazione, fuori e dentro l’automa-uomo reificato ed abusato.
E dire che era così bello aver scoperto la memoria dei pesci. La questione della memoria degli animali, peraltro, è un elemento chiave in sede etica, filosofica, psicologica, eto-zoologica ed antropologica, nel nostro rapporto con gli altri terrestri non umani. Inizialmente, infatti, l’uomo aveva stabilito la propria superiorità sugli animali in base alla percezione del dolore; da Cartesio in poi, si riteneva che solo l’uomo fosse in grado di provare una reale sofferenza, mentre gli animali rispondessero semplicemente a stimoli esterni, come delle “macchine organiche”. Caduta questa tesi (giacché gli animali sentono, soffrono, provano piacere, si intristiscono e gioiscono perfino), ci si era concentrati sulla memoria: “L’uomo è superiore perché la sua esistenza è nobilitata dai ricordi, mentre agli animali non è data la facoltà della memoria”, si diceva. D’ora in avanti, chi vorrà mangiare la pancetta o sogliola mantenendo la coscienza pulita, si dovrà aggrappare al microchip ed allo shopping: “Sono superiore perché grazie alla mia straordinaria intelligenza riesco a cercare sul pc dov’è situato il negozio più vicino in cui pagare duecento euro una camicia brutta”. Siamo senza dubbio la specie eletta.
Ecco, ricordare queste vittime mute e dimenticate, questa Gaza sommersa dalle acque e dall’indifferenza e destinata ad un perenne oblio che si rinnova incessantemente, è il mio modo per essere vicino ai palestinesi e a tutte le vittime dimenticate che non hanno voce, non l’hanno mai avuta e non l’avranno mai. Poiché Gaza è sulla terra, è in cielo e financo sott’acqua. Gaza è tutt’intorno a noi, ma Gaza non siamo noi: Gaza sono sempre gli altri. Gaza è l’Altro.
Infine, c’è una terza cosa che mi intristisce oltremisura in aggiunta al massacro dei palestinesi ed alla strage programmata dei pesci: il sapere che, con la scoperta della memoria dei pesci, laddove io scorgo un universo di meraviglia per il mistero della vita e dei suoi infiniti inebrianti segreti, un oceano di magia in cui la mia immaginazione nuota e vola e si perde, qualcun altro – magari anche qualche professorone – vede un centinaio di scatolette in più su uno scaffale del supermercato.
I pesci muoiono in silenzio, ma, se porgi l’orecchio con animo puro al loro malinconico boccheggiare, puoi sentire distintamente che ti stanno mandando a fanculo.

 

 

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Un condannato a morte che non fuggirà

Posted by sdrammaturgo su 9 luglio 2008

Ogni animale è un capolavoro.
Ci stavo pensando in questi giorni, essendo andato a far visita ai miei genitori nel mio paese d’origine. No, non lo stavo pensando a proposito dei miei genitori: loro sono al massimo un film di serie B od un romanzetto del Reader’s Digest (“oooh, che cattivo, intacca la sacralità delle figure paterna e materna!”). L’ho pensato guardando un maiale rinchiuso in un porcile nelle campagne presso la casa dei miei nonni.
Mi sono soffermato ad osservare quel buffo quadrupede, assurto nel linguaggio comune a paradigma di ogni nefandezza: “sei un porco”, “sudi come un porco”, “sei sudicio come un maiale”, “porca miseria”, “dio maiale” (come se tra i due termini, l’insulto fosse “maiale”), “è un maniaco, un vero porco”, e via dicendo.
Insomma, l’uomo scomoda il maiale ogniqualvolta debba rilevare un atteggiamento che sia massimamente viscido e sgraziato.
Ed invece quel maiale grugnente e maleodorante che si muoveva goffamente in quell’angusto stabbiolo pieno di merda mi è sembrato una vera meraviglia. Ed è una sensazione indescrivibile notare come anche quello che viene considerato tra i più brutti degli animali possa apparire ad uno sguardo attento una fonte di incomparabile stupore ed emozione.
I suoi occhi attenti e vivi, il suo corpo massiccio che ispira un’austera rustica potenza, la sua possanza primigenia e popolana, mi hanno mostrato quel maiale in una luce del tutto inedita: forse per la prima volta in vita mia ho compreso la sua nobiltà rurale, una sorta di aristocrazia naturale celata dal letame ed al contempo esaltata da esso.
La bellezza sa annidarsi ovunque; basta saperla scovare.
Peraltro, forse non tutti sanno che un maiale adulto ha le medesime capacità intellettive di un bambino di tre anni. Praticamente in Italia potrebbe fare il ministro delle comunicazioni.
Un pensiero però mi è subito precipitato addosso spezzando quello strano incanto: mi è balenato brutalmente infatti che entro pochi mesi quel maiale sarebbe stato ucciso.
E’ usanza antica nei paesini della Tuscia scannare il maiale a dicembre, in genere l’otto, in occasione della festa della Madonna. Pressappoco un tributo pagano mescolato a tradizioni contadine e cattolicesimo popolare. L’uccisione del porco diviene una specie di macabra festa: si invitano amici e parenti per cena e via, grasse risate in compagnia mentre si consumano le spuntature della bestia sgozzata e si cuociono i fagioli nel lardo e nel sangue ancora caldo.
Ho quindi provato una rabbia indicibile nel guardare quel condannato a morte certa agonizzare inconsapevolmente nella sua prigione lercia. Quel maiale era un capolavoro della natura ed in capo a pochi mesi la sua vita volenterosa e desiderosa di esistere sarebbe stata stroncata per il sollazzo di un pugno di miserabili esseri umani vogliosi di passare una serata di vile spensieratezza e squallida buona tavola.
“Gino, passame ‘sta sarsiccia!” “Bbone ‘ste braciole, Mari'” “Haha, ma te ricordi quella volta che semo annati a rimorichia’ le tedesche a Montalto?” “Hahahahahahaha” “Ma ‘nsomma l’Inter ch’ha fatto?” “Bellissimo quel film” “Ma il libro è meglio” “Prendo un altro po’ di coppa” “Domani ci vieni alla mostra?” “Ma che ce freeegaaa ma che c’impooortaaa” “Un brindisi!” “Sotto col cotechino!”.
Ho pensato allora che quando un capolavoro viene sacrificato per far gozzovigliare uno o più imbecilli che hanno bisogno di quattro spiedini per sentirsi vivi, mi vergogno di appartenere a questa specie infame.
Poiché non c’è speranza per chi la bellezza la ammazza, la divora, la digerisce, la caca, la dimentica.

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L’ira di un vegano godereccio

Posted by sdrammaturgo su 5 luglio 2008

E’ giunta l’ora di fare chiarezza, di squarciare la coltre delle tenebre, di strappare il velo della menzogna e far risplendere la verità in tutto il suo fulgore: la mozzarella nella pizza con le patate non c’entra una fava.
Quando un individuo compie il passo etico decisivo ed abbraccia la scelta – o meglio, adempie al dovere – vegan rinunciando a nutrirsi di animali, è ben cosciente di ciò a cui andrà incontro: una maggiore fatica ed un impegno più attento nella scelta degli alimenti, giacché l’umanità tristemente fonda gran parte della propria gastronomia sui prodotti ottenuti dallo sfruttamento, dalle torture e dall’uccisione di altri animali non umani.
Ma c’è una cosa che un vegano amante della buona tavola non è disposto ad accettare e non accetterà mai: vedere infilati prodotti animali anche dove non c’entrano un cazzo.
Cosa c’è di più pleonastico al mondo dello strutto, ad esempio? Sono giunto alla conclusione che venga messo solo per impedire a noi animalisti di mangiare piadine o di comprare la pizza buonissima dei fornai.
“Ecco, dicendo ‘buonissima’ ti sei risposto da solo: lo strutto nell’impasto rende la pizza decisamente più buona”. ‘N par de palle: inizi a mangiare pizza senza strutto e scopri che è pure mejo.
Dunque, lo strutto è una componente inutile usata solo per dispetto ed alla faccia di quelli come me.
Per non parlare dei fiori di zucca. Nulla suscita più rabbia nel vegano dal palato fino che scoprire condimenti di origine animali per cibi che lui aveva sempre gustato nella loro purezza vegetale quando ancora era un vil carnivoro.
Penso alle frittelle con i fiori di zucca di mia nonna: dorate in padella con soltanto una pastella di acqua, olio, farina e nient’altro. Squisite, ed il sapore del fiore di zucca si esalta.
E invece no: provi a prenderle altrove e te le ritrovi associate a mozzarella e – eresia delle eresie – acciughe. Risultato: la bontà assoluta del fiore di zucca ne esce umiliata ed io vengo privato della possibilità di assaporare quella prelibatezza.
Ma dove si tocca il fondo è senza dubbio nella pizza con le patate.
Fin da piccolo sono sempre stato abituato a quella divina pizza bianca con patate affettate sottilmente sopra ed impreziosite da una spolverata di pepe ed un po’ di rosmarino. Ne vado pazzo, non mangerei altro. Quella è la mia vera droga, insieme ai felafel, al cocomero ed al succo di pera (per la cronaca, sono uno che non beve mai rum e pera in quanto ritengo che il rum rovini il succo di pera).
Insuperabile è il mio trauma, indescrivibile la mia amarezza, incontenibile la mia ira nel constatare come si stia espandendo come una pestilenza che non lascia scampo l’abitudine insana ed oltraggiosa di guastare con la mozzarella anche la sacra pizza con le patate.
La regale delicatezza popolana della patata infangata dalla volgarità kitsch della mozzarella.
Rivoglio la mia pizza con le patate tradizionale, pizzettari di merda! Fornai bastardi, perché, perché, perché devo girare quindici botteghe in due quartieri diversi per trovare un misero stronzo pezzetto di pizza con patate e basta?!
Sappiate che il mio disprezzo nei vostri confronti è doppio: non solo etico, ma anche gastronomico. Con la mozzarella, voi insultate la rustica nobiltà della pizza con le patate e così facendo mi danneggiate due volte, sia come animalista che come edonista.
Per un mondo migliore, di’ no a strutto a mozzarella.
Strutto e mozzarella, o dell’inutilità del male.

P.S. Quanto espresso per la pizza con le patate è da ritenersi valido anche per la pizza con le zucchine e financo per ogni pizza che porti su di sé la delizia dei sani e genuini prodotti della terra.

N.B. L’autore è certo di incarnare in questo frangente la verità incontrovertibile ed oggettiva, per cui bollerà come inappellabili errori nonché abbagli – altrimenti e più correttamente detti cazzate – dovuti a cecità ed ingenua abitudine ogni parere contrario a proposito dell’indiscussa ed indiscutibile gratuità di strutto e mozzarella.

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Il vegetalismo è roba da femminucce?

Posted by sdrammaturgo su 29 maggio 2008

Mac Danzig__________Michele Cucuzza

Mac Danzig, campione di lotta, vegano____________Michele Cucuzza, cojone generico, carnivoro

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Mangiare cinghiale non ti trasforma in Rambo.

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Post Scriptum

Peraltro, se utilizzi l’appellativo femminuccia et similia, il tuo ridicolo maschilismo ti qualifica per ciò che sei e se la tua virilità si misura in base al consumo di salsicce, se la tua mascolinità è strettamente legata alla cottura della bistecca, se ti senti più uomo di fronte ad un’amatriciana…beh, devi rivedere un attimo la tua virilità.

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Superiorità sgradita

Posted by sdrammaturgo su 23 febbraio 2008

Misero è il destino dell’uomo se la vittima invidia ed imita il carnefice.
In India una tigre ha fatto irruzione in un villaggio, mettendone in subbuglio gli abitanti. Comprensibile la paura, comprensibili i tentativi di mettere in fuga un animale potenzialmente molto pericoloso. Ma le bastonate, l’isteria collettiva spinta fino al tentativo di linciaggio non trovano scuse, se non nella crudeltà dell’essere umano che non ha eguali in natura.
Non era la tigre la belva feroce.
Quello che più mi ha disturbato e sconvolto nelle immagini di un’intera comunità che scatena la sua furia insensata contro un animale notevolmente più spaventato di ogni singolo inseguitore è stato pensare che la violenza cieca del più forte sul più debole imperversava presso una porzione di una popolazione che ha sperimentato la vessazione coloniale, la frusta del padrone, l’esercizio cruento del potere.
Persone che hanno toccato con mano lo sfoggio di forza bruta del conquistatore stavano emulando il loro aguzzino; invece di far tesoro dei loro traumi e dei loro incubi reali e permanenti e rinunciare alla prevaricazione gratuita memori delle sofferenze patite, riproducevano la dialettica della sopraffazione subita su di un essere vivente considerato inferiore e funesto, nonché alla portata della loro capacità di soperchieria.
Vero è che probabilmente anche la sensibilità, come ogni altra cosa, è un fatto culturale ed in quanto tale va appresa ed affinata. Ma se neppure la diretta esperienza di dolore degli ultimi dimostra di essere in grado di insegnare il valore del rispetto per l’altro, in particolar modo per il più debole, non resta che una disperazione senza scampo.
Mi viene in mente l’epistola di Edgar Kupfer-Koberwitz, ebreo deportato nel campo di sterminio nazista di Dachau: “Ascolta: io rifiuto di mangiare animali perché non posso nutrirmi con la sofferenza e con la morte di altre creature. Rifiuto di farlo perché ho sofferto tanto dolorosamente che le sofferenze degli altri mi riportano alle mie stesse sofferenze”.
Cerco di immedesimarmi in chi ha subito sulla propria pelle la funesta perversione della Shoà ed è stato costretto ad assistere alla prosecuzione dell’olocausto esercitato su altri esseri, così diversi nella conformazione psicofisica, ma così simili nella capacità di provare dolore e nella volontà di vivere. Quanto devono essere stati insopportabili i tormenti di quel sopravvissuto al delirio ariano nel constatare che tutto ciò che egli ha patito è stato vano e non è servito di lezione.
Miliardi di animali torturati ed uccisi ogni anno. Miliardi. Il più mite dei carnivori non sa di essere un genocida.
E’ questa la tremenda solitudine dell’animalista (e per animalista intendo il vegetaliano, giacché chi mangia animali semplicemente non è un animalista. Altrimenti sarebbe come dire che un militare può essere anche pacifista o che non è un pedofilo chi abusa solo di bambini africani e filippini, ma non di europei ed americani).
Noi animalisti non possiamo non riconoscere di aver compiuto un passo ulteriore rispetto alla maggioranza degli individui. In questo è inevitabile non considerarci eticamente superiori alla media umana, laddove per superiorità etica si intende una sensibilità per il rispetto della vita altrui più sviluppata, un più acuto senso dell’orrore per la prepotenza su chi è indifeso.
Però di questa superiorità non ci beiamo. Anzi: la guardiamo con commiserazione, la portiamo sulle spalle come un fardello di cui faremmo volentieri a meno. E questo per un motivo elementare: il nostro unico sogno è quello di essere raggiunti da tutti gli altri nelle nostre conquiste morali. L’unica cosa che vorremmo davvero sarebbe poterci ritenere eticamente alla pari, perfettamente eguali di fronte ad ogni altro uomo quanto ad assenza di desiderio di sottomissione degli animali.
Non c’è alcun guadagno infatti nel ritenersi migliori in questo campo. Non è come sentirsi più bravi, più belli, più potenti, più intelligenti. Guardare alla propria superiorità antispecista equivale solo a prendere atto con il massimo sconforto delle atrocità commesse sugli animali senza un barlume di speranza e senza poter lenire la frustrazione contando su una larga condivisione di intenti.
L’amarezza che l’animalista prova di fronte ai mattatoi, agli allevamenti, alle pellicce, è intensificata in confronto a quella che si avverte pensando alle guerre o alle devastazioni ambientali dal fatto che sono pochi, troppo pochi, tremendamente pochi ad aver capito quanto immonda è la violenza su qualsiasi altro essere senziente.
Scrive Milan Kundera ne L’insostenibile leggerezza dell’essere: “La vera bontà dell’uomo si può manifestare in tutta purezza e libertà solo nei confronti di chi non rappresenta alcuna forza. Il vero esame morale dell’umanità, l’esame fondamentale (posto così in profondità da sfuggire al nostro sguardo) è il suo rapporto con coloro che sono alla sua mercé: gli animali. E qui sta il fondamentale fallimento dell’uomo, tanto fondamentale che da esso derivano tutti gli altri”.
Il mondo animale è la palestra in cui l’uomo affina le tecniche del sopruso.
Michel Foucault, in Sorvegliare e punire, ci ha mostrato come il carcere sia il luogo in cui si perfezionano i metodi di controllo vigenti nella totalità del consorzio umano. L’allevamento, allo stesso modo, è il gradino precedente: è sugli animali che l’essere umano impara e migliora l’arte ignobile dell’assoggettamento dell’altro.
A tal proposito afferma sempre Kupfer-Koberwitz: “Io penso che gli uomini saranno uccisi e torturati fino a quando gli animali saranno uccisi e torturati e che fino allora ci saranno guerre, poiché l’addestramento e il perfezionamento dell’uccidere deve essere fatto moralmente e tecnicamente su esseri piccoli. Penso che ci saranno prigioni finché gli animali saranno tenuti in gabbia. Poiché per tenere in gabbia i prigionieri bisogna addestrarsi e perfezionarsi moralmente e tecnicamente su piccoli esseri”.
L’animalista ripudia la logica dell’angheria ed in questa evoluzione vede gli altri che restano indietro. Ma cosa se ne fa di questo primato? Esorta chi è rimasto indietro a raggiungerlo, si prodiga affinché tutti gli esseri umani corrano alla sua stessa velocità, poiché da questo dipende la salvezza di chi divide con noi questo grande sasso chiamato pianeta Terra.
Noi non vogliamo essere migliori, non vogliamo più sentirci tali. Non ce ne facciamo alcunché, non ci piace affatto.
Tra gli innumerevoli sgradevoli ritornelli dei carnivori atti a sminuire e gettare fango su vegani e vegetariani per scongiurare il senso di colpa e non rinunciare ai piaceri del palato, uno dei più frequenti è: “Li odio perché si sentono superiori”. Ebbene, noi non aspettiamo altro di venire sorpassati.

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Un appunto animalista

Posted by sdrammaturgo su 15 gennaio 2008

A Roma, vicino alla fermata metro Lepanto, c’è una gelateria siciliana – una delle migliori del Centro-Italia – che ha tutto un intero bancone di gelato artigianale alla soia. Tantissimi gusti, compresa la panna montata vegetale (e scusate se è poco). Insomma, un vero e proprio paradiso per un vegetaliano – no, non mi pagano: se la tua attività produce o vende alimenti etici di qualità, la pubblicità te la faccio gratis e quanta ne vuoi. Te la meriti, che cavolo.
Tempo fa, tra una goduriosa leccata e l’altra (no, non potete capire la gioia estatica che prova un vegano nello scoprire gelato sciolto di soia), mi è capitato di imbattermi in questo volantino

Volantino gelato di soia

Ora, quanto c’è scritto è tutto vero e sacrosanto. Ma è quello che manca che mi fa riflettere ed irritare. Mi chiedo: ma che cazzo ce voleva ad aggiunge ‘na riga, una sola misera stronza riga, facendo menzione al fatto che mangiando gelato di soia, oltre a te, ne guadagna in salute anche una vacca alla quale vengono risparmiati tre anni di inseminazioni artificiali, parti forzati e mungitura intensiva che le provoca mastiti e piaghe e la costringe a morire massimo a sei anni (già, una mucca viene letteralmente spremuta a sangue) quando, in condizioni di libertà, potrebbe campare tranquilla fino a quaranta?
Bastava un semplice trafiletto in aggiunta agli altri: “Prodotto etico. Per chi è contrario allo sfruttamento animale”.
Invece no: per vendere, devi puntare sull’egoismo dell’essere umano: “Magna que’, ché te fa bene”. L’importante è che convenga a te, poi del resto che te frega? Tanto tu sei un’isola sospesa nel vuoto, quello che fai tu non ha ripercussioni sull’ambiente che ti circonda e sugli altri, no?
“Magna que’, ché fa bene a te e pure a ‘na vacca” già non va più bene: guai a far parola delle sofferenze altrui, specie se si tratta di “esseri inferiori”.
Sto facendo piano piano il callo alla refrattarietà dell’uomo a sentirsi colpevolizzato, soprattutto riguardo agli animali. Scoprire però che si evita di parlare di loro, di cosa sono costretti a patire per deliziare l’umano palato, anche quando si commerciano prodotti vegetali, mi mette addosso un senso di insostenibile ripugnante grottesco.

Parola chiave del giorno: responsabilità.

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