Beati i poveri, perché moriranno prima

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La scomparsa dei giornaletti porno inguattati ovunque

Posted by sdrammaturgo su 4 maggio 2010


Tempi gloriosi quelli in cui gli usitati luoghi dell’abitudine quotidiana serbavano tesori inestimabili.
Vi fu un evo in cui un vaso, un mattone, una frasca, celavan ben sovente – eppure ognor accolta con sorpresa – inattesa maraviglia senza pari.
Ti recavi al campetto con gli altri ragazzini del quartiere (che non eran proprio amici, magari sodali un poco ostili); il pallone rotolava verso la panchina nella pineta, ti chinavi a recuperarlo e toh, da là sotto spuntava un giornaletto. E solo quel giornaletto lì, fitto d’inconsueti corpi rosa esposti con prepotenza e offerti a novizi sguardi come il più abissale dei segreti in un attimo svelato, aveva il potere e la capacità di interrompere la partita. Bastava lanciarlo in mezzo al campo per far dimenticare l’agonismo forsennato e provocare un parapiglia di preadolescente sconvolgimento. Poiché, come dice il saggio, “cunnus prior semper”. E il saggio sono io.
Dopo un’iniziale ressa, veniva ristabilito un certo ordine: tutti in circolo, la guida carismatica sfogliava le pagine, gli occhi di tutti si riempivano di avida curiosità velata di timorosa inquietudine per quelle fusioni di carni tanto spavalde, tanto adulte. Non venivan trascurate le didascalie, ché anche lì c’era qualcosa di sconosciuto da apprendere.
Camminavi lungo un vialetto costeggiato da un muraglione, notavi un’insolita crepa nel muro, accostavi l’occhio per guardare dentro e toh, c’era un giornaletto; vedevi un mattone fuori posto nella parete esterna di una vecchia rimessa, lo scostavi e toh, c’era un giornaletto; passavi attraverso un intrico di cespugli, mettevi il piede in una pozza fangosa, uno stridente scintillio di colori insoliti attirava il tuo sguardo e toh, era un giornaletto.
C’erano giornaletti disseminati ovunque. Ogni angolo nascosto e trascurato dello spazio fisico delle tue peripezie d’infante poteva celare un giornaletto. Sembravano funghi, tartufi o fiori rari, come se fosse la terra stessa a suscitarli.
Quello dei giornaletti inguattati ovunque resterà sempre il più grande e insondabile mistero della storia umana. Da dove saltavano fuori? Chi infilava quei giornaletti dappertutto? C’era forse una setta segreta di anonimi benefattori che distribuiva giornaletti in cantucci oscuri affinché noialtri pargoli neofiti li ritrovassimo? Se così fosse, avrei da ringraziare un ignoto filantropo meritevole di santificazione. Nessun turbamento, nessuna gioia, nessuno stupore che mi sia capitato e che mi capiterà in tutto il resto della mia vita sarà mai equiparabile infatti a quella volta in cui, dietro al muro diroccato del vecchio cimitero parrocchiale, mi imbattei in Turbo 10000. No, nessuna emozione eguaglierà più quel che provai nel trovar per puro caso, accanto a un masso muschioso, il più gigantesco giornaletto pornografico che si sia mai visto sulla faccia della Terra. Si trattava di una sensazione seconda solo a quando da piccolo venivo portato nel maggior negozio di giocattoli del paese: quel sentirmi circondato da balocchi d’ogni specie, che sembravan quasi dovermi precipitare addosso e travolgermi col peso dell’incanto, quello stordimento in un universo di forme bizzarre che spalancavano un orizzonte sconfinato d’inesplorata fantasia, quel senso di felice smarrimento, naufrago in un oceano di robot e Masters e Cavalieri dello Zodiaco e G.I. Joe e Combattini e castelli e fortezze e guerrieri e palle e frisbee e quant’altro, non sarà mai più superato da alcun orgasmo, alcun amore, niente.
Ecco, era pressappoco questo ciò che provai stringendo tra le mani, persino con un pel di fatica, l’enorme Turbo 10000. Impossibile descrivere il giubilo, l’incredulità, la trepidazione. Era una rivista grossa quanto un volume di un’enciclopedia, un vero dizionario di quella cosa che forse si chiamava sesso, benché la questione non fosse poi così chiara. Centinaia di pagine colme di tette e culi e pratiche inaudite – indicibili! – d’ogni genere. Per di più in un perfetto stato di conservazione. Eh sì, perché spesso, dopo un impavido intervento speleologico per recuperare un giornaletto individuato in chissà quale angusto o impervio cunicolo, bisognava procedere con un accurato lavoro da archeologo, riportando alla luce con perizia certosina le immagini coperte da mesi o anni di stratificazioni argillose. Seguiva non di rado quindi financo un’opera di attenta paleontologia, nel tentativo di ricomporre brandelli de Le Ore Mese al fine di ottenere il mosaico originario.
Si facevano un’aurea reputazione ed eran ricoperti d’ogni onore gli specialisti del ritrovamento dei giornaletti. Già, c’erano persone dotate d’un talento innato e unico: bastava loro andarsene un po’ in giro per fiutare un posto propizio. Sapevano dove cercare e il loro intuito non tradiva mai. E quandanche fosse sopraggiunta una cocente delusione, beh, sarebbe stato un semplice inconveniente del mestiere e l’enorme gratitudine che a loro era dovuta giammai veniva meno.
Era di pubblico dominio chi fosse il migliore su piazza e a lui ci si rivolgeva per il reperimento di materiale pornogiornalettistico. Nessun tombino, nessun canale di scarico gli resistevano: lo vedevi camminare, poi di colpo si fermava; una breve sosta, gli occhi esperti scrutavano l’ambiente circostante; concentrava dunque l’attenzione su una buca, un pozzo, una fossa; era evidente che avesse avvertito una presenza; la sua mano affondava infine nel guano e riemergeva stringendo saldamente il prezioso giornaletto. Vittoria, un altro miracoloso successo, l’ennesimo, a confermare l’eroica fama.
Tutto si perdonava alla figura professionale del cacciatore di giornaletti, dacché egli aveva in mano le chiavi per il paradiso. E doveva anche subire il parassitismo degli sciacalli, che vivevan di pedinamenti e sottraevano alla comunità il frutto del lavoro altrui, tenendo per sé soli quel che sarebbe altrimenti spettato alla mutua social condivisione.
Oh, e che belli erano i giornaletti a fumetti, diamanti rosa in un mare di perle. Le onomatopee che v’eran scritte non eran le a noi note gosh e gulp o mumble mumble o garagasp, bensì le destabilizzanti incul incul incul oppure sbooor.
Come non ricordare quella storiella di Corna vissute in cui la protagonista – d’una sensualità che quasi non pareva disegnata, ma che esistesse davvero, chissà, da qualche parte, nel mondo, ovvero oltre i confini della frazione – si produceva nell’esclamazione: “Go…ah…sborra!”? E non era tanto sborra a destar dubbi e problemi, e neppure il facile ah, quanto piuttosto il go.
E poi… E poi si crebbe e giunse la rete, a intrappolar il gusto del mistero e invischiar l’imberbe pio stupore in una gabbia d’ovvio, ove non più si vola con nonnulla, ma stanchi si sta a terra con il tutto e con il più.
Che fine hanno fatto quei giornaletti che allora s’ascondevano in ogni anfratto come reperti d’una civiltà estinta eppur vegeta e viva? Spariti, scomparsi, inghiottiti dalle sabbie mobili d’una storia frettolosa.
I giornaletti inguattati ovunque non ci son più, se non gelosamente custoditi nella memoria di commosse pippe.

 

 

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Braccia riconsegnate all’agricoltura

Posted by sdrammaturgo su 3 febbraio 2009

La vita nei campi non è mai come la raccontano. E’ sempre un po’ meno tragica di quella di Verga, ma assai più turpe di quella di Pasolini; un po’ meno angosciosa di quella di Tozzi ed un po’ più giocosa di quella di Pavese; cruda come quella di Olmi e comica come quella de Il ragazzo di campagna di Castellano e Pipolo.
E’ niente di tutto questo e tutte queste cose insieme. Inesauribile (fortunatamente) in poche descrizioni e definizioni, come ogni altra cosa – a parte la moda, che si può riassumere in tre parole dispregiative a scelta.
La vita nei campi non è mai come la raccontano, e dunque non è nemmeno come la racconterò io. Ma, come accade negli altri casi, lo è per una parte, magari piccolissima, che andrà ad aggiungersi allo sterminato, interminabile, mosaico. Ecco, è a quella minuscola parte, vista e vissuta in prima persona, che voglio rendere il tributo della memoria, poiché sento il dovere di ricordare.
La vita nei campi è un po’ Verga ed un po’ Pasolini, un po’ Tozzi e un po’ Pavese, un po’ Olmi e un po’ Pozzetto, molto altro ancora e ancor tutt’altro. Ma una cosa è certa: non ha niente a che vedere con Virgilio e Metastasio.

Qualche anno fa ero come al solito alla ricerca di un lavoro. L’estate paesana non offriva occupazioni stimolanti (d’altronde, quale occupazione è stimolante, a parte l’addetto al riscaldamento delle pornoattrici?) ed io non intendevo certo contravvenire al vecchio imperativo che mi ero posto fin dalla più tenere età: “Il cameriere mai! Piuttosto vado a cogliere i pomodori!”. E fu così che andai a cogliere i pomodori.
Venni assunto come bracciante da Pila, il barista della frazione dall’alvariano cognome, che arrotondava facendo il proprietario terriero sfruttatore di manodopera a basso costo.
“Beh, quantomeno sarà un’occasione per capire cosa significhi lavorare sul serio”. Ed infatti, dopo quell’esperienza, compresi che il lavoro può piacere solo a chi ha lavorato poco o a chi ha lavorato troppo.
Sicuramente, pochi hanno l’esatta dimensione di cosa sia fare il bracciante, come funzioni, di cosa si tratti in realtà. I più, contaminati da vaghe idee georgiche tanto ingenue quanto fallaci, si immaginano magari un crocchio di allegri cantori agresti che van poetando per le distese erbose raccogliendo lieti i frutti della terra. Niente di tutto questo: è una fatica bestiale, che si cerca di alleviare bestemmiando da mane a sera.
Tanto per cominciare, la giornata lavorativa è di dodici ore, dalle sette alle diciannove, con una mezz’oretta di pausa pranzo, per una paga minima che si aggira intorno ai trentacinque euro quotidiani. A pensarci bene, non è poi così male, se paragonata a quella dei minatori nelle solfatare del diciannovesimo secolo.
Il primo giorno, pensando alle miniere di zolfo, mi alzai alle sei e, come Ciàula scoprì luna, io scoprii il sole dell’alba, e mi dissi che ne avrei volentieri fatto a meno. Ho sempre ritenuto, in cuor mio, che Ciàula fosse un coglione. Stai sgobbando come un mulo dell’Unione Sovietica ed invece di maledire l’universo ed il suo creatore vai a pensare al satellite più insulso del sistema solare?! Morto di fame del cazzo.
Con questi pensieri lieti, mi recai al bar di Pila, luogo dell’appuntamento, dove feci la conoscenza di quelli che sarebbero stati i miei compagni di viaggio (mi piace chiamarli così, mi evita di fare brutti sogni). Erano tutte facce note in paese (pardon, della frazione. Non credo siano mai usciti da Le Mosse, sprofondo barbaro di Montefiascone, se non per andare a puttane a Bagnoregio o Vitorchiano. Chi l’avrebbe mai detto che ci sono puttane pure a Bagnoregio e Vitorchiano, eh?), li conoscevo più o meno tutti fin da bambino. C’era Fetoni, quaranta o cinquant’anni (tanto, per Fetoni, che differenza fa?), famiglia a carico, perennemente sbattuto tra un lavoro saltuario e l’altro per mantenere moglie e figli. Mentre gli altri prendevano il sole a Montalto, lui doveva andare a cavare pomodori. Era sempre incazzato nero, e ne aveva ben donde. Lo ammiravo, Fetoni. E lo ammiro tuttora.
C’era Batore, il buon vecchio Batore, il sempreverde Batore. Da che ho memoria, è sempre stato uguale. C’è chi nasce vecchio, chi nasce giovane. Batore era nato di mezza età mal portata. Con il suo volto truce leggermente incartapecorito, in passato era stato in galera per furto di trattore. Mi piace immaginarlo mentre scappa dall’inseguimento in sella al pasquale, a cinque all’ora, e viene preso da un carabiniere zoppo a piedi.
C’erano quindi un paio di presenze fisse del bar di Pila, due di quei tipi che vedi sempre ma che non sai mai come si chiamino, che se ne stanno seduti sul pianerottolo del bar a guardar passare le macchine, interrompendo solo per i pasti. Dopo averci lavorato insieme una stagione intera, non so ancora come cavolo si chiamino.
C’era infine lui, Uccio, il mitico Uccio, il leggendario Uccio, Uccio il vaccaro. Saettone dentro, Natural Born Peasant, bassotto, corporatura tozza, capelli ricci e fronte millimetrica, voce lievemente gutturale, tra l’ippopotamo ed il babbuino, sembrava uscito da un manuale di Cesare Lombroso. Più giovane degli altri, era il sale della terra, il letame della stalla, un aratro umano. La sua pelle emanava una tenera fragranza di cacio con note di birra e sfumature di stabbio, ricordo di anni ed anni passati in compagnia di ogni animale d’allevamento di piccola, media e grossa taglia. Negli ultimi anni si era dedicato alla custodia delle mucche sotto padrone e nel suo periodo di ferie veniva ad alzare qualche spicciolo in più dando una mano al fido Pila. “Uccio, che fai nella vita?” “Il vaccaro”, ribatteva con un miscuglio di orgoglio e rassegnazione.
“Tu sei il nipote del poro Guglielmo, ve’?”, mi chiesero, volgendo i loro volti in un’espressione di sommo rispetto. “Sì” “Eh, che lavoratore che era ‘l tu’ poro nonno”. Mio nonno materno era una leggenda: muratore infaticabile (ma infaticabile sul serio), non solo lavorava con solerzia da primato, ma aveva proprio la passione del lavoro. Era famoso perché era riuscito a tirar su una palazzina di quattro appartamenti tutta da solo, facendosi aiutare al massimo da un paio di manovali nel fine settimana. Già, perché mio nonno non conosceva domeniche e festivi. Era un inarrivabile campione dell’austerità e dello stakanovismo. “Mejo ‘n omo vestito da ‘na donna ‘gnuda”, è stato il più grande insegnamento che mi ha lasciato. Gli altri furono: “Le sorche magnano altro che merda”, “Quando qualcuno ti fa un torto, roppeje la capoccia” e “Il posto a tavola nun se cambia mai”. La sua filosofia di vita era: bisogna pensare solo a lavorare, tutto il resto è male. Ma sto divagando. Il punto è che appresi subito di portare sulle spalle un’eredità pesante. Che si faceva insostenibile, se si considera che io reputo uno sforzo tutto ciò che esula dalla mia poltrona e ciò che si può fare su di essa.
Pila ci caricò amorevolmente sul cassone del Fiorino e partimmo alla volta dell’appezzamento.
Lì, ad attenderci, si trovavano Bastiano e la moglie, due anziani contadini che avevano sempre fatto i contadini e durante le vacanze si andavano a svagare facendo i contadini.
Insomma, ebbi la fortuna di dividere quell’esperienza con la crème de la crème della bifolcheria nostrana.

La raccolta dei pomodori si svolge così: uno è addetto alla macchina, un trattore con davanti una piattaforma composta da una sorta di lame mobili che penetrano appena appena nel terreno restando sulla superficie morbida e separano i pomodori dalla pianta (il macchinista è l’unico fortunato che può restarsene comodamente seduto, per di più all’ombra della tettoia. Sarà un caso che sia sempre il padrone); gli altri stanno davanti alla macchina, estraggono le piante dalla terra e le buttano sulla piattaforma; sul retro del trattore, una o più donne capano i pomodori gettando sotto le ruote quelli guasti affinché vengano pestati e diventino concime. Il tutto sotto al sole di agosto.
Forse non tutti sanno che tirar fuori le piante di pomodoro fin dalla radice è un’impresa degna de La spada nella roccia. “Excalibur!”, ti verrebbe di esclamare ogni volta che ce la fai – peraltro, spessissimo, nell’estrarre una pianta, ci si trova attaccato sotto un topo, che sguscia via lesto lesto.
In quel periodo, poi, alcuni giorni prima era piovuto, dunque il terreno era ancora un po’ umido. Ecco, strappar via dal suolo le piante di pomodoro con il terreno umido è un po’ come farsela dare da una vergine alla prima uscita.
E’ una grande onta per un uomo essere mandato a capare i pomodori insieme alle donne: è segno che non si viene valutati sufficientemente forti e virili, equivale ad un attestato di sfiducia da appiccicare addosso ad un debole, uno fiacco, non avvezzo alla fatica e non all’altezza del vigore fisico di cui necessita la campagna. Onta dalla quale naturalmente non fui risparmiato. Dopo le prime ore del primo giorno, stremato e grondante, venni fatto accomodare da Pila con gesto magnanimo e compassionevole sul retro del trattore. Ma nei giorni successivi volli rifarmi una reputazione. Oh, io alla stima di Uccio c’ho sempre tenuto.
In genere si procede a due a due ed il mio compagno abituale era Batore. Batore aveva il pallino dei documentari sugli animali. Non se ne perdeva uno. I suoi preferiti erano quelli sugli scorpioni, che lui chiamava shcarpione. Gli trasmettevano un che di perturbante, in senso freudiano-hoffmanniano. Ogni volta che guardava un documentario sugli scorpioni (pardon, sugli shcarpione), la notte puntualmente sognava che la sua casa veniva invasa da milioni di questi puntuti aracnidi che lo assalivano e gli camminavano su tutto il corpo. Ogni giorno mi rendeva edotto sulle abitudini della mangusta e l’alimentazione dello stambecco, sull’accoppiamento dei facoceri e le migrazioni del rondone, sulla regolarità del bisonte e l’invidia del koala. Non facevo che domandarmi dove cavolo beccasse tutti quei documentari, su quale dannato canale. Quando ritenni di saperne abbastanza su coleotteri, crostacei e celenterati (anche se devo ammettere che l’etologia spiegata in dialetto falisco da un analfabeta galeotto è un’esperienza che va fatta), decisi di cambiare compagno per un po’ (ma tornai presto da Batore, ché si era affezionato, e pure io) e mi misi insieme a Fetoni. Fetoni non parlava mai. Stava sempre zitto, lavorando a testa bassa. Ogni tanto smadonnava, quando si sorprendeva a pensare alla propria condizione. Mamma mia quanto era incazzato Fetoni.
Poi, un giorno, all’improvviso, accadde l’inaspettato: Fetoni sollevò poco poco il capo (sempre continuando a darci sotto con le piante, sia chiaro. Non esistevano pause, non si poteva smettere), scosse la testa e proferì una frase colma d’un inusitato ottimismo: “Io, no, quanno mòro, vo su da Gesù Cristo e je dico: sente ‘n po’: ma tu, a me, che m’hae fatto nasce a fa’, pe’ famme ‘n dispetto?”.
A tutt’oggi Fetoni resta la persona più incazzata che io abbia mai conosciuto.
Bastiano, intanto, lavorava sodo, più sodo di tutti. Quando il trattore non si metteva in moto, abbaiava a denti stretti un “mannaggia al santissimo sacramento sull’altaraccio” e subito il trattore ripartiva.
La moglie era a dir poco entusiasta. Per lei la raccolta dei pomodori era un’emozione unica che si ripeteva ogni anno, rappresentava ciò che Woodstock rappresenta per un hippie. Una volta mi incalzò: “Certo, è fatica, ma c’è proprio soddisfazione a coja ‘sti belle pummidore. Guarda quant’è bello ‘sto pummidoro, guardolo, guardolo!”, gridando quasi invasata ed imponendo il pomodoro alla mia vista, davanti alla faccia a due centimetri dagli occhi, con gesto stentoreo. “Sìsì, eccezionale, bello davvero, mai visto nulla di simile”. E si lamentava di quanto poco volenterose fossero le nuove generazioni: “Certo che voe magnardo e beardo sine, ma lavorardo none”.
Degli altri due udii la voce una sola volta. Anzi, di uno solo. Uno degli ultimi giorni, servendo maggiore manodopera, arrivarono tre ragazzi del Bangladesh. Uno dei tipidabar tentò la socializzazione e l’integrazione: “Tiè, voe fuma’?” “No, grazie, io fa yoga” “Ah, ti chiame Yogurt, mo’ emo capito”.
E Uccio? Uccio era il protagonista indiscusso della pausa pranzo.
Si mangiava all’ombra di un vasto albero, tutti in cerchio, tra mille vivande. Sarebbe stata una scena bucolica, se non fosse stata per le pertinaci armate di mosche che soltanto le scoregge di Pila riuscivano a respingere.
Essendo sempre stato mortalmente schizzinoso, mi lanciavo subito sul pane urlando: “Taglio io!”, pressappoco come da piccoli si urla: “Stella!” in seguito a: “Un, due, tre”, dopo aver visto che Uccio tendeva ad impugnare fieramente il filone con le mani marroni per la fanghiglia.
Una volta mi vide scacciare una mosca dal mio piatto e subito mi tranquillizzò: “Nun te preoccupa’, que’ nun so’ mosche de città, que’ so’ mosche de campagna, so’ pulite, al massimo magnano la merda”. Mi sentii rincuorato.
Uccio scolava due bottiglie di prosecco della Valdobbiadene, gentilmente offerte da Pila che le prendeva in offerta all’ingrosso per il bar, e riprendeva a lavorare come se niente fosse. Non era un vaccaro, era un toro.
Il pranzo ce lo portava la moglie di Pila, la sora Carmela, che non appena se ne andava, veniva salutata dalle dolci parole del consorte, il quale si voltava verso di noi e sussurrava: “A rega’, dateje ‘na palata, ammazzatemela”.

Fu durante un pranzo che il drappello venne scosso da una notizia mirabolante. Pila si erse in piedi ed annunciò: “Oh, domani a capa’ le pummidore vene pure la pushtina”. Lo stupore avvolse la combriccola attraversandola in ogni nervo. Subito fu un coro di sbalorditi: “No, ma che davero?! La pushtina! Magara! Alé! Che culo!” “Bona, la pushtina, bona!” “Finalmente domani la fica!”.
Mi guardai intorno: Uccio si grattava il culo, Fetoni finiva la pasta zitto, incazzato più che mai, Batore spolpava una salsiccia con tutta la pelle, Pila scoreggiava e rideva, Bastiano levava la zella dalla catena del trattore e la moglie ammirava estasiata i pomodori (gli altri due boh, non li notavo). Possibile che una bella donna potesse venire in mezzo a quel rusticissimo manipolo in cui manco la moglie di Bastiano spiccava per femminilità?
Mi riservai un minimo di cauta incredulità, ma confesso che il giorno dopo andai a lavorare con un certo animo speranzoso. Le esili illusioni ci misero ovviamente un attimo a cadere: la pushtina, la postina, la moglie del postino della frazione, era una pertica da un’ottantina di chili, capelli raccolti in una coda unta, zinne tanto enormi quanto basse, fianchi larghi, molto larghi. Il ritratto dell’abbondanza, ma più quella di una pila di facioli co’ le cotiche che quella di un cesto di frutta caravaggesco.
Ammappala se era brutta.
La pushtina, sogno erotico di tutta la frazione. Per la prima volta ebbi la chiara percezione che anche il gusto estetico sia un fatto prettamente culturale.
In compenso, era una persona squisita e delicata. Ma chissà perché mi tornava sempre in mente il paragone con la pila di facioli co’ le cotiche. Mi prese però subito in simpatia. Un giorno, sempre all’ora di pranzo, mi palesò la sua ammirazione: “Bravo, tu sì che sei ‘n bravo fijo, che viene a impara’ a lavora’. Ormai mica ce viene più nessuno a fa’ ‘ste cose. Tanto se sa che alla fine que’ te tocca veni’ a fa’ ne la vita”. Al che io, inguaribile sognatore: “Ma io studio, ora faccio l’università, un’altra attività la trovo, magari in qualche casa editrice e…” “Seh” mi interruppe prontamente con la saggezza di chi sa come funziona l’esistenza “Te piacerebbe. Vedrai che tra qualche anno ce ritroveremo qui a cava’ le pummidore insieme”. Postina di merda, vacca laida iettatrice.
Fatto sta che fece presto breccia nel cuore di Uccio e grazie a loro potei assistere ad un approccio d’altri tempi, l’approccio anacronistico. Già, uno si chiede sempre: “Chissà come si approcciava una volta” (o almeno, io me lo chiedo. E se è per questo mi chiedo pure se prima dell’invenzione e della diffusione della carta igienica, i culi prudevano di più o l’abitudine ai tarzanelli permetteva di sopportare meglio l’irritazione. Ci hanno preceduto generazioni di esseri umani dal culo rosso, sporco ed incendiato). Grazie ad Uccio e la pushtina, ora lo so. Uccio si avvicinò e, porgendole la bottiglia, propose con aria baldanzosa: “‘N po’ de vino?” “Sine, che l’acqua fa veni’ le ranocchie” “Allora annamo d’accordo”, annuì con ghigno assassino. Il Vaccaro e la Postina. Sarebbe stato un soggetto interessante per Hesse. Gottfried Hesse, il ciabattino di Tubinga sud.
Mi capitò anche di sentirmi in colpa nei confronti di Uccio, di Uccio e dei suoi sentimenti. Una volta, infatti, tra una pianta e l’altra, mi fece: “Stasera che fae?”. All’epoca ero fidanzato, alla mia prima storia seria, e senza star a pensarci su risposi: “Stasera mi vedo con la mia ragazza” “Ah, allora je dae. Bravo, bravo. Domani tocca a me: vo al night de Brachino”. Ecco, io andavo dalla mia ragazza e lui andava in un bordello di infimo ordine. Non mi sono mai perdonato di avergli sbattuto in faccia il mio privilegio socio-sessuale. Ma probabilmente lui non vi badò neppure. Forse una scopata vale l’altra, per Uccio. Io mi sentii ugualmente in colpa, ma poi il rimorso venne allontanato da un pensiero più gravoso ed incombente: pensa quella povera prostituta a cui capita Batore.

E poi…poi arrivò il camion a caricare le cassette dei pomodori. Finì l’estate, Pila tornò al bar, i due anonimi tornarono sul pianerottolo del bar, Batore tornò a far non so cosa, Bastiano e la moglie continuarono a fare i contadini, la postina rimase brutta, Fetoni rimase incazzato, Uccio riprese a fare il vaccaro. Ed io…beh, a me restò la certezza che avrei conservato per sempre nella memoria quell’esperienza, serbandola nello scrigno di gran pregio dei ricordi più preziosi come la più bella della mia vita. Sissignore, la più bella della mia vita.
“La campagna è fatica,/la campagna è dolore”, scrive Cesare Pavese in un componimento de La terra e la morte. Ma la campagna è anche qualche risata, insospettabile ed unica, teatro a cielo aperto, commedia di un’umanità vera, genuina, ora brutale, ora nobile.
E di tanto in tanto un pensiero tormentoso mi assale: se Uccio, il vaccaro di Montefiascone, fosse nato nell’Illinois, lo avrebbero chiamato Hutch ed avrebbe potuto dire di essere un cowboy. Quando si dice l’ingiustizia di venire al mondo nel posto sbagliato con la lingua sbagliata.

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Amore di nonna

Posted by sdrammaturgo su 26 dicembre 2008

Sottotitolo: Non è un caso se si chiama nonnismo.


Di mamma ce n’è una sola. Di nonne invece ce ne sono talvolta anche due.
L’amore è raddoppiato, l’incremento di affetto è notevole.
Qualche anno fa è morta mia nonna materna. Donna pia (ma pia forte), non si è mai persa una messa, un rosario, un vespro, una novena. Una vera professionista del triduo, una stakanovista dell’orazione, una recordwoman dell’angelus. Tutti i giorni in chiesa, seguendo pedissequamente ogni dettame cattolico, chiedendo sovente la consulenza del frate per non correre il rischio di commettere qualche peccato nascosto nel condimento troppo arrogante dei rigatoni. Mai una parola fuori posto, nessun moto che potesse sembrare vagamente superbo, mai una maldicenza, mai una presa di posizione. Tutta votata a mitezza, umiltà, passività totale, dedita solo al Signore ed alla famiglia, di un’ingenuità disarmante. E’ morta senza credere all’esistenza del fax. Eh, santa donna. A quest’ora si sarà già resa conto della fregatura.
Chi è ancora ben in salute è invece mia nonna paterna: smaliziata, una che sa come va il mondo, donna di carattere, un tipo giovanile (perlomeno rispetto alle matriarche della prima colonia fenicia).
Ah, quanto le devo! Quanta dolcezza, quanta tenerezza, quanto orgoglio ha sempre dimostrato nei miei confronti fin da piccolo! Come quella volta in cui, bambino, me ne stavo con il mio ruspantissimo amico Fiore ad analizzare e commentare l’orto della pòra Ada. “Oh, ha piantato dieci finocchi, sono tanti!”, dissi. “Macché, so’ pochi”, corresse prontamente il mio rustico ed esperto sodale. Amorevolmente, intervenne mia nonna a stabilire una volta per tutte la verità: “C’ha ragione Fiore: so’ pochi, lui sì che ce capisce, tu che ne voj sape’?”.
E poi, crescendo, quando si avvicinava l’età per prendere il motorino, lei era lì, pronta a rassicurarmi: “Nonna, vado a fare un giretto con il Dingo del nonno, tanto sono capace” “Ma quando mai, nun sei bbono”.
E più maturavo io, più aumentavano il suo calore umano e la sua stima per il suo diletto nipote. Una volta, approssimandosi gli anni della ragione, stavo conversando con un paio di amici sui segreti della giovinezza: “Sento che è come se non fossi mai stato adolescente, come se fossi passato immediatamente dalla preadolescenza all’età adulta”. Subito mi fece eco lei, la mia cara ava: “Ma quale omo, che sei un regazzino, sei”.
Finché arrivò anche il momento del primo amore: i diciotto anni, e con essi, la mia prima vera fidanzata. Alta, bella, magra e soprattutto figlia di dottore: a mia nonna capitò di conoscerla e non le parve vero. “Tienitela stretta, che a te quando te ricapita?”.
Così pure quando tre mie amiche particolarmente avvenenti, eleganti ed intelligenti vennero a passare un fine settimana con me nel mio paese d’origine: mia nonna le vide e volle subito mostrare la propria sterminata ammirazione verso di me (della quale peraltro non aveva mai fatto mistero): “Ma pensa un po’… Mica pensavo che tu ci potessi avere amiche così belle”.
Oh, che preziosa cosa è stata il suo prendere sempre sul serio le mie idee, i miei pensieri, i miei valori! “Io non mangio carne, né alcun altro cibo di origine animale, poiché sono nemico della violenza, nutro uno sconfinato rispetto per l’alterità, sogno un mondo in cui l’etica prevalga sull’egoismo e l’avidità!” “D’altronde è l’età, ‘ste fissazioni so’ normali, voj esse a la moda. Bah, te passerà”.
Come dimenticare il suo ritenermi un gioiello, il migliore, unico? “Il nipote de la Rita ha fatto ingegneria, s’è laureato, è bravo tanto, mo’ lavora, guadagna bene… Mah, pure tu qualche cosa nella vita la combinerai…”. Fiducia che rinnovò (semmai ce ne fosse stato bisogno) sentendo parlare dei miei successi universitari: “Insomma dice che studi, dai l’esami, piji trenta… Mah, sarà vero…”.
Nonnina, nonnina mia, come sei buona, con quei tuoi sguardi affettuosamente rassegnati allorché mi dici: “Ma che farai là pe’ Roma… Pensa a fatte una posizione sociale, datte da fa’, dacce qualche soddisfazione”; quei tuoi insegnamenti così dignitosi, tipo: “Quando conosci uno potente, staje appresso, fatte vedé che ce sei sempre, portaje la borsa, passa avanti a quell’altri, che tanto per te nun ce pensa nessuno”; quella tua costante espressione delicatamente dubbiosa, quel tuo discreto scuotere la testa sconfortata come di chi crede profondamente in chi ha davanti.
Nonnina, nonnina mia, io ti guardo, ti vedo ancora così tanto vispa, arzilla, attenta e mi dico che ciò che conta è che sei ancora viva. Li mortacci tua.

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L’altalena

Posted by sdrammaturgo su 31 luglio 2008

La vita è un balocco.
Nel film I picari di Mario Monicelli – liberamente tratto dal Lazarillo de Tormes, libro del 1554 il cui anonimo autore spagnolo è considerato il fondatore del romanzo moderno – il personaggio di Guzman de Alfarache, interpretato da Giancarlo Giannini, ripete in continuazione questa secca e misteriosa massima, tanto che Enrico Montesano nei panni dello sventurato quanto estroso Lazarillo non si dà pace e manifesta un fastidio crescente di fronte all’enigma apparentemente insensato del saggio e buffo tormentone.
Ho sempre ritenuto che neppure gli autori della pellicola – i grandi Age, Scarpelli e Monicelli – avessero bene in mente il significato del breve aforisma quando gli balenò in mente per caratterizzare il personaggio e sono sicuro che essi stessi si interrogarono a lungo sul senso della loro trovata. Probabilmente uno di loro ebbe l’idea e gli piacque subito il suono dell’espressione, senza comprenderla fino in fondo, coinvolgendo successivamente nel fertile dubbio i compagni d’arte. Suonava a meraviglia, portava con sé un’aura ed un’aria sommamente curiose, quindi tanto bastò per inserirla nella sceneggiatura.
Ma sono sempre stato convinto anche del fatto che i tre giganti della commedia avvertissero istintivamente che c’era qualcosa di più in quelle cinque parole, un contenuto di verità che stava davanti ai loro occhi e che eppure costantemente se ne fuggiva.
Perché chi ha dimestichezza con il Comico, ha familiarità con il Vero.
Quella formula racchiudeva un segreto, parlava con estrema semplicità schiudendo una verità elementare, celata però dall’abisso ermetico che ciò ch’è palese sempre spalanca di fronte alla mente di chi indaga con dovizia e minuzia.
Il senso profondo di quella massima mi si è rivelato all’improvviso, come un’intuizione inaspettata, qualche sera fa, mentre andavo sull’altalena.
Sì, sono sempre stato un grande appassionato dell’altalena, un fanatico, quasi un maniaco. Quand’ero bambino, non resistevo dal lanciarmi su ogni altalena che scorgevo. L’altalena era per me un richiamo magnetico, troppo ghiotto. Mi fiondavo sul sedile, serravo le mani intorno alle catene e cominciavo a darmi spinte decise. Chiudevo gli occhi, prendevo a poco a poco velocità e mi dimenticavo di tutto il resto.
Oggi che sono un uomo, non è cambiato alcunché. Magari i sedili mi vanno più stretti, prendo velocità più in fretta, le altezze raggiunte non mi sembrano più così vertiginose; ma la gioia fanciullesca per quella sensazione di dondolante libertà è rimasta immutata.
L’altalena rappresenta per me tuttora un’attrazione irresistibile ed irrinunciabile.
Qualche sera fa, dicevo, mi trovavo in un parchetto insieme ad alcuni amici. All’interno di un recinto, accanto a bassi scivoli spericolati e cubici percorsi avventurosi per piccoli temerari, la visione di un’altalena si è imposta alla mia attenzione, catturandomi ed assorbendomi completamente. Mi sono isolato dagli altri e d’un tratto mi sono ritrovato a percorrere il sentiero dell’infanzia. E’ bellissimo riscoprirsi bambino quando si ha la consapevolezza di un adulto.
Poco lontano, un gruppo di ragazzi mi guardava con la faccia di chi ha appena visto un venticinquenne pelato sfoderare un sorriso ebete mentre va sull’altalena.
E’ stato lì che ho capito. La vita è un balocco. E l’ho capito mentre non ero più niente, non ero più questa persona in relazione con quelle persone e con questo mondo: ero solo un corpo che si beava dell’aria, che nell’aria si librava, ghermito con leggerezza dalla frescura d’una notte estiva.
Andavo avanti e indietro, sospeso in un vuoto d’incanto, ed ero solo notte e nulla. Ed ero finalmente io, indipendentemente da tutto. Ero il buio che mi circondava. Perciò mi sentivo esplodere di luce. A volte basta così poco… Quando sei sull’altalena, non sei né sole né ombra. E’ per questo che stai bene.
I crucci e gli affanni, d’un tratto, mi sono sembrati ben misera cosa.
E’ stato a quel punto che ho pensato al potere. Al potere, sì, sintesi e sommità suprema di tutto ciò ch’è annoso e serioso e noioso e faticoso. E vano.
In quel momento ho riso del potere più di quanto ne abbia mai riso in vita mia, come mai ne avevo riso prima.
Ho provato ad immaginare i potenti della terra dondolare su un’altalena sgangherata e cigolante e mi sono detto che Bush, ad esempio, non saprebbe godere del dondolio. Si vergognerebbe, non potrebbe farlo, ché il potere è fatto di contegno e deve offrire di sé un’immagine austera, rispettabile, temuta.
I volti convinti sopra le grottesche giacche rigide strozzate dalla cravatta mi son sembrati facce di goffi burattini, automi di legno mal sgrezzato, robot senz’anelito vitale.
La vita è un balocco. Quant’è dunque stupido chi si prende così sul serio.
“Chilometri di secondi/per conseguire la morte esatta”, scrisse Paul Eluard. Andando sull’altalena ho compreso anche questi due versi. Si imparano tante cose, andando sull’altalena.
L’ansia produttiva, il fare-fare-fare, l’imporsi per contare, il competere per sentirsi in pace: un’irta scalata costellata di sangue e sudore per raggiungere la vetta; ed in cima, guardando in basso, ci si accorge che non ci si è mossi di un passo. Poi, sulla superficie liscia e sdrucciolevole dei ghiacci perenni, si scivola ancor più in giù di dove si è partiti.
Tanto impegno per arrivare al gelo eterno.
Mentre andavo sull’altalena e mi sentivo così bene ed era tutto così bello, ho pensato che il potere è una cosa tediosa e grigia. E le cose tediose e grigie piacciono solo alle anime brutte.
E’ questa la verità dei picari: la vita come un’altalena.
Io al potere preferisco l’altalena.

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Sex and the Country

Posted by sdrammaturgo su 15 giugno 2008

Sottotitolo: l’eros a misura di orto.

*

Il sesso è una cosa meravigliosa. Il sesso è una cosa bellissima. Il sesso è la cosa più bella che ci sia. Nessuno potrebbe farvi cambiare idea su questo. Chi potrebbe, d’altronde?
E invece no: il bifolco può. Il bifolco può tutto.
La presente raccolta è frutto di anni ed anni di ricerca sul campo condotta dall’equipe di studi eto-sub-antropologici
Inquietologo&Sdrammaturgo Useless Services tra la selvatica ruralità della Tuscia.
Il materiale collezionato si compone di frasi ed esternazioni varie – udite in prima persona dai due scienziati lungo tutto il corso della loro falisca vita agreste – in grado di far sembrare il sesso un qualcosa di sgradevole, raccapricciante, disgustoso.
Se ne parla il bifolco, l’erotismo diviene atroce e l’ardore si tramuta in orrore.
Pensavate che Ted Bundy e Pietro Pacciani avessero una sessualità particolarmente disturbata? Ebbene, preparatevi ad esplorare gli abissi più perversi delle pulsioni.

Avvertenza: la lettura è sconsigliata agli inguaribili romantici.

*

“‘Sta settimana hai inzeppito? Io ho dato tre inzeppite. Ma poi c’avea ‘na fica stretta! A ‘n certo punto m’è toccato rimannalla a casa. Je l’ho detto: ‘Sente, c’hae la fica troppo stretta, mica je la fo'”

“Quella che mestiere fa? L’attrice? Capirai, l’attrici lo fanno infila’ pure mal cane”

Bottega del barbiere. La radio trasmette Non va più via l’odore del sesso “Non va più via l’odore del sesso…E che je c’ha pisciato dentro?”

“Quella? E quella ce l’ha ‘na manciata de fregna!”

“Stasera la guarde Striscia la Notizia? Pe’ chi te la fae la zagana? Pe’ la bionda o pe’ la mora?”

“E ‘nsomma stavo a ingroppa’ ‘sta quarantenne e questa me fa: ‘Io però avrei bisogno anche di coccole’. Ma quali coccole: je l’ho buttato su ‘n’artra vorta e so’ annato via”

“‘Na vorta stavo a monta’ ‘na mastiotta giù pe’ ‘l lago; te do ma la fica, te do ma la fica, qua, te do mal culo. Do una o du’ briscole, dio porco tipo fòra ‘l cazzo e era ‘n cremino”

“Guarda ‘n po’ che sorca quella lì: tu nu’ je la faresti ‘na fica come la ròta de la molazza?”

“M’ea apparecchiato bene in quel modo, e che fae, nu’ je la dae?”

“A rega’, e così me fate ‘na fica come la ròta de la bicicletta: a razze”

“Toh, che bel porta-mmerda!”

“Bbona quella, eh? Che je ropperesti se dovessi sceje?”

“Adè bombareccia?”

“Me ricordo che quanno ero giovine annassimo a coja l’ua e c’adera ‘na bardassotta; a n’ certo punto s’abbassò e je se videro da la sottana quattro pele de sorca: ogni filagna ‘na pugnetta”

“Le donne so’ solo che da pisello”

“Prima o poi toccherà prova’ ‘sti transessuali: dice che fanno belle boccole”

“So’ annato co’ ‘na pornostar: cinquecento euro, ha’ da senti’ come spigneva mal culo”

“Me raccomanno, faje piano a la mi’ cuggina quanno me l’ancule”

“Mo’ vo a Cuba. Appena scenno dall’aereo, chiappo una e dico: ‘Vo’ monta’?'”

“Vene qua che te le do io ‘l tabbacco del moro!”

“Hae ‘nfilato ‘sta settimana?”

“Tu c’hae tre fije, nun poe fa’ le cazzate. Io lo so che la Luisa c’ha ‘na fica che è ‘n pezzo de pane…”

“Ricordete: le cose che se montano nun se prestano, da la bicicletta a la moje”

“Guarda che noi da giovani capitava pure che qualcuna de ‘ste tedesche in villeggiatura la sbudellavamo…”

“Nun te piace ‘l baccalà? Allora nun te piace la fica. La fica sa de baccalà”

“Quella dell’altr’anno su la barca m’ha lasciato ‘no stronzetto, dopo che me la so’ ‘nculata”

“Voi de vent’anni mica scopate: voi ve fate le pippe mal fodero de la fica”

“Da quanno esistono ‘sti bidè, la fica nun sa più de ‘n cazzo”

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Oί σαεττόνες

Posted by sdrammaturgo su 11 marzo 2008

(Titolo latinizzato: De saettonibus)

*

Sottotitolo: analisi della geografia politica e degli usi e costumi del mio borgo natio come specchio della Grecia Antica.

Ci sono storie che meritano di essere raccontate. Questa non è una di quelle.
Ho già avuto modo altre volte di perdermi in trasognate narrazioni di vita vissuta mio malgrado nel mio amaro paese d’origine (ad esempio qui, qui e qui). Mi accorgo però che sono sempre state memorie redatte più sul trasporto della commozione che con il piglio lucido dello storico rigoroso. Ho reputato dunque che fosse giunto il momento per una trattazione scientifica che associasse la professionalità all’emozione dei ricordi.
L’idea per il presente saggio mi è venuta in mente mentre rimembravo i gloriosi tempi delle grandi risse tra frazioni ed ho realizzato con stupore quanto simile fosse la situazione della mia terra natale a quella dell’Antica Grecia.
Avete mai provato ad immaginare una Grecia senza Atene? Insomma, un’Ellade senza speculazione filosofica, senza razionalità politica, senza poesia e letteratura, senza scienze avanzate. Togliendo alla Grecia le altezze del pensiero, rimarrebbero le sbornie, le guerre e gli squartamenti di buoi. Ecco, avete ottenuto Montefiascone.
Nell’epoca dell’Europa unita, in cui un finlandese dovrebbe sentirsi a casa sua anche in Portogallo, laddove il Vecchio Continente ed il mondo intero si avviano ad un crescente cosmopolitismo favorito dalle grandi migrazioni, sul colle falisco è ancora possibile sentirsi a disagio con il proprio vicino di orto.
A Montefiascone vige infatti una sorta di federalismo ancestrale ed immanente, un campanilismo atipico ed originale che si espleta non già e non solo in una rivalità astiosa con i paesi limitrofi, ma genera financo un nazionalismo tutto interno tra frazione e frazione e sovente pure tra sottofrazione e sottofrazione, tra via e via, tra strada e strada.
Ah, quante volte ho sentito pronunciare da qualche abitante di Tartarola: “Tsk, che t’aspetti da quello lì? Capirai, quello è del Poggio delle Croci: tutta gentaccia”. Ed il Poggio delle Croci comincia appena superata una curva di Via Tartarola.
Ma procediamo per gradi.
Come la Grecia Antica, dunque, il territorio montefiasconese è suddiviso in regioni ben distinte in cui sono rintracciabili sfumature di tradizioni e caratteristiche sociali leggermente differenti di zona in zona.
Il cittadino falisco è noto nel circondario viterbese come saettone, appellativo che indica la figura distintiva del contadino chiuso e diffidente, dedito esclusivamente ai propri affari e disinteressato agli eventi della comunità, per nulla ospitale, orgoglioso della propria ignoranza e sveltone, ovvero smargiasso, tracotante, ergo facile alla ύβρις, peccato al tempo stesso punito e mal visto eppure peculiare dell’animo del montefiasconese medio. C’è un brevissimo dialogo che riassume al meglio lo spirito ottuso e tronfio del bifolco nostrano: due tra i maggiori saettoni stanno conversando; uno fa all’altro, il buzzurro più mastodontico: “Ambrogi’, hai sentito? Dice che nel 2017 cadrà un meteorite che distruggerà tutto il mondo” “Sa’ che cazzo m’ancula ma mi: io so’ muratore, costruiscio un muro de cimento e me c’ariparo sotto”.
Preoccupato solo del proprio campicello, il saettone vede di cattivo occhio già il dirimpettaio, che percepisce come estraneo ai propri affari, dunque da evitare, temere e combattere.
Ne consegue un’inevitabile frammentazione della comunità.
Tenendo presente la penisola ellenica come termine di paragone, è possibile quindi tracciare un profilo delle varie aree montefiasconesi scorgendovi più di una somiglianza con le diverse regioni greche.

Partendo dall’esterno, ci sono gli Zepponami, suddivisi in agglomerati che portano il nome delle principali famiglie residenti (i Cevoli, gli Stefanoni, etc.). Terra che più di ogni altra ha sempre rivendicato la propria indipendenza dal resto del paese, costituisce un organismo territoriale estraneo e duro, un sistema in sé concluso più di ogni altro all’interno dell’intero comune, abitato da genti selvatiche che si sono costruite una loro urbanità e si sono date leggi ispirate agli antichi ardori guerrieri. Ecco, gli Zepponami sono la Tracia.
Il dotto inquietologo Prof. Fulvio Tricheco rammenta un aneddoto che sintetizza al meglio il carattere del popolo zepponamese. Da piccolo, il Tricheco soleva andare a giocare a casa di Eugenio, figlio del medico della frazione; un simile prodotto della buona borghesia non poteva che essere considerato un elemento alieno in un contesto di brutali agricoltori. Eppure, un giorno, il bimbo Eugenio propose a Fulvio di andare a giocare in parrocchia: “Vieni con me, lì siamo tutti amici!”. Nel momento in cui Eugenio si avvicinò agli altri ragazzini, un grido si levò da uno di loro: “Rega’, c’è ‘l fijo der dottore: pelamo ‘l porco!”.
Difficile è l’integrazione in una stirpe indomita.

Il suddetto Fulvio Tricheco nacque e crebbe invece a Le Coste, terra che può essere accostata alla Tessaglia: rustica e sanguigna, ma tutto sommato pacifica e dotata di una sua creatività.
E’ sempre Fulvio a raccontare come i suoi compagni erano soliti disegnare a scuola trattori a cingoli al posto di astronavi; avevano trattori a pedali invece delle classiche macchinette; sognavano di diventare abili piloti di trattori; ambivano ad andare sul trattore con i propri padri.
Le Coste sono ripartite in ulteriori zone: il Poggio della Frusta, il Salto dell’Asino e per finire il misterioso Cunicchio, che sprofonda verso il lago ed è noto per la presenza di numerose fattucchiere, per udire gli oracoli delle quali arrivano persone da ogni angolo del paese.
Basti un solo famigerato esempio per render chiaro il vasto potere delle streghe costarole. Un giorno una ragazza andò a domandare lumi sul futuro ad una di esse: “Sono in crisi con il mio ragazzo. Secondo lei ci lasceremo?” “Potrebbe essa, ma potrebbe pure nun essa”.

Ai confini estremi di Montefiascone ci sono i Poggeri, delimitati dai Fiordini e dalla Commenda. Sono regioni abitate da genti legate alla campagna, per nulla avvezze alla mondanità paesana. E’ un popolo semplice e laborioso, i cui fanciulli giocano ad arare i campi con la propria bicicletta, simulando l’opera del vomere con veementi sgommate al grido: “Va’ come smorghino!”. Poggeri, Fiordini e Commenda rappresentano l’Epiro.
Anche durante i tipici giochi dei bambini, in cui costoro interpretano personaggi simulando vita di famiglia, l’animo puro e rurale degli individui del luogo emerge costantemente: “Io faccio il padre” “Io faccio la madre” “Io faccio il figlio” “Io faccio il cinghiale”.
E’ interessante vedere come il bestiame venga reputato alla stregua di un elemento del focolare.

Quasi al di fuori del perimetro comunale sono situate Le Guardie, landa pressoché desolata in cui i giovani falisci si recano per mettere alla prova il proprio ardimento schiacciando con la macchina i molti conigli che ivi vivono liberi. L’abbattimento di un buon numero di capi è motivo di vanto allorché ci si reca sull’acropoli – la piazza al centro – a bearsi delle proprie gesta, mentre si gira in tondo con la costosa automobile nuova fiammante a rendere la totalità della cittadinanza edotta sui gusti musicali del guidatore.
Per inciso: una visita alla piazza di Montefiascone è caldamente consigliata ai detrattori delle teorie evoluzionistiche darwiniane. Udendo i grugniti gutturali ed assistendo alle pose scimmiesche dei più rudi tra i saettoni, risulta impossibile infatti dubitare di un passato belluino del genere umano. Le maniere ferine che permangono e ristagnano nei primitivi falisci, i loro tratti somatici disarmonici ed australopitecheggianti, rendono la scena un vero e proprio studio di Cesare Lombroso a cielo aperto.

Passando rapidamente in rassegna le altre frazioni che portano il nome di Cipollone, Madonnella, Le Grazie, Le Cannelle, Capobianco, Le Primie (rispettivamente Macedonia, Etolia, Acaia, Beozia, Calcedonia, Epidauro) visto il loro trascurabile interesse e tralasciando le altre innumerevoli sottozone di cui si compone Montefiascone, posso finalmente arrivare ad illustrare e descrivere la mia frazione di provenienza.
Se Fulvio è nato e cresciuto in Tessaglia, io ho avuto la nobile sorte di nascere e crescere nientepopodimeno che a Sparta.
Sì, Le Mosse stanno a Montefiascone come la Laconia sta alla Grecia.
Senza ombra di dubbio il più inclemente territorio del panorama falisco, Le Mosse hanno da sempre sfornato gli uomini più coriacei, gretti e bellicosi del paese.
Un ecosistema a parte, quello de Le Mosse. E’ compreso tra Tartarola (lembo di confine con il paese, è lì che si trova la mia casa) e la Mentuccia (impervio luogo di pascoli e boschi), si estende fino a Vallalta (pianura di aperta campagna) ed ha il proprio cuore pulsante ne Le Mosse propriamente dette e nel Carpine.
E’ soprattutto dal Carpine che proviene lo zoccolo duro della genia guerriera mossarola.
Sprezzante del destino che aveva voluto darmi una speranza di salvezza facendomi nascere sulla frontiera, fin da piccolo volli lo stesso farmi inghiottire dai furori che sentivo spirare dalle spartane Mosse, senza badare troppo alle sagge parole disincantate di Fritz il benzinaro, vero e proprio Tiresia agreste costantemente assiso a prendere il fresco davanti casa. Ogni volta in cui mi recavo a trovare i miei nonni che abitavano nel bel mezzo de Le Mosse, egli mi diceva: “Che stai a fa’ qua pe’ ‘sti zozze Mosse?”.
Perché a Le Mosse non si va e da Le Mosse non si parte. A Le Mosse si sta, qualora il fato ed il sangue abbiano deciso di porvi i natali.
C’è chi da Le Mosse non è mai uscito in tutta la propria vita: la mattina il lavoro nei campi, dopodiché al bar di Carmelo o di Pila; la spesa si fa da Toto, i capelli si tagliano da Oreste o da Mauro e se ti fai male ci pensa il sor Duilio a metterti a posto le ossa, come si conviene ad un vero uomo, altro che i vezzosi ospedali adatti giusto ai modi effeminati di quelli del centro privi di spina dorsale!
E di certo non ci sono motivi per andare a Le Mosse.
Se i ragazzini de Le Coste disegnavano trattori e quelli dei Poggeri giocavano ad arare i campi, i bambini de Le Mosse non disegnavano e non giocavano per niente. Niente e a niente.
L’αγογή cominciava presto per il piccolo mossarolo. Io ho avuto la fortuna di ricevere il battesimo del fuoco da una generazione di eroi. Quasi tutti loro hanno lasciato una traccia indelebile nella storia della rozzezza falisca.
C’era Michele S., un concentrato di pura cattiveria allo stato brado. Quando, vedendolo passare, le vecchine gli chiedevano bonarie e materne: “Dove va questo bel giovinotto?”, Michele rispondeva prontamente e puntualmente: “A fanculo. Fatte le cazze tue, puttana” (importante nota grammaticale: nel dialetto montefiasconese non esiste il maschile plurale. Tutti i sostantivi maschili, al plurale vengono flessi al femminile. Esempio: il maschio diventa le maschie. Per approfondimenti, cliccare qui). Michele S. era uno specialista della tortura, sia su animali che su esseri umani. La pratica che preferiva era appendere i gatti sui balconi ai fili che si usano per stendere i panni. Era escluso che potesse avere torto: chi è avvezzo ed esperto nella prevaricazione, non può che prevalere in ogni caso ed in ogni dibattimento. Come quella volta in cui stava fumando sul terrazzo di casa sua; la cenere cadde in testa ad un’elegante anziana signora che stava passando lì sotto, la quale alzò lo sguardo e con garbò disse: “Ohibo” “Ma vaffanculo”, fu la pronta reazione.
Daniele R., sempliciotto scampato per miracolo dall’essere scartato sulla rupe Tarpea, subì quotidianamente per un anno intero gli abusi di Michele S.: ogni mattina, alla fermata dello scuolabus, appena Daniele sopraggiungeva, Michele esclamava: “Qua, mo’ mettemo le marce” e successivamente lo afferrava per i capelli muovendo la sua testa come se avesse tra le mani la manopola del cambio di un’autovettura. L’operazione durava dai dieci ai quindici minuti filati, fino a che il pulmino non compariva salvifico a dar respiro al malcapitato.

Inoltre a Michele S. si deve l’invenzione della risposta definitiva, quella che mette a tacere qualsiasi critica: a chiunque osasse rilevare qualcosa di ridicolo o sbagliato nella sua persona, egli ribatteva: “Io me lo posso permettere”. “Ma che pantaloni brutti che hai!” “Io me lo posso permettere”. “Perché ti sei pettinato in modo così insulso?” “Io me lo posso permettere”. “Haha, t’hanno bocciato!” “Io me lo posso permettere”. Io me lo posso permettere: disarmante, non lascia scampo a repliche e contrattacchi.

Inseparabile spalla di Michele S. era Federico D., un baro nato. Briscola, Monopoli, Hero Quest, Hotel: qualunque fosse il gioco, lui rubava ed ingannava con una maestria inimitabile. Un truffatore così talentuoso che, pur essendo semi analfabeta, quando si doveva imbrogliare mostrava un eloquio ammaliatore ed impeccabile.
Loro pari nelle gerarchie militari erano Federico B. e Michele C. Il secondo aveva fama di imbattibile picchiatore. Solo Marco S. gli era pari nell’arte dello sganassone. Temuto e rispettato, il suo era uno spirito impavido e spavaldo. Giocando una volta a calcio contro una squadra di Viterbo (peggio che forestieri!), ebbe uno screzio con un avversario. Uno dei compagni lo mise in guardia: “Attento, Miche’, questo lo conosco ed è cintura nera di karate!” “Embè?” rispose imperturbabile il prode Stelio delle vigne “Io c’ho ‘n pezzolo mal motorino”.
Altra coppia di inseparabili erano Daniele B. e Stefano. Il secondo in particolare era un perculatore di insolito ingegno. A lui si devono molti dei soprannomi affibbiati ai ragazzi de Le Mosse e mai più dimenticati. Uno su tutti, il Pollo, altresì Luca, che dal volo dalla rupe Tarpea non si riprese mai più. Non ho mai visto in tutta la mia vita subire tanti atti di bullismo campagnolo da una persona sola. Uno su tutti, il più frequente, la stira: non faceva in tempo a comparire in pubblico che veniva subito aggredito in gruppo e spogliato completamente. Dimostrò comunque un’ostinazione ammirevole nel non recludersi in casa e partecipare anzi assiduamente ai giochi collettivi. Di questo le alte sfere gli resero merito ed infatti dopo una dozzina d’anni smisero di angustiarlo.
Eredi dello schernitore provetto furono Pierluigi e Gabriele, che furono gli elementi a me più vicini, insieme a Fiore, colosso forzuto la cui nota distintiva era quella di imitare il rumore delle sgassate quando correva giocando a pallone. Piegava la testa da un lato e strillava: “Viiim viiiiiiiim!”, facendosi forza nel segno della Tipo sbassata del fratello. Ciò che gli dei avevano dato alle sue braccia, avevano tolto all’estro. Una volta in cui mi trovavo con lui e Giorgio (figlio dell’avvocato, ergo rampollo della nobiltà mossarola, invisa alla classe dei soldati), proposi di giocare ai poliziotti. Tutto entusiasta, Giorgio intervenne: “Ok, io mi chiamerò Frank Johnson!”, io incalzai: “Ed io mi chiamerò Alex Parker!” e Fiore: “Io mi chiamo Peppe”. Ci passò la voglia.
Retrovie di fanteria erano Salvatore e Marco detto il Cignale. Salvatore veniva sovente messo in castigo, specie quando non finiva il numero di cannelloni che la madre aveva stabilito dovesse ingurgitare. Un vero genitore mossarolo è sempre assente dalla vita del proprio figlio, tranne quando si tratta di insegnargli con severità che un vero spartano non deve tirarsi mai indietro di fronte alle abbuffate, giacché il cibo in quantità è la fonte di energia del guerriero audace nonché prova di virilità da cui non ci si può esimere.
Il Cignale è invece l’emblema del cattivo rapporto del falisco con il progresso: quando il padre comprò un frullatore, l’unica cosa che Marco considerò utile ed opportuno fare con quella diavoleria tecnologica fu infilarci il braccio. Dovettero mettergli decine se non centinaia di punti di sutura. Diede però prova di massimo coraggio. Puah, inutile aggeggio della frivola modernità, lezioso orpello da borghesuccio! Un mossarolo degno di codesto nome si rifiuta di spremerci dentro frutta come farebbe una donnicciola! Ci sono le nude mani per quello! Molto meglio misurarci il vigore delle proprie membra, sicuramente atto meritevole di stima.
Tra le massime autorità c’era Riccardo detto Vitino, in quanto figlio dell’elettricista chiamato Cacciavite. Fu uno dei miei principali mentori e correttori. Un giorno, siccome lui si stava vantando di aver pomiciato con vieppiù cessi da fare spavento e tessendo l’apologia delle donne brutte, io ebbi l’ardire di professarmi discorde e mostrare un’imperdonabile mollezza di gusti estetici: “A me però piacciono solo le ragazze belle. Non so, con una brutta non ci andrei”. Giustamente, venni subito esposto al pubblico ludibrio: “Stuuupido! Sentitelo tutti! Ha detto che le brutte non gli piacciono!” “Hahahahahahaha”, ci fu uno scroscio di risa da parte di tutti gli astanti. “Hahaha, gli piacciono solo le belle al signorino, hahahahaha” “Le brutte te le devi scopa’ tutte, hai capito? Stuuupido!” “Buffone, dio porchise, buffone!” (a Montefiascone neppure le bestemmie – usate come intercalari – vengono pronunciate correttamente: dio porco diventa dio porchise, dio maiale dio maleale, dio impestato dio ‘mpeshtato, e via storpiando).
Non fu l’unica volta in cui venni redarguito. Accadde anche sullo scuolabus, nel periodo della terza media. “L’anno prossimo che scuola prendi?”, mi chiese Francesco T. il Bello, ammirato per la propria bravura a calcio, per la potenza di tiro, per il rutto spaccafinestre e così appellato per distinguerlo dal coetaneo Francesco T. il Brutto. “Il liceo classico”, risposi. Subito fu un coro di ingiurie: “Cojone! Stupido! Il classico, pija ‘sto salame! Chissà che cazzo ce fai. Ragioneria hai da pija’, così poi c’hai ‘n pezzo de carta su le mano! Scialacotto!” (appunto lessicale: scialacotto è il tipico insulto montefiasconese. Significa “uccello lesso e senza ali”).
Salendo nelle alte cariche, si faceva la conoscenza di Renzo de le Pince, ergo Pincetto, detto anche Schillaci. Era il più grande di noi, ma anche oggi che avrà trent’anni suonati ne dimostra a malapena quindici ed intellettualmente sette. Magrissimo, povero, vittima di un padre padrone, era al limite del ritardo mentale. Ma gli volevo bene, era un animo docile, simpatico ed ero nelle sue grazie (sarà perché era più balbuziente di me). A lui devo il soprannome di Fontolan, come il calciatore dell’Inter, che mi accompagnò fino alla fine dell’adolescenza.
Suoi sodali erano Memo e Simone detto la Sorca. Proprio Memo aveva conferito tale nomignolo all’amico: un giorno, al baretto, voltandosi verso il compagno, lo apostrofò: “Ammazza quanto sei brutto. Fai schifo. Me pari ‘n sorce. Anzi, ‘na sorca”. Oh, Memo ed il suo perenne caschetto con la riga in mezzo…Spaccone congenito, si ricorda un suo memorabile ingresso in sala giochi con indosso solo una camicia a maniche corte completamente sbottonata sul petto nudo mentre fuori c’era la neve proferendo gagliardo: “Dio sbudellato, che cazzo de callo che fa di fora”.
Vero guru era Luca detto il Tubbista. La sua parola era legge. Se al flipper lui diceva fuelle invece di fuel, qualora tu osavi pronunciare la corretta dizione inglese, eri tu l’ignorante senza appello, perché “le saprà di più ‘l Tubbista?”. Se Fiore sosteneva che tra due uomini che fanno sesso “solo chi pija è frocio: quell’antro è normale” e tu gli facevi notare la falsità della sua osservazione portando come argomentazione il parere dei maggiori sessuologi, venivi sbugiardato ed umiliato, perché glielo aveva detto il Tubbista e “le saprà di più ‘l Tubbista?”. Il Tubbista era il sapere incarnato.
Ma il Mito, il Sommo, l’Assoluto, il Meraviglioso era lui: Emiliano detto Egans. Non aveva preso neppure la terza media per fare il manovale, aveva il Fifty modificato che andava più forte di tutti ed aveva il cazzo di venticinque centimetri: mi pare sufficiente per essere ritenuto l’Inarrivabile. Sì, Egans era Leonida. Compariva raramente, come si conviene ad una leggenda. Da vero duro qual era, sul motorino dava gas tirando direttamente la corda dell’acceleratore che aveva staccato dalla manopola del manubrio. Sul suo prodigioso cazzo si narravano storie su storie, tra cui spiccava il celeberrimo faccia a faccia con una prostituta, la quale, nel vedere il suo mostruoso arnese, avrebbe affermato: “Que’ lo vai a mette nel culo a la tu’ mamma”. Esisteva tutto un filone di epica sottofrazionale su Egans, tanto da poterci redigere un’Egansiade. Egli era il re.
Luogo eletto dell’addestramento era il campetto. Ci sono tanti campetti a Montefiascone, ma quello de Le Mosse è IL Campetto. Il prete dell’oratorio, in preda alla disperazione, ci aveva affisso il cartello “vietato bestemmiare”. Su quel cartello non è mai mancata della saliva colante.
Era da lì che partivano le mode linguistiche per insulti ed offese pirotecniche di vario genere che contagiavano poi l’intero paese ed era lì che venivano inventate le più innovative e letali tecniche di lotta, sopruso ed angheria.
Resta negli annali ad esempio la crocifissione di un ragazzo colpevole di essere figlio di un professore: venne legato alla croce del tetto della chiesa ed esposto alle intemperie per diverse ore.
Furono poi brevettate molteplici metodologie di attacco: il frontino di potenza, il cotozzo a mano piena (quando ci si tagliava i capelli, si aveva paura di farsi vedere in giro, tanto era temuta l’inesorabile tradizione dello schiaffo del capello), la boccata sciacquadenti, il battesimo delle scarpe (se ti presentavi con un nuovo paio di scarpe, ti venivano pestati i piedi da tutti gli altri), il disonore (gesto puramente simbolico: se te ne stavi seduto assorto e distratto, qualcuno poteva balzarti addosso strofinandoti la nuca con il culo ed in quel momento eri disonorato), fino al terrificante ghetto, che consisteva nello sputarsi sull’indice ed il medio uniti per poi lanciare lo scatarro con le mani addosso al proprio bersaglio. Essendo stato sempre parossisticamente schifiltoso, quando fu in voga il ghetto non uscii per mesi.
Non ti potevi permettere un solo momento di disattenzione: una boccata sciacquadenti od un sputacchio erano sempre in agguato per ricordarti che la vita è una sequela di dolori a cui un vero guerriero, un vero spartano, deve saper sempre far fronte con caparbietà ed avvedutezza.
Tutta la gioventù montefiasconese prendeva spunto dalle pratiche vessatorie nate al campetto e le riproduceva tentando di eguagliare i colossi della prepotenza.
Da Le Mosse si dettava anche il trend per gli insulti. Un esempio su tutti: cominciò ad avvicinarsi al cruento mondo del campetto il piccolo Mirko detto Bacarozzo; Mirko era un ragazzino estremamente cicciotto e chiacchierone; un giorno, durante una partitella, non la smetteva più di gridare: “Passatemi la palla! Dai! Passatela anche a me! Dai dai! Passa! Passatemela!”; al che, l’olimpico Tubbista, estenuato dalla loquacità del pargolo, lo mise a tacere da par suo: “Zitto, grasso”. Ebbene, da quella volta grasso divenne un insulto tout court in tutto il paese, utilizzato come sinonimo di stupido, idiota, deficiente fastidioso. Non era inconsueto sentire dire da qualcuno: “Sei proprio grasso” ad uno smilzo.
Le regole erano ferree e stabilite una volta per tutte dal consiglio degli anziani. Guai a mostrare qualcosa di nuovo che non avesse ricevuto l’approvazione del senato o che non fosse stato richiesto. La libera iniziativa era severamente punita. Se ti presentavi, che so, con un adesivo sulla tua bicicletta, immediatamente i saettoni capi mossaroli cominciavano ad esaminarlo e squadrarti: “E questo dove l’hai preso? Perché lo hai messo? Chi te l’ha dato il permesso?”. Sicché, la bici veniva inevitabilmente smontata pezzo per pezzo e nella peggiore delle ipotesi scagliata nel dirupo dei castagneti.
Le punizioni le potevano battere solo i più grandi e nella fattispecie Francesco T. o Vitino. Guai ad avanzare assurde pretese di protagonismo. Mirko il Bacarozzo ebbe modo di scoprire ben presto cosa comportava la superbia. Nel corso di una partita, venne commesso un fallo e fu concessa la punizione (arbitri erano gli stessi giocatori più grandi. La sanzione delle scorrettezze era affidata alla loro magnanimità. Potendo dunque rifiutarsi di permettere il calcio piazzato, ogni loro decisione contraria era da intendersi come un gesto di misericordia imperiale da accogliere con la migliore reverenza. Al contrario, se tu non li sfioravi ma loro decidevano che era rigore, rigore doveva essere). “Batto io!” urlò il solito garrulo Mirko. “No, batte Vitino e basta”, sentenziò il Tubbista. “Dai, voglio battere io!” “Nun roppe le cojone, le punizioni le batto io”, aggiunse Riccardo. “Ma io voglio battere!”. Ingenuo. Aveva insistito troppo, rivelando un’inaudita mancanza di rispetto per la rara pazienza dei superiori. “Va bene” disse quindi con calma gelida Vitino “Adesso batti tu, ma si nun segni te corcamo” “Uh, allora non batto più” “No, adesso batti e si nun segni te corcamo”. Mai potrò dimenticare il sudore freddo, l’ansia spasmodica impressa sul volto di Mirko mentre prendeva la rincorsa e l’espressione di terrore che gli contrasse il viso allorché vide il pallone infrangersi impietosamente sulla barriera. Venne fatto sistemare in un angolo del campo, addossato al muro come un condannato di fronte al plotone d’esecuzione, e bombardato di pallonate.
La pallonata era lo strumento di assalto più utilizzato, a dimostrazione di come tutto nelle mani del soldato montefiasconese possa diventare un’arma.
Venne usata diverse volte per difendere il territorio e scacciare gli invasori. C’era un bambino, Riccardo, che da Roma ogni estate veniva a passare le vacanze a Montefiascone ed aveva la casa proprio a ridosso del campetto de Le Mosse. Se Viterbo era la Colchide, per noi Roma era Troia. Evidentemente si era reso conto assai presto, osservandoci ben protetto da dietro la recinzione, che quello non doveva essere un ambiente granché cordiale nei confronti degli sconosciuti. Così se ne teneva alla larga. Il padre però insisteva continuamente: “Dai, su, va’ a giocare con i bambini!”. Riccardo il romano naturalmente esitava ed evitava volentieri, finché un pomeriggio, incalzato dal genitore, ruppe gli indugi e varcò con aria guardinga e sommessa il cancello del campetto. Stavamo disputando una partita tutti vocianti, ma improvvisamente piombò un silenzio funereo. Tutti si voltarono a guardare lo straniero, finché un urlo squarciò il mutismo: “Qua, adesso tiramo le pallonate addosso a lui!”. Veloce fu la fuga del poveretto. Non tornò mai più.

Ebbene, questa è stata la mia infanzia, questa la mia adolescenza. Tra quei barbari prossimi miei, io così diverso, mi sentii accolto e tollerato, ma giammai davvero accettato. Ero una presenza tacita e superflua, però sopportata, percepito come altro rispetto a loro, incomprensibile, figlio di un’altra lingua e frutto di un altro pianeta, con le mie letture, i miei successi scolastici, le mie passioni per mitologia e cartoni animati, la mia scarsa propensione alle botte, nonostante fossi fiorito accanto a loro. Apprezzarono la mia umiltà e la mia volontà di imparare le asperrime norme della campagna e mi dimenticarono in fretta quando mi allontanai.

Mi ero ripromesso di essere il più scientifico possibile, ma non ce l’ho fatta: anche stavolta il cuore ha preso il sopravvento sulla fredda ragione. Perché in fondo di quei rustici villici maneschi sono debitore: è anche grazie a loro se rinunciai ai miei propositi di farmi prete e la smisi di andarmene in giro con il libretto intitolato Signore, insegnaci a pregare. Molti di loro furono chierichetti insieme a me, ma esempi come quello di Michele S. che da dietro l’altare si impugnava le palle e le scuoteva con fare provocatorio nei confronti dei fedeli mi furono di grande aiuto con il senno di poi.

Questo è ciò che è stato, questo è ciò che è: immune alla corsa dello sviluppo, la collina immagine dell’Ellade svetta ancora imperiosa sulle valli verdi circostanti e, porgendo l’orecchio nelle sere placide al calar del sole, è ancora possibile udire il cieco cantore Dandolino, novello Omero, che levando gli occhi al cielo e battendo il fiero pugno sul portone della fraschetta impreca virilmente contro il santissimo sacramento.

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Sognavo Marcel Proust, mi ritrovo con Alain Prost

Posted by sdrammaturgo su 11 febbraio 2008

Quella che segue è la fedele e sofferta testimonianza delle picaresche disavventure urbane occorse all’autore – novello Lazarillo de Tormes nell’era della produttività e dei consumi – durante gli ultimi tre mesi di stasi esistenziale altrimenti detta vita.

 

Io sono uno studente spiantato e come ogni studente spiantato sono alla costante ricerca di lavori saltuari di ogni genere che mi permettano di mantenermi all’università (nonostante sembra che abbia sviluppato una forma di allergia alla tesi), pagare l’affitto (onde non dover tornare tra le grinfie della famiglia patriarcale media) e, se ci scappa qualche spicciolo, nutrirmi.
Essendo cresciuto in un’epoca di sogni facili mediaticamente indotti, mi ero illuso che avrei potuto rimpinguare le mie esigue finanze non già scaricando cassette della frutta o mercificando il corpo della mia bisnonna, bensì occupandomi di ciò a cui finora ho dedicato gran parte delle mie energie psicofisiche: arti, libri, cultura e affini.
Carico di ottimismo ed ingenuità, avevo distribuito bel bello (vabbè, al massimo tip tipo) il mio gonfiatissimo curriculum a gallerie, musei, agenzie che si occupano di organizzazioni di mostre et similia.
Una volta che la cruda realtà sotto forma di prevedibile disoccupazione si era scontrata con le mie fantasticherie fanciullesche, avevo cominciato a mirare più in basso (ma non troppo, giacché lo spettro dell’esperienza come bracciante per la raccolta dei pomodori insieme ad extracomunitari sottopagati che mi aveva visto protagonista – o meglio, comparsa – qualche estate prima era ancora ben vivido in me): “Commesso in libreria mi starebbe bene” mi ero detto “sempre addetto agli scaffali sarei, ma almeno avrei per le mani oggetti familiari e graditi invece che foratini o gancetti per le tende”. E poi avrei fatto di tutto pur di non dover stare chiuso in scantinati insieme ad altri cinquanta ricercatori biomedici ad offrire telefonicamente a panzoni iracondi potentissimi smacchiatori particolarmente indicati per le chiazze di sciroppo d’acero su capitelli corinzi.
Dunque via, dagli di spedizione dell’elenco delle mie imprese lavorative a tutte le librerie del circondario ed anche ad alcune non poco fuori mano.
Avevo preso l’abitudine di portare sempre nella borsa una copia del curriculum, “poiché non si sa mai, metti che passo davanti ad un posto salarialmente ghiotto, almeno gliela lascio” e fu questa scelta a segnare il mio destino, cambiandolo per sempre.
Vicino casa mia c’è una libreria davanti alla quale acceleravo sempre il passo ed abbassavo lo sguardo trattenendo il respiro, sbrigandomi a lasciarmela indietro il più in fretta possibile, perché mi intristiva oltremodo, mettendomi addosso un senso di soffocamento ed oppressione al solo vederne la vetrina.
E’ la Libreria dell’Automobile. Già, un negozio specializzato in motoristica che vende solo ed esclusivamente libri su automobili, motociclette, mezzi di trasporto in genere.
Ogni volta che ci passavo davanti, lo sconforto era incommensurabile: subito si spalancava di fronte a me un mondo grigio e tedioso, dai confini ristrettissimi, ove l’immaginazione non aveva alcun modo di spiccare il volo, rimanendo ingabbiata in un rovo di bielle e pistoni.
Sono inspiegabili talvolta i tortuosi percorsi che compie la mente ed è incredibile la follia autodistruttiva e masochistica cui sa spingere il bisogno. Sì, un brutto giorno, convergenza temporale di una serie di rifiuti ed al culmine della mia necessità di fondi, trovandomi nelle vicinanze di quel luogo asfittico ed avvilente, la fame mi spinse ad entrare. Varcai la soglia, quasi in trance, senza riflettere, come un robot.
“Salve, volevo lasciare il mio curriculum, nel caso in cui vi servisse un commesso”.
Il pelato traccagnotto al bancone sorrise, prese il foglio e salutò.
“Tanto figurati, con tutte le librerie a cui ho fatto richiesta, non sarà certo questa quella in cui mi toccherà andare a lavorare”, pensai tra me e me.
Naturalmente, fu proprio quella la sola a volere servirsi delle mie prestazioni.

 

 

 

 

 

Quadro I

 

Personaggi

DATORE ANTIPATICO
STUDENTE SOGNATORE

 

 

DATORE ANTIPATICO Quali sono le tue credenziali?

STUDENTE SOGNATORE Beh, studio Filosofia, sto preparando una tesi sullo Spettro del Nulla in Samuel Beckett…

DATORE ANTIPATICO Ottimo! E poi?

STUDENTE SOGNATORE Ho curato una mostra di artisti emergenti nella quale sono stato anche responsabile del bookshop.

DATORE ANTIPATICO Splendido! Qualcos’altro?

STUDENTE SOGNATORE Ho organizzato un seminario all’università sullo strutturalismo di Foucault in relazione al pragmatismo di Rorty.

DATORE ANTIPATICO Sensazionale! Sei l’uomo che fa per noi: quelli sono gli scatoloni, comincia ad imballare.

 

 

 

 

E considerando che il tutto mi valeva anche crediti formativi come tirocinio, posso vantare di essere il primo studente di Filosofia al mondo che come stage retribuito universitario ha fatto il magazziniere.
Come dimenticare i tomi colmi di sapienza che mi sono passati per le mani? L’avvincente La revisione degli autoveicoli, l’appassionante La mia vita la strada, il mio amore la Vespa, lo sconvolgente La stazione di Bastia Umbra e la ferrovia Terontola-Foligno.
E poi il trittico delle delizie: Il trattore agricolo, Il grande libro dei trattori, Trattori nel mondo.
Pietre miliari dell’epica motoristica sono Caterpillar Chronicle e The Caterpillar Century. Ho in progetto di scrivere il libro che completi la trilogia: La ruspa del male.
A corredare questa saga fantastica, Caterpillar Photo Gallery, l’ideale per chi voglia riscoprire il gusto di sfogliare pagine struggenti emozionandosi al tepore di un focolare con la dolce poesia di una scavatrice.
Quindi un tuffo nella storia con Motociclismo a Trieste, un salto nell’avventura con Jeep da competizione, un capitombolo nell’ignoto con In moto con Marco Polo.
Ma il vero valore aggiunto della Libreria dell’Automobile sono i clienti: campioni del bravapersonismo, fuoriclasse della battuta innocente, veri virtuosi dell’ominità, giganti della pettinatura innocua, ragionieri che non temono di esplorare fino in fondo il loro mondo di sette centimetri per tre virgola cinque, vivendo al massimo ogni proiezione del Gran Premio per suggere la linfa vitale del cambio sequenziale.
Me li vedo da piccoli quando leggevano Ventimila leghe sotto i mari che invece di immedesimarsi nel Capitano Nemo sognavano di essere la puleggia del sommergibile.
Mentre io, povero ragazzino la cui definizione di automobile era sempre stata “oggetto metallico su ruote che serve a portare un individuo dal puno A al punto B nel minore tempo e con la minore fatica possibili”, digiuno delle più elementari nozioni sul carburatore, non potevo che guardare dall’alto in basso siffatti colossi, schiatta di eletti depositari dei misteri dell’Alfa 33.

 

 

 

 

 

Quadro II

 

Personaggi

DATORE INSOPPORTABILE
STUDENTE SPAESATO
PRIMO CLIENTE
SECONDO CLIENTE
CLIENTE ABITUALE

 

 

DATORE INSOPPORTABILE Allestisci la vetrina con qualche libro che attiri l’attenzione

STUDENTE SPAESATO (pensando tra sé e sé) Bene, non conosco uno straccio di marca automobilistica. Quali saranno quelle che vanno per la maggiore? (si guarda intorno smarrito, poi nota qualcosa) Toh, un libro grande e rosso. E’ sulla Ferrari. La Ferrari è famosa, la conosco pure io, andrà bene questo. (ad alta voce) Ci metto questo sulla Ferrari,

DATORE INSOPPORTABILE No, vedi, il ferrarista, fondamentalmente, è un esibizionista. Il vero appassionato è il porscheista. Mettici uno sulla Porsche.

STUDENTE SPAESATO (sbigottito) …Ah…

(entra il primo cliente)

PRIMO CLIENTE Salve, cercavo Moto Guzzi – The complete history. Sa, è per mio cognato: lui è un guzzista di vecchia data.

DATORE INSOPPORTABILE Mi ricordo di lei: è venuto qui qualche tempo fa proprio con suo cognato. Ma non era un hondista?

PRIMO CLIENTE (quasi risentito) No no no no no, ci mancherebbe! Lui sempre stato guzzista.

DATORE INSOPPORTABILE Eh, infatti, ricordavo male. Ecco a lei. Questo è un ottimo libro: ci sono tante figure.

(entra il secondo cliente)

SECONDO CLIENTE Buonasera, è uscito Alfa Romeo – Le vetture di produzione dal 1910 ad oggi?

DATORE INSOPPORTABILE Sissignore! Questo è la Bibbia dell’Alfa, un testo imprescindibile per un alfista come si deve.

SECONDO CLIENTE Uh, che meraviglia. Quanto l’ho aspettato…Centottanta euro, neanche tanto. Poi volevo prendere anche un libro sulla Lancia per mio padre. Grande lancista, lui…

(entra il cliente abituale)

CLIENTE ABITUALE Buonasera, buonasera, c’è qualche volume sulla Fiat Croma, ecco, Croma, sa, deve arrivarmi tra qualche giorno, oppure anche un volume sulla famiglia Agnelli, io sono un grande appassionato di Fiat, vede, le faccio anche pubblicità con il cappello e la borsa, hehehe.

DATORE INSOPPORTABILE Ben ritrovato. No, purtroppo sulla Croma non è uscito niente e di quello che c’è sulla famiglia Agnelli ha già comprato tutto.

CLIENTE ABITUALE Hehehe, fa nulla, tanto ripasso, e mi raccomando, se vi capita un libro sulla Fiat Croma, ecco, Croma, mettetemelo da parte. Sa, deve arrivarmi tra qualche giorno, oppure anche un volume sulla famiglia Agnelli, io sono un grande appassionato di Fiat, vede, le faccio anche pubblicità con il cappello e la borsa, hehehe.

 

 

 

 

E così ho scoperto che anche nel mondo dei motori esistono delle correnti di pensiero. Immagino già le interminabili ed agguerrite querelle sulle portiere della Citroen AX.
Personalmente, sto ancora cercando di capire a quale scuola di pensiero appartengo, quale sia la mia vera anima: potrò considerarmi un opelista oppure batte inesorabilmente in me un cuore di inguaribile peugeotista?
Mentre mi interrogavo su tali quesiti esistenziali, l’irritantissimo datore mi sollazzava divertitissimo mostrandomi la cartolina inviataci dalla sede centrale di Milano in cui una strappona a tette di fuori si calava le mutande su cui erano impressi gli auguri “Merry Christmas and a Happy New Year”. C’è ancora molto da scoprire sull’ecosistema aziendale e relativi entusiasmi.
Serberò però sempre nel mio cuore il pensiero di quella mamma che venne un giorno a comprare il regalo per il proprio figlio, sua gioia, suo orgoglio.

 

 

 

 

 

Quadro III

 

Personaggi

STUDENTE RASSEGNATO
MADRE FIERA

 

 

MADRE FIERA Vorrei un bel libro su Ayrton Senna. Mio figlio è matto per Ayrton Senna! Ha tutta la camera tappezzata di poster di Ayrton Senna. Pensate che in ogni occasione importante, tipo un esame, si mette sotto la camicia la maglietta di Ayrton Senna! E non solo (con gli occhi lucidi): nella credenza in cucina ha allestito un piccolo altarino con foto e candele per Ayrton Senna!

STUDENTE RASSEGNATO Eh, signora mia, lei sì che ha un figlio sensibile.

(entra il cliente abituale)

CLIENTE ABITUALE Buonasera, buonasera, c’è qualche volume sulla Fiat Croma, ecco, Croma, sa, deve arrivarmi tra qualche giorno, oppure anche un volume sulla famiglia Agnelli, io sono un grande appassionato di Fiat, vede, le faccio anche pubblicità con il cappello e la borsa, hehehe.

 

 

 

 

Il pensiero di quel mio coetaneo così sentimentalmente coinvolto nei motori mi aveva toccato nel profondo. Volevo dare prova anch’io di conoscenze nel campo delle vetture, evolvermi, smetterla di essere solo un mero piede sinistro che schiaccia la frizione: volevo penetrare l’essenza di quella frizione, dimostrarmi degno di quell’ambiente così nobile!
L’insipienza, però, in certi campi te la fiutano.

 

 

 

 

 

Quadro IV

 

Personaggi

DATORE NAUSEANTE
STUDENTE SPERANZOSO
CLIENTE

 

 

CLIENTE Salve, cos’avete sulla Toyota?

DATORE NAUSEANTE Claudio, guarda cosa c’è sulla Toyota e portalo su.

STUDENTE SPERANZOSO (pensando tra sé e sé) Basta con questa reputazione di ignorante! Voglio dare prova che qualcosa la so anch’io! (ad alta voce) Toyota auto o moto?

DATORE NAUSEANTE La Toyota non ha mai fabbricato moto.

 

 

 

 

Ma quello non era che un presagio dell’orrore assoluto.

 

 

 

 

 

Quadro V

 

Personaggi

DATORE DA MENAJE
STUDENTE ATTERRITO
CLIENTE

 

 

CLIENTE Buongiorno, qualche settimana avevo visto dei cd con i rumori delle macchine. Li avete ancora?

DATORE DA MENAJE Li abbiamo finiti quasi tutti, ma è molto fortunato: è rimasto il più bello.

STUDENTE ATTERRITO (in disparte, con aria di chi non ha capito bene) ?

(Il datore prende un cd, lo inserisce nello stereo, partono rombi di autovetture)

Meeeeeeoooon, vroooooooom, viiiim viiiiiiiiiii

(Il cliente ed il datore ascoltano seriosi ed annuiscono soddisfatti)

DATORE DA MENAJE Bellissimo, bellissimo. La sgassata della Maserati è la più bella. Ora però le faccio sentire la Berlinetta Boxer.

Vuuuum vuuuuuuum broan broooooaaaaaan

CLIENTE Il rumore della Berlinetta è proprio inconfondibile.

DATORE MENAJE E questa, e questa?

Vem veeeeeeeem veeeeeeeeeeeeeem

CLIENTE Ma…questa è la 250 2+2, no? Straordinario, straordinario. Lo prendo. Non vedo l’ora di ascoltarmelo tutto.

DATORE DA MENAJE Rumori proprio magnifici. Hanno raccolto le migliori sgassate.

STUDENTE ATTERRITO (non ha la forza di muovere un muscolo, è scosso, ha un sentore di apocalisse)

(entra il cliente abituale)

CLIENTE ABITUALE Buonasera, buonasera, c’è qualche volume sulla Fiat Croma, ecco, Croma, sa, deve arrivarmi tra qualche giorno, oppure anche un volume sulla famiglia Agnelli, io sono un grande appassionato di Fiat, vede, le faccio anche pubblicità con il cappello e la borsa, hehehe.

STUDENTE ATTERRITO Ma perché?

CLIENTE ABITUALE …Hem…Hehe…Beh, io vado, arrivederci. E mi raccomando, se vi capita un libro sulla Fiat Croma, ecco, Croma, mettetemelo da parte. Sa, deve arrivarmi tra qualche giorno, oppure anche un volume sulla famiglia Agnelli, io sono un grande appassionato di Fiat, vede, le faccio anche pubblicità con il cappello e la borsa, hehehe.

 

 

 

 

E chi sono i Fratelli Coen in confronto all’estro imprevedibile del Caso?

 

 

 

 

 

Quadro VI

 

Personaggi

STUDENTE DISINCANTATO
CLIENTE TROPPO ABITUALE
MURATORE
PASSANTE

 

 

(entra il cliente troppo abituale)

CLIENTE TROPPO ABITUALE Buonasera, buonasera, c’è qualche…

STUDENTE DISINCANTATO …volume sulla Fiat Croma o sulla famiglia Agnelli?

CLIENTE TROPPO ABITUALE No, ero interessato ad una monografia sulle betoniere.

STUDENTE DISINCANTATO !!!

(Dalle spalle del cliente abituale spunta un omone malvestito)

MURATORE Ma te intendi la pompa a cemento o la betoniera da cinquanta metri cubi? No, perché io co’ ‘ste cose ce lavoro, so’ cose diverse.

CLIENTE TROPPO ABITUALE Ah, bene, vedo che lei è informato! Mi dica, mi dica!

(voci di sottofondo del muratore che erudisce il cliente abituale sulle betoniere. Entra un signore anziano)

PASSANTE Scusi, saprebbe dirmi dove potrei trovare informazioni su Povezzano in provincia di Arezzo? Ci devo andare tra qualche giorno ma non so come arrivarci

STUDENTE DISINCANTATO Ha provato a cercare su internet?

PASSANTE Cioè, io scrivo su internet Povezzano in provincia di Arezzo e lui mi dice tutto?

STUDENTE DISINCANTATO Più o meno.

PASSANTE Grazie e arrivederci.

(il passante esce ed entra Tiberio Timperi)

 

 

 

 

Quando nel negozio in cui lavori viene a fare acquisti Tiberio Timperi, capisci che il tuo è davvero un lavoro di merda.

Tante sarebbero ancora le vicende da narrare di questi miei tre rocamboleschi mesi, ma per ora mi fermo qui.
Duro è stato l’immobile viaggio da lavoratore sfruttato in un mondo a me sconosciuto, ma sono grato al fato per l’esperienza che mi è toccata in sorte. Ho imparato tante cose: ora so che esiste il Club Renault 5, che c’è chi quasi si commuove mentre sfiora con le dita Le 58 monoposto campioni del mondo, che alcuni richiedono espressamente libri sulle corse in salita, che la Lotus è divertente da guidare e lo sterzo della Mitsubishi fa crepare dalle risate.
Molteplici sono stati gli insegnamenti avuti dal mio mentore, il datore il cui credo è Il rallye dell’Isola d’Elba: “Non conviene essere gentili”, “Non aiutare e non dare informazioni a chi non intende comprare”, “‘Sti stronzi non spendono un cazzo”, “Le donne sono tutte puttane, tranne mia madre”, “Alla fine se hai bisogno di scopare, paghi, bello tranquillo, e ti togli il pensiero”.
A volte si odia qualcosa perché non la si conosce bene, si è disinformati, si ha un pregiudizio. Ora posso dire di odiare il mondo dei motori con cognizione di causa.
Nonostante tutto, nonostante le mille avversità, d’ora in poi una frase mi accompagnerà per tutta la vita, fino alla fine dei miei giorni: “Buonasera, buonasera, c’è qualche volume sulla Fiat Croma, ecco, Croma, sa, deve arrivarmi tra qualche giorno, oppure anche un volume sulla famiglia Agnelli, io sono un grande appassionato di Fiat, vede, le faccio anche pubblicità con il cappello e la borsa, hehehe”.

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Bifolchi ad Alta Velocità

Posted by sdrammaturgo su 5 ottobre 2007

Tempo fa pubblicai questo scritto. Molti rimasero sbigottiti, molti altri increduli di fronte allo struggente amarcord della mia prima giovinezza trascorsa nella provincia rurale della Tuscia.
Lo so, sono ben cosciente del fatto che per chi sia cresciuto negli agi della città risulti difficile comprendere certe dinamiche socio-esistenziali caratteristiche dei territori ai margini della civiltà.
Nelle selvagge lande dell’Alto Lazio, la vita è una sfida continua alla capacità di sopravvivenza dell’uomo. Si vive all’estremo, tutto viene spinto al massimo; si sta sempre sul crinale dell’abisso, sul filo dello sganassone.

Ricordo bene la mia infanzia e la mia adolescenza: misere creature eravamo noialtri che ci ritraevamo vigliaccamente dalla quotidiana battaglia per la supremazia nella mandria di ominidi ruspanti preferendo la squallida comodità dei libri e del rock al perfezionamento della forza bruta e dell’abilità motociclistica.
Già, la rispettabilità andava guadagnata sul campo, e per campo intendo risse e motorini.
I veri eroi erano coloro i quali potevano vantare un vasto curriculum di pestaggi con esito trionfale ed ineguagliabili conoscenze, competenze e capacità in ambito motoristico.
A loro spettava il ruolo di Guardiani del Senso Comune, per conservare il quale punivano severamente il peccato di ubris: fare lo sveltone costava caro, molto caro. Bastava un adesivo troppo sgargiante sulla bicicletta che non incontrasse il favore della Commissione dei Bulli per poter dire addio al proprio tanto amato mezzo di trasporto.
C’erano ferree regole non scritte e per qualsiasi cosa serviva il tacito consenso dall’alto.
E chi eri tu, con quel misero motorino dalle prestazioni scadenti, con quei modi da signorino, con quel fisico gracile, per opporti ai giganti delle due ruote, ai re del destro in bocca, agli dei del carburatore e della capocciata?!

Sì, bisogna essere adatti alle condizioni di vita estrema del paese.
Tutto avviene in un lampo e per cavalcare un fulmine bisogna essere svelti come una saetta: bisogna essere un Saettone.
E’ quando Dylan McKay ed Albano Carrisi entrano nell’Homo di Neanderthal e tutti e tre vanno alla Sagra della Ventresca che nasce il Saettone.
Per lui la boccata sciacquadenti è un credo, la modifica al motorino uno stile di vita, la piega in curva una metafora del proprio essere, Malossi e Polini i veri marchi del Potere.
Se la vita è un brivido che vola ed è tutto un equilibrio sopra la follia, se I’m blue da ba dee da ba die, se la fica è fica e non è ortica, il Saettone salta in sella al suo Booster con marmitta rigorosamente a corto e via, sfreccia verso orizzonti di gloria, verso autostrade per l’inferno, verso nuovi campi da zappare, nuovi fagioli con spuntature del maiale da divorare.
Egli si nutre di rapidità così come si ciba di porchetta; egli non teme rivali, giacché non conosce il significato della parola rivale; se egli sente parlare di rivalità, pesta chi ha proferito quel termine, perché potrebbe essere un lemma offensivo e non si sa mai.
Il vento è suo fratello, la strada sua sorella, Gigi il Carrozziere suo zio.
Ogni sua impennata è una tempesta che malmena i secoli e le ere; ogni cuo ceffone è appunto un ceffone che gonfia di legnate uno sventurato che ha osato guardare male.

Ed io, come potevo competere io con questa forza della natura, con questo corsaro dei tornanti, con questo terrorista della grammatica?!
Se non ci fossimo incontrati io e lui in quella Guantamano campagnola chiamata Liceo Classico “Leonardo da Vinci” di Montefiascone, saremmo stati entrambi due ragazzi molto soli, poiché mentre noi, poveri, vili, miserabili inetti, sognavamo Che Guevara e Kurt Cobain, il Saettone si abbatteva come un uragano sul Tempo e sullo Spazio, li dominava a suon di sgassate e sganassoni, imponeva il proprio possente Io sulla Storia e sulla Natura.

Ma le parole non bastano a rendere l’idea del titanico splendore del Saettone: servono le immagini.
Ecco, mentre io e lui strimpellavamo “Polly” su una chitarra scordata, il Saettone faceva questo

 

A te appartiene l’eternità, o Bifolco ad Alta Velocità!

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Ode al cestone

Posted by sdrammaturgo su 21 aprile 2007

Dura lex sed lex, e la legge del Cestone non perdona. Lui, l’implacabile Cestone dell’Autogrill, alfiere del gusto musicale, baluardo della meritocrazia sonora, è il più integerrimo dei legislatori.
E’ lui a sancire la fine di un artista, quando accoglie col suo abbraccio austero un disco, ivi riposto a ricordar l’imago di un rifiuto gettato in quello che costituisce un vero e proprio cassonetto per la raccolta differenziata della musica spazzatura.
Ciò che piomba – o che si adagia – nel suo paterno e severo grembo ha chiuso per sempre con gli altari del successo. Non c’è storia, nessuna possibilità d’appello, nessun diritto di replica. Non restano che l’onorevole rassegnazione e la dignitosa accettazione del verdetto di fronte al giudice dei giudici del tribunale supremo del pop.
Per il Cestone dell’Autogrill valgono i principii dell’ipse dixit, dell’insindacabilità del giudizio, dell’autorità – ed autorevolezza – decisionale massima.
Ma da buon tutore dell’ordine, egli è un gerarca amorevole: quando emette sentenza di condanna, al contempo salva l’imputato, strappandolo al baratro dell’oblio, salvandolo dalle nebbie della Storia, offrendogli un riparo sicuro dalle intemperie dello show-business che tutto fagocita e tramuta in bolo di dimenticanza, per poi non lasciare al ricordo che lo sterco informe di quel che fu.
Mentre il Cestone preserva la memoria di ciò che è stato nonostante tutto e trasmette ai posteri gli errori del passato – che è il proprio presente – affinché essi assurgano all’aristocratico rango di reperti cari ad archeologi volenterosi. Giacché è sulle storture trascorse che si impara a plasmare un futuro migliore, forti degli esempi di ieri che insegnano ad evitare gli abbagli domani. Ed in fondo anche il male si trasfigura in qualcosa di bello allorché si tinge d’antico. Perché l’età, si sa, tutto divora ma tutto nobilita.
Felici devono essere pertanto coloro i quali hanno in sorte di cadere nel Cestone, poiché quell’epilogo è invero un principio e da un secolo ingrato essi rinasceranno un giorno a museale vita, consegnati alla Storia nella nuova e smagliante veste di monumenti.
E’ per un avvenire radioso pertanto che il Cestone dell’Autogrill compie il proprio dovere con stoico spirito di servizio.

Grande è la gioia che il Cestone regala all’inquieto viandante, recante in mano un panino Fattoria ed in bocca il tormentone della gita che con ridanciana imponenza ha risuonato poco prima nel pulmino. Tra le maglie della Juve ed i pacchi di Grisbì, può il viaggiatore rovistare in quell’oceano misterioso denso di echi di stagioni remote, fitto di mostri venuti da lontano, e dal mucchio di copertine sfavillanti, che non temono l’accostamento di colori che la Regola dittatoriale vuole siano incompatibili, fa riemergere alla luce nomi ignoti o che si credeva perduti per sempre.
Alvaro Amici e la sua fisarmonica, le Oba Oba, le canzoni di Natale di Christian, scampati da morte sicura, vengono riesumati e rivivono negli occhi e nelle orecchie di chi è partito a Ferragosto all’ora di punta ed è stato premiato per questo con la Conoscenza degli Abissi dello Scibile Acustico.
Cosa saremmo noi oggi senza l’album solista di Mauro Repetto o “T’appartengo” di Ambra Angiolini od il liscio frizzante di Sonia e Raimondo nel loro indimenticato ed indimenticabile concerto alla Sagra del Budello di Porco di Montegrufolone? “Un due tre stella quant’eri bella”, “Si ‘o marito chiù carnale”, “Italia mia bella, Italia novella”, sono ancora libere di risuonare nelle cuffie per gli ascolti-prova ed ai loro autori è concessa la speranza che quei brani incontrino, chissà, le mani capaci, attente ed esperte di qualcuno di TeleA+ o di CantaItalia, magari di passaggio dopo una settimana a Castiglion della Pescaia o Montalto di Castro.

Io levo a te dunque il mio canto di lode, o, sommo, o immenso Cestone, paladino del bene, eroe della cultura con la c minuscola.
Ti raggiunga in ogni Autogrill questa mia preghiera, questo mio tributo, cosicché tu possa proseguire nel tuo alto lavoro e preservare per tutti i popoli e tutte le genti in sosta dopo la fila al casello le più ardite testimonianze del genio umano in sciopero e conservarle ad imperitura memoria del fatto che Nino D’Angelo e Mino Reitano non sono nati da nulla, ma sono debitori – come d’altronde noi tutti lo siamo – di uomini che hanno scavato impavidi negli anfratti più reconditi del perturbante e ne hanno estratto la materia dello sconcerto.
Umilmente ti saluto, o Cestone dell’Autogrill.

Collage Trash

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Dal Barbiere

Posted by sdrammaturgo su 29 gennaio 2007

Purtroppo una donna non potrà mai godere di quel tragicomico mondo romanzesco e cinematografico qual è la bottega del barbiere. Ed è un vero peccato, giacché poche cose riescono ad essere così divertenti e dotate di una sorta di popolaresca artisticità non ortodossa.
Il parrucchiere per signora è tutta un’altra cosa. Si spettegola sì, ma manca quel velo di rudezza e malinconia che rende quasi magico il basso universo dei barbieri. Per non parlare poi dei negozi di “acconciatori”, ovvero quei parrucchieri per uomo in cui si recano giovani alla moda per avere il taglio all’ultimo grido. Lì non c’è più nemmeno l’ombra di quella che è l’essenza vera della bottega del barbiere di una volta, quella vecchio stile che resiste ai tempi.
Il barbiere storico fa solo quei quattro o cinque tipi di taglio, anche se magari saprebbe farne altri di vario genere. Il fatto è che non gli interessa. Frequenta corsi di aggiornamento, ma poi ignora tutto. Non vi bada. Egli sa bene che non si va dal barbiere per un’acconciatura particolare. Quelle sono cose da donnetta o da “fregnone”, mentre il barbiere è una roba da uomini. Vai da lui al fine di farti tagliare i capelli per comodità e per un minimo di cura, dimostrando in tal modo la tua appartenenza ad una classe di individui che conoscono la vita e la affrontano accettando il destino con virilità, senza inutili superficiali vezzosità.
Varcando la porta del barbiere fai il tuo ingresso in uno spazio altro, in un’altra dimensione, sospesa nel tempo: entri in una specie di congregazione millenaria mascolina.
Lì non ci è arrivato il femminismo, non ci sono arrivate le rivoluzioni, il ’68, il ’77. Il progresso è una chimera, così come la tradizione ed il tradizionalismo. Lì nulla si muove e tutto sta. Il mondo è di fuori. Vi si guarda da qualche finestra – il quotidiano provinciale, il Corriere dello Sport, le becere riviste maschili – e vi si fa volentieri a meno. Poco importa quel che accade. La politica, lo sport, l’attualità, sono solo il pretesto per conversazioni senza pretese. Quello che conta davvero è l’aria di rassegnazione un po’ superba, un poco umile, dipinta sui volti e risonante nelle voci degli avventori.
C’è molto più del mero qualunquismo: è il disincanto che porta a parlare con sufficienza, talvolta ai limiti della stucchevolezza. La semplicità spesso rasenta il semplicistico, è vero, ma fa tutto parte della costruzione affascinante di quel palcoscenico volgare.

Dal barbiere ci si spoglia di ogni convenzione di buona creanza. Ci si attiene solo ad un codice arcaico che si adatta alle generazioni. Guai ad esempio a mostrarsi inesperti o disinteressati ai motori: si viene subito guardati come alieni e si acquista fama di tipi strani, stravaganti, incomprensibili. “Hai visto che bella la nuova Opel Astra?” “Uh, no, non ci capisco granché di questa cose” “Ma-ma-ma…o_O…Come?! La nuova Astra! Quella uscita da poco, duemila di cilindrata. Mah…”. Neanche si viene tacciati di omosessualità (colpa in fondo nemmeno troppo grave: al massimo ci si becca due battutine, cattive, certo, ma discriminazione vera e propria si fa altrove, a ben più alti livelli), bensì bollati come individui totalmente diversi, anormali, avvolti da un insondabile mistero. Mentre dal barbiere tutto è trasparente. Solo i termini “ragazza” e “donna” non vengono mai pronunciati. Quelli non posso venir nominati, come il nome di Jahvè per la religione ebraica. Sarebbe come un’ardita esposizione della propria sensibilità, cosa che va bene per il cinema, ma lì bisogna essere duri e smaliziati. Un pizzico di poesia significherebbe la rottura dell’atmosfera prosaica. Ecco che allora si utilizzano sinonimi come il vago “una” (“Trombavo con una”), il sempreverde “fica”, fino al pirotecnico “maschiotta”.
Il puttaniere dal barbiere è persona assai stimata e dunque non ci sono remore a fare sfoggio di conquiste a pagamento. Ricordo una volta un volto noto che arrivò, si arrestò sull’entrata e salutò gli astanti con un immediato: “Viterbo, pornostar, cinquecento euro: ha’ da senti’ come spigneva nel culo. Ciao a tutti”. Ed è solo uno della fucina di aneddoti costituita dal negozio del mio barbiere di fiducia, Stefano detto il Tonno, così soprannominato perché da piccolo era grassottello, quindi rotondo, tondo, ergo in dialetto “tonno”.
Il Tonno è una sorpresa continua: un misto di rozzezza ed intelligenza popolana che rivela spesso un insospettabile cuore d’oro. Sempre viva in me resterà l’emozionante memoria di quando, del tutto inconsapevolmente, ricostruì in maniera assolutamente autonoma e personale la nascita della proprietà privata secondo quella che era anche la teoria di Jean-Jacques Rousseau, della quale ovviamente era all’oscuro (credo che non abbia mai sentito parlare di Rousseau neppure per sbaglio). Lo fece a modo suo, naturalmente: “Er nonno der nonno der nonno der nonno de uno ricco ‘n giorno è annato da uno che stava su ‘n campo, j’ha menato e ha detto ‘Mo que’ è tutto mio’”. Stupefacente. Oppure quando contro l’imperante xenofobia giustificò le migrazioni dei popoli sentenziando: “Ahò, er monno è de tutti”.

Eh, tante cose si imparano dal barbiere sulla commedia della fauna umana. Si incontrano esemplari che mai più capiterà di incrociare, giacché solo dal barbiere escono allo scoperto, o al massimo al bar della frazione del paese. La loro vita è fatta di lavoro, briscola e tresette.
Da piccolo andavo da Oreste, insigne rappresentante del barbiere all’antica. La sua bottega era un vero luogo di ritrovo, come si usava in passato. Lì non si parlava di donne, non si parlava di motori, non si parlava di calcio: lì si parlava solo di funghi. Già: tutti lì erano appassionati “fungaroli” e si misuravano e confrontavano quotidianamente sulle loro conoscenze, millantando racconti di raccolti gargantueschi e pantagruelici (“Mi ci volle il camion per portarli a casa tutti!”) o di imprese epiche per le macchie e le boscaglie del circondario. Ma guai a dare notizie palesemente improbabili: uno che affermò di aver trovato una specie di funghi dove era impossibile che crescessero acquistò l’imperitura trista fama di cretino.
C’era Neno Panza, rubicondo baffuto perdigiorno del quale non udii mai la voce. Trascorreva tutte la giornate, da mane a sera, da Oreste, con quell’espressione corrucciata ed apatica, sempre in silenzio, ora seduto, ora fermo sull’uscio a guardare le macchine passare con un orecchio alle disquisizioni su porcini e prataioli, in fondo disinteressato sia alle une che alle altre. Un giorno chiesi al barbiere Oreste, con quella curiosità innocente ed ingenua dei bambini: “Ma Neno è sposato?” “E chi lo pija?” fu la solenne, saggia e tagliente risposta che ottenni. Poiché dal barbiere il dono della sintesi è quantomai apprezzato. Il sapiente si riconosce dalla brevità, pregnanza ed immediatezza della sua battuta. Tempo fa sono passato dopo anni davanti alla bottega di Oreste: Neno Panza era ancora lì.
Oppure c’era Walter che si portava sempre Raul (si, lo aveva chiamato proprio così), il figlio minore (quindi non il cane), più piccolo di me, convinto che quello fosse un luogo educativo per un ragazzino (ed invero, a suo modo, lo era). Padre poco accorto, Walter. “Walter, che classe fa la tu’ fija?” gli domandarono una volta. “Boh, mica lo so”. Erano sicuramente atipici gli insegnamenti che Walter dava al figlio. “Guarda chi c’è! Peppe! Raul, c’è Peppe, senti che ti faccio sentire, eh. Peppe, fa’ ‘n po’ senti’ al mi’ fijo ‘r verso de la somara che gode” “Ma certo: iiih aaah iiih aaah”. E giù grasse risate. “Hahaha, Raul, hai sentito che bello?”. O anche, sfogliando uno dei giornaletti porno di serie B tipici dei barbieri: “Raul, l’hai mai vista ‘na donna co’ l’uccello? Toh, guarda. Ha’ visto che pisello? Hahahah” E via a mostrare foto di avvenenti transessuali.

Sfido io a trovare nella frettolosa post-modernità un angolo di teatro del vivere così perfettamente conservato come la bottega del barbiere, dove nessuno ha fretta e l’attesa anzi è accolta come una benedizione, perché dà modo di ammazzare un po’ di tempo prima che lui ammazzi noi.
Dal barbiere non si conversa: si chiacchiera.
Si sta come dietro ad un sipario di tessuto poco pregiato, di lana grezza, e si gioca al gioco delle parti, dove ognuno ha il proprio ruolo e tutti si somigliano.
Uno spettacolo di iperrealismo rustico e triviale da far invidia ai menestrelli.

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La via sotto casa mia – Modesto affresco di uno scorcio urbano

Posted by sdrammaturgo su 18 ottobre 2006

Nella via sotto casa mia c’è il mercato tutti i giorni. Gli ambulanti iniziano a montare i banchi di frutta e verdura alle 4 del mattino e lo fanno col rispetto per il sonno altrui e la pacata discrezione propri delle persone ben educate: “AH NANDO, MA ‘STA LAZIO?!” “MA VA’ A MORI’ AMMAZZATO, STRONZO”. Farebbero invidia ad un Marshall.
Quando però ti svegli e senti che quel giorno non c’è la donna-citofono che vende capi di abbigliamento ripetendo non-stop dalle 8 alle 13 “Il bello delle donne. Si tratta di grandi firme: non è roba da mercatini”, le bestemmie si dimezzano. Se poi scopri che non ha montato la bancarella neppure quello che vende i dischi e mette in loop le stesse 4 canzoni di Gianna Nannini per tutta la mattinata, capisci che un alluce in prossimità di uno spigolo sta decisamente peggio di te.
Nella via sotto casa mia c’è un musulmano stakanovista: Mohammed (e come ti sbagli…) detto Mimmo, egiziano, pizzettaro come tutti gli egiziani di Roma (ogni etnia ha la propria specializzazione professionale, mica cazzi), vero e proprio Ras del quartiere; sa tutto, conosce tutti, non dorme mai. E’ stato visto vendere supplì alle 2 del mattino. Ed alle 5. Ed alle 12. Ed alle 17. Ed alle 23. Dello stesso giorno. E dopo un afterhour in cucina ha ancora la forza di pestare lo scocciatore che disturba la quiete del locale. D’altronde Mimmo è uno che per scherzare sventola un machete esclamando con la sua caratteristica calma olimpica: “Ora io scanno te”. Le sue commesse sono sempre scollacciate. Ci sono molti luoghi comuni sugli islamici.
Nella via sotto casa mia c’è un’enoteca gestita dal Pelato, picchiatore di borgata che una volta ha dato un calcio nello stomaco ad una vecchietta mentre il figlio ne inseguiva il nipote. Piccoli alterchi. Accanto c’è la famosa rosticceria “Pizza rustica”. Famosa perché nessuno ha mai visto entrarci un cliente. L’anziana proprietaria campa di Spirito Santo, lo sostengo da sempre, ed il tempo mi darà ragione.
Nella via sotto casa mia c’è la barbona etiope che passa sempre sbronza, parla da sola e grida come una disperata, e quando le scappa, si cala le brache e piscia, ovunque si trovi. Una volta fece uno scroscio davanti all’entrata del fornaio ladro, che ha il coraggio di far pagare 1.92 euro una fettina di pizza rustica. Quel giorno le ho voluto bene.
Nella via sotto casa mia c’è il rumeno del negozio di articoli casalinghi che cerca di convincerti che il portafrutta a tre scaffali giallo è più bello di quello verde acqua. Lui ne è convinto. Sono mesi che mi interrogo su quale base fondi questa raffinata tesi di carattere estetico. Non voglio credere si tratti solo dei 2 euro di differenza: è un’osservazione troppo misteriosamente profonda, la sua.
Nella via sotto casa mia c’è il gestore della Conad, il Riccetto, che sfotte i neri imitando il verso della scimmia, “uhuh”. Suo figlio una volta ha disarcionato un tizio dal motorino per regolare dei conti in sospeso. Quello in tutta risposta gli è saltato sul cofano della macchina nuova per aggoffarglielo. Lui lo ha preso a cascate. Ed è commovente notare come il termine per identificare delle botte sulla schiena date col casco abbiano lo stesso suono del nome di una delle più poetiche meraviglie della natura.
Nella via sotto casa mia ogni tanto passa “Quella che abita sopra la Conad”, e tutti i mercatari si girano a guardarle il culo anche quando indossa il cappotto lungo, lavorando di fantasia per immaginare non solo il suo culo, ma il culo di tutte le donne, il culo in generale, l’idea stessa di culo. Il culo che magari non hanno mai visto, se non a pagamento, ma non è la stessa cosa.
Nella via sotto casa mia c’è il giornalaio con l’aria di chi la sa lunga tipica di tutti gli edicolanti. Ti guarda sempre dall’alto in basso e ti tratta con saggezza e strafottenza, perché tu puoi essere chi vuoi, ma lì il giornalaio è lui.
Nella via sotto casa mia spesso spuntano fuori dalle fogne ratti senza permesso di soggiorno. I figli dei peruviani del ristorante giocano a pallone contro i secchioni dell’immondizia e nemmeno ci fanno caso. Nemmeno gli indiani della lavanderia a gettoni e dell’internet point, tra uno scatarro ed un saluto cordiale.
Nella via sotto casa mia il principale del ristorante abissino è sempre elegantissimo, giacca e cravatta a tutte le ore del giorno. Ma beve e picchia la figlia.
Nella via sotto casa mia quando incontri davanti al portone di casa la signora a cui hanno accoltellato il figlio anni fa proprio in quella strada, devi prepararti a 10 minuti almeno di chiacchiere senza senso.
Nella via sotto casa mia c’è il tabaccaio che è un vero lord. Sul serio, eh. Un gentiluomo d’altri tempi. Baffi curati, golfino di marca, sorriso d’ordinanza, perché con la clientela ci vuole stile, e poi le buone maniere prima di tutto. Ma si vede da lontano che gli rode il culo. Inutile lavarsi i denti se la puzza viene dalle budella.
Nella via sotto casa mia c’è un locale di spogliarello e di fronte un cinema porno. La gente non si affretta ad entrare senza dare nell’occhio, non esce col giornale davanti. Gli avventori hanno anzi un’espressione di goliardica rassegnazione. Orgogliosi del proprio disincanto, quasi. Sentimento virile, si sa. Insoddisfatti ma divertiti, e viceversa.
Nella via sotto casa mia può non succedere nulla per giorni e giorni. E poi magari succede qualcosa.
Nella via sotto casa mia c’è la barista che serve al bancone con un’amorevolezza che fa venir voglia di fare il barista. O comunque di prendere il cappuccino lì. E’ una donna sulla cinquantina, viene da Chissadove nel Nord-Africa (si intuisce da colore della pelle e lineamenti), gestisce il bar praticamente da sola, fa un latte macchiato strepitoso. Nell’altro bar invece c’è una cameriera ventenne tettona e sarà per questo che gli sbevazzoni del quartiere preferiscono intrattenersi lì. Carina è, ma niente di che, però ha un che di rozzo candore che può esercitare una certa attrattiva su uomini senza pretese. Seno enorme, viso fanciullesco, un po’ ingenuo, un po’ materno: il massimo per chi dice femmina invece che donna, insomma. C’è anche un terzo bar da cui i tamarri ci provano con le turiste straniere affacciate dalle finestre degli hotel Noto e Floridia. E’ emozionante vederli arrampicarsi con sforzi ai limiti dell’umano in un inglese rudimentale da emigrante al primo giorno di lavoro: “I…you…go out?”.
Nella via sotto casa mia c’è un parrucchiere che fa anche manicure e pedicure. A chi non si sa. Però volendo le fa. C’è pure uno che ripara gli orologi, ma se gli porti un orologio guasto, dopo uno sguardo frettoloso e distratto sull’oggetto, scuote la testa e dice: “Impossibile, impossibile. Francamente impossibile”. Un orologiaio pessimista come neanche Giacomo Leopardi dopo una giornataccia e sconsolato come Tony Manero il mercoledì pomeriggio.
Nella via sotto casa mia si muove gente con lo sguardo irrimediabilmente triste eppure indomito, perché a volte è sufficiente sopravvivere per sentirsi fieri di se stessi. Gente sfortunata al gioco e sfigata in amore, bastonata dalla vita che però tiene duro e vive. Gente che ha l’anima che puzza come la merda, oppure bravissime persone. Persone che si chiederebbero se per caso sono state vittima di un sabotaggio esistenziale, se solo sapessero cosa significhi “sabotaggio”. E non sempre si trovano a loro agio con lemmi quali “esistenziale”, o persino “vittima”. Gente che sa che la vita è sopravvalutata e che i soldi non faranno la fotosintesi clorofilliana, però ammappa se fanno comodo.
Nella via sotto casa mia è bello vedere la mia immondizia spuntare da un cassonetto pubblico: mi fa sentire parte di un tutto.
Nella via sotto casa mia brulica la vita di un universo raccolto, solo che nessuno si sofferma mai ad osservare.

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