Beati i poveri, perché moriranno prima

Archive for the ‘Poetame’ Category

La morte di Caravaggio

Posted by sdrammaturgo su 1 marzo 2012

Laggiù c’era il meriggio a dar ristoro
all’ombre, stanche di salsedine,
gelate al passeggiar dell’alba afosa.

La sabbia era sdegnosa dello spruzzo.
Fuggivano i flutti le barche
e non v’era che luce e silenzio.

Avvezzi al buio gli occhi perigliosi
percorrevan la via deserta
subornando alla sete la calura.

E non venia di taglio il fiaccolare,
nessun baluginio di tenebra,
ma tutto era nel sol a piena voce.

Il sacro dismaniar, l’insana cura
recavan rattoppi di bende.
Malferma era più l’alma che la mano

e il nuovo discrovrir la luce vera
aveva fiaccato le gambe
di chi abbagliar sapeva con lanterne.

Era troppo. Tropp’aria, troppa terra,
troppo mondo. Lì per quel ch’era,
che sempre avea cercato d’osservare,

ed ora senz’ambasce in chiaroscuro.
Muto di vento e di peccato
crepitando il passato corse lungo.

*

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Gli amanti sulle macerie

Posted by sdrammaturgo su 21 febbraio 2012

Vedi, laggiù,
quella fortezza diroccata
divorata dai rampicanti
e dall’abbandono
un tempo ospitò
sogni di gloria immortale
e furon parati gli eserciti
e scorse il sangue
nella coppa del re.

Quel cumulo morto di sassi
invece fu un tempio splendente
in cui si insegnò l’eterno
ma si apprese il perituro.

E lì
in quella casa ch’or non è più
arse un fuoco benigno
sotto la vampa
gelata
degli anni.

Ed ora son sassi
inerti
le pareti impregnate di sole
e l’eco lontano
non più
ma muto
non muta
né rimbomba più per le valli.

E’ silenzio il vocio brulicante
della fiumana di vita che fu
ove mormora in piena la quiete.

Nel pozzo c’è acqua
che nessuno berrà.

Tra queste rovine polverose
d’una gelida estate incandescente
su cui rovinò fragorosa
la rovinosa valanga dei secoli
si succedettero civiltà estinte
votate all’avvenire,
ignare che il presente era passato.

E qui
su questa tomba d’edera e marmo
gravano gli attimi petrosi
sugli amanti che si dissero: “Per sempre”.

E sotto al macigno di istanti
che tace
noi titubiamo dubbiosi;
eppur pare certo il viluppo
con cui tratteniamo il timore
sostenendoci saldi e spauriti
mentre il tempo ci frana di sotto.

Ti sorreggo mentre m’abbracci,
mi cingi e mi metti al riparo
dall’erosione che ci trascina via;
immobili, stretti, avvinghiati,
sprofondiamo nelle crepe delle labbra
come scivola l’ultima goccia
nello squarcio del muro maestro.

Ed il brivido del suol che ci attraversa
è lo stesso tremore di dio.

E’ questo, amore, che siamo:
un singulto dell’infinito che ci pervade,
una bella incertezza del Caso.

Ed i nostri devoti “ti amo”
son sospiri in una tormenta.

Ed è questo, amore, il destino:
un attimo d’ardor del nostro bacio
prima di precipitar
nel gelo eterno.

*

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Da quando mi hai lasciato

Posted by sdrammaturgo su 3 giugno 2011

Versi struggenti per gli innamorati urbani

*

Da quando mi hai lasciato
non ho più trovato la verza ripiena
dal kebabbaro,
quella con il riso,
che costa pure poco.
Da quando mi hai lasciato
gli adeguamenti Istat
sono stati più salati del previsto.
Da quando mi hai lasciato
la situazione motoristica è precipitata:
il Free mi ha abbandonato,
ho comprato un Sym
ed ignoti me l’han fatto cadere
dopo due settimane.
Da quando mi hai lasciato
tutto ciò che cerco nella vita
son fellatio per dimenticare,
poiché bere fa ingrassare
e l’addome merita rispetto.
Dunque l’alcool no
perché fa venire la panza
e l’alito cattivo;
la droga no
perché non finanzio multinazionali;
il bricolage no
perché ho una dignità.
Da quando mi hai lasciato
la prosa è faticosa;
invece con la poesia
ogni tanto vai a capo
e ti riposi.
Da quando mi hai lasciato
Roma puzza di più,
i barboni pisciano con maggiore ostinazione,
i cani cacano
che sembran quasi nutriti a prugne.
O forse puzza uguale,
ma senza un buon collo da sniffare
il ciccion sudato che sale in autobus
con la Peroni da sessantasei
è più difficile da neutralizzare.
Da quando mi hai lasciato
mi servo delle anafore senza pudore
perché dispensano dall’eccessivo escogitare
e danno ritmo risolvendo grattacapi.
Da quando mi hai lasciato
l’amore tra Shakira e Piqué
è la cosa più bella che mi sia capitata.
L’altra è il mondiale vinto dalla Spagna.
Ci giocava Piqué,
la sigla era di Shakira.
Ma Shakira e Piqué non sapranno mai
di essere così importanti nella mia vita.
E cosa ne sarebbe stato di me
senza Xavi
e senza Iniesta?
Il calcio molce le cure
poiché fa pensar solo a se stesso.
Da quando mi hai lasciato
hanno arrestato pure Beppe Signori.
Da quando mi hai lasciato
il 4-2-3-1 sembra già superato:
tutti vogliono il 4-3-3,
sia nel calcio
che nella vita.
Ma non quello di Zeman,
che prendi ottanta gol a stagione;
no: quello di Guardiola,
ché tutti vogliono essere
belli e vincenti.
E però stan tutti in coda
per via del traffico deviato.
Da quando mi hai lasciato
i lavori alla Tiburtina sono rallentati.
Da quando mi hai lasciato
non è di maggio questa impura aria.
Ah, no, questa è di Pasolini.
Da quando mi hai lasciato
sono diventato un po’ peggiore
e un po’ migliore,
faccio ridere di meno,
ma faccio ridere meglio.
Da quando mi hai lasciato
mi piacciono le minorenni,
lepri metropolitane,
così perverse e rassicuranti
e sode.
Mi piacciono per suggerne la giovinezza,
tanto la mia statura morale
si è adeguata a quella misera del corpo.
Che poi non me la danno neanche loro.
Da quando mi hai lasciato
lo spam è peggiorato,
il fornaio di fiducia
mette la mozzarella nella pizza coi peperoni
e trovo salsicce subdole
sotto lo strato di patate.
Da quando mi hai lasciato
le sorprese non son mai belle,
le notizie tutte cattive,
il tempo così così.
Da quando mi hai lasciato
ho sviluppato un’insana passione
per le commedie romantiche
americane,
quelle in cui alla fine tutti si sposano
e sono felici
poiché si sono adeguati
al modello culturale dominante.
Dacché l’arte è figlia del dolore,
ma se la gode solo chi è felice.
Altrimenti mica hai voglia di guardare
Il settimo sigillo,
perché poi pensi:
“Non solo sono stato lasciato,
ma devo anche morire
e non sono manco bello come Max Von Sydow.
E sono per giunta una pippa a giocare a scacchi”.
Da quando mi hai lasciato
il punto più basso l’ho toccato
guardando Appuntamento con l’amore.
Oppure mi vedo i film d’azione,
dove tutti sparano a tutti
e alla fine vincono i marines
perché sono delle bravissime persone.
Da quando mi hai lasciato
ho rispolverato il vecchio amore
per Jerry Calà,
che sulle donne fa lo stesso effetto
dell’Ittiosi di Arlecchino.
Una donna accetta tutto di te,
ma non ti perdona
Jerry Calà.
Però ha interpretato
due commedie eccellenti:
Sottozero
con Angelo Infanti
e
soprattutto
Un ragazzo e una ragazza
di Marco Risi,
scritto con Furio Scarpelli,
mica cazzi.
E ha fatto anche
Diario di un vizio,
drammatico grottesco
di Marco Ferreri,
d’un’inquietudine sublime.
E pure Colpo di fulmine
sempre di Marco Risi
non è male.
Ma questo non tutti lo sanno
perché son troppo presi
a salvare le apparenze.
E a me preme sì la reputazione,
ma l’apparenza no
perché da quando mi hai lasciato
…ok, basta, se no viene troppo lunga.

 

 

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Le ragazze che raccolgono la merda del cane

Posted by sdrammaturgo su 23 maggio 2011

Le ragazze che raccolgono
la merda del cane
sono d’una grazia inaspettata.
La loro bellezza è una sorpresa,
un regalo del piano regolatore,
un’epifania tra i cassonetti.

Non sono principesse, per fortuna,
perché l’aristocratico belletto
e i pizzi pregiati e gli ori preziosi
son rozzi, son volgari e senza garbo,
imago non di stil ma di protervia,

giacché il Poter giammai è elegante;

ma per portare a spasso l’animale
– gradito certo più d’ogni altro uomo –
rimangono così, come lì in casa,
magari un po’ assestandosi i capelli,
perché non si sa mai: può comparire
quel figo del vicino, messo bene.
E allora a far cacare il cucciolotto
è meglio andarci almeno un poco a modo.
Oppure son in abito da sera,
ma, prima di sortir, natura clamat
e un cane non aspetta il fio mondano.

Le ragazze che raccolgono
la merda del cane
si chinano quando il cane ha fatto;

un po’ nella maglietta il seno dondola,
il jeans incontinente dona abbagli,
miraggi sul bitum dei marciapiedi,
che quasi centra il palo con lo scooter
colui che il torcicollo a mirar sfida.
E intanto il cane abbaia e vien sgridato
con ferma dolcezza, dolce fermezza.

La busta di plastica, il guanto alla buona
sono meglio di uno scettro o di un ventaglio.

E quanta leggiadria nel civil gesto!

Plebeo, solerte, tenero, schietto,
voluttuoso!

Non pesta il passante dispiaceri
e in luogo dello stronzo riposa
tenue scalpiccio d’asfalto lustro,
lascito gentile e rimembroso
d’un’autentica pleiade urbana.

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La donna che piscia

Posted by sdrammaturgo su 3 dicembre 2010

 

Oh, quant’è bella la donna che piscia!
Lì se ne sta coi suoi pensieri, sola,
oppure un po’ cianciando cinguettosa
s’attarda con l’amica che l’attende.
L’una congiunge i ginocchi graziosa,
le mani nel mezzo, gli occhi al soffitto;
l’altra, curiosa del mondo, li apre
e guarda giù il color del calore,
ora più timida, ora rapita,
come se alcuno potesse osservarla
ma le cadesse il riserbo voluto.
Mastra a se stessa e discola ancora,
or contegnosa o rude e lasciva,
si tien le mutandine in su le cosce
oppur le lascia lisce scivolare
con dolce voluttà sulle caviglie.
Scopre le gambe, le natiche floride,
e persa in un silenzio solitario –
di pochi istanti il gocciolare rapido
che musica soave cava al fondo –
magari la tristezza se la cinge
e lunga la teoria delle occasioni
perdute le compare e ad una ad una
le rimembra, si scora e più non sa
finire il pur facile da far;
o forse a quel solletico che sente
sovvengono ricordi maliziosi,
lubriche licenziose fantasie,
il pizzico, la lingua dell’amato,
o ancora pensa a nulla, o all’allegria.
Seduta là impudica od elegante,
la spavalda diventa mansueta
o tale resta; la docile invece
si fa porca – o tal rimane ahimé.
Ben sugger ti faresti le pudenda
e a lei baciar le labbra e pure i seni
mordere vorresti, il collo avere
tra le mani, le gote carezzare
mentre ella si libera beata
e nel pulirsi tocca il suo tesoro,
il segreto del corpo sulle dita.
E pure l’asciugar divien ardore.
Poiché mai come allor ella è più ella
e l’animo traspar più ver del vero
e nuda sulla terra e sotto al cielo,
quando dice: “Non esce” o “Non mi viene”,
“Mi scappa”, “Non mi scappa” oppure “Ho fatto”,
e quel che pioggia d’oro il saggio appella
– e mal accoglie il sommo e turpe stolto –
preziosa e più sublime è d’oro vero.
Alfin declamo ai figli d’Edoné
in nome d’Afrodite ed ai devoti
d’estetica ed estatica dottrina
e ad ogni donna o uom di qui a venire
quel ch’abbia a rimaner impresso a fuoco:
quel ch’altri chiama tazza io nomo trono
e tu che vi se’ assisa sei regina.

 

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Parisillaba Veritas

Posted by sdrammaturgo su 25 giugno 2010

Proseguendo la Santa Missione

*

Chi è quel bravo slovacco difensore

che della casacca ha sbagliato la tinta?

Ah, no, è Iaquinta.

*

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Epigramma dell’ineluttabilità e della disperazione

Posted by sdrammaturgo su 17 dicembre 2009

Rosa che non appassisce

vien recisa.

*

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Contra Iaquinta, o del bel calcio e del cattivo

Posted by sdrammaturgo su 20 ottobre 2009

Telecronacami, Musa tosattica,
le gesta incresciose del bufalo
di bianco e di nero bardato,
e ancor l’inspiegabile gloria
e l’onor giammai meritato,
giacché i’ voglio oggi parlare
di quello che niuno s’aspetta;
non da me, che d’uom contro ho fallace
fama. Intendo adunque mostrare
lo Buono, lo Iusto e lo Vero
in ciò che nel Pallon par difettare
appresso a chi el Pallon suol venerare.
Intendo presentare la cagione
poiché si debbe odiar la trista pippa
che d’orso ha le movenze, suino il pie’,
eppur nell’oppenione
pare un’aquila real.

Patrona di sfere, su, spirami:
chi fu a coronare d’alloro
chi arebbe più proprie le rape?
Chi fu a vestire d’azzurro
e a cignere d’oro lo capo
a chi saria equa la paglia
e molto più retto el forcon?
E invece li scettri ei tiene,
e sol par possibile qui.

Ahi maclavellica Italia
per che non conta il com’è et il s’è giusto,
ma bene è il trionfo rubato,
el giubilo infame e meschin.
Stival sanza coscienza, sporco spirto,
la tua peregrina morale
fe’ grande el crucco Oliverio
– che mai toccò palla di pie’ –
e celebra ancor l’inimico
di quella che tèchne è nomata
(per non della classe parlar),
l’Inzago sì goffo e gaglioffo.

Deh, sordo restò el Belpaese
al Sacco, profeta immortal.
Ei certo divide una macchia
col freddo fiammingo Vangallo,
poich’essi non capiro cosa una:
lo schema serve all’uom,
non già l’uomo allo schema.
E non di soli muscoli l’uom vive.
Ma pure è certo el verbo
e delizioso puro
che inascoltato giace,
ma ancor nel petto mio
lo sento rimbombar:
“Vincer non si deve
se convincer non si pote”.

Sì alto documento,
sì nobile e imperial,
potea non ben trovare
né braccia spalancate
né terra a seminar
in chi del giuoco è morte,
in chi del giuoco è mal:
l’italico tifoso,
di lui vo favellando.
Ben strano è costui:
preferirebbe infatti
lo grigio prevalere
della squadra sua del core
che veder dello megliore
lo trionfo reboante.
Tant’è – ch’el cielo me ne scampi –
a chi mi chiede: “Di chi se’?”
i’ rispondo: “Son del giuoco”.

Chi fu, dimando ancora,
allora, o Diva di stadi,
che fe’ di tanta suola
inarrestabil morbo?
Omai peste dilaga
e niuno ferma più.
Tu dici: “Scarso e bue l’è isto Iaquinta!”
e subito ribatte el defensor: ”
“Macché, l’è bono assai!”.

Ti riconosco i meriti,
meridional muflone:
l’impegno, la passione,
l’indomito trottar,
financo il forte balzo,
financo lo segnar;
ma per chi come te
fu inviso alli celesti
li più pietosi fero
diverse attività:
v’è la corsa campestre, la miniera
od il cantier.
Oppure v’è del pari
ch’io non staria scrivenno
se tu, calàbro brocco,
giocassi nella Spal.

Io so che per exemplo,
al fin d’edificare,
non solo l’architetto,
ma pure el manovale
è all’uopo parimente.
Ma è altrettanto limpido,
lampante e cristallin
che mal giovano zappe
di membra al limitare
in chi arebbe da essere
lo pungolo e lo strale.
E non si dee confondere
li fanti e i cavalieri.

Natura, la matrigna,
t’ha privo del talento:
la colpa non è tua,
ma quale colpa è mia?
Ohi me lasso, quando sgroppar te veggo,
sì turpe e sanza grazia e sanza dote,
negato con la palla infra li piedi
che pare malferma la sfera,
sovente el rotolante ad inseguir
come fusse leprotto fuggitivo
lo cuoio rotondo e sincer.
Aresti esser negletto
e invece se’ ammirato;
non se’ tu rio,
sed è chi a te s’affida.
Primieramente el Tosco,
vessillo de li patrii somari,
che fe’ del cul stromento
di contro al gran talento
de la genia dei Galli
sì fiera e micidial.

Così or te s’incensa
e ti s’espone al mondo
opposto alli Torresi, alli Runi,
alli Luìs.
E intanto in panca aspetta
l’ermo Rosso, d’ispanica adozione,
e a casa sta el Pugliese
che fe’ Genova magna.
D’altronde lo sapemmo da li tempi
del Codino: l’ingrato Tricolore
non perdona la bravura.

Io non disprezzo te,
segone temerario,
ma questo almen concedi
a me che ti sopporto
e lasciatelo dir:
dacché se’ ben robusto,
va’ pure, scendi in campo,
ma il sia di pumidor.

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Dell’alzarsi in piedi quando entra l’insegnante

Posted by sdrammaturgo su 12 gennaio 2009

Sottotitolo: Di cosa si sta parlando quando si parla di educazione

Sottaceto del sottotitolo: Apologo vagamente brechtiano sulla società e chi la compone, chi la scompone e ne dispone, chi la decompone e chi le si oppone

*

A scuola, quando entrava l’insegnante,
molti si alzavano automaticamente,
e quelli sono diventati schiavi perfetti;
pochi si alzavano con convinzione,
e quelli sono diventati degli ottimi borghesi;
alcuni si alzavano controvoglia,
e quelli sono diventati delle teste di cazzo;
io non mi alzavo affatto
e sono diventato un anarchico intelligente.

*

*

In allegato, una divagazione a tema ed in tema

La moda è un fenomeno aberrante e si sa. In genere si dice che sia una tremenda e pericolosa cazzata in quanto l’individuo sospende il proprio giudizio e – per comodità, pigrizia, vigliaccheria, ignoranza, semplice imbecillità (tutti fattori che concorrono a comporre la sindrome del gregge) – delega il proprio pensiero ad un altro che pensi al posto suo e decida per tutti (e, in tal modo, l’altro ti frega e ci lucra, aggiungo).
Ora, per me il problema non è tanto – o comunque non solo – questo. Personalmente, sarei ben felice se fosse, che so, José Saramago ad indicare cosa debba piacere a tutti e tutti si omologassero al suo gusto ed alla sua intelligenza. Il guaio è che a farlo sono Dolce e Gabbana.

*

*

Post scriptum – Forse non tutti sanno (e molti preferirebbero non sapere) che

A Roma – udite udite – è stato inaugurato (rullo di tamburi, suspence, squilli di tromba, un bambino in terza fila – per dare l’effetto del pubblico – si scaccola, il nonno gli dà uno scappellotto, ma tanto ha novant’anni ed un tumore ed ha i giorni contati, quindi il pargoletto lo deride e lo rovescia dalla carrozzella, così, gratuitamente, a sfregio) nientepopodimeno che lo Shopping Bus, una linea circolare gratuita di trasporto pubblico istituita appositamente per condurre turisti e cittadini a fare shopping in centro.
Sì, avete capito bene: lo Shopping Bus.
D’altro canto, cosa c’è di meglio, dopo una dura settimana di lavoro, di un bel tour guidato nei luoghi storici delle compere inutili ove spendere in cazzate le briciole del padrone per far arricchire altri padroni? La vita, si sa, è divisa in lavoro ed acquisti.
Mi sono subito venuti in mente i percorsi obbligati per i topi in laboratorio. L’uomo schiavizza i topi per imparare a comportarsi da topo schiavizzato.
Questa preziosa risorsa per il comune – che ringraziamo per la brillante iniziativa che dà nuovo lustro alla vita culturale della città – avrà di certo bisogno di uno slogan che la lanci definitivamente nell’olimpo della millenaria storia romana. Ne propongo uno: “Lavora, consuma, crepa. Ma con l’ATAC”.

*

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“Disordine disciplinato” 16 – Mediterraneo

Posted by sdrammaturgo su 10 settembre 2007

Insondabile è il mistero del Mediterraneo. Sulle coste brulle o tra i pini a picco sulle acque dalla quiete turbolenta si respira un tempo diverso da quello geologico: sono le ere mitiche che scolpiscono le rocce ed imprimono il fluire degli istanti nella terra.
La sabbia e gli scogli, la salsedine e le onde, sembrano riposare lì da sempre, vivere di vita propria, abisso di enigmi per se stesso eppure posto alla mercé dell’umana indagine, ricerca destinata allo scorno ed alla beatitudine della fascinazione; è l’eternità che si riverbera negli anfratti marini, laddove non pare esserci traccia alcuna del freddo susseguirsi dei moti tettonici di erosione e mutamente fisico. Tutto ciò che c’è,
è.
Il Mediterraneo, abisso ed arcipelago, specchio del meriggio e culla del vespro, sfugge alla volontà analitica della Scienza. Esso appartiene ad una categoria altra. Il mare solcato da navi di evi remoti, i paesaggi ora irti ora dolceamari, spalancano uno scenario di duro incanto, impermeabile agli accidenti del tempo che scorre e però attraversato e segnato dalla mano dell’uomo.
Il Mediterraneo è il territorio del Mito, trasfigurato nell’intreccio di Storia e Natura: Natura primigenia che trasuda Storia e Storia illuminata dal contatto con la purezza della Natura.
I ricordi di battaglie, di pellegrinaggi, di fermenti, scoperte, conquiste, sono inghiottiti dalle profondità azzurre. Tutto è passato in uno sterminato presente.
Il sole che picchia, il vento che batte, oppure la notte inclemente, o ancora l’aurora silente: il Mediterraneo parla attraverso il tramestio del mutismo ancestrale. Come di fronte ad uno sconfinato altare di un dio che si annida nelle cose, religiosamente, e magicamente, si tace. Mormora lo Scirocco, oppure sussurra il Maestrale, brontolano i flutti esperti, magari gli arbusti friniscono: la voce del Mediterraneo ne rivela l’essenza, giammai intelligibile, chiara allo sguardo e buia al pensiero, sempre e per sempre ascosa nel tutto.
L’anima del Mediterraneo è una ciclicità petrosa.


Stilistica

Metro novenario. L’assenza di rima ed il periodare breve conferiscono al componimento un ritmo serrato, immagine “prosodica” di spazi irti e foriera di laconicità, che si snoda in una musicalità quasi liquida generante insieme contrasto ed armonia.
Frequenti allitterazioni “lucreziane”, ovvero atte ad evocare il fenomeno naturale suggerito dal verso.

Le onde contano i passi
che recano orme d’istanti
bevuti da spruzzi di sale.
Precipitano all’orizzonte
i dubbi e le esitazioni.
Laggiù l’orizzonte precipita.
L’aria squassata di quiete
snocciola in tenue respiro
il canto del Sempre e del Dopo.
S’involtola il vento e arroventa
le acque di brezza e burrasca.
Il Tempo s’avvampa in bonaccia.
Risale le coste scoscese
l’odore di alghe arenate.
Varchiamo il pertugio dell’Ora
e non c’abbandona e permane
l’aroma di nulla e pienezza,
quell’eco di sole e d’arcano.

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“Disordine disciplinato” 15 – Signora delle Stragi

Posted by sdrammaturgo su 6 maggio 2007

La figura della femme fatale è, nella sua oscurità, la più cristallina allegoria del sapere artistico. Apollinea maschera di bellezza elegante, ella cela il dionisiaco orrore dell’esistenza, manifestato con la crudeltà delle sue pulsioni più terribili.
Il Bello non è/che la prima nota del tremendo“. Poi viene il dolore, che turbina sotto la superficie sfavillante. E questo “eterno femminino” che “trae al superno” lo fa scandagliando le profondità del male, mostrando come il cielo coincida con l’abisso ed entrambi si fondano in un informe che è sofferenza in quanto non-senso (e viceversa).
Ma oltre la quieta grazia ed il titanico abbandono al fluire delle cose, la reboante tormenta dei tormenti rivela la sua essenza asostanziale: squarciato il velo dell’apparenza e penetrata la crosta lavica del terrore sotteso alla vita, non restano che le ceneri del silenzio e del Nulla, polveri prodotte dalle fiamme gelide del Tempo.
Poiché se si è inghiottiti dal perenne avanzare della morte, ogni vertigine e ogni urlo sono vani.

Stilistica

Quattro quartine composte da due settenari, un senario ed un novenario, questi ultimi legati tramite episinalefe in un sorta di “enjambement ritmico” a creare un doppio settenario che “continua” il metro dei primi due versi.
I versi 2 e 4 di ogni quartina sono legati da rima – nella seconda quartina si ha una
quasi rima (assonanza).
Frequenti allitterazioni in r, s e t che sembrano cozzare tra loro per poi risolversi nella dura musicalità delle vocali, ad evocare la funesta melodia delle tempeste.

*

Signora delle stragi
agli uragani affine
piove calda ombra
al principiar della tua fine.

Al tempo che percuote
la nostra storia in fuga
chiedi che t’incendi
a te si prostri e ti seduca.

Sirena dei marosi
ascoso nel tuo canto
spinge i fortunali
il miserevole tuo pianto.

Le maschere si bruciano
al nulla del tuo inferno:
cenere è la veste
inghirlandata del tuo inverno.

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“Disordine disciplinato” 14

Posted by sdrammaturgo su 5 marzo 2007

Malta è la terra. Brulla, bollente, ventosa. Quasi spaurita, silente, smarrita. Eppure sicura e ben salda nel mare. Il mare…Già, e poi c’è il mare. Brontolante di quiete, avaro di approdi.
Cosa sarebbe senza il mare l’assolata Malta? Malta la docile e dura, esperta ed esposta alle intemperanze della luce di lava. Esso la culla, vivifica, scioglie, ed essa lo accoglie, lo incendia, lo nutre. Scogli come seni, anfratti come amplessi. Senza Malta il mare sarebbe acqua, libera, sussultante, placida, ma giammai Mediterraneo.
Malta conosce il mare che la conosce. La roccia si adagia e riverbera il tacito trepidare del suolo.
Ci sono dei pini ritorti nella costa a sud, quella odorosa di Africa. I rami ossuti sembrano indicare lo spazio aperto gorgogliante di dinamica stasi. Le onde ora austere, ora civettuole, porgono il loro bacio di salsedine alle guance petrose dell’isola. I pini sembrano sorridere, loro, così seriosi e morbidi, e lo stormire a bassa voce degli aghi frondosi si mescola all’aria immobile, in un intreccio percorso dai raggi, rincorso dalle nuvole.
Ed il mare non è solo mare e quasi non più mare. E la terra non è solo terra e quasi non più terra.
Lo sposalizio è una trasfigurazione.
E tutto è pace, tutto è pace.

*

Abbandonati ai miei mormorii,
veglia oppure riposa,
come Malta languida e nuda
giacente sul ventre del mare,
perché è dalle nozze tra l’acqua e la roccia
che sorge alla vita il Mediterraneo.

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“Disordine disciplinato” 13 – La carne del tempo

Posted by sdrammaturgo su 31 dicembre 2006

Otto terzine di endecasillabi in schema di rima imperfetta baciata (AAB BCC) fondata su consonanze, in cui il primo verso della seconda e della terza coppia riprende il primo della terzina precedente e vi si lega in un intreccio formale e concettuale, tranne nell’ultima coppia, stilisticamente disgiunta dal resto (rima baciata propriamente detta nei primi e negli ultimi versi e quasi-rima nei versi centrali, penultima terzina non conclusa dal punto) per evidenziarne lo stacco conclusivo e la quasi autosufficienza enfatica.
Il Tempo d’altronde è rigoroso ma disordinato, martellante ma labile, sempre sul crinale del precipizio, saldo ed incerto.
La Donna come incarnazione di Spazio, Tempo, Mondo, Storia: il macrocosmo cristallizzato in un microcosmo.
L’immensità come figura umana, come “eterno femminino”, anima e corpo.
Il Tutto contenuto in un Tutto, come in uno scrigno magico da cui scaturiscono visioni d’infinito. Occhi come specchi dell’universo.
La Totalità prende forma e si fa carne viva.

*

In te si incarnarono le ere,
le calde melodie che soffia il mare,
le sabbie, le sorgenti, le canzoni.

Trasuda la tua pelle suoni arcani,
arcana terra fertile di luce,
di luce primigenia, redentrice.

Il tempo confluisce alle tue mani:
ne plasmi la fragranza di lontano,
la sua carne di burro e di granito.

Porti il Marchio suggello del passato,
hai impresso il sigillo delle ore.
In te si incarnarono le ere.

Disegni contorni vivi, remoti,
la forma degli attimi smarriti,
le fughe inattese dei ritorni.

Fintanto che l’eterno muove il giorno
la sera scava il solco lungo gli anni,
la neve si rammemora perenne.

Ti scivola il sipario tra le dita
e languido il pulsare della vita
riverbera ai tuoi occhi e non trattieni

la linfa degli istanti nelle vene,
la traccia degli indugi sul tuo viso
che sgorga come sangue, come riso.

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