Beati i poveri, perché moriranno prima

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Cunnus dolor est

Posted by sdrammaturgo su 16 aprile 2012

Assioma di Gianvincenzo Claudini:

Dato un insieme X di elementi incongruenti diretti
in moto uniforme da un punto A a un punto B approssimativo,
la più figa sarà la prima ad andarsene.

*

*

Può capitare che un esemplare di umano maschio etero si ritrovi una sera in un gruppo di sole donne, amiche e colleghe della propria amica d’infanzia.
Tra di loro c’è lei, l’amica d’infanzia dell’amica d’infanzia: molto abbiente, di famiglia facoltosa, giovanissima artista in ascesa che vive tra Roma e New York e ha già esposto alla Biennale, culo antigravitazionale, poppe monumentali, labbra che impongono all’immaginazione una raffica di fellatio frenetiche, antico sogno erotico del soggetto maschio etero in questione.
Ella è indiscutibilmente la più figa del branco.
«Vieni con noi in pizzeria?»
«Grazie, ma preferisco andare dalla gente che conta»
Deve raggiungere una congrega di pari rango in un locale lussuoso tra cui c’è un tale che sai, è stato così carino a curare il mio catalogo, dai, venite anche voi con me, tanto ce li avete venticinque euro per un bicchiere di gassosa, no?
Cioè, non è che deve, ma è meglio.
Se sei bella, ricca e in carriera, la legge di natura vuole che tu non possa stare allo stesso tavolo a cui siedo anche io: sarebbe per te uno svilimento sociale.
Senza contare che è anche alta ed io sono basso, ed etologia vuole che una figa alta tenda a non trombare con un uomo più basso di lei. È una questione di prestigio.
Se sei basso, devi riempire con qualità umane ed intellettive quei quindici centimetri mancanti per fare in modo che il suo Super-Io trovi valide giustificazioni per quel pompino.
Ma se lei è pure una donna di successo, non basta neanche quello: o la superi nella scala sociale, o niente, nemmeno se sei membro del Mensa. E a dire il vero ho sempre pensato che l’unico criterio di selezione per essere ammessi al Mensa dovrebbe essere quello di non voler entrare a far parte del Mensa. Un club degli intelligenti non mi pare una cosa intelligente.
D’altronde uomini e donne hanno esigenze diverse.
La differenza tra uomo e donna è che l’uomo dà la droga per avere la figa, la donna dà la figa per avere la droga.

Dovrebbe essere illegale essere così figa in pubblico. Se esci e la dai a tutti quelli che te la chiedono, mi sta bene. Altrimenti stai a casa. Non puoi venire a suscitare impunemente a dei pover’uomini una mole insostenibile di brame destinate a rimanere insoddisfatte.
Mica devi scopare con tutti lo stesso giorno, eh, ci mancherebbe. Sarebbe impossibile. Va bene anche un registro di prenotazioni.
«Vediamo vediamo… Il 25 agosto 2028 va bene?»
«Alla grande!»
Ti concedo perfino di fare della selezione. Capisco bene che non puoi darla proprio a tutti-tutti. Niente sporchi, fetidi, orribili. Quindi a me puoi darla, che diamine.
Come ci insegnano Epicuro e Siddharta Gautama, il desiderio è fonte di sofferenza. La figa è fonte di desiderio. Dunque la figa è fonte di sofferenza. Quindi se esci causandomi turbamento gratuito, sei sadica. Pertanto ti odio. Odio tutte le donne di bell’aspetto che si frappongono tra l’orizzonte e la mia vista e non me la danno.
Le donne ignorano che condanna sia il testosterone.
Tu esci e sei tutto tranquillo. Vai a fare due passi e la vita ti sorride. Il sole splende e gli uccellini cinguettano. Sei sereno e spensierato, il male non esiste, l’esistenza è il paradiso terrestre. Poi ti passa davanti una figa. Giornata rovinata. La vuoi, al più presto, adesso, subito. Devi scoparci entro cinque minuti, altrimenti la cupidigia ti strazierà l’anima e le carni. Sai che non è possibile. Ti deprimi. Giri lo sguardo per non vederla più e ti affretti a passare oltre sforzandoti di dimenticarla, anche se in cuor tuo sai che non ci riuscirai. Ma ce n’è un’altra. E un’altra. E un’altra ancora. Dovunque, in ogni direzione, sempre, senza scampo, senza tregua. Non c’è pace. Il mondo è pieno di figa, e tu vuoi scopartele tutte. Torni a casa disperato. Un plumbeo senso di frustrazione grava ormai su di te. Ora sai cos’è l’irraggiungibilità. E sai che non te ne libererai mai più. Fino alla morte.
L’ho capito anni fa. Stavo insieme ad una ragazza molto bella, arguta e piacevolissima, a letto una professionista tale da farti ridimensionare l’intera cinematografia porno, sessualmente vorace come neanche se lei avesse il cancro e il pene fosse la cura.
Avevo passato la notte da lei tra una moltitudine di amplessi furibondi. La mattina dopo uscii, spossato ed appagato. Non avevo bisogno di nient’altro. Non sarei riuscito ad avere un’altra erezione per almeno due giorni. Volevo solo andare a casa, distendermi sul letto, guardare un film, oppure sì, finire finalmente quel libro. Era un testo impegnativo, richiedeva concentrazione e quello era il momento giusto, visto che la mia mente era completamente sgombra e placida. Non chiedevo più niente dall’esistenza. Chiusi il cancelletto, mi voltai, passò una ragazza.
“Madonna che figa! Quanto vorrei scoparci immediatamente!”
Se non fossero esistite le donne, avrei scoperto tre nuove galassie, composto diciotto sinfonie, imparato l’aramaico, redatto un poema allegorico in trimetro giambico scazonte sulle civiltà preincaiche, formulato un nuovo teorema sui numeri integrali, decifrato la Lineare A.

La figa è dolore perché ti costringe a fare i conti con la vita.
La figa è un’allegoria della vita.
Ma che cos’è la vita?
Ricordate quando eravate a quella festa piena di modelle e poi a un certo punto diciotto di loro hanno voluto fare un’orgia con voi e mentre leccavate tre brasiliane, due svedesi si contendevano il vostro cazzo e poi è successa quella cosa buffissima di quelle cinque tettone che si sono messe a pomiciare con quelle ballerine dalle chiappe marmoree sorridendovi maliziose per attirare il vostro sguardo e alla fine l’asian, la ebony e la teen brunette si sono fatte largo per essere irrigate dal vostro schizzo? No? Perché non è mai successo. Ecco, questa è la vita.
La vita è una rosetta del giorno prima.
Uno investe così tanto nella vita, e poi alla fine muore.
La vita è un business in perdita.

La seconda classificata se ne va per un motivo ancor più atroce.
«Ho l’ultima lezione del corso»
«Che corso?»
«Corso prematrimoniale»
«Eh?!»
«Eh sì, si sposa a luglio»
Il grigiore mi ha sopraffatto. C’è chi non vede l’ora di garantirsi un futuro di merda.
«Ciao raga, vado a smettere di vivere!»
Quale istituzione più arcaica del matrimonio? Vedere gente che continua a sposarsi nel 2012 mi fa l’effetto che mi farebbe vedere uno che parcheggia la carrozza fuori dal supermercato, o incontrare un sostenitore del geocentrismo tolemaico.
«Domani mi sposo!»
«Ma dai?! Congratulazioni! Oh, mi raccomando, poi fammi vedere i dagherrotipi, eh! Se il valvassore me lo consentirà, ti farò recapitare una pergamena di auguri dal misso dominico. Ora scusami, devo andare a scheggiare una selce»
In fondo li capisco quelli che si sposano: vogliono coronare il loro sogno d’amore come in un film. La notte dei morti conviventi.
La terza se ne va perché è in macchina con la seconda.
La quarta se ne va perché è amica della seconda e della terza.
La quinta se ne va perché non vuole sentirsi da meno.
In un colpo solo, perse le tre fighe da zona Champions e le due da Europa League. Rimangono solo le femmine da campionato senza sussulti e quelle a rischio retrocessione.

Invidio le genti del passato. Un tempo si chiamava filtro d’amore. Oggi si chiama Roipnol. Rischi la galera.
E così vedi lei, La Più Figa, che si allontana inesorabilmente, e sale uno sconforto opprimente, e con esso il livore, e vorresti convocare tutte le fighe del pianeta e tenere per loro una seria lezione di scienze affinché comprendano la realtà fuor di illusione:

Donne, non piacete a me: piacete al mio testosterone. Quindi non state tanto a fare le fighe.
C’è una sostanza chimica disciolta nel mio organismo che si attiva quando il mio cervello riceve degli impulsi visivi e olfattivi in presenza di un agglomerato organico verso cui la natura ha stabilito io debba essere attirato attraverso l’istinto di riproduzione ai fini della conservazione della specie.
Tutto qui. Non siete belle, non siete affascinanti, non siete sensuali, non siete speciali. Perlomeno non più di quanto lo sia una melanzana. In presenza di una melanzana, il mio cervello riceve degli impulsi visivi e olfattivi atti a stimolare il mio istinto di autoconservazione che sollecita il mio organismo ad alimentarsi con l’oggetto percepito per non morire.
Pensateci la prossima volta che un ragazzo ci prova con voi e ve la tirate tra il lusingato e  l’infastidito sentendovi splendide: siete  delle melanzane. Quella che pensavate essere seduzione è solo biologia.
Quantomeno io non mi faccio mai illusioni quando una ragazza è attratta da me: lo so bene che in fondo sta solo cercando riparo dai predatori.

Chi dice: «Non siamo animali» è digiuno di biologia.

C’è invero da aggiungere che le donne sanno sia farmi venire che farmi passare la voglia di scopare. Le stesse donne, intendo.
Ad esempio, ne conosco alcune che hanno girato il mondo, sono entrate in contatto con popoli e culture diverse, parlano tante lingue, hanno vissuto fino in fondo, scoperto aspetti dell’umanità ignoti ai più, imparato tante cose, ma non hanno ancora capito che il metal è una cazzata.
Ho saputo anche che c’è una musicista che suona i capelli. Sul serio. Li ha lunghi fino al ginocchio, tiene davanti a sé una tavola su cui ha incollato dei campanellini che sfiora con i capelli ondeggiando la testa.
Ah, i bei vecchi tempi in cui ci si limitava ad imitare le pernacchie con la mano sotto l’ascella…

Che poi uno nella vita si trattiene, un po’ per timore, un po’ per cautela, un po’ per insicurezza, ché il giudizio degli altri pesa. E allora si cerca l’approvazione, si tace per quieto vivere, i propri veri pensieri non vengono espressi, e anzi sono ricacciati, rifiutati, inghiottiti. Ecco, sì, insomma, si tituba e ci si censura, si cerca anche di credere che certe cose non le si pensa davvero, si diventa incerti delle proprie stesse percezioni, “ma io la vedo davvero così?”, si dubita delle proprie convinzioni, che eppure appaiono logiche e manifeste, eppure no, non vanno bene, perché non vanno bene agli altri, ai più, quindi forse non vanno bene, non possono andare bene, non devono andare bene, “non possono avere tutti torto, quindi avrò torto io, perché se tutti la pensano così, significa che hanno ragione e le cose stanno in questo modo, perciò assumerò le loro opinioni, o almeno ci proverò, o fingerò”. Ma arriva il momento in cui bisogna farsi coraggio, l’integrità deve prevalere e la verità essere affermata anche a costo della propria convenienza e del proprio personale vantaggio, quindi ora basta, lo dico, e che mi si deprechi pure, non me ne fregherà niente del vostro giudizio: Audrey Hepburn è la figa più sopravvalutata della Storia! Non arrapa per niente!
Oh, e che cavolo. Qualcuno doveva pur dirlo.
Puff. Mi sento più leggero, mi sono tolto un peso dalla coscienza.

Chiamatemi romantico, chiamatemi sognatore, ma io per una pompa da una sedicenne venderei mia madre.

 

 

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Una storia italiana

Posted by sdrammaturgo su 31 dicembre 2011

Fino a ieri mattina lavoravo in un’agenzia di informazione che si occupa di redazione di rassegne stampa. Ci lavoravo da due anni e tre mesi. Da ieri pomeriggio sono disoccupato. Il mio contratto a progetto – rinnovato talvolta ogni sei mesi, talvolta ogni tre e financo di mese in mese – scadeva oggi, il 31 dicembre 2011. Mi hanno comunicato il 30 che il 2 gennaio 2012 non sarei dovuto andare a lavoro.
Era da un po’ che stavano riducendo il personale. A svolgere la mia mansione – inserimento nell’archivio delle notizie selezionate – eravamo in due, io ed una collega, ed uno dei due – era nell’aria – lo avrebbero mandato via.
Ieri mattina il responsabile del personale della sede mi convoca nel suo ufficio e mi dice: “Sai bene che sia tu che la tua collega avete il contratto in scadenza. Ora: tu sei più bravo, più veloce, lavori di più e meglio di lei; tu hai la fiducia di tutti, lei no; tu sei benvoluto da tutti, lei tutt’altro; tu sei una persona intelligente, lei una pazza psicopatica insopportabile; lei ha cinquant’anni ed è già sistemata, tu ventotto ed hai ancora tutta una vita da costruire; lei ha la casa di proprietà, tu stai in affitto; lei ha anche un altro lavoro, tu solo questo, quindi se rinnoviamo il contratto a lei invece che a te, ci sarà una persona con due lavori ed un’altra con zero; ma lei è la moglie dell’amico di famiglia del proprietario dell’azienda, quindi dobbiamo mandare via te e tenere lei”.
Ho sempre detestato il capufficio, ma questa volta ne ho apprezzato l’onestà, e l’ho ringraziato per questo.
Prima di uscire sono andato a salutare il proprietario stringendogli la mano. Mi ha fatto gli auguri di buon anno e “per tutto” con un sorriso incolpevole, innocente, angelico, candido, puro, benigno. Sembrava quasi sinceramente dispiaciuto.
C’è anche un’ulteriore nota curiosa: mi hanno dato un foglio in cui mi offrono di andare a lavorare nella sede di Rieti dalle 3 alle 7 di mattina per 780,20 euro lordi al mese. Un’offertona. Porta la data del 28 dicembre 2011 e c’è scritto che “l’accettazione della presente proposta deve essere improrogabilmente comunicata all’azienda entro e non oltre il 29 dicembre 2011”. Me l’hanno consegnato il 30.

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Mio nonno voleva la gippetta

Posted by sdrammaturgo su 25 agosto 2011

Mio nonno voleva la gippetta. Sognava una Suzuki, di cui decantava le mirabolanti prestazioni in ogni tipo di strada e condizione atmosferica. Per uno ossessionato dalla pioggia come lui, tormento residuo di un’alluvione vissuta in prima persona, l’idea di poter guidare sott’acqua doveva suonare come la realizzazione di una vita.
“Si campo, me fo la Zuzzùchi”. Poiché alla coscienza dell’imprevedibilità del destino è bene opporre l’utopia della sicurezza assoluta.
Per tutta la vita ha sognato una gippetta, ma mia nonna, grande amor pragmatico, ha sempre ostacolato le sue fantasticherie.
“Ma che ce fai co’ la gippetta, ché tanto non vai mai da nessuna parte!?!”.
Per forza: non aveva la gippetta!

Quando entro nella stanza, saluta con il gesto degli arbitri di pugilato quando sanciscono il k.o. e si toglie il respiratore come se sputasse il paradenti.
La suora la sa lunga e propone: “Lo vedo male, faccio venire il prete con l’olio santo?”.
E mi chiedo se sia d’oliva o di semi e, nel caso sia d’oliva, se di un frantoio casereccio o qualche zozzeria industriale. Oppure è un olio apposito, e mi domando come sia possibile che nessuno si chieda mai che olio sia questo famigerato olio che con una spalmata ti fa guadagnare il paradiso, facendo di te una bruschetta di Dio.
Entra un prete con un riporto architettonico progettato da Le Corbusier.
Per insegnarti ad accettare la morte viene incaricato uno che non ha ancora imparato ad accettare la calvizie.
“Di che frazione siete? Lì c’è una Madonna specifica?”.
La Madonna In Generale è sempre più outsider.
“Per questa Santa Unzione – suor Gregoria mi tenga la boccetta – e la Sua piissima misericordia – attenzione che mi sta cadendo – ti aiuti il Signore con la Grazia dello Spirito Santo e, liberandoti dai peccati, ti salvi e, nella Sua bontà, ti sollevi.
Ricevi questo sacramento che ti dà tanto senza chiedere nulla in cambio”.
La morte è gratis.

“Per qualsiasi cosa c’è suor Gregoria, lei è un monumento qui, pensa a tutto lei”.
“Eh sì, ormai mi mandano a tappare tutti i buchi, mi chiamano dovunque, devo fare tutto io”.
Ah, l’eroismo narcisistico della filantropia, la vocazione al martirio come utile appagamento del sé.
Ciascuno cerca la propria dimensione. Mi chiedo solo per quale motivo scegliere un’identità che richiede un abbigliamento ridicolo.

Con la mano dice “smamma” al prete e forse non pensa né alla moglie, né al figlio, né ai nipoti, ma magari a Bud Spencer, pronunciato Buda Spènse, sempiterno unico idolo, le cui scazzottate nei film credeva del tutto vere e sulla reale forza del quale giammai ha nutrito dubbi.
Terence Hill era comunque una valida spalla.

Non si può dire “che la terra ti sia lieve” a chi ha lavorato in campagna, perché lo sa che la terra pesa un casino. E prendere per il culo un agonizzante sarebbe troppo perfino per un esercente romano. Poi penso che qualche minuto prima qualcuno gli ha promesso resurrezione, vita eterna e buono sconto per tutti i peccati, e sono costretto a rivedere le mie posizioni.

Rantolando anela la fine e penso: “Forse non tutti sanno che costui cucinò per i ciclisti del Giro d’Italia un sugo così buono che Bartali in persona volle che fino al termine della competizione gli spaghetti per lui fossero preparati solo dal quel cuoco”.
Sono i piccoli eventi curiosi che salvano la nostra esistenza dalla banalità.
Col respiro affannato come neanche Bartali sulla cima Coppi, si sbarazza della vecchiaia, fregando il progresso scientifico che la prolunga.
Si chiude così la straordinaria vita ordinaria di chi non ha mai avuto una jeep.
C’è chi muore perché non ha più voglia. Ed io capisco che le persone davvero importanti sono quelle che ti trasmettono il senso dell’umorismo. A tutte le altre non resta che la retorica.

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Logica vs. Legge – Lotta di classe in treno

Posted by sdrammaturgo su 9 maggio 2011

Treno Orte-Roma Tiburtina.
Il Passeggero Razionale constata che la seconda classe è piena. Va avanti ed arriva al vagone di prima classe, completamente vuoto, fatta eccezione per quattro o cinque posti occupati.
Si siede ed inizia a leggere un libro.
Arriva il Controllore.

CONTROLLORE Biglietto prego.

Il Passeggero Razionale mostra il biglietto.

CONTROLLORE Questo però è di seconda classe, qui siamo in prima.

PASSEGGERO Lo so, ma in seconda classe era tutto pieno, ho visto che questo vagone era vuoto e mi sono messo qui.

CONTROLLORE Ma lei qui non può stare.

PASSEGGERO Ma non c’è nessuno.

CONTROLLORE O paga il supplemento o se ne va.

PASSEGGERO Visto che mancano venti minuti all’arrivo, non potrei restare?

CONTROLLORE No, non può. Ci sono delle regole da rispettare.

PASSEGGERO Ma non ho tolto il posto a nessuno che abbia legittimamente diritto. Per dire, se arrivasse un passeggero con il biglietto di prima classe e reclamasse il mio posto, proprio questo nonostante tutti gli altri siano liberi, lo cederei, naturalmente. Ma questa è una tratta breve di appena mezz’ora, non ci sono fermate intermedie, chi doveva salire è già salito, quindi non solo non ho danneggiato nessuno, ma non c’è neppure la possibilità che io possa danneggiare qualcuno da qui a fine corsa. E, ripeto, anche se dovesse materializzarsi dal nulla un passeggero di prima classe che volesse il mio posto, me ne andrei. Ma ci sono solo quelle quattro persone laggiù.

CONTROLLORE Mi sta prendendo in giro?

PASSEGGERO No. Sto solo dicendo che non ho di fatto rubato niente a nessuno.

CONTROLLORE Insomma, le regole sono regole. I passeggeri di prima classe hanno diritto alla loro privacy.

PASSEGGERO (sbigottito) Ma non sto mica in braccio a loro! Né li sto importunando o ascoltando i loro discorsi!

CONTROLLORE Queste battute non le sopporto. I passeggeri di prima classe devono avere la loro tranquillità.

PASSEGGERO Ma quali battute?! Potrei capire se stessi ascoltando musica a tutto volume. Ma sto leggendo un libro in silenzio, non do fastidio a nessuno. Mi scusi, ma se sale un passeggero del tutto identico a me con un biglietto di prima classe, si siede qui e si mette a leggere un libro come sto facendo io, cosa cambia ai fini della tranquillità dei passeggeri là in fondo? Dubito che percepiscano nell’aria la presenza di un povero. Oppure se io stesso ora tiro fuori un biglietto di prima classe o pago il supplemento e poi continuo a fare le stesse cose che stavo facendo prima, cosa muta nella loro condizione? In che modo posso ledere la loro privacy o la loro tranquillità ora e smettere di farlo automaticamente non appena estraggo un biglietto più costoso di quello che ho?

CONTROLLORE Non faccia lo spiritoso. Ecco, vede? Laggiù nel vagone di seconda classe ci sono due o tre posti liberi.

PASSEGGERO Sì, ma ci sono di mezzo borsoni e valigie, per sedermi dovrei scavalcare alcuni passeggeri, farne scansare degli altri, far spostare le cose a qualcuno. Così facendo sì che disturberei la quiete di alcune persone. Mentre se rimango qui, nessuno viene turbato dalla mia presenza.

CONTROLLORE E se tutti facessero come lei? Se tutti quelli di seconda classe si mettessero in prima perché è vuoto?

PASSEGGERO Beh, a parte che è un problema che non si pone vista l’improbabilità dell’evenienza, ma va bene, radicalizziamo la questione: seppure tutti quelli in possesso di un biglietto di seconda classe si sedessero in prima e si alzassero qualora salissero passeggeri di prima classe lasciando loro il posto che spetta di diritto a chi ha pagato di più, andrebbe più che bene, direi.

CONTROLLORE Ah ecco, quindi facciamo che ognuno fa come gli pare e non conta più la differenza tra prima e seconda classe. Questa è una sua idea, però!

PASSEGGERO Ma non sto facendo un discorso politico sull’abolizione delle classi e l’uguaglianza. Il mio è un ragionamento puramente logico e pragmatico. Ecco, vede? Ora che io mi sono alzato, non è che al mio posto si è seduto un passeggero con un biglietto di prima classe, visto che non ce ne sono ed il vagone è completamente sgombro: è rimasto vuoto. Dunque, vuoto per vuoto, non è meglio che ci si sieda qualcuno?

CONTROLLORE No!

PASSEGGERO Ma scusi, i sedili sono fatti per le persone. Così stiamo facendo fare un viaggetto a delle poltrone vuote! Che senso ha?! Guardi, il vagone è vuoto, ci sono solo quattro o cinque persone per una cinquantina di posti!

CONTROLLORE C’è una regola e va rispettata.

PASSEGGERO Ma la regola deve essere tale in quanto giusta, non è che è giusta in quanto regola. Poi esistono anche il buonsenso, l’applicazione e l’interpretazione volta per volta.

CONTROLLORE La legge è la legge.

PASSEGGERO Ho appena capito che la legge serve a dare un motivo di vita a chi non ne ha di migliori.

CONTROLLORE Lei ha un motivo di vita?

PASSEGGERO Migliore di questo.

CONTROLLORE Arrivederci.

PASSEGGERO Arrivederci.

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Morire come si deve, o dell’adeguatezza

Posted by sdrammaturgo su 10 febbraio 2011

Il mio yorkshire morì scoreggiando.
Stava camminando in corridoio quando tutto ad un tratto si fermò, emise il peto più fragoroso e puzzolente mai concepito, si irrigidì e cadde su un fianco come se fosse imbalsamato, come nei cartoni animati. Si scoreggiò letteralmente via l’anima.
La prima cosa che mi venne in mente fu: “Ma che morte è? Ma vuoi morire bene? Hai condotto una vita inutile, riscattala almeno con una morte decorosa”.
Il precedente almeno era morto azzannato da un pastore maremmano mentre era al guinzaglio con mia nonna (ed anche questo cagnone, voglio dire: aggressivo aggressivo, duro duro, e poi mirava in basso pure lui. Hai davanti uno yorkshire e mia nonna e sbrani lo yorhshire? Un po’ d’ambizione, in nome del cielo!).
La sorpresa sopravanzava il dispiacere. Che pure c’era, e tanto.
Eravamo molto legati. A forza di stare con me, era diventato come me: passava le giornate spaparanzato sul divano a non fare una cazzo. Gli mettevo una mano sulla schiena mentre leggevo o guardavo un film ed era contento così. Ed io pure. Quando lo portavo a spasso, appena varcato il portone pisciava, cacava, e cominciava a grattare l’uscio per rientrare, smanioso di tornare sul divano.
Quanto mi manchi, Pongo, cane pragmatico, essenziale, cane benthamiano.
Sarà stato che era grasso. Parecchio grasso. Colpa di mia nonna. Diceva sempre: “Al cane bisogna dare gli avanzi”. Mi sta anche bene, ma non tutti quelli del pranzo e della cena di una famiglia di sette persone.
Ebbene, con quella flatulente e goffa dipartita, Pongo divenne il mio eroe.
C’è chi ha come eroe Che Guevara, chi Marlon Brando, chi Gandhi, chi Jim Morrison. Io ho il mio defunto yorkshire.
Sì, perché ha fatto una morte senza gloria, poco dignitosa, contravvenendo ad ogni dettame di buona creanza agonica e mortuaria. In una parola: inadeguata.
“Ci vuole il vestito adeguato per ogni occasione”, “bisogna adeguarsi”, “questo non è adeguato”, “adeguati”.
Adeguatezza, adeguatezza, adeguatezza.
Non solo ci ammorbano con codicicanonischemicostumiregolenormecategorie a cui dovremmo adeguarci per vivere, ma pretendono anche di dirci come morire.
Essi, la grande, temibile, incoscienza collettiva.
Persino i nomi devono essere adeguati alla toponomastica.
Mettiamo che lo yeti esistesse davvero. Sarebbe un bel guaio se, invece che sull’Himalaya, venisse avvistato realmente a Rieti. Chi prenderebbe sul serio la segnalazione: “Yeti a Rieti!”?
Non mi piace chi si adegua. Perché, se ti adatti a questo mondo, se impari a farti star bene questo stato di cose, devi essere davvero un imbecille.
Ed io voglio allora celebrare i disadattati, ultima speranza del piatto grigiore umano, magnificare il disadattamento e tutto ciò che è inadatto, tessere l’encomio dell’inadeguatezza!
Poiché, se non ci è data possibilità di salvezza, lasciateci almeno il trastullo.
Ma che cos’è quest’inadeguatezza?
Entrare in sala in un cinema porno a film già iniziato e chiedere ad un altro spettatore: “Hanno già sborrato?”.
Oh, questo sì, sarebbe assolutamente inadeguato.
E che tragedia sarebbe morire investiti da un’automobile mentre si sta facendo l’imitazione di Mauro Repetto. Ve li immaginate poi i vostri cari in lacrime al funerale? “Sniff sniff…Stava eseguendo i passi di Nord sud ovest est quando è spuntato quel camion e…e…Sigh! Sob! Buaaah!”.
Vero è che c’è anche un’inadeguatezza inadeguata.
Come ad esempio i cinema in cui si vede scritto Multisala e sotto, in piccolo, Due sale. Ma allora perché non Bisala? Attendo con impazienza l’inaugurazione del primo multisala ad una sala sola.
O ancora.
Come si concilia un pompino con un pigiama di flanella? Com’è prendere un cazzo in bocca dopo aver calato un paio di pantaloni di un pigiama verde acqua? Uno guarda la scena e vede: cazzo, bocca, flanella; flanella, bocca, cazzo; bocca, flanella, cazzo. C’è qualcosa che stona. Dunque, il cazzo no. La bocca non mi sembra. Cosa sarà? Vuoi vedere che è la flanella?
Ai miei nipoti racconterò che una volta mi capitò di leccarla mentre avevo davanti un poster di Winnie the Pooh. Avessi saputo, mi sarei adeguato portando i preservativi con la faccia di Pluto. Non mi sarebbero invero neppure serviti, ché la ragazza era vergine e tale aveva intenzione di rimanere. Chissà, magari da qualche parte c’è qualche paraplegico che sta bene così.
Per me, se non sei un incrocio tra una pornoattrice ninfomane ed una zoccola indiavolata, non esisti. Ed infatti io considero di aver leccato il Nulla. Chissà quanti asceti brahmanici misticamente lussuriosi mi invidierebbero.
Secondo me, di cortocircuiti tra valori religiosi è pieno il mondo. C’è di sicuro gente così tanto credente, così tanto fedele, così tanto praticante, così tanto osservante, che si fa le pippe pensando alla Madonna.
Allo stesso modo, la cultura religiosa è più pervasiva di quanto si immagini. Molti hanno inconsapevolmente assorbito retaggi cattolici e si comportano da cattolici senza rendersene conto. Ad esempio, il papa vince ogni volta che una donna non te la dà.
Chi mi fa sentire davvero inadeguato è la ragazza bella in modo immorale che incrocio ogni giorno quando esco da lavoro (a parte la mia ex. Ma verso di lei non si tratta tanto di sensazione di inadeguatezza, quanto piuttosto invidia per la condizione privilegiata delle zanzare spiaccicate).
Per lei, tra me e la ringhiera non c’è alcuna differenza. Ai suoi occhi sono come un arredo urbano (quando mi va bene. Il più delle volte, un’ombra informe od un lampo di vuoto spaziotemporale).
Ogni fica ha nella vita almeno un uomo improponibile, uno per cui amici, conoscenti, famigliari, passanti, si chiedono: “Ma come fa una così a stare con quello?!”. Alla fica serve almeno un esemplare di tale specie nel curriculum ficae per alimentare la propria autostima nel momento in cui racconterà alle amiche che persona magnifica era lei e quanto inadeguato fosse invece lui e quanto splendida è stata nell’accogliere un simile derelitto elargendo beneficenza vulvatica e che in fondo è un po’ pazza ommioddio ma sai io mi fiondo nelle storie così senza pensare iocomeamelie sciarbodler vogliounavitaspericolata con un impiegato trenoamatore che di notte si trasforma in un appassionato di tuning e comunque ho intenzione di metter su famiglia ed essere ingravidata un giorno.
Perché dunque non potrei essere io il suo uomo improponibile?
Inadeguatezza anche per l’improponibilità: inadeguatezza al quadrato.
Ma la sublime inadeguatezza non conosce limiti.
Chissà se qualcuno ha mai riflettuto sul fatto che è uno smacco senza pari essere un grande talento in un settore che non ti torna utile per rimorchiare.
Se sei un grande pianista, un grande sportivo, un grande archeologo, un grande uomo d’affari, puoi fartici bello con le donne. Ma come deve sentirsi il massimo esperto mondiale di foratini? Magari è la massima autorità del settore, ha un successo internazionale, richiestissimo come consulente dalle principali imprese edili, ma nelle relazioni con l’altro sesso non te ne fai nulla. Cosa racconta ad una ragazza alla prima uscita? “Sai, ieri nessuno riusciva a risolvere un problema con l’impasto di alcuni mattoni destinati a muretti municipali per la frazione di Zepponami, così hanno chiamato me ed ho sistemato tutto.”.
L’imperativo dell’adeguatezza crea anche diversi equivoci.
Se parlo con toni e termini rozzi di argomenti però coltissimi, con che coraggio mi si può dare dell’ignorante?
Mettiamo che io dica: “Dio impestato, Dvorak spacca ‘l culo. So’ ito a sentillo, me prudea la fava da quanto adera intenso il primo violinista sul settimo passaggio del terzo movimento, madonna sbudellata. Nun me sentio a tosì a cazzo dritto da le tempe che scriveo quer trattato sur trimetro giambico scazonte”.
E provate a darmi dell’ignorantone se dico: “Dio scannato, quer cazzo de Dino Campana adè popo forte a usà l’anadiplosi a gradazione”.
Il vero ribelle non è il bello e dannato che va nella giungla a combattere per la libertà. Il vero ribelle è quello che si presenta al primo appuntamento con la tuta del mercato.
Certo, bisogna essere pronti a morire per un nobile ideale.
Se proprio mi si chiede di morire come si deve, voglio fare una morte gloriosa. Voglio morire mentre vengo in faccia a Stoya gridando: “Libertà!”. Sognando un mondo in cui si possa schizzare in viso alle passanti in strada. Ed io non chiedo mai ciò che non posso offrire. Ch’io sia dunque squirtato a sangue! Siano le mie carni straziate da vortici di umori vaginali! Venga io travolto da tsunami di liquidi femminili! E sulla mia tomba sia scritto: “Per la passera visse, alla passera aspirò, per la passera spirò”.
“La vita non è come nei film porno”, si dice. Beh, rendiamocela! Non so, a chi dispiacerebbe entrare al supermercato e farsi la cassiera bona così, per simpatia? “Sono quattordici euro e quarantanove” “Guardo se ce li ho spicci. No, mi spiace, purtroppo non ce li ho” “Ed io non ho il resto. Però ho questa” Spalanca le gambe “Pompa?” “Sì, una, grazie”.
Oppure chiamare l’idraulico per farlo intervenire sulle tube di Falloppio?
Che poi non ho mai capito questi favoritismi verso gli idraulici. Fossi un elettricista, mi incazzerei a morte per la discriminazione.
Poco fa, tornando a piedi dal supermercato, pensavo che, da ottobre ad oggi, dodici donne (12. DODICI) hanno mostrato interesse nei miei confronti, detto di uscire e poi mi hanno dato buca/cambiato idea/smesso di considerare/incontrato nel mentre l’uomo dei sogni che non corrispondeva alla mia identità per i motivi e nelle modalità più spettacolari. Il che fa di me, se non la vittima di un complotto persecutorio a scopo di raggiro, quantomeno un rispettabile recordman. E queste cose vanno dichiarate con e per onestà intellettuale. Non è che uno, finché va tutto bene e colleziona peli pubici sul cuscino su peli pubici sul cuscino, vanta i suoi successi con gli amici e poi, quando viene risucchiato in una spirale di due di picche o sconfitte similari, occulta tutto per salvare le apparenze. Eh no! Che si abbia il coraggio di confessare le umiliazioni patite! Integralismo della sincerità, sempre, ad ogni costo. L’essere presi per il culo è il fio che si paga alla disfatta. Ed è la sorridente tenzone con l’onta che misura la nobiltà. Tanto ti puoi sempre rifare con uno più debole.
Ecco, dicevo, mentre passeggiavo con una confezione di cornetti Misura Privolat alla marmellata d’albicocca in una mano, quelli senza latte e senza uova, cento per cento vegetali, ed il ricambio del Mocio Vileda nell’altra, passando in rassegna la sterminata teoria dei miei fallimenti in ogni campo, la laurea ancora non conseguita nonostante gli esami terminati perfettamente in tempo anni fa con la portentosa media del 29.9, il degradante posto di schiavitù da precario sottopagato che mi permette di essere ufficialmente povero e per il quale devo svegliarmi alle cinque di mattina, l’amore della vita che mi sono lasciato sfuggire tra le dita come un coglione, la novella difficoltà nel far accogliere il mio membro nell’apposito spazio altrui, i progetti ignorati dalle case di produzione, i manoscritti rifiutati, l’esistenza del chinotto Guizza, mentre camminavo pensando a tutto questo, consapevole che nella vita ho fallito il fallibile, pervaso ciononostante da una vaga gioiosa fierezza per aver trovato i cornetti Misura, benché all’albicocca e non già al cioccolato, giacché nessuno immagina quanto deve patire un vegetaliano per poter mangiare un dannato stronzissimo delizioso cornetto, solo un altro vegano può comprendere, ebbene in quel momento ho capito: questa è vera, incomparabile, squisita inadeguatezza.
Non la cambierei con i successi di nessun altro. Eccetto con quelli di un attore porno qualsiasi.
A me non serve molto per vivere felice. Non mi interessano i soldi, non mi interessa il successo, non mi interessa la fama. Mi basta la fregna.
Ci vuole stoffa per essere un perdente d’ingegno. Mica tutti sono capaci di perdere con stile.
Per quanto mi riguarda, voglio morire in pantofole. Mi piace morire comodo.

 

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Un assaggio disgustibustoso

Posted by sdrammaturgo su 4 agosto 2009

La comicità può essere uno stimolante od un sedativo. Da qualche anno a questa parte la satira è stata spazzata via dai media di massa in favore di un umorismo tranquillante. Modelli imperanti sono ormai i ridicoli ed imbarazzanti Zelig e Colorado Café, in cui l’invenzione artistica corroborante è stata soppiantata dal tormentone ebete soporifero per l’intelletto.
Contro la diffusione di simili narcotici sociali e per chi sentisse il bisogno di un’alternativa, io e lui abbiamo ideato Disgustibus, un format satirico interamente autoprodotto di cui abbiamo realizzato la puntata pilota dalla durata di un’ora circa. Farlo è stato per noi un piacevole dovere nonché un doveroso piacere, una divertente necessità. Lavorare, si sa, non c’è mai piaciuto.
Si tratta di un progetto indipendente che più indipendente non si può, realizzato praticamente a costo zero ed in assoluta autonomia; Disgustibus è una sorta di meta-trasmissione, un viaggio nello squallore quotidiano televisivo, politico, umano attraverso un percorso nei vari e molteplici generi del Comico.
Abbiamo deciso di renderne pubblico un breve estratto.

SE siete curiosi di vedere il resto; SE come noi non avete soldi ed entusiasmo per prestarvi al delirio vacanziero; SE non siete stati risucchiati dallo squallore familista cedendo al tradizionale ritorno estivo presso i vostri procreatori; SE la vostra vita è decisamente insoddisfacente; ALLORA potrebbe interessarvi venire MERCOLEDI’ 12 AGOSTO ALLE ORE 21 al REWILD VEGAN CLUB, Via Giovannipoli 18 (zona Garbatella), Roma, ad assistere alla PROIEZIONE dell’opera nella sua intierezza.
E’ una replica: la prima volta non avevamo promosso l’evento per imbarazzo, incapacità manageriale e refrattarietà al marketing, specialmente autoreferenziale. Ma siccome ha riscosso un successo tale da richiedere una ripetizione, pensiamo che stavolta potrebbe farvi piacere assistere a cinquantanove minuti e venti secondi di satira che in televisione non vedrete mai.
Inoltre è una buona occasione per mangiare e bere vivande che non sono state precedentemente schiavizzate, torturate e uccise.

Dunque, ricapitolando:

MERCOLEDI’ 12 AGOSTO
ORE 21
REWILD VEGAN CLUB (http://www.rewild.it/)
VIA GIOVANNIPOLI 18 (ZONA GARBATELLA)
ROMA

proiezione puntata pilota di

DISGUSTIBUS

programma autoprodotto di satira indipendente ma così indipendente che al confronto *inserisci un paragone a scelta*

Astenersi giocatori di Fantacalcio

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Braccia riconsegnate all’agricoltura

Posted by sdrammaturgo su 3 febbraio 2009

La vita nei campi non è mai come la raccontano. E’ sempre un po’ meno tragica di quella di Verga, ma assai più turpe di quella di Pasolini; un po’ meno angosciosa di quella di Tozzi ed un po’ più giocosa di quella di Pavese; cruda come quella di Olmi e comica come quella de Il ragazzo di campagna di Castellano e Pipolo.
E’ niente di tutto questo e tutte queste cose insieme. Inesauribile (fortunatamente) in poche descrizioni e definizioni, come ogni altra cosa – a parte la moda, che si può riassumere in tre parole dispregiative a scelta.
La vita nei campi non è mai come la raccontano, e dunque non è nemmeno come la racconterò io. Ma, come accade negli altri casi, lo è per una parte, magari piccolissima, che andrà ad aggiungersi allo sterminato, interminabile, mosaico. Ecco, è a quella minuscola parte, vista e vissuta in prima persona, che voglio rendere il tributo della memoria, poiché sento il dovere di ricordare.
La vita nei campi è un po’ Verga ed un po’ Pasolini, un po’ Tozzi e un po’ Pavese, un po’ Olmi e un po’ Pozzetto, molto altro ancora e ancor tutt’altro. Ma una cosa è certa: non ha niente a che vedere con Virgilio e Metastasio.

Qualche anno fa ero come al solito alla ricerca di un lavoro. L’estate paesana non offriva occupazioni stimolanti (d’altronde, quale occupazione è stimolante, a parte l’addetto al riscaldamento delle pornoattrici?) ed io non intendevo certo contravvenire al vecchio imperativo che mi ero posto fin dalla più tenere età: “Il cameriere mai! Piuttosto vado a cogliere i pomodori!”. E fu così che andai a cogliere i pomodori.
Venni assunto come bracciante da Pila, il barista della frazione dall’alvariano cognome, che arrotondava facendo il proprietario terriero sfruttatore di manodopera a basso costo.
“Beh, quantomeno sarà un’occasione per capire cosa significhi lavorare sul serio”. Ed infatti, dopo quell’esperienza, compresi che il lavoro può piacere solo a chi ha lavorato poco o a chi ha lavorato troppo.
Sicuramente, pochi hanno l’esatta dimensione di cosa sia fare il bracciante, come funzioni, di cosa si tratti in realtà. I più, contaminati da vaghe idee georgiche tanto ingenue quanto fallaci, si immaginano magari un crocchio di allegri cantori agresti che van poetando per le distese erbose raccogliendo lieti i frutti della terra. Niente di tutto questo: è una fatica bestiale, che si cerca di alleviare bestemmiando da mane a sera.
Tanto per cominciare, la giornata lavorativa è di dodici ore, dalle sette alle diciannove, con una mezz’oretta di pausa pranzo, per una paga minima che si aggira intorno ai trentacinque euro quotidiani. A pensarci bene, non è poi così male, se paragonata a quella dei minatori nelle solfatare del diciannovesimo secolo.
Il primo giorno, pensando alle miniere di zolfo, mi alzai alle sei e, come Ciàula scoprì luna, io scoprii il sole dell’alba, e mi dissi che ne avrei volentieri fatto a meno. Ho sempre ritenuto, in cuor mio, che Ciàula fosse un coglione. Stai sgobbando come un mulo dell’Unione Sovietica ed invece di maledire l’universo ed il suo creatore vai a pensare al satellite più insulso del sistema solare?! Morto di fame del cazzo.
Con questi pensieri lieti, mi recai al bar di Pila, luogo dell’appuntamento, dove feci la conoscenza di quelli che sarebbero stati i miei compagni di viaggio (mi piace chiamarli così, mi evita di fare brutti sogni). Erano tutte facce note in paese (pardon, della frazione. Non credo siano mai usciti da Le Mosse, sprofondo barbaro di Montefiascone, se non per andare a puttane a Bagnoregio o Vitorchiano. Chi l’avrebbe mai detto che ci sono puttane pure a Bagnoregio e Vitorchiano, eh?), li conoscevo più o meno tutti fin da bambino. C’era Fetoni, quaranta o cinquant’anni (tanto, per Fetoni, che differenza fa?), famiglia a carico, perennemente sbattuto tra un lavoro saltuario e l’altro per mantenere moglie e figli. Mentre gli altri prendevano il sole a Montalto, lui doveva andare a cavare pomodori. Era sempre incazzato nero, e ne aveva ben donde. Lo ammiravo, Fetoni. E lo ammiro tuttora.
C’era Batore, il buon vecchio Batore, il sempreverde Batore. Da che ho memoria, è sempre stato uguale. C’è chi nasce vecchio, chi nasce giovane. Batore era nato di mezza età mal portata. Con il suo volto truce leggermente incartapecorito, in passato era stato in galera per furto di trattore. Mi piace immaginarlo mentre scappa dall’inseguimento in sella al pasquale, a cinque all’ora, e viene preso da un carabiniere zoppo a piedi.
C’erano quindi un paio di presenze fisse del bar di Pila, due di quei tipi che vedi sempre ma che non sai mai come si chiamino, che se ne stanno seduti sul pianerottolo del bar a guardar passare le macchine, interrompendo solo per i pasti. Dopo averci lavorato insieme una stagione intera, non so ancora come cavolo si chiamino.
C’era infine lui, Uccio, il mitico Uccio, il leggendario Uccio, Uccio il vaccaro. Saettone dentro, Natural Born Peasant, bassotto, corporatura tozza, capelli ricci e fronte millimetrica, voce lievemente gutturale, tra l’ippopotamo ed il babbuino, sembrava uscito da un manuale di Cesare Lombroso. Più giovane degli altri, era il sale della terra, il letame della stalla, un aratro umano. La sua pelle emanava una tenera fragranza di cacio con note di birra e sfumature di stabbio, ricordo di anni ed anni passati in compagnia di ogni animale d’allevamento di piccola, media e grossa taglia. Negli ultimi anni si era dedicato alla custodia delle mucche sotto padrone e nel suo periodo di ferie veniva ad alzare qualche spicciolo in più dando una mano al fido Pila. “Uccio, che fai nella vita?” “Il vaccaro”, ribatteva con un miscuglio di orgoglio e rassegnazione.
“Tu sei il nipote del poro Guglielmo, ve’?”, mi chiesero, volgendo i loro volti in un’espressione di sommo rispetto. “Sì” “Eh, che lavoratore che era ‘l tu’ poro nonno”. Mio nonno materno era una leggenda: muratore infaticabile (ma infaticabile sul serio), non solo lavorava con solerzia da primato, ma aveva proprio la passione del lavoro. Era famoso perché era riuscito a tirar su una palazzina di quattro appartamenti tutta da solo, facendosi aiutare al massimo da un paio di manovali nel fine settimana. Già, perché mio nonno non conosceva domeniche e festivi. Era un inarrivabile campione dell’austerità e dello stakanovismo. “Mejo ‘n omo vestito da ‘na donna ‘gnuda”, è stato il più grande insegnamento che mi ha lasciato. Gli altri furono: “Le sorche magnano altro che merda”, “Quando qualcuno ti fa un torto, roppeje la capoccia” e “Il posto a tavola nun se cambia mai”. La sua filosofia di vita era: bisogna pensare solo a lavorare, tutto il resto è male. Ma sto divagando. Il punto è che appresi subito di portare sulle spalle un’eredità pesante. Che si faceva insostenibile, se si considera che io reputo uno sforzo tutto ciò che esula dalla mia poltrona e ciò che si può fare su di essa.
Pila ci caricò amorevolmente sul cassone del Fiorino e partimmo alla volta dell’appezzamento.
Lì, ad attenderci, si trovavano Bastiano e la moglie, due anziani contadini che avevano sempre fatto i contadini e durante le vacanze si andavano a svagare facendo i contadini.
Insomma, ebbi la fortuna di dividere quell’esperienza con la crème de la crème della bifolcheria nostrana.

La raccolta dei pomodori si svolge così: uno è addetto alla macchina, un trattore con davanti una piattaforma composta da una sorta di lame mobili che penetrano appena appena nel terreno restando sulla superficie morbida e separano i pomodori dalla pianta (il macchinista è l’unico fortunato che può restarsene comodamente seduto, per di più all’ombra della tettoia. Sarà un caso che sia sempre il padrone); gli altri stanno davanti alla macchina, estraggono le piante dalla terra e le buttano sulla piattaforma; sul retro del trattore, una o più donne capano i pomodori gettando sotto le ruote quelli guasti affinché vengano pestati e diventino concime. Il tutto sotto al sole di agosto.
Forse non tutti sanno che tirar fuori le piante di pomodoro fin dalla radice è un’impresa degna de La spada nella roccia. “Excalibur!”, ti verrebbe di esclamare ogni volta che ce la fai – peraltro, spessissimo, nell’estrarre una pianta, ci si trova attaccato sotto un topo, che sguscia via lesto lesto.
In quel periodo, poi, alcuni giorni prima era piovuto, dunque il terreno era ancora un po’ umido. Ecco, strappar via dal suolo le piante di pomodoro con il terreno umido è un po’ come farsela dare da una vergine alla prima uscita.
E’ una grande onta per un uomo essere mandato a capare i pomodori insieme alle donne: è segno che non si viene valutati sufficientemente forti e virili, equivale ad un attestato di sfiducia da appiccicare addosso ad un debole, uno fiacco, non avvezzo alla fatica e non all’altezza del vigore fisico di cui necessita la campagna. Onta dalla quale naturalmente non fui risparmiato. Dopo le prime ore del primo giorno, stremato e grondante, venni fatto accomodare da Pila con gesto magnanimo e compassionevole sul retro del trattore. Ma nei giorni successivi volli rifarmi una reputazione. Oh, io alla stima di Uccio c’ho sempre tenuto.
In genere si procede a due a due ed il mio compagno abituale era Batore. Batore aveva il pallino dei documentari sugli animali. Non se ne perdeva uno. I suoi preferiti erano quelli sugli scorpioni, che lui chiamava shcarpione. Gli trasmettevano un che di perturbante, in senso freudiano-hoffmanniano. Ogni volta che guardava un documentario sugli scorpioni (pardon, sugli shcarpione), la notte puntualmente sognava che la sua casa veniva invasa da milioni di questi puntuti aracnidi che lo assalivano e gli camminavano su tutto il corpo. Ogni giorno mi rendeva edotto sulle abitudini della mangusta e l’alimentazione dello stambecco, sull’accoppiamento dei facoceri e le migrazioni del rondone, sulla regolarità del bisonte e l’invidia del koala. Non facevo che domandarmi dove cavolo beccasse tutti quei documentari, su quale dannato canale. Quando ritenni di saperne abbastanza su coleotteri, crostacei e celenterati (anche se devo ammettere che l’etologia spiegata in dialetto falisco da un analfabeta galeotto è un’esperienza che va fatta), decisi di cambiare compagno per un po’ (ma tornai presto da Batore, ché si era affezionato, e pure io) e mi misi insieme a Fetoni. Fetoni non parlava mai. Stava sempre zitto, lavorando a testa bassa. Ogni tanto smadonnava, quando si sorprendeva a pensare alla propria condizione. Mamma mia quanto era incazzato Fetoni.
Poi, un giorno, all’improvviso, accadde l’inaspettato: Fetoni sollevò poco poco il capo (sempre continuando a darci sotto con le piante, sia chiaro. Non esistevano pause, non si poteva smettere), scosse la testa e proferì una frase colma d’un inusitato ottimismo: “Io, no, quanno mòro, vo su da Gesù Cristo e je dico: sente ‘n po’: ma tu, a me, che m’hae fatto nasce a fa’, pe’ famme ‘n dispetto?”.
A tutt’oggi Fetoni resta la persona più incazzata che io abbia mai conosciuto.
Bastiano, intanto, lavorava sodo, più sodo di tutti. Quando il trattore non si metteva in moto, abbaiava a denti stretti un “mannaggia al santissimo sacramento sull’altaraccio” e subito il trattore ripartiva.
La moglie era a dir poco entusiasta. Per lei la raccolta dei pomodori era un’emozione unica che si ripeteva ogni anno, rappresentava ciò che Woodstock rappresenta per un hippie. Una volta mi incalzò: “Certo, è fatica, ma c’è proprio soddisfazione a coja ‘sti belle pummidore. Guarda quant’è bello ‘sto pummidoro, guardolo, guardolo!”, gridando quasi invasata ed imponendo il pomodoro alla mia vista, davanti alla faccia a due centimetri dagli occhi, con gesto stentoreo. “Sìsì, eccezionale, bello davvero, mai visto nulla di simile”. E si lamentava di quanto poco volenterose fossero le nuove generazioni: “Certo che voe magnardo e beardo sine, ma lavorardo none”.
Degli altri due udii la voce una sola volta. Anzi, di uno solo. Uno degli ultimi giorni, servendo maggiore manodopera, arrivarono tre ragazzi del Bangladesh. Uno dei tipidabar tentò la socializzazione e l’integrazione: “Tiè, voe fuma’?” “No, grazie, io fa yoga” “Ah, ti chiame Yogurt, mo’ emo capito”.
E Uccio? Uccio era il protagonista indiscusso della pausa pranzo.
Si mangiava all’ombra di un vasto albero, tutti in cerchio, tra mille vivande. Sarebbe stata una scena bucolica, se non fosse stata per le pertinaci armate di mosche che soltanto le scoregge di Pila riuscivano a respingere.
Essendo sempre stato mortalmente schizzinoso, mi lanciavo subito sul pane urlando: “Taglio io!”, pressappoco come da piccoli si urla: “Stella!” in seguito a: “Un, due, tre”, dopo aver visto che Uccio tendeva ad impugnare fieramente il filone con le mani marroni per la fanghiglia.
Una volta mi vide scacciare una mosca dal mio piatto e subito mi tranquillizzò: “Nun te preoccupa’, que’ nun so’ mosche de città, que’ so’ mosche de campagna, so’ pulite, al massimo magnano la merda”. Mi sentii rincuorato.
Uccio scolava due bottiglie di prosecco della Valdobbiadene, gentilmente offerte da Pila che le prendeva in offerta all’ingrosso per il bar, e riprendeva a lavorare come se niente fosse. Non era un vaccaro, era un toro.
Il pranzo ce lo portava la moglie di Pila, la sora Carmela, che non appena se ne andava, veniva salutata dalle dolci parole del consorte, il quale si voltava verso di noi e sussurrava: “A rega’, dateje ‘na palata, ammazzatemela”.

Fu durante un pranzo che il drappello venne scosso da una notizia mirabolante. Pila si erse in piedi ed annunciò: “Oh, domani a capa’ le pummidore vene pure la pushtina”. Lo stupore avvolse la combriccola attraversandola in ogni nervo. Subito fu un coro di sbalorditi: “No, ma che davero?! La pushtina! Magara! Alé! Che culo!” “Bona, la pushtina, bona!” “Finalmente domani la fica!”.
Mi guardai intorno: Uccio si grattava il culo, Fetoni finiva la pasta zitto, incazzato più che mai, Batore spolpava una salsiccia con tutta la pelle, Pila scoreggiava e rideva, Bastiano levava la zella dalla catena del trattore e la moglie ammirava estasiata i pomodori (gli altri due boh, non li notavo). Possibile che una bella donna potesse venire in mezzo a quel rusticissimo manipolo in cui manco la moglie di Bastiano spiccava per femminilità?
Mi riservai un minimo di cauta incredulità, ma confesso che il giorno dopo andai a lavorare con un certo animo speranzoso. Le esili illusioni ci misero ovviamente un attimo a cadere: la pushtina, la postina, la moglie del postino della frazione, era una pertica da un’ottantina di chili, capelli raccolti in una coda unta, zinne tanto enormi quanto basse, fianchi larghi, molto larghi. Il ritratto dell’abbondanza, ma più quella di una pila di facioli co’ le cotiche che quella di un cesto di frutta caravaggesco.
Ammappala se era brutta.
La pushtina, sogno erotico di tutta la frazione. Per la prima volta ebbi la chiara percezione che anche il gusto estetico sia un fatto prettamente culturale.
In compenso, era una persona squisita e delicata. Ma chissà perché mi tornava sempre in mente il paragone con la pila di facioli co’ le cotiche. Mi prese però subito in simpatia. Un giorno, sempre all’ora di pranzo, mi palesò la sua ammirazione: “Bravo, tu sì che sei ‘n bravo fijo, che viene a impara’ a lavora’. Ormai mica ce viene più nessuno a fa’ ‘ste cose. Tanto se sa che alla fine que’ te tocca veni’ a fa’ ne la vita”. Al che io, inguaribile sognatore: “Ma io studio, ora faccio l’università, un’altra attività la trovo, magari in qualche casa editrice e…” “Seh” mi interruppe prontamente con la saggezza di chi sa come funziona l’esistenza “Te piacerebbe. Vedrai che tra qualche anno ce ritroveremo qui a cava’ le pummidore insieme”. Postina di merda, vacca laida iettatrice.
Fatto sta che fece presto breccia nel cuore di Uccio e grazie a loro potei assistere ad un approccio d’altri tempi, l’approccio anacronistico. Già, uno si chiede sempre: “Chissà come si approcciava una volta” (o almeno, io me lo chiedo. E se è per questo mi chiedo pure se prima dell’invenzione e della diffusione della carta igienica, i culi prudevano di più o l’abitudine ai tarzanelli permetteva di sopportare meglio l’irritazione. Ci hanno preceduto generazioni di esseri umani dal culo rosso, sporco ed incendiato). Grazie ad Uccio e la pushtina, ora lo so. Uccio si avvicinò e, porgendole la bottiglia, propose con aria baldanzosa: “‘N po’ de vino?” “Sine, che l’acqua fa veni’ le ranocchie” “Allora annamo d’accordo”, annuì con ghigno assassino. Il Vaccaro e la Postina. Sarebbe stato un soggetto interessante per Hesse. Gottfried Hesse, il ciabattino di Tubinga sud.
Mi capitò anche di sentirmi in colpa nei confronti di Uccio, di Uccio e dei suoi sentimenti. Una volta, infatti, tra una pianta e l’altra, mi fece: “Stasera che fae?”. All’epoca ero fidanzato, alla mia prima storia seria, e senza star a pensarci su risposi: “Stasera mi vedo con la mia ragazza” “Ah, allora je dae. Bravo, bravo. Domani tocca a me: vo al night de Brachino”. Ecco, io andavo dalla mia ragazza e lui andava in un bordello di infimo ordine. Non mi sono mai perdonato di avergli sbattuto in faccia il mio privilegio socio-sessuale. Ma probabilmente lui non vi badò neppure. Forse una scopata vale l’altra, per Uccio. Io mi sentii ugualmente in colpa, ma poi il rimorso venne allontanato da un pensiero più gravoso ed incombente: pensa quella povera prostituta a cui capita Batore.

E poi…poi arrivò il camion a caricare le cassette dei pomodori. Finì l’estate, Pila tornò al bar, i due anonimi tornarono sul pianerottolo del bar, Batore tornò a far non so cosa, Bastiano e la moglie continuarono a fare i contadini, la postina rimase brutta, Fetoni rimase incazzato, Uccio riprese a fare il vaccaro. Ed io…beh, a me restò la certezza che avrei conservato per sempre nella memoria quell’esperienza, serbandola nello scrigno di gran pregio dei ricordi più preziosi come la più bella della mia vita. Sissignore, la più bella della mia vita.
“La campagna è fatica,/la campagna è dolore”, scrive Cesare Pavese in un componimento de La terra e la morte. Ma la campagna è anche qualche risata, insospettabile ed unica, teatro a cielo aperto, commedia di un’umanità vera, genuina, ora brutale, ora nobile.
E di tanto in tanto un pensiero tormentoso mi assale: se Uccio, il vaccaro di Montefiascone, fosse nato nell’Illinois, lo avrebbero chiamato Hutch ed avrebbe potuto dire di essere un cowboy. Quando si dice l’ingiustizia di venire al mondo nel posto sbagliato con la lingua sbagliata.

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Rosicare stanca – Quasi-non-commedia in meno di mezzo atto

Posted by sdrammaturgo su 19 gennaio 2009

Sottotitolo: Prima era il dolore, poi subentrò lo sconforto

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Sottana del sottotitolo: Tipo Aspettando Godot, ma peggio

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Personaggi

Claudimiro

Fulvigone

*

Concerto de Il Genio, con fica.
Sera.

Claudimiro e Fulvigone stanno sotto al palco, in piedi, prima fila, pressati nell’estenuante divertimento degli avventori del locale. Tutt’intorno, numerosi giovani effettuano fotuzze.

*

FULVIGONE Mi sono già stancato di stare in piedi.

CLAUDIMIRO Mi chiedo cosa ci vorrà mai a mettere le sedie. Ma soprattutto: perché la gente non suole sedersi? La cena in piedi, il cocktail da sei euro in piedi…Finiranno tutti per invidiare i cavalli.

FULVIGONE E’ che alla gente piace muoversi, ballare, fare casino. Io non voglio fare casino: io voglio stare seduto e guardare il concerto. Poi uscire e stare seduto a bere e mangiare. Insomma voglio stare seduto.

CLAUDIMIRO Uh, eccoli, comincia.

FULVIGONE Ho visto due volte Il Genio e zero Paolo Conte. Bisogna non farlo sapere in giro.

CLAUDIMIRO Figurati, nessuno lo verrà a sapere. E poi puoi sempre dare la colpa a me: sono io che ti ci trascino.

*

Entra Alessandra Contini, saluta il pubblico, prende il basso ed inizia a cantare. Claudimiro si trasforma in una fan dei Backstreet Boys lobotomizzata in un manicomio londinese del XIX secolo: sguardo ebete, occhi fissi, sorriso chimico, struggimento soapoperistico interiore.

*

CLAUDIMIRO Oddio, guardala. No, dico, guardala. E’ perfetta, maledizione, perfetta. E’ così eterea, così delicata, così sorridente e fragile, così sensuale ed ironica, così semplice e magnetica, è così…

FULVIGONE E’ fregna.

CLAUDIMIRO Per l’appunto. Il mio è amore vero. In questi giorni ho realizzato una cosa tremenda: io per lei diventerei monogamo. Sai, uno di quegli esseri dediti alla coppia che vanno a lavoro e tornano a casa felici di trovare una sola donna, che magari ci fanno una tana insieme e smettono di pensare alla molteplicità della fica.

FULVIGONE Sì, ho presente, ne ho sentito parlare.

CLAUDIMIRO E poi sono doppiamente sfigato: l’uomo comune se ne farebbe una ragione: la percepirebbe come personaggio pubblico e di conseguenza come una sorta di entità astratta slegata dal reale. Io, non patendo – e non concependo neppure – lo show business, la vedo come una ragazza normale, come tutte le altre, che avrei potuto incontrare in giro. Come una ragazza normale che suona. Una ragazza normale che suona e non me la dà.

FULVIGONE Già, non ha niente di diverso rispetto a qualsiasi altra ragazza che si trova qui dentro stasera. A parte il fatto che è più fregna.

CLAUDIMIRO Quantomeno concentrare la sofferenza su di lei aiuta a non patire la presenza dell’alto numero di passere da cui siamo circondati in questo momento. Voglio dire: una volta che hai visto lei, tutte le altre passano in secondo piano, non le noti più e smetti di angustiarti al pensiero: “Anche stasera sono venuto a conoscenza dell’esistenza di altre donne che non scoperò”.

FULVIGONE Ogni donna è un ripiego.

CLAUDIMIRO In un sano regime di ayatollah almeno avrei potuto comprarla. Avrei dato al padre i miei onesti otto cammelli ed ora sarei un uomo legalmente felice. E invece no: noi vogliamo fare i fighi, la libertà di qua, i diritti dell’individuo di là, ed ecco il risultato. Lei è libera di non darmela ed io ho il diritto di attaccarmi al cazzo. Bella cosa ‘sta democrazia, sìsì, bel cazzo di capolavoro, complimenti a tutti. Fanculo.

FULVIGONE Beh, potresti sempre istituire la figura del groupie o diventare il suo stalker ufficiale.

CLAUDIMIRO Naturalmente ci sto già pensando. Ma c’è un elemento che mi fa capire che tra me e lei ci sarà sempre una transenna: io devo pagare dieci euro per vederla da lontano.
Che sfiga nascere nella società dello spettacolo dalla parte dello spettatore. Sono un coglione debordiano.
Lo sapevo che non ci dovevo venire. Che insopportabile frustrazione. C’è chi nella vita desidera una marea di cose: viaggi, denaro, salute… Io ne voglio una sola: Alessandra Contini. Poi mi starebbe bene anche una baracca in provincia di Rieti senza muovermi mai, cene a base di scarti della mensa Caritas ed un tumore. E invece niente: scoppio di salute e mi faccio pippe sentimentali.

FULVIGONE Dai, ora non farti rapire dalla poesia. Piuttosto usciamo, che il concerto è finito. Andiamo a cercarci un tavolo fuori, onde coronare il mio sempiterno sogno di sedia.

*

Vengono sommersi dalla calca festante dei professionisti dello svago.

*

FULVIGONE Comincio ad odiare i giovani.

CLAUDIMIRO Questo entusiasmo mendace, questa euforia impropria.

FULVIGONE Ci sono due sedie libere sotto a quel correttore di stagione (=il fungo termico da riscaldamento esterno, N.d.R.)

*

Si siedono. Il cielo stellato sopra di loro, la mortificazione esistenziale dentro di loro

*

CLAUDIMIRO (Guardando le stelle) Pensa: in questo bagliore d’infinito, là fuori, da qualche parte, chissà dove nel mondo, c’è qualcuno che la scopa o l’ha scopata.

FULVIGONE E’ proprio vero che l’universo è denso di misteri inenarrabili.

CLAUDIMIRO Ma proprio uno che si slaccia i pantaloni davanti a lei, estrae il pene e lo inserisce nel suo orifizio principale oppure in quello orale o financo in quello metafisicamente proibito. E lei è contenta di ciò.

FULVIGONE (Metafisico) Deve essere una bella soddisfazione buttarlo al culo a fregne di un certo livello.

CLAUDIMIRO Oh no. No no no. Dannazione, no.

FULVIGONE Che succede???

CLAUDIMIRO Eccola. Sta uscendo e viene da questa parte. Ti prego, fa’ che non si sieda vicino a noi com’è successo la volta scorsa. E’ un dolore insostenibile averla a venti centimetri e dover stare attento anche a non guardarla per non precipitare irrimediabilmente ai suoi occhi nella categoria del fan curioso.

*

Si sistema al tavolo accanto

*

FULVIGONE E te pareva.

CLAUDIMIRO Bene.

FULVIGONE Male.

CLAUDIMIRO Sì, tutto sommato male.

*

Silenzio

*

CLAUDIMIRO Che poi lei magari si starà chiedendo perché non le si avvicina nessuno: “Quando non ero nessuno ero assediata da provoloni ed invece ora tutti hanno un timore reverenziale e restano in un angoletto col pisello tra le gambe”.

FULVIGONE Capirai, è già difficile con la cameriera che è la regina del tavolino, figuriamoci con la cantante che è la regina della serata. Eppure tutti che ti dicono: “Su, provaci, che ti importa, ti diverti”.

CLAUDIMIRO Io non mi diverto a provarci. Io mi diverto a riuscirci.

FULVIGONE Potresti tentare la carta intellettuale.

CLAUDIMIRO Sì, potrei andare lì e dirle: “Hai mai letto Gombrowicz?” “No” “Fa nulla, tanto era solo una scusa per portarti a letto”.

FULVIGONE Beato chi non pena per la fica. Io penso solo a mangiare, scopare e speculare sul senso di tutto questo.

CLAUDIMIRO Già. Se penso a mio padre… Tranquillo e contento con una sola donna in tutta la vita. E per di più mia madre.

FULVIGONE Chissà quand’è che uno smette di pensare alla fica ed a godersi la vita ed indossa i panni del marito lavoratore disinteressato a tutto il resto. Sarei curioso di sapere quali meccanismi scattano, se il processo è immediato ed automatico oppure lento e per gradi. “Alé, alé, usciamo, se scopa, tutta vita”, poi all’improvviso tac, moglie, figli, parenti, weekend fuoriporta, il tutto con una certa soddisfazione.
Io della vecchiaia non temo tanto il decadimento fisico, quanto il dover iniziare a vestirmi da vecchio.

CLAUDIMIRO Non divaghiamo. Qui il problema è uno e grave: Silvio Muccino, in virtù del suo censo, ha più possibilità di me di conquistarla, trovandosi tra pari a qualche festa mondana.

*

Silenzio

*

FULVIGONE Bah, andiamocene. Torniamo quando saremo socialmente più elevati. Non ha senso venire qui da proletari.

*

Escono, incamminandosi per le strade buie della notte deserta

*

FULVIGONE Ecco, servirebbe una cosa simile (indica un manifesto pubblicitario)

*

CORSO DI AUTOSTIMA
di Daniela Moretti
Impara a prendere le decisioni importanti
Fa’ tue le opinioni vincenti
Per avere maggiore fiducia in se stessi e sprigionare sicurezza
Per essere più convincente ed efficace sul lavoro e nella vita privata
Prime tre lezioni gratuite
*

CLAUDIMIRO Io mi sento più in linea con quest’altro (indica il cartellone a fianco)

*

CORSO DI MALINCONIA
di Alberto Dureri
Impara a patire il nonsenso del tutto
Avverti la vacuità dell’esistenza
Deprimiti nel tedio
Apprendi tutte le tecniche più innovative di scoramento e resa
Disperazione in omaggio

*

Silenzio

*

CLAUDIMIRO Ed ho anche un’irritazione al glande.

FULVIGONE Allora non crucciarti: metti che ti fossi avvicinato, avessi iniziato a parlarci, lei fosse rimasta colpita, fosse scattato il colpo di fulmine, foste state presi dal turbine della passione, lei ti avesse invitato a salire in camera sua e ti fosse saltata addosso, tu non avresti potuto farci sesso.

CLAUDIMIRO Cavolo, vero. Tutta colpa di quest’irritazione al glande! Altrimenti ce l’avrei fatta.

FULVIGONE Che sfiga.

CLAUDIMIRO Già.

*

Arriva l’autobus notturno con il suo carico di barboni ronfanti


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Amore di nonna

Posted by sdrammaturgo su 26 dicembre 2008

Sottotitolo: Non è un caso se si chiama nonnismo.


Di mamma ce n’è una sola. Di nonne invece ce ne sono talvolta anche due.
L’amore è raddoppiato, l’incremento di affetto è notevole.
Qualche anno fa è morta mia nonna materna. Donna pia (ma pia forte), non si è mai persa una messa, un rosario, un vespro, una novena. Una vera professionista del triduo, una stakanovista dell’orazione, una recordwoman dell’angelus. Tutti i giorni in chiesa, seguendo pedissequamente ogni dettame cattolico, chiedendo sovente la consulenza del frate per non correre il rischio di commettere qualche peccato nascosto nel condimento troppo arrogante dei rigatoni. Mai una parola fuori posto, nessun moto che potesse sembrare vagamente superbo, mai una maldicenza, mai una presa di posizione. Tutta votata a mitezza, umiltà, passività totale, dedita solo al Signore ed alla famiglia, di un’ingenuità disarmante. E’ morta senza credere all’esistenza del fax. Eh, santa donna. A quest’ora si sarà già resa conto della fregatura.
Chi è ancora ben in salute è invece mia nonna paterna: smaliziata, una che sa come va il mondo, donna di carattere, un tipo giovanile (perlomeno rispetto alle matriarche della prima colonia fenicia).
Ah, quanto le devo! Quanta dolcezza, quanta tenerezza, quanto orgoglio ha sempre dimostrato nei miei confronti fin da piccolo! Come quella volta in cui, bambino, me ne stavo con il mio ruspantissimo amico Fiore ad analizzare e commentare l’orto della pòra Ada. “Oh, ha piantato dieci finocchi, sono tanti!”, dissi. “Macché, so’ pochi”, corresse prontamente il mio rustico ed esperto sodale. Amorevolmente, intervenne mia nonna a stabilire una volta per tutte la verità: “C’ha ragione Fiore: so’ pochi, lui sì che ce capisce, tu che ne voj sape’?”.
E poi, crescendo, quando si avvicinava l’età per prendere il motorino, lei era lì, pronta a rassicurarmi: “Nonna, vado a fare un giretto con il Dingo del nonno, tanto sono capace” “Ma quando mai, nun sei bbono”.
E più maturavo io, più aumentavano il suo calore umano e la sua stima per il suo diletto nipote. Una volta, approssimandosi gli anni della ragione, stavo conversando con un paio di amici sui segreti della giovinezza: “Sento che è come se non fossi mai stato adolescente, come se fossi passato immediatamente dalla preadolescenza all’età adulta”. Subito mi fece eco lei, la mia cara ava: “Ma quale omo, che sei un regazzino, sei”.
Finché arrivò anche il momento del primo amore: i diciotto anni, e con essi, la mia prima vera fidanzata. Alta, bella, magra e soprattutto figlia di dottore: a mia nonna capitò di conoscerla e non le parve vero. “Tienitela stretta, che a te quando te ricapita?”.
Così pure quando tre mie amiche particolarmente avvenenti, eleganti ed intelligenti vennero a passare un fine settimana con me nel mio paese d’origine: mia nonna le vide e volle subito mostrare la propria sterminata ammirazione verso di me (della quale peraltro non aveva mai fatto mistero): “Ma pensa un po’… Mica pensavo che tu ci potessi avere amiche così belle”.
Oh, che preziosa cosa è stata il suo prendere sempre sul serio le mie idee, i miei pensieri, i miei valori! “Io non mangio carne, né alcun altro cibo di origine animale, poiché sono nemico della violenza, nutro uno sconfinato rispetto per l’alterità, sogno un mondo in cui l’etica prevalga sull’egoismo e l’avidità!” “D’altronde è l’età, ‘ste fissazioni so’ normali, voj esse a la moda. Bah, te passerà”.
Come dimenticare il suo ritenermi un gioiello, il migliore, unico? “Il nipote de la Rita ha fatto ingegneria, s’è laureato, è bravo tanto, mo’ lavora, guadagna bene… Mah, pure tu qualche cosa nella vita la combinerai…”. Fiducia che rinnovò (semmai ce ne fosse stato bisogno) sentendo parlare dei miei successi universitari: “Insomma dice che studi, dai l’esami, piji trenta… Mah, sarà vero…”.
Nonnina, nonnina mia, come sei buona, con quei tuoi sguardi affettuosamente rassegnati allorché mi dici: “Ma che farai là pe’ Roma… Pensa a fatte una posizione sociale, datte da fa’, dacce qualche soddisfazione”; quei tuoi insegnamenti così dignitosi, tipo: “Quando conosci uno potente, staje appresso, fatte vedé che ce sei sempre, portaje la borsa, passa avanti a quell’altri, che tanto per te nun ce pensa nessuno”; quella tua costante espressione delicatamente dubbiosa, quel tuo discreto scuotere la testa sconfortata come di chi crede profondamente in chi ha davanti.
Nonnina, nonnina mia, io ti guardo, ti vedo ancora così tanto vispa, arzilla, attenta e mi dico che ciò che conta è che sei ancora viva. Li mortacci tua.

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Destino orbo

Posted by sdrammaturgo su 17 agosto 2008

Sottotitolo: La sorte ti insegue e ti tira giù i pantaloni

Sotto-sottotitolo: Cronaca di un’agonia burlona

E’ la notte tra il sedici ed il diciassette agosto, è sabato, domani sarà domenica (anzi, è già domenica, e si sente), dunque sei nel bel mezzo del tanto temuto ponte di Ferragosto.
Sei chiuso nella tua stanza seminterrata, con qualche sporadico spione che butta l’occhio quando passa davanti alla tua finestra. Nessuno resiste, così il pegno che devi pagare all’afa è mostrarti a chiunque abbrutito ed in mutande alla scrivania per non dover tappare le serrande.
Passi l’estate in città, per vari motivi: non hai il becco di un quattrino per andartene altrove, ma ti illudi che si tratta della tua mancanza d’entusiasmo che ti fa provare orrore per il concetto stesso di vacanza. “Non sono povero, è lo spleen”, ti convinci.
Dai tuoi, la tua autonomia finisce dopo appena due giorni. Cessata la flebile sopportazione, cominci a rivalutare parricidio e matricidio. Inoltre il punching-ball in piazza per la sagra paesana ti fa provare un’insana invidia per i malati terminali di sclerosi multipla, quindi no, non è il caso, meglio tornare a casa, nella metropoli incandescente e desolata.
Masturbarti davanti ad un porno con disabili sarebbe l’unico modo per dare una svolta a questa serata. E lo fai.
Poi, improvvisamente, ti si spalanca una voragine allo stomaco. Fame, incontenibile, insostenibile fame. In frigo non hai nulla, ché sei rientrato solo oggi dopo due giorni di rustico ritorno alle origini nella terra natale.
“Va be’, aspetto che apra il fornaio dietro casa”. Ma è mezzanotte ed il panificio apre alle due. Due ore: chi ce la fa a resistere ben due ore ad una simile fame? “Merda, domani è domenica: il forno resta chiuso”. Problema risolto. Ti balena l’idea che per risolvere la crisi alimentare nel Darfur sarebbe sufficiente un calendario di sole domeniche o, in alternativa, una pestilenza. Domani lo proporrai al comitato che assegna il Nobel per la Pace, decidi. Ma ora bisogna pensare a questioni ben più serie, tipo come raggiungere il kebabbaro di San Lorenzo senza fatica per fare incetta di felafel. Non hai la macchina, non hai il motorino, non hai la bici né il monopattino e non ci sono notturni comodi. Ti guardi i piedi e bestemmi.
“Un mezzo privato costa troppo e poi non voglio essere l’ennesimo cittadino che pompa CO2 nell’aria e bla bla bla”. “Non sono povero, sono ecologista”, ti dici.
Indossi al volo le prime cose che ti capitano in mano: calzoni da lavoro, maglietta verdona inguardabile che usi per stare in casa e scarpe da ginnastica con cui vai a correre. E via, verso la forzata marcia notturna.
Per le strade non c’è un’anima. Pure i barboni sono in villeggiatura e ridono di te mentre si fanno massaggiare la schiena dalle cinesi in spiaggia.
Due chilometri a fette attraverso una desertificazione urbana in cui i lumini del Verano sembrano luci stroboscopiche.
Arrivi sudato a destinazione e scopri l’imponderabile: il tuo kebabbaro di fiducia è chiuso. Chiuso, esattamente. Non ti aveva mai tradito: gli stakanovisti che lo gestiscono condiscono riso anche sotto un bombardamento, ma stanotte, questa stramaledetta notte del ponte di Ferragosto, hanno deciso che basta, ci si va a divertire alla faccia tua.
Subito un interrogativo ti attanaglia: “Ma dove cazzo deve andare in vacanza quel panzone occhialuto siriano? Se dicesi orizzonte la linea apparente che delimita il raggio visuale di un luogo, per lui dicesi orizzonte la linea apparente posta mezzo metro davanti al bancone”.
E te lo immagini spaparanzato su una spiaggia caraibica (che poi al massimo sarà Torvajanica, ma nei tuoi incubi vigili ha l’aspetto di Panama) attorniato da modelle in topless che friggono felafel per lui in riva al mare indossando magliette con impressa la tua faccia.
E sai già che quando riaprirà e tu tornerai inesorabilmente a nutrirti della tua droga, lui ti guarderà dall’alto in basso poiché saprà benissimo che in quella bollente e vuota notte tra il sedici ed il diciassette agosto, mentre lui si godeva il sole e la fica, tu avevi strisciato ad elemosinare un rotolo medio con patate piccanti, zucchine e cetrioli.
In cuor tuo ne sei cosciente, proprio come in cuor suo egli ne sarà cosciente e quando i vostri sguardi si incroceranno di nuovo, non avrai neppure la forza ed il coraggio di chiedere “poco piccante, per favore” e sarai costretto a mangiare ceci con la lava.
Intanto, sei grondante, malvestito, incazzato e sempre più affamato.
Con orrore, vieni a conoscenza del fatto che persino gli altri due kebabbari di ripiego sono chiusi. Mentre cerchi di non lasciarti traumatizzare dalle tue immagini mentali gremite di kebabbari che bisbocciano a Santo Domingo indossando una maglietta con la tua faccia, noti che in lontananza la rosticceria delle piene emergenze non delude mai.
Si tratta di una pizzeria al taglio malmessa e malfamata che più malmessa e malfamata non si può. Fatiscente, sporca, mal frequentata: ti specchi in una vetrina, osservi come sei conciato e capisci che fa perfettamente al caso tuo. E’ la rosticceria ideale per chi si aggira di notte come un disperato nel quartiere che ad agosto viene abbandonato pure dalle blatte.
Entri, ordini, prendi una bibita.
Adesso ti stai saziando, hai la quiete dentro e tutt’intorno a te. Ti senti quasi bene e sollevato.
E allora perché, perché, perché mentre stai curvo e scomposto con la bocca sporca di pizza al pomodoro a scolare una bottiglia da mezzo litro di chinotto, abbigliato come un profugo in un locale di infimo ordine, perché, perché cazzo proprio in quel momento devono entrare tre ragazze carinissime?
Speri quantomeno che non ti notino, ma è impossibile: ci sei solo tu, lassù in quell’angoletto, solo come un tubero in un tavolo da otto.
Ti guardano e sai benissimo che stanno pensando: “Poverino”.
Ti sbrighi a finire, ingozzandoti e pagando in fretta. “Non guardatemi, non guardatemi! Io non sono così, non sono così!” vorresti gridare, ma hai del prezzemolo in mezzo ai denti.
A passo svelto raggiungi la fermata del notturno, ma non passa mai, così capisci che è meglio rassegnarsi e proseguire a piedi.
Ed è proprio quando sei abbastanza lontano dalla fermata che vedi sfrecciare il 2 notturno, il dannato 2 notturno, il fottutissimo 2 notturno.
Altri due chilometri a scarpinare, stavolta con pizza e chinotto sullo stomaco.
Finalmente sei di nuovo a casa. La miscela esplosiva di carboidrati conditi ed agrume gasato si fa subito sentire: imperativo categorico, cacare, fortissimamente cacare.
Ti siedi sulla tazza ed il perno in plastica del sedile cede sotto le tue scoregge. Lo devi sostituire. Fortuna che hai il pezzo di ricambio nel ripostiglio: almeno una cacata comoda non ti sarà negata. Basta che trattieni ancora un po’. Resisti, ed il candore delle mutande ne risente.
Così ti ritrovi alle tre di notte a maneggiare con la tavoletta del cesso.
Alzi gli occhi al cielo ed esclami silenziosamente: “Dio, io non piaccio a te e tu non piaci a me, ma io non te l’ho mai fatto pesare”.
Impari alfine una grande verità: agosto è il mese più freddo dell’anno, specialmente in Antartide.

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Le rimembranze scomode, o del primo amore e delle ultime verità

Posted by sdrammaturgo su 3 agosto 2008

Sottotitolo: La verità, vi prego, sull’amore, risparmiatemela

Sotto-sottotitolo: Verranno a chiederti del nostro amore. Tu nega

Titolo sottomesso: Beauty is Truth, Truth Not

Titolo ultima ruota del carro: Il Vero è nemico del Poetico

*
Ah, il primo amore. Quanta gioia, quanto entusiasmo, quanto mistero. E quant’è bello se poi si rimane amici con la persona che per prima ha fatto breccia nei tuoi sentimenti, scoprendo insieme a te i segreti silenziosi dei palpiti, il trasporto tumultuoso della passione.
Può capitare così di ritrovarsi una calda sera d’agosto a ricordare i bei tempi andati, amanti ieri, fraterni amici oggi, e sorridere quasi commossi del primo reciproco ratto del cuore.
E la memoria corre, malinconicamente serena e paga, ad inseguir gl’istanti perduti che ancora ardono conservati nel petto. E si ride insieme, come allora, diversi da allora, ripercorrendo la rotta dei passati sguardi e tentennamenti ed abbandoni, ad intrecciar parole nuove e antiche ove un tempo si intrecciavan mani e lingue ed esitazioni.
E ci si lascia andare ad un felice rimembrar l’adolescenza, persi tra poesia bambina e calore adulto.

*

LEI Eri così carino a quindici anni…Mi piacevi davvero da impazzire. Ricordi il nostro primo bacio? La vacanza-studio, quell’albergo a Londra…Eri così timido e sensibile…Mi baciasti e scappasti via.

IO No, è che mi ero sborrato nelle mutande.

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Allegoria della mia vita

Posted by sdrammaturgo su 1 agosto 2008

Ieri sera, mentre stavo parcheggiando in salita la mia scassatissima Uno 45 quattro marce (no, ha vent’anni e passa, quindi non ha nemmeno la quinta), la macchina ha deciso di abbandonarmi spegnendosi irrimediabilmente quando ancora era per metà in mezzo alla strada.
In quel momento è passato un mio vicino di casa, due anni meno di me, altissimo, biondissimo, fighissimo, accompagnato dalla ragazza, trentenne, di una bellezza folgorante.
Offrendosi prontamente e gentilissimamente di darmi una mano, si è messo al volante della mia archeologica automobile per aiutarmi a toglierla quantomeno dalla corsia, mentre io la spingevo su per una pendenza degna della cima Coppi coadiuvato dal mio amico provvidenzialmente sopraggiunto nel frattempo.
Il tutto è avvenuto sotto lo sguardo compassionevole della super passera, i cui occhi erano pieni d’orgoglio per il proprio munifico fidanzato dalla fluente chioma ed il sorriso cristallino, tanto prodigo da abbassarsi a soccorrere un calvo sudato e malvestito che non poteva permettersi neppure una vettura funzionante.
Mentre io, ringraziando doverosamente, chiudevo la portiera al mio trabiccolo, l’efebo altruista si allontanava con la propria donna fuoriserie.

Non sono io ad avere un gran senso dell’umorismo: è la mia esistenza ad averne in esubero.

*

Appendice – Gargarisma dell’estate

“E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago piuttosto che gli venga in mente di tentare”.

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Dello scrostare la merda e di altre delizie

Posted by sdrammaturgo su 7 giugno 2008

Sottotitolo: pedissequamente tratto da una storia vera che non sarà un granché ma è pur sempre meglio di un aneddoto a caso di un ingegnere qualsiasi.

Sottosottotitolo: Eugène Ionesco non era nessuno. Ma siccome due negazioni affermano, allora l’autore dello scritto ci sta dicendo – non volendo e quindi errando (errare nel senso di sbagliare, non nel senso di vagare, vagabondare. Bisogna essere precisi) – che Eugène Ionesco era qualcuno. In tal caso però va smarrito tutto il senso con cui l’autore intendeva la frase. Dunque sarebbe stato più opportuno scrivere “Eugène Ionesco era nessuno”. Eppure anche questa forma avrebbe dato adito a più di un equivoco, visti il suo carattere suggestivo-evocativo ed il suo rimando all’episodio di Ulisse e Polifemo. La riflessione si fa perciò sempre più spinosa…Anzi no, colpo di scena: la visione di un lettore energumeno che brandisce un pensionato a mo’ di mazza – visibilmente contrariato da prolissi arrovellamenti (l’energumeno, non il pensionato. Per quanto pure il pensionato non sembri una pasqua, ma per altri evidenti motivi, ai quali si aggiunge la morte incombente e l’impotenza senile) – convince l’autore ad interrompere qui il sottosottotitolo.

*

Interno giorno. Negozio di forniture idrauliche

STUDENTE SPIANTATO Salve, avrei bisogno di una tavoletta per il wc e di uno scopettino per la tazza. Ovviamente di entrambe le cose mi dia i pezzi che costano meno.

COMMESSO Ecco il sedile per il water. Ora le prendo lo scopettino.

STUDENTE SPERANZOSO Grazie mille.

COMMESSO Ed ecco lo scopettino. Lo guardi e mi dica se le piace.

STUDENTE SPIAZZATO Eh?! Ah…uh…uhm..ehm…sìsì, per carità, ne riconosco l’indubbio valore estetico. Quant’è?

COMMESSO Trentacinque euro.

STUDENTE SCONCERTATO Leggo che la tavoletta costa venti euro. Dunque lo scopettino viene quindici euro. Non avrebbe qualcosa da ancora meno?

COMMESSO No no, ad un prezzo inferiore è impossibile. E comunque si tratta di un ottimo prodotto.

STUDENTE SPAESATO Di sicuro è un pezzo di alta qualità, si vede ad occhio nudo, ma sa, per l’uso che devo farne, mi va bene anche uno scopettino meno pregiato.

*

E così ho scoperto che esiste tutta una branca di studi artistico-filosofici sull’Estetica delle Spazzolette per Grattare la Merda.

Immagino già il mondo in una nuova ottica alla luce del trionfo e della gloria degli scopettini per scrostare la merda. “Caro, guarda che bello quello scopettino per scrostare la merda! Ne ho sempre sognato uno così!”; “I tuoi capelli sono così belli che mi ricordano una spazzoletta per grattare la merda”; “Inaugurata oggi l’attesissima mostra Lo scopettino per scrostare la merda nei secoli. Attrazione principale dell’esposizione saranno gli scopettini disegnati da Benvenuto Cellini, il primo dei grandi progettisti di spazzolette del cesso a capire che raschiare forsennatamente mentre ancora sta scorrendo l’acqua dello sciacquone è l’unico modo per non far rimanere la merda appiccicata alle setole”.

D’un subito sono volato con la mente a quella volta in cui mi serviva un mobiletto/piano d’appoggio per la cucina.

*

STUDENTE SQUATTRINATO Quanto viene quel mobiletto verde?

COMMESSO Cinque euro. Questo rosso invece otto, perché è più bello.

STUDENTE SORPRESO Ma su che base lei afferma che questo è più bello? Sono praticamente uguali. Cambiano solo il colore ed i manici.

COMMESSO Eh, ma questo è più bello.

STUDENTE SMARRITO Va bene, mi dia quello più brutto.

*

Conclusione: ho dei calzascarpe magnifici.

*

*

Post scriptum totalmente, completamente, perfettamente, assolutamente, aggiungetepurealtrisinonimamente fuori tema rispetto al tenore delle precedenti dissestazioni (neologismo parodico di dissertazione desunto per estensione da dissesto, dissestare. Acuto, no? Eh, se si potesse ottenere vulva in questa maniera…).

Sottotitolo del post scriptum inutile: ostrica di saggezza del giorno.

*

Molte darkettone, quelle più fissate con il BDSM, la sottomissione, il dolore nel sesso, la dominazione, la vessazione ed il sangue, credono di desiderare Trent Reznor, ma non sanno che il loro uomo ideale è il mio meccanico.

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