Beati i poveri, perché moriranno prima

Con gli occhi del cittadino medio in strada

Posted by sdrammaturgo su 12 giugno 2012

Normale                       Scandaloso

   

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Normale                       Scandaloso

   

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Normale                      Scandaloso

 

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Ricordo di un cosmologo

Posted by sdrammaturgo su 23 aprile 2012

Transumanzar significar per verba
non si poria.

DANTE IL MANDRIANO

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Non è facile scrivere il necrologio di uno dei più importanti scienziati del secolo scorso e dell’attuale, se si sta in piedi su una gamba sola con un braccio legato dietro alla schiena e la tastiera in equilibrio sull’altro ginocchio sollevato. Per questo per farlo mi siederò alla scrivania.
L’astrofisico e cosmologo Ruperto Monaldo Solinghi è morto ieri. O, come avrebbe detto egli stesso, le particelle che lo componevano hanno smesso di andare ai pranzi coi parenti. È stato uno dei grandi personaggi dimenticati del Novecento. Non ne hanno parlato i giornali, non ne ha parlato la televisione, probabilmente non ne parleranno le riviste di settore. Se n’è andato nel silenzio di una società che ha perso la bussola e l’ha sostituita con il navigatore satellitare. È doveroso dunque ricordare chi fosse alle giovani generazioni che non lo hanno mai conosciuto e soprattutto alle vecchie che colpevolmente lo hanno fatto precipitare in un ingiustificabile oblio. È doveroso rendere il giusto omaggio ad una figura che ha profondamente segnato gran parte delle ore 14.32 del 12 ottobre 1986 nel proprio condominio.
Ruperto Monaldo Solinghi nacque da qualche parte nell’universo – poiché, come era solito sostenere, nell’infinito un posto vale l’altro – in un momento a caso – o sarebbe meglio dire un non-momento a caso, dacché, stando alle conclusioni a cui i suoi studi lo avevano condotto, il tempo è una convenzione arbitraria che serve a non far scuocere la pasta.
Passò un’infanzia, cosa che non lo fece sentire poi così speciale, se non rispetto ai feti abortiti o agli individui morti da piccoli. Se la cavò anche con la giovinezza e la maturità, e ciò gli permise di arrivare vivo alla vecchiaia. In età avanzata avrebbe ricordato quei periodi passati come esistenza trascorsa.
Genio precoce della matematica, la sua prima scoperta di una certa rilevanza risale già all’adolescenza, quando si accorse che il numero dei propri anni era inferiore a quelli che avrebbe avuto in vecchiaia.
Iniziò presto ad interessarsi di astronomia, poiché gli consentiva di stare sdraiato a non fare nulla. Grande sportivo dell’inattività fisica, era un agonista della paralisi. Amava il brivido della lentezza, l’ebbrezza della stasi, il rombo dell’immoto. Appassionato di autoimmobilismo, conosceva tutte le tecniche per costringersi all’inazione.
Fu anche per questo che rimase molto colpito dal pensiero di Kant e Schopenhauer, i due filosofi che forse influenzarono di più il suo pensiero. Celebre rimase la sua lezione sui concetti di fenomeno e noumeno: «Il fatto che quella che noi chiamiamo realtà sia solo apparenza ingannevole e che la realtà vera sia inconoscibile, ci risparmia un sacco di fatica. Quindi smettiamola di arrovellarci su questioni che sono solo frutto della nostra percezione fallace e andiamo a guardare la partita.»
Le prime ricerche a dargli una certa notorietà accademica furono quelle in fisica sulla caduta dei gravi: «Se gettiamo da una torre un sasso e una piuma in assenza di attrito, i due oggetti cadranno alla stessa velocità, ma chi sta sotto preferirà la piuma.»
Nello stesso periodo si dedicò allo studio di Newton, del quale curò una nuova edizione dell’Epistolario contenente la famosa lettera a William Stukeley dove è enunciata la prima formulazione della legge di gravitazione universale, il cui ritrovamento si deve proprio al Solinghi: «Qualsiasi oggetto dell’universo attrae ogni altro oggetto con una forza diretta lungo la linea che congiunge i baricentri dei due oggetti, di intensità direttamente proporzionale al prodotto delle loro masse e inversamente proporzionale al quadrato della loro distanza. Quindi di’ a tua moglie di non mettere più i vasi in bilico sul davanzale.»
Ben presto però ad Isaac Newton preferì Helmut Newton, perché, a suo dire, aveva capito meno dell’universo ma aveva capito di più della vita.
Convinto assertore del microcosmo come specchio o per meglio dire miniatura del macrocosmo, comprese che ogni minimo evento fisico è soggetto alle medesime leggi che regolano quelli di portata planetaria, cosmica e universale, e viceversa; onde per cui, facendo leva sul metodo osservativo del quotidiano, espose la Teoria della Gravità dell’Addensamento Caotico: «I pianeti girano intorno al Sole perché non trovano parcheggio.»
Furono proprio le ricerche sul sistema solare a portare a risultati sorprendenti, permettendogli di capire che su Mercurio i tempi di cottura sono più brevi.
Spirito non addomesticabile, la comunità scientifica cominciò ad interessarsi a lui, senza però mai accettarlo davvero. D’altronde i suoi studi avevano una portata rivoluzionaria non facile da far digerire agli ambienti conservatori della scienza ufficiale. È lui infatti il fondatore dell’Astrofisica Olfattiva, disciplina innovativa che impose all’attenzione dei colleghi e con la quale si propose di esplorare quello che riteneva essere un aspetto necessario eppure trascurato nella conoscenza del Cosmo: l’odore dei corpi celesti. Si trattava di un’esigenza secondo lui troppo a lungo sottovalutata che reclamava una risposta, e una prima risposta la fornì dando alle stampe Urano puzza.
Il trattato venne accolto tiepidamente. Erano quelli gli anni dei primi timidi accenni della Teoria delle Stringhe, durante i quali il sogno di Einstein di una Teoria del Tutto che trovasse un nesso tra la sua Teoria della Relatività, la gravità newtoniana e la meccanica quantistica prese a sembrare plausibile.
Ruperto Monaldo Solinghi oppose alla Teoria del Tutto la Teoria del Qualche Cosa e subito dopo enunciò la Teoria dell’Ordine: «Se le stelle, i pianeti e le galassie si dispongono in un ordine preciso, è più facile ritrovarli.»
Smentì Einstein, tanto non poteva ribattere, essendo morto da un pezzo.
Si concentrò quindi proprio sugli studi del padre della relatività, occupandosi in particolar modo della velocità della luce, sulla cui questione sentenziò: «Se fossimo in grado di viaggiare alla velocità della luce, dovremmo aspettare un sacco prima che arrivino gli altri.»
Avendo la meccanica quantistica introdotto nel rigido mondo della fisica le nozioni di casoprobabilità, ne dedusse che il migliore strumento di indagine del reale fosse la tombola.
Gli sviluppi della Teoria delle Stringhe segnarono uno spartiacque non solo nella storia della cosmologia, ma anche nel pensiero di Solinghi.
Dopo la formulazione della M-theory, per cui non si può più parlare di universo, bensì di multiverso, come un filone di pane in cui ogni fetta è una brana che racchiude un universo, teorizzò che fosse possibile lanciare marmellata ovunque.
La M-theory era giunta a conclusioni sconvolgenti: esistono undici dimensioni e infiniti universi paralleli. E fu proprio a partire da questa ipotesi che nacque l’Astrofisica Polifunzionale Applicata di Ruperto Monaldo Solinghi, il quale intuì che la possibilità di spostarsi tra universi paralleli attraverso un ponte Einstein-Rosen che aprisse un varco nell’iperspazio potesse avere sbocchi pratici. Egli affermò: «Se una non te la dà, puoi provare nell’universo parallelo. Ma se al settimo universo parallelo ancora non c’è verso, è il caso di fare un po’ d’autocritica.»
«Le cose bisogna prenderle per l’universo giusto», soleva ripetere.
Fu questo il culmine dell’opera solinghiana.
La sua vita privata è meno nota. Se ne sa poco o nulla. Si sa però che per tutta la vita amò non ricambiato la stessa donna, Salcia Doresi, la famosa artista della corrente del Business-Pop che faceva delle bare e poi le vendeva alle famiglie di persone che morivano.
Pare che nel vano tentativo di conquistarla, Ruperto Monaldo Solinghi si propose addirittura di dimostrare la propria virilità malmenando Mike Tyson e umiliando intellettualmente Stephen Hawking. Ma, non digiuno dell’utilitarismo di Bentham e del pragmatismo di William James, trovò più conveniente fare l’inverso.
Invero aveva già avuto la meglio tempo prima in un’accesa discussione con Stephen Hawking, sfrenandogli la carrozzella in discesa.
Questo ci rimane di questa mente enciclopedica con i volumi incompleti qual è stato Ruperto Monaldo Solinghi: un fondamentale contributo al sapere umano e la testimonianza di una saggezza che seppe fare di una vita per la scienza una scienza del vivere.
Servano queste poche parole a futura memoria e siano da monito all’umanità ingrata, che da un grande uomo ha ricevuto un’inestimabile ricchezza e lo ha lasciato morire in povertà.
Com’ebbe a dire: «Che beffa: l’universo è infinito, e con i soldi che ho posso arrivare al massimo a Pordenone.»

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Bibliografia

Ruperto Monaldo Solinghi non amava scrivere. Per questo dettava le opere ai suoi allievi. Più che altro si trattava di canovacci da seguire. Questo l’elenco completo delle pubblicazioni.

Scritti giovanili, Analfabeta Centauri

Scritti maturi, Analfabeta Centauri

Scritti anziani, Analfabeta Centauri

Scritti agonici, Analfabeta Centauri

Scritti postumi pubblicati prima della morte per avvantaggiarsi, Analfabeta Centauri

101 ricette da fare nell’iperspazio, Pianeta Rosso

Guida turistica di Giove (sia il pianeta che il paese in Umbria), Sindrome di Touring

Guida turistica di Nettuno (solo il paese in provincia di Roma), Sindrome di Touring

Urano puzza – Introduzione all’Astrofisica Olfattiva, Arnoldo Schwarzenegger Editore

Progetto per il ponte Einstein-Rosen sullo Stretto di Orione, Ed. Gein

Shopping nella cromosfera, Kinsella-Armstrong

Che cos’è l’Astrofisica Polifunzionale Applicata, UTERET
– Vol. 1 Rimorchiare negli universi paralleli
– Vol. 2 Le 11 dimensioni del tessuto spaziotemporale: come umiliare chi va a vedere film in 3D
– Vol. 3 Sottrarsi alle rimpatriate con la scusa dei buchi neri

Stephen Hawking spastico di merda, Cesso dell’Autogrill

Equazioni sotto l’ombrellone, La settimana quantistica

Oroscopo 2012, Edizioni del Dipartimento di Fisica Astrologica dell’Università di Yaxchilán
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Scritti su Ruperto Monaldo Solinghi

Crovello Cispugna, La Cosmologia da Copernico a Ed Witten saltando Ruperto Monaldo Solinghi, Infamitas

Gianclaudio Vincenzi, Manuale di astrofisica pleonastica, Pietro Scheggiato Press

Michele Fioruzzi, Il mio compagno di banco, Tema

Nicola Robba, Ingiunzione di Pagamento, Cravattalia

Luigio Luigi Concelli, Sfratto esecutivo, Atti del Tribunale

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Appendice

Grandi personaggi dimenticati del XX secolo

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Paolo Pila, il primo barista a disegnare il cuore nella schiuma del cappuccino e il primo a perdere dei clienti per questo.

Sal Warner, ideatore del primo multisala ad una sala sola.

Alfred Thomasson, lo scienziato che ha scoperto che il morbo di Alzheimer può essere una fonte di energia pulita: è sufficiente dare fuoco agli anziani.

John Smith, inventore della stufa a bandiere statunitensi per i paesi arabi.

Branislav Djukojevic, sosia di se stesso.

Emilio Vallespiedi detto il Cuccagna, l’uomo con il pene più lungo della Storia che veniva studiato sui libri di ornitologia.

Gauslino Monaco, produttore di conserve a corta scadenza.

Pierre Gustave Ripierre, l’erborista che ha prodotto le creme agli oli trascurabili.

Armando Gonzalez, entrato nel Guinness dei primati come l’uomo meno interessato al Guinness dei primati.

Bino Paoletti, inventore del ciclicio, la bicicletta per cattolici penitenti che dà l’effetto Cima Coppi anche in discesa e il sellino ti scortica il perineo.

Amelia Rufus Taylor, fondatrice della Fiera dei Fieri, in cui si incontravano le persone più orgogliose del mondo, la cui organizzatrice era fiera della fiera. Venne fatto un tentativo anche con la Fiera delle Fiere, ma finì con un leopardo che sbranò una partecipante tutta d’un pezzo (e dunque pesantemente malformata).

Antonio Mastrogiuseppe, membro del Comitato Olimpico che propose per le gare di tiro con l’arco storico di sostituire i noti bersagli a forma di animali con quelli a forma di minoranze etniche.

Ivan Durant, campione di sport postremi, come il Bungee jumping senza bungee, il Paraplegipendio o la Roulette russa con sei colpi.

Aleandra Maryana Bernadova, spogliarellista per non vedenti.

Armin Andreas Von Rotenburg, degustatore di sommelier, cannibale dal palato fino.

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Cunnus dolor est

Posted by sdrammaturgo su 16 aprile 2012

Assioma di Gianvincenzo Claudini:

Dato un insieme X di elementi incongruenti diretti
in moto uniforme da un punto A a un punto B approssimativo,
la più figa sarà la prima ad andarsene.

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Può capitare che un esemplare di umano maschio etero si ritrovi una sera in un gruppo di sole donne, amiche e colleghe della propria amica d’infanzia.
Tra di loro c’è lei, l’amica d’infanzia dell’amica d’infanzia: molto abbiente, di famiglia facoltosa, giovanissima artista in ascesa che vive tra Roma e New York e ha già esposto alla Biennale, culo antigravitazionale, poppe monumentali, labbra che impongono all’immaginazione una raffica di fellatio frenetiche, antico sogno erotico del soggetto maschio etero in questione.
Ella è indiscutibilmente la più figa del branco.
«Vieni con noi in pizzeria?»
«Grazie, ma preferisco andare dalla gente che conta»
Deve raggiungere una congrega di pari rango in un locale lussuoso tra cui c’è un tale che sai, è stato così carino a curare il mio catalogo, dai, venite anche voi con me, tanto ce li avete venticinque euro per un bicchiere di gassosa, no?
Cioè, non è che deve, ma è meglio.
Se sei bella, ricca e in carriera, la legge di natura vuole che tu non possa stare allo stesso tavolo a cui siedo anche io: sarebbe per te uno svilimento sociale.
Senza contare che è anche alta ed io sono basso, ed etologia vuole che una figa alta tenda a non trombare con un uomo più basso di lei. È una questione di prestigio.
Se sei basso, devi riempire con qualità umane ed intellettive quei quindici centimetri mancanti per fare in modo che il suo Super-Io trovi valide giustificazioni per quel pompino.
Ma se lei è pure una donna di successo, non basta neanche quello: o la superi nella scala sociale, o niente, nemmeno se sei membro del Mensa. E a dire il vero ho sempre pensato che l’unico criterio di selezione per essere ammessi al Mensa dovrebbe essere quello di non voler entrare a far parte del Mensa. Un club degli intelligenti non mi pare una cosa intelligente.
D’altronde uomini e donne hanno esigenze diverse.
La differenza tra uomo e donna è che l’uomo dà la droga per avere la figa, la donna dà la figa per avere la droga.

Dovrebbe essere illegale essere così figa in pubblico. Se esci e la dai a tutti quelli che te la chiedono, mi sta bene. Altrimenti stai a casa. Non puoi venire a suscitare impunemente a dei pover’uomini una mole insostenibile di brame destinate a rimanere insoddisfatte.
Mica devi scopare con tutti lo stesso giorno, eh, ci mancherebbe. Sarebbe impossibile. Va bene anche un registro di prenotazioni.
«Vediamo vediamo… Il 25 agosto 2028 va bene?»
«Alla grande!»
Ti concedo perfino di fare della selezione. Capisco bene che non puoi darla proprio a tutti-tutti. Niente sporchi, fetidi, orribili. Quindi a me puoi darla, che diamine.
Come ci insegnano Epicuro e Siddharta Gautama, il desiderio è fonte di sofferenza. La figa è fonte di desiderio. Dunque la figa è fonte di sofferenza. Quindi se esci causandomi turbamento gratuito, sei sadica. Pertanto ti odio. Odio tutte le donne di bell’aspetto che si frappongono tra l’orizzonte e la mia vista e non me la danno.
Le donne ignorano che condanna sia il testosterone.
Tu esci e sei tutto tranquillo. Vai a fare due passi e la vita ti sorride. Il sole splende e gli uccellini cinguettano. Sei sereno e spensierato, il male non esiste, l’esistenza è il paradiso terrestre. Poi ti passa davanti una figa. Giornata rovinata. La vuoi, al più presto, adesso, subito. Devi scoparci entro cinque minuti, altrimenti la cupidigia ti strazierà l’anima e le carni. Sai che non è possibile. Ti deprimi. Giri lo sguardo per non vederla più e ti affretti a passare oltre sforzandoti di dimenticarla, anche se in cuor tuo sai che non ci riuscirai. Ma ce n’è un’altra. E un’altra. E un’altra ancora. Dovunque, in ogni direzione, sempre, senza scampo, senza tregua. Non c’è pace. Il mondo è pieno di figa, e tu vuoi scopartele tutte. Torni a casa disperato. Un plumbeo senso di frustrazione grava ormai su di te. Ora sai cos’è l’irraggiungibilità. E sai che non te ne libererai mai più. Fino alla morte.
L’ho capito anni fa. Stavo insieme ad una ragazza molto bella, arguta e piacevolissima, a letto una professionista tale da farti ridimensionare l’intera cinematografia porno, sessualmente vorace come neanche se lei avesse il cancro e il pene fosse la cura.
Avevo passato la notte da lei tra una moltitudine di amplessi furibondi. La mattina dopo uscii, spossato ed appagato. Non avevo bisogno di nient’altro. Non sarei riuscito ad avere un’altra erezione per almeno due giorni. Volevo solo andare a casa, distendermi sul letto, guardare un film, oppure sì, finire finalmente quel libro. Era un testo impegnativo, richiedeva concentrazione e quello era il momento giusto, visto che la mia mente era completamente sgombra e placida. Non chiedevo più niente dall’esistenza. Chiusi il cancelletto, mi voltai, passò una ragazza.
“Madonna che figa! Quanto vorrei scoparci immediatamente!”
Se non fossero esistite le donne, avrei scoperto tre nuove galassie, composto diciotto sinfonie, imparato l’aramaico, redatto un poema allegorico in trimetro giambico scazonte sulle civiltà preincaiche, formulato un nuovo teorema sui numeri integrali, decifrato la Lineare A.

La figa è dolore perché ti costringe a fare i conti con la vita.
La figa è un’allegoria della vita.
Ma che cos’è la vita?
Ricordate quando eravate a quella festa piena di modelle e poi a un certo punto diciotto di loro hanno voluto fare un’orgia con voi e mentre leccavate tre brasiliane, due svedesi si contendevano il vostro cazzo e poi è successa quella cosa buffissima di quelle cinque tettone che si sono messe a pomiciare con quelle ballerine dalle chiappe marmoree sorridendovi maliziose per attirare il vostro sguardo e alla fine l’asian, la ebony e la teen brunette si sono fatte largo per essere irrigate dal vostro schizzo? No? Perché non è mai successo. Ecco, questa è la vita.
La vita è una rosetta del giorno prima.
Uno investe così tanto nella vita, e poi alla fine muore.
La vita è un business in perdita.

La seconda classificata se ne va per un motivo ancor più atroce.
«Ho l’ultima lezione del corso»
«Che corso?»
«Corso prematrimoniale»
«Eh?!»
«Eh sì, si sposa a luglio»
Il grigiore mi ha sopraffatto. C’è chi non vede l’ora di garantirsi un futuro di merda.
«Ciao raga, vado a smettere di vivere!»
Quale istituzione più arcaica del matrimonio? Vedere gente che continua a sposarsi nel 2012 mi fa l’effetto che mi farebbe vedere uno che parcheggia la carrozza fuori dal supermercato, o incontrare un sostenitore del geocentrismo tolemaico.
«Domani mi sposo!»
«Ma dai?! Congratulazioni! Oh, mi raccomando, poi fammi vedere i dagherrotipi, eh! Se il valvassore me lo consentirà, ti farò recapitare una pergamena di auguri dal misso dominico. Ora scusami, devo andare a scheggiare una selce»
In fondo li capisco quelli che si sposano: vogliono coronare il loro sogno d’amore come in un film. La notte dei morti conviventi.
La terza se ne va perché è in macchina con la seconda.
La quarta se ne va perché è amica della seconda e della terza.
La quinta se ne va perché non vuole sentirsi da meno.
In un colpo solo, perse le tre fighe da zona Champions e le due da Europa League. Rimangono solo le femmine da campionato senza sussulti e quelle a rischio retrocessione.

Invidio le genti del passato. Un tempo si chiamava filtro d’amore. Oggi si chiama Roipnol. Rischi la galera.
E così vedi lei, La Più Figa, che si allontana inesorabilmente, e sale uno sconforto opprimente, e con esso il livore, e vorresti convocare tutte le fighe del pianeta e tenere per loro una seria lezione di scienze affinché comprendano la realtà fuor di illusione:

Donne, non piacete a me: piacete al mio testosterone. Quindi non state tanto a fare le fighe.
C’è una sostanza chimica disciolta nel mio organismo che si attiva quando il mio cervello riceve degli impulsi visivi e olfattivi in presenza di un agglomerato organico verso cui la natura ha stabilito io debba essere attirato attraverso l’istinto di riproduzione ai fini della conservazione della specie.
Tutto qui. Non siete belle, non siete affascinanti, non siete sensuali, non siete speciali. Perlomeno non più di quanto lo sia una melanzana. In presenza di una melanzana, il mio cervello riceve degli impulsi visivi e olfattivi atti a stimolare il mio istinto di autoconservazione che sollecita il mio organismo ad alimentarsi con l’oggetto percepito per non morire.
Pensateci la prossima volta che un ragazzo ci prova con voi e ve la tirate tra il lusingato e  l’infastidito sentendovi splendide: siete  delle melanzane. Quella che pensavate essere seduzione è solo biologia.
Quantomeno io non mi faccio mai illusioni quando una ragazza è attratta da me: lo so bene che in fondo sta solo cercando riparo dai predatori.

Chi dice: «Non siamo animali» è digiuno di biologia.

C’è invero da aggiungere che le donne sanno sia farmi venire che farmi passare la voglia di scopare. Le stesse donne, intendo.
Ad esempio, ne conosco alcune che hanno girato il mondo, sono entrate in contatto con popoli e culture diverse, parlano tante lingue, hanno vissuto fino in fondo, scoperto aspetti dell’umanità ignoti ai più, imparato tante cose, ma non hanno ancora capito che il metal è una cazzata.
Ho saputo anche che c’è una musicista che suona i capelli. Sul serio. Li ha lunghi fino al ginocchio, tiene davanti a sé una tavola su cui ha incollato dei campanellini che sfiora con i capelli ondeggiando la testa.
Ah, i bei vecchi tempi in cui ci si limitava ad imitare le pernacchie con la mano sotto l’ascella…

Che poi uno nella vita si trattiene, un po’ per timore, un po’ per cautela, un po’ per insicurezza, ché il giudizio degli altri pesa. E allora si cerca l’approvazione, si tace per quieto vivere, i propri veri pensieri non vengono espressi, e anzi sono ricacciati, rifiutati, inghiottiti. Ecco, sì, insomma, si tituba e ci si censura, si cerca anche di credere che certe cose non le si pensa davvero, si diventa incerti delle proprie stesse percezioni, “ma io la vedo davvero così?”, si dubita delle proprie convinzioni, che eppure appaiono logiche e manifeste, eppure no, non vanno bene, perché non vanno bene agli altri, ai più, quindi forse non vanno bene, non possono andare bene, non devono andare bene, “non possono avere tutti torto, quindi avrò torto io, perché se tutti la pensano così, significa che hanno ragione e le cose stanno in questo modo, perciò assumerò le loro opinioni, o almeno ci proverò, o fingerò”. Ma arriva il momento in cui bisogna farsi coraggio, l’integrità deve prevalere e la verità essere affermata anche a costo della propria convenienza e del proprio personale vantaggio, quindi ora basta, lo dico, e che mi si deprechi pure, non me ne fregherà niente del vostro giudizio: Audrey Hepburn è la figa più sopravvalutata della Storia! Non arrapa per niente!
Oh, e che cavolo. Qualcuno doveva pur dirlo.
Puff. Mi sento più leggero, mi sono tolto un peso dalla coscienza.

Chiamatemi romantico, chiamatemi sognatore, ma io per una pompa da una sedicenne venderei mia madre.

 

 

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Il ladrone

Posted by sdrammaturgo su 6 aprile 2012

Beati i perseguitati per causa della giustizia
rinchiusi in un sotterraneo umido e presi a bastonate senza requie
mentre starnutiscono per il freddo essendo ignudi su sassi appuntiti
che alla prima pausa pensano finito e invece macché e giù un’altra legnata
vituperati da pingui sudaticci con l’alito cattivo che si mettono le dita nel naso
e poi gettati a testa in giù nel letame di un vecchio lebbroso
che ha precedentemente mangiato spine e chiodi.
Beati gli afflitti, gli umiliati, gli insultati, i malati,
i massacrati, gli squartati, gli spellati vivi messi sotto sale,
i precipitati da una rupe rimasti paralizzati.
Perché non si sa, ma voi fidatevi.

GESÙ CRISTO

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In quel tempo c’erano i ricchi e c’erano i poveri, e i ricchi conducevano una vita agiata, mentre per i poveri era fatica dura, costretti a lavorare col sudore della fronte per paghe insufficienti, e i governanti richiedevano tributi sempre più esosi e se i poveri non riuscivano a pagare veniva loro requisita la casa ed ogni altro loro pur misero bene, e quasi sempre i poveri aggravavano la loro situazione unendosi in matrimonio e generando nuove bocche da sfamare destinate alle medesime sofferenze dei loro poco accorti genitori, i quali erano costretti a maggiori travagli e taciturna obbedienza, schiavizzati non solo dal padrone ma anche dalla responsabilità ch’essi avevano nei confronti della prole.
Tal sorte era toccata ad un modesto legnaiuolo, che alla sfortuna d’esser nato povero aveva aggiunto l’errore della procreazione.
Non bastando quattro ciocchi a nutrire moglie e figli, strozzato dalle tasse dell’impero, s’era perciò fatto ladro, invero senza ingegno e neanche troppa vocazione, purtuttavia con una qualche abilità.
Dacché s’era messo a taglieggiare opulenti viandanti – e talvolta, a dirla tutta, assai meno eroicamente, pur anche pellegrini assai meno danarosi, ché alla fame basta il qualcosa – sulla tavola della sua casa – si badi bene, sempre umile – quantomeno da mangiare non mancava. Certo s’era ben lungi dall’esser Epulone, ma nemmeno s’era più Lazzaro – come si diceva in una parabola raccontata da un predicatore di cui si faceva un gran parlare e che era già entrata nel patrimonio delle narrazioni popolari.
Accadde un giorno che ci scappò il morto. In verità, quando questi cominciò a scappare, era ancora vivo. Fu solo in seguito, dopo essere stato raggiunto, che divenne morto.
Il novello ladro, ormai dignitosamente esperto, era sempre stato accorto a non farsi trovare dalla volontà né dalla necessità d’ammazzare, acquattato come se ne stava verso sera tra gli arbusti che ornavano d’aridità una delle strade secondarie che menavano a Gerusalemme. Di botte, quelle sì, capitava che ne desse, se doveva. Ma la morte riusciva sempre a tenerla lontana dalle mani e farla proseguire, non visto, verso la città oppure altrove o insomma dovunque, come da consuetudine, un poco per indole, un poco per cautela, ché i padri lo insegnavano che il sangue ricade su chi lo versa e sui suoi figli e sui figli dei suoi figli e via su tutta la stirpe per millenni fino all’eternità, poiché il delitto offende il Signore, salvo quando da lui espressamente richiesto. E il Signore, lo sapevano tutti, era uno che le cose se le lega all’infinità dello spirito.
La morte non era affar suo né roba per lui né il suo mestiere.
E però una volta gli piombò nel destino a guastare il magro benessere che s’era con onesta delinquenza guadagnato, perché la sventura ritrova sempre la strada di casa.
Capitò infatti che, appostatosi com’era suo costume al precipitar del sole, che si dileguava sazio delle miserie umane a cui era costretto ad assistere ogni giorno e senza scampo per voler divino (e forse per questo si vendicava bruciando con tanta ostilità), si mise ad aspettare qualche passante sciagurato, che, puntuale come solo le disgrazie sanno essere, finiva sempre per passare e, dopo l’agguato, di lì in poi, di passare. Giacché è in fondo il passare l’origine d’ogni male: si vien dal nulla del voler di Dio, si va verso il nulla chiamato Dio e in mezzo si passa per la vita, e son dolori. Nella stasi non si corre alcun rischio, poiché chi non corre non inciampa, e dunque fermi nella pre-vita,  confissi nel non-esistere, stanti nel non-stare, non ci son ratti, non ci son percosse e nessuna avversità.
Imparavano tutto ciò a loro spese coloro che subivano l’aggressione e, memori della disavventura, non s’avventuravano più per quella via e per nessun’altra. Il timido brigante invece sapeva già tutto, benché non ne fosse cosciente appieno. Per questo s’era messo dall’altra parte, da quella di chi sta  immoto e attacca, senz’altro più al sicuro di chi cammina e deve difendersi. Prendere esempio dall’immobile pugnace Signore degli eserciti conveniva, questo aveva capito. La Storia dimostrava che quello era un modello vincente. L’uman ramingo, molto meno.
Nonostante ciò, affanno e pericolo costava ogni tozzo di pane. L’Iddio aveva mantenuto la parola data ad Adamo e la terra non lesinava angosce e tormenti, sia che si arasse, sia che si depredasse.
Certo, non per tutti. I malnati, appunto, erano tali. Ma per alcuni la nascita non era stata poi questa sciagura. Per pochi privilegiati addirittura un piacere. Anche a loro toccavano ambasce, avversità, malattia e morte. Ma meno.
Lavorava da solo, era solito attendere un viandante altrettanto privo di scorta – più per calcolo che per lealtà – e sorprenderlo alle spalle, un braccio intorno al collo, sguainando un coltellaccio male affilato, ché tanto di fronte alle minacce nessuno si mette a questionare sull’usura dei metalli. Un pezzo di ramo di quercia infilato nella cintola, nel caso in cui occorresse ammorbidire l’orgoglio del malcapitato, infine una rapida fuga col bottino, senza star neppure a controllare quanto e cosa aveva arraffato.
Quella volta però a passare non fu un piccolo mercante con la borsa mezza vuota di monete, né un pastore con la bisaccia mezza piena di burro stantio. O forse fu uno dei due, ma di certo più cocciuto di quelli a cui era abituato, dal momento che quegli, assestando una gomitata allo stomaco del rapinatore, si divincolò e prese a correre. Subito il ladruncolo lo inseguì, e la povertà lo avvantaggiò nella velocità, non avendo, a differenza dell’altro, una pancia gonfia a fargli peso. Ne seguì un disordinato ammonticchiarsi di membra e, senza che nessuno dei due capisse come, la lama arrugginita si ritrovò piantata nella gola del più lento.
L’impreparato assassino strappò il borsello dal corpo esanime e scappò senza star troppo a pensare. Ebbe tutto il tempo dopo di impaurirsi e provar qualche rimorso; neanche troppi, a dire il vero, perché sapeva che poteva succedere, prima o poi. Si trattava di un inconveniente del mestiere.
Prima di rientrare dalla sua famiglia, si fermò sotto un albero biforcuto per contare allo svogliato lumicino d’una luna pudica i frutti della nottata. Meno di trenta denari, ad occhio e croce. Non un granché per condannare l’intera sua genia, ma ormai era fatta. Si riparassero in qualche modo i suoi discendenti dal diluvio rosso. Magari prima o poi l’Onnipotente si sarebbe ammansito con l’età.
Per ora però era giovane e brioso, altrimenti non si spiega come avesse potuto permettere che un arcigno cittadino romano con qualche soldo addosso passasse da solo di notte per una carrareccia malsicura.
Uccidere un giudeo, un siriaco, un esseno, era grave, ma ci si passava sopra.
Ma un cittadino romano, era un crimine che richiamava l’ira di Cesare, ben peggiore dell’ira di Dio.
La voce del reato si sparse e in poche settimane s’era ingigantita a dismisura e fuori controllo, ovver sapientemente controllata da chi intendeva coprire la crescente risonanza che quel dispensatore di  storielle esemplari, mezzo mago e bestemmiatore, mitomane al punto da dichiararsi re e financo figlio di Dio, andava via via ottenendo, con preoccupazione tanto del Sinedrio quanto della Prefettura. Una sordida vicenda di malavita e romani sgozzati avrebbe possibilmente appassionato la gente più di miracolose guarigioni e promesse di paradiso.
In giro per la città e persino non di poco fuori le mura, quell’omicida più per caso che per capacità era diventato un demonio che appendeva le donne per i talloni, ne tagliava i seni e amava bere il sangue dei bambini.
L’interessato sentiva e taceva, spaventato più dalla fama che dal giudizio.
Sapeva che i soldati battevano ogni casa sospetta e per questo s’era disfatto del bottino, nascondendolo sotto una pietra nelle vicinanze della sua dimora cadente.
Ma i pargoli, si sa, sono curiosi, e nottetempo, il più piccolo, fanciullo non più infante e non ancora ragazzo, vagando per la casa senza sonno, aveva trovato il sacchetto prima che il padre potesse occultarlo, lo aveva aperto, ne aveva estratto un paio di pezzi e li aveva tenuti per sé, ammirato dal tesoro.
Amava così tanto giocarci, chissà come, che, con naturale ingenuità, non s’avvide un giorno dello sguardo sospettoso d’un pretoriano di passaggio nei pressi dell’abitazione del legnaiuolo.
«Dove hai preso quelle monete?»
Mal s’abbinavano infatti con quella baracca.
Il ragazzino seppe dare come unica risposta una fuga vana, ritrovandosi presto con le mani possenti del soldato a strizzargli il braccio.
«Abiti qui?»
«Sì.»
«Chi è tuo padre?»
La madre corse fuori, corsero fuori i fratelli e le sorelle. L’unico che non corse fuori fu il padre. Si trovava altrove, a far legna, e quando tornò trovò una moglie spossata da un interrogatorio poco gentile ed un drappello di pretoriani pronti a non mantenere la promessa di clemenza in caso di confessione.
La sua cattura non ebbe l’eco che ci si aspettava, dal momento che poche ore dopo venne arrestato il folle profeta.
Certo, c’erano infanticidi e cannibalismo e mostruosità d’ogni fantasia da punire, ma ciò non bastò ad oscurare le parole di chi si diceva capace di distruggere il tempio e ricostruirlo in tre giorni. Un muratore portentoso che risuscita edifici e morti non poteva avere rivali in clamore.
Fu notte e di nuovo giorno.
La flagellazione fu tanto aspra che quasi ne morì. Gli ossi delle fruste si conficcavano nella carne che quasi parevano voler tirar via le ossa sue. Eppure gli addetti furono piuttosto sbrigativi: c’era un prigioniero ben più importante da fustigare.
Di tronchi ne aveva trasportati parecchi, ma quello gli parve insostenibile.
Fiaccato dal flagello, piagato, sanguinante e già putrescente, con i polsi perforati da lunghi chiodi e il martello che gli rimbombava ancora tra i denti, un cartello appeso al collo ad elencar le infamie, dovette avviarsi per una processione di gran lunga più solenne della pubblica esposizione che ogni condannato si attendeva.
C’erano i militi schierati con le insegne dell’Impero, una folla assordante come se tutta la città si fosse riversata nelle strade a veder sfilare i malfattori, un altro corpo martoriato come il suo e quel prigioniero eccellente. Ecco chi era dunque quel tale di cui aveva tanto sentito parlare con aneddoti mirabolanti. A vederlo ora, non sembrava poi tanto diverso da un comune condannato, a parte un manto color porpora ed una strana corona di spine. Eppure tutti gli occhi sembravano puntati su di lui. Tutti tranne quelli della moglie e dei figli del legnaiuolo, che seguivano il percorso con i passi smarriti nella disperazione, la voce straziata dalle grida, i volti devastati dal pianto.
Il legnaiuolo cadde di faccia, spaccandosi lo zigomo, nessuno vi badò, e fu in quel momento che incrociò lo sguardo del figlioletto in lacrime, colpevole, che fissando negli occhi il padre gli chiedeva perdono senza voce, per averlo fatto scoprire, per aver avuto bisogno di mangiare, per esser nato. Il padre si risollevò sulle ginocchia e gli sorrise, come a volergli sussurrare: «Non è stata colpa tua: è la vita.»
E ripartì.
Se il figlio si sentì rinfrancato, nessuno lo seppe mai. Ma è più probabile un secco no.
Giunsero sul monte nel primo pomeriggio e vennero issati sui pali, il predicatore al centro, gli altri due ai lati.
La folla si era diradata. Ai piedi delle croci rimanevano solo i famigliari, qualche indefesso spettatore e gli armigeri. Uno di essi si preoccupò di spezzare le gambe ai ladri, ché era meglio affrettarne il decesso in quel subbuglio. Le tibie del predicatore furono invece risparmiate.
Il legnaiuolo non comprese una simile disparità di trattamento, ma non ebbe modo di rifletterci su, distratto com’era dal dolore delle gambe spezzate, dal corpo che gravava sulle braccia inchiodate e sembrava volerle strappare, dalle costole lì lì per frantumarsi, dai polmoni che parevano riempiti di sassi, dal respiro che lo strangolava.
Sentì alcuni alzare la voce all’indirizzo del predicatore: «Ha salvato altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto. Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso.»
Gli parve una buona idea.
Boccheggiando, con fatica si rivolse al vicino volgendo per quanto possibile il capo a destra: «Non sei tu il Cristo? Hai compiuto miracoli, dici di essere il figlio di Dio, scendi dunque dalla croce, salva te stesso e anche noi!»
Ci sperava, stremato com’era da quell’insopportabile supplizio. E gli sembrava ragionevole: smettere di soffocare, liberarsi, tornare dai propri cari, morire in vecchiaia, in quiete, in un letto.
A rispondergli fu l’altro ladro: «Neanche tu hai timore di Dio, tu che sei dannato alla stessa pena? Noi giustamente veniamo puniti, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni. Egli invece non ha fatto nulla di male.»
Provò a ribattere al rimprovero mormorando: «Non credo che abbiamo commesso nefandezze così grandi da meritare tutto questo. Abbiamo rubato per fame, io ho ucciso per sbaglio. Paghiamo un fato malevolo.»
Ma nessuno poté udirlo, perché la sua voce priva d’aria era ormai ridotta ad un flebile rantolo.
Se Dio avesse avuto una faccia, avrebbe fatto qualcosa di somigliante ad un ghigno.
L’altro crocifisso proseguì, rivolgendosi a colui che pur nei patimenti appariva in pace: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno.»
«In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso.»
Il terzo, udito ciò, pensò: “Insomma m’aspetta pure un altro inferno.”
E senza dire questo, spirò.

*

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Abramo

Posted by sdrammaturgo su 22 marzo 2012

I vostri noviluni e le vostre feste
io detesto,
sono per me un peso;
sono stanco di sopportarli.
Quando tendete le mani
io allontano gli occhi da voi.
Anche se moltiplicate le preghiere,
io non ascolto.

ISAIA, 1,14-15

*

*

*

Com’era prevedibile, il sole sorse anche quel giorno.
Benché si fosse in tempi antichi, la vita era già priva di sorprese. Nascita, nutrizione, idratazione, lavoro, malattia, morte. «Non c’è niente di nuovo sotto il sole», si sentiva dire in giro.
Non era molto che il mondo era stato creato, eppure aveva già stancato, soprattutto il proprio artefice. Per questo Dio era così ciarliero, dispettoso e burbero: creando il mondo, aveva scoperto di essere solo. La solitaria eternità è un’infinita solitudine. La noia preesisteva a Dio stesso, l’Increato.
Egli, muovendosi dall’eterna stasi, aveva creato la vita, fondata sullo scorrere. Lo scorrere comportava la finitezza, dalla quale scaturiva la scelta, concetto ignoto nell’infinito immobile.
Aprendosi al perituro, Dio aveva appreso che la vita è una scelta tra la noia e la sciagura: la sciagura della noia o una noiosa sciagura.
Per combattere la propria inesorabile noia, si deliziava abbattendo la sciagura sulle genti.
Così usciva frequentemente dal proprio isolamento tra le nubi per parlare con gli umani, mettendo alla prova il proprio potere per sollazzarsi.
Col tempo avrebbe iniziato a parlare via via sempre meno, fino a tacere del tutto, poiché, divenuti avvezzi alla solitudine, si cessa di cercare compagnia.
Aveva iniziato con l’immotivata proibizione di mangiare i frutti di un albero a caso, e due sposi l’avevano presa così sul serio da tremare prima per il timore, poi cadere in disgrazia per la curiosità.
Aveva preteso sacrifici, e due fratelli avevano preso talmente a cuore la richiesta che uno aveva ucciso l’altro.
Aveva proseguito decidendo di inondare la terra con un terribile diluvio sterminatore al solo scopo di ordinare ad un vecchio di costruire un’arca gigantesca che potesse contenere una coppia di ogni specie animale, sbizzarrendosi con istruzioni dettagliate: «Fatti un’arca di legno di cipresso; dividerai l’arca in scompartimenti e la spalmerai di bitume dentro e fuori. Ecco come devi farla: l’arca avrà trecento cubiti di lunghezza, cinquanta di larghezza e trenta di altezza. Farai nell’arca un tetto e a un cubito più sopra la terminerai; da un lato metterai la porta dell’arca. La farai a piani: inferiore, medio e superiore». E per quanto fossero assurde le direttive e impossibile l’impresa, quegli aveva eseguito pedissequamente.
Aveva detto ad un uomo che viveva nella comodità di andarsene con la sua gente dalle proprie case per vagare verso una non meglio specificata terra promessa, e tutti erano prontamente partiti.
Aveva disposto per puro gioco che quell’uomo e sua moglie cambiassero i loro nomi di una lettera appena, da Abram in Abramo e da Sarai in Sara, così, del tutto gratuitamente, e i due si erano dimostrati ubbidienti anche a quella minima facezia priva d’importanza.
Aveva perciò continuato alzando il tiro: aveva comandato ai maschi addirittura di tagliarsi un pezzo  d’uccello, e quelli, incredibilmente, avevano obbedito.
Infine, aveva tentato il massimo: “Chiederò all’uomo di uccidere il proprio stesso figlio per farmi piacere. Vediamo se perfino a ciò codeste creature si dimostreranno prone”. Ebbene, con somma sorpresa di Dio, l’uomo antepose il diletto del Signore alla vita stessa del proprio figlio.

Splendeva un brutto sole, il solito, sull’accampamento di Abramo.
L’Onnipotente, non sapendo più cosa inventarsi per divertirsi a spese dei suoi burattini, avendole provate tutte, dall’alto dei cieli disse ad Abramo: «Poiché tu sei il mio prediletto, e benedetta è la tua stirpe» – ché il Signore non risparmiava il dileggio – «d’ora in poi, ogniqualvolta uscirete dalle vostre dimore e sarete all’aria aperta sotto gli occhi dell’Altissimo, camminerete a quattro zampe, poiché sfida Dio chi si mostra in piedi dinanzi a Lui. Sia riverente l’uomo al Mio cospetto: peccato immondo commette colui il quale osa guardar negli occhi il Signore Iddio».
Proprio come l’Onnisciente si aspettava, Abramo chinò il capo deferente e corse a convocare i maschi della tribù per riferire il nuovo comandamento.
«Comincia fin d’ora», aggiunse Dio ad Abramo che si allontanava dandogli le spalle, ma anche il viso (vantaggi dell’ubiquità).
Con supremo spasso, Dio vide Abramo accovacciarsi e distendere i palmi sulla sabbia, procedendo con goffa lentezza verso il proprio popolo.
Dovette essere ben strano vedere comparir Abramo in cotal bislacca postura, ma subito fu normale non appena venne fornita la spiegazione, e lo sbigottimento per la bizzarria si tramutò immediatamente in automatica consuetudine, poiché grande era l’autorità di Abramo e insindacabili le decisioni di Dio.
Da quel giorno, l’esistenza prese a svolgersi carponi.
Timorati e ottemperanti, tutti, uomini, donne, vecchi, bambini, presero ad abbandonar la posizione eretta allorché lasciavano il tetto della propria abitazione ed era il cielo nudo a stagliarsi sulle loro teste.
Chi voleva mostrarsi più devoto degli altri, si accucciava fin quasi a poggiare i gomiti, lambendo il terreno con la fronte. Taluni penitenti si muovevano praticamente strisciando, suscitando la gelosia degli altri membri del villaggio, che non volevano apparire meno ossequiosi agli occhi del Signore.
Avveniva talvolta che qualche sfrontato blasfemo venisse colto a camminare normalmente di nascosto. Che fare in quei casi? Dio non aveva indicato alcuna misura sanzionatoria nei confronti di chi trasgrediva tale regola. D’altronde Dio non si curava delle conseguenze, né considerava che c’era tutta un’intera legislazione da emanare affinché ciò che derivava dalle sue parole potesse essere applicato ai più svariati e minuziosi ambiti non menzionati. Egli in fondo si limitava a buttar lì poche frasi evasive per trastullo, non poteva considerare ciò che invece era necessario e inevitabile nella quotidianità dei propri sottomessi.
Così, per sicurezza, si decise che chiunque fosse stato sorpreso a camminare su due piedi, sarebbe stato condannato a morte. Ma come? Gli anziani proposero la lapidazione, i riformatori insistevano affinché i peccatori venissero arsi vivi.
Per non sbagliare, venne stabilito che i condannati sarebbero stati lapidati mentre venivano arsi vivi.
Presto sorsero inevitabili dispute teologiche. C’era infatti da capire se Dio voleva che si camminasse carponi appoggiando i palmi oppure i pugni. Il Signore neppure su questo era stato esaustivo. Ne nacquero due fazioni: i palmisti, capeggiati da Abramo medesimo, sostenevano che la mano dovesse restare aperta al cospetto del Signore, poiché la membra del fedele non nascondono niente al Creatore, ma anzi ne saggiano al tatto l’operato; i pugnisti obiettavano che solo con le nocche si sente l’asprezza del sacro volere di Dio e alla Sua immane potenza si fa dono del dolore; i palmisti replicavano che il Signore punisce la superbia, foss’anche quella dello zelo religioso; i pugnisti controbattevano che solo nell’estrema sofferenza si rende grazie alla misericordia del Padreterno; al che i palmisti facevano osservare che le spine si conficcano meglio nei palmi, provocando in tal modo maggior sofferenza; ma i pugnisti rimanevano certi che i sassi aguzzi fan più male se premuti sulle rigide giunture.
Il dissidio risultò insanabile, sicché le due opposte fazioni si divisero ed i pugnisti abbandonarono l’accampamento per muovere altrove e stabilirsi su un suolo vergine, ove avrebbero istituito una nuova legge fondata sulla pressione delle nocche per terra.

La nuova vita a quattro zampe rivelò più d’un impaccio. Non era facile arare la terra in quella posizione, tanto meno trasportare l’acqua del pozzo, lavorare il legno e la pietra; combattere contro le tribù nemiche gattoni era assai poco agevole ed era garanzia di sconfitta, e pure badare agli animali era per nulla semplice dal basso.
Fu proprio quello degli animali un altro problema da risolvere.
Dio era stato stranamente chiaro con Adamo. Si tramandava infatti che Egli avesse detto: «Dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra». Ma com’era possibile dominare su costoro ora che s’era quadrupedi quanto il bestiame?
Si riunirono dunque i saggi: la volontà di Dio ancora una volta andava interpretata ed estesa.
Dopo settimane di consultazioni, così venne sancito: in presenza di esseri umani all’aria aperta, gli animali avrebbero dovuto sdraiarsi su un lato, al fine di mantenere la loro subordinazione fisica voluta dal Signore all’alba dei tempi. Venne così istituita la nuova figura professionale dello sdraiatore di animali: i più nerboruti ed energici tra gli uomini si sarebbero occupati di stendere a terra ogni singolo capo di bestiame.
Il compito era già gravoso di per sé, anche quando si trattava di imporsi su pecore ed agnelli. Con i montoni iniziavano i guai più seri. Ma la mansione si faceva massimamente difficoltosa allorché c’era da piegare l’ostinazione di asini, cammelli e bovini. Non furono in pochi a morire incornati da buoi contrariati.
Pian piano l’arte dello sdraiamento degli armenti venne perfezionata. Furono inventati pungoli, fruste e batacchi uncinati per molcere la caparbietà degli esemplari più cocciuti, fino a che mucche e tori non rappresentarono più un pericolo.
Certo, ogni sera la gente rincasava sempre più spossata. Una crescente mal sopportazione di quella condizione montava di giorno in giorno, e la stanchezza dei corpi si faceva stanchezza d’esistere. Il malcontento serpeggiava tra la popolazione e assumeva la forma d’inimicizia tra le persone. A capo chino non era possibile né consentito scorgere Dio lassù in alto, così l’astio veniva rivolto verso il prossimo ch’era a portata di sguardo. Crescevano gli odii e le invidie scatenati per un nonnulla, ed ogni inezia era motivo di livore.
Ciò che non era permesso nei confronti di Dio, abbondava presso gli uomini.

Divertito come non mai, il Signore decise di aggiungere una postilla alla norma, anche perché il rischio del tedio era sempre in agguato.
Tuonando imperioso dalla volta celeste, si rivolse al suo eletto: «Abramo, poiché quel ch’Io vedo è cosa buona e giusta e tu e il tuo popolo vi siete prostrati a me, Io vi premierò: da adesso in avanti potrete levare alta la vostra voce verso il Signore. Trovandovi all’esterno ove camminate come cani, come cani abbaierete incessantemente al mio cospetto. E ciò che potete, dovete».
Più cristallino che criptico, così parlò l’Onnipotente Iddio, Padrone del cielo e della terra, e Abramo, umile servo, subito riportò il poco ermetico messaggio.
Di lì in poi, fu tutto un abbaiare ininterrotto. Se vivere a quattro zampe era fatica dura, farlo abbaiando diventò insostenibile. Eppure bisognava sostenerlo.
Ma quella di Abramo era una nazione devota, pertanto, con rigorosa ortodossia, negli orari consacrati alle funzioni alla luce del sole, si gareggiava finanche a chi sapeva meglio emulare il verso del cane e ciascuno ambiva acciocché il proprio abbaio fosse il più forte ed intenso, per onorare il Signore.
Solo rientrando al tramonto ognuno al proprio rifugio, v’era un po’ di requie per la gole rauche, le braccia fiaccate, le ginocchia peste.
Abramo aveva più di cento anni, e se li portava bene. Però camminare a quattro zampe cominciava ad essere fin troppo faticoso, specie per chi era stato creato bipede.
Ma un Patriarca non poteva certo apparire arrendevole: guida, sprone ed esempio per la comunità, era lui ogni dì il più strenuo difensore delle regole, ligio quadrupede ed indefesso abbaiatore.
Una sera tornò nella tenda particolarmente spossato.
Varcata la soglia, riuscì a sollevarsi a stento. Le ossa scrocchiarono che parevano rami spezzati, cosicché la sua estenuazione rimbombò secca e sorda.
Le mani erano nere, ricoperte di ferite; le gambe piagate, le ginocchia livide; grumi di sangue sporco si rapprendevano sui gomiti; fitte lancinanti percorrevano le sue articolazioni avvizzite.
Stiracchiarsi richiese uno sforzo di cui quasi non era più capace.
Salutò con un cenno Sara intenta a preparare la cena e si avvicinò ad Isacco, che voltato se ne stava seduto ad affilare una lama, tanto assorto da non accorgersi della presenza del padre.
Abramo si fece dietro al figlio e gli pose affettuoso una mano sulla spalla con austera benevolenza.
Isacco, come gli accadeva sempre al minimo contatto col padre, trasalì irrigidendosi. I trascorsi lo avevano reso guardingo, insegnandogli la più tremenda delle verità: fidarsi è bene, non fidarsi è meglio.
Stiracchiare un sorriso gli costò uno sforzo maggiore di quello impiegato dal padre per riabituare il proprio corpo a star diritto.
Non aveva mai potuto cancellare dalla memoria il monte, l’altare, il fuoco, la legna, il coltello, l’intervento provvidenziale dell’angelo, l’angoscia eppure la fermezza dell’offerente. Ogni notte gli sembrava di dormire accanto al nemico, ed il suo sonno era costantemente tormentato.
«Non mi hai rifiutato tuo figlio».
Udiva ancora le parole del Signore. E non aveva mai avuto il coraggio di confessare neppure a se stesso che non era mai stato felice di essere immolato alla gloria di Dio, men che meno da colui che lo aveva generato ed amato, ogni gesto pur dolce del quale gli si presentava ormai come una possibile minaccia.
La paura può più di qualsiasi legame: questo aveva compreso, e mai scoperta era stata più brutale.
Era giunta l’ora del pasto, e Abramo si sedette, stremato dalla fede e dalla giornata, torvo e sconsolato pure per la diffidenza che percepiva nel figlio.
Tentando di sopire la colpa, la stanchezza e la frustrazione con una preghiera benaugurante, ringraziò Dio per il pasto e la famiglia e la vita e per tutto, e s’accinse ad aspettare le pietanze cucinate dalla moglie.
L’inquietudine ed un vago senso di insoddisfazione e rabbia che non riusciva a spiegarsi gli trepidavano sotto la pelle logora.
L’orazione sedativa fu tanto utile al Signore – che osservava o forse no, ascoltando distratto e compiaciuto – quanto vana per Abramo.
Sara gli si accostò e gli porse la ciotola, carezzandolo leggermente sul capo, compassionevole.
Abramo, rannicchiato sulla stuoia, sollevò il volto altero e vide la moglie in piedi che lo guardava dall’alto verso il basso.
Si alzò di scatto, che quasi non pareva più il vecchio stanco di poco prima, afferrò l’anziana sposa per il bavero della veste e le diede uno schiaffo con furia ferina.
«Donna! Come osi stare in piedi al cospetto del tuo Signore?»
Sara si accovacciò, la testa china.
Isacco taceva.
Abramo si risistemò.
Mangiarono.

*

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Co.co.pro.fagia

Posted by sdrammaturgo su 12 marzo 2012

Dalle vetrate dell’Inps, prigioniero,
vedo la fregna che passa di fòri.
Loro nun guardano ne ‘sto maniero,
che pare che dice: “Si entri, mòri”.

E certo noi qui dentro nun sem vivi:
lo spirto nostro è ‘n cumulo de stracci,
morente non per valli, non per clivi,
ma ne ‘sto scatolone de poracci.

E intanto passa in fretta Gran Falcata
e subito l’insegue Veste Scura;
incrocia entrambe Assorta Pensierosa

lumando di beltate la giornata.
Tra le scartoffie, ad ogni scollatura,
il grigio mal si mescola col rosa.

*

E fanno bene a corre lontano,
via da ‘sto posto, ‘sta desolazione,
ché nun attizza chi tende la mano
pe’ l’assegno de disoccupazione.

Van dal musico, dal ricercatore,
oppur dall’ingegnere o ‘l collo bianco;
da chi je dà ‘n futuro, no ‘n par d’ore,
da chi che de campà nun è mai stanco.

E nu’ le biasimo né le condanno:
li fiori nun ponno stà sott’a ‘n sasso.
Nun s’ha da stà co’ l’ansia pe’ ‘l mattino:

la vita comoda è mejo d’affanno.
Li sacrifici buttate a lo scasso,
a ricchi e belli legate il destino.

*

In questa vita che ce danno a nolo,
io, cattivo pagante, ne ‘sto mondo,
con quel che costa, te posso offrì solo
la fila a la posta. E intanto grondo

tra l’Inail che te manda al Caf dell’Ente,
il Caf al Caaf, il Caaf al Patronato,
e tutta ‘sta fatica deprimente
pe’ prende l’elemosina de Stato.

Lui t’affama, t’abbevera ‘l nemico.
Me rubi cento e poi me dai due o tre
e inventi ‘sto sistema che ciascuno

nun vede ‘l Principe, ma ‘n timbro e ‘n plico.
A dominatte è sempre qualche re,
eppure nun te domina nessuno.

*

Con me ‘l timor del carcere funziona:
si nun vo a rubbà a li macellari
è sol pe’ la paura d’esse Giona
‘nculato nei cetacei giudiziari.

Eh, si adesso me vedessero l’ècchese…
Dirìan: “Che culo mannatte a fanculo!”
E poi: “Dura lècchese sedde lècchese”
E legge vuol che si bastoni il mulo.

Ah, l’amori iti… Una ha fama,
io ho fame; due son con benestanti.
Insomma, per tutte grosso successo.

Io sto qui: lì la fica, qui la brama,
co’ ‘sto vetro a separà le passanti
da li stronzi che intasano ‘sto cesso.

*

“Eppure ce parevi promettente.
Ma lo vedi come te sei ridotto?”
La vita, se sa, è ‘na gran fetente:
te trovi fallito in quattr’e quattr’otto,

in coda a ‘no sportello pe’ ‘n contratto
che n’ t’hanno rinnovato. Sei ‘no schiavo:
dell’esistenza t’hanno fatto ratto
‘l padrone e quello che je dice: “Bravo”.

Ed ecco che lì fòri, tutte belle;
qui dentro, oppure al Centro pe’ l’Impiego,
ce so’ la grassa, la zoppa, la muta

co’ la prole, che je diresti a quelle:
“Io proprio davvero nu’ me lo spiego:
ma che te dice ‘sta capoccia astuta

*

d’annà a appioppà a ‘n’ artra pora persona
la stessa vita tua che fa schifo?
Brutta la sua, la tua meno bona.
Famija, scòla, dio, lavoro e tifo:

così ‘l Governo t’afferra pe’ l’ano,
te strizza la palle, cuce la sorca.
Si voj fà la guerra, sta’ sul divano;
si voj libertà, no fiji, più porca”

Noi semo brutti, bassi, tozzi e calvi;
lo sborro nelle palle è sol veleno:
nun va diffuso come inquinamento

e i non mai nati tutti fatti salvi.
De vita in povertà se ne fa a meno.
Nun me pare ‘na grazia ‘sto tormento.

*

Ecco, questo è ‘l banchetto del Potere:
ce stamo assisi, nun potemo arzacce;
qui la miseria, lì le fregne vere;
e guardele, ‘ste zinne, che bisacce!

E ‘l vetro manna pure ‘l mi’ riflesso
e quello de quest’artri sciagurati.
Da solo me guardo e me dico: “Fesso”
La gara a chi so’ più diseredati.

La vita è ‘na mela, ce dan la scorza.
Lo chiamano progresso, Social Patto.
A me me pare solo ‘na pazzia.

T’hanno fatto mette a ssede pe’ forza,
t’han detto: “Magna. È bono ‘sto piatto
de mmerda? Se chiama Democrazia”

*

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Zoologia: forse non tutti sanno che…

Posted by sdrammaturgo su 7 marzo 2012

La posizione preferita delle pecore è l’essere umano.

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Il vitello e il tonno nella vita si odiano.

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Per salvarsi da uno squalo è sufficiente rimanere fermi, meglio ancora se sul divano di casa.

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Un bisonte, se messo in una gabbia per conigli, tende ad innervosirsi. Al contrario, un coniglio in una gabbia per bisonti sembra stare piuttosto comodo.

*

Gli uccelli sono in grado di comunicare tra loro attraverso una complessa modulazione di infrasuoni, e parlano del tempo e dei pulcini d’oggi che non hanno più rispetto per niente e per nessuno.

*

Il rondone dalla coda a spina migra ogni inverno nei Mari del Sud, ma solo perché lo vuole la moglie.

*

Il ghepardo, il predatore più veloce del mondo, è in via d’estinzione, e finalmente è stata scoperta la causa: riesce a raggiungere i 114 km/h, ma le sue prede abituali non superano i 70, quindi finisce sempre per sorpassarle.

*

Il lupo caccia in branco, ma quando si tratta di chiedere un prestito, tutti che mettono qualche scusa.

*

Due malacologi neozelandesi hanno osservato per mesi un raro mollusco del Pacifico che vive immobile aggrappato a rocce spugnose d’origine calcarea, e hanno detto che si sono annoiati molto.

*

Il cane viene usato in Cina come arma contundente per percuotere i tibetani.

*

Tra i rinoceronti, nella stagione degli amori, dopo sanguinosi combattimenti tra gli esemplari maschi per stabilire chi è il maschio alfa a cui spetta l’accoppiamento, capita che la femmina non gliela dà uguale.

*

Il gambero cammina all’indietro, ma non sa neanche lui perché.

*

La femmina di visone sogna da sempre una pelliccia di cincillà.

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Il leone ha chiesto i diritti a Superquark.

*

Le talpe vivono sotto terra perché l’affitto costa meno.

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La faina uccide le galline solo per fare uno sfregio al contadino.

*

Nessun senso di fallimento eguaglia quello di una volpe quando viene gabbata.

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I pesci vengono continuamente criticati dalle loro partner perché non riescono ad esprimere i propri sentimenti.

Sarebbero perfetti per il cinema italiano.

*

Le scimmie urlatrici hanno conteso più di un ruolo a Stefano Accorsi. Alla fine la bravura conta. Ma ha prevalso la bellezza.

*

Il manto maculato serve al leopardo per mimetizzarsi tra donne di pessimo gusto.

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Quando il facocero monta la facocera non si sente poi questo gran seduttore.

*

La mantide religiosa la dà a tutti per sadismo.

*

L’orca assassina ha la faccia infastidita perché in realtà il mare le fa schifo. Preferirebbe la montagna, ma si sa, la natura è beffarda.

*

Lo scimpanzè è in grado di scrivere poesie d’amore, ma non lo fa perché ha una dignità.

*

Il famoso etologo Lawrence Conrad ha studiato il comportamento dell’alligatore del Rio de la Plata, e lo ha trovato piuttosto sgarbato.

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Una balena può vivere anche fino a 180 anni, alla faccia di tutte le anoressiche.

Un bonobo invece non supera i 40, ma si diverte molto di più.

*

Il plancton è a tutt’oggi il pasto meno entusiasmante in natura.

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Se un albero cade nella foresta e nessuno lo sente, lo scoiattolo muore lo stesso.

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Il dingo è un canide talmente depresso che invidia il tilacino.

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Lo gnu si sente da meno della zebra per una questione di look.

*

Il professor Mojra Umberto Cina Caligari ha condotto un importante esperimento che spalanca nuovi orizzonti conoscitivi sul mondo animale e l’applicazione dei cui risultati potrà apportare non pochi vantaggi agli esseri umani: dopo aver prelevato dal loro habitat alcune seppie dell’Atlantico ed averle tenute per sette anni in scatole di 90×35 cm piene d’acqua, le ha poste in un labirinto di plastica all’interno del quale ha disseminato sia ostacoli che punti di riferimento; i ripetuti test hanno dimostrato che le seppie riescono ad orientarsi saggiando i vari percorsi e registrando nella memoria i dati acquisiti. Il che risulta estremamente utile: d’ora in avanti, infatti, ogniqualvolta ci troveremo a che fare con delle seppie dell’Atlantico poste in un labirinto di plastica all’interno del quale sono stati disseminati sia ostacoli che punti di riferimento, sapremo che quasi sicuramente riusciranno ad orientarsi saggiando i vari percorsi e registrando nella memoria i dati acquisiti.

*

Secondo recenti ricerche, se le mucche parlassero, gli allevatori avrebbero di che offendersi.

*

I cinghiali si sentono più attraenti dei maiali, e ciò è del tutto immotivato.

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I polli in batteria sviluppano inusitate forme di rodimento di culo.

*

La faraona si sente presa in giro, considerando che non conta un cazzo.

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Nonostante gli sforzi del pavone, il cigno rimorchia più di lui. Mentre il Giorno del Ringraziamento pone fine all’invidia del tacchino.

*

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Favola d’appendice

Il panda e la capra

C’era una volta un panda che, rivolgendosi ad un’ovina, la chiamò a gran voce: “Capra!”. La quale rispose: “Non mi pare di essere io quella in via d’estinzione”.

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La morte di Caravaggio

Posted by sdrammaturgo su 1 marzo 2012

Laggiù c’era il meriggio a dar ristoro
all’ombre, stanche di salsedine,
gelate al passeggiar dell’alba afosa.

La sabbia era sdegnosa dello spruzzo.
Fuggivano i flutti le barche
e non v’era che luce e silenzio.

Avvezzi al buio gli occhi perigliosi
percorrevan la via deserta
subornando alla sete la calura.

E non venia di taglio il fiaccolare,
nessun baluginio di tenebra,
ma tutto era nel sol a piena voce.

Il sacro dismaniar, l’insana cura
recavan rattoppi di bende.
Malferma era più l’alma che la mano

e il nuovo discrovrir la luce vera
aveva fiaccato le gambe
di chi abbagliar sapeva con lanterne.

Era troppo. Tropp’aria, troppa terra,
troppo mondo. Lì per quel ch’era,
che sempre avea cercato d’osservare,

ed ora senz’ambasce in chiaroscuro.
Muto di vento e di peccato
crepitando il passato corse lungo.

*

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Hemingway nell’arena

Posted by sdrammaturgo su 22 febbraio 2012

La cultura serve all’imbecille per legittimare intellettualmente la propria imbecillità.
Quando si parla di violenza sugli animali, i suoi più strenui difensori sono quelli più istruiti, specialmente se progressisti. Con i mezzi dialettici e la protervia forniti loro da lauree e letture,  costoro fanno puntualmente appello a chissà quali principii filosofici per giustificare la propria brama di pancetta.
Il bifolco ha molta più onestà intellettuale. Lui, almeno, con un po’ di senso della dignità, ti dice nudo e crudo: “A me le sarsicce me piaciono, cor cazzo che smetto de magnalle. Chissenefrega dell’animali”.
L’intellettuale progressista no. Lui è di Sinistra, lui ha una coscienza critica e un senso etico, a lui stanno a cuore le disparità sociali ed i problemi ambientali, quindi non potrà mai ammettere il suo mero egoismo. Attraverso acrobatici e sofisticati – nel senso alimentare del termine – eurismi accademici, tenterà di convincerti – e soprattutto convincersi – che lui non continua a mangiare pajata soltanto perché gli piace, no: lui mangia pajata per un ideale.
L’intellettuale farebbe di tutto per difendere le sue grigliate di pesce conservando la propria illusione di superiorità etico-intellettivo-culturale. Tecniche di autosopravvalutazione.

Ti dirà che per noi è necessario mangiare animali, perché siamo onnivori. Gli dici che no, non siamo onnivori, bensì frugivori adattabili, come la maggior parte dei primati. Perché sì, nonostante il nostro cervello in grado di creare un microchip, siamo nient’altro che dei primati. Ricercatori universitari, geniali artisti, dotti scienziati, uomini in carriera, sappiatelo: siete dei primati. Tanta fatica, tanto studio, e rimanete egualmente degli oranghi spelacchiati nati senza ragione su un sassolino buttato in un angolo sperduto a caso nell’universo in espansione verso il Big Crunch. Dura da mandar giù, eh? Ma fatevene una ragione come me la sono fatta io: siamo scimmie con il pollice opponibile, e neanche tra le meglio riuscite.
Che poi questi qua comprano la bistecca al supermercato, vanno a casa, la consumano al tepore di un camino davanti alla televisione e si sentono simili a un leone, a un puma, a un giaguaro.
Immagino il risentimento di un leopardo: “Ehi! Così non vale! Io mi faccio un culo così per un pezzo di carne a settimana!”.

Allora l’intellettuale ti accuserà di sentirti migliore, mentre in realtà sei egoista quanto lui perché: “E allora le piante?”. Ma sta fingendo, perché lo sa benissimo anche lui che esistono tre regni biologi ben distinti: minerale, vegetale, animale. E che dunque dire: “Che differenza c’è tra un coniglio e una carota?” è come dire: “Che differenza c’è tra le zucchine e la ghiaia?” o ancora: “Che differenza c’è tra mio zio e uno scoglio?”. A meno che lui non sbucci il coniglio ed accarezzi la carota, ovvio.
Magari gli rispondi che la stragrande maggioranza dei vegetali viene coltivata per foraggiare gli allevamenti, e che quindi, smettendo di mangiare prodotti di origine animale, ne beneficiano anche le piante. Ma è la logica alla base della sua osservazione ad essere quantomeno pirotecnica. Egli infatti ti sta praticamente dicendo: “Visto che qualche essere vivente lo dobbiamo uccidere, tanto vale ucciderli tutti”. Che è un po’ come dire: “Visto che per rifare il bagno devo buttare giù un tramezzo, tanto vale demolire la casa”.
L’impatto zero non esiste: il solo fatto di venire al mondo di un individuo di qualsiasi specie, comporta il danneggiamento e la distruzione di altri e di parte dell’habitat. Ma ho sempre reputato assodata la saggezza del “limitare i danni”.

Probabilmente il progressista continuerà sostenendo che sì, gli allevamenti intensivi sono una mostruosità, ma seguendo il metodo di una volta, in campagna, col contadino amorevole, è tutta un’altra cosa e all’animale spetterebbe “la dolce morte”. “La dolce morte”: “il tumore carino”, o l’eutanasia praticata su uno che sta bene, o il suicidio di uno non consenziente.
Sono sempre stato contrario all’aggiunta dell’aggettivo intensivi quando ci si esprime contro gli allevamenti. Come se essere ammazzati nella Vecchia Fattoria o nella Casa nella Prateria fosse tutta un’altra cosa. Intensivi o virgiliani, la segregazione, lo sfruttamento e l’uccisione non sono mai arcadici. Personalmente, so di non voler essere ammazzato né in galera né nella Playboy Mansion. Quando qualcuno mi parla di quanto sia accettabile morire nella stalla di Metastasio, gli faccio una proposta: “Ora ti lascio vivere libero. Viaggi, trombi, ti diverti, dormi, ti finanzio una vacanza lunghissima. Poi tra cinque anni ti sparo in testa, non sentirai nulla. Ti sta bene?”. Non accetta mai nessuno.

Forse si giocherà la carta dell’onnivorismo proletario: “Un povero non potrebbe permettersi di essere vegano!”. Un chilo di fagioli della tipologia più pregiata, un euro; un chilo di carne, la più economica, quella di scarto, cinque, bene che vada. Quello è un intellettuale che non suole fare la spesa.

E non ci si dimentichi dello strumento dialettico prediletto del vero democratico: il relativismo voltairiano. “Voi fate proselitismo. Tu sei libero di non mangiare la carne, è una tua scelta che rispetto, ma non puoi pretendere che lo faccia pure io. Anche tu devi rispettare le mie opinioni ed il mio modo di vivere”. Non si comprende che tra me e te c’è un terzo che ci rimette: se io smetto di mangiare carne ma tu no, il maiale muore lo stesso. Non si tratta di un’oziosa querelle puramente teorica tra due parti: c’è una terza parte che viene accoppata sul serio. “Tu sei libero di non stuprare quella donna, ma non puoi impedire a me di farlo”.

C’è anche l’argomento individualista: “La gente diventa vegana per moda”. Al pollo non interessano i motivi per i quali non lo ammazzi: ciò che gli preme è unicamente che non lo ammazzi. Anche a me, non è che mi importi granché sapere se il portinaio non mi spara per radicate convinzioni morali o soltanto per quieto vivere o per convenienza o per non finire in galera: l’importante è che continui a non spararmi.

Infine, l’intellettuale concluderà che lui è un umanista e non trova giusto equiparare il dolore degli animali a quello degli esseri umani, noi antispecisti pratichiamo una sorta di antropomorfizzazione degli animali. Ma, tendenzialmente, ad usare l’argomentazione “con tanti esseri umani che soffrono, voi pensate agli animali!” sono sempre quelli che non si interessano né agli animali né agli esseri umani.

E poi ci sono le gloriose tradizioni: il Palio di Siena, la corrida, ‘ste cose qui. E a questi eventi l’intellettuale ci tiene particolarmente.
Anche in questo caso, il bifolco brilla per sincerità: “All’ippodromo e a la corrida me tajo da le risate”. Non la tira troppo per le lunghe.
L’intellettuale progressista no: l’ippodromo lo incendia, e riguardo la corrida, ad esempio, ti parlerà delle usanze secolari, millenarie, dell’enorme importanza culturale della conservazione dei riti ancestrali, del tema della rimozione della Morte nella cultura occidentale, della globalizzazione a cui la corrida si oppone, della dimensione mitico-simbolica della sfida Uomo-Natura, e di tante altre questioni “troppo complesse” per essere affrontate sbrigativamente. Ti dirà che sei un ignorante, perché pensi che il toro venga drogato e invece non è vero; perché confondi i banderilleros con i picadores; perché sei convinto a torto che sia un bieco intrattenimento ludico, mentre invece si tratta di un rituale dall’alta valenza storico-culturale. Quindi informati, poi parla.
Penso al toro.

TORO Cazzo, adesso mi drogate, poi mi fate massacrare dai banderilleros e poi mi trucidate per divertimento!
SPECIALISTA Ma no, ignorantone! Prima di tutto, non ti droghiamo affatto; in secondo luogo, a massacrarti sono i picadores; ma ciò che conta più di tutto il resto è che ti trucidiamo per un profondo valore storico-culturale.
TORO Ah, allora va bene.

Ecco, se uno vuole accoltellarti e tu lo implori di non farlo, quello ha tutto il diritto di dirti: “Ma taci, ché non sai niente sulle pratiche di accoltellamento, sulla loro storia e sul rapporto uomo contro uomo. Lo sai che tipo di lama è questa? Non lo sai. Lo sai di che materiale è fatta? Non lo sai. Lo sai da dove deriva il gesto con cui intendo spanzarti? E allora che parli a fare?!”. Pertanto, in quei casi, con umiltà, è bene ammettere la propria insipienza in materia e farsi accoltellare con entusiasmo, perché è un’esperienza che può arricchire molto intellettualmente parlando.
Quello che i dotti sostenitori della corrida si ostinano ad ignorare è che al toro, della rimozione della Morte nella cultura occidentale, del valore sociale del rito, della globalizzazione, della diversa concezione del dolore in Savater e Singer, nun je ne frega ‘n cazzo.
Voi l’avete mai visto un cinghiale che legge Lévi-Strauss? Io no.
E pure i puledri del Palio di Siena mi sa che della storiografia urbana, mi sbaglierò, ma se ne sbattono i rognoni.
Coinvolgere gli animali nei nostri interessi è l’unica vera antropomorfizzazione degli animali.

Io sarei favorevole alla globalizzazione dell’intelligenza.

Le tradizioni popolari violente che prevedono l’utilizzo di animali hanno da sempre suscitato l’interesse di prestigiosi intellettuali. Tra quelli che amo di più, mi sovvengono Eugenio Montale appassionato del Palio di Siena, Guillermo Arriaga cacciatore, Ernest Hemingway maniaco della corrida.
Ho imparato presto che il talento non ha niente a che vedere con la sensibilità. I grandi scrittori, i grandi artisti, sono in fondo persone che sanno fare bene qualcosa, possiedono un dono naturale, una tecnica, né più né meno di chi è portato per il bricolage o è bravo a giocare a pallone.
Per un uomo colto, però, ritengo il suo sapere un’aggravante della sua mancanza di empatia, dal momento che avrebbe tutti gli strumenti cognitivi per comprendere le pecche della barbarie.
Ma voglio dare, che so, agli eruditi amanti della corrida una possibilità di ottenere il mio rispetto.
Sicuramente, in giro per il mondo, da qualche parte, in qualche tribù, si staranno ancora facendo dei  sacrifici umani, riti ancestrali che provengono da un passato antichissimo e che perciò hanno un enorme significato culturale.
Ecco: il giorno in cui vedrò uno di questi istruiti sostenitori della tauromachia offrirsi volontariamente per essere massacrato, trucidato, ammazzato in un rito di sangue al fine di sostenere con i fatti e in prima persona l’importanza socio-culturale della conservazione dei rituali arcaici che mettono al centro la Morte permettendone la prosecuzione, non solo ricomincerò a mangiare animali e prodotti di origine animale, ma comprerò il biglietto per andare a vedere la corrida, ne diventerò indefesso sostenitore a mia volta e cercherò persino di diventare picador o banderillero, o al limite allevatore di tori de lidia.
Fino a quel momento, però, mi riserverò di considerarli nient’altro che vigliacchi scolarizzati.
Se no è troppo facile. “Il rituale ancestrale, la rimozione della Morte”, e poi tu in poltroncina a prendere appunti per il prossimo libro mentre quell’altro si becca le lame in corpo nell’arena? E no, eh. Comincia a prendere le coltellate tu o a frantumarti addosso alla parete di una curva per consentire ad un altro preparatissimo autore di celebrare la nobiltà di certe usanze, poi mi racconti cosa si prova a stare dall’altra parte.
Dice il saggio: “So’ tutti froci col culo dell’altri”.
“Mettete sullo stesso piano uomini e animali, è indecente”. È vero: in effetti nessun toro ha mai pagato un biglietto per vedermi sgozzare da qualcuno.
È sufficiente capire una cosa semplicissima: un pollo, nella sua diversità, è più simile a noi che a un ferro da stiro.

*

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Gli amanti sulle macerie

Posted by sdrammaturgo su 21 febbraio 2012

Vedi, laggiù,
quella fortezza diroccata
divorata dai rampicanti
e dall’abbandono
un tempo ospitò
sogni di gloria immortale
e furon parati gli eserciti
e scorse il sangue
nella coppa del re.

Quel cumulo morto di sassi
invece fu un tempio splendente
in cui si insegnò l’eterno
ma si apprese il perituro.

E lì
in quella casa ch’or non è più
arse un fuoco benigno
sotto la vampa
gelata
degli anni.

Ed ora son sassi
inerti
le pareti impregnate di sole
e l’eco lontano
non più
ma muto
non muta
né rimbomba più per le valli.

E’ silenzio il vocio brulicante
della fiumana di vita che fu
ove mormora in piena la quiete.

Nel pozzo c’è acqua
che nessuno berrà.

Tra queste rovine polverose
d’una gelida estate incandescente
su cui rovinò fragorosa
la rovinosa valanga dei secoli
si succedettero civiltà estinte
votate all’avvenire,
ignare che il presente era passato.

E qui
su questa tomba d’edera e marmo
gravano gli attimi petrosi
sugli amanti che si dissero: “Per sempre”.

E sotto al macigno di istanti
che tace
noi titubiamo dubbiosi;
eppur pare certo il viluppo
con cui tratteniamo il timore
sostenendoci saldi e spauriti
mentre il tempo ci frana di sotto.

Ti sorreggo mentre m’abbracci,
mi cingi e mi metti al riparo
dall’erosione che ci trascina via;
immobili, stretti, avvinghiati,
sprofondiamo nelle crepe delle labbra
come scivola l’ultima goccia
nello squarcio del muro maestro.

Ed il brivido del suol che ci attraversa
è lo stesso tremore di dio.

E’ questo, amore, che siamo:
un singulto dell’infinito che ci pervade,
una bella incertezza del Caso.

Ed i nostri devoti “ti amo”
son sospiri in una tormenta.

Ed è questo, amore, il destino:
un attimo d’ardor del nostro bacio
prima di precipitar
nel gelo eterno.

*

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Le storie di Papà Castoro 3

Posted by sdrammaturgo su 19 febbraio 2012

“Dai Papà Castoro, raccontaci sette storie!”
“Perché proprio sette?”
“Perché l’autore ne ha scritte sette e questo è solo un espediente metanarrativo per introdurle”

*
Il petauro che sottovalutò la toponomastica*

*Illustrato in una versione alternativa nel nuovo numero di Mamma!

Nel Villaggio degli Animali Outsider si era appassito il Sacro Fiore della Vita e del Cielo. Urgeva andare a prenderne un altro nella Valle dell’Inesorabile Dolore Atroce e della Morte Tassativa.
Per farlo, venne sorteggiato il Petauro, che batté sciaguratamente lo Zebù, la Martora, la Moffetta e il Dingo.
Il prescelto aveva però il diritto di rifiutare, tanto pericolosa era considerata la missione. Gli sfigati sono molto comprensivi.
“Ho paura”, disse il Petauro. “Non voglio andare”.
Intervenne allora il Licaone Morganfriman, il vecchio saggio del villaggio: “Non aver paura: è la tua occasione per diventare uomo”.
“A parte che sono un petauro, quindi mi pare difficile che io diventi uomo. Ma soprattutto: se non ho paura della Valle dell’Inesorabile Dolore Atroce e della Morte Tassativa, di cosa diamine devo aver paura?!”
“La nostra comunità ha bisogno del Sacro Fiore della Vita e del Cielo!”
“Non possiamo prendere quello che si trova nell’Idilliaco Prato Profumato e Soave?”
“No, quello nella Valle dell’Inesorabile Dolore Atroce e della Morte Tassativa è in offerta”
“Ma io mi caco sotto al sol pensiero”
“Sii valoroso: pensa a quanto rimorchierai al ritorno”
“Ma sì, in fondo che sarà mai”
“I nostri padri ci insegnano che tira più…eccetera”, sentenziò solennemente il Licaone.
“Ah, un’ultima cosa: ma a che serve ‘sto Sacro Fiore della Vita e del Cielo?”
“Ciao, ci vediamo”.
Il martire della religione deve sacrificarsi sulla fiducia.
Il Petauro partì ribaldo (ma non lo avrebbe fatto qualora avesse saputo che un giorno qualcuno avrebbe usato l’aggettivo ribaldo parlando di lui).
Scampò con coraggio perigli d’ogni risma: evitò valanghe e venditori di rose, affrontò il Crepaccio della Notte Oscura e la Caverna dell’Orrore, sopravvisse al Pozzo dei Tormenti e alla Grotta delle Urla Strazianti, oltrepassò la Gola della Fila alle Poste e il Burrone del Vernissage, superò le Alture dell’Inaugurazione e il Picco dei Pranzi coi Parenti, si salvò dal Sentiero del Compleanno e dalla Scogliera della Festa di Laurea, attraversò il Valico della Monogamia e il Passo della Democrazia Parlamentare, uscì incolume dal Vulcano della Serata Divertente e dalle Sabbie Mobili degli Aneddoti sulle Sbronze. Qualche difficoltà in più sopraggiunse quando arrivò alle Cascate della Diarrea, ma resistette con onore.
Giunto infine nella Valle dell’Inesorabile Dolore Atroce e della Morte Tassativa, morì puntualmente tra atroci dolori.
Morale della favola: ci sarà un motivo se si chiama Valle dell’Inesorabile Dolore Atroce e della Morte Tassativa.

*

L’uomo più sfortunato del mondo

Nel Paese dei Ciechi, l’uomo che aveva un occhio solo faceva il tecnico delle caldaie.
Quando dice male, dice male.

*

Il cavalluccio marino con la scarsa attitudine per il calcolo differenziale

C’era una volta un cavalluccio marino che aveva una scarsa attitudine per il calcolo differenziale.
Ed in effetti la cosa parve a tutti perfettamente normale.

*

L’eroe

Il viandante giunse in città, e subito si distinse per impavidità e buon cuore. Salvò molte vite – quella di un ragazzo che stava cadendo da un’impalcatura, quella di una ragazza aggredita da dei balordi, quella di una vecchina che stava per essere investita da un’automobile, e ancora tante e tante altre – e fece scudo con il proprio corpo riparando la statua del patrono dalla caduta di alcuni calcinacci e si svuotò le tasche per sfamare i poveri della zona e donò il sangue e assistette i malati e non lesinò il proprio aiuto a chiunque ne avesse bisogno nei lavoretti di tutti i giorni e dispensò sorrisi e parole di conforto e risanò i bilanci del Comune ed eliminò la criminalità.
Il viandante aveva insomma portato una nuova luce in città, ma arrivò il giorno in cui dovette ripartire.
Tutti i cittadini uscirono dalle loro case per ringraziare con le lacrime agli occhi colui che con il proprio altruismo tanto bene aveva fatto alla comunità: “Non te ne andare!” “Qui ci sarà sempre un posto per te!” “Sei il nostro eroe!” “Ti saremo eternamente riconoscenti!” ed i sorrisi si mescolavano ai singhiozzi e i singhiozzi ai sorrisi e tutti si abbracciavano, mentre il viandante riprendeva il cammino.
Ad un tratto, si arrestò, si voltò verso la folla immensa che lo salutava acclamandolo, e disse:
“Ah, comunque io sono pedofilo”.
E proseguì il cammino.

*

La terra del bel tempo

Vi era una terra in cui il clima non cambiava mai. Splendeva sempre il sole, il cielo era terso, la temperatura calda ma mite e lievemente ventilata, la pioggia non esisteva e ci pensavano i fiumi ad irrigare i campi. Cosa che riduceva drasticamente gli argomenti di conversazione. Gli anziani non sapevano di cosa parlare; i conoscenti che si incontravano provavano a farfugliare qualcosa, ma, non trovando spunti, tiravano dritti.
Costrette all’originalità, le persone se ne stavano chiuse in un teso mutismo.
Il ribollente bisogno di comunicazione logorava gli individui, tanto che nessuno riusciva a godersi il bel tempo. Finché un giorno arrivò un imprenditore che mise appunto una macchina in grado di produrre temporali, alluvioni, frane e terremoti. Molti morirono o persero i propri cari, la stampa prese il via, nei bar e nelle piazze tutti condividevano il proprio automatico scoramento e confrontavano la propria disperazione codificata. Così l’imprenditore venne accolto come un benefattore.

*

La ditta poco affidabile

C’era una volta una ditta di porte blindate e sistemi di sicurezza, ma venne svaligiata.

*

Il masochista insaziabile

C’era una volta uno slave che aveva bisogno di continue umiliazioni. Le pur frequenti angherie a cui lo sottoponevano le mistress o i master a cui si rivolgeva non gli bastavano mai. Il suo famelico masochismo richiedeva molto di più. Gli era necessaria una sottomissione fisica e psicologica quotidiana. Così si trovò un posto di lavoro.

*

*

Appendice

Il romanticismo di Papà Castoro

“Papà Castoro, cosa sono la Bellezza, la Meraviglia e la Perfezione?”
“L’aerial show di Stoya, figlioli”

*

*

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“Sonetti del barbiere libertario” 8

Posted by sdrammaturgo su 2 febbraio 2012

Alle superbe schiave

*

Impiegata che vai a manifestà
e dici: «Escort? ‘N par de cojone!
Io so’ contro la mercificazione!»
e quell’ott’ore chiami libertà:

ma nu’ lo sai che tu se’ ancor più cosa?
Che pe’ ‘l padrone che te tiene ansante
tu conti tale e quale a la stampante?
Tu presti per danar il corpo a iosa:

dai occhi, mani, testa, piedi e core
e nun c’è alternativa a la fatica.
L’istesso vale poi pe’ l’operaia,

docente, chirurga, schiave de paja.
Che differenza c’è tra orecchie e fica?
Sol quella che pretendono le sòre.

La troia “sanza onore”?
Guadagna più, lavora meno e tromba.
Tu mòri in un ufficio ch’è ‘na tomba.

*

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Celebrazione di Nicolas Winding Refn

Posted by sdrammaturgo su 31 gennaio 2012

La grandezza di Nicolas Winding Refn si capisce dal fatto che Drive, che è bellissimo, è uno dei suoi film peggiori. O meglio, meno belli, meno superlativi, meno strepitosi.
Stilare classifiche è talmente stupido che è impossibile resistere alla tentazione di farlo, dunque non mi sottrarrò al tentativo di fare una classifica delle opere di questo genio che DEVE essere celebrato, conosciuto, amato.

1) Valhalla Rising (2009) è probabilmente – se non sicuramente, indubitabilmente e indiscutibilmente – il suo capolavoro assoluto. Refn si sbarazza della narrazione – questa tenaglia che soffoca il cinema e la letteratura per colpa di un pubblico infantile che ha bisogno di sentirsi raccontare storie – ed esalta la potenza evocativa dell’immagine, poiché, come ci insegna Wittgenstein, la superficie è il massimo della profondità e l’opera d’arte dice se stessa, le sue forme e i suoi colori, e solo in questo modo può parlare di altro, tanto altro, tutt’altro. E infatti Valhalla Rising è un trattato filosofico sull’Uomo e la Natura che non ha bisogno di alcuna parola. E nessuno è più superficiale di chi cerca qualcosa sotto la superficie invece di esplorarne accuratamente il sopra. Il protagonista è un personaggio indimenticabile: un guerriero schiavo vichingo muto e senza un occhio, strappato ad un passato mitico che può solo sognare nei suoi brevi sonni e scagliato brutalmente nella Storia e nella Natura, in cui non c’è alcun paradiso per i guerrieri, e chi cerca dio trova solo orrore e morte. E’ interpretato da Mads Mikkelsen, uno dei più grandi attori in circolazione, nonché uno dei pochi ad aver recepito la lezione di Gian Maria Volonté dell’eclissi totale nel personaggio. Ispirato ad un leggendario fatto vero, la spedizione vichinga che raggiunse Vinland, l’attuale Nord America, ben prima di Cristoforo Colombo, Valhalla Rising ci parla del Tutto attraverso il mutismo del Nulla, che è poi l’unica maniera onesta e possibile per farlo. Dopo Valhalla Rising, ogni altra cinematografia è superflua.

2) Bronson (2008) insidia il primato a Valhalla Rising. Sarebbe sufficiente dire che è un film che non somiglia a nessun altro, ma andrebbe visto anche solo per premiare Tom Hardy, un figaccione da paura che per interpretare Michael Gordon Peterson (di cui il film è la “biografia teatralizzata”) si è completamente sformato e deformato. Lars Von Trier si incontra con Quentin Tarantino e ne esce Nicolas Winding Refn. La genetica non mente. E’ un vero peccato che in Italia ci sia stato un soggetto anche più interessante di Peterson come Vallanzasca, ma invece di Refn se ne sia occupato Michele Placido.

3) Pusher III (2005), ultimo capitolo della trilogia: interpretazione suprema di Zlatko Buric, uno degli attori-feticcio di Refn, nel ruolo di un malavitoso stanco, un melancolico ras, troppo piccolo per essere un narcotrafficante, troppo grande per essere uno qualunque, meno di un gangster, più di uno spacciatore, travolto dallo stillicidio pacato dell’esistenza. Un’opera sulla crudeltà della normalità e sulla normalità della crudeltà.

4) Pusher II (2004), ancora Mads Mikkelsen, irriconoscibile come dovrebbe essere ogni attore ad ogni nuovo personaggio, ancora cronache dai margini, margini della società, margini dell’esistenza, margini della vita, senza alcun compiacimento epico.

5) Bleeder (1999), di nuovo Zlatko Buric, di nuovo Mads Mikkelsen, di nuovo trasformati, di nuovo storie sull’atroce quotidianità e sulla quotidiana atrocità. Di nuovo Bellezza che emerge dal gioco dei contrasti con il banale, il tremendo, il disumano – e dunque il pienamente umano.

6) Pusher (1996), il primo capitolo, un po’ Dogma 95, un po’ Nouvelle Vague, per un lirismo iperrealista senza poesia, e proprio per questo silenziosamente struggente.

7) Drive (2011). E’ inferiore agli altri ed è magnifico. Rendiamoci conto.

8) Fear X (2003), un non-thriller, un a-noir, che fa la parte dell’opera minore e per qualsiasi altro bravo regista emergente sarebbe il massimo.

C’è in particolare una scena in Bronson che rappresenta una sorta di sintesi della poetica e dei temi di Refn: cura formale e stilistica, estetismo, grottesco, degrado, ironia, teatralità, tragedia, emarginazione, claustrofobia, gioco, nichilismo, espressionismo, decadenza, orrore, metanarrazione, redenzione.
L’oggettività esiste.

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