Beati i poveri, perché moriranno prima

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L’amore non serve

Posted by sdrammaturgo su 23 agosto 2012

Mi è stato detto qualche volta che sono un vegano atipico: non mi metto ad accarezzare i cani, non ho moti d’affetto verso i gatti, non ho animali domestici, gli animali non mi suscitano particolari tenerezze. Puzzano pure. E spelano. E si puliscono il culo con la lingua.
Un vegano disinteressato agli animali, insomma.
E in effetti perlopiù gli animali mi sono indifferenti.
Non ho mai capito ad esempio l’entusiasmo in presenza di un cane. Tutti che si azzuffano in preda a raptus di dolcezza per dimostrare il loro amore al mammifero attraverso coccole e smancerie di dubbio gusto, mentre io non faccio che pensare: “Uau, un esemplare del quadrupede più diffuso al mondo!”.
Provo la stessa cosa quando qualcuno tenta di attirare la mia attenzione sulla presunta meraviglia di un infante.
“Guarda che bel bambino! Guarda che bel bambino!”
“Ehi, incredibile, un essere umano. Ce ne sono solo altri sette miliardi in giro”.
Per un ligro proverei già maggiore stupore. O anche di fronte a un semplice lupo. Non capita mica spesso di vederne uno.
Allo stesso modo, un uomo che pesa cinquecento chili o un centometrista olimpionico già mi catturano di più. Voglio dire, non è da tutti riuscire a fare i cento metri in meno di dieci secondi. Ma non capisco perché il postino dovrebbe emozionarmi. A meno che non consegni le bollette a tutto il viale in nove secondi e cinquantotto, ovvio.
Ecco, io sono un vegano antispecista che non ama gli animali. Anzi, alcuni li detesto. Altri mi fanno pure un po’ schifo. Se domani topi e blatte si estinguessero autonomamente, accoglierei la notizia con un certo giubilo.
Il punto è un altro: detesto anche il mio vicino di casa. E a dirla tutta mi fa pure un po’ schifo. Se domani morisse, non soffrirei affatto e forse proverei anche una malcelata gioia. Ma non per questo lo imprigiono, lo sfrutto, lo torturo, lo ammazzo e lo mangio.
Dire: “Amo gli animali” è un’affermazione specista al contrario. Perché mai dovrei amare un individuo solo perché appartiene a un’altra specie? Un cane, un gatto, un coniglio, per me sono degli estranei tanto quanto un passante sconosciuto.
Posso amare un animale con cui ho un rapporto affettivo, che vive con me, di cui mi prendo cura e che mi fa compagnia, esattamente come amo mia sorella, amo i miei amici, amo la ragazza con cui sto. Ma Gianni Brugnoli di Cremona, mi dispiace per te, ma non ti amo. Capiscimi, manco ti conosco. Forse manco esisti. Non volermene: non penso che tu per me provi particolari sentimenti.
E anche tu, Giada Moncaspio di Sondrio, sappilo: non ti amo. Può essere che puzzi pure tu. O speli. O ti pulisci il culo con la lingua, chi lo sa.
Quello che mi basta sapere è che nessuno vada da Gianni Brugnoli di Cremona e da Giada Moncaspio di Sondrio per schiavizzarli, vivisezionarli e trucidarli. In quel caso, avrebbero tutta la mia empatia.
Amore non significa niente. È un concetto troppo vago e vasto, non si sa bene a cosa si riferisca, è un universale vuoto che ognuno può riempire come vuole.
Per l’antispecismo l’amore non serve. Anzi, è persino deleterio.
In fondo, un marito che pesta la moglie, magari la ama pure. La ama e la pesta. Chi potrebbe affermare che in realtà i suoi sentimenti siano falsi? Lui è fatto così: ama e pesta. Quindi forse la ama davvero, ma di sicuro non la rispetta.
Ecco il concetto che va sostituito a quello di amore: rispetto.
Perché un macellaio, un cacciatore, un amante della trippa al sugo, possono sì dire di amare gli animali senza che nessuno possa muovere obiezioni sulla sincerità dei loro pensieri; ma quel che è certo è che non rispettano gli animali.
Non bisogna dunque dire: “Sono vegano per amore degli animali”, bensì: “Sono vegano per rispetto degli animali”.
Una volta un’altra vegana mi disse: “Non mi sembri per nulla curioso dello stile di vita che ti sei scelto”. Aveva ragione. Non c’è niente di cui essere curiosi. Per essere antispecista e vegano bisogna capire una cosa sola: non rompere i coglioni agli animali. Un vantaggio non da poco. Quale altro modo di vivere può contare su una simile semplicità?
Non mi stancherò mai di ribadirlo: non c’è alcun eroismo nell’essere vegan, nessun particolare ingegno è necessario. È la cosa più facile del mondo.
Per questo non capirò mai fino in fondo i dibattiti filosofici sull’antispecismo. Per me potrebbero essere ridotti a una sola frase: non rompere i coglioni agli animali.
Libro: L’antispecismo. Autore: Claudio Gianvincenzi. Pagina uno: “Non rompere i coglioni agli animali”. Fine. Venticinque euro. Un bestseller.
Esseri umani, non siate antropocentricamente presuntuosi: nessuno ha bisogno dei vostri sentimenti.
Gli animali non hanno bisogno di amore: hanno bisogno di essere lasciati in pace.
Capito questo, avete capito tutto.

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Amori marginali

Posted by sdrammaturgo su 23 dicembre 2010

Quel che accadde, accadde. Le tautologie sanno essere molto suggestive.
Quella notte (poiché la notte è ancor più suggestiva) avrebbe cambiato i loro cuori per sempre. Tranne ad Oreno Pompetta, gravemente cardiopatico, in attesa di trapianto, ma molto sfortunato.
Ognuno di loro, disperso in un angolo diverso della città, stava andando ad incontrare il proprio destino.

Oreno Pompetta passeggiava dalle parti del cimitero. Avvertì la sensazione di un’atmosfera presaga, ma, non conoscendo il significato della parola presaga, non vi badò.

Altrove, da qualche altra parte, chissà quale, Mario e basta stava uscendo di casa, infastidito dal fatto che nessuno prendesse mai in considerazione il suo cognome. Salì in sella al motorino, che però gli era stato rubato la sera prima, e partì. Percorso che ebbe un paio di chilometri, si accorse che stava andando a piedi e prese coscienza del furto, non riuscendo tuttavia a perdonarsi d’essersi reso ridicolo camminando per tutto quel tempo con il casco in testa.
Anche Delia era uscita a piedi, ma in automobile, procedendo nella direzione di Mario, fiera come sempre del suo nome aristocratico. Vedendo Mario in difficoltà, gli si accostò.
“Hai il motorino che ti perde l’olio”.
D’altronde non poteva sapere che glielo avevano rubato la sera prima.
“Grazie, non me ne ero accorto. Sai, è che sono a piedi”
“Anche io. Serve un passaggio?”
Si stupì di essersi dimostrata così disponibile nei confronti di uno sconosciuto, ma lo sguardo di lui l’aveva resa inusualmente fiduciosa e prodiga.
Anche Mario fu sorpreso, ma colse al volo l’occasione.
“Volentieri, grazie davvero”.
“Di nulla, ci mancherebbero. Così facciamo due passi insieme”.
E ripartirono, l’uno accanto all’altro nell’autovettura.

Intanto, Bruno era biondo e Jessica suonava l’arpa in un complesso di ottoni.
Lei era bella come un notturno di Chopin, lui era brutto come Chopin.
Nonostante ciò, stavano facendo l’amore. Cosa non facile, mentre si suona l’arpa in un complesso di ottoni e soprattutto mentre si è biondi.
La sala era gremita, ma vuota, in quel fumoso jazz club, il preferito dagli oncologi, che non ci mettevano piede.
Lui era un edonista di polso, lei era solita parlare troppo ed a sproposito.
“Tieni a frenulo la lingua”, le disse bramoso.
Ella eseguì.
Tanto, di loro, a chi importava?
Ed a loro, cosa importava? Tanto più che gli scambi commerciali internazionali erano in netto calo.

Ogni volta che passava un’ambulanza in sirena, Nino si sentiva chiamato in causa.
Era uno strano misto di paranoia e megalomania, Nino. Per questo Susanna non ne voleva sapere di lui. O almeno questo Nino preferiva credere, piuttosto che riconoscerne la gelida indifferenza. Ma la verità, agra come…come…agra come… va be’, qualcosa di agro, insomma, era che lei non si accorgeva affatto di lui.
E sì che Nino si era già trovato costretto ad ammettere il totale disinteresse di lei. Come quella volta in cui gli era passata davanti senza minimamente notarlo, lui l’aveva salutata e Susanna, come leggermente scossa da un tenue torpore, si era giustificata dicendo: “Scusami, non ti avevo visto, eri coperto da una zanzara”.
Ma lui l’amava, con tutta la forza del proprio testosterone.
Nino, ch’era d’animo gentile e di cultura raffinata, l’aveva conosciuta in quel vero tempio dell’interclassismo che è la palestra.
Era rimasto subito colpito da quell’esile sorriso un poco rozzo e delicato insieme. Così diversa da lui, con quei modi da separatismo di banlieue che ne rivelavano le indubbie radici torpignattariche, pure aveva una leggiadria di silfide nostrana.
Non poteva sopportare che l’istruttore, con la sua aria di periferia redenta, fosse riuscito a far breccia nel cuore della ninfa plebea tramite stratagemmi tanto vetusti: la baldanza strisciante, il mellifluo sfoggio di galanteria codificata, la possanza tracotante con gli altri e sdolcinata con lei, il ginocchio appoggiato sul gomito per assumer la posa del seduttore anni ottanta. Oh, quanto anacronismo era costretto a subire l’indifeso Nino!
Qualche amico gli aveva consigliato di mandarle dei fiori, ma probabilmente lei, fanciulla graziosa dall’animo rude, avrebbe preferito la marmitta dalla Golf Gt. E lui di motori non capiva alcunché. E si meravigliava di come l’argomento potesse ricorrere talvolta per qualche puro caso d’esigenza narrativa.
Decise allora di puntar sul sincretismo: avrebbe coniugato il suo gusto letterario e la sua passionalità discreta a metodi giovanilistici di gran consumo che lei avrebbe certamente recepito come famigliari. Comprò così della vernice spray affinché l’amata potesse leggere sull’asfalto lo sconfinato ardore che gli bruciava petto e scroto.
Certo, la sua nota prolissità era un problema. Quella notte cominciò a scrivere sul marciapiede di fronte al portone di Susanna e, giunto che fu allo svincolo autostradale, si bloccò alla millesettantaquattresima egloga.

Oreno masticava amaro, aduso com’era a sgranocchiare ravanelli.

Mario era piacevolmente stupito dalla serena e spavalda iniziativa di Delia. Chiacchierarono a lungo, del più e del meno, scoprendo il comune interesse per la matematica di base; parlarono di tutto, di come fosse un aggettivo o pronome indefinito davvero interessante e polivalente.
Conversando così piacevolmente con lei, Mario si era dimenticato i propri impegni ed il motivo per cui era uscito. La vecchia zia inferma, che lo aveva chiamato per essere risollevata poiché era caduta dalla carrozzella mentre stava preparando da mangiare, si arrangiò in qualche modo, ma saltò la cena.
Giunsero davanti casa di Delia, privi della zia di Mario.
“Sali?”, chiese Delia, che abitava al seminterrato.
Mario accettò e salì scendendo le scale, sentendosi piuttosto innovativo.
“Bello, quassù”, fece Mario.
“Bevi qualcosa?”, fece Delia.
“Sì, solitamente bevo qualcosa”. Era infatti sua abitudine idratarsi quotidianamente.
Il colpo di fulmine esiste. Per questo è sconsigliato fare il bagno durante un temporale.
Si baciarono. Travolti da vicendevole desiderio, in un attimo si ritrovarono nudi sul letto, dove fusero i loro corpi a guisa di ovino.

Nel frattempo, Nino aveva scoperto che gli autotreni non apprezzano l’endecasillabo.

“Sai, mi ricordi Chopin”, disse Jessica all’insicuro Bruno.
Jessica infieriva sempre. Poteva ridurre a brandelli un brano.
Mentre si ricomponeva, senza alcuna timidezza per la propria protesi alla gamba destra, aggiunse:
“Bevi qualcosa?”.
“Una stampante, grazie”.
Bruno, nonostante la propria turpitudine estetica e l’estrazione sociale nana, era riuscito a conquistare quella donna splendida ed elegante. Si sentiva come un soldato che avesse tenuto sotto assedio da solo la città di Costantinopoli.
Fu forse per questo che Jessica gli aveva rovesciato dell’olio bollente addosso.
Sfigurato ma felice, la guardò ammirato e quasi incredulo un’ultima volta. Jessica ricambiò con l’intensità che gli era propria.
E Bruno, che faceva il camionista, la baciò con tutto l’autotrasporto di cui era capace.
Si salutarono.

Quando venne dimesso dall’ospedale, Nino uscì con Susanna, l’istruttore ci entrò.
Bruno e Jessica non si videro mai più.
Mario e Delia si sposarono.
Oreno morì.
Andò peggio a Mario e Delia.

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Un fallito contemporaneo, 3

Posted by sdrammaturgo su 18 dicembre 2010

Capitolato Terzo

Se non son belle le rose senza spine, figuriamoci le spine senza rose

ove si affronta l’amara verità a viso aperto e non ci si stupisce di conseguenza se da essa si è preso in pieno uno sganassone, e apprendesi preziosa lezione: pugilatore che tien la guardia bassa divien spavaldo malato di Parkinson.
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La posizione sociale è tutto. Se non sei nessuno, non eserciti alcuna attrattiva (ne sa qualcosa l’Uomo Invisibile). Un esempio? Le donne del mondo dello spettacolo. Potrebbero avere chiunque e guarda caso stanno sempre con uomini importanti. “E’ normale, frequentiamo lo stesso ambiente. Per me non ha mai contato nulla il fatto che fosse un regista influente. Mi ha colpito perché è una persona affascinante”. Oh, incredibile: il tecnico delle luci non è mai affascinante.
Una donna non si chiede: “Chi mi piace?”, bensì: “Chi mi deve piacere?”, giacché una donna patisce particolarmente la pressione sociale e subisce una spasmodica ansia di accettazione nel consorzio umano. E’ per questo che non bada tanto all’individuo in sé, quanto a ciò che esso rappresenta, alla maniera in cui viene percepito dagli altri, a quello che gli ruota intorno. Per piacere ad una donna è sufficiente dunque piacere ad altre tre di sua conoscenza. E’ quindi un vero guaio se non piaci neppure ad una quarta di cui lei ignora l’esistenza.
Oggi come oggi (altrimenti, come cos’altro potrebbe essere oggi?) non potrebbe più esistere una coppia Otello e Desdemona, perché lui farebbe il salumiere (o, nella migliore delle ipotesi, il fruttivendolo) e lei sarebbe la figlia di un accademico della Crusca e di un soprano (per inciso: sono molto solidale con le cantanti soprano, perché sono destinate ad essere fotografate sempre in posa da pompino).
E l’atmosfera, la possibilità di sognare cinematograficamente (pur godendo di tutte le certezze del caso – il famigerato uomo che “dà sicurezza”), sono tutto per una donna.
Una donna si fidanza per poter avere a che fare con tutto quello che gira attorno al fidanzamento. Il fidanzato non è il fine, ma il mezzo. Non è la persona la cosa principale: l’obiettivo vero sono i bigliettini e le telefonate. L’amore è una strategia di mercato della Vodafone.
Lo stesso vale per la famiglia: non si fa una famiglia per stare con una persona: si sta con una persona per fare una famiglia. Di conseguenza, un uomo vale l’altro. E a questo punto mi chiedo: perché, quando ci sono di mezzo io, vale sempre l’altro?!
Avete mai notato? A tavola, gli uomini vanno pazzi per primi e secondi piatti, mentre le donne preferiscono antipasto e contorno. E’ un dato di fatto: se un uomo ed una donna fanno sesso su una collina, all’uomo piace la donna, alla donna piace la collina.
Io non sono bravo a fare il fidanzato. Bisogna nascere con la dote. C’è chi nasce bravo a giocare a calcio, chi nasce con il pollice verde, chi è portato per la musica, chi sa fare bene il fidanzato. Io no. Nessuna delle quattro.
E poi, ammettiamolo: il fidanzato serve per riempire il tempo alle donne prive di interessi e la fidanzata serve come approvvigionamento sessuale agli uomini privi di fica.
Una relazione si configura pertanto come un’alternativa ai corsi di salsa e merengue da un lato ed un abbonamento in Vulva Sud dall’altro. Vita di coppia, famiglia, figli, sono stati inventati per offrire un argomento di conversazione alle persone molto noiose. Compreso questo, la concezione dell’amore si ridimensiona considerevolmente. Ma conserva intatto il fastidio che ne deriva.
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Allora mi sono iscritto in palestra. “Così miglioro il mio aspetto ed intanto non vengo sopraffatto dai pensieri”, mi sono detto. Ma ogni volta che sono in palestra penso: “Tutta questa fatica e non sono neppure il più bello del mio condominio”. E sotto i pesi non faccio che sperare che cambino i canoni estetici. Sarebbe una notevole facilitazione esistenziale trovare Aldo Fabrizi sulla copertina di Men’s Health.
C’è da aggiungere anche che niente è più vano e financo deleterio della palestra nei rapporti con l’altro sesso. Mi spiego: legata in qualche modo al codificato imperativo raffaellesco-castiglioniano della sprezzatura, la donna esige che sia evidente la bellezza ma resti ben nascosto lo sforzo per ottenerla; se vai in palestra non sei quindi altro che uno fondamentalmente brutto che tenta con impaccio di migliorarsi (peraltro invano); inoltre, se mostri di essere particolarmente attento alla forma fisica ed all’aspetto esteriore, lei entrerà nel panico poiché penserà che tu giudicherai con severità ogni suo minimo difetto estetico e ciò le getterà addosso un’inammissibile insicurezza che non potrà accettare; se però non ti curi e ti inflaccidisci, lei perderà ogni residuo di attrazione nei tuoi confronti perché non ci tieni e non la attiri più sessualmente; la pretesa di una donna è pertanto che un uomo sia geneticamente bello ma non vi badi granché e si senta perciò libero di ingozzarsi e non praticare mai del moto senza che ciò intacchi in alcun modo i suoi addominali scolpiti, essendo essi protetti da imperitura incorruttibilità concessa per divin miracolo.
Eh sì, le sofferenze mi inseguono pure lì. Anche perché è cominciato un corso di danza del ventre. Chi l’avrebbe mai detto che ci si potesse arrapare pure con la musica del kebabbaro? “Non ti meritano: quelle hanno di sicuro un cervello piccolo così”, mi ha detto un amico per consolarmi. Ho capito, ma hanno pure due tette grandi così.
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Ma sapete qual è la mia vera sciagura? Sono basso. O meglio, sono stato sfortunato a nascere nel periodo storico sbagliato in cui l’altezza media mi penalizza. Col mio metro e sessantanove, nel 1902 sarei stato uno stangone. Se voglio rimorchiare, quando mi chiedono quanto sono alto, mi trovo costretto a mentire dicendo 1.70. E’ come al supermercato, quando si legge 4.99 invece che 5 euro sul prezzo di una confezione. Quel misero centesimo ti convince che stai facendo un affarone, che il prezzo sia nettamente più basso. Allo stesso modo, un solo centimetro fa la differenza tra l’essere accettato come partner sessuale o l’essere rifiutato. Una donna associa la decina del metro e sessanta alla misura femminile, quindi niente da fare. Da quella del settanta in su, invece, si tranquillizza. L’amore è una questione di marketing.
Fateci caso: ogni volta che si domanda ad una donna “Come dev’essere il tuo uomo ideale?”, lei risponde puntualmente: “Dunque…dunque: alto, poi…”. Capite? Ognuna menziona sempre “alto” come prima caratteristica, la nomina sempre al primo posto dell’elenco delle qualità fondamentali! Non già “bello”, non “intelligente”, nemmeno “ricco”, tantomeno “dotato” o “affascinante”. No! “Alto”. A parte quando mente e dice che l’importante è che sappia farla ridere, ma va be’ – anche se riguardo a questo vige storicamente un grosso equivoco. Dipende infatti cosa si intende per “deve farmi ridere”. Dipende, ossia, dal tipo di risata che l’uomo deve saper suscitare. Uno pensa alla risata e subito viene in mente quella che segue ad una battuta sorprendente. Non è così: quando una donna afferma che innanzitutto un uomo debba farla ridere, intende un altro genere di risata. Questa: “Ciao. Sai, ho una carriera brillante e posso garantire un futuro di benessere, massima stabilità e protezione per te e la prole” “Hahaha, ommioddio, ma è splendido! Ti amo”. Se le cose stanno in questo modo, allora i conti tornano. Ma non le biasimo per questo, ci mancherebbe. Siamo pur sempre animali. Cosa succede in natura? Il leone maschio cerca di accaparrarsi le risorse migliori, rappresentate principalmente dalla femmina più sana che gli darà una prole robusta; la leonessa si accoppia con il maschio alpha che possa salvaguardare lei ed i cuccioli dai pericoli esterni. Allo stesso modo, le donne hanno bisogno di un uomo sistemato; a noi uomini basta che sia figa. Se volete capire l’amore, guardate gli ippopotami.
La donna, per struttura psico-fisico-osteo-muscolare, guarda solo dritta davanti a sé. Per cui, se sei abbastanza alto da entrare pienamente nel suo campo visivo, bene. Altrimenti, niente. La donna abbassa lo sguardo solo per guardare i cagnolini. Quindi, seppure lei è 1.76 e tu 1.75, quel solo, unico, apparentemente trascurabile centimetro, è sufficiente a costringerla ad un’impercettibile inclinazione dello sguardo verso il basso che ti relegherà inesorabilmente nella categoria Cagnolini. Abbassando gli occhi, ti assocerà così al cane di sua zia, il quale peraltro gode di tutto il suo disprezzo. Le sono sempre piaciuti tutti i cani, va pazza per i cuccioli, con la sola irripetibile eccezione del cane di sua zia; quello non lo sopporta proprio perché da piccola l’ha traumatizzata pisciandole sulla gonnellina di pizzo. E tu le ricorderai nello specifico proprio quel cane lì. Avresti almeno potuto ricordarle un cane generico, sarebbe già stata una minuscola sottospecie di salvezza. E invece no: le ricorderai proprio l’ineluttabile dannato cane di sua zia, possa esso bruciare all’inferno con tutta la schifosa zia appresso.
*
L’altra mia grande sciagura è che non ho la macchina. Con il motorino non puoi nemmeno andare a puttane. Cosa le dici, ad una prostituta? “Monta, ho un casco in più”? Certo, in quel caso uno potrebbe risollevarsi facendo il dannato sprezzante delle regole dicendo ammiccante con aria da impavido duro: “Sai, non è omologato”. Ma sarebbe comunque un misero rimedio.
Insomma, non ho successo con le donne. Non che la mia situazione sia proprio senza speranze, intendiamoci. Se devo quantificare, diciamo che in un ménage a trois farei il quarto. Mi manca intraprendenza, spirito di iniziativa. C’è qualcosa che mi frena sempre dall’andarci a provare: la dignità. Il fascino della conquista è disarmante: un misto tra orgoglio dell’elemosina ed ebbrezza del marketing. E poi che diamine, io sono un uomo che non deve chiedere mai. Perlomeno se non vuole sentirsi dire di no.
Non sono capace di vendermi. Il tizio più bravo nella promozione di se stesso che io abbia mai conosciuto era uno che, quando una ragazza gli chiedeva: “Cosa fai nella vita”, rispondeva: “Mi adopero per tutti coloro che non hanno voce”. In realtà era rappresentante di pastiglie per la raucedine. Ci sapeva fare. Oh, se ci sapeva fare.
Ho capito che per le donne io sono un uomo oggetto-intellettuale. E questo è ben peggio che essere un uomo-oggetto tout court, nell’accezione comunemente intesa. Essere un uomo-oggetto od una donna-oggetto comporta i suoi bei vantaggi. In ogni caso, quantomeno trombi. Ma essere un uomo oggetto-intellettuale, oh, è una tragedia senza pari. Vieni usato per appagare l’ego altrui. Le donne ti cercano per aumentare la propria autostima. Fanno di tutto per piacerti, perché piacere ad un minorato, sai che sforzo. Non c’è alcun merito, son buone tutte. Ma piacere ad uno molto intelligente, vuoi mettere la soddisfazione? Alza il prestigio, gratifica. E rifiutare uno molto intelligente dà una sensazione di gloria, potere, grandezza, sicurezza, benessere incomparabile. “Posso permettermi di dire di no ad uno molto intelligente, sono davvero figa sotto ogni punto di vista!”.
Quando una ha bisogno di sentirsi intelligente, viene da te. Un’uscita stimolante, conversazioni acute, arguzia che la rigenera. Quando ha bisogno di scopare, va da quello lì che avete visto dimenarsi in pista con indosso la camicia fosforescente e che per giunta la considera una poco di buono se gliela dà subito.
Che condanna, l’intelligenza.
Uomini, fate tesoro di quello che sto per dirvi: quando una donna dice che siete interessanti, significa che non ve la darà mai.
Verità e destino sono sempre già contenuti nelle parole. Interessante è un volume sulla vita quotidiana in Attica nel secolo di Pericle. Voi avete mai visto una donna scopare con un volume sulla vita quotidiana in Attica nel secolo di Pericle? Io no.
L’amore smodato che le donne non riescono a non provare per il mio cervello, le distrae dal mio pene.
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segue

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“Sonetti del barbiere libertario” 2

Posted by sdrammaturgo su 15 aprile 2010

Il barbiere innamorato
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Lo veggo che ‘l monno adè pieno de sorca,
ma che posso fà si me piace una
sola, ch’è bella, ‘ntiliggente, bruna,
simpatica, de porso e pure porca?

Certo, si guardo ‘na fica m’arrazzo,
ma subbito si penso a annà a scopà
le penso co’ lee e nun se pò fà.
E guasa me vorrebbe strappà ‘l cazzo.

Amo una sola e una m’arrapa
e questa me vo’ meno de ‘n curtello
in panza. E nun c’è peggio dolore,

perché al senso de morte nel core
ce se mette pure ‘l mal dell’ucello.
Co’ ‘n’antra ‘n ce vo: è mejo ‘na rapa.

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Amore di nonna

Posted by sdrammaturgo su 26 dicembre 2008

Sottotitolo: Non è un caso se si chiama nonnismo.


Di mamma ce n’è una sola. Di nonne invece ce ne sono talvolta anche due.
L’amore è raddoppiato, l’incremento di affetto è notevole.
Qualche anno fa è morta mia nonna materna. Donna pia (ma pia forte), non si è mai persa una messa, un rosario, un vespro, una novena. Una vera professionista del triduo, una stakanovista dell’orazione, una recordwoman dell’angelus. Tutti i giorni in chiesa, seguendo pedissequamente ogni dettame cattolico, chiedendo sovente la consulenza del frate per non correre il rischio di commettere qualche peccato nascosto nel condimento troppo arrogante dei rigatoni. Mai una parola fuori posto, nessun moto che potesse sembrare vagamente superbo, mai una maldicenza, mai una presa di posizione. Tutta votata a mitezza, umiltà, passività totale, dedita solo al Signore ed alla famiglia, di un’ingenuità disarmante. E’ morta senza credere all’esistenza del fax. Eh, santa donna. A quest’ora si sarà già resa conto della fregatura.
Chi è ancora ben in salute è invece mia nonna paterna: smaliziata, una che sa come va il mondo, donna di carattere, un tipo giovanile (perlomeno rispetto alle matriarche della prima colonia fenicia).
Ah, quanto le devo! Quanta dolcezza, quanta tenerezza, quanto orgoglio ha sempre dimostrato nei miei confronti fin da piccolo! Come quella volta in cui, bambino, me ne stavo con il mio ruspantissimo amico Fiore ad analizzare e commentare l’orto della pòra Ada. “Oh, ha piantato dieci finocchi, sono tanti!”, dissi. “Macché, so’ pochi”, corresse prontamente il mio rustico ed esperto sodale. Amorevolmente, intervenne mia nonna a stabilire una volta per tutte la verità: “C’ha ragione Fiore: so’ pochi, lui sì che ce capisce, tu che ne voj sape’?”.
E poi, crescendo, quando si avvicinava l’età per prendere il motorino, lei era lì, pronta a rassicurarmi: “Nonna, vado a fare un giretto con il Dingo del nonno, tanto sono capace” “Ma quando mai, nun sei bbono”.
E più maturavo io, più aumentavano il suo calore umano e la sua stima per il suo diletto nipote. Una volta, approssimandosi gli anni della ragione, stavo conversando con un paio di amici sui segreti della giovinezza: “Sento che è come se non fossi mai stato adolescente, come se fossi passato immediatamente dalla preadolescenza all’età adulta”. Subito mi fece eco lei, la mia cara ava: “Ma quale omo, che sei un regazzino, sei”.
Finché arrivò anche il momento del primo amore: i diciotto anni, e con essi, la mia prima vera fidanzata. Alta, bella, magra e soprattutto figlia di dottore: a mia nonna capitò di conoscerla e non le parve vero. “Tienitela stretta, che a te quando te ricapita?”.
Così pure quando tre mie amiche particolarmente avvenenti, eleganti ed intelligenti vennero a passare un fine settimana con me nel mio paese d’origine: mia nonna le vide e volle subito mostrare la propria sterminata ammirazione verso di me (della quale peraltro non aveva mai fatto mistero): “Ma pensa un po’… Mica pensavo che tu ci potessi avere amiche così belle”.
Oh, che preziosa cosa è stata il suo prendere sempre sul serio le mie idee, i miei pensieri, i miei valori! “Io non mangio carne, né alcun altro cibo di origine animale, poiché sono nemico della violenza, nutro uno sconfinato rispetto per l’alterità, sogno un mondo in cui l’etica prevalga sull’egoismo e l’avidità!” “D’altronde è l’età, ‘ste fissazioni so’ normali, voj esse a la moda. Bah, te passerà”.
Come dimenticare il suo ritenermi un gioiello, il migliore, unico? “Il nipote de la Rita ha fatto ingegneria, s’è laureato, è bravo tanto, mo’ lavora, guadagna bene… Mah, pure tu qualche cosa nella vita la combinerai…”. Fiducia che rinnovò (semmai ce ne fosse stato bisogno) sentendo parlare dei miei successi universitari: “Insomma dice che studi, dai l’esami, piji trenta… Mah, sarà vero…”.
Nonnina, nonnina mia, come sei buona, con quei tuoi sguardi affettuosamente rassegnati allorché mi dici: “Ma che farai là pe’ Roma… Pensa a fatte una posizione sociale, datte da fa’, dacce qualche soddisfazione”; quei tuoi insegnamenti così dignitosi, tipo: “Quando conosci uno potente, staje appresso, fatte vedé che ce sei sempre, portaje la borsa, passa avanti a quell’altri, che tanto per te nun ce pensa nessuno”; quella tua costante espressione delicatamente dubbiosa, quel tuo discreto scuotere la testa sconfortata come di chi crede profondamente in chi ha davanti.
Nonnina, nonnina mia, io ti guardo, ti vedo ancora così tanto vispa, arzilla, attenta e mi dico che ciò che conta è che sei ancora viva. Li mortacci tua.

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