Beati i poveri, perché moriranno prima

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Braccia riconsegnate all’agricoltura

Posted by sdrammaturgo su 3 febbraio 2009

La vita nei campi non è mai come la raccontano. E’ sempre un po’ meno tragica di quella di Verga, ma assai più turpe di quella di Pasolini; un po’ meno angosciosa di quella di Tozzi ed un po’ più giocosa di quella di Pavese; cruda come quella di Olmi e comica come quella de Il ragazzo di campagna di Castellano e Pipolo.
E’ niente di tutto questo e tutte queste cose insieme. Inesauribile (fortunatamente) in poche descrizioni e definizioni, come ogni altra cosa – a parte la moda, che si può riassumere in tre parole dispregiative a scelta.
La vita nei campi non è mai come la raccontano, e dunque non è nemmeno come la racconterò io. Ma, come accade negli altri casi, lo è per una parte, magari piccolissima, che andrà ad aggiungersi allo sterminato, interminabile, mosaico. Ecco, è a quella minuscola parte, vista e vissuta in prima persona, che voglio rendere il tributo della memoria, poiché sento il dovere di ricordare.
La vita nei campi è un po’ Verga ed un po’ Pasolini, un po’ Tozzi e un po’ Pavese, un po’ Olmi e un po’ Pozzetto, molto altro ancora e ancor tutt’altro. Ma una cosa è certa: non ha niente a che vedere con Virgilio e Metastasio.

Qualche anno fa ero come al solito alla ricerca di un lavoro. L’estate paesana non offriva occupazioni stimolanti (d’altronde, quale occupazione è stimolante, a parte l’addetto al riscaldamento delle pornoattrici?) ed io non intendevo certo contravvenire al vecchio imperativo che mi ero posto fin dalla più tenere età: “Il cameriere mai! Piuttosto vado a cogliere i pomodori!”. E fu così che andai a cogliere i pomodori.
Venni assunto come bracciante da Pila, il barista della frazione dall’alvariano cognome, che arrotondava facendo il proprietario terriero sfruttatore di manodopera a basso costo.
“Beh, quantomeno sarà un’occasione per capire cosa significhi lavorare sul serio”. Ed infatti, dopo quell’esperienza, compresi che il lavoro può piacere solo a chi ha lavorato poco o a chi ha lavorato troppo.
Sicuramente, pochi hanno l’esatta dimensione di cosa sia fare il bracciante, come funzioni, di cosa si tratti in realtà. I più, contaminati da vaghe idee georgiche tanto ingenue quanto fallaci, si immaginano magari un crocchio di allegri cantori agresti che van poetando per le distese erbose raccogliendo lieti i frutti della terra. Niente di tutto questo: è una fatica bestiale, che si cerca di alleviare bestemmiando da mane a sera.
Tanto per cominciare, la giornata lavorativa è di dodici ore, dalle sette alle diciannove, con una mezz’oretta di pausa pranzo, per una paga minima che si aggira intorno ai trentacinque euro quotidiani. A pensarci bene, non è poi così male, se paragonata a quella dei minatori nelle solfatare del diciannovesimo secolo.
Il primo giorno, pensando alle miniere di zolfo, mi alzai alle sei e, come Ciàula scoprì luna, io scoprii il sole dell’alba, e mi dissi che ne avrei volentieri fatto a meno. Ho sempre ritenuto, in cuor mio, che Ciàula fosse un coglione. Stai sgobbando come un mulo dell’Unione Sovietica ed invece di maledire l’universo ed il suo creatore vai a pensare al satellite più insulso del sistema solare?! Morto di fame del cazzo.
Con questi pensieri lieti, mi recai al bar di Pila, luogo dell’appuntamento, dove feci la conoscenza di quelli che sarebbero stati i miei compagni di viaggio (mi piace chiamarli così, mi evita di fare brutti sogni). Erano tutte facce note in paese (pardon, della frazione. Non credo siano mai usciti da Le Mosse, sprofondo barbaro di Montefiascone, se non per andare a puttane a Bagnoregio o Vitorchiano. Chi l’avrebbe mai detto che ci sono puttane pure a Bagnoregio e Vitorchiano, eh?), li conoscevo più o meno tutti fin da bambino. C’era Fetoni, quaranta o cinquant’anni (tanto, per Fetoni, che differenza fa?), famiglia a carico, perennemente sbattuto tra un lavoro saltuario e l’altro per mantenere moglie e figli. Mentre gli altri prendevano il sole a Montalto, lui doveva andare a cavare pomodori. Era sempre incazzato nero, e ne aveva ben donde. Lo ammiravo, Fetoni. E lo ammiro tuttora.
C’era Batore, il buon vecchio Batore, il sempreverde Batore. Da che ho memoria, è sempre stato uguale. C’è chi nasce vecchio, chi nasce giovane. Batore era nato di mezza età mal portata. Con il suo volto truce leggermente incartapecorito, in passato era stato in galera per furto di trattore. Mi piace immaginarlo mentre scappa dall’inseguimento in sella al pasquale, a cinque all’ora, e viene preso da un carabiniere zoppo a piedi.
C’erano quindi un paio di presenze fisse del bar di Pila, due di quei tipi che vedi sempre ma che non sai mai come si chiamino, che se ne stanno seduti sul pianerottolo del bar a guardar passare le macchine, interrompendo solo per i pasti. Dopo averci lavorato insieme una stagione intera, non so ancora come cavolo si chiamino.
C’era infine lui, Uccio, il mitico Uccio, il leggendario Uccio, Uccio il vaccaro. Saettone dentro, Natural Born Peasant, bassotto, corporatura tozza, capelli ricci e fronte millimetrica, voce lievemente gutturale, tra l’ippopotamo ed il babbuino, sembrava uscito da un manuale di Cesare Lombroso. Più giovane degli altri, era il sale della terra, il letame della stalla, un aratro umano. La sua pelle emanava una tenera fragranza di cacio con note di birra e sfumature di stabbio, ricordo di anni ed anni passati in compagnia di ogni animale d’allevamento di piccola, media e grossa taglia. Negli ultimi anni si era dedicato alla custodia delle mucche sotto padrone e nel suo periodo di ferie veniva ad alzare qualche spicciolo in più dando una mano al fido Pila. “Uccio, che fai nella vita?” “Il vaccaro”, ribatteva con un miscuglio di orgoglio e rassegnazione.
“Tu sei il nipote del poro Guglielmo, ve’?”, mi chiesero, volgendo i loro volti in un’espressione di sommo rispetto. “Sì” “Eh, che lavoratore che era ‘l tu’ poro nonno”. Mio nonno materno era una leggenda: muratore infaticabile (ma infaticabile sul serio), non solo lavorava con solerzia da primato, ma aveva proprio la passione del lavoro. Era famoso perché era riuscito a tirar su una palazzina di quattro appartamenti tutta da solo, facendosi aiutare al massimo da un paio di manovali nel fine settimana. Già, perché mio nonno non conosceva domeniche e festivi. Era un inarrivabile campione dell’austerità e dello stakanovismo. “Mejo ‘n omo vestito da ‘na donna ‘gnuda”, è stato il più grande insegnamento che mi ha lasciato. Gli altri furono: “Le sorche magnano altro che merda”, “Quando qualcuno ti fa un torto, roppeje la capoccia” e “Il posto a tavola nun se cambia mai”. La sua filosofia di vita era: bisogna pensare solo a lavorare, tutto il resto è male. Ma sto divagando. Il punto è che appresi subito di portare sulle spalle un’eredità pesante. Che si faceva insostenibile, se si considera che io reputo uno sforzo tutto ciò che esula dalla mia poltrona e ciò che si può fare su di essa.
Pila ci caricò amorevolmente sul cassone del Fiorino e partimmo alla volta dell’appezzamento.
Lì, ad attenderci, si trovavano Bastiano e la moglie, due anziani contadini che avevano sempre fatto i contadini e durante le vacanze si andavano a svagare facendo i contadini.
Insomma, ebbi la fortuna di dividere quell’esperienza con la crème de la crème della bifolcheria nostrana.

La raccolta dei pomodori si svolge così: uno è addetto alla macchina, un trattore con davanti una piattaforma composta da una sorta di lame mobili che penetrano appena appena nel terreno restando sulla superficie morbida e separano i pomodori dalla pianta (il macchinista è l’unico fortunato che può restarsene comodamente seduto, per di più all’ombra della tettoia. Sarà un caso che sia sempre il padrone); gli altri stanno davanti alla macchina, estraggono le piante dalla terra e le buttano sulla piattaforma; sul retro del trattore, una o più donne capano i pomodori gettando sotto le ruote quelli guasti affinché vengano pestati e diventino concime. Il tutto sotto al sole di agosto.
Forse non tutti sanno che tirar fuori le piante di pomodoro fin dalla radice è un’impresa degna de La spada nella roccia. “Excalibur!”, ti verrebbe di esclamare ogni volta che ce la fai – peraltro, spessissimo, nell’estrarre una pianta, ci si trova attaccato sotto un topo, che sguscia via lesto lesto.
In quel periodo, poi, alcuni giorni prima era piovuto, dunque il terreno era ancora un po’ umido. Ecco, strappar via dal suolo le piante di pomodoro con il terreno umido è un po’ come farsela dare da una vergine alla prima uscita.
E’ una grande onta per un uomo essere mandato a capare i pomodori insieme alle donne: è segno che non si viene valutati sufficientemente forti e virili, equivale ad un attestato di sfiducia da appiccicare addosso ad un debole, uno fiacco, non avvezzo alla fatica e non all’altezza del vigore fisico di cui necessita la campagna. Onta dalla quale naturalmente non fui risparmiato. Dopo le prime ore del primo giorno, stremato e grondante, venni fatto accomodare da Pila con gesto magnanimo e compassionevole sul retro del trattore. Ma nei giorni successivi volli rifarmi una reputazione. Oh, io alla stima di Uccio c’ho sempre tenuto.
In genere si procede a due a due ed il mio compagno abituale era Batore. Batore aveva il pallino dei documentari sugli animali. Non se ne perdeva uno. I suoi preferiti erano quelli sugli scorpioni, che lui chiamava shcarpione. Gli trasmettevano un che di perturbante, in senso freudiano-hoffmanniano. Ogni volta che guardava un documentario sugli scorpioni (pardon, sugli shcarpione), la notte puntualmente sognava che la sua casa veniva invasa da milioni di questi puntuti aracnidi che lo assalivano e gli camminavano su tutto il corpo. Ogni giorno mi rendeva edotto sulle abitudini della mangusta e l’alimentazione dello stambecco, sull’accoppiamento dei facoceri e le migrazioni del rondone, sulla regolarità del bisonte e l’invidia del koala. Non facevo che domandarmi dove cavolo beccasse tutti quei documentari, su quale dannato canale. Quando ritenni di saperne abbastanza su coleotteri, crostacei e celenterati (anche se devo ammettere che l’etologia spiegata in dialetto falisco da un analfabeta galeotto è un’esperienza che va fatta), decisi di cambiare compagno per un po’ (ma tornai presto da Batore, ché si era affezionato, e pure io) e mi misi insieme a Fetoni. Fetoni non parlava mai. Stava sempre zitto, lavorando a testa bassa. Ogni tanto smadonnava, quando si sorprendeva a pensare alla propria condizione. Mamma mia quanto era incazzato Fetoni.
Poi, un giorno, all’improvviso, accadde l’inaspettato: Fetoni sollevò poco poco il capo (sempre continuando a darci sotto con le piante, sia chiaro. Non esistevano pause, non si poteva smettere), scosse la testa e proferì una frase colma d’un inusitato ottimismo: “Io, no, quanno mòro, vo su da Gesù Cristo e je dico: sente ‘n po’: ma tu, a me, che m’hae fatto nasce a fa’, pe’ famme ‘n dispetto?”.
A tutt’oggi Fetoni resta la persona più incazzata che io abbia mai conosciuto.
Bastiano, intanto, lavorava sodo, più sodo di tutti. Quando il trattore non si metteva in moto, abbaiava a denti stretti un “mannaggia al santissimo sacramento sull’altaraccio” e subito il trattore ripartiva.
La moglie era a dir poco entusiasta. Per lei la raccolta dei pomodori era un’emozione unica che si ripeteva ogni anno, rappresentava ciò che Woodstock rappresenta per un hippie. Una volta mi incalzò: “Certo, è fatica, ma c’è proprio soddisfazione a coja ‘sti belle pummidore. Guarda quant’è bello ‘sto pummidoro, guardolo, guardolo!”, gridando quasi invasata ed imponendo il pomodoro alla mia vista, davanti alla faccia a due centimetri dagli occhi, con gesto stentoreo. “Sìsì, eccezionale, bello davvero, mai visto nulla di simile”. E si lamentava di quanto poco volenterose fossero le nuove generazioni: “Certo che voe magnardo e beardo sine, ma lavorardo none”.
Degli altri due udii la voce una sola volta. Anzi, di uno solo. Uno degli ultimi giorni, servendo maggiore manodopera, arrivarono tre ragazzi del Bangladesh. Uno dei tipidabar tentò la socializzazione e l’integrazione: “Tiè, voe fuma’?” “No, grazie, io fa yoga” “Ah, ti chiame Yogurt, mo’ emo capito”.
E Uccio? Uccio era il protagonista indiscusso della pausa pranzo.
Si mangiava all’ombra di un vasto albero, tutti in cerchio, tra mille vivande. Sarebbe stata una scena bucolica, se non fosse stata per le pertinaci armate di mosche che soltanto le scoregge di Pila riuscivano a respingere.
Essendo sempre stato mortalmente schizzinoso, mi lanciavo subito sul pane urlando: “Taglio io!”, pressappoco come da piccoli si urla: “Stella!” in seguito a: “Un, due, tre”, dopo aver visto che Uccio tendeva ad impugnare fieramente il filone con le mani marroni per la fanghiglia.
Una volta mi vide scacciare una mosca dal mio piatto e subito mi tranquillizzò: “Nun te preoccupa’, que’ nun so’ mosche de città, que’ so’ mosche de campagna, so’ pulite, al massimo magnano la merda”. Mi sentii rincuorato.
Uccio scolava due bottiglie di prosecco della Valdobbiadene, gentilmente offerte da Pila che le prendeva in offerta all’ingrosso per il bar, e riprendeva a lavorare come se niente fosse. Non era un vaccaro, era un toro.
Il pranzo ce lo portava la moglie di Pila, la sora Carmela, che non appena se ne andava, veniva salutata dalle dolci parole del consorte, il quale si voltava verso di noi e sussurrava: “A rega’, dateje ‘na palata, ammazzatemela”.

Fu durante un pranzo che il drappello venne scosso da una notizia mirabolante. Pila si erse in piedi ed annunciò: “Oh, domani a capa’ le pummidore vene pure la pushtina”. Lo stupore avvolse la combriccola attraversandola in ogni nervo. Subito fu un coro di sbalorditi: “No, ma che davero?! La pushtina! Magara! Alé! Che culo!” “Bona, la pushtina, bona!” “Finalmente domani la fica!”.
Mi guardai intorno: Uccio si grattava il culo, Fetoni finiva la pasta zitto, incazzato più che mai, Batore spolpava una salsiccia con tutta la pelle, Pila scoreggiava e rideva, Bastiano levava la zella dalla catena del trattore e la moglie ammirava estasiata i pomodori (gli altri due boh, non li notavo). Possibile che una bella donna potesse venire in mezzo a quel rusticissimo manipolo in cui manco la moglie di Bastiano spiccava per femminilità?
Mi riservai un minimo di cauta incredulità, ma confesso che il giorno dopo andai a lavorare con un certo animo speranzoso. Le esili illusioni ci misero ovviamente un attimo a cadere: la pushtina, la postina, la moglie del postino della frazione, era una pertica da un’ottantina di chili, capelli raccolti in una coda unta, zinne tanto enormi quanto basse, fianchi larghi, molto larghi. Il ritratto dell’abbondanza, ma più quella di una pila di facioli co’ le cotiche che quella di un cesto di frutta caravaggesco.
Ammappala se era brutta.
La pushtina, sogno erotico di tutta la frazione. Per la prima volta ebbi la chiara percezione che anche il gusto estetico sia un fatto prettamente culturale.
In compenso, era una persona squisita e delicata. Ma chissà perché mi tornava sempre in mente il paragone con la pila di facioli co’ le cotiche. Mi prese però subito in simpatia. Un giorno, sempre all’ora di pranzo, mi palesò la sua ammirazione: “Bravo, tu sì che sei ‘n bravo fijo, che viene a impara’ a lavora’. Ormai mica ce viene più nessuno a fa’ ‘ste cose. Tanto se sa che alla fine que’ te tocca veni’ a fa’ ne la vita”. Al che io, inguaribile sognatore: “Ma io studio, ora faccio l’università, un’altra attività la trovo, magari in qualche casa editrice e…” “Seh” mi interruppe prontamente con la saggezza di chi sa come funziona l’esistenza “Te piacerebbe. Vedrai che tra qualche anno ce ritroveremo qui a cava’ le pummidore insieme”. Postina di merda, vacca laida iettatrice.
Fatto sta che fece presto breccia nel cuore di Uccio e grazie a loro potei assistere ad un approccio d’altri tempi, l’approccio anacronistico. Già, uno si chiede sempre: “Chissà come si approcciava una volta” (o almeno, io me lo chiedo. E se è per questo mi chiedo pure se prima dell’invenzione e della diffusione della carta igienica, i culi prudevano di più o l’abitudine ai tarzanelli permetteva di sopportare meglio l’irritazione. Ci hanno preceduto generazioni di esseri umani dal culo rosso, sporco ed incendiato). Grazie ad Uccio e la pushtina, ora lo so. Uccio si avvicinò e, porgendole la bottiglia, propose con aria baldanzosa: “‘N po’ de vino?” “Sine, che l’acqua fa veni’ le ranocchie” “Allora annamo d’accordo”, annuì con ghigno assassino. Il Vaccaro e la Postina. Sarebbe stato un soggetto interessante per Hesse. Gottfried Hesse, il ciabattino di Tubinga sud.
Mi capitò anche di sentirmi in colpa nei confronti di Uccio, di Uccio e dei suoi sentimenti. Una volta, infatti, tra una pianta e l’altra, mi fece: “Stasera che fae?”. All’epoca ero fidanzato, alla mia prima storia seria, e senza star a pensarci su risposi: “Stasera mi vedo con la mia ragazza” “Ah, allora je dae. Bravo, bravo. Domani tocca a me: vo al night de Brachino”. Ecco, io andavo dalla mia ragazza e lui andava in un bordello di infimo ordine. Non mi sono mai perdonato di avergli sbattuto in faccia il mio privilegio socio-sessuale. Ma probabilmente lui non vi badò neppure. Forse una scopata vale l’altra, per Uccio. Io mi sentii ugualmente in colpa, ma poi il rimorso venne allontanato da un pensiero più gravoso ed incombente: pensa quella povera prostituta a cui capita Batore.

E poi…poi arrivò il camion a caricare le cassette dei pomodori. Finì l’estate, Pila tornò al bar, i due anonimi tornarono sul pianerottolo del bar, Batore tornò a far non so cosa, Bastiano e la moglie continuarono a fare i contadini, la postina rimase brutta, Fetoni rimase incazzato, Uccio riprese a fare il vaccaro. Ed io…beh, a me restò la certezza che avrei conservato per sempre nella memoria quell’esperienza, serbandola nello scrigno di gran pregio dei ricordi più preziosi come la più bella della mia vita. Sissignore, la più bella della mia vita.
“La campagna è fatica,/la campagna è dolore”, scrive Cesare Pavese in un componimento de La terra e la morte. Ma la campagna è anche qualche risata, insospettabile ed unica, teatro a cielo aperto, commedia di un’umanità vera, genuina, ora brutale, ora nobile.
E di tanto in tanto un pensiero tormentoso mi assale: se Uccio, il vaccaro di Montefiascone, fosse nato nell’Illinois, lo avrebbero chiamato Hutch ed avrebbe potuto dire di essere un cowboy. Quando si dice l’ingiustizia di venire al mondo nel posto sbagliato con la lingua sbagliata.

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Perché sono così

Posted by sdrammaturgo su 5 ottobre 2008

I funerali sono eventi spassosissimi. Sul serio: se uno riesce a mantenere la giusta lucidità ed il giusto distacco critico-analitico, rompendo il tabù della morte e del lutto, può godere degli innumerevoli eventi comici che solo ad un rito funebre si susseguono con tanta frequenza ed abbondanza. Davvero, credo che in nessun’altra occasione come per delle esequie la comicità del quotidiano emerga con una simile congerie di eventi divertenti. Se si presta attenzione, è un vero tripudio di situazioni esilaranti. Anzi, spesso tutto l’intero apparato è straordinariamente, lugubremente, comico.
Si sa, il Comico in presenza della morte trova il suo terreno ideale.
Ricordo ad esempio quando morì mia nonna materna. Nella camera ardente, tutti i vecchietti del vicinato erano schierati come fossero un coro della commedia antica e facevano a gara a chi proferiva la frase più definitiva, pessimistica, rassegnata.
*
“E pure la Maria se n’è ita”
“D’altronde, prima o poi tocca a tutti”
“Eh, quello è poco ma sicuro”
“Sìsì, nun c’è niente da fa’: quanno chiama, tocca a risponne”
“Semo nati pe’ tribola’ e poi alla fine va’, chiuse ma ‘na bara e ‘nzeppate ma ‘n fornetto”
“Vedrai che pure a noi ce manca poco”
“Niente de più facile che la prossima so’ io”
“Seh, quanto voe scommette che fo prima io?”
“Tu?! E tu va’ le stae bene! Io invece so’ ‘na poaretta! So’ tutta ‘n dolore!”
“Va’ pure la Maria: pareva che stava tanto bene, e invece ‘na botta secca e ejela lì”
*
Peraltro, quando ti muore un parente, è quanto mai arduo superare agilmente il tortuoso percorso ad ostacoli delle condoglianze. Appena compari sulla soglia dell’obitorio, vieni assaltato da una mandria di conoscenti famelici di commiserazioni. Sembra che non vedano l’ora di aggredirti con la loro solidarietà. Secondo me, gli anziani aspettano con impazienza che stiri qualcuno: è un’occasione imperdibile per asfissiare il prossimo con una socievolezza leopardiana.
*
“Visto la nonna quanto ha fatto presto?”
“Fatte forza, co’”
“Poarino…Proprio prima de mori’, la tu’ pora nonna ha fatto ‘l nome tuo. O no…? Me sa de no. Me sa che chiamava ‘l tu cugino. Ma comunque te voleva bene tanto”
“Bene o nun bene, va’ mo’ do’ è”
*
E come si replica a questo bombardamento di sconsolate consolazioni? Si resta disarmati e frastornati, fino a pensare: “Ah no’, ma nun potevi mori’ mentre ero all’estero?”.
Io però ho studiato una risposta infallibile e risolutiva che permette di cavarsela con una certa scioltezza: di fronte allo scroscio di pacche sulle spalle, allargo le braccia e dico: “E ch’ha da fa’”.
“E ch’ha’ da fa’”: la formula perfetta per ogni occasione mortuaria, dal lutto singolo alla strage.
“E che devi fare, è così che va”. Impossibile ribattere: dice tutto senza dire niente. Sono un mago.
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Un altro gustosissimo ricordo legato ad un lutto famigliare è quando morì mio nonno materno (oh, a mi’ madre je dice male). Dovetti accompagnare mia madre a scegliere la bara e, giunti all’agenzia di pompe funebri, assistetti al dialogo umoristico più geniale della storia della satira.
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MAMMA Oh, dammela bona la bara, sa’, che ‘l mi’ babbo era muratore, era fissato co’ la roba resistente. Capirai, si lo metti in una bara fatta male, capace che s’ari alza su e ce mena a tutti.
BECCHINO Resistente? Viene qua, ché te fo vede ‘na cassa spettacolare. Toh, guarda che spettacolo.
MAMMA L’umidità la regge bene?
BECCHINO Te dico solo que’: ‘na cassa uguale l’ho venduta a quella che j’è morto ‘l fijo ‘n par d’anni fa in un incidente. C’ha’ presente, no? Ecco, l’altra settimana l’hanno dovuto cambia’ de posto al cimitero e l’hanno ritirato su da la tomba. Quanno la su’ mamma ha visto quant’era asciutta la bara, m’è venuta a ringrazia’.
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Ma il culmine è stato raggiunto quando un mio zio si impiccò che era ancora giovane. Tutti lo avevano sempre visto come una persona allegra e spensierata, quindi quel gesto sconvolse la famiglia. Ognuno cercava di interrogarsi disperatamente sul perché lo avesse fatto e nessuno riusciva a darsi una spiegazione.
Nessuno tranne mio nonno paterno – no, lui è ancora vivo, a quanto ne so (perlomeno, mentre sto scrivendo, non mi è arrivata alcuna telefonata a comunicarmi la sua improvvisa dipartita).
Mio zio faceva il pastore – pecoraio, per la precisione – e mio nonno ipotizzò, con aria di tragica certezza, la motivazione senza dubbio più pirotecnica: “Vedi, il fatto è che la puzza de pecora nun va via mai. Avoja a lavatte, avoja a insaponatte, avoja a strofina’: la puzza de pecora nun c’è verso che te la levi. Poarino, que’ a la fine era giovine, doveva pure anna’ a donne, ma mica poteva puzza’ sempre de pecora: a la fine nun je l’ha fatta più e s’è ammazzato”.
Ecco, quando cresci con un nonno che ritrova la causa di un suicidio nell’incapacità del morituro di sopportare oltre la propria stessa puzza di pecora, affermando praticamente che lo sciagurato sia morto di puzza, come speri di diventare?
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Appendice – Quando sei così, sono cazzi

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La differenza di classe e di estrazione sociale pesa parecchio nei rapporti uomo-donna. In altre parole: se provieni da famiglia popolare, scordati di rimorchiare una ragazza bella, ricca e di “famiglia illuminata”.
Se è bella e ricca, ce la puoi anche fare (contando in larga parte sull’intervento di Padre Pio). Se è bella e di famiglia illuminata, ancora pure pure. Se è ricca e di famiglia illuminata ma è un cesso, che te lo dico a fare.
Ma se è una passera stratosferica benestante e può contare pure su un’educazione libertaria fornitale da genitori colti, moderni, progressisti, un po’ bohemien, allora lascia perdere: sei in presenza di una figa elevato alla terza e non è roba per uno dalle umili origini campagnole come te. E non importa come tu sia ora (certo, se sei basso e pelato, te le cerchi), quale stile di vita tu abbia, quale sia il tuo spessore intellettuale, culturale e politico ed il tuo livello di piglio-contro-il-sistema-cè: il passato e le radici ti terranno sempre lontano da lei.
Lì devi essere molto molto maledetto. Ma come fai ad essere dannato e maudit se tua nonna ti sfotteva quando non riuscivi a distinguere la cicoria dalla mentuccia nell’orto dell’Armida? “Soffro, mi drogo e mi sono tatuato perché non riuscivo ad individuare la cicoria”? Non regge.
Prendiamo una cosa a caso: gli aneddoti sull’infanzia e sull’adolescenza. Lei ti racconta di quando a tredici anni è andata in Egitto con il padre archeologo per fare degli scavi a Giza ed ha dormito nel deserto protetta da una scorta armata, perché la madre era medico volontario in un’organizzazione umanitaria nel mirino dei terroristi islamici. Tu al massimo puoi raccontarle di quando a tredici anni andavi a cerase co’ Filiè. Non è cosa.
Ed anche i traumi infantili sono completamente diversi: “Sai, da piccola mio padre scappò in Russia perché era un perseguitato politico e lì si fece un’altra famiglia. Mia madre, che è psicoterapeuta, cercò di tenermelo nascosto, ma fu un duro colpo anche per lei e cadde in depressione. Quando infine scoprii tutto, dovetti andare a stare in Sudafrica da mia nonna ed ebbi problemi di ambientamento che incisero molto sulla mia crescita e sulla mia maturazione” “Ma pensa…A me invece una volta il Tubbista mi diede una boccata sciacquadenti perché avevo fatto troppo lo sveltone con il flipper al bar di Pila”
Il problema non è la morte: è la nascita. Quella te la porti dietro per tutta la vita.*

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Post scriptum – Saggezza a manciate
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Meglio una brutta verità che una bella bugia, a meno che la bella bugia non sia: “Tranquillo, la tua fidanzata non l’ha data ad un militare”.

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