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Fabrizio De André a Montefiascone

Posted by sdrammaturgo su 4 settembre 2009

E’ facile diventare Fabrizio De André quando si nasce a Genova! Sono capaci tutti con il mare davanti con i suoi scambi centenari e gli scopritori di mondi, la Francia estrosa, filosofa e battagliera accanto, perfino due squadre in serie A.
Ma soprattutto, bella forza scrivere un capolavoro come
Creuza de mä quando il tuo dialetto sa essere ad un tempo così terrigeno e così delicato, aspro eppure musicale, un cantato popolare e poetico!
Il linguaggio, si sa, è tutto il nostro mondo. La lingua, dunque, è il modo in cui noi vediamo il mondo. Da essa dipende la percezione e non già viceversa, poiché “il pensiero si dà nel linguaggio”. E’ stato Wittgenstein il primo a capire che il linguaggio non ha funzione descrittiva, bensì espressiva. Le parole non procedono dalle cose, come inerti segnaletiche per referenti esterni, ma anzi dal raffinarsi del linguaggio con-segue la crescita del nostro pensiero, che si fa più complesso. Il significante diventa centrale nel suo dire se stesso, non è più un mero indice del significato. Ogni lemma, con la sua morfologia unica e la sua particolare sonorità, ha una storia vasta e misteriosa e dischiude una serie infinita di relazioni e possibilità. Ogni parola, ogni lingua,
ha in sé ed è un universo che comunica con ogni altro universo linguistico possibile.
Ecco perché ad ogni lingua corrisponde un carattere sociale e culturale diverso, tante innumerevoli piccole sfumature per ogni termine-suono simile ma non identico.
Uno dei pochi luoghi comuni veridici afferma che i dialetti italiani sono piuttosto delle vere e proprie lingue. E’ esatto. Tante lingue per tanti mondi differenti.
Delle persone che stanno guardando una
una donna, una une femme, una ‘na guagliona, una a woman non stanno vedendo la stessa cosa.
Heidegger dice: “Siamo parlati dal linguaggio”. In noi, attraverso di noi, si agita un fiume sterminato di elementi e di influenze inconsapevoli, una sedimentazione-stratificazione di infinite forme ed infiniti contenuti che produce ciò che siamo ed al quale attingiamo per produrre il nostro essere.
Ogni individuo è strettamente, indissolubilmente legato alla propria lingua, che è il proprio linguaggio, che è il proprio pensiero, che è il proprio modus pensandi, che è il proprio modus videndi, che è la propria azione. Carlo Verdone se non fosse nato e cresciuto a Roma sarebbe stato un altro Carlo Verdone. Federigo Tozzi se non fosse nato e cresciuto a Siena sarebbe stato un altro Federigo Tozzi. E così via.
Tutto questo pippone per dire cosa? Che se Fabrizio De André invece di nascere a Genova fosse nato nel mio paese, Montefiascone, nell’ingrato pieno della Tuscia viterbese, innanzitutto non si sarebbe chiamato Fabrizio De André detto Faber, bensì Settimio Bracoloni detto Sartafosse. E non sarebbe mai andato in Via del Campo, ma tutt’al più al night de Brachino.
Ho pensato quindi di tradurre la canzone
Creuza de mä in dialetto montefiasconese. Nelle locuzioni “neutre” mi sono attenuto ad una traduzione il più letterale possibile, altrimenti ho prediletto un adattamento territorialmente caratterizzante. Ad esempio: quando nel testo si legge/sente lùnn-a (luna), ho sostituito radicalmente la parola, mutando dunque il senso, poiché luna è parola fin troppo poetica per il montefiasconese, troppo suggestiva, troppo melensa per suono ed evocazioni: in ventisei anni non l’ho mai sentita pronunciare. Dalle mie parti si usano solo termini pragmatici, ché nella tradizione contadina dura e pura c’è poco spazio per femminee vezzosità! Lo stesso vale per l’immagine metaforica del mattino che cresce o per il vino di Portofino ed altri punti che il lettore può confrontare con il testo originale e la traduzione a fronte qui.
A Montefiascone li fiori de zucca crescono, non il mattino! Che vor di’ che la mattina cresce? Che so’ ‘sti stronzate? E Portofino si è sentito nominare solo a partire dagli anni ’80 grazie alla mondanità mostrata da Canale5. ‘L vino bbono è quello del zi’ Lole, e abbasta.
Bene, dopo aver offerto la versione realista di
Impressioni di settembre, ora tocca alla falischizzazione di Creuza de mä. Capirete tutti perché io non sono De André e non potrò esserlo mai. D’altronde sarebbe arduo anche essere Sergio Vastano. Ed inoltre faccio già fatica ad essere me.
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La strada che va giù pe’ ‘l lago

Ombre de facce facce de gente che c’hanno la barca
de che razza sete do’ cazzo ite
da ‘n posto do’ le bagasce de Muntijugo se fanno veda gnude
e ‘l buiaro ce mette ‘l curtello ma la gola
e a monta’ la somara c’adè resto ‘l porcaccio del Signore
e quel paraculo del Ghiaolo adè su mal cielo e ce s’è fatto ‘l nido
uscimo dal lago p’asciugà l’ossa da Dandolino
al cannaccio de le puppete ma la casa de sasse.
E me lì ma la casa de sasse chi ce sarà
ma la casa de Dandolino che nun c’ha la barca
gente de la Sguizzara facce da birbaccione
quelle che del coricone je piaciono l’ale
mastiotte de famije che manco puzzono
che le poe guardà senza metta l’ucello mal fodoro.
E ma ‘sti panze vote che je darà
‘che cosa da bea, ‘che cosa de magnardo
‘na frittata coll’anguilla, ‘n vinello normale
‘l cervelletto d’agnello mal vino del suo
lansagne da tajà co’ la costoliccia e le viarelle
un lepre co’ le funghe e le patate de Morano.
E ma la barca del vino c’annaremo su le scoje avant’a Corrado
a rida su ‘sto cazzo co’ le chiode ma l’occhie
poe ‘l sole sarà venuto su e ce toccarà ariccoja le zucchette
parente de le fiore e de le bardasciotte
padrone de la corda marcia fatta coll’acqua e cor sale
che ce lega e ce porta via ma la strada che va giù pe’ ‘l lago.

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