Beati i poveri, perché moriranno prima

Posts Tagged ‘edonismo’

Lettera al mio bambino mai nato

Posted by sdrammaturgo su 17 novembre 2012

Non procreare se non volevi essere procreato.
  

Dal Vangelo secondo Claudio


*

*

Caro figliolo scampato alla vita,

sono lieto di annunciarti che non nascerai.
Non preoccuparti: non verrai neppure concepito.
Io senza preservativo una donna nemmeno la guardo.
E non temo tanto l’AIDS, quanto la tua nascita. Per l’AIDS magari un giorno potrebbero trovare una cura.
Della procreazione adoro la pratica, ma detesto il risultato.
A un uomo che non usa il preservativo, peraltro, nessuna donna dovrebbe mai darla per tutto il resto della sua vita e gli dovrebbe essere negata anche la possibilità di autoerotismo: troppo comodo fare il passionale noncurante quando poi la gravidanza se la becca lei.
Se poi si dovesse verificare un incidente nonostante il contraccettivo, sappi che io sono favorevole all’aborto fino al nono mese di gravidanza.
Finché sei nel corpo della donna, sei il corpo della donna.
Qualcuno potrebbe obiettare: “Cosa ti impedisce di essere allora favorevole alla soppressione del bambino anche dopo la nascita?”.
Finché sei all’interno della fica, decide la donna. Una volta fuori, te la vedi tu. Vale anche per il cazzo, quindi non vedo perché non dovrebbe valere per te.
Per me l’embrione non è vita nei primi quarant’anni. Dopo diventa spazzatura.
Tutto dipende inoltre da come si considera la vita, se essa sia un bene o sia un male.
I cattolici pensano che la vita sia un bel dono. Ma i cattolici pensano anche che sia un angelo custode a farti evitare gli interventi a gamba tesa a calcetto e che trombare sia sbagliato, quindi valuta tu quanto siano attendibili.
Io penso che la vita sia una sciagura.
Certo, esistono anche le Stanze di Raffaello, la foresta dell’Amazzonia e Stoya, ma poi le Stanze di Raffaello sono del Vaticano, la foresta dell’Amazzonia la stanno abbattendo e Stoya non te la dà, quindi vedi che è anche peggio.
La nascita è una condanna a morte.
Hai idea di quanto sia brutto dover fare i conti con la morte? Rispetto alla morte, spesso persino la vita risulta migliore.
Siccome sei mio figlio e ti voglio bene, farò di tutto per evitarti questo supplizio.
Potresti nascere handicappato o ammalarti o essere investito da una macchina o subire violenza o essere semplicemente molto brutto e maledire ogni giorno me e il giorno in cui sei nato. E non si gioca d’azzardo sulla pelle di un altro. A maggior ragione se si tratta di soddisfare un proprio capriccio, riempire un proprio vuoto, generarsi un’ancora di salvezza.
Hai presente quando si sente dire: “Quando tutto va storto, torno a casa, guardo i miei figli e mi rincuoro”? Un figlio è il premio di consolazione.
Le persone procreano perché sono sprovviste di fantasia e hanno bisogno di qualcosa di cui occuparsi durante la giornata.
Un figlio è un tamagotchi più costoso.
Dicono: “Facciamo un figlio”. Non dicono: “Facciamo una persona”.
Non considerano che quel figlio sarà un individuo a sé stante che dovrà sopravvivere tra ogni sorta di difficoltà.
Lo vedono come un loro giocattolo, un bambolotto, che serve a dar loro l’illusione dell’eternità, come se lasciare una goccia di sborra e un’ovaia a scorrazzare sulla crosta terrestre e subire tutte le asperità della vita possa sconfiggere la morte.
E quanta presunzione nella trasmissione del proprio patrimonio genetico!
Ognuno considera il proprio DNA imperdibile per l’umanità e si sente in dovere di riprodursi.
“So fare il fischio da pecoraio e imitare la scoreggia con la mano sotto l’ascella: il retaggio del mio sangue non può andare perduto”.
Ecco, non ti metto al mondo perché non reputo così indispensabile la presenza di un altro basso pelato.
Non mi perdonerei mai poi di averti costretto a subire la scuola e il lavoro.
La scuola è una violenza pedofila di massa. È il carcere minorile per innocenti che insegna loro a diventare colpevoli.
L’università è una fabbrica di ingranaggi produttivi di livello superiore, servi specializzati o padroni robotizzati.
Il lavoro è schiavitù.
Non permetterò mai che tu divenga schiavo dello Stato o di un proprietario o dell’apparato socioeconomico. E siccome ciò è inevitabile non appena si viene scagliati nell’esistenza, non c’è altra soluzione che regalarti l’inesistenza.
Ma ci pensi a quale orrore sia l’amore famigliare?
Dover sottostare all’affetto di un padre e di una madre è veramente una disgrazia senza eguali.
Pensa a tutta la retorica dell’amore materno e paterno, tutta la congerie di sentimentalismi melensi e patetismi eroici, ai “farei di tutto per i miei figli, darei la vita per loro”. Non trovi tutto ciò angoscioso e nauseante?
Credimi, fa rimpiangere gli abusi su minore.
La famiglia serve al Principe per la produzione di nuova manodopera e per rendere più docile quella già esistente.
È la cellula base di potere atta al controllo capillare della società.
Un figlio ti rende ricattabile: nel momento in cui devi sfamare altre persone, non puoi più dire di no a ciò che ti offre il padrone, fosse anche la mansione più degradante e in contrasto con le tue idee e la tua etica, perché ormai ci sono altre persone che dipendono da te.
La famiglia serve a catturare lo schiavo con la prospettiva di un po’ di potere per poi ingabbiarlo con le responsabilità.
Non sei nessuno, non conti nulla, ma in famiglia potrai comandare e condividerai una briciola del potere del Principe, ne assaporerai una stilla d’ebbrezza.
Per mantenere questo miserabile privilegio, dovrai obbedire per sempre.
Per le frustrazioni che necessariamente accumulerai, potrai sfogarti sulla tua prole, sulla quale eserciti lo stesso potere assoluto che lo Stato, il banchiere e l’industriale esercitano su di te.
Figlio mio, non sei dunque contento? Anche grazie a te, il Governo si prenderà una soddisfazione in meno.
Sento le interviste agli operai licenziati: “Cosa daremo da mangiare ai nostri figli?”.
E vorrei dir loro: e potevate non farli, i figli.
Compagno operaio, benché io sia dalla tua parte e ti offrirò aiuto e copertura qualora vorrai sequestrare il figlio di Marchionne, non lo sai che la famiglia è stata inventata apposta per fregarti?
È imperdonabile mettere al mondo un figlio condannandolo a subire la tua stessa povertà.
Né tu né tua moglie volevate davvero figli. Quello che credete essere stato un vostro desiderio, non è vostro affatto. Vi è stato inculcato a forza. A lei è stato detto che se non si fosse gonfiata per ospitare cellule in evoluzione da ricacare dopo nove mesi, non valeva nulla come donna; a te è stato detto che se non avessi inseminato e assoggettato un esemplare fisicamente inferiore della tua specie, non saresti stato un vero uomo. E ci avete creduto.
La monogamia è un inganno. La famiglia è una trappola.
Laddove individui indipendenti senza vincoli sarebbero divisi nella socialità, la famiglia li unisce nella solitudine.
I sacrifici che fai per i tuoi figli giovano solo al tuo datore.
Si dice: “Rinuncio a tutto per i miei figli, così loro potranno avere una vita migliore”.
I figli si godranno dunque la vita grazie al martirio dei padri? No, perché anche loro faranno dei figli e il meccanismo si ripeterà, e i figli dei figli faranno figli a loro volta, e così via, incessantemente, perpetuando la sottomissione.
Come ha detto un saggio: “Un figlio ti dispensa dal vivere la tua vita per vivere la vita di un altro”.
Uno fa un figlio e dopo comincia a disperarsi per il mutuo da pagare e le bollette e le tasse scolastiche e c’è da pagare il medico e i soldi per la gita e per il nuoto e vuole la bicicletta nuova e come faremo ad arrivare a fine mese.
Trovo quantomai stupido e insensato crearsi problemi che poi bisognerà risolvere.
Che poi si sente sempre dire con sdegno: “Saranno i nostri figli a dover pagare il deficit”, “Non è giusto che i nostri figli paghino il buco della sanità” “I nostri figli pagheranno la crisi finanziaria”. Ma io dico: non fateli, questi figli, così nessuno paga niente e siamo tutti contenti, no?
Che fai, metti al mondo qualcuno affinché appiani i tuoi debiti? Allora lo vedi che sei uno stronzo?
Peraltro, crescere un figlio comporta ingenti spese, quindi i tuoi problemi economici si aggravano. Allora lo vedi che sei un coglione?
L’altra mattina mi sono svegliato ed è stato bellissimo quando ho realizzato esultante: “Ehi, io non ho figli!”.
La giornata mi ha sorriso.
Se io fossi stato Hugh Hefner, magari un pensiero a metterti al mondo lo avrei fatto per donarti l’opportunità di vivere nella Playboy Mansion circondato da conigliette porche e disponibili.
Ma se poi nascessi donna, per te sarebbe un problema lo stesso. Dovresti vedertela con stalking, molestie, stupro, Sex and the City. Gli umani imbecilli cercherebbero di impedirti di scopare liberamente, perché “sei una donna e non sta bene”. Ogni tuo pompino con un partner sessuale occasionale sarebbe una trasgressione della virtù con cui vorrebbero imbrigliarti.
È per questo che non mi piacciono le donne monogame, fedeli, pudiche, che non siano promiscue e libertine e indecorose: per quanto emancipate e ribelli e disinibite possano essere, nel momento in cui non scopano con facilità a destra e a manca, restano lo stesso l’orgoglio di papà e mamma, poiché la loro austerità virginale è in salvo e il loro corpo rimane addomesticato secondo i dettami del patriarcato sessuofobico che ci tiene alla salvaguardia della pubblica immagine di morigeratezza.
Sì, hai capito bene: la mia donna ideale è Stoya. Ma mi accontento anche di Sasha Grey.
Per me l’essere una sex worker è un valore aggiunto, mentre affermare con fierezza “non vado certo con il primo che capita” ti declassa per sempre ai miei occhi come irredimibile stolta noiosa a cui rispetto alla propria bisnonna hanno tolto dalle mani i ferri da maglia e ci hanno messo la tessera elettorale.
La frase che una donna non deve mai pronunciare se non intende farmi perdere attrazione e stima è: “Desidero soltanto te”. Pensa che palle.
Se nascessi omosessuale, non ne parliamo. Considereresti un successo ogni serata in gelateria conclusa senza un pestaggio.
Non ti farò nascere anche perché non voglio essere un padre, non voglio essere il Pater.
Il padre, fosse anche il padre più libertario possibile, incarna sempre – costitutivamente – una figura di potere, poiché è colui il quale ti ha dato la vita e si è preso cura di te quando non potevi farlo da solo.
Siccome il mio anarchismo è una cosa seria, non voglio rivestire alcun ruolo di potere.
Dal momento che non mi piace obbedire, non ho alcuna intenzione di comandare.
Ed è un atto di potere intollerabile decidere di far nascere un individuo senza che sia stato chiesto il suo parere.
Ti evito volentieri pure quel delirante senso del dovere pedagogico che infetta i genitori.
Al delirio di onnipotenza si aggiunge infatti una smania educativa vista come imperativo morale: “Devo insegnare ai miei figli cos’è giusto e cos’è sbagliato”.
Non è spaventoso? Non lo hai capito nemmeno tu, ma ti senti in dovere di tramandarlo ai tuoi figli.
Nella migliore delle ipotesi, li renderai depositari di un immane bagaglio culturale di cazzate, errori e atrocità.
Tant’è che non facciamo che ripetere le idiozie dei nostri avi.
Visto che non ho alcuna intenzione di inquinarti con le mie inadeguatezze, figlio mio, non mi permetterò di farti nascere.
Il tuo mancato concepimento e la tua non nascita sono anche una forma di rispetto verso la donna.
È infatti il corpo della donna che si deforma, è la donna che deve sopportare tutti i dolori, tutti gli affanni, tutti i rischi, tutti gli inconvenienti e tutti gli inestetismi che la gravidanza comporta.
Voglio dire: un organismo esterno si insedia in un corpo e poi esce tra sofferenze inumane. Non ti ricorda qualcosa? Esatto: Alien.
Tua madre non è un forno. Per questo non sarà tua madre.
L’istinto materno non esiste. Esiste solo l’istinto del capo ufficio marketing della Pampers a vendere più pannolini.
E di sicuro non c’è da fidarsi se è un prete a dire che bisogna fare più bambini.
Ti rendi conto che qui c’è gente che crede in dio?
Su questo pianeta siamo troppi. Siamo arrivati a sette miliardi, numeri da batteri.
Le risorse scarseggiano, abbiamo devastato tutto, deturpato tutta la bellezza.
Imprigioniamo, sfruttiamo, torturiamo, uccidiamo gli animali.
Non voglio contribuire a tutto questo e non voglio che vi contribuisca tu. Tanto meno intendo obbligarti a vivere in un mondo fatto di mostruosità e sopraffazione, ove gli esponenti delle forze dell’ordine hanno una vita sessuale e in cui quando ti metti a letto poi devi rialzarti per andare a pisciare.
La vita è faticosa soprattutto per le piccole cose della quotidianità. Ed è una fatica inutile. Te la risparmio volentieri.
Ora tu ti chiederai: “Stai forse dicendo che chi procrea per scelta è un cretino?”. No: anche un pazzo criminale.
Non farò di te la mia vittima.
Il regalo più grande che io possa farti è non metterti al mondo.
Godi dunque, oh figlio mio, degli innumerevoli vantaggi dell’inesistenza priva d’avversità, e sappi che il tuo papà ti invidia molto.
Quanto a me, cercherò anch’io di godere degli innumerevoli vantaggi della tua inesistenza.
Ma se il profilattico si dovesse rompere, il preservativo femminile cedesse più velocemente delle buste della spesa biodegradabili, la pillola non funzionasse, la spirale fallisse, il diaframma si bucasse, il cerotto si rivelasse un imbroglio, trovassimo solo medici obiettori che ci negassero la pillola del giorno dopo e tua madre non volesse abortire, ti prometto solennemente, anzi ti giuro su Stoya, che farò di tutto per mantenerti tutta la vita; non dovrai mai lavorare; dovrai vedere la paghetta come Risarcimento Nascita Non Richiesta; non dovrai mai dirmi grazie; non dovrai mai chiedermi il permesso; non dovrai onorarmi; non dovrai rispettarmi, se non me lo merito; non dovrai mai sentirti in debito con me; non dovrai mai preoccuparti delle soddisfazioni che vorrò da te o che non mi avrai dato; non dovrai mai sentirti figlio, ma sempre individuo libero prossimo mio e mio pari; non dovrai mai chiamarmi papà.
Ma se diventi cattolico te gonfio.

Annunci

Posted in Dissestazioni | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , | 178 Comments »

Vegan: il fricchettonismo danneggia la causa

Posted by sdrammaturgo su 2 marzo 2011

Guida pratica per mangiar vegano come Cristo comanda – benché Cristo non sia mai esistito e l’idea stessa di dio sia una stronzata (e questa virata ateo-antiteista, apparentemente gratuita, invece c’entra eccome, giacché la religione è strettamente connessa all’antropocentrismo, che è il responsabile principale dello sfruttamento animale – a parte il testadicazzismo che caratterizza il genere umano sin dagli albori della specie)
*
*
Mi capita tra le mani un quotidiano del giorno prima e leggo:

“Vegetariani fin da piccoli? Si può fare”.

Il mio primo pensiero è: “Eh, che scoperta sensazionale! Si vede proprio che questo giornale lo stampa Gutenberg!”.
Ma il mio secondo pensiero è di gioiosa soddisfazione: ogni contributo contro uno dei più stupidi dei tabù e contro la pervicace e pertinace ignoranza sul tema è quantomai prezioso.
Sotto all’articolo principale noto un’intervista il cui titolo quasi mi commuove:

“Mia figlia è vegana e in piena salute”.

E’ la testimonianza di una genitrice che si occupa di “alimentazione sostenibile, stili di vita alternativi ed ecologia”.
Comincio a leggere e la mia attenzione si sofferma sulla risposta alla domanda su cosa mangi sua figlia:

“Fa colazione con una bevanda a base vegetale (latte di riso, di soia, di mandorle fatti in casa) oppure yoghurt di soia con dei fiocchi di mais, altrimenti pane integrale e marmellata. I pranzi e le cene sono a base di cereali e legumi: zuppe di fagioli, riso e lenticchie, pasta e ceci, orzo, avena, miglio, accompagnate da verdure, alghe e semi oleosi. Come condimento prediligiamo l’olio di semi di lino e il gomasio. Le sue merende sono a base di frutta fresca e secca, ma ogni tanto mangia anche i biscotti e la cioccolata”.

Ed ecco che il mio terzo pensiero è: “Ammazza che pranzo de mmerda”.
Va bene lo stile di vita alternativo, ma un po’ meno alternativo no?
Beh, “ma ogni tanto mangia anche i biscotti e la cioccolata”, eh. Certo, il becchime col brecciolino innaffiato da succo di dattero della Caledonia è meglio, ma qualche strappo ci vuole, suvvia.
E mi pare quasi di provar più simpatia per mio zio, uno dei maggiori antivegani che abbiano mai calcato il pianeta (ma uno di quelli seri, che con onestà intellettuale ammettono: “A me me piace la pancetta, quindi cor cazzo che smetto”, mica come quei cialtroni istruiti che con la protervia fornita loro dal sopravvalutato titolo di studio fanno appello a chissà quali principii filosofici per giustificare la propria brama di ventresca e tentano attraverso acrobatici e sofisticati – nel senso alimentare del termine – eurismi accademici di convincerti e soprattutto convincersi che mangiano pajata per un ideale), il quale suole affermare: “Io le buffonate nu’ le magno”.
Subito mi sono immaginato una persona non ancora vegana ma che magari sta pensando di diventarlo tra mille esitazioni oppure un semplice curioso dell’argomento che si imbattono in un simile menù.
Innanzitutto, già quel “fatti in casa” potrebbe destare dubbi.
Per quanto sia ovviamente ed anarchisticamente preferibile l’autoproduzione in quanto affrancamento dalla produzione industriale, mi rendo conto che pochi possono mettersi a preparare autonomamente latte di soia e affini. Io stesso non lo faccio. Ma non c’è da disperarsi: è possibile trovarli in qualsiasi supermercato, quasi sempre anche di marchi etici.
“Ma il latte di soia è cattivo e costa pure tantissimo!”. Niente affatto. Tale diceria è tutta colpa del latte Valsoia, che è il più diffuso e dunque quasi sempre il primo che capita di provare al neofita appena gli viene voglia di assaggiare questa misteriosa bevanda. Ma il latte Valsoia fa schifo, è marrone ed ha un prezzo ingiustificatamente alto, quindi si lasci pure che il signor Valsoia ci si faccia il bidet e si cerchino i tanti altri latti di soia squisiti e decisamente economici. Per esempio, il Soyanat od il Sojasun, che hanno il ragionevole prezzo di 1.50, oppure quello ad un euro dell’Eurospin. Ed in ogni discount si trovano marche di latte di soia buonissimo ed a bassissimo costo.

Ma è al momento dell’elenco delle insostenibili pietanze con cui Mamma Sostenibilità tortura la propria creatura indifesa che ho provato il più forte moto di empatia e scoramento.
Voglio dire, chiunque si scoraggerebbe nel leggere che per essere vegano ci vogliono olio di semi di lino, alghe e gomasio.
D’altronde, cosa c’è di meglio per sfatare alcuni luoghi comuni che fomentarne degli altri?
Tra le voci infatti più diffuse tra gli onnivori sui vegani c’è quella per cui mangiamo solo insalata scondita oppure che abbiamo bisogno di procacciarci chissà quali cibi strani e sconosciuti che possiamo reperire soltanto avventurandoci sulle vette dell’Himalaya o di cui v’è traccia solo nei più alternativi bazar suburbani di Manhattan. Come se esistessero dei generi alimentari chiamati vegan che non hanno niente a che vedere con quelli normali ed i vegetali stessi mangiati dai vegani fossero un altro tipo di vegetali alieni fatti crescere appositamente secondo procedimenti alchemici od in condizioni naturali ed atmosferiche particolari col bollino vegan. Praticamente, secondo la leggenda ci sarebbero i broccoli normali ed i broccoli vegan, una sorta di meta-broccoli.
Tant’è che quando dico a qualche carnivoro: “Ma guarda che pure le penne all’arrabbiata, per esempio, sono un piatto vegan”, vedo sgranare gli occhi colmi d’uno sbigottito stupore che si manifesta nella forma sonora d’uno strozzato: “Non c’avevo mai pensato”.
Chissà quante volte la gente mangia vegan senza saperlo.
Immagino mia nonna che chiede se sia difficile preparare un pasto vegan: “Ma no, che ci vuole? Basta prendere del bulgur o del tempeh, poi macini della tapioca con della gomma di guar, ci spruzzi un po’ di tamari ed hai fatto, è facilissimo”.
Ebbene, al fricchettonismo etno-alimentare a-tutti-i-costi, io oppongo il salvifico veganismo casereccio.
Pasta e facioli (con la C tosco-romana), è vegan; il risotto ai funghi, è vegan; le linguine al pesto trapanese, sono vegan; trofie zucchine e pachino, sono vegan.
Quindi, mi rivolgo a voi non-vegani che magari ci state facendo un pensiero, onnivori tutti, curiosi occasionali: io sono un vegano ed un edonista sfrenato che non ha mai rinunciato alla buona cucina, e sono anche uno che tiene molto alla forma fisica, quindi bado tanto al mangiar bene quanto al mangiar sano. E – momento di patetica presunzione per una giusta causa – sarà un caso, ma io, vegano che ama deliziare il proprio palato, ho il fisico oggettivamente migliore rispetto a tutti i miei amici onnivori (e questo, care lettrici, è un motivo in più per darmela – era questa la giusta causa, mica l’ulteriore sprone al veganismo). Ascoltatemi dunque.
Ma mi rivolgo soprattutto ai bambini.
Non temete: non dovrete ruminare pane azzimo al cardamomo mentre i bulli vi sfottono (giustamente) dall’alto del loro Kinder Delice. Per fare colazione o merenda, vi basterà andare, che so, al Todis, e troverete dei normalissimi cereali con pezzi di cioccolato fondente. Ci sono poi i biscotti Grancereale et similia, le creme al cioccolato come la Nutella della Valsoia o della Coop, i cornetti Privolat della Misura ripieni di cioccolato o marmellata, i Doricrem Dark della Doria (se proprio non si può fare a meno di foraggiare il grande capitale), e ancora tanti e tanti prodotti ottimi preparati senza spremuta di vacca, mestruo di gallina o vomito d’ape.
Per pranzo, le vostre mamme fanno bene a farvi mangiare cose magre e salutari, perché vi evitano di ingrassare, e, se siete snelli, siete più agili, più sani e più belli. E la rima rosannalambertucciana era assolutamente voluta. Però, vaffanculo all’olio di semi di lino. C’è tanto bene l’olio d’oliva, con cui potrete farvi preparare delle cremosissime farfalle panna e zucca – visto che la panna da cucina 100% vegetale non manca in nessun supermercato – e dei peperoni ripieni di pangrattato e spezie. E non diventerete certo degli obesi con le patate arrosto.
Per cena, sapete cosa faccio spesso io? Prendo un’abbondante pagnottella di grano duro e la farcisco con due hamburger di soia a daje giù con crema d’olive, pomodori secchi, carciofi, crauti, condendo con mano pesante senza lesinare sulla senape per un pasto ad alto tasso di godimento.
Anche per gli hamburger di soia c’è vasta scelta (sempre eliminando in partenza quelli Valsoia, i quali, oltre a costare una cifra vergognosa, hanno anche albume d’uovo nell’impasto): ci sono i Kio-ene surgelati in confezione da quattro a 2.60, i Soyanat od i Sojasun freschi, e poi le polpette vegetali, le gocce di verdura, e hai voglia a mangiare.
Le alghe possiamo anche distribuirle sulla sdraio del vicino di ombrellone.
Per carità, amo anche io un pizzico di esotismo gastronomico, mi piace provare e sperimentare, adoro il seitan e quant’altro, ma si tratta di sfizi, non della base irrinunciabile della dieta vegetaliana (con la L, non confondiamo).

Come vedete, l’alimentazione vegan è semplice, costa incommensurabilmente meno di quella onnivora (mezzo chilo di fagioli 40 centesimi, mezzo chilo di prosciutto 5 euro), è quantomai varia e saporita e comporta benefici di vario genere, dall’organismo alla linea, dal vigore alla sessualità – per la cronaca, nemmeno a quindici anni avevo una simile facilità di erezione. Sarà che più cresco e più sono arrapato, ma quantomeno il corpo reagisce alla grande alle mie esigenze psico-estetico-testosteroniche (lettrici, questa è un’altra ragione per voi-sapete-cosa).
Non si tratta di rinunciare a qualcosa, bensì di scegliere alcuni piatti al posto di altri.
Quando si va al ristorante e si sceglie un primo, nessuno ti dice che così facendo hai rinunciato a tutti gli altri primi (e – sia detto per inciso – evitare che miliardi di animali vengano imprigionati, sfruttati, torturati e ammazzati mi pare una valida motivazione per operare una scelta).
Quindi, oh innocente figlia dell’eco-procreatrice, la prossima volta che tua madre ti proporrà un pasto del genere, nonostante il turpiloquio ti offra una vasta gamma di risposte possibili, io ti suggerisco questa: “Mamma, perché non riponi il gomasio nel posto che consente a te e papà divertenti variazioni sul tema dell’altrimenti tedioso dovere coniugale?”.

 

 

Posted in Il vegano sgarbato | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , | 43 Comments »

“Sonetti del barbiere libertario” 4

Posted by sdrammaturgo su 23 gennaio 2011

La corona del Re Solarium

*

*

‘L problema nun so’ l’orge: è ‘l potere.
Fà l’orge è bello assai co’ le mignotte,
e pe’ mignotte intendo chi de notte
s’appresta a quel ch’è giusto, ch’è ‘l piacere,

o de mattina, ‘nsomma quanno vòle,
e come dove quanto e con chi pure.
E si lo fa pe’ solde e proprie cure
nun è da men di chi pe’ passion sòle.

Mignotta è cosa bona: vor dì sciorta.
Chi l’usa come offesa adè ‘n poraccio,
ner senso de lo spirto e sale ‘n capo.

Ner senso der cojon, persin Satràpo
appresso a Cerusìco ed a Bravaccio
e tanto a Professor Coscienza Corta

*

e me barbiero e muratore stracco
invece troie sem come le dette:
e che forse noe l’ore benedette
p’avecce ‘n po’ de pane ed un bivacco

nu’ le passamo all’opra a prestà ‘l corpo?
Che sia fica, la mano od il cervello
sempre ‘l corpo usi, e ‘n padroncello
ar guinzajo te spreme come ‘n porpo.

‘L guaio è que’: in proprietà privata
lavori pe’ pagà ‘l gioiello a ‘n altro,
e pure chi comanna è schiavo a sé,

ché sempre presto s’arza come te
– nemmanco si lo stesse a inseguì ‘n veltro –
pe’ conservà la via privilegiata.

*

Ma tosto per tornar alla quistione,
parlavo del monarca che se sbatte
di più le cortigiane, regie batte,
che del su’ regno, e spregia commistione

*

con noi, che semo simili in catene.
E allora io te dico, sommo sire:
a me me piace ‘l fatto che tu mire
di più alle belle fregne che alle pene

di cui vuol farci ricchi gente in saio;
e pure dico brave alle puttane
che fanno storce ‘l naso a puritane
che gridono: “Donnacce!” co’ ‘n abbaio

oppure: “Poverelle, triste sorte”.
Ma allor, si ciò te preme, via cravatta!
Proclama: “Basta ordini e governi!”

e fa’ con noi d’estate i tristi inverni.
E via, più gnuno schiavo ch’arrabatta
pe’ giunge in bella cassa al dì di morte.

*

E gnudi in superficie e non sotterra,
ché nun è mai vergogna d’esse tali,
e tutti alfin contenti a trombà uguali.
Non dee più la fanciulla che rinserra

disio de fà la scesa in senso inverso
sognà lustrini sciocchi che tu j’offri.
E come gode lei, tu manco soffri.
E più nun viene detto ch’è ‘n perverso

chi ama pijallo ‘n culo o leccà ‘l cesso.
Se scopa pe’ scopà, no pe’ carriera,
e pure si pe’ scambio, gnuno è sopra.

E nun c’è più morale che te copra
né sòra che te salda la cerniera,
niun patto tra re e papa a famme fesso.

*

Ma a te guardà nell’occhi nun te piace
le pecore che poe te van sbranando.
A pecora va ben, ma pari stando;
e invece ce voj servi su la brace.

*

A te te piace stà sopra ‘n artare
e sotto a batte cassa donne astute,
magari brave, forse sprovvedute,
o acce, ma comunque nun so’ pare.

Chi dice che ‘l castel ha d’ess’austero.
Io dico che ‘l castel nun c’ha da essa
e vojo il bacchetton sott’a ‘na pressa
e mazza e topa sanza più mistero.

Io questo te contesto: nel palazzo
te chiudi e rubi a noi che semo fori
e in nomine de dio ce sfrutti e castri

e ricco de zinnone e d’alabastri
consideri ogni ben tuoi sol tesori.
E dici: “Io so’ io e tu n’ se’ ‘n cazzo”.

*

E dunque che se trombi mascherati,
ma tutti, l’operai e li notari,
e gnuno che ce tratti da scolari
a dicce: “O la famiglia oppur dannati!”.

Ma peggio de la corte è chi in cortile
muggisce e vuol opporti la crianza,
e fiero de sei fiji in una stanza
propone pudicizia co’ la bile.

L’abbronzatura sia pe’ libertà
e no pe’ trae in inganno a chi ce casca;
le donne a venti o trenta diano ‘l culo,

si vonno; ‘l frocio possa, gnun sia mulo.
Nessuno sia sol carne ch’altri pasca;
si trombi: né trombon né sacertà.

*

Posted in Sonetti del barbiere libertario | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , | 6 Comments »

L’ira di un vegano godereccio

Posted by sdrammaturgo su 5 luglio 2008

E’ giunta l’ora di fare chiarezza, di squarciare la coltre delle tenebre, di strappare il velo della menzogna e far risplendere la verità in tutto il suo fulgore: la mozzarella nella pizza con le patate non c’entra una fava.
Quando un individuo compie il passo etico decisivo ed abbraccia la scelta – o meglio, adempie al dovere – vegan rinunciando a nutrirsi di animali, è ben cosciente di ciò a cui andrà incontro: una maggiore fatica ed un impegno più attento nella scelta degli alimenti, giacché l’umanità tristemente fonda gran parte della propria gastronomia sui prodotti ottenuti dallo sfruttamento, dalle torture e dall’uccisione di altri animali non umani.
Ma c’è una cosa che un vegano amante della buona tavola non è disposto ad accettare e non accetterà mai: vedere infilati prodotti animali anche dove non c’entrano un cazzo.
Cosa c’è di più pleonastico al mondo dello strutto, ad esempio? Sono giunto alla conclusione che venga messo solo per impedire a noi animalisti di mangiare piadine o di comprare la pizza buonissima dei fornai.
“Ecco, dicendo ‘buonissima’ ti sei risposto da solo: lo strutto nell’impasto rende la pizza decisamente più buona”. ‘N par de palle: inizi a mangiare pizza senza strutto e scopri che è pure mejo.
Dunque, lo strutto è una componente inutile usata solo per dispetto ed alla faccia di quelli come me.
Per non parlare dei fiori di zucca. Nulla suscita più rabbia nel vegano dal palato fino che scoprire condimenti di origine animali per cibi che lui aveva sempre gustato nella loro purezza vegetale quando ancora era un vil carnivoro.
Penso alle frittelle con i fiori di zucca di mia nonna: dorate in padella con soltanto una pastella di acqua, olio, farina e nient’altro. Squisite, ed il sapore del fiore di zucca si esalta.
E invece no: provi a prenderle altrove e te le ritrovi associate a mozzarella e – eresia delle eresie – acciughe. Risultato: la bontà assoluta del fiore di zucca ne esce umiliata ed io vengo privato della possibilità di assaporare quella prelibatezza.
Ma dove si tocca il fondo è senza dubbio nella pizza con le patate.
Fin da piccolo sono sempre stato abituato a quella divina pizza bianca con patate affettate sottilmente sopra ed impreziosite da una spolverata di pepe ed un po’ di rosmarino. Ne vado pazzo, non mangerei altro. Quella è la mia vera droga, insieme ai felafel, al cocomero ed al succo di pera (per la cronaca, sono uno che non beve mai rum e pera in quanto ritengo che il rum rovini il succo di pera).
Insuperabile è il mio trauma, indescrivibile la mia amarezza, incontenibile la mia ira nel constatare come si stia espandendo come una pestilenza che non lascia scampo l’abitudine insana ed oltraggiosa di guastare con la mozzarella anche la sacra pizza con le patate.
La regale delicatezza popolana della patata infangata dalla volgarità kitsch della mozzarella.
Rivoglio la mia pizza con le patate tradizionale, pizzettari di merda! Fornai bastardi, perché, perché, perché devo girare quindici botteghe in due quartieri diversi per trovare un misero stronzo pezzetto di pizza con patate e basta?!
Sappiate che il mio disprezzo nei vostri confronti è doppio: non solo etico, ma anche gastronomico. Con la mozzarella, voi insultate la rustica nobiltà della pizza con le patate e così facendo mi danneggiate due volte, sia come animalista che come edonista.
Per un mondo migliore, di’ no a strutto a mozzarella.
Strutto e mozzarella, o dell’inutilità del male.

P.S. Quanto espresso per la pizza con le patate è da ritenersi valido anche per la pizza con le zucchine e financo per ogni pizza che porti su di sé la delizia dei sani e genuini prodotti della terra.

N.B. L’autore è certo di incarnare in questo frangente la verità incontrovertibile ed oggettiva, per cui bollerà come inappellabili errori nonché abbagli – altrimenti e più correttamente detti cazzate – dovuti a cecità ed ingenua abitudine ogni parere contrario a proposito dell’indiscussa ed indiscutibile gratuità di strutto e mozzarella.

Posted in Il vegano sgarbato | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , | 4 Comments »