Beati i poveri, perché moriranno prima

Posts Tagged ‘esistenza’

Ustioni da focolare domestico

Posted by sdrammaturgo su 17 febbraio 2013

Brevissimo romanzo di malformazione

*

Homo homini homo.

TOMMASO OBESO

*

*

Si conobbero alla Festa della Caccia.
Era l’evento più scoppiettante del paese, dopo la processione di Santa Brigida.
Per l’occasione, lei aveva messo il suo miglior vestito a fiori – dunque il suo peggior vestito.
Accompagnata dalla madre e dalla sorella, volteggiava tra le bancarelle traboccanti di fauna smembrata.
Corone di salsicce nere addobbavano la piazza.
L’orchestrina di Gigi e le Mele Marce stonava un liscio affannato e coppie di moribondi claudicavano tentativi di movimenti ritmici.
In quell’atmosfera magica, apparve lui.
Portava in spalla un cinghiale abbattuto al mattino.
Grazie al movimento delle labbra, lei capì chi dei due le stesse parlando.
La invitò a un giro di danza, lei chiese il permesso alla madre, la madre acconsentì, la sorella rosicò.
Col cinghiale morto che piroettava sul corpo massiccio di lui, lei sospirò rapita dal ballo e dalle mani ruvide che la cingevano scartavetrandola con dolcezza.
Lui le narrò con quanta abilità e rapidità aveva prontamente reciso i testicoli del suide – servendosi di un coltello acquistato presso l’armeria Scarponi, che, si sa, è la più affidabile – subito dopo averlo centrato in fronte con un pallettone del dodici, e di come era sfilato trionfante per le strade con il trofeo sanguinolento spalmato sul cofano del fuoristrada tra gli applausi scroscianti dei concittadini. Al baretto aveva offerto da bere a tutti, e rudi pacche sulle spalle avevano sottolineato il suo indiscutibile stato di maschio alfa.
Lei era ammirata.
Si guardarono negli occhi.
Prima col cinghiale, poi con lui.
E così, tra il profumo di carcasse bruciate, si stagionò il loro amore.

Come primo appuntamento, benché fosse passato un bel po’ di tempo dal Paleolitico, lui la portò a vedere i fuochi d’artificio.
Perché si sa, il salnitro è molto romantico.
Lo spettacolo pirotecnico era preceduto da un’esibizione di acrobati paraplegici: venivano sparati con una catapulta e quello che succedeva succedeva.
Prima di uscire, lei si preparò con cura, emozionata e trepidante com’era.
Si sentiva un po’ a disagio perché aveva un brufolo sul tumore e cercò di coprirlo con un po’ di fondotinta.
Lui era una persona molto spartana. Non condiva nemmeno i cibi. Si limitava a leccare del salgemma.
Era un uomo rustico e impulsivo, ma aveva una sua etica. Per esempio non picchiava le donne: le bastonava con un tortore avvolto in una cintura dalla fibbia in alluminio, o in alternativa con la cinghia dell’escavatore.
Con lui era tramontato il mito dell’emancipazione del popolo.
Dopo averlo conosciuto, un marxista era diventato monarchico.
Lei era una sognatrice. Non faceva che fantasticare su frittate dalle combinazioni sempre più imprevedibili: pancetta e guanciale, lardo di colonnata e stracchino, coppa, wurstel e sanguinaccio, o ancora trota e anguilla, insieme!
La sua immaginazione non poneva limiti alle possibilità di frittate.
La serata andò benissimo.
Lui premette per penetrarla. Lei si sottrasse con garbo.
Nonostante il motore a scoppio e l’elettricità siano invenzioni largamente diffuse già da un paio di secoli, molte donne vogliono essere corteggiate.
Lui, in fondo, apprezzò: aveva dato prova di essere una ragazza seria.
Qualche tempo dopo, chiese la sua mano.
Vennero organizzate le nozze.
Il sagrato della chiesa era gremito di parenti a colori dal fervore in bianco e nero.
Assistere a un matrimonio rende felici perché sai che sta toccando a un altro.
È lo stesso principio per cui ai funerali in realtà sono tutti contenti.
D’altra parte, i matrimoni mettono molta più malinconia dei funerali, perché a un funerale si pensa: “Ha smesso di soffrire”, mentre a un matrimonio: “Ed è soltanto l’inizio”.
La sposa scese da un’autovettura sportiva a braccetto dell’austero genitore.
Lo sposo attendeva all’altare.
Il passante che si fosse imbattuto nella scena, avrebbe potuto proferire al sodale: “Ehi, guarda, dell’anacronismo”.
Il padre consegnò la femmina al maschio più giovane, lo stregone recitò delle formule magiche e tutti andarono a nutrirsi vestiti scomodi.

Lui aveva una fronte lombrosiana che contendeva il territorio alle sopracciglia e le spalle tozze che coincidevano con il mento.
La pancia prominente da ippopotamo palestrato distraeva dal viso bitorzoluto. Il naso largo e schiacciato divideva a stento gli occhi infinitesimali.
Le gambe corte sostenevano possenti la lieve gobba cespugliosa.
Lei aveva un cancro d’annata che le impreziosiva le gote.
Ciuffi oleati le scendevano dalla chierica aprendo il sipario sullo strabismo di Efesto.
Il seno si posava delicatamente sull’ombelico a ogni sussulto del busto spugnoso.
Bolle smaglianti sfavillavano sulle natiche smagliate.
Dei ricchi favoriti le solleticavano le narici.
Ritennero indispensabile riprodursi.
Qualcuno avrebbe potuto pensare che si trattasse di una vendetta: la natura e l’umanità erano state talmente ingrate nei loro confronti che adesso le avrebbero riempite di mostri.
E invece lo fecero proprio per amore.
O almeno per quella preoccupazione di garantirsi il prosieguo del coniugio bloccando il legame con un’opportuna procreazione che le persone di aspetto insoddisfacente sono solite chiamare amore.
È per questo che vedendo le coppiette in giro che spingono passeggini è possibile notare che i brutti non vedono l’ora di moltiplicarsi.
Un figlio, questa astuta assicurazione sulla vita per tradizionalisti sventurati.
Lei rimase incinta.
Sapeva che da quel momento in poi avrebbe avuto un argomento di conversazione.
In vecchiaia non avrebbe più dovuto puntare solo sulle malattie, questo perverso svago della terza età.
Avrebbe avuto di che raccontare su successi o fallimenti di figli e nipoti, senza contare il sostegno che da essi avrebbe ricevuto.
Generarsi i propri badanti, quale ingegnosa soluzione! E che risparmio rispetto all’ospizio!
Costosi prima, ma convenienti dopo.
I figli, questo fondo pensionistico di materiale organico.
La sua deformità fisica suscitava l’invidia delle altre donne.
Com’era prevedibile, ne uscì un essere umano. Eppure tutti parvero sbalorditi ed euforici.
L’evento si ripeté tre volte, e quantunque l’abitudine avesse ormai dovuto ridurre la sorpresa a zero, le reazioni furono le stesse, se non più entusiastiche.

Il primogenito diede molte soddisfazioni al papà, per esempio quando percosse un detrattore della propria squadra del cuore o quando pestò un incauto sostenitore delle marmitte a lungo o quando massacrò il fidanzatino della sorella, reo di essere tale.
Ella non si era mai sentita così al sicuro.
Sebbene provasse sentimenti di tenerezza per quel ragazzino, aveva compreso che da quel momento in poi non avrebbe mai dovuto temere alcuno smarrimento esistenziale: pur concedendosi qualche trasgressione come uso di narcotici e sesso occasionale, ci sarebbe sempre stato qualcuno pronto a richiamarla all’ordine, garantendogli un futuro di piena accettazione sociale come moglie e madre, cosa che restava in ogni caso il suo obiettivo principale.
Chi ti ama davvero, se serve ti assicura un futuro conforme al pensiero dominante anche con le cattive. Anzi, soprattutto con le cattive: segno di passione vera.
La secondogenita aveva peraltro fattezze disarmoniche, ma l’esistenza del testosterone le assicurava egualmente un discreto numero di spasimanti patriarcali.

Il terzogenito nacque malato.
Ben presto si rivelò infatti affetto da una malformazione congenita nota come coscienza critica, i cui sintomi erano contestazione dell’autorità genitoriale, riconoscimento di modelli erronei, percezione della vita come nonsenso e sciagura.
Più cresceva e meno la nascita gli sembrava una trovata valida.
Tutti però gli dicevano che doveva essere grato ai suoi genitori per il regalo che gli avevano fatto.
Ma a ben vedere era la stessa cosa che gli dicevano a Natale quando le zie gli regalavano sciarpe di lana bianco panna con stemmi di casati immaginari.
Ciò che rimproverava innanzitutto ai propri procreatori era l’averlo messo al mondo nella miseria.
Lo stipendio del padre da ruspista in una piccola ditta di movimento terra bastava appena al sostentamento della famiglia.
Non che avesse desiderato l’agiatezza a tutti i costi, ma si sarebbe quantomeno accontentato di non dover disputarsi merendine col fratello in duelli all’ultimo sangue, dai quali usciva inesorabilmente sconfitto, non avendo ereditato il patrimonio genetico ferino del padre.
Invidiava molto la prosperità gastronomica degli altri.
I poveri hanno l’invidia del pane.
La servizievole devozione della madre al nucleo famigliare, obbediente massaia al di là del tempo persa nelle sue ambiziose frittate, sua massima aspirazione; la sottomissione contemplativa della sorella all’autoritarismo paterno; le gare di motocross del fratello che dominavano i pomeriggi del sabato e rendevano così fiero il capofamiglia, facendo commuovere la sua sottoposta; l’indottrinamento governativo previa detenzione scolastica; la rispettabilità nel branco di coetanei da conquistare tramite angherie; le lezioni di sudditanza paranormale presso la parrocchia; tutto ciò condusse il terzogenito verso un’adolescenza da estraneo in cui la sua malattia della consapevolezza si aggravava di giorno in giorno producendo un distacco irreparabile da ogni senso del sacro.
Le insubordinazioni ai dettami del patriarca erano in costante aumento e la sua infausta conformazione genetica gli faceva percepire la madre come una persona, la comunità come una savana cementificata che era l’habitat innaturale dell’homo sapiens sapiens urbanizzato, le stelle cadenti come frammenti di comete o asteroidi che entrando all’interno dell’atmosfera terrestre si incendiano a causa dell’attrito.
Cercava rifugio dalla realtà priva di romanticismo nei fumetti dei suoi supereroi preferiti, gli X-men, i supereroi analfabeti.
L’evento più significativo della sua pubertà fu quando dovette partecipare alle esequie del suo vicino di casa.
Era il padre che aveva sempre sognato di avere: morto.
Si sa, l’unico modo per essere un buon genitore è lasciare i propri figli orfani.

Arrivò la maggiore età, e con essa la piena cognizione della caducità.
Sentiva parlare dell’importanza dei giovani, ma sapeva già che i giovani sono i vecchi del futuro.
Il problema della vita è la morte, pensava.
C’è troppo poco tempo e troppe cose vane da fare.
La vita è la domenica, quando devi affrettarti a fare qualcosa perché domani poi arriva il lunedì e sono cazzi e devi tornare a lavoro e se non hai combinato niente te ne penti, ma nell’ansia finisce puntualmente che non combini niente per forza e allora arrivi quasi a desiderare che arrivi presto l’odiato lunedì per toglierti il pensiero e però il lunedì fa sempre paura.
Il capitalismo, il lavoro, la guerra esistono perché esiste la morte. Senza la smania di ritardare la morte, chi avrebbe bisogno di farsi padrone o schiavo? Non esisterebbero povertà e ricchezza, perché tanto non muori, quindi mica ti serve di sottometterti per del pane o sottomettere per un panificio.
Con l’immortalità sarebbero tutti più rilassati e serenamente produttivi.
Un immortale non ha alcuna fretta.
L’accidia stessa è figlia della finitezza. Quando tutto è così fugace, tanto vale non far nulla.
Le scelte si riducono drasticamente, è necessario selezionare con cura ed escludere troppe cose, e Rimpianto, Rimorso e Rinuncia sono le tre Disgrazie che ti accompagnano nell’agonia.
La scoperta delle donne comportò quella della difficoltà di accoppiamento.
Quando riceveva un rifiuto, si consolava pensando che tanto, presto, sarebbero morti sia lui che lei, quindi non c’era da prendersela troppo.
Apprezzava molto un film sulla vanità del tutto e l’irredimibilità del dolore che parla di un ragazzo devastato da una neoplasia il quale non riesce a costruire alcunché di importante né a tirar fuori qualcosa di buono dalla sua sofferenza che sia di insegnamento o utilità per le generazioni future e poi muore. Titolo dell’opera Tanto tumore per nulla.

Il mondo intorno a lui, intanto, procedeva con disinvoltura.
I fidanzati che non si sopportavano facevano progetti di eternità, giacché il bello della coppia è avere qualcuno accanto da maledire.
Le donne non la davano e gli uomini si vendicavano con canzoni d’amore.
I maschi gareggiavano nello sprint al semaforo.
Relitti cellulari celibi si decomponevano ristagnando cameratescamente nei bar. Erano stati sfortunati con la tempistica di nascita. Fossero venuti al mondo una trentina d’anni prima, con un matrimonio combinato si sarebbero garantiti una moglie. Invece quel minimo di emancipazione che consentiva alle donne un pur esile margine di scelta li condannava a esser negletti, scapoli indesiderati, obbligati allo sfogo delle pulsioni sessuali nel gioco della briscola.
La gente più curata seguiva la moda, quella più trasandata seguiva la mota.
Gli individui indossavano come se niente fosse indumenti con scritto Monella Vagabonda e Joe Marmellata.
In ogni posto in cui si andava, si vedeva sempre qualcuno che incontrava qualcun altro di sua conoscenza. Eppure il mondo era piuttosto affollato.
L’Africa continuava a essere tenuta in povertà per permettere ai benestanti di passare da benefattori in serate mondane di raccolta fondi e rassicurare i meno abbienti dell’Occidente industrializzato.
Il sindaco del paese al posto del gabinetto aveva coprofagi a bocca aperta a spese dei contribuenti.
Era un lavoro molto ambito. In fondo era un posto sicuro, un impiego statale con contratto a tempo indeterminato: una volta finito il mandato del primo cittadino, si era promossi docenti nei corsi di educazione civica.
La comunità scientifica piangeva la scomparsa del fisiologo Meluzzo Alessandri. Convinto della veridicità della saggezza popolare secondo cui se stanno al caldo le estremità rimane caldo tutto il resto del corpo, andò su un ghiacciaio per sperimentare in prima persona l’efficacia del metodo, mettendosi nudo ma con gli arti inseriti in delle stufette. Venne ritrovato assiderato con mani e piedi ustionati.
La rivista Bellezza&Benessere divulgava l’ultimo ritrovato in campo estetico: “Depilarsi con la Chemio”.
Le file per fare una foto con la Coppa dei Campioni; il magone della partenza del Gran Premio; l’imperscrutabile fierezza dei lavoratori; la banalità degli amori tormentati; il tedio degli amori tranquilli; le équipe di economisti, sociologi e matematici che elaboravano le offerte per i menù di pizza a domicilio; la fede in dio, il più diffuso degli amici immaginari; gli occhi tristi degli animali.
Nessun animale sembrava felice.
Il cane aveva lo sguardo malinconico, il gatto teso, il cavallo stanco, il maiale disilluso, la mucca apatico, la pecora preoccupato, la gallina guardingo, il coniglio terrorizzato.
Nemmeno le belve facevano eccezione: anche nel leone e nella tigre traspariva una certa spossatezza esistenziale.
Non c’era gioia in natura. Solo nella Playboy Mansion.
E non si poteva continuare a fingere di dimenticare che una volta c’era stato Music Farm.

Giunse Capodanno, quando tutti si entusiasmano allorché in un punto a caso concordato nell’entropia spaziotemporale si passa da una frazione convenzionale di tempo a un’altra secondo un’unità di misura arbitraria.
Anche quell’anno avevano annunciato l’apocalisse.
Il terzogenito non ci credeva più. Lo avevano ingannato troppe volte. Finisce il mondo, finisce il mondo, e il mondo non finiva mai.
Ogni volta in quel periodo veniva assalito da pensieri angustianti ancor più numerosi, e nuove ambasce, interrogativi aggiuntivi, addizionali tormenti si sommavano agli abituali.
Per esempio il fatto che ragazzi che scoppiavano i botti avevano una vita sessuale, sovente perfino con donne di bell’aspetto.
Come ogni anno, si era sottratto ai festeggiamenti, ma invece di barricarsi nell’isolamento casalingo, si mise a vagare per il paese deserto.
Nella tasca del cappotto aveva una rosetta avanzata dal giorno precedente, unico alimento commestibile che aveva rinvenuto nella dispensa in quel giorno in cui la madre era stata troppo indaffarata con le zie a preparare le vettovaglie per il veglione, avendo massima cura che il quantitativo di vivande superasse quello necessario al fabbisogno annuo calcolato nel prodotto interno lordo di una nazione in via di sviluppo. Perché solo buttare nella spazzatura ingenti carichi di viveri in eccesso poteva regalare una vera ebbrezza di ricchezza.
Le festività servono a sedare con illusioni.
Di passo in passo si ritrovò davanti alla casa in cui i suoi famigliari stavano mentendo a loro stessi.
Dalla strada poteva vederli non visto al di là dei vetri delle finestre. C’erano tutti: suo padre, sua madre, sua sorella, suo fratello con la fidanzata ufficiale, il parentado al gran completo, alcune personalità senza personalità del paese.
Sapeva già come si sarebbe svolta la serata: ingerimento di cibo fino allo stremo delle forze, estenuanti giri di mercante in fiera, detonazioni.
Maggiore era l’ammontare degli esseri viventi caduti sul selciato la mattina dopo al termine delle ostilità conviviali, maggiore era l’appagamento collettivo.
I botti. Sapeva che tra petardi, bombe e artiglieria leggera c’era sicuramente un arsenale. E sapeva anche dove era riposto.
Conosceva quell’abitazione. Aveva dovuto subirci molteplici pasti cerimoniali in passato, segregato nell’affetto genealogico.
Essendo sopravvissuto alle torture familiste, ora sapeva che gli armamenti si trovavano proprio sul retro nel locale della caldaia.
Fece il giro dello stabile e di soppiatto ci entrò.
I residuati bellici erano tutti lì.
Quale occasione migliore?
Sarebbe bastato accendere una miccetta in mezzo al mucchio e sarebbe saltato in aria tutto.
D’un colpo, via tutti: famigliari, parenti, conoscenti.
Pezzi di cugini dappertutto, frammenti di zii sparpagliati sul vialetto, paesani indistinguibili dal cotechino, le ceneri dei fratelli nella pentola delle lenticchie, la madre tutt’uno con la frittata, le viscere del padre appese tipo festone.
E sarebbe sembrato frutto di una mera fatalità: una dinastia di coglioni appoggia i botti nel locale caldaie, uno si accende per qualche sfregamento, fa scoppiare tutti gli altri, la caldaia esplode.
L’attentato perfetto.
Rimase qualche istante in piedi nel buio, immobile, il respiro fatuo nell’aria gelata.
Rifletté.
Sarebbe esploso qualche esemplare di essere umano. Non sarebbe esploso il mondo.
Perché compiere l’ennesimo gesto superfluo nell’universo?
Voltò le spalle, si allontanò, tirò fuori dalla tasca il panino stoppaccioso e prese a masticarlo con noncurante fatica.
La vita è una rosetta del giorno prima.

*

Posted in Artifici e Illusioni | Contrassegnato da tag: , , , , , , | 57 Comments »

Troppo scoraggiati per suicidarsi

Posted by sdrammaturgo su 10 giugno 2011

Sulla crosta terrestre era la solita noia.
In nessuna galassia ci si divertiva granché.
Una forma di vita dalla massa gassosa su un pianeta sconosciuto non ne poteva più di vedere sempre le stesse facce.
In fondo, era domenica anche su Urano.

Splendeva un bel sole, del tutto inutile a migliorare la qualità della vita media.
Tutti in quei giorni erano disperati, perché era arrivata la notizia che un altro militare era morto in guerra ed un pugile aveva preso uno sganassone sul ring.

La Madonna si ostinava ad apparire in posti sfigati per lanciare messaggi planetari, così la redenzione restava lontana per via di discutibili strategie di marketing.
Un angelo era apparso in Svezia, ma nessuno lo aveva notato.

Fabio fissava il cappio. La corda sembrava resistente, il soffitto era stato intonacato di fresco, la sedia era solida, l’universo infinito. Ciò era rassicurante.

Giuseppe aveva le spalle larghe e gli occhi stanchi, il viso dalle proporzioni armoniche ed i vestiti consunti. I muscoli possenti trascinavano pigramente il suo disincanto. Era alto e triste, aitante eppur malridotto, insomma un gran bel frusto.
Puzzava di morto. Normale, essendo vivo.
Non aveva molta autostima. Dopo aver cacato, si sentiva svuotato di significato.
Faceva continui soliloqui con se stesso, venendo fischiato dal pubblico.
Aveva smarrito se stesso, aveva fatto fare l’annuncio e si aspettava alle casse. Ma niente.

L’uomo con la blusa azzurra lavorava nei cantieri navali ed era stato al varo. In precedenza era già stato al berto. Al momento era ar mando, e probabilmente lo sarebbe stato fino alla fine dei suoi giorni. Svolta romanesca? Forse. Tanto non faceva differenza. Una congiunzione raramente fa la differenza.
Disistimava metanarrativamente chi si serviva di facili giochi di parole a scopo umoristico.
Ma soprattutto, non sapeva che l’indumento che indossava fosse una blusa. Avesse immaginato, si sarebbe sentito profondamente a disagio.

Alessio si chiamava Marco.
Abitava nell’Illinois. Anzi no, a Mestre.
L’inquinamento di Porto Marghera stava diventando un cliché della comicità, dunque meglio soprassedere.
Una ragazza lo aveva notato: era l’unico essere umano tra tutti vasi di genziane.
“Come ti chiami?”
“Alessio”
“Piacere, Monica”
“Volevo dire Marco”
“Uau, origini evangeliche”
“Sì”
“Cosa si prova?”
“E’ comunque peggio che chiamarsi Alessio”
“Perché?”
“Boh”
“Cosa fai nella vita?”
“Sono primario all’ospedale nel reparto di ortopedia. Ah, no, scusa, mi sono sbagliato: sono tornitore disoccupato”.
Così Monica uscì con uno dei vasi di genziane.

Fabio continuava a fissare il cappio. La corda non era cambiata. Non era cambiato il soffitto, non era cambiata la sedia, non era cambiato l’universo. Ciò era rassicurante.

Arrigo era largamente riconosciuto come uno dei migliori giornalai della provincia.
Pensava in piccolo anche quando pensava in grande. Una volta si era candidato alle elezioni comunali.
Aveva avuto una relazione con Priscilla, il cui sogno segreto era quello di fare la fluffer.
Timido e riservato, appassionato spettatore di parcheggi, aveva esitato a lungo prima di lanciarle il primo invito: “Ho due biglietti per l’ultima manovra…”.
Poi si erano messi insieme, ma lei si dimenticò che si erano fidanzati e non si videro mai più.

Il torneo di ping pong a quattro era sempre più vicino.
Franco e Carlo avrebbero dovuto affrontare al primo turno i gemelli Affinati, del tutto identici, ambedue Gelsomino.
Non avevano speranze, né contro i gemelli Affinati né in generale.

Ilario credeva nel libero mercato. Per questo faceva il fruttarolo.
Sapeva il fatto suo. Sapeva che non bisogna mai fare inviti, domande o proposte alle donne. Così diceva: “Io stasera scopo a casa mia. Se vuoi venire…”.
Era un tipo risoluto. Quando una donna gli piaceva in modo particolare, non si faceva problemi a mettere le cose in chiaro: “O me la dai o me la prendo”.
Era una persona rispettosa delle idee altrui solo in apparenza. Quando diceva: “Puoi essere d’accordo o meno”, meno era predicato verbale.
Rimpiangeva i bei tempi andati. “Ormai i bambini non percuotono più i mendicanti”, sospirava.
Abbandonava i cani sull’autostrada, ma si giustificava dicendo che non faceva discriminazioni di specie, visto che ci abbandonava anche le fidanzate.
Tipo scrupoloso, spaccava i secondi. Venne arrestato per strage di medaglie d’argento.

Fabio fissava ancora il cappio. Aveva preparato il nodo con cura. Pensò che quelli della marina militare sono avvantaggiati nel suicidio, ma se ne servono troppo poco.

Donato era un medico traumatologo specialista in cadute da Vespa S 150 i.e.
Una volta arrivò un paziente grave che aveva avuto un incidente con la propria Vespa S 125 i.e. Quei 25 cc gli furono fatali.

Glauco aveva deciso che sarebbe andato ogni giorno ad aspettarla nel luogo dove si erano incontrati. Prima o poi lei sarebbe di nuovo passata di lì e sarebbe tornata da lui.
Lui l’aspettava. Ogni giorno, rassegnato alla pazienza.
Erano passati i secondi ed i minuti e le ore ed i giorni e le settimane ed i mesi e gli anni su quella panchina, ma lei non passava.
Quel lungomare desolante e desolato aveva il languore opprimente di dodici pasquette.
Eppure in qualche modo gli sembrava bello. Anzi no.
Di certo il mondo era ancora pieno di bellezza e di poesia, ma pensarlo mentre qualcun altro stava sbattendo la donna che amava era più difficile.
Non provava una così grigia melancolia da quando era stato schierato terzino destro in Terza Categoria, ruolo notoriamente ingrato nel calcio di provincia, in cui venivano relegati i ciccioni di difficile collocazione tattica.
Non si meritava quel male, considerando che non era neppure grasso.

Giuseppe aveva perso il lavoro, ma gli erano capitate anche cose brutte.
Forse gli eventi erano precipitati in seguito all’ultima non-storia di quasi-amore.
Si erano conosciuti, si erano presentati. Insomma niente di originale.
“Piacere, io sono Martina”.
Lui non aveva avuto niente in contrario.
Gli era piaciuta subito, nonostante facesse la cantante in un gruppo metal che aveva lo stesso sound dei lavori stradali.
Giuseppe aveva sempre pensato che il metal potesse essere valutato con parametri motoristici: “Il batterista va a 170 km/h”.
Era stata subito passione ed avevano trascorso una notte di ardori quasi guerrieri.
Lei voleva tatuarsi sulla schiena il simbolo del proprio gruppo preferito. Lui l’aveva minacciata di tatuarsi sul basso ventre la formazione dell’Inter campione d’Italia 1988/1989 con un ritratto di Andrea Mandorlini sullo sfondo.
La mattina dopo lei si era alzata, aveva preso un libro dalla sua libreria, “così ho una scusa per tornare da te, visto che dovrò riportartelo”, lo aveva abbracciato, baciato maliziosamente sul collo e se n’era andata. E da quella volta era scomparsa. Nessun messaggio, nessuna telefonata, niente. Sparita.
Lui aveva provato a chiamarla, ma niente, nessuna risposta. Aveva provato a cercarla anche via sms ed msn e Skype, poiché, nonostante tutto, si era nell’epoca del massimo progresso tecnologico.
Ma il silenzio prevale sull’elettronica.
Giuseppe aveva infine scoperto che Martina usava quel sistema con tutti gli uomini e si era aperta una bancarella di libri.
Giuseppe vide un ragazzino che prendeva a calci il cadavere di un piccione. Pensò che essere morti è una condizione svantaggiosa.

L’uomo con la blusa azzurra andò a casa e niente.

Alessio decise di rimanere in mezzo alle genziane fino a sera. A fare cosa? Perché, lontano dalle genziane cosa sarebbe cambiato?

Arrigo stava per morire, come fin da piccolo aveva sempre sognato.
Aveva un tumore, ma tanto era pelato già da prima.
Era così sfortunato che quando ebbe bisogno di una ditta per traslochi, non trovò un solo annuncio su nessun cassonetto.

Franco e Carlo erano due brave persone. Schietto l’uno, fedele l’altro.
Su queste qualità si doveva contare: la franchezza di Franco, la carlezza di Carlo.
Comunque persero.

Ilario si trovava in carcere.
Avere un alto senso civico lo aveva penalizzato quando aveva commesso l’ultimo omicidio. Era infatti stato preso perché aveva chiamato la nettezza urbana per far ritirare il cadavere come rifiuto ingombrante.
C’era una telefonata della massima urgenza per lui. Venne condotto fuori dalla cella, rispose, poche parole, riagganciò, il secondino lo riaccompagnò.
“Cos’è successo?” “No, niente, è morta mia madre”.

Donato venne bocciato al corso d’aggiornamento sui cinquantini smarmittati.

Glauco amava Pavese, del quale ammirava soprattutto il suicidio.
Quel libro che si erano regalati a vicenda del tutto involontariamente, il loro libro, ora riempiva le conversazioni di lei con un ricco uomo di successo prestante e dotto ed era diventato anche il loro libro. From C. to C., aveva scritto Pavese, e mentre Cesare stava componendo quei versi immortali (senz’altro più di lui), Constance Dowling giaceva alternatamente sotto e sopra a qualcun altro.
Hai voglia a scrivere, Cesarì.
E cosa dunque poteva mai aspettarsi Glauco, che manco poeta famoso era, ma operaio in una catena di montaggio del Terziario? Perfino la beffa dei paradossi della new economy gravava sul poco abbiente Glauco.
Lo consolava il pensiero che le lettere che le aveva mandato dopo nel tentativo di riconciliarsi erano diventate un buon combustibile per il termocamino.
Aveva perso del tutto le speranze – esigue già in partenza – quando si sentì picchiettare delicatamente sulla spalla. Si voltò tremando e la persona dietro di lui disse: “Sono Godot, qualcuno ha chiesto di me?”.

Fabio se ne stava sempre lì a fissare il cappio quando ebbe un’illuminazione improvvisa: “Ma perché devo suicidarmi? Ho un sacco di soldi, mi vogliono tutti bene, sono felice, trovo che la vita sia una cosa meravigliosa, ho pure successo con le donne!”.
Staccò il cappio e andò ad una festa esclusiva piena di modelle.

Erano tanti gli interrogativi sull’esistenza ancora irrisolti. Perché ai vecchi si rompe sempre il femore? Perché mai un braccio? Visto che per la produzione industriale si usano i macchinari, anche i macchinari per la produzione industriale vengono costruiti con dei macchinari, e dunque quali macchinari costruiscono i macchinari per la produzione industriale? E quali macchinari costruiscono i macchinari per la costruzione di macchinari per la produzione industriale? Perché la Briscola viene considerata più rispettabile del Rubamazzo?

Giuseppe, Armando, Alessio, Arrigo, Franco e Carlo, Ilario, Donato, Glauco: la disillusione li condannava alla vita.
Ammazzarsi richiede un atto di volontà di cui loro non erano all’altezza.
Non restava altra scelta che esistere, speranzosi nella profezia: il Signore verrà, assiso sulle nubi, separerà i buoni dai cattivi, si leverà sui cori angelici e parlerà alle genti con voce piena. Ma avrà l’accento ternano.

Posted in Artifici e Illusioni | Contrassegnato da tag: , , , , , , , | 3 Comments »

Esistenze trascurabili

Posted by sdrammaturgo su 7 marzo 2011

“Rododendro”, disse il botanico raffreddato divorato da sottaciuti rimpianti.
“Sono scarico”, gli fece eco l’amico elettricista, logorato dagli impianti.
Erano inseparabili, legati dalla comune passione per l’assenza di passioni, un fenomeno a cui si interessavano da tempo con il piglio di uno che ha piglio.
Quel giorno se ne stavano seduti sul gradino del pianerottolo a guardar passare la vita. E la vita non li degnava di uno sguardo.

Il cielo era terso, il mare seguiva a breve distanza, ancora in corsa per il podio.
Quel giorno era un bel giorno, tranne che per chi abitava nell’universo.
Niente di particolare, un giorno come tanti altri. Era questo a renderlo insopportabile.

Un tale stava risalendo il vialetto. E non si era mai visto un pronome indefinito che cammina. Eppure, l’uomo che procedeva dietro a passo irrilevante, non sembrava badarvi.
Si chiamava Christian, e ciò era umiliante.
Aveva un buon posto di lavoro, ma nonostante questo era felice.

Nicola aveva dei figli. Non era felice. Nicola era sempre stato una persona intelligente.
Nicola non c’entrava nulla con Christian. Non si conoscevano, non si erano mai visti e non si sarebbero mai incrociati nemmeno una volta in vita loro, da lì fino alla morte. E non lo avrebbero mai saputo.
Christian sembrava sereno nell’ignorare che in tutta la propria vita non avrebbe mai avuto a che fare con Nicola neppure in veste di passante occasionale che passa vicino ad un altro e non lo vede.
Nicola ricambiava.

Quando entrava la primavera, Fausto usciva.
Tipo poco accomodante. Fin troppo duro con se stesso e con gli altri.
Lo accusavano di aver sempre preferito smaccatamente tra i suoi due figli, fin dalla loro nascita, il primogenito, Patrizio. Lui negava e si difendeva sostenendo recisamente che non aveva mai favorito nessuno dei due ed aveva sempre amato allo stesso modo anche l’altro, Plebeo.
Non c’era niente da fare. In generale, nel mondo.

Quel giorno c’era anche Michele, come ogni altro giorno.
Michele era un individuo, e tanto bastava.
Aveva letto tutta la Recherche di Proust, ma nel verso sbagliato, quindi non aveva giovato in alcun modo al suo esiguo bagaglio culturale.
Specialista degli sforzi vani, praticava sollevamento pesi a scopo non sportivo.
“La vita è un frutteto”, gli ripeteva sempre il nonno quando era piccolo. Quando era piccolo lui, non il nonno. Quando Michele era piccolo, infatti, il nonno era già grande, perfino anziano. O comunque, non coetaneo del nipote. E non era nemmeno suo nonno. Era il nonno, non suo nonno. La vecchiaia produce nonni generici.
“La vita è un frutteto”. Crescendo, aveva capito che era vero, ma di mele cotogne.

Franco era insincero.
Quel giorno però non aveva colpe, a parte la respirazione.
Quando la sua ragazza lo aveva lasciato per un altro, si era gettato anima e corpo nella musica.
“Per fortuna che c’è la mia chitarra”, soleva dire, “lei non mi tradisce mai”. Poi un giorno la sua chitarra scappò con il suo migliore amico.
Ma quel giorno stava sorseggiando una bevanda con una donna, poiché, malgrado tutto, non aveva perso del tutto la fiducia nel prossimo. D’altronde, non lo aveva fatto neppure il cane di Gianni, neanche dopo la terza volta che era stato abbandonato sull’autostrada. Ogni volta, indefessamente, aveva ritrovato la strada di casa ed era ritornato dal padrone, segnalandosi in tal modo come il cane più ottimista della storia. E questa è l’unica cosa interessante che ci sia da dire su Gianni.
Franco osservava Giada e rifletteva sul fatto che forse avrebbe fatto più effetto un drink che una bevanda.
Ma Franco non aveva mai amato la mondanità. Non amava gli aperitivi, non amava quei ristoranti à la page arredati con design post moderno che però esci e puzzi di fritto.
Nel mondo ideale, pensava, il fritto non esiste; non esiste il post moderno ed a nessuno importa alcunché del design; si fa sesso alle dieci del mattino sulle panchine della piazza principale e chi dice “à la page” viene esiliato dal consorzio umano.
Ma viveva in questo mondo e gli amplessi di qualità erano indissolubilmente legati al design post moderno.
Così Franco era costretto a parlare con Giada.
I loro erano discorsi intensi.
Quel giorno, Giada e Franco si stavano confrontando su temi filosofici che riproponevano in smagliante forma aulico-lirica quello che, nello stesso momento, a chilometri di distanza e di empatia da lì, un indistinto signore sul treno stava leggendo nel testo La segmentazione di domanda e offerta.
“Non si desidera ciò che è facile ottenere”, disse Giada.
“E’ vero. Vedi per esempio la fica”.
Ella vide la fica. Ne convenne. Lui non venne. Lei se ne andò.
Franco ripensò a tutta la propria vita. Ci mise un attimo.
Dalla vita aveva avuto tanto: tante amarezze, tante sofferenze, tanti dispiaceri.
Effettivamente, notò, a pensarci bene, sarebbe stato meglio se dalla vita avesse avuto un po’ meno.

Giovanni guardava tutti dall’alto in basso. Era una persona umile, ma era alto due metri e venti.
Tenero e discreto com’era, ci teneva sempre a ribadire con dolcezza: “Non sono snob, sono semplicemente alto”.
Ma la gente è superficiale, così non si nominava mai Giovanni senza anteporre al nome “quello stronzo di”.
Faceva il fornaio ed era piuttosto benestante, perché, si sa, il pane va via come la cocaina.
Anche quel giorno Giovanni faceva il fornaio.

Alessio era il più grande centralinista del mondo.
Ma tutto ciò che desiderava era conquistare Simona. Difficile, ma comunque meno della Partia.
Chi gli diceva che le donne badano al fascino, chi all’aspetto estetico, chi al portafogli. Così, per sicurezza, comprò un frac, si scolpì gli addominali ed aprì un conto in banca. Per poi scoprire che era lesbica.
“Quanto tempo buttato”, pensò. Ma quale tempo non è buttato?
Sarebbe bastata una domanda, e si sarebbe risparmiato quantomeno l’umiliazione di allenarsi in palestra vestito come Fred Astaire.
Gli rimaneva comunque il conto in banca. Vuoto. Ma si era informato sul brahmanesimo, per cui si sentiva miliardario.

Luciano si era fatto una famiglia, ed era stato in galera per questo.
Alla fine era stato assolto perché era riuscito a dimostrare che tutti i componenti erano maggiorenni e consenzienti.
Quel giorno stava conducendo la propria vita, ma la propria vita non conduceva da nessuna parte.
Essere un chiromante gli consentiva di non doversi portare sempre una rivista sulla tazza del gabinetto.
Ma non si sentiva appagato.
Salì su un taxi.
“Dove la porto?”.
“Dove mi porta la vita”.
Girarono in tondo. Gli costò una fortuna.

E poi c’era Gisella, ma morì, e subito la sua esistenza parve a tutti meno trascurabile di quella degli altri.
Null’altro da segnalare sul suo conto.

Quel giorno, il botanico e l’elettricista, Christian e Nicola, Fausto, Patrizio e Plebeo, Michele, Franco e Giada, Gianni e il cane, il tizio del treno, Giovanni, Alessio e Simona, Luciano e il tassista, Gisella e tutti gli altri sulla Terra vivevano. Gisella di meno.
Un giorno – eccetto Gisella – avrebbero scoperto il senso della vita. Glielo avrebbe detto Goffredo, che lui di queste cose ne capisce.

Posted in Artifici e Illusioni | Contrassegnato da tag: , , , , | 17 Comments »