Beati i poveri, perché moriranno prima

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Il ladrone

Posted by sdrammaturgo su 6 aprile 2012

Beati i perseguitati per causa della giustizia
rinchiusi in un sotterraneo umido e presi a bastonate senza requie
mentre starnutiscono per il freddo essendo ignudi su sassi appuntiti
che alla prima pausa pensano finito e invece macché e giù un’altra legnata
vituperati da pingui sudaticci con l’alito cattivo che si mettono le dita nel naso
e poi gettati a testa in giù nel letame di un vecchio lebbroso
che ha precedentemente mangiato spine e chiodi.
Beati gli afflitti, gli umiliati, gli insultati, i malati,
i massacrati, gli squartati, gli spellati vivi messi sotto sale,
i precipitati da una rupe rimasti paralizzati.
Perché non si sa, ma voi fidatevi.

GESÙ CRISTO

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In quel tempo c’erano i ricchi e c’erano i poveri, e i ricchi conducevano una vita agiata, mentre per i poveri era fatica dura, costretti a lavorare col sudore della fronte per paghe insufficienti, e i governanti richiedevano tributi sempre più esosi e se i poveri non riuscivano a pagare veniva loro requisita la casa ed ogni altro loro pur misero bene, e quasi sempre i poveri aggravavano la loro situazione unendosi in matrimonio e generando nuove bocche da sfamare destinate alle medesime sofferenze dei loro poco accorti genitori, i quali erano costretti a maggiori travagli e taciturna obbedienza, schiavizzati non solo dal padrone ma anche dalla responsabilità ch’essi avevano nei confronti della prole.
Tal sorte era toccata ad un modesto legnaiuolo, che alla sfortuna d’esser nato povero aveva aggiunto l’errore della procreazione.
Non bastando quattro ciocchi a nutrire moglie e figli, strozzato dalle tasse dell’impero, s’era perciò fatto ladro, invero senza ingegno e neanche troppa vocazione, purtuttavia con una qualche abilità.
Dacché s’era messo a taglieggiare opulenti viandanti – e talvolta, a dirla tutta, assai meno eroicamente, pur anche pellegrini assai meno danarosi, ché alla fame basta il qualcosa – sulla tavola della sua casa – si badi bene, sempre umile – quantomeno da mangiare non mancava. Certo s’era ben lungi dall’esser Epulone, ma nemmeno s’era più Lazzaro – come si diceva in una parabola raccontata da un predicatore di cui si faceva un gran parlare e che era già entrata nel patrimonio delle narrazioni popolari.
Accadde un giorno che ci scappò il morto. In verità, quando questi cominciò a scappare, era ancora vivo. Fu solo in seguito, dopo essere stato raggiunto, che divenne morto.
Il novello ladro, ormai dignitosamente esperto, era sempre stato accorto a non farsi trovare dalla volontà né dalla necessità d’ammazzare, acquattato come se ne stava verso sera tra gli arbusti che ornavano d’aridità una delle strade secondarie che menavano a Gerusalemme. Di botte, quelle sì, capitava che ne desse, se doveva. Ma la morte riusciva sempre a tenerla lontana dalle mani e farla proseguire, non visto, verso la città oppure altrove o insomma dovunque, come da consuetudine, un poco per indole, un poco per cautela, ché i padri lo insegnavano che il sangue ricade su chi lo versa e sui suoi figli e sui figli dei suoi figli e via su tutta la stirpe per millenni fino all’eternità, poiché il delitto offende il Signore, salvo quando da lui espressamente richiesto. E il Signore, lo sapevano tutti, era uno che le cose se le lega all’infinità dello spirito.
La morte non era affar suo né roba per lui né il suo mestiere.
E però una volta gli piombò nel destino a guastare il magro benessere che s’era con onesta delinquenza guadagnato, perché la sventura ritrova sempre la strada di casa.
Capitò infatti che, appostatosi com’era suo costume al precipitar del sole, che si dileguava sazio delle miserie umane a cui era costretto ad assistere ogni giorno e senza scampo per voler divino (e forse per questo si vendicava bruciando con tanta ostilità), si mise ad aspettare qualche passante sciagurato, che, puntuale come solo le disgrazie sanno essere, finiva sempre per passare e, dopo l’agguato, di lì in poi, di passare. Giacché è in fondo il passare l’origine d’ogni male: si vien dal nulla del voler di Dio, si va verso il nulla chiamato Dio e in mezzo si passa per la vita, e son dolori. Nella stasi non si corre alcun rischio, poiché chi non corre non inciampa, e dunque fermi nella pre-vita,  confissi nel non-esistere, stanti nel non-stare, non ci son ratti, non ci son percosse e nessuna avversità.
Imparavano tutto ciò a loro spese coloro che subivano l’aggressione e, memori della disavventura, non s’avventuravano più per quella via e per nessun’altra. Il timido brigante invece sapeva già tutto, benché non ne fosse cosciente appieno. Per questo s’era messo dall’altra parte, da quella di chi sta  immoto e attacca, senz’altro più al sicuro di chi cammina e deve difendersi. Prendere esempio dall’immobile pugnace Signore degli eserciti conveniva, questo aveva capito. La Storia dimostrava che quello era un modello vincente. L’uman ramingo, molto meno.
Nonostante ciò, affanno e pericolo costava ogni tozzo di pane. L’Iddio aveva mantenuto la parola data ad Adamo e la terra non lesinava angosce e tormenti, sia che si arasse, sia che si depredasse.
Certo, non per tutti. I malnati, appunto, erano tali. Ma per alcuni la nascita non era stata poi questa sciagura. Per pochi privilegiati addirittura un piacere. Anche a loro toccavano ambasce, avversità, malattia e morte. Ma meno.
Lavorava da solo, era solito attendere un viandante altrettanto privo di scorta – più per calcolo che per lealtà – e sorprenderlo alle spalle, un braccio intorno al collo, sguainando un coltellaccio male affilato, ché tanto di fronte alle minacce nessuno si mette a questionare sull’usura dei metalli. Un pezzo di ramo di quercia infilato nella cintola, nel caso in cui occorresse ammorbidire l’orgoglio del malcapitato, infine una rapida fuga col bottino, senza star neppure a controllare quanto e cosa aveva arraffato.
Quella volta però a passare non fu un piccolo mercante con la borsa mezza vuota di monete, né un pastore con la bisaccia mezza piena di burro stantio. O forse fu uno dei due, ma di certo più cocciuto di quelli a cui era abituato, dal momento che quegli, assestando una gomitata allo stomaco del rapinatore, si divincolò e prese a correre. Subito il ladruncolo lo inseguì, e la povertà lo avvantaggiò nella velocità, non avendo, a differenza dell’altro, una pancia gonfia a fargli peso. Ne seguì un disordinato ammonticchiarsi di membra e, senza che nessuno dei due capisse come, la lama arrugginita si ritrovò piantata nella gola del più lento.
L’impreparato assassino strappò il borsello dal corpo esanime e scappò senza star troppo a pensare. Ebbe tutto il tempo dopo di impaurirsi e provar qualche rimorso; neanche troppi, a dire il vero, perché sapeva che poteva succedere, prima o poi. Si trattava di un inconveniente del mestiere.
Prima di rientrare dalla sua famiglia, si fermò sotto un albero biforcuto per contare allo svogliato lumicino d’una luna pudica i frutti della nottata. Meno di trenta denari, ad occhio e croce. Non un granché per condannare l’intera sua genia, ma ormai era fatta. Si riparassero in qualche modo i suoi discendenti dal diluvio rosso. Magari prima o poi l’Onnipotente si sarebbe ammansito con l’età.
Per ora però era giovane e brioso, altrimenti non si spiega come avesse potuto permettere che un arcigno cittadino romano con qualche soldo addosso passasse da solo di notte per una carrareccia malsicura.
Uccidere un giudeo, un siriaco, un esseno, era grave, ma ci si passava sopra.
Ma un cittadino romano, era un crimine che richiamava l’ira di Cesare, ben peggiore dell’ira di Dio.
La voce del reato si sparse e in poche settimane s’era ingigantita a dismisura e fuori controllo, ovver sapientemente controllata da chi intendeva coprire la crescente risonanza che quel dispensatore di  storielle esemplari, mezzo mago e bestemmiatore, mitomane al punto da dichiararsi re e financo figlio di Dio, andava via via ottenendo, con preoccupazione tanto del Sinedrio quanto della Prefettura. Una sordida vicenda di malavita e romani sgozzati avrebbe possibilmente appassionato la gente più di miracolose guarigioni e promesse di paradiso.
In giro per la città e persino non di poco fuori le mura, quell’omicida più per caso che per capacità era diventato un demonio che appendeva le donne per i talloni, ne tagliava i seni e amava bere il sangue dei bambini.
L’interessato sentiva e taceva, spaventato più dalla fama che dal giudizio.
Sapeva che i soldati battevano ogni casa sospetta e per questo s’era disfatto del bottino, nascondendolo sotto una pietra nelle vicinanze della sua dimora cadente.
Ma i pargoli, si sa, sono curiosi, e nottetempo, il più piccolo, fanciullo non più infante e non ancora ragazzo, vagando per la casa senza sonno, aveva trovato il sacchetto prima che il padre potesse occultarlo, lo aveva aperto, ne aveva estratto un paio di pezzi e li aveva tenuti per sé, ammirato dal tesoro.
Amava così tanto giocarci, chissà come, che, con naturale ingenuità, non s’avvide un giorno dello sguardo sospettoso d’un pretoriano di passaggio nei pressi dell’abitazione del legnaiuolo.
«Dove hai preso quelle monete?»
Mal s’abbinavano infatti con quella baracca.
Il ragazzino seppe dare come unica risposta una fuga vana, ritrovandosi presto con le mani possenti del soldato a strizzargli il braccio.
«Abiti qui?»
«Sì.»
«Chi è tuo padre?»
La madre corse fuori, corsero fuori i fratelli e le sorelle. L’unico che non corse fuori fu il padre. Si trovava altrove, a far legna, e quando tornò trovò una moglie spossata da un interrogatorio poco gentile ed un drappello di pretoriani pronti a non mantenere la promessa di clemenza in caso di confessione.
La sua cattura non ebbe l’eco che ci si aspettava, dal momento che poche ore dopo venne arrestato il folle profeta.
Certo, c’erano infanticidi e cannibalismo e mostruosità d’ogni fantasia da punire, ma ciò non bastò ad oscurare le parole di chi si diceva capace di distruggere il tempio e ricostruirlo in tre giorni. Un muratore portentoso che risuscita edifici e morti non poteva avere rivali in clamore.
Fu notte e di nuovo giorno.
La flagellazione fu tanto aspra che quasi ne morì. Gli ossi delle fruste si conficcavano nella carne che quasi parevano voler tirar via le ossa sue. Eppure gli addetti furono piuttosto sbrigativi: c’era un prigioniero ben più importante da fustigare.
Di tronchi ne aveva trasportati parecchi, ma quello gli parve insostenibile.
Fiaccato dal flagello, piagato, sanguinante e già putrescente, con i polsi perforati da lunghi chiodi e il martello che gli rimbombava ancora tra i denti, un cartello appeso al collo ad elencar le infamie, dovette avviarsi per una processione di gran lunga più solenne della pubblica esposizione che ogni condannato si attendeva.
C’erano i militi schierati con le insegne dell’Impero, una folla assordante come se tutta la città si fosse riversata nelle strade a veder sfilare i malfattori, un altro corpo martoriato come il suo e quel prigioniero eccellente. Ecco chi era dunque quel tale di cui aveva tanto sentito parlare con aneddoti mirabolanti. A vederlo ora, non sembrava poi tanto diverso da un comune condannato, a parte un manto color porpora ed una strana corona di spine. Eppure tutti gli occhi sembravano puntati su di lui. Tutti tranne quelli della moglie e dei figli del legnaiuolo, che seguivano il percorso con i passi smarriti nella disperazione, la voce straziata dalle grida, i volti devastati dal pianto.
Il legnaiuolo cadde di faccia, spaccandosi lo zigomo, nessuno vi badò, e fu in quel momento che incrociò lo sguardo del figlioletto in lacrime, colpevole, che fissando negli occhi il padre gli chiedeva perdono senza voce, per averlo fatto scoprire, per aver avuto bisogno di mangiare, per esser nato. Il padre si risollevò sulle ginocchia e gli sorrise, come a volergli sussurrare: «Non è stata colpa tua: è la vita.»
E ripartì.
Se il figlio si sentì rinfrancato, nessuno lo seppe mai. Ma è più probabile un secco no.
Giunsero sul monte nel primo pomeriggio e vennero issati sui pali, il predicatore al centro, gli altri due ai lati.
La folla si era diradata. Ai piedi delle croci rimanevano solo i famigliari, qualche indefesso spettatore e gli armigeri. Uno di essi si preoccupò di spezzare le gambe ai ladri, ché era meglio affrettarne il decesso in quel subbuglio. Le tibie del predicatore furono invece risparmiate.
Il legnaiuolo non comprese una simile disparità di trattamento, ma non ebbe modo di rifletterci su, distratto com’era dal dolore delle gambe spezzate, dal corpo che gravava sulle braccia inchiodate e sembrava volerle strappare, dalle costole lì lì per frantumarsi, dai polmoni che parevano riempiti di sassi, dal respiro che lo strangolava.
Sentì alcuni alzare la voce all’indirizzo del predicatore: «Ha salvato altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto. Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso.»
Gli parve una buona idea.
Boccheggiando, con fatica si rivolse al vicino volgendo per quanto possibile il capo a destra: «Non sei tu il Cristo? Hai compiuto miracoli, dici di essere il figlio di Dio, scendi dunque dalla croce, salva te stesso e anche noi!»
Ci sperava, stremato com’era da quell’insopportabile supplizio. E gli sembrava ragionevole: smettere di soffocare, liberarsi, tornare dai propri cari, morire in vecchiaia, in quiete, in un letto.
A rispondergli fu l’altro ladro: «Neanche tu hai timore di Dio, tu che sei dannato alla stessa pena? Noi giustamente veniamo puniti, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni. Egli invece non ha fatto nulla di male.»
Provò a ribattere al rimprovero mormorando: «Non credo che abbiamo commesso nefandezze così grandi da meritare tutto questo. Abbiamo rubato per fame, io ho ucciso per sbaglio. Paghiamo un fato malevolo.»
Ma nessuno poté udirlo, perché la sua voce priva d’aria era ormai ridotta ad un flebile rantolo.
Se Dio avesse avuto una faccia, avrebbe fatto qualcosa di somigliante ad un ghigno.
L’altro crocifisso proseguì, rivolgendosi a colui che pur nei patimenti appariva in pace: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno.»
«In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso.»
Il terzo, udito ciò, pensò: “Insomma m’aspetta pure un altro inferno.”
E senza dire questo, spirò.

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Preghiere per tutte le occasioni

Posted by sdrammaturgo su 18 febbraio 2011

Anni fa, sul volo Roma-Lisbona, incappai in uno sciame di anziani che stavano andando in pellegrinaggio a Fatima. La vecchina seduta accanto a me estrasse un libretto formato breviario, qualcosa come Preghiere per il viaggio. Sbirciando accuratamente man mano che sfogliava le pagine, imparai che esisteva una preghiera per ogni mezzo di trasporto: richieste di protezione specifica in caso di spostamento in treno, autobus, automobile, etc.. La signora arrivò dunque a quella relativa all’aeroplano e cominciò a leggere: “Oh Signore, proteggimi su questo ritrovato della tecnica che vola nel cielo…”. La scoperta delle preghiere da viaggio – spazzolini e salviettine dello spirito – associate ai vari mezzi di locomozione, fu per me una rivelazione, nel senso più mistico del termine.
Mi dissi: “Perché allora non redigere orazioni per qualsiasi evenienza?”. Decisi allora di dare il mio contributo per assistere i fedeli nei problemi di tutti i giorni.
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Prima Sezione 

Orazioni del quotidiano

 

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Invocazione alla Madonna del Risotto*

Salve, Regina dei fornelli,
protettrice del Sacro Focolare.
A te ricorriamo gementi e piangenti
in questa valle di lacrime di Morro d’Alba.
Orsù dunque, capocuoca nostra,
mentre mi accingo a glorificare in nome Tuo
questi nobili chicchi frutto della terra
con lo zafferano e codesti fiori plebei
che portano il nome al diminutivo
di chi precipitò in massa da una rupe
per voler del Figlio Tuo,
benedici la mia mano
e rendila ferma nella sapienza del Quanto Basta.
Salvami dalla tracotanza
che potrebbe impossessarsi di me al momento di aggiungere del pepe,
onde non guastare un santo momento di convivialità
con successivi arrossamenti peccaminosi
e chiedi al Padre Nostro
di contenere gli aumenti del nostro pane quotidiano.

*da un’idea di Pietro Romeo

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Cristo Autoricambi

Cristo Santo,
figlio di David,
Salvatore di tutte le genti,
Redentore sempre di tutte le genti,
guidami al ritrovamento
di uno specchietto sinistro
della Ford Fiesta del ’95.
Conducimi presso i migliori sfasciacarrozze,
poiché i pezzi originali
hanno prezzi da pubblicani
che servono Mammona;
illumina la mia mente ed il mio cuore,
concedimi di evitare le sòle,
non indurmi in tentazione
come quella volta in cui feci mettere l’alettone sulla Panda
e la Domenica delle Palme
planai su un ulivo alla prima curva.
Perdona il peccatore che mi ha tamponato
mentre ero in sosta con le quattro frecce
al parcheggio dell’Auchan,
benché sia scappato
senza ch’io riuscissi a prenderne la targa.
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Adorazione del Santo Spirito

Oh Santo Spirito,
nonostante la Bestia
ti opponga il Cif e l’Amuchina,
resti sempre tu il migliore smacchiatore disinfettante
per i sepolcri imbiancati.
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Seconda Sezione 

Conciliare la fede con il progresso tecnologico, tra tradizione ed innovazione

 

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Christ+Alt+Canc

Oh Gesù,
rimuovi il virus dal mio computer.
Intervieni laddove il Norton ha fallito,
libera l’hard disk da tutti i mali,
proteggi il browser
e velocizza la mia navigazione.
Lasciami scaricare il Tuo infinito amore
e riavvia la mia anima impallata,
cosicché io possa farti dono
dei proventi di Poker Stars.
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Atto di forza

Mio dio,
infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa,
quando l’uomo
per Te
avrà conquistato Marte
ed io mi imbarcherò in uno dei primi viaggi spaziali,
propongo col Tuo santo aiuto
di custodire il reattore dell’ossigeno,
al fine di non esplodere
come rischiò Arnold Schwarzenegger.
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Jesus vs Predator

Credo in un solo Dio,
Padre onnipotente,
creatore del cielo e della terra,
di tutte le cose visibili ed invisibili,
perlomeno in questa dimensione,
perché, grazie all’acceleratore di particelle,
ne abbiamo scoperte delle altre.
Credo nella fusione a freddo
grazie a cui Ti offriremo le ceneri
della grande meretrice Babilonia,
in qualsiasi galassia si trovi.
Ma soprattutto
credo nel Figlio Tuo Gesù
che si alzerà dalla destra del Padre
per allontanare gli alieni farisei
che ci stanno facendo il culo.
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Terza Sezione 

Cortocircuiti valoriali

 

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Cortocircuito Primo

Oh Signore, ti prego,
aiutami a bestemmiare.
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Cortocircuito Secondo

Santa Vergine Maria,
Tu più pura tra tutte le creature,
sostienimi al momento della fellatio
e fa’ ch’io non sia precoce.
Fa’ che il preservativo non si rompa,
specie durante il coito anale,
e, qualora la donna conosciuta appena
rimanesse incinta,
aiutami a trovare la pillola del giorno dopo,
allontana da me i medici obiettori
e permettimi di ottenere all’occorrenza
anche la RU486.
Se invece farò sesso con un altro uomo,
sorreggici quando adotteremo un figlio
generato in provetta
e partorito da una lesbica
che ci avrà messo a disposizione
il suo utero in affitto.
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Cortocircuito Terzo, o Metacortocircuito

Oh Signore,
intercedi presso tutti gli altri dei
affinché io diventi ateo.
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Appendice 

Pregare pregando

 

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A Santa Lucia

Celeste Martire,
noi non vedenti ci rivolgiamo a te con fiducia
e ti chiediamo: ma come protettrice dei ciechi
non sarebbe più opportuno avere
qualcuna che abbia ancora gli occhi funzionanti?
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Angelo Di Dio

Angelo Di Dio,
che sei il mio custode,
illumina, custodisci, reggi e governa me,
che ti fui affidato
dai servizi sociali.
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Preghiera delle preghiere

Mio Dio,
nella tua infinita misericordia,
continua a farmi ignorare il significato di alleluia,
conserva la superfluità dell’amen
e fa’ che ogni volta che dico osanna
la smetta di rispondere
il sardo che mi abita a fianco.
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Il presente strumento per esercizi spirituali sarà distribuito in occasione della prossima Via Crucis ad ostacoli con tre imperdibili allegati in omaggio:

– la guida all’esorcismo per cacciare Baal del Quaquà, demone danzante, dai paperi posseduti.

Hit Mania Church Estate 2011 – Rosario Edition. Contiene Quarto Mistero Gaudioso Remix di Dj Loyola.

Liturgie per il tempo libero. Tutto sul cattolicesimo hobbistico, dalla Beach Messa ai sacramenti fai-da-te.
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Un fallito contemporaneo, 2

Posted by sdrammaturgo su 17 dicembre 2010

Capitolato Secondo

Ogni donna d’Italia e forse d’Europa e forse del pianeta si è vista dedicare almeno una volta nella vita La cura di Battiato da un uomo che si è sentito originale per questo

che tratta di mondanità e degli inganni della medesima e allerta le genti affinché non lascinosi abbagliar da iconografie warholiane e mostra come il sentiero che mena al rimpatrio nel sostituto del materno ventre è tragitto irto e periglioso, colmo di amarezze ed ingiustizie sanza pari, a meno che non sopravvenga provvidenzialmente Yunus ad imprestar danaro all’uomo solo per garantir ai meno abbienti l’equo diritto alla salvifica meretrice.

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Ricapitolando: la mia ragazza mi ha lasciato di comune accordo ed io ci sono rimasto male. Sì, un po’, ecco, lo ammetto. Nulla di grave, per carità. Giusto quei tre o quattro tentativi d’impiccagione d’ordinanza. Ordinaria amministrazione. Sono falliti tutti perché ogni volta mi sono dimenticato di comprare la corda. “La sedia c’è, la trave del soffitto c’è, io ci sono…Acc!”.
Detesto soffrire per amore: non voglio fornire materiale per la letteratura di consumo.
Inizialmente ho provato a distrarmi con il calcio. La televisione a pagamento offriva un pacchetto in tre opzioni: Mese, Champions League, Molto Insoddisfatto. Ma non è bastato. E tutti a dirmi: “Esci, divagati, frequenta gente, va’ alle feste”. Ingenui.
Uscire di casa è sempre un errore. Specie andare nei locali. Ogni volta vengo a conoscenza dell’esistenza di decine e decine di nuove ragazze che non me la daranno.
Secondo me è quello che ha ispirato le teoria a Buddha ed Epicuro. Uscivano di casa tutti contenti, poi venivano travolti da tonnellate di portatrici bone di vagina con cui non avrebbero appagato la loro sopraggiunta brama, si infastidivano, rabbuiavano e tornavano a casa affranti. Nessun turbamento, nessun dolore. Sogno un monastero in cui si studia, si guardano partite, si cura l’orto. E magari si tromba. Dovrei andarci da seminarista. Ci penserò su.
E non c’è niente di più fastidioso della mondanità spacciata per offerta culturale. Ormai ogni occasione di incontro deve essere ammantata di intellettualità. “Vieni a quella mostra-proiezione con lettura di racconti e poesie? Ci sarà un aperitivo”; “Sono andata a quell’aperitivo per quell’evento in cui un gruppo di giovani artisti esponeva porzioni di intonaco grattugiato, mi sono molto divertita”. Ma non si potrebbe fare un aperitivo senza manifestazione culturale? Dov’è finito il buon vecchio pasto senza necessariamente essere circondati da discutibili sculture? Ma soprattutto: visto che tanto ogni serata del genere è solo una scusa per conoscere persone con cui trombare, non si potrebbe direttamente trombare senza aperitivo? Anche perché puntualmente si finisce per fare l’aperitivo senza successivamente trombare. E allora che senso ha, visto che per lo più si mangia anche malissimo e pure scomodi?
Installazioni, happening, performance, servono solo a poter dire: “Bene, abbiamo dimostrato di essere migliori dei clienti della discoteca venti metri più avanti. Ora possiamo cominciare a fare le stesse cose che si fanno lì”.
Che poi, per poter ricevere un minimo di attenzione dalla frequentatrice media di serate simili, devi aver girato almeno tre documentari, partecipato a molteplici vernissage e vissuto un anno a Londra. Ed io non ci sono mai stato a Londra. Volevo andarci, ma ho vomitato.
E non mi spiego una cosa: se scarichi le cassette della frutta, non ti si fila nessuna; se lo hai fatto a Londra, sei un figo.
Devi pure vantare una grande conoscenza di gruppi indie ignoti. Altrimenti, come affrontare una frangettata radical chic che ti incalza in questo modo: “Nell’ultimo periodo sto ascoltando molto i New York Mibtel in Gay Dow Jones & Sex Black and White Louis Vuitton Hipster On the Street with Cool Fashion but Rebel Anyway. Non sono molto famosi, hanno registrato solo tre canzoni con un walkie talkie nel garage dello zio del bassista, la nonna ha gettato la musicassetta in strada, io l’ho trovata accanto ad una 128 parcheggiata e mi piacciono molto”?
A queste ragazze che divinizzando gruppuscoli (o grupponi che sia, non cambia alcunché) e riportandone citazioni su diari e agende e blog e twitter e Facebook e tatuaggi e piercing alle ovaie sembrano confermare le teorie maschiliste aristoteliche, preferisco mia nonna che va in chiesa a dire il rosario. Almeno lei pensa più in grande, mira più in alto: punta a dio.
A parità di individuo che soggiace allo show business, prevale decisamente la donna succube della pubblicità metafisica proposta dalla religione. Volete mettere tra un batterista brit-pop con il ciuffo ed un capellone palestinese saggio che cammina sull’acqua? Tanto più che il Cristo può contare sulla triplice carta ipertricosi selvaggia-esotismo-fascino messianico del profeta hippie-che-ha-messo-la-testa-a-posto – e si sa che se sei uno che è “uscito dal giro”, hai tutte le donne in pugno. Va bene qualsiasi giro: crimine, droga, gioco (sia chiaro, Hero Quest non vale. “Sai, ho passato dei brutti periodi. Frequentavo la gente sbagliata, brutti giri. Persone disposte a tutto pur di avere l’elfo con le carte magia d’acqua. Ma ora ne sono uscito” “Oooh, che uomo tormentato e magnetico”), purché ne abbiate fatto parte per una vostra fragilità, ma poi abbiate saputo uscirne dimostrando virile e rassicurante forza d’animo.
Non c’è meritocrazia nelle regole dell’attrazione. Non mi do pace all’idea che Giuliano Sangiorgi dei Negramaro e Samuel dei Subsonica abbiano scopato più di Giuseppe Ungaretti. A quanto pare, “oggi il suo diagramma del cuore è schermo piatto in nebulose stagnanti” o “senza frizione piloti il mio tormento” + berretto + panza fa più presa di “La morte si sconta vivendo” + esperienza nella Grande Guerra. Ma, a onor del vero, a Samuel dei Subsonica ed a Giuliano Sangiorgi dei Negramaro va riconosciuto che rappresentano una grande speranza per molte persone svantaggiate: grazie a loro, infatti, d’ora in poi qualsiasi grasso col cappello sa che può diventare un sex symbol.
E non posso accettare nemmeno che una rockstar rimorchi più di un astrofisico. Penso, che so, al povero Nathan Rosen alle prese con una donna: “Ho scoperto che il tessuto spaziale cosmico può ripiegarsi su se stesso, consentendo la creazione di un ponte temporale tra passato, presente e futuro” “Ah…uhm…ops, scusa, devo proprio andare, sai, sono molto impegnata, sto preparando un esame e ti vedo più come uno a cui non intendo darla”. Mentre invece un musicistucolo leggero qualunque: “Ho scritto questo giro di Do sul quale ho applicato le parole ‘Amore, mangio la terra, bevo i tuoi brividi’” “Scopami”. L’immeritocrazia regna.
Tale dinamica crea anche profonde disparità. Per quale motivo infatti il cantante degli Sugarfree può intonare: “Apri almeno le tue gambe verso me” passando per sexy mentre se Neno Panza, disoccupato di Montefiascone, dice: “A quella j’aprirebbe le cosce” è un rozzo ominide da evitare?
E’ bene precisare però che non odio così radicalmente la musica leggera. Ad esempio, mi piace molto ascoltare le canzoni dei Simply Red, perché poi finiscono.
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segue
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