Beati i poveri, perché moriranno prima

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Ustioni da focolare domestico

Posted by sdrammaturgo su 17 febbraio 2013

Brevissimo romanzo di malformazione

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Homo homini homo.

TOMMASO OBESO

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Si conobbero alla Festa della Caccia.
Era l’evento più scoppiettante del paese, dopo la processione di Santa Brigida.
Per l’occasione, lei aveva messo il suo miglior vestito a fiori – dunque il suo peggior vestito.
Accompagnata dalla madre e dalla sorella, volteggiava tra le bancarelle traboccanti di fauna smembrata.
Corone di salsicce nere addobbavano la piazza.
L’orchestrina di Gigi e le Mele Marce stonava un liscio affannato e coppie di moribondi claudicavano tentativi di movimenti ritmici.
In quell’atmosfera magica, apparve lui.
Portava in spalla un cinghiale abbattuto al mattino.
Grazie al movimento delle labbra, lei capì chi dei due le stesse parlando.
La invitò a un giro di danza, lei chiese il permesso alla madre, la madre acconsentì, la sorella rosicò.
Col cinghiale morto che piroettava sul corpo massiccio di lui, lei sospirò rapita dal ballo e dalle mani ruvide che la cingevano scartavetrandola con dolcezza.
Lui le narrò con quanta abilità e rapidità aveva prontamente reciso i testicoli del suide – servendosi di un coltello acquistato presso l’armeria Scarponi, che, si sa, è la più affidabile – subito dopo averlo centrato in fronte con un pallettone del dodici, e di come era sfilato trionfante per le strade con il trofeo sanguinolento spalmato sul cofano del fuoristrada tra gli applausi scroscianti dei concittadini. Al baretto aveva offerto da bere a tutti, e rudi pacche sulle spalle avevano sottolineato il suo indiscutibile stato di maschio alfa.
Lei era ammirata.
Si guardarono negli occhi.
Prima col cinghiale, poi con lui.
E così, tra il profumo di carcasse bruciate, si stagionò il loro amore.

Come primo appuntamento, benché fosse passato un bel po’ di tempo dal Paleolitico, lui la portò a vedere i fuochi d’artificio.
Perché si sa, il salnitro è molto romantico.
Lo spettacolo pirotecnico era preceduto da un’esibizione di acrobati paraplegici: venivano sparati con una catapulta e quello che succedeva succedeva.
Prima di uscire, lei si preparò con cura, emozionata e trepidante com’era.
Si sentiva un po’ a disagio perché aveva un brufolo sul tumore e cercò di coprirlo con un po’ di fondotinta.
Lui era una persona molto spartana. Non condiva nemmeno i cibi. Si limitava a leccare del salgemma.
Era un uomo rustico e impulsivo, ma aveva una sua etica. Per esempio non picchiava le donne: le bastonava con un tortore avvolto in una cintura dalla fibbia in alluminio, o in alternativa con la cinghia dell’escavatore.
Con lui era tramontato il mito dell’emancipazione del popolo.
Dopo averlo conosciuto, un marxista era diventato monarchico.
Lei era una sognatrice. Non faceva che fantasticare su frittate dalle combinazioni sempre più imprevedibili: pancetta e guanciale, lardo di colonnata e stracchino, coppa, wurstel e sanguinaccio, o ancora trota e anguilla, insieme!
La sua immaginazione non poneva limiti alle possibilità di frittate.
La serata andò benissimo.
Lui premette per penetrarla. Lei si sottrasse con garbo.
Nonostante il motore a scoppio e l’elettricità siano invenzioni largamente diffuse già da un paio di secoli, molte donne vogliono essere corteggiate.
Lui, in fondo, apprezzò: aveva dato prova di essere una ragazza seria.
Qualche tempo dopo, chiese la sua mano.
Vennero organizzate le nozze.
Il sagrato della chiesa era gremito di parenti a colori dal fervore in bianco e nero.
Assistere a un matrimonio rende felici perché sai che sta toccando a un altro.
È lo stesso principio per cui ai funerali in realtà sono tutti contenti.
D’altra parte, i matrimoni mettono molta più malinconia dei funerali, perché a un funerale si pensa: “Ha smesso di soffrire”, mentre a un matrimonio: “Ed è soltanto l’inizio”.
La sposa scese da un’autovettura sportiva a braccetto dell’austero genitore.
Lo sposo attendeva all’altare.
Il passante che si fosse imbattuto nella scena, avrebbe potuto proferire al sodale: “Ehi, guarda, dell’anacronismo”.
Il padre consegnò la femmina al maschio più giovane, lo stregone recitò delle formule magiche e tutti andarono a nutrirsi vestiti scomodi.

Lui aveva una fronte lombrosiana che contendeva il territorio alle sopracciglia e le spalle tozze che coincidevano con il mento.
La pancia prominente da ippopotamo palestrato distraeva dal viso bitorzoluto. Il naso largo e schiacciato divideva a stento gli occhi infinitesimali.
Le gambe corte sostenevano possenti la lieve gobba cespugliosa.
Lei aveva un cancro d’annata che le impreziosiva le gote.
Ciuffi oleati le scendevano dalla chierica aprendo il sipario sullo strabismo di Efesto.
Il seno si posava delicatamente sull’ombelico a ogni sussulto del busto spugnoso.
Bolle smaglianti sfavillavano sulle natiche smagliate.
Dei ricchi favoriti le solleticavano le narici.
Ritennero indispensabile riprodursi.
Qualcuno avrebbe potuto pensare che si trattasse di una vendetta: la natura e l’umanità erano state talmente ingrate nei loro confronti che adesso le avrebbero riempite di mostri.
E invece lo fecero proprio per amore.
O almeno per quella preoccupazione di garantirsi il prosieguo del coniugio bloccando il legame con un’opportuna procreazione che le persone di aspetto insoddisfacente sono solite chiamare amore.
È per questo che vedendo le coppiette in giro che spingono passeggini è possibile notare che i brutti non vedono l’ora di moltiplicarsi.
Un figlio, questa astuta assicurazione sulla vita per tradizionalisti sventurati.
Lei rimase incinta.
Sapeva che da quel momento in poi avrebbe avuto un argomento di conversazione.
In vecchiaia non avrebbe più dovuto puntare solo sulle malattie, questo perverso svago della terza età.
Avrebbe avuto di che raccontare su successi o fallimenti di figli e nipoti, senza contare il sostegno che da essi avrebbe ricevuto.
Generarsi i propri badanti, quale ingegnosa soluzione! E che risparmio rispetto all’ospizio!
Costosi prima, ma convenienti dopo.
I figli, questo fondo pensionistico di materiale organico.
La sua deformità fisica suscitava l’invidia delle altre donne.
Com’era prevedibile, ne uscì un essere umano. Eppure tutti parvero sbalorditi ed euforici.
L’evento si ripeté tre volte, e quantunque l’abitudine avesse ormai dovuto ridurre la sorpresa a zero, le reazioni furono le stesse, se non più entusiastiche.

Il primogenito diede molte soddisfazioni al papà, per esempio quando percosse un detrattore della propria squadra del cuore o quando pestò un incauto sostenitore delle marmitte a lungo o quando massacrò il fidanzatino della sorella, reo di essere tale.
Ella non si era mai sentita così al sicuro.
Sebbene provasse sentimenti di tenerezza per quel ragazzino, aveva compreso che da quel momento in poi non avrebbe mai dovuto temere alcuno smarrimento esistenziale: pur concedendosi qualche trasgressione come uso di narcotici e sesso occasionale, ci sarebbe sempre stato qualcuno pronto a richiamarla all’ordine, garantendogli un futuro di piena accettazione sociale come moglie e madre, cosa che restava in ogni caso il suo obiettivo principale.
Chi ti ama davvero, se serve ti assicura un futuro conforme al pensiero dominante anche con le cattive. Anzi, soprattutto con le cattive: segno di passione vera.
La secondogenita aveva peraltro fattezze disarmoniche, ma l’esistenza del testosterone le assicurava egualmente un discreto numero di spasimanti patriarcali.

Il terzogenito nacque malato.
Ben presto si rivelò infatti affetto da una malformazione congenita nota come coscienza critica, i cui sintomi erano contestazione dell’autorità genitoriale, riconoscimento di modelli erronei, percezione della vita come nonsenso e sciagura.
Più cresceva e meno la nascita gli sembrava una trovata valida.
Tutti però gli dicevano che doveva essere grato ai suoi genitori per il regalo che gli avevano fatto.
Ma a ben vedere era la stessa cosa che gli dicevano a Natale quando le zie gli regalavano sciarpe di lana bianco panna con stemmi di casati immaginari.
Ciò che rimproverava innanzitutto ai propri procreatori era l’averlo messo al mondo nella miseria.
Lo stipendio del padre da ruspista in una piccola ditta di movimento terra bastava appena al sostentamento della famiglia.
Non che avesse desiderato l’agiatezza a tutti i costi, ma si sarebbe quantomeno accontentato di non dover disputarsi merendine col fratello in duelli all’ultimo sangue, dai quali usciva inesorabilmente sconfitto, non avendo ereditato il patrimonio genetico ferino del padre.
Invidiava molto la prosperità gastronomica degli altri.
I poveri hanno l’invidia del pane.
La servizievole devozione della madre al nucleo famigliare, obbediente massaia al di là del tempo persa nelle sue ambiziose frittate, sua massima aspirazione; la sottomissione contemplativa della sorella all’autoritarismo paterno; le gare di motocross del fratello che dominavano i pomeriggi del sabato e rendevano così fiero il capofamiglia, facendo commuovere la sua sottoposta; l’indottrinamento governativo previa detenzione scolastica; la rispettabilità nel branco di coetanei da conquistare tramite angherie; le lezioni di sudditanza paranormale presso la parrocchia; tutto ciò condusse il terzogenito verso un’adolescenza da estraneo in cui la sua malattia della consapevolezza si aggravava di giorno in giorno producendo un distacco irreparabile da ogni senso del sacro.
Le insubordinazioni ai dettami del patriarca erano in costante aumento e la sua infausta conformazione genetica gli faceva percepire la madre come una persona, la comunità come una savana cementificata che era l’habitat innaturale dell’homo sapiens sapiens urbanizzato, le stelle cadenti come frammenti di comete o asteroidi che entrando all’interno dell’atmosfera terrestre si incendiano a causa dell’attrito.
Cercava rifugio dalla realtà priva di romanticismo nei fumetti dei suoi supereroi preferiti, gli X-men, i supereroi analfabeti.
L’evento più significativo della sua pubertà fu quando dovette partecipare alle esequie del suo vicino di casa.
Era il padre che aveva sempre sognato di avere: morto.
Si sa, l’unico modo per essere un buon genitore è lasciare i propri figli orfani.

Arrivò la maggiore età, e con essa la piena cognizione della caducità.
Sentiva parlare dell’importanza dei giovani, ma sapeva già che i giovani sono i vecchi del futuro.
Il problema della vita è la morte, pensava.
C’è troppo poco tempo e troppe cose vane da fare.
La vita è la domenica, quando devi affrettarti a fare qualcosa perché domani poi arriva il lunedì e sono cazzi e devi tornare a lavoro e se non hai combinato niente te ne penti, ma nell’ansia finisce puntualmente che non combini niente per forza e allora arrivi quasi a desiderare che arrivi presto l’odiato lunedì per toglierti il pensiero e però il lunedì fa sempre paura.
Il capitalismo, il lavoro, la guerra esistono perché esiste la morte. Senza la smania di ritardare la morte, chi avrebbe bisogno di farsi padrone o schiavo? Non esisterebbero povertà e ricchezza, perché tanto non muori, quindi mica ti serve di sottometterti per del pane o sottomettere per un panificio.
Con l’immortalità sarebbero tutti più rilassati e serenamente produttivi.
Un immortale non ha alcuna fretta.
L’accidia stessa è figlia della finitezza. Quando tutto è così fugace, tanto vale non far nulla.
Le scelte si riducono drasticamente, è necessario selezionare con cura ed escludere troppe cose, e Rimpianto, Rimorso e Rinuncia sono le tre Disgrazie che ti accompagnano nell’agonia.
La scoperta delle donne comportò quella della difficoltà di accoppiamento.
Quando riceveva un rifiuto, si consolava pensando che tanto, presto, sarebbero morti sia lui che lei, quindi non c’era da prendersela troppo.
Apprezzava molto un film sulla vanità del tutto e l’irredimibilità del dolore che parla di un ragazzo devastato da una neoplasia il quale non riesce a costruire alcunché di importante né a tirar fuori qualcosa di buono dalla sua sofferenza che sia di insegnamento o utilità per le generazioni future e poi muore. Titolo dell’opera Tanto tumore per nulla.

Il mondo intorno a lui, intanto, procedeva con disinvoltura.
I fidanzati che non si sopportavano facevano progetti di eternità, giacché il bello della coppia è avere qualcuno accanto da maledire.
Le donne non la davano e gli uomini si vendicavano con canzoni d’amore.
I maschi gareggiavano nello sprint al semaforo.
Relitti cellulari celibi si decomponevano ristagnando cameratescamente nei bar. Erano stati sfortunati con la tempistica di nascita. Fossero venuti al mondo una trentina d’anni prima, con un matrimonio combinato si sarebbero garantiti una moglie. Invece quel minimo di emancipazione che consentiva alle donne un pur esile margine di scelta li condannava a esser negletti, scapoli indesiderati, obbligati allo sfogo delle pulsioni sessuali nel gioco della briscola.
La gente più curata seguiva la moda, quella più trasandata seguiva la mota.
Gli individui indossavano come se niente fosse indumenti con scritto Monella Vagabonda e Joe Marmellata.
In ogni posto in cui si andava, si vedeva sempre qualcuno che incontrava qualcun altro di sua conoscenza. Eppure il mondo era piuttosto affollato.
L’Africa continuava a essere tenuta in povertà per permettere ai benestanti di passare da benefattori in serate mondane di raccolta fondi e rassicurare i meno abbienti dell’Occidente industrializzato.
Il sindaco del paese al posto del gabinetto aveva coprofagi a bocca aperta a spese dei contribuenti.
Era un lavoro molto ambito. In fondo era un posto sicuro, un impiego statale con contratto a tempo indeterminato: una volta finito il mandato del primo cittadino, si era promossi docenti nei corsi di educazione civica.
La comunità scientifica piangeva la scomparsa del fisiologo Meluzzo Alessandri. Convinto della veridicità della saggezza popolare secondo cui se stanno al caldo le estremità rimane caldo tutto il resto del corpo, andò su un ghiacciaio per sperimentare in prima persona l’efficacia del metodo, mettendosi nudo ma con gli arti inseriti in delle stufette. Venne ritrovato assiderato con mani e piedi ustionati.
La rivista Bellezza&Benessere divulgava l’ultimo ritrovato in campo estetico: “Depilarsi con la Chemio”.
Le file per fare una foto con la Coppa dei Campioni; il magone della partenza del Gran Premio; l’imperscrutabile fierezza dei lavoratori; la banalità degli amori tormentati; il tedio degli amori tranquilli; le équipe di economisti, sociologi e matematici che elaboravano le offerte per i menù di pizza a domicilio; la fede in dio, il più diffuso degli amici immaginari; gli occhi tristi degli animali.
Nessun animale sembrava felice.
Il cane aveva lo sguardo malinconico, il gatto teso, il cavallo stanco, il maiale disilluso, la mucca apatico, la pecora preoccupato, la gallina guardingo, il coniglio terrorizzato.
Nemmeno le belve facevano eccezione: anche nel leone e nella tigre traspariva una certa spossatezza esistenziale.
Non c’era gioia in natura. Solo nella Playboy Mansion.
E non si poteva continuare a fingere di dimenticare che una volta c’era stato Music Farm.

Giunse Capodanno, quando tutti si entusiasmano allorché in un punto a caso concordato nell’entropia spaziotemporale si passa da una frazione convenzionale di tempo a un’altra secondo un’unità di misura arbitraria.
Anche quell’anno avevano annunciato l’apocalisse.
Il terzogenito non ci credeva più. Lo avevano ingannato troppe volte. Finisce il mondo, finisce il mondo, e il mondo non finiva mai.
Ogni volta in quel periodo veniva assalito da pensieri angustianti ancor più numerosi, e nuove ambasce, interrogativi aggiuntivi, addizionali tormenti si sommavano agli abituali.
Per esempio il fatto che ragazzi che scoppiavano i botti avevano una vita sessuale, sovente perfino con donne di bell’aspetto.
Come ogni anno, si era sottratto ai festeggiamenti, ma invece di barricarsi nell’isolamento casalingo, si mise a vagare per il paese deserto.
Nella tasca del cappotto aveva una rosetta avanzata dal giorno precedente, unico alimento commestibile che aveva rinvenuto nella dispensa in quel giorno in cui la madre era stata troppo indaffarata con le zie a preparare le vettovaglie per il veglione, avendo massima cura che il quantitativo di vivande superasse quello necessario al fabbisogno annuo calcolato nel prodotto interno lordo di una nazione in via di sviluppo. Perché solo buttare nella spazzatura ingenti carichi di viveri in eccesso poteva regalare una vera ebbrezza di ricchezza.
Le festività servono a sedare con illusioni.
Di passo in passo si ritrovò davanti alla casa in cui i suoi famigliari stavano mentendo a loro stessi.
Dalla strada poteva vederli non visto al di là dei vetri delle finestre. C’erano tutti: suo padre, sua madre, sua sorella, suo fratello con la fidanzata ufficiale, il parentado al gran completo, alcune personalità senza personalità del paese.
Sapeva già come si sarebbe svolta la serata: ingerimento di cibo fino allo stremo delle forze, estenuanti giri di mercante in fiera, detonazioni.
Maggiore era l’ammontare degli esseri viventi caduti sul selciato la mattina dopo al termine delle ostilità conviviali, maggiore era l’appagamento collettivo.
I botti. Sapeva che tra petardi, bombe e artiglieria leggera c’era sicuramente un arsenale. E sapeva anche dove era riposto.
Conosceva quell’abitazione. Aveva dovuto subirci molteplici pasti cerimoniali in passato, segregato nell’affetto genealogico.
Essendo sopravvissuto alle torture familiste, ora sapeva che gli armamenti si trovavano proprio sul retro nel locale della caldaia.
Fece il giro dello stabile e di soppiatto ci entrò.
I residuati bellici erano tutti lì.
Quale occasione migliore?
Sarebbe bastato accendere una miccetta in mezzo al mucchio e sarebbe saltato in aria tutto.
D’un colpo, via tutti: famigliari, parenti, conoscenti.
Pezzi di cugini dappertutto, frammenti di zii sparpagliati sul vialetto, paesani indistinguibili dal cotechino, le ceneri dei fratelli nella pentola delle lenticchie, la madre tutt’uno con la frittata, le viscere del padre appese tipo festone.
E sarebbe sembrato frutto di una mera fatalità: una dinastia di coglioni appoggia i botti nel locale caldaie, uno si accende per qualche sfregamento, fa scoppiare tutti gli altri, la caldaia esplode.
L’attentato perfetto.
Rimase qualche istante in piedi nel buio, immobile, il respiro fatuo nell’aria gelata.
Rifletté.
Sarebbe esploso qualche esemplare di essere umano. Non sarebbe esploso il mondo.
Perché compiere l’ennesimo gesto superfluo nell’universo?
Voltò le spalle, si allontanò, tirò fuori dalla tasca il panino stoppaccioso e prese a masticarlo con noncurante fatica.
La vita è una rosetta del giorno prima.

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Braccia riconsegnate all’agricoltura

Posted by sdrammaturgo su 3 febbraio 2009

La vita nei campi non è mai come la raccontano. E’ sempre un po’ meno tragica di quella di Verga, ma assai più turpe di quella di Pasolini; un po’ meno angosciosa di quella di Tozzi ed un po’ più giocosa di quella di Pavese; cruda come quella di Olmi e comica come quella de Il ragazzo di campagna di Castellano e Pipolo.
E’ niente di tutto questo e tutte queste cose insieme. Inesauribile (fortunatamente) in poche descrizioni e definizioni, come ogni altra cosa – a parte la moda, che si può riassumere in tre parole dispregiative a scelta.
La vita nei campi non è mai come la raccontano, e dunque non è nemmeno come la racconterò io. Ma, come accade negli altri casi, lo è per una parte, magari piccolissima, che andrà ad aggiungersi allo sterminato, interminabile, mosaico. Ecco, è a quella minuscola parte, vista e vissuta in prima persona, che voglio rendere il tributo della memoria, poiché sento il dovere di ricordare.
La vita nei campi è un po’ Verga ed un po’ Pasolini, un po’ Tozzi e un po’ Pavese, un po’ Olmi e un po’ Pozzetto, molto altro ancora e ancor tutt’altro. Ma una cosa è certa: non ha niente a che vedere con Virgilio e Metastasio.

Qualche anno fa ero come al solito alla ricerca di un lavoro. L’estate paesana non offriva occupazioni stimolanti (d’altronde, quale occupazione è stimolante, a parte l’addetto al riscaldamento delle pornoattrici?) ed io non intendevo certo contravvenire al vecchio imperativo che mi ero posto fin dalla più tenere età: “Il cameriere mai! Piuttosto vado a cogliere i pomodori!”. E fu così che andai a cogliere i pomodori.
Venni assunto come bracciante da Pila, il barista della frazione dall’alvariano cognome, che arrotondava facendo il proprietario terriero sfruttatore di manodopera a basso costo.
“Beh, quantomeno sarà un’occasione per capire cosa significhi lavorare sul serio”. Ed infatti, dopo quell’esperienza, compresi che il lavoro può piacere solo a chi ha lavorato poco o a chi ha lavorato troppo.
Sicuramente, pochi hanno l’esatta dimensione di cosa sia fare il bracciante, come funzioni, di cosa si tratti in realtà. I più, contaminati da vaghe idee georgiche tanto ingenue quanto fallaci, si immaginano magari un crocchio di allegri cantori agresti che van poetando per le distese erbose raccogliendo lieti i frutti della terra. Niente di tutto questo: è una fatica bestiale, che si cerca di alleviare bestemmiando da mane a sera.
Tanto per cominciare, la giornata lavorativa è di dodici ore, dalle sette alle diciannove, con una mezz’oretta di pausa pranzo, per una paga minima che si aggira intorno ai trentacinque euro quotidiani. A pensarci bene, non è poi così male, se paragonata a quella dei minatori nelle solfatare del diciannovesimo secolo.
Il primo giorno, pensando alle miniere di zolfo, mi alzai alle sei e, come Ciàula scoprì luna, io scoprii il sole dell’alba, e mi dissi che ne avrei volentieri fatto a meno. Ho sempre ritenuto, in cuor mio, che Ciàula fosse un coglione. Stai sgobbando come un mulo dell’Unione Sovietica ed invece di maledire l’universo ed il suo creatore vai a pensare al satellite più insulso del sistema solare?! Morto di fame del cazzo.
Con questi pensieri lieti, mi recai al bar di Pila, luogo dell’appuntamento, dove feci la conoscenza di quelli che sarebbero stati i miei compagni di viaggio (mi piace chiamarli così, mi evita di fare brutti sogni). Erano tutte facce note in paese (pardon, della frazione. Non credo siano mai usciti da Le Mosse, sprofondo barbaro di Montefiascone, se non per andare a puttane a Bagnoregio o Vitorchiano. Chi l’avrebbe mai detto che ci sono puttane pure a Bagnoregio e Vitorchiano, eh?), li conoscevo più o meno tutti fin da bambino. C’era Fetoni, quaranta o cinquant’anni (tanto, per Fetoni, che differenza fa?), famiglia a carico, perennemente sbattuto tra un lavoro saltuario e l’altro per mantenere moglie e figli. Mentre gli altri prendevano il sole a Montalto, lui doveva andare a cavare pomodori. Era sempre incazzato nero, e ne aveva ben donde. Lo ammiravo, Fetoni. E lo ammiro tuttora.
C’era Batore, il buon vecchio Batore, il sempreverde Batore. Da che ho memoria, è sempre stato uguale. C’è chi nasce vecchio, chi nasce giovane. Batore era nato di mezza età mal portata. Con il suo volto truce leggermente incartapecorito, in passato era stato in galera per furto di trattore. Mi piace immaginarlo mentre scappa dall’inseguimento in sella al pasquale, a cinque all’ora, e viene preso da un carabiniere zoppo a piedi.
C’erano quindi un paio di presenze fisse del bar di Pila, due di quei tipi che vedi sempre ma che non sai mai come si chiamino, che se ne stanno seduti sul pianerottolo del bar a guardar passare le macchine, interrompendo solo per i pasti. Dopo averci lavorato insieme una stagione intera, non so ancora come cavolo si chiamino.
C’era infine lui, Uccio, il mitico Uccio, il leggendario Uccio, Uccio il vaccaro. Saettone dentro, Natural Born Peasant, bassotto, corporatura tozza, capelli ricci e fronte millimetrica, voce lievemente gutturale, tra l’ippopotamo ed il babbuino, sembrava uscito da un manuale di Cesare Lombroso. Più giovane degli altri, era il sale della terra, il letame della stalla, un aratro umano. La sua pelle emanava una tenera fragranza di cacio con note di birra e sfumature di stabbio, ricordo di anni ed anni passati in compagnia di ogni animale d’allevamento di piccola, media e grossa taglia. Negli ultimi anni si era dedicato alla custodia delle mucche sotto padrone e nel suo periodo di ferie veniva ad alzare qualche spicciolo in più dando una mano al fido Pila. “Uccio, che fai nella vita?” “Il vaccaro”, ribatteva con un miscuglio di orgoglio e rassegnazione.
“Tu sei il nipote del poro Guglielmo, ve’?”, mi chiesero, volgendo i loro volti in un’espressione di sommo rispetto. “Sì” “Eh, che lavoratore che era ‘l tu’ poro nonno”. Mio nonno materno era una leggenda: muratore infaticabile (ma infaticabile sul serio), non solo lavorava con solerzia da primato, ma aveva proprio la passione del lavoro. Era famoso perché era riuscito a tirar su una palazzina di quattro appartamenti tutta da solo, facendosi aiutare al massimo da un paio di manovali nel fine settimana. Già, perché mio nonno non conosceva domeniche e festivi. Era un inarrivabile campione dell’austerità e dello stakanovismo. “Mejo ‘n omo vestito da ‘na donna ‘gnuda”, è stato il più grande insegnamento che mi ha lasciato. Gli altri furono: “Le sorche magnano altro che merda”, “Quando qualcuno ti fa un torto, roppeje la capoccia” e “Il posto a tavola nun se cambia mai”. La sua filosofia di vita era: bisogna pensare solo a lavorare, tutto il resto è male. Ma sto divagando. Il punto è che appresi subito di portare sulle spalle un’eredità pesante. Che si faceva insostenibile, se si considera che io reputo uno sforzo tutto ciò che esula dalla mia poltrona e ciò che si può fare su di essa.
Pila ci caricò amorevolmente sul cassone del Fiorino e partimmo alla volta dell’appezzamento.
Lì, ad attenderci, si trovavano Bastiano e la moglie, due anziani contadini che avevano sempre fatto i contadini e durante le vacanze si andavano a svagare facendo i contadini.
Insomma, ebbi la fortuna di dividere quell’esperienza con la crème de la crème della bifolcheria nostrana.

La raccolta dei pomodori si svolge così: uno è addetto alla macchina, un trattore con davanti una piattaforma composta da una sorta di lame mobili che penetrano appena appena nel terreno restando sulla superficie morbida e separano i pomodori dalla pianta (il macchinista è l’unico fortunato che può restarsene comodamente seduto, per di più all’ombra della tettoia. Sarà un caso che sia sempre il padrone); gli altri stanno davanti alla macchina, estraggono le piante dalla terra e le buttano sulla piattaforma; sul retro del trattore, una o più donne capano i pomodori gettando sotto le ruote quelli guasti affinché vengano pestati e diventino concime. Il tutto sotto al sole di agosto.
Forse non tutti sanno che tirar fuori le piante di pomodoro fin dalla radice è un’impresa degna de La spada nella roccia. “Excalibur!”, ti verrebbe di esclamare ogni volta che ce la fai – peraltro, spessissimo, nell’estrarre una pianta, ci si trova attaccato sotto un topo, che sguscia via lesto lesto.
In quel periodo, poi, alcuni giorni prima era piovuto, dunque il terreno era ancora un po’ umido. Ecco, strappar via dal suolo le piante di pomodoro con il terreno umido è un po’ come farsela dare da una vergine alla prima uscita.
E’ una grande onta per un uomo essere mandato a capare i pomodori insieme alle donne: è segno che non si viene valutati sufficientemente forti e virili, equivale ad un attestato di sfiducia da appiccicare addosso ad un debole, uno fiacco, non avvezzo alla fatica e non all’altezza del vigore fisico di cui necessita la campagna. Onta dalla quale naturalmente non fui risparmiato. Dopo le prime ore del primo giorno, stremato e grondante, venni fatto accomodare da Pila con gesto magnanimo e compassionevole sul retro del trattore. Ma nei giorni successivi volli rifarmi una reputazione. Oh, io alla stima di Uccio c’ho sempre tenuto.
In genere si procede a due a due ed il mio compagno abituale era Batore. Batore aveva il pallino dei documentari sugli animali. Non se ne perdeva uno. I suoi preferiti erano quelli sugli scorpioni, che lui chiamava shcarpione. Gli trasmettevano un che di perturbante, in senso freudiano-hoffmanniano. Ogni volta che guardava un documentario sugli scorpioni (pardon, sugli shcarpione), la notte puntualmente sognava che la sua casa veniva invasa da milioni di questi puntuti aracnidi che lo assalivano e gli camminavano su tutto il corpo. Ogni giorno mi rendeva edotto sulle abitudini della mangusta e l’alimentazione dello stambecco, sull’accoppiamento dei facoceri e le migrazioni del rondone, sulla regolarità del bisonte e l’invidia del koala. Non facevo che domandarmi dove cavolo beccasse tutti quei documentari, su quale dannato canale. Quando ritenni di saperne abbastanza su coleotteri, crostacei e celenterati (anche se devo ammettere che l’etologia spiegata in dialetto falisco da un analfabeta galeotto è un’esperienza che va fatta), decisi di cambiare compagno per un po’ (ma tornai presto da Batore, ché si era affezionato, e pure io) e mi misi insieme a Fetoni. Fetoni non parlava mai. Stava sempre zitto, lavorando a testa bassa. Ogni tanto smadonnava, quando si sorprendeva a pensare alla propria condizione. Mamma mia quanto era incazzato Fetoni.
Poi, un giorno, all’improvviso, accadde l’inaspettato: Fetoni sollevò poco poco il capo (sempre continuando a darci sotto con le piante, sia chiaro. Non esistevano pause, non si poteva smettere), scosse la testa e proferì una frase colma d’un inusitato ottimismo: “Io, no, quanno mòro, vo su da Gesù Cristo e je dico: sente ‘n po’: ma tu, a me, che m’hae fatto nasce a fa’, pe’ famme ‘n dispetto?”.
A tutt’oggi Fetoni resta la persona più incazzata che io abbia mai conosciuto.
Bastiano, intanto, lavorava sodo, più sodo di tutti. Quando il trattore non si metteva in moto, abbaiava a denti stretti un “mannaggia al santissimo sacramento sull’altaraccio” e subito il trattore ripartiva.
La moglie era a dir poco entusiasta. Per lei la raccolta dei pomodori era un’emozione unica che si ripeteva ogni anno, rappresentava ciò che Woodstock rappresenta per un hippie. Una volta mi incalzò: “Certo, è fatica, ma c’è proprio soddisfazione a coja ‘sti belle pummidore. Guarda quant’è bello ‘sto pummidoro, guardolo, guardolo!”, gridando quasi invasata ed imponendo il pomodoro alla mia vista, davanti alla faccia a due centimetri dagli occhi, con gesto stentoreo. “Sìsì, eccezionale, bello davvero, mai visto nulla di simile”. E si lamentava di quanto poco volenterose fossero le nuove generazioni: “Certo che voe magnardo e beardo sine, ma lavorardo none”.
Degli altri due udii la voce una sola volta. Anzi, di uno solo. Uno degli ultimi giorni, servendo maggiore manodopera, arrivarono tre ragazzi del Bangladesh. Uno dei tipidabar tentò la socializzazione e l’integrazione: “Tiè, voe fuma’?” “No, grazie, io fa yoga” “Ah, ti chiame Yogurt, mo’ emo capito”.
E Uccio? Uccio era il protagonista indiscusso della pausa pranzo.
Si mangiava all’ombra di un vasto albero, tutti in cerchio, tra mille vivande. Sarebbe stata una scena bucolica, se non fosse stata per le pertinaci armate di mosche che soltanto le scoregge di Pila riuscivano a respingere.
Essendo sempre stato mortalmente schizzinoso, mi lanciavo subito sul pane urlando: “Taglio io!”, pressappoco come da piccoli si urla: “Stella!” in seguito a: “Un, due, tre”, dopo aver visto che Uccio tendeva ad impugnare fieramente il filone con le mani marroni per la fanghiglia.
Una volta mi vide scacciare una mosca dal mio piatto e subito mi tranquillizzò: “Nun te preoccupa’, que’ nun so’ mosche de città, que’ so’ mosche de campagna, so’ pulite, al massimo magnano la merda”. Mi sentii rincuorato.
Uccio scolava due bottiglie di prosecco della Valdobbiadene, gentilmente offerte da Pila che le prendeva in offerta all’ingrosso per il bar, e riprendeva a lavorare come se niente fosse. Non era un vaccaro, era un toro.
Il pranzo ce lo portava la moglie di Pila, la sora Carmela, che non appena se ne andava, veniva salutata dalle dolci parole del consorte, il quale si voltava verso di noi e sussurrava: “A rega’, dateje ‘na palata, ammazzatemela”.

Fu durante un pranzo che il drappello venne scosso da una notizia mirabolante. Pila si erse in piedi ed annunciò: “Oh, domani a capa’ le pummidore vene pure la pushtina”. Lo stupore avvolse la combriccola attraversandola in ogni nervo. Subito fu un coro di sbalorditi: “No, ma che davero?! La pushtina! Magara! Alé! Che culo!” “Bona, la pushtina, bona!” “Finalmente domani la fica!”.
Mi guardai intorno: Uccio si grattava il culo, Fetoni finiva la pasta zitto, incazzato più che mai, Batore spolpava una salsiccia con tutta la pelle, Pila scoreggiava e rideva, Bastiano levava la zella dalla catena del trattore e la moglie ammirava estasiata i pomodori (gli altri due boh, non li notavo). Possibile che una bella donna potesse venire in mezzo a quel rusticissimo manipolo in cui manco la moglie di Bastiano spiccava per femminilità?
Mi riservai un minimo di cauta incredulità, ma confesso che il giorno dopo andai a lavorare con un certo animo speranzoso. Le esili illusioni ci misero ovviamente un attimo a cadere: la pushtina, la postina, la moglie del postino della frazione, era una pertica da un’ottantina di chili, capelli raccolti in una coda unta, zinne tanto enormi quanto basse, fianchi larghi, molto larghi. Il ritratto dell’abbondanza, ma più quella di una pila di facioli co’ le cotiche che quella di un cesto di frutta caravaggesco.
Ammappala se era brutta.
La pushtina, sogno erotico di tutta la frazione. Per la prima volta ebbi la chiara percezione che anche il gusto estetico sia un fatto prettamente culturale.
In compenso, era una persona squisita e delicata. Ma chissà perché mi tornava sempre in mente il paragone con la pila di facioli co’ le cotiche. Mi prese però subito in simpatia. Un giorno, sempre all’ora di pranzo, mi palesò la sua ammirazione: “Bravo, tu sì che sei ‘n bravo fijo, che viene a impara’ a lavora’. Ormai mica ce viene più nessuno a fa’ ‘ste cose. Tanto se sa che alla fine que’ te tocca veni’ a fa’ ne la vita”. Al che io, inguaribile sognatore: “Ma io studio, ora faccio l’università, un’altra attività la trovo, magari in qualche casa editrice e…” “Seh” mi interruppe prontamente con la saggezza di chi sa come funziona l’esistenza “Te piacerebbe. Vedrai che tra qualche anno ce ritroveremo qui a cava’ le pummidore insieme”. Postina di merda, vacca laida iettatrice.
Fatto sta che fece presto breccia nel cuore di Uccio e grazie a loro potei assistere ad un approccio d’altri tempi, l’approccio anacronistico. Già, uno si chiede sempre: “Chissà come si approcciava una volta” (o almeno, io me lo chiedo. E se è per questo mi chiedo pure se prima dell’invenzione e della diffusione della carta igienica, i culi prudevano di più o l’abitudine ai tarzanelli permetteva di sopportare meglio l’irritazione. Ci hanno preceduto generazioni di esseri umani dal culo rosso, sporco ed incendiato). Grazie ad Uccio e la pushtina, ora lo so. Uccio si avvicinò e, porgendole la bottiglia, propose con aria baldanzosa: “‘N po’ de vino?” “Sine, che l’acqua fa veni’ le ranocchie” “Allora annamo d’accordo”, annuì con ghigno assassino. Il Vaccaro e la Postina. Sarebbe stato un soggetto interessante per Hesse. Gottfried Hesse, il ciabattino di Tubinga sud.
Mi capitò anche di sentirmi in colpa nei confronti di Uccio, di Uccio e dei suoi sentimenti. Una volta, infatti, tra una pianta e l’altra, mi fece: “Stasera che fae?”. All’epoca ero fidanzato, alla mia prima storia seria, e senza star a pensarci su risposi: “Stasera mi vedo con la mia ragazza” “Ah, allora je dae. Bravo, bravo. Domani tocca a me: vo al night de Brachino”. Ecco, io andavo dalla mia ragazza e lui andava in un bordello di infimo ordine. Non mi sono mai perdonato di avergli sbattuto in faccia il mio privilegio socio-sessuale. Ma probabilmente lui non vi badò neppure. Forse una scopata vale l’altra, per Uccio. Io mi sentii ugualmente in colpa, ma poi il rimorso venne allontanato da un pensiero più gravoso ed incombente: pensa quella povera prostituta a cui capita Batore.

E poi…poi arrivò il camion a caricare le cassette dei pomodori. Finì l’estate, Pila tornò al bar, i due anonimi tornarono sul pianerottolo del bar, Batore tornò a far non so cosa, Bastiano e la moglie continuarono a fare i contadini, la postina rimase brutta, Fetoni rimase incazzato, Uccio riprese a fare il vaccaro. Ed io…beh, a me restò la certezza che avrei conservato per sempre nella memoria quell’esperienza, serbandola nello scrigno di gran pregio dei ricordi più preziosi come la più bella della mia vita. Sissignore, la più bella della mia vita.
“La campagna è fatica,/la campagna è dolore”, scrive Cesare Pavese in un componimento de La terra e la morte. Ma la campagna è anche qualche risata, insospettabile ed unica, teatro a cielo aperto, commedia di un’umanità vera, genuina, ora brutale, ora nobile.
E di tanto in tanto un pensiero tormentoso mi assale: se Uccio, il vaccaro di Montefiascone, fosse nato nell’Illinois, lo avrebbero chiamato Hutch ed avrebbe potuto dire di essere un cowboy. Quando si dice l’ingiustizia di venire al mondo nel posto sbagliato con la lingua sbagliata.

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Date a Cencio quel ch’è di Cencio

Posted by sdrammaturgo su 23 luglio 2008

Sottotitolo: “Impressioni di settembre? Me so’ fatto ‘n culo così, so’ finito, e ma ‘sto stronzo l’ulìe j’hanno fatto un diciannove” “Un diciannove?! Bono! Je pijasse ‘n corpo” “Bono sì, mannaggia al santissimo sacramento sull’artaraccio”

*

A chi è cresciuto davvero in campagna, le idealizzazioni idilliache ed arcadizzanti della vita agreste fanno sempre uno strano effetto, suonando pressoché assurde e financo risibili nella loro quasi forzata ingenuità.
Perché ecco, le cose nei campi vanno un po’ diversamente rispetto a come credono taluni artisti urbani.
Sopra tutte le opere d’ispirazione georgica e bucolica, Impressioni di settembre della PFM mi fa ogni volta stocere il naso e mi lascia interdetto. Poesia, sogno, pace, fantasia, romanticismo? Puah, poveri illusi: ben altro si muove lontano dalle città, dalle accademie metropolitane e dai centri di irradiazione culturale.
Ho reputato dunque opportuno nonché doveroso ristabilire la verità dei fatti attraverso una traduzione ritmica della più coverizzata e fallace tra le canzoni italiane.
Cliccate qui e divertitevi con il primo esempio al mondo di karaoke iperrealista strapaesano.

*

Impressioni di settembre

*

Mogol – Pagani – Mussida

*

Quante gocce di rugiada intorno a me

cerco il sole ma non c’è.

Dorme ancora la campagna forse no

è sveglia

mi guarda

non so.

Già l’odore della terra

odor di grano

sale adagio verso me

e la vita nel mio petto batte piano

respiro la nebbia

penso a te.

Quanto verde tutto intorno

e ancor più in là

sembra quasi un mare d’erba

e leggero il mio pensiero vola e va

ho quasi paura che si perda.

Un cavallo tende il collo verso il prato

resta fermo come me.

Faccio un passo

lui mi vede

è già fuggito.

Respiro

la nebbia

penso a te.

No cosa sono adesso non lo so

sono un uomo

un uomo in cerca di se stesso.

No cosa sono adesso non lo so

sono solo

solo il suono del mio passo.

E intanto il sole

tra la nebbia filtra già.

Il giorno

come sempre

sarà.

Le vere impressioni di settembre

*

Il Bescio – Gige Cazzo – Memmere de la zi’ Peppa

*

Le bestemmie del fattore sul trattore

cerco Uccio ma non c’è.

Il ramato l’hae passato? Forse no

ti l’ìo ditto

si ‘n te sbrighe

te le do.

Già l’odore dello stabbio

odor de mmerda

de le vacche de Filiè.

Le galline l’hae guernate, dio scannato?

La sbobba pe’ ‘l porco

la do a te.

La maese tutto intorno

e ancor più in là

come cazzo fo a zappalla?

E Arduino je dà ancora a smorghina’

il pasquale si s’ingolfa so dolori.

Un somaro sciottolato là pe’ ‘l prato

resta fermo come me.

Faccio un passo

lui mi vede

m’ha puntato.

Scappo

si me chiappa

me ce dà.

No ‘sta filagna me sta a fa’ smadonna’

nun se lega

lo spago fonfo de Batore.

No si le cunije le sgozze adesso che ce fo?

Jò ma l’orto

cava ‘n po’ de peparone.

Un cucchiaro

de minestra e vo a dormi’.

Ma domani

vo a mignotte

a monta’.

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Sex and the Country

Posted by sdrammaturgo su 15 giugno 2008

Sottotitolo: l’eros a misura di orto.

*

Il sesso è una cosa meravigliosa. Il sesso è una cosa bellissima. Il sesso è la cosa più bella che ci sia. Nessuno potrebbe farvi cambiare idea su questo. Chi potrebbe, d’altronde?
E invece no: il bifolco può. Il bifolco può tutto.
La presente raccolta è frutto di anni ed anni di ricerca sul campo condotta dall’equipe di studi eto-sub-antropologici
Inquietologo&Sdrammaturgo Useless Services tra la selvatica ruralità della Tuscia.
Il materiale collezionato si compone di frasi ed esternazioni varie – udite in prima persona dai due scienziati lungo tutto il corso della loro falisca vita agreste – in grado di far sembrare il sesso un qualcosa di sgradevole, raccapricciante, disgustoso.
Se ne parla il bifolco, l’erotismo diviene atroce e l’ardore si tramuta in orrore.
Pensavate che Ted Bundy e Pietro Pacciani avessero una sessualità particolarmente disturbata? Ebbene, preparatevi ad esplorare gli abissi più perversi delle pulsioni.

Avvertenza: la lettura è sconsigliata agli inguaribili romantici.

*

“‘Sta settimana hai inzeppito? Io ho dato tre inzeppite. Ma poi c’avea ‘na fica stretta! A ‘n certo punto m’è toccato rimannalla a casa. Je l’ho detto: ‘Sente, c’hae la fica troppo stretta, mica je la fo'”

“Quella che mestiere fa? L’attrice? Capirai, l’attrici lo fanno infila’ pure mal cane”

Bottega del barbiere. La radio trasmette Non va più via l’odore del sesso “Non va più via l’odore del sesso…E che je c’ha pisciato dentro?”

“Quella? E quella ce l’ha ‘na manciata de fregna!”

“Stasera la guarde Striscia la Notizia? Pe’ chi te la fae la zagana? Pe’ la bionda o pe’ la mora?”

“E ‘nsomma stavo a ingroppa’ ‘sta quarantenne e questa me fa: ‘Io però avrei bisogno anche di coccole’. Ma quali coccole: je l’ho buttato su ‘n’artra vorta e so’ annato via”

“‘Na vorta stavo a monta’ ‘na mastiotta giù pe’ ‘l lago; te do ma la fica, te do ma la fica, qua, te do mal culo. Do una o du’ briscole, dio porco tipo fòra ‘l cazzo e era ‘n cremino”

“Guarda ‘n po’ che sorca quella lì: tu nu’ je la faresti ‘na fica come la ròta de la molazza?”

“M’ea apparecchiato bene in quel modo, e che fae, nu’ je la dae?”

“A rega’, e così me fate ‘na fica come la ròta de la bicicletta: a razze”

“Toh, che bel porta-mmerda!”

“Bbona quella, eh? Che je ropperesti se dovessi sceje?”

“Adè bombareccia?”

“Me ricordo che quanno ero giovine annassimo a coja l’ua e c’adera ‘na bardassotta; a n’ certo punto s’abbassò e je se videro da la sottana quattro pele de sorca: ogni filagna ‘na pugnetta”

“Le donne so’ solo che da pisello”

“Prima o poi toccherà prova’ ‘sti transessuali: dice che fanno belle boccole”

“So’ annato co’ ‘na pornostar: cinquecento euro, ha’ da senti’ come spigneva mal culo”

“Me raccomanno, faje piano a la mi’ cuggina quanno me l’ancule”

“Mo’ vo a Cuba. Appena scenno dall’aereo, chiappo una e dico: ‘Vo’ monta’?'”

“Vene qua che te le do io ‘l tabbacco del moro!”

“Hae ‘nfilato ‘sta settimana?”

“Tu c’hae tre fije, nun poe fa’ le cazzate. Io lo so che la Luisa c’ha ‘na fica che è ‘n pezzo de pane…”

“Ricordete: le cose che se montano nun se prestano, da la bicicletta a la moje”

“Guarda che noi da giovani capitava pure che qualcuna de ‘ste tedesche in villeggiatura la sbudellavamo…”

“Nun te piace ‘l baccalà? Allora nun te piace la fica. La fica sa de baccalà”

“Quella dell’altr’anno su la barca m’ha lasciato ‘no stronzetto, dopo che me la so’ ‘nculata”

“Voi de vent’anni mica scopate: voi ve fate le pippe mal fodero de la fica”

“Da quanno esistono ‘sti bidè, la fica nun sa più de ‘n cazzo”

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Merende traumatiche

Posted by sdrammaturgo su 2 maggio 2008

Sottotitolo: Carlo Lucarelli a Blu Notte la racconterebbe così.

Questa è una storia d’altri tempi. Certe storie siamo abituati a sentirle ambientate lontane nel tempo e nello spazio, in luoghi ed ere remoti. Una storia così incredibile e spaventosa non può accadere da queste parti. Non qui, non da noi. Ed invece questa storia è accaduta davvero e proprio a due passi da noi, nella campagne dell’Alto Lazio, tra le colline che svettano sul Lago di Bolsena, e soltanto tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta.
Se questo fosse un film od un romanzo, la scena si aprirebbe con un bambino un po’ sudato – sta tornando a casa da un pomeriggio di gioco – che sta salendo le scale in pietra di una vecchia casa a ridosso dei castagneti. E’ stanco, forse, ma ha l’aria luminosa e vitale tipica dell’infanzia spensierata. Eppure, guardandolo più attentamente, si nota un velo di dubbio e timore sul suo viso, come se sospettasse – o meglio, sapesse già – quello che lo aspetta dentro quell’abitazione apparentemente tanto accogliente. Ma chi è quel bambino?
Come ogni film o romanzo che si rispetti, è bene presentare prima i personaggi. Quel bambino che sta salendo le scale si chiama Claudio. E’ un ragazzino sognatore che ama lasciar viaggiare la fantasia. Adora le favole e la mitologia, grande appassionato di cartoni animati, è nato e cresciuto nell’epoca della cultura televisiva, di Howard e il destino del mondo, delle pubblicità accattivanti dei giocattoli, ma soprattutto è nato e cresciuto nel pieno del grande boom delle merendine. Merendine. Mettiamole da parte senza dimenticarcele. Un ragazzino come tanti, a cui piace leggere, giocare, guardare la tv.
Ora però sta salendo quelle scale ed in cuor suo sa bene cosa lo attende all’interno. La casa in cui si sta recando è la casa della nonna. A Claudio piace molto stare dai propri nonni, perché, rispetto ai suoi genitori, abitano più vicino ai campi ed egli va pazzo per le arrampicate sugli alberi e le corse nella boscaglia. Eppure in quel momento non è completamente tranquillo e sereno. Perché?
Facciamo un passo indietro. Claudio, com’è solito fare, ha giocato tutto il pomeriggio con il suo amichetto Giorgio. Giorgio appartiene ad una famiglia ricca, diversa dalle altre famiglie di quella frazione rurale; padre avvocato e mamma dottoressa, coccolato e vezzeggiato dalla nonna e dalla zia, il compagno di giochi di Claudio nella sua casa ha praticamente tutto: Tartarughe Ninja, G.I. Joe, Combattini, Masters; ma soprattutto, merendine. Tante merendine. Di ogni genere. Quando Claudio passa davanti alla credenza, vede ogni ben di dio: tegolini, kinder delice, crostatine – e non già quelle con la marmellata, bensì quelle con il cioccolato – e specialmente lui, il sogno proibito, la merendina-chimera: il soldino. No, quelle meraviglie non sono solo in tv: quelle meraviglie esistono davvero e proprio ad un passo da lui.
Ma riprendiamo Claudio dove lo abbiamo lasciato, sulle scale della casa dei nonni. Dicevamo che Claudio sa cosa lo aspetta, perché è successo altre volte, perché succede sempre; ma il suo mondo libresco e catodico non gli ha ancora permesso di rinunciare alle sue speranze. Ed anche quel giorno, l’illusione che le cose possano andar meglio si scontra con la tacita rassegnazione che egli nasconde a se stesso. Claudio sa che lui e Giorgio non saranno mai compagni di merende.
Quando il piccolo Claudio apre la porta ed entra in cucina, lo spettacolo che si para di fronte ai suoi innocenti occhi di fanciullo è sconvolgente, raccapricciante: c’è la nonna, accanto alla stufa costantemente accesa, che lo attende con una mela in mano. Balbettando atterrito, Claudio sussurra scosso, quasi a voler grattare nel fondo della sua fiducia in frantumi: “Ho fame” “C’è la mela” “Ma la mela non mi va” “Allora nun c’hai fame”.
E poi, se possibile, la nonna fa ancora di peggio: estrae da un cassetto una grattugia, gratta la mela in un piattino e la porge al nipote. Sì, la mela grattata. Con ancora negli occhi le merendine affollate negli scaffali del suo amichetto, Claudio è costretto a mangiare la mela grattata.
In fondo quella non è neppure la cosa più terribile a cui è stato costretto ad assistere alla sua tenera età. Non di rado i suoi pomeriggi erano infatti già stati segnati dalla mela cotta.
Quelli sono gli anni del calippo, ma a lui tocca al massimo la banana. Vero è che si era bruciato tempo addietro la sua occasione: nello scolare il succo rimasto nel tubo del Calippo Fizz alla Coca Cola, se lo era rovesciato sulla camicia attirandosi le ire materne.
Mela cotta, mela grattata, banana. Sarebbero già sufficienti per far tremare dalla paura. Ma non è ancora finita.
A segnare i suoi pomeriggi di fanciullo c’è anche il pan bagnato con lo zucchero: una fetta di pane – non quello fresco, ma quello de casa, “perché dura di più ed è più buono”, almeno secondo nonni e genitori. Dunque dopo quattro giorni si può mangiare eccome, a meno che non serva come materiale edile. E poi il pane fresco è per viziati – una fetta di pane, dicevamo, umidificato con dell’acqua del rubinetto ed insaporito con un po’ di zucchero.
Quando Claudio chiede qualcosa di dolce, gli vengono date le fette biscottate accompagnate da del caffè d’orzo, o al massimo da un po’ di thè, rigorosamente non passato, perché “mica farai lo schizzinoso per un po’ di residuo sul fondo?!”. Claudio scola dunque quella tazza di thè con sedimentazioni etrusche che gli permettono di intuire il sapore dell’argilla.
E poi, il culmine della perversione: Claudio vede la nonna affettare il pane tra il gommoso ed il marmoreo e quindi afferrare un pomodoro. Pane e pomodoro: lungi dall’essere il massimo, ma poteva andare peggio, si dice il pargolo. Ingenuo. La nonna taglia a metà il pomodoro, ne prende una parte e la strofina sulla fetta di pane. Già, pomodoro strofinato sul pane. Non spezzettato sopra, non a bruschetta, non financo spremuto, bensì strofinato.
Estenuato da quella interminabile sequenza di orrore, Claudio implora nonni e genitori, i quali, per una volta, mostrano pietà e sembrano fare un passo indietro rispetto alle loro posizioni. Accantonano l’imperativo della merenda naturale e salutare e comprano al piccolo una merendina. Ma è il kinder brioss.
Dopo di quella, arriveranno anche l’uovo sbattuto, la macedonia, il sedano crudo, quando va bene le carote od i finocchi con il pinzimonio, quando va male la camomilla con i biscotti del discount.
Tali mostruosità durano ancora alcuni anni, poi si interrompono bruscamente. Indipendenza adolescenziale, storia finita, caso chiuso.
Ma che ne è stato del pan bagnato con lo zucchero o del pomodoro strofinato sul pane? Esistono ancora quelle merende ispirate alle novelle di Verga?
Misteri. Fitti misteri, che forse non troveranno mai una soluzione, ma che – da quando li abbiamo saputi – non potremo più toglierci dalla mente.
Queste cose accadono, sono accadute, e proprio a due passi da noi. Che accadano di nuovo o no, non possiamo saperlo. Forse sono state inghiottite per sempre dalle nebbie del tempo o forse, certi spettri, sono sempre pronti a riaffiorare, non appena distogliamo lo sguardo e lasciamo calare l’attenzione.
Ad ogni modo, una cosa, al termine di questo viaggio nella ferocia più inaudita ed impensabile, la abbiamo capita: i cavoli a merenda non sono poi così assurdi.

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Oί σαεττόνες

Posted by sdrammaturgo su 11 marzo 2008

(Titolo latinizzato: De saettonibus)

*

Sottotitolo: analisi della geografia politica e degli usi e costumi del mio borgo natio come specchio della Grecia Antica.

Ci sono storie che meritano di essere raccontate. Questa non è una di quelle.
Ho già avuto modo altre volte di perdermi in trasognate narrazioni di vita vissuta mio malgrado nel mio amaro paese d’origine (ad esempio qui, qui e qui). Mi accorgo però che sono sempre state memorie redatte più sul trasporto della commozione che con il piglio lucido dello storico rigoroso. Ho reputato dunque che fosse giunto il momento per una trattazione scientifica che associasse la professionalità all’emozione dei ricordi.
L’idea per il presente saggio mi è venuta in mente mentre rimembravo i gloriosi tempi delle grandi risse tra frazioni ed ho realizzato con stupore quanto simile fosse la situazione della mia terra natale a quella dell’Antica Grecia.
Avete mai provato ad immaginare una Grecia senza Atene? Insomma, un’Ellade senza speculazione filosofica, senza razionalità politica, senza poesia e letteratura, senza scienze avanzate. Togliendo alla Grecia le altezze del pensiero, rimarrebbero le sbornie, le guerre e gli squartamenti di buoi. Ecco, avete ottenuto Montefiascone.
Nell’epoca dell’Europa unita, in cui un finlandese dovrebbe sentirsi a casa sua anche in Portogallo, laddove il Vecchio Continente ed il mondo intero si avviano ad un crescente cosmopolitismo favorito dalle grandi migrazioni, sul colle falisco è ancora possibile sentirsi a disagio con il proprio vicino di orto.
A Montefiascone vige infatti una sorta di federalismo ancestrale ed immanente, un campanilismo atipico ed originale che si espleta non già e non solo in una rivalità astiosa con i paesi limitrofi, ma genera financo un nazionalismo tutto interno tra frazione e frazione e sovente pure tra sottofrazione e sottofrazione, tra via e via, tra strada e strada.
Ah, quante volte ho sentito pronunciare da qualche abitante di Tartarola: “Tsk, che t’aspetti da quello lì? Capirai, quello è del Poggio delle Croci: tutta gentaccia”. Ed il Poggio delle Croci comincia appena superata una curva di Via Tartarola.
Ma procediamo per gradi.
Come la Grecia Antica, dunque, il territorio montefiasconese è suddiviso in regioni ben distinte in cui sono rintracciabili sfumature di tradizioni e caratteristiche sociali leggermente differenti di zona in zona.
Il cittadino falisco è noto nel circondario viterbese come saettone, appellativo che indica la figura distintiva del contadino chiuso e diffidente, dedito esclusivamente ai propri affari e disinteressato agli eventi della comunità, per nulla ospitale, orgoglioso della propria ignoranza e sveltone, ovvero smargiasso, tracotante, ergo facile alla ύβρις, peccato al tempo stesso punito e mal visto eppure peculiare dell’animo del montefiasconese medio. C’è un brevissimo dialogo che riassume al meglio lo spirito ottuso e tronfio del bifolco nostrano: due tra i maggiori saettoni stanno conversando; uno fa all’altro, il buzzurro più mastodontico: “Ambrogi’, hai sentito? Dice che nel 2017 cadrà un meteorite che distruggerà tutto il mondo” “Sa’ che cazzo m’ancula ma mi: io so’ muratore, costruiscio un muro de cimento e me c’ariparo sotto”.
Preoccupato solo del proprio campicello, il saettone vede di cattivo occhio già il dirimpettaio, che percepisce come estraneo ai propri affari, dunque da evitare, temere e combattere.
Ne consegue un’inevitabile frammentazione della comunità.
Tenendo presente la penisola ellenica come termine di paragone, è possibile quindi tracciare un profilo delle varie aree montefiasconesi scorgendovi più di una somiglianza con le diverse regioni greche.

Partendo dall’esterno, ci sono gli Zepponami, suddivisi in agglomerati che portano il nome delle principali famiglie residenti (i Cevoli, gli Stefanoni, etc.). Terra che più di ogni altra ha sempre rivendicato la propria indipendenza dal resto del paese, costituisce un organismo territoriale estraneo e duro, un sistema in sé concluso più di ogni altro all’interno dell’intero comune, abitato da genti selvatiche che si sono costruite una loro urbanità e si sono date leggi ispirate agli antichi ardori guerrieri. Ecco, gli Zepponami sono la Tracia.
Il dotto inquietologo Prof. Fulvio Tricheco rammenta un aneddoto che sintetizza al meglio il carattere del popolo zepponamese. Da piccolo, il Tricheco soleva andare a giocare a casa di Eugenio, figlio del medico della frazione; un simile prodotto della buona borghesia non poteva che essere considerato un elemento alieno in un contesto di brutali agricoltori. Eppure, un giorno, il bimbo Eugenio propose a Fulvio di andare a giocare in parrocchia: “Vieni con me, lì siamo tutti amici!”. Nel momento in cui Eugenio si avvicinò agli altri ragazzini, un grido si levò da uno di loro: “Rega’, c’è ‘l fijo der dottore: pelamo ‘l porco!”.
Difficile è l’integrazione in una stirpe indomita.

Il suddetto Fulvio Tricheco nacque e crebbe invece a Le Coste, terra che può essere accostata alla Tessaglia: rustica e sanguigna, ma tutto sommato pacifica e dotata di una sua creatività.
E’ sempre Fulvio a raccontare come i suoi compagni erano soliti disegnare a scuola trattori a cingoli al posto di astronavi; avevano trattori a pedali invece delle classiche macchinette; sognavano di diventare abili piloti di trattori; ambivano ad andare sul trattore con i propri padri.
Le Coste sono ripartite in ulteriori zone: il Poggio della Frusta, il Salto dell’Asino e per finire il misterioso Cunicchio, che sprofonda verso il lago ed è noto per la presenza di numerose fattucchiere, per udire gli oracoli delle quali arrivano persone da ogni angolo del paese.
Basti un solo famigerato esempio per render chiaro il vasto potere delle streghe costarole. Un giorno una ragazza andò a domandare lumi sul futuro ad una di esse: “Sono in crisi con il mio ragazzo. Secondo lei ci lasceremo?” “Potrebbe essa, ma potrebbe pure nun essa”.

Ai confini estremi di Montefiascone ci sono i Poggeri, delimitati dai Fiordini e dalla Commenda. Sono regioni abitate da genti legate alla campagna, per nulla avvezze alla mondanità paesana. E’ un popolo semplice e laborioso, i cui fanciulli giocano ad arare i campi con la propria bicicletta, simulando l’opera del vomere con veementi sgommate al grido: “Va’ come smorghino!”. Poggeri, Fiordini e Commenda rappresentano l’Epiro.
Anche durante i tipici giochi dei bambini, in cui costoro interpretano personaggi simulando vita di famiglia, l’animo puro e rurale degli individui del luogo emerge costantemente: “Io faccio il padre” “Io faccio la madre” “Io faccio il figlio” “Io faccio il cinghiale”.
E’ interessante vedere come il bestiame venga reputato alla stregua di un elemento del focolare.

Quasi al di fuori del perimetro comunale sono situate Le Guardie, landa pressoché desolata in cui i giovani falisci si recano per mettere alla prova il proprio ardimento schiacciando con la macchina i molti conigli che ivi vivono liberi. L’abbattimento di un buon numero di capi è motivo di vanto allorché ci si reca sull’acropoli – la piazza al centro – a bearsi delle proprie gesta, mentre si gira in tondo con la costosa automobile nuova fiammante a rendere la totalità della cittadinanza edotta sui gusti musicali del guidatore.
Per inciso: una visita alla piazza di Montefiascone è caldamente consigliata ai detrattori delle teorie evoluzionistiche darwiniane. Udendo i grugniti gutturali ed assistendo alle pose scimmiesche dei più rudi tra i saettoni, risulta impossibile infatti dubitare di un passato belluino del genere umano. Le maniere ferine che permangono e ristagnano nei primitivi falisci, i loro tratti somatici disarmonici ed australopitecheggianti, rendono la scena un vero e proprio studio di Cesare Lombroso a cielo aperto.

Passando rapidamente in rassegna le altre frazioni che portano il nome di Cipollone, Madonnella, Le Grazie, Le Cannelle, Capobianco, Le Primie (rispettivamente Macedonia, Etolia, Acaia, Beozia, Calcedonia, Epidauro) visto il loro trascurabile interesse e tralasciando le altre innumerevoli sottozone di cui si compone Montefiascone, posso finalmente arrivare ad illustrare e descrivere la mia frazione di provenienza.
Se Fulvio è nato e cresciuto in Tessaglia, io ho avuto la nobile sorte di nascere e crescere nientepopodimeno che a Sparta.
Sì, Le Mosse stanno a Montefiascone come la Laconia sta alla Grecia.
Senza ombra di dubbio il più inclemente territorio del panorama falisco, Le Mosse hanno da sempre sfornato gli uomini più coriacei, gretti e bellicosi del paese.
Un ecosistema a parte, quello de Le Mosse. E’ compreso tra Tartarola (lembo di confine con il paese, è lì che si trova la mia casa) e la Mentuccia (impervio luogo di pascoli e boschi), si estende fino a Vallalta (pianura di aperta campagna) ed ha il proprio cuore pulsante ne Le Mosse propriamente dette e nel Carpine.
E’ soprattutto dal Carpine che proviene lo zoccolo duro della genia guerriera mossarola.
Sprezzante del destino che aveva voluto darmi una speranza di salvezza facendomi nascere sulla frontiera, fin da piccolo volli lo stesso farmi inghiottire dai furori che sentivo spirare dalle spartane Mosse, senza badare troppo alle sagge parole disincantate di Fritz il benzinaro, vero e proprio Tiresia agreste costantemente assiso a prendere il fresco davanti casa. Ogni volta in cui mi recavo a trovare i miei nonni che abitavano nel bel mezzo de Le Mosse, egli mi diceva: “Che stai a fa’ qua pe’ ‘sti zozze Mosse?”.
Perché a Le Mosse non si va e da Le Mosse non si parte. A Le Mosse si sta, qualora il fato ed il sangue abbiano deciso di porvi i natali.
C’è chi da Le Mosse non è mai uscito in tutta la propria vita: la mattina il lavoro nei campi, dopodiché al bar di Carmelo o di Pila; la spesa si fa da Toto, i capelli si tagliano da Oreste o da Mauro e se ti fai male ci pensa il sor Duilio a metterti a posto le ossa, come si conviene ad un vero uomo, altro che i vezzosi ospedali adatti giusto ai modi effeminati di quelli del centro privi di spina dorsale!
E di certo non ci sono motivi per andare a Le Mosse.
Se i ragazzini de Le Coste disegnavano trattori e quelli dei Poggeri giocavano ad arare i campi, i bambini de Le Mosse non disegnavano e non giocavano per niente. Niente e a niente.
L’αγογή cominciava presto per il piccolo mossarolo. Io ho avuto la fortuna di ricevere il battesimo del fuoco da una generazione di eroi. Quasi tutti loro hanno lasciato una traccia indelebile nella storia della rozzezza falisca.
C’era Michele S., un concentrato di pura cattiveria allo stato brado. Quando, vedendolo passare, le vecchine gli chiedevano bonarie e materne: “Dove va questo bel giovinotto?”, Michele rispondeva prontamente e puntualmente: “A fanculo. Fatte le cazze tue, puttana” (importante nota grammaticale: nel dialetto montefiasconese non esiste il maschile plurale. Tutti i sostantivi maschili, al plurale vengono flessi al femminile. Esempio: il maschio diventa le maschie. Per approfondimenti, cliccare qui). Michele S. era uno specialista della tortura, sia su animali che su esseri umani. La pratica che preferiva era appendere i gatti sui balconi ai fili che si usano per stendere i panni. Era escluso che potesse avere torto: chi è avvezzo ed esperto nella prevaricazione, non può che prevalere in ogni caso ed in ogni dibattimento. Come quella volta in cui stava fumando sul terrazzo di casa sua; la cenere cadde in testa ad un’elegante anziana signora che stava passando lì sotto, la quale alzò lo sguardo e con garbò disse: “Ohibo” “Ma vaffanculo”, fu la pronta reazione.
Daniele R., sempliciotto scampato per miracolo dall’essere scartato sulla rupe Tarpea, subì quotidianamente per un anno intero gli abusi di Michele S.: ogni mattina, alla fermata dello scuolabus, appena Daniele sopraggiungeva, Michele esclamava: “Qua, mo’ mettemo le marce” e successivamente lo afferrava per i capelli muovendo la sua testa come se avesse tra le mani la manopola del cambio di un’autovettura. L’operazione durava dai dieci ai quindici minuti filati, fino a che il pulmino non compariva salvifico a dar respiro al malcapitato.

Inoltre a Michele S. si deve l’invenzione della risposta definitiva, quella che mette a tacere qualsiasi critica: a chiunque osasse rilevare qualcosa di ridicolo o sbagliato nella sua persona, egli ribatteva: “Io me lo posso permettere”. “Ma che pantaloni brutti che hai!” “Io me lo posso permettere”. “Perché ti sei pettinato in modo così insulso?” “Io me lo posso permettere”. “Haha, t’hanno bocciato!” “Io me lo posso permettere”. Io me lo posso permettere: disarmante, non lascia scampo a repliche e contrattacchi.

Inseparabile spalla di Michele S. era Federico D., un baro nato. Briscola, Monopoli, Hero Quest, Hotel: qualunque fosse il gioco, lui rubava ed ingannava con una maestria inimitabile. Un truffatore così talentuoso che, pur essendo semi analfabeta, quando si doveva imbrogliare mostrava un eloquio ammaliatore ed impeccabile.
Loro pari nelle gerarchie militari erano Federico B. e Michele C. Il secondo aveva fama di imbattibile picchiatore. Solo Marco S. gli era pari nell’arte dello sganassone. Temuto e rispettato, il suo era uno spirito impavido e spavaldo. Giocando una volta a calcio contro una squadra di Viterbo (peggio che forestieri!), ebbe uno screzio con un avversario. Uno dei compagni lo mise in guardia: “Attento, Miche’, questo lo conosco ed è cintura nera di karate!” “Embè?” rispose imperturbabile il prode Stelio delle vigne “Io c’ho ‘n pezzolo mal motorino”.
Altra coppia di inseparabili erano Daniele B. e Stefano. Il secondo in particolare era un perculatore di insolito ingegno. A lui si devono molti dei soprannomi affibbiati ai ragazzi de Le Mosse e mai più dimenticati. Uno su tutti, il Pollo, altresì Luca, che dal volo dalla rupe Tarpea non si riprese mai più. Non ho mai visto in tutta la mia vita subire tanti atti di bullismo campagnolo da una persona sola. Uno su tutti, il più frequente, la stira: non faceva in tempo a comparire in pubblico che veniva subito aggredito in gruppo e spogliato completamente. Dimostrò comunque un’ostinazione ammirevole nel non recludersi in casa e partecipare anzi assiduamente ai giochi collettivi. Di questo le alte sfere gli resero merito ed infatti dopo una dozzina d’anni smisero di angustiarlo.
Eredi dello schernitore provetto furono Pierluigi e Gabriele, che furono gli elementi a me più vicini, insieme a Fiore, colosso forzuto la cui nota distintiva era quella di imitare il rumore delle sgassate quando correva giocando a pallone. Piegava la testa da un lato e strillava: “Viiim viiiiiiiim!”, facendosi forza nel segno della Tipo sbassata del fratello. Ciò che gli dei avevano dato alle sue braccia, avevano tolto all’estro. Una volta in cui mi trovavo con lui e Giorgio (figlio dell’avvocato, ergo rampollo della nobiltà mossarola, invisa alla classe dei soldati), proposi di giocare ai poliziotti. Tutto entusiasta, Giorgio intervenne: “Ok, io mi chiamerò Frank Johnson!”, io incalzai: “Ed io mi chiamerò Alex Parker!” e Fiore: “Io mi chiamo Peppe”. Ci passò la voglia.
Retrovie di fanteria erano Salvatore e Marco detto il Cignale. Salvatore veniva sovente messo in castigo, specie quando non finiva il numero di cannelloni che la madre aveva stabilito dovesse ingurgitare. Un vero genitore mossarolo è sempre assente dalla vita del proprio figlio, tranne quando si tratta di insegnargli con severità che un vero spartano non deve tirarsi mai indietro di fronte alle abbuffate, giacché il cibo in quantità è la fonte di energia del guerriero audace nonché prova di virilità da cui non ci si può esimere.
Il Cignale è invece l’emblema del cattivo rapporto del falisco con il progresso: quando il padre comprò un frullatore, l’unica cosa che Marco considerò utile ed opportuno fare con quella diavoleria tecnologica fu infilarci il braccio. Dovettero mettergli decine se non centinaia di punti di sutura. Diede però prova di massimo coraggio. Puah, inutile aggeggio della frivola modernità, lezioso orpello da borghesuccio! Un mossarolo degno di codesto nome si rifiuta di spremerci dentro frutta come farebbe una donnicciola! Ci sono le nude mani per quello! Molto meglio misurarci il vigore delle proprie membra, sicuramente atto meritevole di stima.
Tra le massime autorità c’era Riccardo detto Vitino, in quanto figlio dell’elettricista chiamato Cacciavite. Fu uno dei miei principali mentori e correttori. Un giorno, siccome lui si stava vantando di aver pomiciato con vieppiù cessi da fare spavento e tessendo l’apologia delle donne brutte, io ebbi l’ardire di professarmi discorde e mostrare un’imperdonabile mollezza di gusti estetici: “A me però piacciono solo le ragazze belle. Non so, con una brutta non ci andrei”. Giustamente, venni subito esposto al pubblico ludibrio: “Stuuupido! Sentitelo tutti! Ha detto che le brutte non gli piacciono!” “Hahahahahahaha”, ci fu uno scroscio di risa da parte di tutti gli astanti. “Hahaha, gli piacciono solo le belle al signorino, hahahahaha” “Le brutte te le devi scopa’ tutte, hai capito? Stuuupido!” “Buffone, dio porchise, buffone!” (a Montefiascone neppure le bestemmie – usate come intercalari – vengono pronunciate correttamente: dio porco diventa dio porchise, dio maiale dio maleale, dio impestato dio ‘mpeshtato, e via storpiando).
Non fu l’unica volta in cui venni redarguito. Accadde anche sullo scuolabus, nel periodo della terza media. “L’anno prossimo che scuola prendi?”, mi chiese Francesco T. il Bello, ammirato per la propria bravura a calcio, per la potenza di tiro, per il rutto spaccafinestre e così appellato per distinguerlo dal coetaneo Francesco T. il Brutto. “Il liceo classico”, risposi. Subito fu un coro di ingiurie: “Cojone! Stupido! Il classico, pija ‘sto salame! Chissà che cazzo ce fai. Ragioneria hai da pija’, così poi c’hai ‘n pezzo de carta su le mano! Scialacotto!” (appunto lessicale: scialacotto è il tipico insulto montefiasconese. Significa “uccello lesso e senza ali”).
Salendo nelle alte cariche, si faceva la conoscenza di Renzo de le Pince, ergo Pincetto, detto anche Schillaci. Era il più grande di noi, ma anche oggi che avrà trent’anni suonati ne dimostra a malapena quindici ed intellettualmente sette. Magrissimo, povero, vittima di un padre padrone, era al limite del ritardo mentale. Ma gli volevo bene, era un animo docile, simpatico ed ero nelle sue grazie (sarà perché era più balbuziente di me). A lui devo il soprannome di Fontolan, come il calciatore dell’Inter, che mi accompagnò fino alla fine dell’adolescenza.
Suoi sodali erano Memo e Simone detto la Sorca. Proprio Memo aveva conferito tale nomignolo all’amico: un giorno, al baretto, voltandosi verso il compagno, lo apostrofò: “Ammazza quanto sei brutto. Fai schifo. Me pari ‘n sorce. Anzi, ‘na sorca”. Oh, Memo ed il suo perenne caschetto con la riga in mezzo…Spaccone congenito, si ricorda un suo memorabile ingresso in sala giochi con indosso solo una camicia a maniche corte completamente sbottonata sul petto nudo mentre fuori c’era la neve proferendo gagliardo: “Dio sbudellato, che cazzo de callo che fa di fora”.
Vero guru era Luca detto il Tubbista. La sua parola era legge. Se al flipper lui diceva fuelle invece di fuel, qualora tu osavi pronunciare la corretta dizione inglese, eri tu l’ignorante senza appello, perché “le saprà di più ‘l Tubbista?”. Se Fiore sosteneva che tra due uomini che fanno sesso “solo chi pija è frocio: quell’antro è normale” e tu gli facevi notare la falsità della sua osservazione portando come argomentazione il parere dei maggiori sessuologi, venivi sbugiardato ed umiliato, perché glielo aveva detto il Tubbista e “le saprà di più ‘l Tubbista?”. Il Tubbista era il sapere incarnato.
Ma il Mito, il Sommo, l’Assoluto, il Meraviglioso era lui: Emiliano detto Egans. Non aveva preso neppure la terza media per fare il manovale, aveva il Fifty modificato che andava più forte di tutti ed aveva il cazzo di venticinque centimetri: mi pare sufficiente per essere ritenuto l’Inarrivabile. Sì, Egans era Leonida. Compariva raramente, come si conviene ad una leggenda. Da vero duro qual era, sul motorino dava gas tirando direttamente la corda dell’acceleratore che aveva staccato dalla manopola del manubrio. Sul suo prodigioso cazzo si narravano storie su storie, tra cui spiccava il celeberrimo faccia a faccia con una prostituta, la quale, nel vedere il suo mostruoso arnese, avrebbe affermato: “Que’ lo vai a mette nel culo a la tu’ mamma”. Esisteva tutto un filone di epica sottofrazionale su Egans, tanto da poterci redigere un’Egansiade. Egli era il re.
Luogo eletto dell’addestramento era il campetto. Ci sono tanti campetti a Montefiascone, ma quello de Le Mosse è IL Campetto. Il prete dell’oratorio, in preda alla disperazione, ci aveva affisso il cartello “vietato bestemmiare”. Su quel cartello non è mai mancata della saliva colante.
Era da lì che partivano le mode linguistiche per insulti ed offese pirotecniche di vario genere che contagiavano poi l’intero paese ed era lì che venivano inventate le più innovative e letali tecniche di lotta, sopruso ed angheria.
Resta negli annali ad esempio la crocifissione di un ragazzo colpevole di essere figlio di un professore: venne legato alla croce del tetto della chiesa ed esposto alle intemperie per diverse ore.
Furono poi brevettate molteplici metodologie di attacco: il frontino di potenza, il cotozzo a mano piena (quando ci si tagliava i capelli, si aveva paura di farsi vedere in giro, tanto era temuta l’inesorabile tradizione dello schiaffo del capello), la boccata sciacquadenti, il battesimo delle scarpe (se ti presentavi con un nuovo paio di scarpe, ti venivano pestati i piedi da tutti gli altri), il disonore (gesto puramente simbolico: se te ne stavi seduto assorto e distratto, qualcuno poteva balzarti addosso strofinandoti la nuca con il culo ed in quel momento eri disonorato), fino al terrificante ghetto, che consisteva nello sputarsi sull’indice ed il medio uniti per poi lanciare lo scatarro con le mani addosso al proprio bersaglio. Essendo stato sempre parossisticamente schifiltoso, quando fu in voga il ghetto non uscii per mesi.
Non ti potevi permettere un solo momento di disattenzione: una boccata sciacquadenti od un sputacchio erano sempre in agguato per ricordarti che la vita è una sequela di dolori a cui un vero guerriero, un vero spartano, deve saper sempre far fronte con caparbietà ed avvedutezza.
Tutta la gioventù montefiasconese prendeva spunto dalle pratiche vessatorie nate al campetto e le riproduceva tentando di eguagliare i colossi della prepotenza.
Da Le Mosse si dettava anche il trend per gli insulti. Un esempio su tutti: cominciò ad avvicinarsi al cruento mondo del campetto il piccolo Mirko detto Bacarozzo; Mirko era un ragazzino estremamente cicciotto e chiacchierone; un giorno, durante una partitella, non la smetteva più di gridare: “Passatemi la palla! Dai! Passatela anche a me! Dai dai! Passa! Passatemela!”; al che, l’olimpico Tubbista, estenuato dalla loquacità del pargolo, lo mise a tacere da par suo: “Zitto, grasso”. Ebbene, da quella volta grasso divenne un insulto tout court in tutto il paese, utilizzato come sinonimo di stupido, idiota, deficiente fastidioso. Non era inconsueto sentire dire da qualcuno: “Sei proprio grasso” ad uno smilzo.
Le regole erano ferree e stabilite una volta per tutte dal consiglio degli anziani. Guai a mostrare qualcosa di nuovo che non avesse ricevuto l’approvazione del senato o che non fosse stato richiesto. La libera iniziativa era severamente punita. Se ti presentavi, che so, con un adesivo sulla tua bicicletta, immediatamente i saettoni capi mossaroli cominciavano ad esaminarlo e squadrarti: “E questo dove l’hai preso? Perché lo hai messo? Chi te l’ha dato il permesso?”. Sicché, la bici veniva inevitabilmente smontata pezzo per pezzo e nella peggiore delle ipotesi scagliata nel dirupo dei castagneti.
Le punizioni le potevano battere solo i più grandi e nella fattispecie Francesco T. o Vitino. Guai ad avanzare assurde pretese di protagonismo. Mirko il Bacarozzo ebbe modo di scoprire ben presto cosa comportava la superbia. Nel corso di una partita, venne commesso un fallo e fu concessa la punizione (arbitri erano gli stessi giocatori più grandi. La sanzione delle scorrettezze era affidata alla loro magnanimità. Potendo dunque rifiutarsi di permettere il calcio piazzato, ogni loro decisione contraria era da intendersi come un gesto di misericordia imperiale da accogliere con la migliore reverenza. Al contrario, se tu non li sfioravi ma loro decidevano che era rigore, rigore doveva essere). “Batto io!” urlò il solito garrulo Mirko. “No, batte Vitino e basta”, sentenziò il Tubbista. “Dai, voglio battere io!” “Nun roppe le cojone, le punizioni le batto io”, aggiunse Riccardo. “Ma io voglio battere!”. Ingenuo. Aveva insistito troppo, rivelando un’inaudita mancanza di rispetto per la rara pazienza dei superiori. “Va bene” disse quindi con calma gelida Vitino “Adesso batti tu, ma si nun segni te corcamo” “Uh, allora non batto più” “No, adesso batti e si nun segni te corcamo”. Mai potrò dimenticare il sudore freddo, l’ansia spasmodica impressa sul volto di Mirko mentre prendeva la rincorsa e l’espressione di terrore che gli contrasse il viso allorché vide il pallone infrangersi impietosamente sulla barriera. Venne fatto sistemare in un angolo del campo, addossato al muro come un condannato di fronte al plotone d’esecuzione, e bombardato di pallonate.
La pallonata era lo strumento di assalto più utilizzato, a dimostrazione di come tutto nelle mani del soldato montefiasconese possa diventare un’arma.
Venne usata diverse volte per difendere il territorio e scacciare gli invasori. C’era un bambino, Riccardo, che da Roma ogni estate veniva a passare le vacanze a Montefiascone ed aveva la casa proprio a ridosso del campetto de Le Mosse. Se Viterbo era la Colchide, per noi Roma era Troia. Evidentemente si era reso conto assai presto, osservandoci ben protetto da dietro la recinzione, che quello non doveva essere un ambiente granché cordiale nei confronti degli sconosciuti. Così se ne teneva alla larga. Il padre però insisteva continuamente: “Dai, su, va’ a giocare con i bambini!”. Riccardo il romano naturalmente esitava ed evitava volentieri, finché un pomeriggio, incalzato dal genitore, ruppe gli indugi e varcò con aria guardinga e sommessa il cancello del campetto. Stavamo disputando una partita tutti vocianti, ma improvvisamente piombò un silenzio funereo. Tutti si voltarono a guardare lo straniero, finché un urlo squarciò il mutismo: “Qua, adesso tiramo le pallonate addosso a lui!”. Veloce fu la fuga del poveretto. Non tornò mai più.

Ebbene, questa è stata la mia infanzia, questa la mia adolescenza. Tra quei barbari prossimi miei, io così diverso, mi sentii accolto e tollerato, ma giammai davvero accettato. Ero una presenza tacita e superflua, però sopportata, percepito come altro rispetto a loro, incomprensibile, figlio di un’altra lingua e frutto di un altro pianeta, con le mie letture, i miei successi scolastici, le mie passioni per mitologia e cartoni animati, la mia scarsa propensione alle botte, nonostante fossi fiorito accanto a loro. Apprezzarono la mia umiltà e la mia volontà di imparare le asperrime norme della campagna e mi dimenticarono in fretta quando mi allontanai.

Mi ero ripromesso di essere il più scientifico possibile, ma non ce l’ho fatta: anche stavolta il cuore ha preso il sopravvento sulla fredda ragione. Perché in fondo di quei rustici villici maneschi sono debitore: è anche grazie a loro se rinunciai ai miei propositi di farmi prete e la smisi di andarmene in giro con il libretto intitolato Signore, insegnaci a pregare. Molti di loro furono chierichetti insieme a me, ma esempi come quello di Michele S. che da dietro l’altare si impugnava le palle e le scuoteva con fare provocatorio nei confronti dei fedeli mi furono di grande aiuto con il senno di poi.

Questo è ciò che è stato, questo è ciò che è: immune alla corsa dello sviluppo, la collina immagine dell’Ellade svetta ancora imperiosa sulle valli verdi circostanti e, porgendo l’orecchio nelle sere placide al calar del sole, è ancora possibile udire il cieco cantore Dandolino, novello Omero, che levando gli occhi al cielo e battendo il fiero pugno sul portone della fraschetta impreca virilmente contro il santissimo sacramento.

*

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Antologia del Fosso Sponnini

Posted by sdrammaturgo su 2 marzo 2008

Il montarozzo

Dove sono Mario de le Filippelle
che chiama la dolce consorte
con ringhio gutturale: “Anna, dio cane!”
ed ella risponde amorevole: “Che cazzo voj?!”.
Tutti, tutti cotozzano sul montarozzo.

Dove sono l’Assuntina de Cotemme
che intasa la fila dal fornaro alle 8 di mattina,
la Santina che cuoce ventiquattro fettine panate
per i cinque pingui nipoti
e la Natalina che piscia da dritta nella catasta delle legna?
Tutte, tutte cotozzano sul montarozzo.

Dove sono Saponetta che tanti innocenti percosse,
l’Armida che puzza di vacca,
il vecchio Dano calzolaio che scacciò festanti fanciulli chiassosi
con doppietta ed acqua bollente?
Tutti, tutti cotozzano sul montarozzo.

 

*

Ciccio Turneri

Mentre la baciavo con l’anima sulle labbra,
l’erezione d’improvviso mi fuggì.

 

*

Giancarlo il Truffatore

Solevo frodare
energumeni iracondi.
Il mio epitaffio
fu il primo a venire redatto.

 

*

Uccio de la pora Rita

Vessai i conigli,
battei le pecore,
umiliai i maiali.
Un giorno mi puntò il somaro.
La mia tracotanza
defluì per lo sfintere.

 

*

Peppe il Passionale

Inseguii l’amore
per mari e per monti
fino a quando si stancò
e potei sodomizzarla.

 

*

Il suonatore Gianni

Accesi la motozappa
e inventai l’heavy metal.

 

*

Percy Bysshe Shelley

Mio padre, uomo di lettere,
volle nobilitare la mia memoria
imponendomi il nome
di un grande poeta.
Ma abitavo a Sacrofano.
Fui perculato a morte.

 

*

Fiore il Blasfemo

La mia era una vita senza grazia e senza fede.
Bestemmiavo dalla mattina alla sera,
maledicevo gli dei,
profanavo gli altari
lanciandoci capocce di porchetta.
Il mio spirito era arido,
tutto dedito alla materia ed alla brutalità,
attento solo ai bisogni del corpo
e distante dai sussulti del cuore.
Ma un giorno mi apparve la Madonna.
E me la feci.

 

*

Batore

Mi appassionai ai documentari sugli animali
mentre poltrivo in prigione.
Come c’ero finito?
Stanco della miseria e della fatica,
una notte mi intrufolai in una ricca fattoria
ed ivi sottrassi un trattore.
La fuga durante l’inseguimento
mi risultò poco agevole.

 

*

Settimio detto Fritz

C’è un prato al di là della piega del colle,
ove al lauro si intrecciano i platani.
Varcando il sentiero di terra
dolcemente cinto di arbusti,
lì, al limitare del verde prato fiorito,
c’è Meco che caca sotto al ceraso.
Sudavo alla vigna, governavo le galline,
spaccavo la legna, mungevo le capre.
E intanto Meco cacava sotto al ceraso.
Mentre la mia anima in pena
cerca un rifugio nell’Ade,
se tu, viandante, ti rechi
laggiù tra gli alberi e l’erba,
c’è ancora Meco che caca sotto al ceraso.

 

*

Meco

Tanto si favellò della mia accidia
coltivata dal furor dei miei intestini,
ma pochi – anzi, nessuno! – conosce quel ch’ebbi a patire:
sotto al ceraso c’era l’ortica.

 

*

Walterino il fungarolo

Inoltrandomi tra boschi impervi ed oscuri,
un dì alla macchia del Lamone
rinvenni un chilo e mezzo di cappellacci.
Quand’ebbi a raccontar la mia fortuna
alla bottega del buon barbiere Oreste
fui schernito da tutti gli avventori
perché dicevano che al Lamone
crescono solo prataioli e famigliola,
o al massimo – ad allargarsi – qualche porcino.
Così presi nomea di gran bugiardo,
di chi millanta imprese mai condotte.
Eppure in cuor mio io so
– quando si dilegua il giorno
ed il crepuscolo sopraggiunge con il suo silenzio –
io so – sarà stato per il dispiacere
o per il sughetto della sora Adele
che mette lo strutto pure sulle carote –
io so che i cappellacci della macchia dell’Amone
mi rimasero sullo stomaco sei giorni.

 

*

Neno Panza

Davanti alla bottega
del buon barbiere Oreste
trascorsi la mia vita
anche domenica e lunedì.
Quando un ragazzo ingenuo
ad Oreste domandò: “Ma Neno non è sposato?”,
il buon barbiere Oreste
rispose: “E chi lo pija?”.
Davanti alla bottega
del buon barbiere Oreste
la mia vita si esaurì
che era domenica o lunedì.
E comunque i capelli li andavo a tagliare da Mauro.

 

*

Don Agostino

Felice fu la mia la vita in parrocchia.
Durante le ore di catechismo
oppure nei giochi dell’oratorio
tra i cento chierichetti del seminario
e tanti e tanti pargoli
compresi cosa fosse una gang bang.

 

*

Filomena Dantini

Oh, quanto adorai il cinema!
In gioventù vidi centinaia di film
in compagnia del mio fidanzato Lole
perché solo nel buio della sala
potevo non vedere quant’era brutto.
Assistevo a cinque spettacoli di fila
perché mi vergognavo di farmici vedere in giro.
Ma l’amore vince su tutto
ed alla fine ci sposammo.
In vecchiaia divenne pure ubriacone.

 

*

Lole

Nel pieno della vendemmia
mi morì la mula.
Ma nun me poteva mori’ la moje?

 

*

Il giudice del paese

Ero alto un metro e mezzo
e c’avevo pure il cazzo piccolo.
Ma vaffanculo.

 

*

Nonno Cencino

Divenni anziano in un mondo di facili mode,
dove l’essere contava meno dell’apparenza
e l’aura vacua ancor più della superficie.
Eppure perché quando mi gettai nel fosso col Califfone
non venni considerato un figo maledetto con pulsioni autodistruttive?

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Bifolchi ad Alta Velocità

Posted by sdrammaturgo su 5 ottobre 2007

Tempo fa pubblicai questo scritto. Molti rimasero sbigottiti, molti altri increduli di fronte allo struggente amarcord della mia prima giovinezza trascorsa nella provincia rurale della Tuscia.
Lo so, sono ben cosciente del fatto che per chi sia cresciuto negli agi della città risulti difficile comprendere certe dinamiche socio-esistenziali caratteristiche dei territori ai margini della civiltà.
Nelle selvagge lande dell’Alto Lazio, la vita è una sfida continua alla capacità di sopravvivenza dell’uomo. Si vive all’estremo, tutto viene spinto al massimo; si sta sempre sul crinale dell’abisso, sul filo dello sganassone.

Ricordo bene la mia infanzia e la mia adolescenza: misere creature eravamo noialtri che ci ritraevamo vigliaccamente dalla quotidiana battaglia per la supremazia nella mandria di ominidi ruspanti preferendo la squallida comodità dei libri e del rock al perfezionamento della forza bruta e dell’abilità motociclistica.
Già, la rispettabilità andava guadagnata sul campo, e per campo intendo risse e motorini.
I veri eroi erano coloro i quali potevano vantare un vasto curriculum di pestaggi con esito trionfale ed ineguagliabili conoscenze, competenze e capacità in ambito motoristico.
A loro spettava il ruolo di Guardiani del Senso Comune, per conservare il quale punivano severamente il peccato di ubris: fare lo sveltone costava caro, molto caro. Bastava un adesivo troppo sgargiante sulla bicicletta che non incontrasse il favore della Commissione dei Bulli per poter dire addio al proprio tanto amato mezzo di trasporto.
C’erano ferree regole non scritte e per qualsiasi cosa serviva il tacito consenso dall’alto.
E chi eri tu, con quel misero motorino dalle prestazioni scadenti, con quei modi da signorino, con quel fisico gracile, per opporti ai giganti delle due ruote, ai re del destro in bocca, agli dei del carburatore e della capocciata?!

Sì, bisogna essere adatti alle condizioni di vita estrema del paese.
Tutto avviene in un lampo e per cavalcare un fulmine bisogna essere svelti come una saetta: bisogna essere un Saettone.
E’ quando Dylan McKay ed Albano Carrisi entrano nell’Homo di Neanderthal e tutti e tre vanno alla Sagra della Ventresca che nasce il Saettone.
Per lui la boccata sciacquadenti è un credo, la modifica al motorino uno stile di vita, la piega in curva una metafora del proprio essere, Malossi e Polini i veri marchi del Potere.
Se la vita è un brivido che vola ed è tutto un equilibrio sopra la follia, se I’m blue da ba dee da ba die, se la fica è fica e non è ortica, il Saettone salta in sella al suo Booster con marmitta rigorosamente a corto e via, sfreccia verso orizzonti di gloria, verso autostrade per l’inferno, verso nuovi campi da zappare, nuovi fagioli con spuntature del maiale da divorare.
Egli si nutre di rapidità così come si ciba di porchetta; egli non teme rivali, giacché non conosce il significato della parola rivale; se egli sente parlare di rivalità, pesta chi ha proferito quel termine, perché potrebbe essere un lemma offensivo e non si sa mai.
Il vento è suo fratello, la strada sua sorella, Gigi il Carrozziere suo zio.
Ogni sua impennata è una tempesta che malmena i secoli e le ere; ogni cuo ceffone è appunto un ceffone che gonfia di legnate uno sventurato che ha osato guardare male.

Ed io, come potevo competere io con questa forza della natura, con questo corsaro dei tornanti, con questo terrorista della grammatica?!
Se non ci fossimo incontrati io e lui in quella Guantamano campagnola chiamata Liceo Classico “Leonardo da Vinci” di Montefiascone, saremmo stati entrambi due ragazzi molto soli, poiché mentre noi, poveri, vili, miserabili inetti, sognavamo Che Guevara e Kurt Cobain, il Saettone si abbatteva come un uragano sul Tempo e sullo Spazio, li dominava a suon di sgassate e sganassoni, imponeva il proprio possente Io sulla Storia e sulla Natura.

Ma le parole non bastano a rendere l’idea del titanico splendore del Saettone: servono le immagini.
Ecco, mentre io e lui strimpellavamo “Polly” su una chitarra scordata, il Saettone faceva questo

 

A te appartiene l’eternità, o Bifolco ad Alta Velocità!

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Dal Barbiere

Posted by sdrammaturgo su 29 gennaio 2007

Purtroppo una donna non potrà mai godere di quel tragicomico mondo romanzesco e cinematografico qual è la bottega del barbiere. Ed è un vero peccato, giacché poche cose riescono ad essere così divertenti e dotate di una sorta di popolaresca artisticità non ortodossa.
Il parrucchiere per signora è tutta un’altra cosa. Si spettegola sì, ma manca quel velo di rudezza e malinconia che rende quasi magico il basso universo dei barbieri. Per non parlare poi dei negozi di “acconciatori”, ovvero quei parrucchieri per uomo in cui si recano giovani alla moda per avere il taglio all’ultimo grido. Lì non c’è più nemmeno l’ombra di quella che è l’essenza vera della bottega del barbiere di una volta, quella vecchio stile che resiste ai tempi.
Il barbiere storico fa solo quei quattro o cinque tipi di taglio, anche se magari saprebbe farne altri di vario genere. Il fatto è che non gli interessa. Frequenta corsi di aggiornamento, ma poi ignora tutto. Non vi bada. Egli sa bene che non si va dal barbiere per un’acconciatura particolare. Quelle sono cose da donnetta o da “fregnone”, mentre il barbiere è una roba da uomini. Vai da lui al fine di farti tagliare i capelli per comodità e per un minimo di cura, dimostrando in tal modo la tua appartenenza ad una classe di individui che conoscono la vita e la affrontano accettando il destino con virilità, senza inutili superficiali vezzosità.
Varcando la porta del barbiere fai il tuo ingresso in uno spazio altro, in un’altra dimensione, sospesa nel tempo: entri in una specie di congregazione millenaria mascolina.
Lì non ci è arrivato il femminismo, non ci sono arrivate le rivoluzioni, il ’68, il ’77. Il progresso è una chimera, così come la tradizione ed il tradizionalismo. Lì nulla si muove e tutto sta. Il mondo è di fuori. Vi si guarda da qualche finestra – il quotidiano provinciale, il Corriere dello Sport, le becere riviste maschili – e vi si fa volentieri a meno. Poco importa quel che accade. La politica, lo sport, l’attualità, sono solo il pretesto per conversazioni senza pretese. Quello che conta davvero è l’aria di rassegnazione un po’ superba, un poco umile, dipinta sui volti e risonante nelle voci degli avventori.
C’è molto più del mero qualunquismo: è il disincanto che porta a parlare con sufficienza, talvolta ai limiti della stucchevolezza. La semplicità spesso rasenta il semplicistico, è vero, ma fa tutto parte della costruzione affascinante di quel palcoscenico volgare.

Dal barbiere ci si spoglia di ogni convenzione di buona creanza. Ci si attiene solo ad un codice arcaico che si adatta alle generazioni. Guai ad esempio a mostrarsi inesperti o disinteressati ai motori: si viene subito guardati come alieni e si acquista fama di tipi strani, stravaganti, incomprensibili. “Hai visto che bella la nuova Opel Astra?” “Uh, no, non ci capisco granché di questa cose” “Ma-ma-ma…o_O…Come?! La nuova Astra! Quella uscita da poco, duemila di cilindrata. Mah…”. Neanche si viene tacciati di omosessualità (colpa in fondo nemmeno troppo grave: al massimo ci si becca due battutine, cattive, certo, ma discriminazione vera e propria si fa altrove, a ben più alti livelli), bensì bollati come individui totalmente diversi, anormali, avvolti da un insondabile mistero. Mentre dal barbiere tutto è trasparente. Solo i termini “ragazza” e “donna” non vengono mai pronunciati. Quelli non posso venir nominati, come il nome di Jahvè per la religione ebraica. Sarebbe come un’ardita esposizione della propria sensibilità, cosa che va bene per il cinema, ma lì bisogna essere duri e smaliziati. Un pizzico di poesia significherebbe la rottura dell’atmosfera prosaica. Ecco che allora si utilizzano sinonimi come il vago “una” (“Trombavo con una”), il sempreverde “fica”, fino al pirotecnico “maschiotta”.
Il puttaniere dal barbiere è persona assai stimata e dunque non ci sono remore a fare sfoggio di conquiste a pagamento. Ricordo una volta un volto noto che arrivò, si arrestò sull’entrata e salutò gli astanti con un immediato: “Viterbo, pornostar, cinquecento euro: ha’ da senti’ come spigneva nel culo. Ciao a tutti”. Ed è solo uno della fucina di aneddoti costituita dal negozio del mio barbiere di fiducia, Stefano detto il Tonno, così soprannominato perché da piccolo era grassottello, quindi rotondo, tondo, ergo in dialetto “tonno”.
Il Tonno è una sorpresa continua: un misto di rozzezza ed intelligenza popolana che rivela spesso un insospettabile cuore d’oro. Sempre viva in me resterà l’emozionante memoria di quando, del tutto inconsapevolmente, ricostruì in maniera assolutamente autonoma e personale la nascita della proprietà privata secondo quella che era anche la teoria di Jean-Jacques Rousseau, della quale ovviamente era all’oscuro (credo che non abbia mai sentito parlare di Rousseau neppure per sbaglio). Lo fece a modo suo, naturalmente: “Er nonno der nonno der nonno der nonno de uno ricco ‘n giorno è annato da uno che stava su ‘n campo, j’ha menato e ha detto ‘Mo que’ è tutto mio’”. Stupefacente. Oppure quando contro l’imperante xenofobia giustificò le migrazioni dei popoli sentenziando: “Ahò, er monno è de tutti”.

Eh, tante cose si imparano dal barbiere sulla commedia della fauna umana. Si incontrano esemplari che mai più capiterà di incrociare, giacché solo dal barbiere escono allo scoperto, o al massimo al bar della frazione del paese. La loro vita è fatta di lavoro, briscola e tresette.
Da piccolo andavo da Oreste, insigne rappresentante del barbiere all’antica. La sua bottega era un vero luogo di ritrovo, come si usava in passato. Lì non si parlava di donne, non si parlava di motori, non si parlava di calcio: lì si parlava solo di funghi. Già: tutti lì erano appassionati “fungaroli” e si misuravano e confrontavano quotidianamente sulle loro conoscenze, millantando racconti di raccolti gargantueschi e pantagruelici (“Mi ci volle il camion per portarli a casa tutti!”) o di imprese epiche per le macchie e le boscaglie del circondario. Ma guai a dare notizie palesemente improbabili: uno che affermò di aver trovato una specie di funghi dove era impossibile che crescessero acquistò l’imperitura trista fama di cretino.
C’era Neno Panza, rubicondo baffuto perdigiorno del quale non udii mai la voce. Trascorreva tutte la giornate, da mane a sera, da Oreste, con quell’espressione corrucciata ed apatica, sempre in silenzio, ora seduto, ora fermo sull’uscio a guardare le macchine passare con un orecchio alle disquisizioni su porcini e prataioli, in fondo disinteressato sia alle une che alle altre. Un giorno chiesi al barbiere Oreste, con quella curiosità innocente ed ingenua dei bambini: “Ma Neno è sposato?” “E chi lo pija?” fu la solenne, saggia e tagliente risposta che ottenni. Poiché dal barbiere il dono della sintesi è quantomai apprezzato. Il sapiente si riconosce dalla brevità, pregnanza ed immediatezza della sua battuta. Tempo fa sono passato dopo anni davanti alla bottega di Oreste: Neno Panza era ancora lì.
Oppure c’era Walter che si portava sempre Raul (si, lo aveva chiamato proprio così), il figlio minore (quindi non il cane), più piccolo di me, convinto che quello fosse un luogo educativo per un ragazzino (ed invero, a suo modo, lo era). Padre poco accorto, Walter. “Walter, che classe fa la tu’ fija?” gli domandarono una volta. “Boh, mica lo so”. Erano sicuramente atipici gli insegnamenti che Walter dava al figlio. “Guarda chi c’è! Peppe! Raul, c’è Peppe, senti che ti faccio sentire, eh. Peppe, fa’ ‘n po’ senti’ al mi’ fijo ‘r verso de la somara che gode” “Ma certo: iiih aaah iiih aaah”. E giù grasse risate. “Hahaha, Raul, hai sentito che bello?”. O anche, sfogliando uno dei giornaletti porno di serie B tipici dei barbieri: “Raul, l’hai mai vista ‘na donna co’ l’uccello? Toh, guarda. Ha’ visto che pisello? Hahahah” E via a mostrare foto di avvenenti transessuali.

Sfido io a trovare nella frettolosa post-modernità un angolo di teatro del vivere così perfettamente conservato come la bottega del barbiere, dove nessuno ha fretta e l’attesa anzi è accolta come una benedizione, perché dà modo di ammazzare un po’ di tempo prima che lui ammazzi noi.
Dal barbiere non si conversa: si chiacchiera.
Si sta come dietro ad un sipario di tessuto poco pregiato, di lana grezza, e si gioca al gioco delle parti, dove ognuno ha il proprio ruolo e tutti si somigliano.
Uno spettacolo di iperrealismo rustico e triviale da far invidia ai menestrelli.

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