Beati i poveri, perché moriranno prima

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Ustioni da focolare domestico

Posted by sdrammaturgo su 17 febbraio 2013

Brevissimo romanzo di malformazione

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Homo homini homo.

TOMMASO OBESO

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Si conobbero alla Festa della Caccia.
Era l’evento più scoppiettante del paese, dopo la processione di Santa Brigida.
Per l’occasione, lei aveva messo il suo miglior vestito a fiori – dunque il suo peggior vestito.
Accompagnata dalla madre e dalla sorella, volteggiava tra le bancarelle traboccanti di fauna smembrata.
Corone di salsicce nere addobbavano la piazza.
L’orchestrina di Gigi e le Mele Marce stonava un liscio affannato e coppie di moribondi claudicavano tentativi di movimenti ritmici.
In quell’atmosfera magica, apparve lui.
Portava in spalla un cinghiale abbattuto al mattino.
Grazie al movimento delle labbra, lei capì chi dei due le stesse parlando.
La invitò a un giro di danza, lei chiese il permesso alla madre, la madre acconsentì, la sorella rosicò.
Col cinghiale morto che piroettava sul corpo massiccio di lui, lei sospirò rapita dal ballo e dalle mani ruvide che la cingevano scartavetrandola con dolcezza.
Lui le narrò con quanta abilità e rapidità aveva prontamente reciso i testicoli del suide – servendosi di un coltello acquistato presso l’armeria Scarponi, che, si sa, è la più affidabile – subito dopo averlo centrato in fronte con un pallettone del dodici, e di come era sfilato trionfante per le strade con il trofeo sanguinolento spalmato sul cofano del fuoristrada tra gli applausi scroscianti dei concittadini. Al baretto aveva offerto da bere a tutti, e rudi pacche sulle spalle avevano sottolineato il suo indiscutibile stato di maschio alfa.
Lei era ammirata.
Si guardarono negli occhi.
Prima col cinghiale, poi con lui.
E così, tra il profumo di carcasse bruciate, si stagionò il loro amore.

Come primo appuntamento, benché fosse passato un bel po’ di tempo dal Paleolitico, lui la portò a vedere i fuochi d’artificio.
Perché si sa, il salnitro è molto romantico.
Lo spettacolo pirotecnico era preceduto da un’esibizione di acrobati paraplegici: venivano sparati con una catapulta e quello che succedeva succedeva.
Prima di uscire, lei si preparò con cura, emozionata e trepidante com’era.
Si sentiva un po’ a disagio perché aveva un brufolo sul tumore e cercò di coprirlo con un po’ di fondotinta.
Lui era una persona molto spartana. Non condiva nemmeno i cibi. Si limitava a leccare del salgemma.
Era un uomo rustico e impulsivo, ma aveva una sua etica. Per esempio non picchiava le donne: le bastonava con un tortore avvolto in una cintura dalla fibbia in alluminio, o in alternativa con la cinghia dell’escavatore.
Con lui era tramontato il mito dell’emancipazione del popolo.
Dopo averlo conosciuto, un marxista era diventato monarchico.
Lei era una sognatrice. Non faceva che fantasticare su frittate dalle combinazioni sempre più imprevedibili: pancetta e guanciale, lardo di colonnata e stracchino, coppa, wurstel e sanguinaccio, o ancora trota e anguilla, insieme!
La sua immaginazione non poneva limiti alle possibilità di frittate.
La serata andò benissimo.
Lui premette per penetrarla. Lei si sottrasse con garbo.
Nonostante il motore a scoppio e l’elettricità siano invenzioni largamente diffuse già da un paio di secoli, molte donne vogliono essere corteggiate.
Lui, in fondo, apprezzò: aveva dato prova di essere una ragazza seria.
Qualche tempo dopo, chiese la sua mano.
Vennero organizzate le nozze.
Il sagrato della chiesa era gremito di parenti a colori dal fervore in bianco e nero.
Assistere a un matrimonio rende felici perché sai che sta toccando a un altro.
È lo stesso principio per cui ai funerali in realtà sono tutti contenti.
D’altra parte, i matrimoni mettono molta più malinconia dei funerali, perché a un funerale si pensa: “Ha smesso di soffrire”, mentre a un matrimonio: “Ed è soltanto l’inizio”.
La sposa scese da un’autovettura sportiva a braccetto dell’austero genitore.
Lo sposo attendeva all’altare.
Il passante che si fosse imbattuto nella scena, avrebbe potuto proferire al sodale: “Ehi, guarda, dell’anacronismo”.
Il padre consegnò la femmina al maschio più giovane, lo stregone recitò delle formule magiche e tutti andarono a nutrirsi vestiti scomodi.

Lui aveva una fronte lombrosiana che contendeva il territorio alle sopracciglia e le spalle tozze che coincidevano con il mento.
La pancia prominente da ippopotamo palestrato distraeva dal viso bitorzoluto. Il naso largo e schiacciato divideva a stento gli occhi infinitesimali.
Le gambe corte sostenevano possenti la lieve gobba cespugliosa.
Lei aveva un cancro d’annata che le impreziosiva le gote.
Ciuffi oleati le scendevano dalla chierica aprendo il sipario sullo strabismo di Efesto.
Il seno si posava delicatamente sull’ombelico a ogni sussulto del busto spugnoso.
Bolle smaglianti sfavillavano sulle natiche smagliate.
Dei ricchi favoriti le solleticavano le narici.
Ritennero indispensabile riprodursi.
Qualcuno avrebbe potuto pensare che si trattasse di una vendetta: la natura e l’umanità erano state talmente ingrate nei loro confronti che adesso le avrebbero riempite di mostri.
E invece lo fecero proprio per amore.
O almeno per quella preoccupazione di garantirsi il prosieguo del coniugio bloccando il legame con un’opportuna procreazione che le persone di aspetto insoddisfacente sono solite chiamare amore.
È per questo che vedendo le coppiette in giro che spingono passeggini è possibile notare che i brutti non vedono l’ora di moltiplicarsi.
Un figlio, questa astuta assicurazione sulla vita per tradizionalisti sventurati.
Lei rimase incinta.
Sapeva che da quel momento in poi avrebbe avuto un argomento di conversazione.
In vecchiaia non avrebbe più dovuto puntare solo sulle malattie, questo perverso svago della terza età.
Avrebbe avuto di che raccontare su successi o fallimenti di figli e nipoti, senza contare il sostegno che da essi avrebbe ricevuto.
Generarsi i propri badanti, quale ingegnosa soluzione! E che risparmio rispetto all’ospizio!
Costosi prima, ma convenienti dopo.
I figli, questo fondo pensionistico di materiale organico.
La sua deformità fisica suscitava l’invidia delle altre donne.
Com’era prevedibile, ne uscì un essere umano. Eppure tutti parvero sbalorditi ed euforici.
L’evento si ripeté tre volte, e quantunque l’abitudine avesse ormai dovuto ridurre la sorpresa a zero, le reazioni furono le stesse, se non più entusiastiche.

Il primogenito diede molte soddisfazioni al papà, per esempio quando percosse un detrattore della propria squadra del cuore o quando pestò un incauto sostenitore delle marmitte a lungo o quando massacrò il fidanzatino della sorella, reo di essere tale.
Ella non si era mai sentita così al sicuro.
Sebbene provasse sentimenti di tenerezza per quel ragazzino, aveva compreso che da quel momento in poi non avrebbe mai dovuto temere alcuno smarrimento esistenziale: pur concedendosi qualche trasgressione come uso di narcotici e sesso occasionale, ci sarebbe sempre stato qualcuno pronto a richiamarla all’ordine, garantendogli un futuro di piena accettazione sociale come moglie e madre, cosa che restava in ogni caso il suo obiettivo principale.
Chi ti ama davvero, se serve ti assicura un futuro conforme al pensiero dominante anche con le cattive. Anzi, soprattutto con le cattive: segno di passione vera.
La secondogenita aveva peraltro fattezze disarmoniche, ma l’esistenza del testosterone le assicurava egualmente un discreto numero di spasimanti patriarcali.

Il terzogenito nacque malato.
Ben presto si rivelò infatti affetto da una malformazione congenita nota come coscienza critica, i cui sintomi erano contestazione dell’autorità genitoriale, riconoscimento di modelli erronei, percezione della vita come nonsenso e sciagura.
Più cresceva e meno la nascita gli sembrava una trovata valida.
Tutti però gli dicevano che doveva essere grato ai suoi genitori per il regalo che gli avevano fatto.
Ma a ben vedere era la stessa cosa che gli dicevano a Natale quando le zie gli regalavano sciarpe di lana bianco panna con stemmi di casati immaginari.
Ciò che rimproverava innanzitutto ai propri procreatori era l’averlo messo al mondo nella miseria.
Lo stipendio del padre da ruspista in una piccola ditta di movimento terra bastava appena al sostentamento della famiglia.
Non che avesse desiderato l’agiatezza a tutti i costi, ma si sarebbe quantomeno accontentato di non dover disputarsi merendine col fratello in duelli all’ultimo sangue, dai quali usciva inesorabilmente sconfitto, non avendo ereditato il patrimonio genetico ferino del padre.
Invidiava molto la prosperità gastronomica degli altri.
I poveri hanno l’invidia del pane.
La servizievole devozione della madre al nucleo famigliare, obbediente massaia al di là del tempo persa nelle sue ambiziose frittate, sua massima aspirazione; la sottomissione contemplativa della sorella all’autoritarismo paterno; le gare di motocross del fratello che dominavano i pomeriggi del sabato e rendevano così fiero il capofamiglia, facendo commuovere la sua sottoposta; l’indottrinamento governativo previa detenzione scolastica; la rispettabilità nel branco di coetanei da conquistare tramite angherie; le lezioni di sudditanza paranormale presso la parrocchia; tutto ciò condusse il terzogenito verso un’adolescenza da estraneo in cui la sua malattia della consapevolezza si aggravava di giorno in giorno producendo un distacco irreparabile da ogni senso del sacro.
Le insubordinazioni ai dettami del patriarca erano in costante aumento e la sua infausta conformazione genetica gli faceva percepire la madre come una persona, la comunità come una savana cementificata che era l’habitat innaturale dell’homo sapiens sapiens urbanizzato, le stelle cadenti come frammenti di comete o asteroidi che entrando all’interno dell’atmosfera terrestre si incendiano a causa dell’attrito.
Cercava rifugio dalla realtà priva di romanticismo nei fumetti dei suoi supereroi preferiti, gli X-men, i supereroi analfabeti.
L’evento più significativo della sua pubertà fu quando dovette partecipare alle esequie del suo vicino di casa.
Era il padre che aveva sempre sognato di avere: morto.
Si sa, l’unico modo per essere un buon genitore è lasciare i propri figli orfani.

Arrivò la maggiore età, e con essa la piena cognizione della caducità.
Sentiva parlare dell’importanza dei giovani, ma sapeva già che i giovani sono i vecchi del futuro.
Il problema della vita è la morte, pensava.
C’è troppo poco tempo e troppe cose vane da fare.
La vita è la domenica, quando devi affrettarti a fare qualcosa perché domani poi arriva il lunedì e sono cazzi e devi tornare a lavoro e se non hai combinato niente te ne penti, ma nell’ansia finisce puntualmente che non combini niente per forza e allora arrivi quasi a desiderare che arrivi presto l’odiato lunedì per toglierti il pensiero e però il lunedì fa sempre paura.
Il capitalismo, il lavoro, la guerra esistono perché esiste la morte. Senza la smania di ritardare la morte, chi avrebbe bisogno di farsi padrone o schiavo? Non esisterebbero povertà e ricchezza, perché tanto non muori, quindi mica ti serve di sottometterti per del pane o sottomettere per un panificio.
Con l’immortalità sarebbero tutti più rilassati e serenamente produttivi.
Un immortale non ha alcuna fretta.
L’accidia stessa è figlia della finitezza. Quando tutto è così fugace, tanto vale non far nulla.
Le scelte si riducono drasticamente, è necessario selezionare con cura ed escludere troppe cose, e Rimpianto, Rimorso e Rinuncia sono le tre Disgrazie che ti accompagnano nell’agonia.
La scoperta delle donne comportò quella della difficoltà di accoppiamento.
Quando riceveva un rifiuto, si consolava pensando che tanto, presto, sarebbero morti sia lui che lei, quindi non c’era da prendersela troppo.
Apprezzava molto un film sulla vanità del tutto e l’irredimibilità del dolore che parla di un ragazzo devastato da una neoplasia il quale non riesce a costruire alcunché di importante né a tirar fuori qualcosa di buono dalla sua sofferenza che sia di insegnamento o utilità per le generazioni future e poi muore. Titolo dell’opera Tanto tumore per nulla.

Il mondo intorno a lui, intanto, procedeva con disinvoltura.
I fidanzati che non si sopportavano facevano progetti di eternità, giacché il bello della coppia è avere qualcuno accanto da maledire.
Le donne non la davano e gli uomini si vendicavano con canzoni d’amore.
I maschi gareggiavano nello sprint al semaforo.
Relitti cellulari celibi si decomponevano ristagnando cameratescamente nei bar. Erano stati sfortunati con la tempistica di nascita. Fossero venuti al mondo una trentina d’anni prima, con un matrimonio combinato si sarebbero garantiti una moglie. Invece quel minimo di emancipazione che consentiva alle donne un pur esile margine di scelta li condannava a esser negletti, scapoli indesiderati, obbligati allo sfogo delle pulsioni sessuali nel gioco della briscola.
La gente più curata seguiva la moda, quella più trasandata seguiva la mota.
Gli individui indossavano come se niente fosse indumenti con scritto Monella Vagabonda e Joe Marmellata.
In ogni posto in cui si andava, si vedeva sempre qualcuno che incontrava qualcun altro di sua conoscenza. Eppure il mondo era piuttosto affollato.
L’Africa continuava a essere tenuta in povertà per permettere ai benestanti di passare da benefattori in serate mondane di raccolta fondi e rassicurare i meno abbienti dell’Occidente industrializzato.
Il sindaco del paese al posto del gabinetto aveva coprofagi a bocca aperta a spese dei contribuenti.
Era un lavoro molto ambito. In fondo era un posto sicuro, un impiego statale con contratto a tempo indeterminato: una volta finito il mandato del primo cittadino, si era promossi docenti nei corsi di educazione civica.
La comunità scientifica piangeva la scomparsa del fisiologo Meluzzo Alessandri. Convinto della veridicità della saggezza popolare secondo cui se stanno al caldo le estremità rimane caldo tutto il resto del corpo, andò su un ghiacciaio per sperimentare in prima persona l’efficacia del metodo, mettendosi nudo ma con gli arti inseriti in delle stufette. Venne ritrovato assiderato con mani e piedi ustionati.
La rivista Bellezza&Benessere divulgava l’ultimo ritrovato in campo estetico: “Depilarsi con la Chemio”.
Le file per fare una foto con la Coppa dei Campioni; il magone della partenza del Gran Premio; l’imperscrutabile fierezza dei lavoratori; la banalità degli amori tormentati; il tedio degli amori tranquilli; le équipe di economisti, sociologi e matematici che elaboravano le offerte per i menù di pizza a domicilio; la fede in dio, il più diffuso degli amici immaginari; gli occhi tristi degli animali.
Nessun animale sembrava felice.
Il cane aveva lo sguardo malinconico, il gatto teso, il cavallo stanco, il maiale disilluso, la mucca apatico, la pecora preoccupato, la gallina guardingo, il coniglio terrorizzato.
Nemmeno le belve facevano eccezione: anche nel leone e nella tigre traspariva una certa spossatezza esistenziale.
Non c’era gioia in natura. Solo nella Playboy Mansion.
E non si poteva continuare a fingere di dimenticare che una volta c’era stato Music Farm.

Giunse Capodanno, quando tutti si entusiasmano allorché in un punto a caso concordato nell’entropia spaziotemporale si passa da una frazione convenzionale di tempo a un’altra secondo un’unità di misura arbitraria.
Anche quell’anno avevano annunciato l’apocalisse.
Il terzogenito non ci credeva più. Lo avevano ingannato troppe volte. Finisce il mondo, finisce il mondo, e il mondo non finiva mai.
Ogni volta in quel periodo veniva assalito da pensieri angustianti ancor più numerosi, e nuove ambasce, interrogativi aggiuntivi, addizionali tormenti si sommavano agli abituali.
Per esempio il fatto che ragazzi che scoppiavano i botti avevano una vita sessuale, sovente perfino con donne di bell’aspetto.
Come ogni anno, si era sottratto ai festeggiamenti, ma invece di barricarsi nell’isolamento casalingo, si mise a vagare per il paese deserto.
Nella tasca del cappotto aveva una rosetta avanzata dal giorno precedente, unico alimento commestibile che aveva rinvenuto nella dispensa in quel giorno in cui la madre era stata troppo indaffarata con le zie a preparare le vettovaglie per il veglione, avendo massima cura che il quantitativo di vivande superasse quello necessario al fabbisogno annuo calcolato nel prodotto interno lordo di una nazione in via di sviluppo. Perché solo buttare nella spazzatura ingenti carichi di viveri in eccesso poteva regalare una vera ebbrezza di ricchezza.
Le festività servono a sedare con illusioni.
Di passo in passo si ritrovò davanti alla casa in cui i suoi famigliari stavano mentendo a loro stessi.
Dalla strada poteva vederli non visto al di là dei vetri delle finestre. C’erano tutti: suo padre, sua madre, sua sorella, suo fratello con la fidanzata ufficiale, il parentado al gran completo, alcune personalità senza personalità del paese.
Sapeva già come si sarebbe svolta la serata: ingerimento di cibo fino allo stremo delle forze, estenuanti giri di mercante in fiera, detonazioni.
Maggiore era l’ammontare degli esseri viventi caduti sul selciato la mattina dopo al termine delle ostilità conviviali, maggiore era l’appagamento collettivo.
I botti. Sapeva che tra petardi, bombe e artiglieria leggera c’era sicuramente un arsenale. E sapeva anche dove era riposto.
Conosceva quell’abitazione. Aveva dovuto subirci molteplici pasti cerimoniali in passato, segregato nell’affetto genealogico.
Essendo sopravvissuto alle torture familiste, ora sapeva che gli armamenti si trovavano proprio sul retro nel locale della caldaia.
Fece il giro dello stabile e di soppiatto ci entrò.
I residuati bellici erano tutti lì.
Quale occasione migliore?
Sarebbe bastato accendere una miccetta in mezzo al mucchio e sarebbe saltato in aria tutto.
D’un colpo, via tutti: famigliari, parenti, conoscenti.
Pezzi di cugini dappertutto, frammenti di zii sparpagliati sul vialetto, paesani indistinguibili dal cotechino, le ceneri dei fratelli nella pentola delle lenticchie, la madre tutt’uno con la frittata, le viscere del padre appese tipo festone.
E sarebbe sembrato frutto di una mera fatalità: una dinastia di coglioni appoggia i botti nel locale caldaie, uno si accende per qualche sfregamento, fa scoppiare tutti gli altri, la caldaia esplode.
L’attentato perfetto.
Rimase qualche istante in piedi nel buio, immobile, il respiro fatuo nell’aria gelata.
Rifletté.
Sarebbe esploso qualche esemplare di essere umano. Non sarebbe esploso il mondo.
Perché compiere l’ennesimo gesto superfluo nell’universo?
Voltò le spalle, si allontanò, tirò fuori dalla tasca il panino stoppaccioso e prese a masticarlo con noncurante fatica.
La vita è una rosetta del giorno prima.

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Lettera al mio bambino mai nato

Posted by sdrammaturgo su 17 novembre 2012

Non procreare se non volevi essere procreato.
  

Dal Vangelo secondo Claudio


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Caro figliolo scampato alla vita,

sono lieto di annunciarti che non nascerai.
Non preoccuparti: non verrai neppure concepito.
Io senza preservativo una donna nemmeno la guardo.
E non temo tanto l’AIDS, quanto la tua nascita. Per l’AIDS magari un giorno potrebbero trovare una cura.
Della procreazione adoro la pratica, ma detesto il risultato.
A un uomo che non usa il preservativo, peraltro, nessuna donna dovrebbe mai darla per tutto il resto della sua vita e gli dovrebbe essere negata anche la possibilità di autoerotismo: troppo comodo fare il passionale noncurante quando poi la gravidanza se la becca lei.
Se poi si dovesse verificare un incidente nonostante il contraccettivo, sappi che io sono favorevole all’aborto fino al nono mese di gravidanza.
Finché sei nel corpo della donna, sei il corpo della donna.
Qualcuno potrebbe obiettare: “Cosa ti impedisce di essere allora favorevole alla soppressione del bambino anche dopo la nascita?”.
Finché sei all’interno della fica, decide la donna. Una volta fuori, te la vedi tu. Vale anche per il cazzo, quindi non vedo perché non dovrebbe valere per te.
Per me l’embrione non è vita nei primi quarant’anni. Dopo diventa spazzatura.
Tutto dipende inoltre da come si considera la vita, se essa sia un bene o sia un male.
I cattolici pensano che la vita sia un bel dono. Ma i cattolici pensano anche che sia un angelo custode a farti evitare gli interventi a gamba tesa a calcetto e che trombare sia sbagliato, quindi valuta tu quanto siano attendibili.
Io penso che la vita sia una sciagura.
Certo, esistono anche le Stanze di Raffaello, la foresta dell’Amazzonia e Stoya, ma poi le Stanze di Raffaello sono del Vaticano, la foresta dell’Amazzonia la stanno abbattendo e Stoya non te la dà, quindi vedi che è anche peggio.
La nascita è una condanna a morte.
Hai idea di quanto sia brutto dover fare i conti con la morte? Rispetto alla morte, spesso persino la vita risulta migliore.
Siccome sei mio figlio e ti voglio bene, farò di tutto per evitarti questo supplizio.
Potresti nascere handicappato o ammalarti o essere investito da una macchina o subire violenza o essere semplicemente molto brutto e maledire ogni giorno me e il giorno in cui sei nato. E non si gioca d’azzardo sulla pelle di un altro. A maggior ragione se si tratta di soddisfare un proprio capriccio, riempire un proprio vuoto, generarsi un’ancora di salvezza.
Hai presente quando si sente dire: “Quando tutto va storto, torno a casa, guardo i miei figli e mi rincuoro”? Un figlio è il premio di consolazione.
Le persone procreano perché sono sprovviste di fantasia e hanno bisogno di qualcosa di cui occuparsi durante la giornata.
Un figlio è un tamagotchi più costoso.
Dicono: “Facciamo un figlio”. Non dicono: “Facciamo una persona”.
Non considerano che quel figlio sarà un individuo a sé stante che dovrà sopravvivere tra ogni sorta di difficoltà.
Lo vedono come un loro giocattolo, un bambolotto, che serve a dar loro l’illusione dell’eternità, come se lasciare una goccia di sborra e un’ovaia a scorrazzare sulla crosta terrestre e subire tutte le asperità della vita possa sconfiggere la morte.
E quanta presunzione nella trasmissione del proprio patrimonio genetico!
Ognuno considera il proprio DNA imperdibile per l’umanità e si sente in dovere di riprodursi.
“So fare il fischio da pecoraio e imitare la scoreggia con la mano sotto l’ascella: il retaggio del mio sangue non può andare perduto”.
Ecco, non ti metto al mondo perché non reputo così indispensabile la presenza di un altro basso pelato.
Non mi perdonerei mai poi di averti costretto a subire la scuola e il lavoro.
La scuola è una violenza pedofila di massa. È il carcere minorile per innocenti che insegna loro a diventare colpevoli.
L’università è una fabbrica di ingranaggi produttivi di livello superiore, servi specializzati o padroni robotizzati.
Il lavoro è schiavitù.
Non permetterò mai che tu divenga schiavo dello Stato o di un proprietario o dell’apparato socioeconomico. E siccome ciò è inevitabile non appena si viene scagliati nell’esistenza, non c’è altra soluzione che regalarti l’inesistenza.
Ma ci pensi a quale orrore sia l’amore famigliare?
Dover sottostare all’affetto di un padre e di una madre è veramente una disgrazia senza eguali.
Pensa a tutta la retorica dell’amore materno e paterno, tutta la congerie di sentimentalismi melensi e patetismi eroici, ai “farei di tutto per i miei figli, darei la vita per loro”. Non trovi tutto ciò angoscioso e nauseante?
Credimi, fa rimpiangere gli abusi su minore.
La famiglia serve al Principe per la produzione di nuova manodopera e per rendere più docile quella già esistente.
È la cellula base di potere atta al controllo capillare della società.
Un figlio ti rende ricattabile: nel momento in cui devi sfamare altre persone, non puoi più dire di no a ciò che ti offre il padrone, fosse anche la mansione più degradante e in contrasto con le tue idee e la tua etica, perché ormai ci sono altre persone che dipendono da te.
La famiglia serve a catturare lo schiavo con la prospettiva di un po’ di potere per poi ingabbiarlo con le responsabilità.
Non sei nessuno, non conti nulla, ma in famiglia potrai comandare e condividerai una briciola del potere del Principe, ne assaporerai una stilla d’ebbrezza.
Per mantenere questo miserabile privilegio, dovrai obbedire per sempre.
Per le frustrazioni che necessariamente accumulerai, potrai sfogarti sulla tua prole, sulla quale eserciti lo stesso potere assoluto che lo Stato, il banchiere e l’industriale esercitano su di te.
Figlio mio, non sei dunque contento? Anche grazie a te, il Governo si prenderà una soddisfazione in meno.
Sento le interviste agli operai licenziati: “Cosa daremo da mangiare ai nostri figli?”.
E vorrei dir loro: e potevate non farli, i figli.
Compagno operaio, benché io sia dalla tua parte e ti offrirò aiuto e copertura qualora vorrai sequestrare il figlio di Marchionne, non lo sai che la famiglia è stata inventata apposta per fregarti?
È imperdonabile mettere al mondo un figlio condannandolo a subire la tua stessa povertà.
Né tu né tua moglie volevate davvero figli. Quello che credete essere stato un vostro desiderio, non è vostro affatto. Vi è stato inculcato a forza. A lei è stato detto che se non si fosse gonfiata per ospitare cellule in evoluzione da ricacare dopo nove mesi, non valeva nulla come donna; a te è stato detto che se non avessi inseminato e assoggettato un esemplare fisicamente inferiore della tua specie, non saresti stato un vero uomo. E ci avete creduto.
La monogamia è un inganno. La famiglia è una trappola.
Laddove individui indipendenti senza vincoli sarebbero divisi nella socialità, la famiglia li unisce nella solitudine.
I sacrifici che fai per i tuoi figli giovano solo al tuo datore.
Si dice: “Rinuncio a tutto per i miei figli, così loro potranno avere una vita migliore”.
I figli si godranno dunque la vita grazie al martirio dei padri? No, perché anche loro faranno dei figli e il meccanismo si ripeterà, e i figli dei figli faranno figli a loro volta, e così via, incessantemente, perpetuando la sottomissione.
Come ha detto un saggio: “Un figlio ti dispensa dal vivere la tua vita per vivere la vita di un altro”.
Uno fa un figlio e dopo comincia a disperarsi per il mutuo da pagare e le bollette e le tasse scolastiche e c’è da pagare il medico e i soldi per la gita e per il nuoto e vuole la bicicletta nuova e come faremo ad arrivare a fine mese.
Trovo quantomai stupido e insensato crearsi problemi che poi bisognerà risolvere.
Che poi si sente sempre dire con sdegno: “Saranno i nostri figli a dover pagare il deficit”, “Non è giusto che i nostri figli paghino il buco della sanità” “I nostri figli pagheranno la crisi finanziaria”. Ma io dico: non fateli, questi figli, così nessuno paga niente e siamo tutti contenti, no?
Che fai, metti al mondo qualcuno affinché appiani i tuoi debiti? Allora lo vedi che sei uno stronzo?
Peraltro, crescere un figlio comporta ingenti spese, quindi i tuoi problemi economici si aggravano. Allora lo vedi che sei un coglione?
L’altra mattina mi sono svegliato ed è stato bellissimo quando ho realizzato esultante: “Ehi, io non ho figli!”.
La giornata mi ha sorriso.
Se io fossi stato Hugh Hefner, magari un pensiero a metterti al mondo lo avrei fatto per donarti l’opportunità di vivere nella Playboy Mansion circondato da conigliette porche e disponibili.
Ma se poi nascessi donna, per te sarebbe un problema lo stesso. Dovresti vedertela con stalking, molestie, stupro, Sex and the City. Gli umani imbecilli cercherebbero di impedirti di scopare liberamente, perché “sei una donna e non sta bene”. Ogni tuo pompino con un partner sessuale occasionale sarebbe una trasgressione della virtù con cui vorrebbero imbrigliarti.
È per questo che non mi piacciono le donne monogame, fedeli, pudiche, che non siano promiscue e libertine e indecorose: per quanto emancipate e ribelli e disinibite possano essere, nel momento in cui non scopano con facilità a destra e a manca, restano lo stesso l’orgoglio di papà e mamma, poiché la loro austerità virginale è in salvo e il loro corpo rimane addomesticato secondo i dettami del patriarcato sessuofobico che ci tiene alla salvaguardia della pubblica immagine di morigeratezza.
Sì, hai capito bene: la mia donna ideale è Stoya. Ma mi accontento anche di Sasha Grey.
Per me l’essere una sex worker è un valore aggiunto, mentre affermare con fierezza “non vado certo con il primo che capita” ti declassa per sempre ai miei occhi come irredimibile stolta noiosa a cui rispetto alla propria bisnonna hanno tolto dalle mani i ferri da maglia e ci hanno messo la tessera elettorale.
La frase che una donna non deve mai pronunciare se non intende farmi perdere attrazione e stima è: “Desidero soltanto te”. Pensa che palle.
Se nascessi omosessuale, non ne parliamo. Considereresti un successo ogni serata in gelateria conclusa senza un pestaggio.
Non ti farò nascere anche perché non voglio essere un padre, non voglio essere il Pater.
Il padre, fosse anche il padre più libertario possibile, incarna sempre – costitutivamente – una figura di potere, poiché è colui il quale ti ha dato la vita e si è preso cura di te quando non potevi farlo da solo.
Siccome il mio anarchismo è una cosa seria, non voglio rivestire alcun ruolo di potere.
Dal momento che non mi piace obbedire, non ho alcuna intenzione di comandare.
Ed è un atto di potere intollerabile decidere di far nascere un individuo senza che sia stato chiesto il suo parere.
Ti evito volentieri pure quel delirante senso del dovere pedagogico che infetta i genitori.
Al delirio di onnipotenza si aggiunge infatti una smania educativa vista come imperativo morale: “Devo insegnare ai miei figli cos’è giusto e cos’è sbagliato”.
Non è spaventoso? Non lo hai capito nemmeno tu, ma ti senti in dovere di tramandarlo ai tuoi figli.
Nella migliore delle ipotesi, li renderai depositari di un immane bagaglio culturale di cazzate, errori e atrocità.
Tant’è che non facciamo che ripetere le idiozie dei nostri avi.
Visto che non ho alcuna intenzione di inquinarti con le mie inadeguatezze, figlio mio, non mi permetterò di farti nascere.
Il tuo mancato concepimento e la tua non nascita sono anche una forma di rispetto verso la donna.
È infatti il corpo della donna che si deforma, è la donna che deve sopportare tutti i dolori, tutti gli affanni, tutti i rischi, tutti gli inconvenienti e tutti gli inestetismi che la gravidanza comporta.
Voglio dire: un organismo esterno si insedia in un corpo e poi esce tra sofferenze inumane. Non ti ricorda qualcosa? Esatto: Alien.
Tua madre non è un forno. Per questo non sarà tua madre.
L’istinto materno non esiste. Esiste solo l’istinto del capo ufficio marketing della Pampers a vendere più pannolini.
E di sicuro non c’è da fidarsi se è un prete a dire che bisogna fare più bambini.
Ti rendi conto che qui c’è gente che crede in dio?
Su questo pianeta siamo troppi. Siamo arrivati a sette miliardi, numeri da batteri.
Le risorse scarseggiano, abbiamo devastato tutto, deturpato tutta la bellezza.
Imprigioniamo, sfruttiamo, torturiamo, uccidiamo gli animali.
Non voglio contribuire a tutto questo e non voglio che vi contribuisca tu. Tanto meno intendo obbligarti a vivere in un mondo fatto di mostruosità e sopraffazione, ove gli esponenti delle forze dell’ordine hanno una vita sessuale e in cui quando ti metti a letto poi devi rialzarti per andare a pisciare.
La vita è faticosa soprattutto per le piccole cose della quotidianità. Ed è una fatica inutile. Te la risparmio volentieri.
Ora tu ti chiederai: “Stai forse dicendo che chi procrea per scelta è un cretino?”. No: anche un pazzo criminale.
Non farò di te la mia vittima.
Il regalo più grande che io possa farti è non metterti al mondo.
Godi dunque, oh figlio mio, degli innumerevoli vantaggi dell’inesistenza priva d’avversità, e sappi che il tuo papà ti invidia molto.
Quanto a me, cercherò anch’io di godere degli innumerevoli vantaggi della tua inesistenza.
Ma se il profilattico si dovesse rompere, il preservativo femminile cedesse più velocemente delle buste della spesa biodegradabili, la pillola non funzionasse, la spirale fallisse, il diaframma si bucasse, il cerotto si rivelasse un imbroglio, trovassimo solo medici obiettori che ci negassero la pillola del giorno dopo e tua madre non volesse abortire, ti prometto solennemente, anzi ti giuro su Stoya, che farò di tutto per mantenerti tutta la vita; non dovrai mai lavorare; dovrai vedere la paghetta come Risarcimento Nascita Non Richiesta; non dovrai mai dirmi grazie; non dovrai mai chiedermi il permesso; non dovrai onorarmi; non dovrai rispettarmi, se non me lo merito; non dovrai mai sentirti in debito con me; non dovrai mai preoccuparti delle soddisfazioni che vorrò da te o che non mi avrai dato; non dovrai mai sentirti figlio, ma sempre individuo libero prossimo mio e mio pari; non dovrai mai chiamarmi papà.
Ma se diventi cattolico te gonfio.

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Il ladrone

Posted by sdrammaturgo su 6 aprile 2012

Beati i perseguitati per causa della giustizia
rinchiusi in un sotterraneo umido e presi a bastonate senza requie
mentre starnutiscono per il freddo essendo ignudi su sassi appuntiti
che alla prima pausa pensano finito e invece macché e giù un’altra legnata
vituperati da pingui sudaticci con l’alito cattivo che si mettono le dita nel naso
e poi gettati a testa in giù nel letame di un vecchio lebbroso
che ha precedentemente mangiato spine e chiodi.
Beati gli afflitti, gli umiliati, gli insultati, i malati,
i massacrati, gli squartati, gli spellati vivi messi sotto sale,
i precipitati da una rupe rimasti paralizzati.
Perché non si sa, ma voi fidatevi.

GESÙ CRISTO

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In quel tempo c’erano i ricchi e c’erano i poveri, e i ricchi conducevano una vita agiata, mentre per i poveri era fatica dura, costretti a lavorare col sudore della fronte per paghe insufficienti, e i governanti richiedevano tributi sempre più esosi e se i poveri non riuscivano a pagare veniva loro requisita la casa ed ogni altro loro pur misero bene, e quasi sempre i poveri aggravavano la loro situazione unendosi in matrimonio e generando nuove bocche da sfamare destinate alle medesime sofferenze dei loro poco accorti genitori, i quali erano costretti a maggiori travagli e taciturna obbedienza, schiavizzati non solo dal padrone ma anche dalla responsabilità ch’essi avevano nei confronti della prole.
Tal sorte era toccata ad un modesto legnaiuolo, che alla sfortuna d’esser nato povero aveva aggiunto l’errore della procreazione.
Non bastando quattro ciocchi a nutrire moglie e figli, strozzato dalle tasse dell’impero, s’era perciò fatto ladro, invero senza ingegno e neanche troppa vocazione, purtuttavia con una qualche abilità.
Dacché s’era messo a taglieggiare opulenti viandanti – e talvolta, a dirla tutta, assai meno eroicamente, pur anche pellegrini assai meno danarosi, ché alla fame basta il qualcosa – sulla tavola della sua casa – si badi bene, sempre umile – quantomeno da mangiare non mancava. Certo s’era ben lungi dall’esser Epulone, ma nemmeno s’era più Lazzaro – come si diceva in una parabola raccontata da un predicatore di cui si faceva un gran parlare e che era già entrata nel patrimonio delle narrazioni popolari.
Accadde un giorno che ci scappò il morto. In verità, quando questi cominciò a scappare, era ancora vivo. Fu solo in seguito, dopo essere stato raggiunto, che divenne morto.
Il novello ladro, ormai dignitosamente esperto, era sempre stato accorto a non farsi trovare dalla volontà né dalla necessità d’ammazzare, acquattato come se ne stava verso sera tra gli arbusti che ornavano d’aridità una delle strade secondarie che menavano a Gerusalemme. Di botte, quelle sì, capitava che ne desse, se doveva. Ma la morte riusciva sempre a tenerla lontana dalle mani e farla proseguire, non visto, verso la città oppure altrove o insomma dovunque, come da consuetudine, un poco per indole, un poco per cautela, ché i padri lo insegnavano che il sangue ricade su chi lo versa e sui suoi figli e sui figli dei suoi figli e via su tutta la stirpe per millenni fino all’eternità, poiché il delitto offende il Signore, salvo quando da lui espressamente richiesto. E il Signore, lo sapevano tutti, era uno che le cose se le lega all’infinità dello spirito.
La morte non era affar suo né roba per lui né il suo mestiere.
E però una volta gli piombò nel destino a guastare il magro benessere che s’era con onesta delinquenza guadagnato, perché la sventura ritrova sempre la strada di casa.
Capitò infatti che, appostatosi com’era suo costume al precipitar del sole, che si dileguava sazio delle miserie umane a cui era costretto ad assistere ogni giorno e senza scampo per voler divino (e forse per questo si vendicava bruciando con tanta ostilità), si mise ad aspettare qualche passante sciagurato, che, puntuale come solo le disgrazie sanno essere, finiva sempre per passare e, dopo l’agguato, di lì in poi, di passare. Giacché è in fondo il passare l’origine d’ogni male: si vien dal nulla del voler di Dio, si va verso il nulla chiamato Dio e in mezzo si passa per la vita, e son dolori. Nella stasi non si corre alcun rischio, poiché chi non corre non inciampa, e dunque fermi nella pre-vita,  confissi nel non-esistere, stanti nel non-stare, non ci son ratti, non ci son percosse e nessuna avversità.
Imparavano tutto ciò a loro spese coloro che subivano l’aggressione e, memori della disavventura, non s’avventuravano più per quella via e per nessun’altra. Il timido brigante invece sapeva già tutto, benché non ne fosse cosciente appieno. Per questo s’era messo dall’altra parte, da quella di chi sta  immoto e attacca, senz’altro più al sicuro di chi cammina e deve difendersi. Prendere esempio dall’immobile pugnace Signore degli eserciti conveniva, questo aveva capito. La Storia dimostrava che quello era un modello vincente. L’uman ramingo, molto meno.
Nonostante ciò, affanno e pericolo costava ogni tozzo di pane. L’Iddio aveva mantenuto la parola data ad Adamo e la terra non lesinava angosce e tormenti, sia che si arasse, sia che si depredasse.
Certo, non per tutti. I malnati, appunto, erano tali. Ma per alcuni la nascita non era stata poi questa sciagura. Per pochi privilegiati addirittura un piacere. Anche a loro toccavano ambasce, avversità, malattia e morte. Ma meno.
Lavorava da solo, era solito attendere un viandante altrettanto privo di scorta – più per calcolo che per lealtà – e sorprenderlo alle spalle, un braccio intorno al collo, sguainando un coltellaccio male affilato, ché tanto di fronte alle minacce nessuno si mette a questionare sull’usura dei metalli. Un pezzo di ramo di quercia infilato nella cintola, nel caso in cui occorresse ammorbidire l’orgoglio del malcapitato, infine una rapida fuga col bottino, senza star neppure a controllare quanto e cosa aveva arraffato.
Quella volta però a passare non fu un piccolo mercante con la borsa mezza vuota di monete, né un pastore con la bisaccia mezza piena di burro stantio. O forse fu uno dei due, ma di certo più cocciuto di quelli a cui era abituato, dal momento che quegli, assestando una gomitata allo stomaco del rapinatore, si divincolò e prese a correre. Subito il ladruncolo lo inseguì, e la povertà lo avvantaggiò nella velocità, non avendo, a differenza dell’altro, una pancia gonfia a fargli peso. Ne seguì un disordinato ammonticchiarsi di membra e, senza che nessuno dei due capisse come, la lama arrugginita si ritrovò piantata nella gola del più lento.
L’impreparato assassino strappò il borsello dal corpo esanime e scappò senza star troppo a pensare. Ebbe tutto il tempo dopo di impaurirsi e provar qualche rimorso; neanche troppi, a dire il vero, perché sapeva che poteva succedere, prima o poi. Si trattava di un inconveniente del mestiere.
Prima di rientrare dalla sua famiglia, si fermò sotto un albero biforcuto per contare allo svogliato lumicino d’una luna pudica i frutti della nottata. Meno di trenta denari, ad occhio e croce. Non un granché per condannare l’intera sua genia, ma ormai era fatta. Si riparassero in qualche modo i suoi discendenti dal diluvio rosso. Magari prima o poi l’Onnipotente si sarebbe ammansito con l’età.
Per ora però era giovane e brioso, altrimenti non si spiega come avesse potuto permettere che un arcigno cittadino romano con qualche soldo addosso passasse da solo di notte per una carrareccia malsicura.
Uccidere un giudeo, un siriaco, un esseno, era grave, ma ci si passava sopra.
Ma un cittadino romano, era un crimine che richiamava l’ira di Cesare, ben peggiore dell’ira di Dio.
La voce del reato si sparse e in poche settimane s’era ingigantita a dismisura e fuori controllo, ovver sapientemente controllata da chi intendeva coprire la crescente risonanza che quel dispensatore di  storielle esemplari, mezzo mago e bestemmiatore, mitomane al punto da dichiararsi re e financo figlio di Dio, andava via via ottenendo, con preoccupazione tanto del Sinedrio quanto della Prefettura. Una sordida vicenda di malavita e romani sgozzati avrebbe possibilmente appassionato la gente più di miracolose guarigioni e promesse di paradiso.
In giro per la città e persino non di poco fuori le mura, quell’omicida più per caso che per capacità era diventato un demonio che appendeva le donne per i talloni, ne tagliava i seni e amava bere il sangue dei bambini.
L’interessato sentiva e taceva, spaventato più dalla fama che dal giudizio.
Sapeva che i soldati battevano ogni casa sospetta e per questo s’era disfatto del bottino, nascondendolo sotto una pietra nelle vicinanze della sua dimora cadente.
Ma i pargoli, si sa, sono curiosi, e nottetempo, il più piccolo, fanciullo non più infante e non ancora ragazzo, vagando per la casa senza sonno, aveva trovato il sacchetto prima che il padre potesse occultarlo, lo aveva aperto, ne aveva estratto un paio di pezzi e li aveva tenuti per sé, ammirato dal tesoro.
Amava così tanto giocarci, chissà come, che, con naturale ingenuità, non s’avvide un giorno dello sguardo sospettoso d’un pretoriano di passaggio nei pressi dell’abitazione del legnaiuolo.
«Dove hai preso quelle monete?»
Mal s’abbinavano infatti con quella baracca.
Il ragazzino seppe dare come unica risposta una fuga vana, ritrovandosi presto con le mani possenti del soldato a strizzargli il braccio.
«Abiti qui?»
«Sì.»
«Chi è tuo padre?»
La madre corse fuori, corsero fuori i fratelli e le sorelle. L’unico che non corse fuori fu il padre. Si trovava altrove, a far legna, e quando tornò trovò una moglie spossata da un interrogatorio poco gentile ed un drappello di pretoriani pronti a non mantenere la promessa di clemenza in caso di confessione.
La sua cattura non ebbe l’eco che ci si aspettava, dal momento che poche ore dopo venne arrestato il folle profeta.
Certo, c’erano infanticidi e cannibalismo e mostruosità d’ogni fantasia da punire, ma ciò non bastò ad oscurare le parole di chi si diceva capace di distruggere il tempio e ricostruirlo in tre giorni. Un muratore portentoso che risuscita edifici e morti non poteva avere rivali in clamore.
Fu notte e di nuovo giorno.
La flagellazione fu tanto aspra che quasi ne morì. Gli ossi delle fruste si conficcavano nella carne che quasi parevano voler tirar via le ossa sue. Eppure gli addetti furono piuttosto sbrigativi: c’era un prigioniero ben più importante da fustigare.
Di tronchi ne aveva trasportati parecchi, ma quello gli parve insostenibile.
Fiaccato dal flagello, piagato, sanguinante e già putrescente, con i polsi perforati da lunghi chiodi e il martello che gli rimbombava ancora tra i denti, un cartello appeso al collo ad elencar le infamie, dovette avviarsi per una processione di gran lunga più solenne della pubblica esposizione che ogni condannato si attendeva.
C’erano i militi schierati con le insegne dell’Impero, una folla assordante come se tutta la città si fosse riversata nelle strade a veder sfilare i malfattori, un altro corpo martoriato come il suo e quel prigioniero eccellente. Ecco chi era dunque quel tale di cui aveva tanto sentito parlare con aneddoti mirabolanti. A vederlo ora, non sembrava poi tanto diverso da un comune condannato, a parte un manto color porpora ed una strana corona di spine. Eppure tutti gli occhi sembravano puntati su di lui. Tutti tranne quelli della moglie e dei figli del legnaiuolo, che seguivano il percorso con i passi smarriti nella disperazione, la voce straziata dalle grida, i volti devastati dal pianto.
Il legnaiuolo cadde di faccia, spaccandosi lo zigomo, nessuno vi badò, e fu in quel momento che incrociò lo sguardo del figlioletto in lacrime, colpevole, che fissando negli occhi il padre gli chiedeva perdono senza voce, per averlo fatto scoprire, per aver avuto bisogno di mangiare, per esser nato. Il padre si risollevò sulle ginocchia e gli sorrise, come a volergli sussurrare: «Non è stata colpa tua: è la vita.»
E ripartì.
Se il figlio si sentì rinfrancato, nessuno lo seppe mai. Ma è più probabile un secco no.
Giunsero sul monte nel primo pomeriggio e vennero issati sui pali, il predicatore al centro, gli altri due ai lati.
La folla si era diradata. Ai piedi delle croci rimanevano solo i famigliari, qualche indefesso spettatore e gli armigeri. Uno di essi si preoccupò di spezzare le gambe ai ladri, ché era meglio affrettarne il decesso in quel subbuglio. Le tibie del predicatore furono invece risparmiate.
Il legnaiuolo non comprese una simile disparità di trattamento, ma non ebbe modo di rifletterci su, distratto com’era dal dolore delle gambe spezzate, dal corpo che gravava sulle braccia inchiodate e sembrava volerle strappare, dalle costole lì lì per frantumarsi, dai polmoni che parevano riempiti di sassi, dal respiro che lo strangolava.
Sentì alcuni alzare la voce all’indirizzo del predicatore: «Ha salvato altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto. Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso.»
Gli parve una buona idea.
Boccheggiando, con fatica si rivolse al vicino volgendo per quanto possibile il capo a destra: «Non sei tu il Cristo? Hai compiuto miracoli, dici di essere il figlio di Dio, scendi dunque dalla croce, salva te stesso e anche noi!»
Ci sperava, stremato com’era da quell’insopportabile supplizio. E gli sembrava ragionevole: smettere di soffocare, liberarsi, tornare dai propri cari, morire in vecchiaia, in quiete, in un letto.
A rispondergli fu l’altro ladro: «Neanche tu hai timore di Dio, tu che sei dannato alla stessa pena? Noi giustamente veniamo puniti, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni. Egli invece non ha fatto nulla di male.»
Provò a ribattere al rimprovero mormorando: «Non credo che abbiamo commesso nefandezze così grandi da meritare tutto questo. Abbiamo rubato per fame, io ho ucciso per sbaglio. Paghiamo un fato malevolo.»
Ma nessuno poté udirlo, perché la sua voce priva d’aria era ormai ridotta ad un flebile rantolo.
Se Dio avesse avuto una faccia, avrebbe fatto qualcosa di somigliante ad un ghigno.
L’altro crocifisso proseguì, rivolgendosi a colui che pur nei patimenti appariva in pace: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno.»
«In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso.»
Il terzo, udito ciò, pensò: “Insomma m’aspetta pure un altro inferno.”
E senza dire questo, spirò.

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“Sonetti del barbiere libertario” 7

Posted by sdrammaturgo su 27 marzo 2011

S’io nun vojo fà ‘n fijo è perché t’amo.
Ché chi de te nun je ne frega ‘n cazzo
pòe stà sicura che t’imprena a razzo.
Me premi più tu che ‘l pròleo richiamo.

Te vojo risparmià dolori e doje
e ‘l mutuo e ambasce e “n’ posso” e “‘l fijo sta male”:
sei libera de fà quel che te cale.
Per me tu nun sei mamma e nun sei moje

né donna: per me tu sei tu, amata,
no ‘n forno pe’ fà lievità lo sborro.
Nun crede al prete, a’ filmetti, al datore:

serena e fresca, son tue le ore,
e nu’ sfiorisci e nun devi dì “corro”,
perché alla morte ce vai riposata.

‘Na madre è schiavizzata:
tutte pensono d’esse l’eccezione
e se ritrovan cojonate e prone.

 

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Un fallito contemporaneo

Posted by sdrammaturgo su 16 dicembre 2010

Anti feuilleton ergo a puntate quasi monologo pressappoco epistolare

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«[…] O cavallona, cavallona stronza,
che a me ieri negasti la patonza […]»

JOHNNY TRANSUMANZA

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Capitolato Primo

Eiaculare è dolce, inseminare amaro

in cui si presenta senza presentarsi l’impresentabile poco eroico eroe – e adunque per questo ancor più eroe, dacché eroe vero è colui che vive nonostante abbia compreso ciò che il viver è (oppur si ammazza per l’istesso motivo) e senza strafar subisce l’esistenza – e si illustrano i pro e i contro della procreazione, ma difettasi di una delle due parti, non essendo alcun pro pervenuto.

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La mia ragazza è andata a letto con un altro. Non è una zoccola, è soltanto sbadata.
Qualche tempo dopo però ci siamo lasciati – di comune accordo, ma lei era il socio di maggioranza.
Sono perciò rientrato a pieno regime nella poderosa schiera di coloro i quali, quando sei il compagno ufficiale, “oddio, non puoi capire, mi piace da matti, è la più grandiosa meraviglia terrena, la perfezione incarnata, un poetico sogno fatto essere umano, ho finalmente trovato quello giusto, è lui il mio uomo ideale, l’uomo della mia vita”; appena ti lasci, “sai, il mio ex era un coglione; mi chiedo come avrò fatto a starci insieme; sarà che era un momento di debolezza”. Volete conquistare una donna? Agite non appena la vedete acquistare Supradyn e Polase.
La storia è sempre la stessa: mi metto con una, lei vuole dei figli, io sono una persona intelligente.
E’ per questo che quando faccio sesso metto sempre il preservativo: non temo tanto l’AIDS, quanto un figlio. Voglio dire, a parità di malattia incurabile, meglio contrarre quella per cui c’è una pur remota possibilità che scoprano una cura. Dalla parte dell’AIDS c’è pure il fatto che ti stende in tempi più dignitosi. Con un figlio l’agonia dura una vita.
Ed un rimedio contro l’AIDS esiste già: scopare. La passi ad un altro. E pare che facciano bene anche le arance, ma solo se te le infili nel sedere al posto di un pene.
Le cure naturali sono sempre le migliori. Ad esempio, sgranocchiare carote durante la masturbazione è un buon metodo per non diventare ciechi.
Non capisco perché alle donne dispiaccia tanto se uno preferisce risparmiar loro una panza innaturale.
“Mirko durante la gravidanza era diventato pazzo di gioia, nove mesi di totale euforia”, mi ha detto lei, cercando di far leva su paragoni scomodi. A parte che già uno che si chiama Mirko ha ben poco da festeggiare. Ma poi, ci credo che era contento: mica ce l’aveva lui un intruso nella pancia che mangiava il suo cibo. Ecco, io un feto lo vedo come un piccolo accattone.
Non so, ci tieni a prendere dieci chili? Friggi un po’ di più, un po’ di grasso non vale una vita di colloqui con gli insegnanti.
“La gravidanza è un’esperienza idilliaca”, continuava ostinata. Eh, altroché, delle vomitate celestiali. Per non parlare delle minzioni niagariche.
Quando mi dicono: “Voglio un figlio”, la prima risposta che mi viene in mente è: “Perché, che ci devi fare?”.
Siamo realisti: sono proprio quelli come me che dovrebbero fare dei figli, ed è per questo che non li facciamo. Il miglior padre possibile è quello che non vuole procreare. Il motivo è semplice: quelli come me sono pochi ed i bifolchi molesti che importunano le ragazze sul treno sono tanti. Anche se i pochi me si mettessero a figliare con ritmi di dodici pezzi a cucciolata, non riuscirebbero comunque ad ammortizzare le migliaia di nidiate di figli di bifolchi molesti che erediteranno dai padri i valori di disturbo ed irritazione. Quindi preferisco evitare a mia figlia di essere importunata sul treno. Ed evitare a mio figlio di fare i conti con l’inspiegabile ed assurda realtà che c’è qualcuno sulla Terra che desidera seriamente avere dei figli.
La vita è brutta. Il più bel regalo che io possa fare a mio figlio è non metterlo al mondo.
E quanta presunzione nel ritenere che la propria genetica sia così meritevole di essere tramandata ai posteri! “Ieri ho corretto mio cognato sulla cilindrata della nuova Alfa Romeo: è necessario che il retaggio del mio sangue venga conservato”. Eh già, l’umanità ti sarà grata per il tuo DNA.
Lo sanno tutti che se vuoi far colpo su una donna basta dire: “Voglio diventare padre di tanti bambini, per me la famiglia viene al primo posto”. Dunque sono proprio coloro i quali usano simili mezzucci che le donne devono evitare. Ma come si fa a cascarci ancora?! A maggior ragione quindi dovrebbero apprezzare ancor di più chi dice: “I figli li evito come la peste e la famiglia neanche morto”, perché dimostra di essere sincero e senza maschere, e perciò uno verso cui si può avere totale fiducia. “Ma uno può essere sincero nel dire di volere famiglia e figli”. Sì, è sincero, ma è un coglione.
E’ triste constatare che, a distanza di anni, l’uomo ideale resta ancora Gianni Morandi.
E poi si sente sempre dire con sdegno: “Saranno i nostri figli a dover pagare il deficit”, “Non è giusto che i nostri figli paghino il buco della sanità” “I nostri figli pagheranno la crisi finanziaria”. Ma io dico: non fateli, questi figli, così nessuno paga niente e siamo tutti contenti, no?
Che fai, metti al mondo qualcuno affinché appiani i tuoi debiti? Allora lo vedi che sei disonesto?
Peraltro, crescere un figlio comporta ingenti spese, quindi i tuoi problemi economici si aggravano. Allora lo vedi che sei stupido?
Un figlio serve ad occupare le giornate alle persone sprovviste di fantasia. Praticamente, un figlio è un tamagotchi più costoso.

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segue

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