Beati i poveri, perché moriranno prima

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Alla periferia del Nulla

Posted by sdrammaturgo su 16 maggio 2013

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We’re moving he said we’re off – Porca Madonna!

SAMUEL BECKETT, Whoroscope

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Per astra ad aspera

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Una notte qualsiasi, molti anni prima che Copernico nascesse, Edoardo da Wittenberg scoprì che l’universo è infinito.
Era costui un astronomo, filosofo e matematico d’insuperato ingegno.
Figlio d’un dotto aristocratico di quel che rimaneva del Sacro Romano Impero, venne mandato dal padre a formarsi nella terra di Dante che non era ancora nel pieno d’una promettente adolescenza, e lì rimase, crebbe e invecchiò.
Dopo lungo e fruttuoso girovagare per tutti i principali centri del sapere coevo che lo mise in contatto con le più brillanti menti del suo tempo, si stabilì infatti in una tenuta al confine tra la Toscana e lo Stato della Chiesa, con la sola compagnia d’una domestica e quattro giovani assistenti, Lorenzo, Emilio, Alfonso e Biagio, che aveva preso bambini all’orfanotrofio e istruito fino a farne uomini d’intelletto, se non suoi pari, di certo degni d’essergli d’aiuto.
Dedito solo ai propri studi e geloso com’altri mai delle cose sue, conduceva una vita massimamente appartata, rifuggendo ogni occasione di mondanità e declinando i pur numerosi inviti da parte dei suoi illustri colleghi, che nutrivano per lui un’ammirata venerazione, e sempre avida bramosia avevano di apprendere i risultati a cui lo avesse condotto l’instancabile genio.
Essi non potevano ad esempio sospettare ch’egli, proseguendo sul selciato battuto dal Bacone, aveva posto due lenti da ambo le parti di un tubo, ottenendo in tal modo uno strumento che faceva parer prossimi oggetti remoti.
Solo più d’un secolo dopo qualcun altro avrebbe costruito l’arnese che sarebbe divenuto noto col nome di telescopio.

Già da un po’ aveva cominciato a dubitare che quanto gli era stato insegnato rispondesse al vero.
Da quando aveva puntato in alto la sua invenzione, e non più solo verso dilettevoli distanze orizzontali, indugiando per la volta celeste a leggere il poema delle comete, il mondo aveva cominciato a sembrargli sottosopra.
Furono giorni, settimane, forse mesi di lavoro febbrile, finché, in una nottata d’eroico furore, la lunga teoria d’indizi ed elucubrazioni culminò nell’Intuizione, fulgida e terribile: non era il Sole a girare attorno alla Terra, bensì era la Terra a girare attorno al Sole.
Attraverso calcoli, osservazioni, misurazioni, deduzioni, induzioni e ragionamenti di tortuosa esattezza, percorse molti secoli in avanti su tutto ciò che c’era da sapere a proposito di quel caotico cosmo, e di lì a realizzare che l’universo è infinito e che – deh – Dio non esiste il passo fu breve.
Edoardo, uomo d’ordine e di quiete, poggiando per la prima volta i piedi su un suolo randagio, fu pervaso da tremore e smarrimento.
Per quanto desiderasse ricacciare i suoi stessi pensieri da sé, la prova era lì, impressa sulle sudate carte e in cielo.
Numeri e logica, frutto d’arti liberali, costringevano alle pastoie dell’evidenza.
Gli astri muti tracciavano il nuovo sentiero. E non si poteva smentire le stelle.
Aveva levato lo sguardo di vetro alle nubi, quasi a sfidare l’Iddio fissandolo occhi negli occhi.
L’anima era rimasta incenerita dall’Assenza scorta lassù.
C’era così tanto spazio che per un Creatore non ve n’era alcuno.
Venne confutato Tommaso con la stessa Natura ed Edoardo si ritrovò ad essere un Anselmo al contrario.
Gli occhi placidi e austeri si fecero inquieti e spauriti.

Tacque per giorni.
Usciva di rado dal palazzo, restandosene rintanato nelle proprie stanze.
Mangiava poco e mai insieme agli altri. Si faceva portare i pasti nello studio e la domestica lo trovava sempre fosco e imbambolato circondato da libri chiusi.
Solo di tanto in tanto lo si poteva vedere far capolino dalla finestra e scrutare il cielo sospirando per poi subito rientrare corrucciato e timoroso.
Gli allievi, preoccupati per l’inconsueto comportamento del maestro, solitamente tanto severo e rigoroso negli studi quanto mite e affabile nel quotidiano, vedendogli svanire il sorriso e l’olimpica imperturbabilità, non poterono non domandare cosa angustiasse colui che più d’ogni altro era sempre parso padron serafico del proprio destino.
Dopo lunga esitazione, Edoardo si convinse a rendere edotti gli assistenti sulla meta cui era giunto, e li invitò a esaminare la correttezza delle sue ricerche.
Le conclusioni parvero subito inoppugnabili.
– Perdonatemi, figlioli, se vi ho insegnato a pensare – disse contrito lo scienziato.

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Un rapido Purgatorio

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ALFONSO Tolomeo aveva dunque torto e Aristarco ragione.

LORENZO Aristotele sbeffeggiato!

EMILIO Sbeffeggiati siamo noi.

ALFONSO Se le cose stanno così, in questa sterminata giostra difficilmente trova posto un dio. E se un Motore c’è, di certo non si cura di noi.

LORENZO Ho sempre sperato che Epicuro fosse nel giusto!

EMILIO Anche Eraclito lo era.

ALFONSO Le Scritture non dicevano il vero.

EMILIO L’Ecclesiaste è il nuovo Genesi.

LORENZO Ci siamo liberati del Libro di Giobbe!

EMILIO È dunque libertà questa sconfinata solitudine?

LORENZO Di certo non è più arbitrio d’un Padre capriccioso!

ALFONSO È arbitrio di sudditi senza monarca.

EMILIO Arbitrio della Fortuna.

LORENZO Arbitrio dell’Uomo!

EMILIO Arbitrio senza scelta.

LORENZO Suvvia, rallegratevi! Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe era un gran bell’impiccione! Ficcava lo spiritual naso dovunque un uomo fosse in pace con tutto fuorché con lui. Nessuno sentirà la sua mancanza. Alla quiete dei boschi interesserà forse la sua assenza? Il fuoco smetterà forse di ardere e l’acqua di dissetare? Del nuovo mondo che ci si apre davanti potremo godere con gioia e senza più timore, coscienziosi e liberi! Non c’è Paradiso e non c’è Inferno!

EMILIO Solo un rapido Purgatorio.

Rimasero zitti un istante, il tempo di sentir scricchiolare le travi del soffitto.
Edoardo da Wittenberg ascoltava in disparte.

EMILIO Dove finiremo, dunque, dopo?

ALFONSO Ti sei mai chiesto dove finisce una gallina dopo il brodo? O il brodo dopo la latrina?

EMILIO Siamo dunque null’altro che materia?

EDOARDO Null’altro, figlioli. Null’altro.

La voce tremante si spense in un mutismo roco che emulava il silenzio d’un Dio defunto.
Si allontanò, appoggiandosi allo stipite della porta per confortare il passo stento.
Di lì in poi fu tutto un fissar lo sguardo in ogni punto a caso dello spazio infinito.

Biagio, che era stato il primo e solo a prender moglie, più avvezzo alla tacita fatica che al sofistico ciarlare, spaccava la legna.

LORENZO Ma ci pensate?! Dio non esiste! Tutto è permesso!

ALFONSO Tutto è permesso.

LORENZO Tutto!

ALFONSO Tutto.

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Alogonauti

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Alfonso passeggiava lento per l’aia della tenuta. La schiena eretta, il volto calmo e attento. Le pupille indagatrici e impassibili lanciavano strali di ghiaccio.
Si fermò davanti alla gabbia dei conigli. L’aprì, ne sollevò uno per le orecchie e se lo pose davanti al viso.
Lo scrutò, esaminandolo con occhi fissi.
– Sei tu dunque come me. Nullo anche tu.
E senza fremito alcuno gli schiacciò la testa tra le mani.

Lorenzo era così impaziente di iniziare un nuovo giorno che andò ad attenderlo la sera in una festosa locanda.
– Siate lieti! La mattina è bella e la notte non tarda a venire! Musici, suonate con vigore le vostre note melodiose! Leviamo alto l’inno della nostra felicità ai cieli mai così vasti, misteriosi e splendenti! Balliamo! Riconoscenti a nessuno, cari a noi stessi! Non v’è danza più estatica del saltellare del servo affrancato! Celebriamo Nessuno! Celebriamo il Vuoto celeste e il Pieno terreno! Celebriamo le cascate e i clivi, le fiere e gli armenti! Celebriamo l’uomo e la donna! Celebriamoci gli uni con gli altri! Celebriamo il celebrare! Brindiamo ai sensi, che tante soddisfazioni ci recano e son tutto ciò di cui abbiamo bisogno!
Offrì da bere ai miserabili che non potevano permetterselo, dissertò gaudente di lettere e arti, cantò abbracciato a sconosciuti rubizzi, giacque con tutte le prostitute più belle e con molte delle più brutte.

Incedendo senza fretta nella via notturna, Alfonso incrociò un passante che lo salutò cordialmente.
Si fermò. Si voltò a osservare lo sconosciuto che si allontanava.
Si guardò intorno, scorse una pietra, la prese.
Invertì il cammino e si mise a seguire lo sconosciuto, curandosi di non essere visto né udito. Quando gli fu vicino, gli balzò addosso con fermezza e senza furia, scagliandogli la pietra sulla nuca a tramortirlo.
Se lo caricò sulle spalle e lo portò in aperta campagna.
Dopo avergli spezzato gambe e braccia per assicurarsi che non scappasse, si allontanò.
Tornò con una fune, una lama, un martello, dei chiodi, una pietra focaia, un acciarino e delle fascine.
Indifferente alle inutili grida, legò l’uomo a un albero.
Con gelida ebbrezza, prese a saggiarne le carni squarciandole con il coltello. Lacerò la pelle del costato, trafisse mani e piedi, strappò le unghie, piantò chiodi negli occhi, nel bacino, nelle ginocchia.
Lo scarnificò con perizia, senza esaltazione; poi pose le fascine ai suoi piedi e appiccò il fuoco.
Mentre il tronco di ossa e sangue si dimenava con le ultime forze, fece qualche passo indietro, per osservare meglio le reazioni di quel fantoccio senz’anima.
Non v’era premio. Non v’era punizione.

L’orizzonte fuggiasco assaliva Emilio, seduto su una roccia malconcia che cullava con durezza la sua irrequietudine.
Infiniti mondi intorno a lui, uno solo a sua disposizione. Una galera illimitata, non più centro d’un Tutto in sé conchiuso, ma sasso gettato a caso alla periferia del Nulla. E lui non più centro del centro, ma polvere raminga, vivo senza scopo, inane nell’immane, rampollo d’una stirpe d’orfani, prigioniero d’un esistere vano su un pianeta negletto che galleggiava senza sorprese ai margini della trascendenza, in balia d’un immobile fluire, travolto dal divenire della stasi.
Nessun fondamento, nessun valore.
Tutto gli appariva ora soltanto per quello che era: la musica una successione di suoni non dissimili dai rumori, i dipinti chiazze di fluidi colorati, i sussulti d’amore la disperata speranza del corpo di lasciare postreme tracce di sé, le vallate rigogliose un groviglio di corteccia e caducità, il cibo nutrimento senza sapore.
Ovunque, ammassi di materia inerte, cumuli di accidenti senza necessità, un gran numero di cose la cui somma era niente.
E agli uomini non restava che seguire la rotta dei naufraghi, sospinti da un fortunale di bonaccia.
Quando si sedette a tavola a mangiare, gli parve il rancio d’un condannato.

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Il falò delle vastità

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Edoardo da Wittenberg preparò una pira su cui sarebbe potuto essere nuovamente arso Eracle.
La decisione era stata presa, lungamente meditata, ponderata d’istinto: avrebbe bruciato tutto, tutte le sue carte, tutti i suoi studi, tutta la sua vita.
Il tribunale della coscienza aveva processato i cieli e aveva emesso irrevocabile condanna: i faticosi decenni del suo lavoro andavano ridotti in cenere. Nessun frammento si sarebbe dovuto salvare dal fuoco purificatore.
L’inquisitore del firmamento allestì il rogo in cortile e vi rovesciò le pagine come se stesse incendiando gli astri.
Nel falò delle vastità venne distrutto l’universo intero, e la volta celeste si richiuse sopra il fumo fluttuante.
Peregrinò a lungo per ogni università, accademia, studiolo, dovunque e presso chiunque potessero essere conservati scritti che riguardassero le sue ricerche, per aggiungere anche quelli all’altare del sacrificio.
Si fece giurare dai sodali di scienza, attoniti, che mai più avrebbero menzionato il suo nome e il pur minimo frutto del suo intelletto, e avrebbero anzi dimenticato lui e l’opera sua.
Nulla venne risparmiato al crepitare dei tizzoni.
Compiuto l’olocausto cosmico, si ritirò in un monastero sulle Alpi e nulla si seppe più.

Una sera, Biagio rientrò in casa dopo una giornata di lavoro nei campi dura come le altre.
La zuppa bolliva sulle braci.
Si sistemò al desco. La moglie gli riempì il piatto.
Inghiottì con calma un paio di bocconi e un sorso di vino. Rimase un poco assorto, poi alzò la testa.
– Ma lo sai che la Terra gira intorno al Sole e l’universo è infinito?
La moglie scosse la testa in un gesto fugace e distratto.
Biagio continuò a mangiare la zuppa mentre la moglie rammendava un panno logoro.

Emilio camminava per un terreno brullo che precipitava in un crepaccio.
Pensò che fosse quella la sorte comune: un errare in equilibrio tra un deserto e un burrone.
Forse un giorno si sarebbe gettato nel dirupo e avrebbe provato l’ultima emozione. L’unica.

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Esistenze trascurabili

Posted by sdrammaturgo su 7 marzo 2011

“Rododendro”, disse il botanico raffreddato divorato da sottaciuti rimpianti.
“Sono scarico”, gli fece eco l’amico elettricista, logorato dagli impianti.
Erano inseparabili, legati dalla comune passione per l’assenza di passioni, un fenomeno a cui si interessavano da tempo con il piglio di uno che ha piglio.
Quel giorno se ne stavano seduti sul gradino del pianerottolo a guardar passare la vita. E la vita non li degnava di uno sguardo.

Il cielo era terso, il mare seguiva a breve distanza, ancora in corsa per il podio.
Quel giorno era un bel giorno, tranne che per chi abitava nell’universo.
Niente di particolare, un giorno come tanti altri. Era questo a renderlo insopportabile.

Un tale stava risalendo il vialetto. E non si era mai visto un pronome indefinito che cammina. Eppure, l’uomo che procedeva dietro a passo irrilevante, non sembrava badarvi.
Si chiamava Christian, e ciò era umiliante.
Aveva un buon posto di lavoro, ma nonostante questo era felice.

Nicola aveva dei figli. Non era felice. Nicola era sempre stato una persona intelligente.
Nicola non c’entrava nulla con Christian. Non si conoscevano, non si erano mai visti e non si sarebbero mai incrociati nemmeno una volta in vita loro, da lì fino alla morte. E non lo avrebbero mai saputo.
Christian sembrava sereno nell’ignorare che in tutta la propria vita non avrebbe mai avuto a che fare con Nicola neppure in veste di passante occasionale che passa vicino ad un altro e non lo vede.
Nicola ricambiava.

Quando entrava la primavera, Fausto usciva.
Tipo poco accomodante. Fin troppo duro con se stesso e con gli altri.
Lo accusavano di aver sempre preferito smaccatamente tra i suoi due figli, fin dalla loro nascita, il primogenito, Patrizio. Lui negava e si difendeva sostenendo recisamente che non aveva mai favorito nessuno dei due ed aveva sempre amato allo stesso modo anche l’altro, Plebeo.
Non c’era niente da fare. In generale, nel mondo.

Quel giorno c’era anche Michele, come ogni altro giorno.
Michele era un individuo, e tanto bastava.
Aveva letto tutta la Recherche di Proust, ma nel verso sbagliato, quindi non aveva giovato in alcun modo al suo esiguo bagaglio culturale.
Specialista degli sforzi vani, praticava sollevamento pesi a scopo non sportivo.
“La vita è un frutteto”, gli ripeteva sempre il nonno quando era piccolo. Quando era piccolo lui, non il nonno. Quando Michele era piccolo, infatti, il nonno era già grande, perfino anziano. O comunque, non coetaneo del nipote. E non era nemmeno suo nonno. Era il nonno, non suo nonno. La vecchiaia produce nonni generici.
“La vita è un frutteto”. Crescendo, aveva capito che era vero, ma di mele cotogne.

Franco era insincero.
Quel giorno però non aveva colpe, a parte la respirazione.
Quando la sua ragazza lo aveva lasciato per un altro, si era gettato anima e corpo nella musica.
“Per fortuna che c’è la mia chitarra”, soleva dire, “lei non mi tradisce mai”. Poi un giorno la sua chitarra scappò con il suo migliore amico.
Ma quel giorno stava sorseggiando una bevanda con una donna, poiché, malgrado tutto, non aveva perso del tutto la fiducia nel prossimo. D’altronde, non lo aveva fatto neppure il cane di Gianni, neanche dopo la terza volta che era stato abbandonato sull’autostrada. Ogni volta, indefessamente, aveva ritrovato la strada di casa ed era ritornato dal padrone, segnalandosi in tal modo come il cane più ottimista della storia. E questa è l’unica cosa interessante che ci sia da dire su Gianni.
Franco osservava Giada e rifletteva sul fatto che forse avrebbe fatto più effetto un drink che una bevanda.
Ma Franco non aveva mai amato la mondanità. Non amava gli aperitivi, non amava quei ristoranti à la page arredati con design post moderno che però esci e puzzi di fritto.
Nel mondo ideale, pensava, il fritto non esiste; non esiste il post moderno ed a nessuno importa alcunché del design; si fa sesso alle dieci del mattino sulle panchine della piazza principale e chi dice “à la page” viene esiliato dal consorzio umano.
Ma viveva in questo mondo e gli amplessi di qualità erano indissolubilmente legati al design post moderno.
Così Franco era costretto a parlare con Giada.
I loro erano discorsi intensi.
Quel giorno, Giada e Franco si stavano confrontando su temi filosofici che riproponevano in smagliante forma aulico-lirica quello che, nello stesso momento, a chilometri di distanza e di empatia da lì, un indistinto signore sul treno stava leggendo nel testo La segmentazione di domanda e offerta.
“Non si desidera ciò che è facile ottenere”, disse Giada.
“E’ vero. Vedi per esempio la fica”.
Ella vide la fica. Ne convenne. Lui non venne. Lei se ne andò.
Franco ripensò a tutta la propria vita. Ci mise un attimo.
Dalla vita aveva avuto tanto: tante amarezze, tante sofferenze, tanti dispiaceri.
Effettivamente, notò, a pensarci bene, sarebbe stato meglio se dalla vita avesse avuto un po’ meno.

Giovanni guardava tutti dall’alto in basso. Era una persona umile, ma era alto due metri e venti.
Tenero e discreto com’era, ci teneva sempre a ribadire con dolcezza: “Non sono snob, sono semplicemente alto”.
Ma la gente è superficiale, così non si nominava mai Giovanni senza anteporre al nome “quello stronzo di”.
Faceva il fornaio ed era piuttosto benestante, perché, si sa, il pane va via come la cocaina.
Anche quel giorno Giovanni faceva il fornaio.

Alessio era il più grande centralinista del mondo.
Ma tutto ciò che desiderava era conquistare Simona. Difficile, ma comunque meno della Partia.
Chi gli diceva che le donne badano al fascino, chi all’aspetto estetico, chi al portafogli. Così, per sicurezza, comprò un frac, si scolpì gli addominali ed aprì un conto in banca. Per poi scoprire che era lesbica.
“Quanto tempo buttato”, pensò. Ma quale tempo non è buttato?
Sarebbe bastata una domanda, e si sarebbe risparmiato quantomeno l’umiliazione di allenarsi in palestra vestito come Fred Astaire.
Gli rimaneva comunque il conto in banca. Vuoto. Ma si era informato sul brahmanesimo, per cui si sentiva miliardario.

Luciano si era fatto una famiglia, ed era stato in galera per questo.
Alla fine era stato assolto perché era riuscito a dimostrare che tutti i componenti erano maggiorenni e consenzienti.
Quel giorno stava conducendo la propria vita, ma la propria vita non conduceva da nessuna parte.
Essere un chiromante gli consentiva di non doversi portare sempre una rivista sulla tazza del gabinetto.
Ma non si sentiva appagato.
Salì su un taxi.
“Dove la porto?”.
“Dove mi porta la vita”.
Girarono in tondo. Gli costò una fortuna.

E poi c’era Gisella, ma morì, e subito la sua esistenza parve a tutti meno trascurabile di quella degli altri.
Null’altro da segnalare sul suo conto.

Quel giorno, il botanico e l’elettricista, Christian e Nicola, Fausto, Patrizio e Plebeo, Michele, Franco e Giada, Gianni e il cane, il tizio del treno, Giovanni, Alessio e Simona, Luciano e il tassista, Gisella e tutti gli altri sulla Terra vivevano. Gisella di meno.
Un giorno – eccetto Gisella – avrebbero scoperto il senso della vita. Glielo avrebbe detto Goffredo, che lui di queste cose ne capisce.

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Amori marginali

Posted by sdrammaturgo su 23 dicembre 2010

Quel che accadde, accadde. Le tautologie sanno essere molto suggestive.
Quella notte (poiché la notte è ancor più suggestiva) avrebbe cambiato i loro cuori per sempre. Tranne ad Oreno Pompetta, gravemente cardiopatico, in attesa di trapianto, ma molto sfortunato.
Ognuno di loro, disperso in un angolo diverso della città, stava andando ad incontrare il proprio destino.

Oreno Pompetta passeggiava dalle parti del cimitero. Avvertì la sensazione di un’atmosfera presaga, ma, non conoscendo il significato della parola presaga, non vi badò.

Altrove, da qualche altra parte, chissà quale, Mario e basta stava uscendo di casa, infastidito dal fatto che nessuno prendesse mai in considerazione il suo cognome. Salì in sella al motorino, che però gli era stato rubato la sera prima, e partì. Percorso che ebbe un paio di chilometri, si accorse che stava andando a piedi e prese coscienza del furto, non riuscendo tuttavia a perdonarsi d’essersi reso ridicolo camminando per tutto quel tempo con il casco in testa.
Anche Delia era uscita a piedi, ma in automobile, procedendo nella direzione di Mario, fiera come sempre del suo nome aristocratico. Vedendo Mario in difficoltà, gli si accostò.
“Hai il motorino che ti perde l’olio”.
D’altronde non poteva sapere che glielo avevano rubato la sera prima.
“Grazie, non me ne ero accorto. Sai, è che sono a piedi”
“Anche io. Serve un passaggio?”
Si stupì di essersi dimostrata così disponibile nei confronti di uno sconosciuto, ma lo sguardo di lui l’aveva resa inusualmente fiduciosa e prodiga.
Anche Mario fu sorpreso, ma colse al volo l’occasione.
“Volentieri, grazie davvero”.
“Di nulla, ci mancherebbero. Così facciamo due passi insieme”.
E ripartirono, l’uno accanto all’altro nell’autovettura.

Intanto, Bruno era biondo e Jessica suonava l’arpa in un complesso di ottoni.
Lei era bella come un notturno di Chopin, lui era brutto come Chopin.
Nonostante ciò, stavano facendo l’amore. Cosa non facile, mentre si suona l’arpa in un complesso di ottoni e soprattutto mentre si è biondi.
La sala era gremita, ma vuota, in quel fumoso jazz club, il preferito dagli oncologi, che non ci mettevano piede.
Lui era un edonista di polso, lei era solita parlare troppo ed a sproposito.
“Tieni a frenulo la lingua”, le disse bramoso.
Ella eseguì.
Tanto, di loro, a chi importava?
Ed a loro, cosa importava? Tanto più che gli scambi commerciali internazionali erano in netto calo.

Ogni volta che passava un’ambulanza in sirena, Nino si sentiva chiamato in causa.
Era uno strano misto di paranoia e megalomania, Nino. Per questo Susanna non ne voleva sapere di lui. O almeno questo Nino preferiva credere, piuttosto che riconoscerne la gelida indifferenza. Ma la verità, agra come…come…agra come… va be’, qualcosa di agro, insomma, era che lei non si accorgeva affatto di lui.
E sì che Nino si era già trovato costretto ad ammettere il totale disinteresse di lei. Come quella volta in cui gli era passata davanti senza minimamente notarlo, lui l’aveva salutata e Susanna, come leggermente scossa da un tenue torpore, si era giustificata dicendo: “Scusami, non ti avevo visto, eri coperto da una zanzara”.
Ma lui l’amava, con tutta la forza del proprio testosterone.
Nino, ch’era d’animo gentile e di cultura raffinata, l’aveva conosciuta in quel vero tempio dell’interclassismo che è la palestra.
Era rimasto subito colpito da quell’esile sorriso un poco rozzo e delicato insieme. Così diversa da lui, con quei modi da separatismo di banlieue che ne rivelavano le indubbie radici torpignattariche, pure aveva una leggiadria di silfide nostrana.
Non poteva sopportare che l’istruttore, con la sua aria di periferia redenta, fosse riuscito a far breccia nel cuore della ninfa plebea tramite stratagemmi tanto vetusti: la baldanza strisciante, il mellifluo sfoggio di galanteria codificata, la possanza tracotante con gli altri e sdolcinata con lei, il ginocchio appoggiato sul gomito per assumer la posa del seduttore anni ottanta. Oh, quanto anacronismo era costretto a subire l’indifeso Nino!
Qualche amico gli aveva consigliato di mandarle dei fiori, ma probabilmente lei, fanciulla graziosa dall’animo rude, avrebbe preferito la marmitta dalla Golf Gt. E lui di motori non capiva alcunché. E si meravigliava di come l’argomento potesse ricorrere talvolta per qualche puro caso d’esigenza narrativa.
Decise allora di puntar sul sincretismo: avrebbe coniugato il suo gusto letterario e la sua passionalità discreta a metodi giovanilistici di gran consumo che lei avrebbe certamente recepito come famigliari. Comprò così della vernice spray affinché l’amata potesse leggere sull’asfalto lo sconfinato ardore che gli bruciava petto e scroto.
Certo, la sua nota prolissità era un problema. Quella notte cominciò a scrivere sul marciapiede di fronte al portone di Susanna e, giunto che fu allo svincolo autostradale, si bloccò alla millesettantaquattresima egloga.

Oreno masticava amaro, aduso com’era a sgranocchiare ravanelli.

Mario era piacevolmente stupito dalla serena e spavalda iniziativa di Delia. Chiacchierarono a lungo, del più e del meno, scoprendo il comune interesse per la matematica di base; parlarono di tutto, di come fosse un aggettivo o pronome indefinito davvero interessante e polivalente.
Conversando così piacevolmente con lei, Mario si era dimenticato i propri impegni ed il motivo per cui era uscito. La vecchia zia inferma, che lo aveva chiamato per essere risollevata poiché era caduta dalla carrozzella mentre stava preparando da mangiare, si arrangiò in qualche modo, ma saltò la cena.
Giunsero davanti casa di Delia, privi della zia di Mario.
“Sali?”, chiese Delia, che abitava al seminterrato.
Mario accettò e salì scendendo le scale, sentendosi piuttosto innovativo.
“Bello, quassù”, fece Mario.
“Bevi qualcosa?”, fece Delia.
“Sì, solitamente bevo qualcosa”. Era infatti sua abitudine idratarsi quotidianamente.
Il colpo di fulmine esiste. Per questo è sconsigliato fare il bagno durante un temporale.
Si baciarono. Travolti da vicendevole desiderio, in un attimo si ritrovarono nudi sul letto, dove fusero i loro corpi a guisa di ovino.

Nel frattempo, Nino aveva scoperto che gli autotreni non apprezzano l’endecasillabo.

“Sai, mi ricordi Chopin”, disse Jessica all’insicuro Bruno.
Jessica infieriva sempre. Poteva ridurre a brandelli un brano.
Mentre si ricomponeva, senza alcuna timidezza per la propria protesi alla gamba destra, aggiunse:
“Bevi qualcosa?”.
“Una stampante, grazie”.
Bruno, nonostante la propria turpitudine estetica e l’estrazione sociale nana, era riuscito a conquistare quella donna splendida ed elegante. Si sentiva come un soldato che avesse tenuto sotto assedio da solo la città di Costantinopoli.
Fu forse per questo che Jessica gli aveva rovesciato dell’olio bollente addosso.
Sfigurato ma felice, la guardò ammirato e quasi incredulo un’ultima volta. Jessica ricambiò con l’intensità che gli era propria.
E Bruno, che faceva il camionista, la baciò con tutto l’autotrasporto di cui era capace.
Si salutarono.

Quando venne dimesso dall’ospedale, Nino uscì con Susanna, l’istruttore ci entrò.
Bruno e Jessica non si videro mai più.
Mario e Delia si sposarono.
Oreno morì.
Andò peggio a Mario e Delia.

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Il guardone e la sua nemesi

Posted by sdrammaturgo su 4 ottobre 2010

«Ama il prossimo tuo come te stesso», ci è stato insegnato.
Ma tale precetto conserva la propria funzione salvifica
se ad applicarlo è un masochista autolesionista che si detesta?
In verità, in verità vi dico: «Ama il prossimo tuo come una fica.»
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EDDY KONSEGUENSAH

*

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Io sono un inguaribile romantico: sul far della sera, mi piace uscire a fare lunghe passeggiate, respirando l’aria tenue del tramonto. E poi in giro a quell’ora si beccano pompe niente male.
Il pompino più commovente a cui mi sia mai capitato di assistere lo vidi alcuni anni fa. Era una calda serata estiva, dal clima insolito: c’erano ventisette gradi, ma sembrava ce ne fossero ventotto. Era già buio e la via era deserta e male illuminata. Lui era appoggiato con la schiena al camion della spazzatura e trasudava ragionierismo fuori forma. Lei, grassoccia e appassionata in ginocchio davanti a lui, una di quelle meretrici per cui mi sono sempre chiesto «che senso ha spenderci dei soldi quando una così brutta è la prima a dartela gratis in qualsiasi discoteca?». Il vento accarezzava i loro volti beati; i corpi vibravano d’ardore, soprattutto le panze; il netturbino sembrava vagamente contrariato. Il mercimonio non attenuava certo il trasporto. L’appagamento a pagamento non è infatti meno appagante per il pagante e, nonostante l’enorme mole di richiesta, concede lo stesso un tot di tempo appagante a pagante. D’altronde lo dice il nome stesso: appagamento, a-pagamento. Non era forse un mercenario l’impavido Giovanni dalle Bande Nere? Ed era per questo meno caparbio in battaglia? E quei due – sì! – si amarono, per un denso quarto d’ora! Oh, quanta intensità, per soli quindici euro! Come faccio a sapere il prezzo? Non mi sono mai piaciute le discoteche.

Sì, sono un guardone. Od un voyeur, quando voglio fare colpo su qualche donna sofisticata e ribelle. Spio le vite altrui, suggo non visto i gemiti degli altri, mi nutro del loro eros. Mi faccio le pippe acquattato in anfratti scomodissimi. Ma ne vale la pena. Oh, se ne vale la pena.
Lo scrittore Ernesto Ferrero sostiene che leggere sia come vivere tante vite. Ecco: osservare gli altri che trombano è come fare tante trombate. Una sola esistenza ci è data, con un numero finito di anni, e dunque un numero finito di trombate. Entrar con gli occhi di soppiatto nelle trombate altrui equivale quindi a respirare un soffio d’infinità. Trombate infinite, il sogno d’ogni essere umano degno di questo nome! Giacché, quante trombate può mai fare una persona nel corso della propria vita? Io pochissime, ma non è questo il punto. Prendiamo un grande seduttore, un uomo famoso: per quante migliaia di conquiste egli riesca ad affastellare, resterà sempre eternamente distante dall’idea di illimitato, e coiti, orgasmi e leccate di vario genere rimarranno sempre costretti entro angusti confini numerici. «Loro sono tante, mentre io sono uno solo!», esclamò una volta un ben saggio tale ammirando sconfortato il torrenziale fluir di femminine forme ad ogni angolo di strada. E’ questo, questo, la gabbia della presenza, che ci imprigiona e ci tiene lontano dall’infinito. La condanna dell’hic et nunc, al qui ed ora, il dover-esserci fisico, l’obbligo di stare in un solo spazio ed in un solo tempo, avendo un unico corpo, mentre sogneremmo un’ubiquità scevra dalla manciata di istanti che ci son concessi, magra, miserrima offerta che ci intrappola come una siepe beffarda. Non è difatti tremendo pensare che non è possibile farsi contemporaneamente un’ebony ed un’asian se abiti a Roccalvecce?
Un guardone sperimenta la sfuggente incommensurabilità dell’assenza, moltiplicazione ad libitum d’una presenza liberata dalla spaziotemporalità. Più semplicemente: un guardone risponde alla sempiterna domanda «come sarebbe trombare con una donna quando lei non tromba con me?» (esperienza che ho invero in parte provato andando a letto con una che non faceva che fissare il poster del proprio elettricista posto sulla parete di fronte). Siamo abituati a concepire l’esistenza altrui solo quando ci sta davanti, ha a che fare con noi, si intreccia con la nostra, con la nostra comunica e si mescola. Quando, insomma, ci ri-guarda. Ma quando noi non ci siamo? Gli altri, continuano ad esserci? E quando noi non scopiamo, chi sta scopando con noi continua a scopare? Questo magari lo sa bene ogni cornuto, ma non è questo il punto. Il guardone saggia invece l’esser lì senza esser-ci. Egli conosce l’altrui svolgersi della vita come se ne facesse parte senza averne relazione alcuna, guarda senz’essere guardato, partecipa senz’essere un partecipante, scruta il banchetto dell’essere, si immerge da lontano, aprendosi un varco, una finestra, sull’infinito, diventandone spettatore dalla piccionaia. Guarda con occhi aperti il mondo che continua ad esserci anche quando chiudiamo gli occhi.
Ergo, un guardone vive tante vite; e, di conseguenza, fa tante trombate, infinite trombate, trombate infinite, sviluppando bicipiti e tendiniti.
Chi l’avrebbe mai detto che si potesse associare tutto ciò ad un po’ di passera, eh?

Divenni un guardone molto piccolo (e lo rimasi, vista la mia bassissima statura). Fu tutto merito (o tutta colpa che sia) della figlia dei miei vicini di casa. Era una ragazza bellissima, elegante, sensuale, straordinariamente aggraziata. Quando usciva in giardino con le sue vesti svolazzanti, mi incantavo a guardarla. Mi ipnotizzava, catturava, rapiva, magnetizzava. Vedere lei era come leggere un romanzo di Ray Bradbury: immaginavi cose che non ti sarebbero mai successe. Ben presto mi feci allora esoso di sempre nuove fantasticherie.
Crescendo, iniziai a sviluppare un particolare sguardo continuamente, costantemente ed incessantemente erotizzato ed erotizzante sulle cose e sul mondo. Cosa che mi ha creato non pochi problemi. Come quella volta in cui andai a trovare un mio cugino al quale era nata una bambina da poche settimane. Vedendo quella candida boccuccia d’infante, gli dissi: «Pensa se rimane così sdentata anche da grande quanto ti diverti!». Non la prese bene. Imparai una grande lezione: mai suggerire l’incesto al padre di una neonata.

Già, la vita del guardone non è affatto semplice. Ore ed ore di sopralluoghi, studio del territorio, pedinamenti, appostamenti per qualche sguardo fugace che talvolta può rivelarsi anche un fallimento. Ad esempio, mi capitò di appostarmi per spiare un’incantevole fanciulla ch’ero sicuro vivesse lì, ed invece sbagliai abitazione ed incappai in una novantenne che si stava spalmando la pomata per le emorroidi. Mi masturbai sforzandomi di immaginare che si trattasse di un’ottantenne.
D’altronde bisogna saper fare di necessità virtù. Conoscevo uno che perse la mano in un incidente, ma grazie al moncherino divenne il mago del fisting.

Il segreto del successo per un guardone risiede nel lavoro di gruppo. Bisogna costituire un pool efficiente per avere risultati garantiti e ridurre al minimo inutili sperperi di energia. Ed è quel che feci insieme ad un drappello di sodali, al fine di centralizzare le informazioni, ottimizzare le attività, eliminare gli sprechi (è per questo che cagliavamo lo sperma e lo davamo ai bambini che morivano di fame). Oh, quanti ricordi mi assalgono ripensando alla mia vecchia squadra! Mi par di rivedere la lunga teoria dei loro volti (che in pratica erano brutti); i lunghi pomeriggi e le interminabili nottate nascosti tra gli arbusti, i cannocchiali piazzati, le mitragliate di scatti; e poi le facce contratte, l’agitazione improvvisa, le fave impugnate; e ancor mi sovviene odor di merluzzo.
Prodi priapei, indefessi vulvodefunti, indomiti onanisti che hanno dato la vita per un ideale, ovvero quello della patria dalla quale proveniamo: la fica. Tutti, in un modo o nell’altro, restiamo intimamente e profondamente legati al luogo natio. La fica ci piace dunque per una questione di nostalgia.
C’era Consuelo, che però era maschio; così maschio da considerare una femminea vezzosità ogni tentativo di igiene personale. Era talmente sporco che allontanava le mosche con le scoregge e, in gita nei paesi islamici, dalle moschee (ci andavamo perché quale prova più stimolante per un virtuoso del voyeurismo di una donna col burqa?). Trionfava sempre nelle gare a chi piscia più vicino, riuscendo a pisciarsi sui testicoli e sul frenulo. Paesano rozzo del Centro Italia, venne ucciso e mangiato da un serial killer cannibale e tutti lo ricordano ora come il Boro Alimentare.
C’erano poi i fratelli Scamuffo, entrambi Giacomo. Abili prestigiatori abbastanza conosciuti nell’ambiente dello spettacolo sia dalla madre che dalla zia, l’uno era in grado di levitare, ma solo tenendo a terra un piede alla volta; l’altro invece lievitava, prendendo cinque o sei chili a settimana.
E come dimenticare Luigino, detto Luigino? Omuncolo passivo e privo di personalità, eppure inflessibile ed inamovibile sul suo forte legame con le tradizioni, era così rigido ed obbediente che evitava di commuoversi a colazione perché gli avevano sempre detto che non bisogna piangere sul latte versato. Riservava così il proprio dolore solo alle confezioni sigillate. Che poi, a ben vedere, anche quel latte era stato necessariamente versato in precedenza, per l’imbottigliamento, prima dell’imbottigliamento, fin dalla mungitura stessa. Ma in fondo la vita è fatta di convenzioni. E quale convenzione più marmorea della convinzione? Raramente ho conosciuto individui più arrapati e perversi di Luigino. Egli scaricava nella sessualità tutte le frustrazioni che si portava dietro fin dal battesimo, quando gli era stato imposto un diminutivo per nome, cosa che aveva compromesso definitivamente e fin dal principio la sua autostima. Quel suffisso sminuente, fardello mal sopportato, gravava sulla sua anima come sempiterna onta, facendolo sentire un uomo destinato a rimanere incompiuto, un mezzo maschio, un omino. E l’unica storia d’amore da lui vissuta non fece che inasprire le sue insicurezze. Poiché cercava infatti un riscatto della propria virilità ostentando un appetito erotico ferino ed insensibile, con un’attenzione morbosa all’anatomia, la sua ragazza, Esposita (la quale faceva la sua porca figura ogni volta che la portava a fare una passeggiata tra i canali di scolo della rete fognaria), non faceva che ripetergli: «Voglio che mi ami soprattutto per la mia interiorità»; e lui rispondeva: «Non temere, dolcezza: io adoro i tuo polmoni e lo sai che ho sempre avuto un debole per il tuo intestino». Lei allora gli diceva «sciocchino», e lui se la prendeva: nemmeno dello sciocco completo, gli dava. Povera Esposita, quante deve averne passate… Ragazza peraltro giovane e molto sfortunata: avrebbe potuto essere una brutta ventenne, ed invece era pure una brutta trentenne. Però l’ho sempre stimata, perché non si è mai nascosta: brutta era e brutta appariva, senza infingimenti, maschere, trucchi, trascurando abbigliamento e valorizzazioni estetiche. Ed è bene che le brutte non si curino, così mettono subito le cose in chiaro e puoi evitarle senza perdere tempo.
Faceva parte della brigata anche Cosimo il Pragmatico, feticista monomaniaco: era così appassionato di vagine con il piercing al clitoride che presto la fica medesima finì per risultargli un elemento di troppo, cosicché trovò la propria perfetta soddisfazione e realizzazione erotica nel leccare chiodi del dodici.
Era esasperante collaborare con Jerry, detto Mauro: non faceva che canticchiare in continuazione Nella vecchia fattorina, entusiasmato dai propri coiti con un’anziana pony express.
Il bello del voyeurismo risiede nel suo essere realmente democratico, interclassista e socialmente trasversale. Tant’è che tra di noi c’era anche un professorone (di cui non farò il nome per riservatezza. Gli altri invece non hanno mai avuto una rispettabilità da proteggere), adesso non ricordo bene di che e di che cosa, ma era uno di quegli accademici famosi in tutto il mondo. A furia di tenere conferenze, ebbe la vita sessuale rovinata, poiché si tirò dietro nella sfera erotica un’abitudine tipica dei discorsi in pubblico. Esordiva infatti in ogni amplesso dichiarando: «Sarò breve», e, essendo un uomo probo dalla irreprensibile onestà, teneva puntualmente fede alla parola data, sia quantitativamente che morfologicamente. Grazie alla sua monumentale cultura e profetica saggezza, seppe regalarci preziosissimi insegnamenti. Uno in particolar modo mi accompagna da anni e mi è stato di grande aiuto in moltissime situazioni: «Niente è peggiore della carta igienica che si sfalda, perché senza accorgertene ti ritrovi a pulirti il culo a mani nude». Ed era per noi una vera Bibbia il suo libello Fica: utopia o trovata pubblicitaria?, di cui vale la pena riportare almeno l’incipit: «Quante volte vi siete sentiti dire : “Andiamo in quel locale, ché c’è la Fica”? Ma che cos’è la Fica, questa sorta di entità astratta che sembra aleggiare sul locale? Cosa si intende in questi casi per Fica? Ci si riferisce forse alla somma di tutte le avventrici avvenenti presenti? Oppure magari alla qualità media delle frequentatrici in genere, comprese le assenti? La questione è più complessa. Il concetto di Fica risulta infatti non riducibile ad un mero insieme numerico di enti. C’è in esso un di più: la Fica appare dunque come un’eccedenza, che rivela altro da sé, l’Altro di sé; una meta ideale a cui tendere, qualcosa di intangibile che tale – in cuor vostro lo sapete – rimarrà. Fatto sta che alla fine in quel locale ci andate di corsa.».
Frequenti querelle si accendevano tra il professore, impenitente epicureo, ed Ercole Santantonio, il Semi-Pio, giovane catechista perennemente in guerra con le proprie pulsioni che partecipava alla nostre sedute con logorante senso di colpa. Le erezioni mettevano a dura prova la sua fervente religiosità, ma, come dice il filosofo Biagio Pasqual, il pene ha le proprie ragioni che cuore e ragione non conoscono. Quantunque peccare lo affliggesse, era in grado di osservare coppiette per ore ed ore consecutive. Era, insomma, un vero osservante. Che strani i giovani cattolici…sbattuti tra la fede e la fica, hanno la fede, poi scoprono la fica e continuano lo stesso ad essere dubbiosi.
Inseparabile amico di Ercole era Stefanuccio l’Invalido. Avevano la stessa età, ma Stefanuccio aveva due anni di meno. Non ci sapeva proprio fare con le donne: per distrarle dal fatto che era zoppo, si metteva le dita nel naso. Una volta attirò una ragazza a vedere la propria collezione di farfalle con la scusa che avrebbero fatto sesso.
Altro elemento pervaso d’irrequietudine era Gusmano. Si trattava di un uomo molto tormentato, dilaniato da un’insanabile conflittualità interiore dovuta all’abuso del suo piatto preferito, le prugne col limone. Ah, Gusmano, caro Gusmano, buon vecchio Gusmano… Non passa giorno in cui non mi chieda che fine abbia fatto. Ed ogni volta mi rispondo che non me ne frega niente.
Devo aggiungere all’elenco dei componenti della truppa il trascurabile Giorgiosvaldo, ma solo di sfuggita, ché di costui m’è rimasto impresso solo il fatto che utilizzava uno shampoo anticrespo, cosa che mi è sempre parsa eccessiva, visto che tutto sommato è stato un buon centravanti.
Ma chi più di tutti mi è rimasto nel cuore è Giuseppe, detto Peppe con immane sforzo d’inventiva. Giuseppe ha sofferto tanto: essendo mortalmente accidioso, si prese una moglie infedele per potersi comodamente appostare in casa propria. Il fatto di essere maniacalmente geloso lo costrinse a sopportare atroci supplizi fino alla fine dei suoi giorni.

Ognuno di noi aveva un settore di specializzazione: chi preferiva spiare le liceali, chi le adultere, chi gli sposini, chi perseguitava le non vedenti, chi derideva le meno abbienti. Io mi concentrai sulle modelle.
Una modella vale di più perché la modella è la fica al quadrato. Viene pagata per essere fica, perché è fica, perché è la Fica; la modella rappresenta l’archetipo a cui ogni fica si rifà. Il suo ruolo sociale, il suo scopo esistenziale, è quello di essere fica. La modella costituisce la Fica in Sé, il noumeno della Fica. Scopare con una modella è come scopare con l’idea platonica di Fica. Di riflesso, osservare una modella nel segreto della propria intimità equivale ad assistere al dischiudersi del mistero della Fica. E poi avere a che fare con una modella offre notevoli vantaggi economici: una modella puoi invitarla a non cenare fuori. «Ti va di uscire a non cenare fuori stasera?» «Volentieri!».
Scelsi le modelle perché sono uno che non si è mai accontentato ed ha sempre cercato l’oltre, il di più, il superamento. Conobbi però un tale che in questo mi sopravanzava nettamente, uno che pensava veramente in grande: non si faceva le modelle, ma direttamente le stiliste. Era così pieno di sé che quando qualcuno bestemmiava si sentiva chiamato in causa.

Ma non è di lui che voglio parlare, quanto piuttosto dell’unica donna che io abbia mai amato. Amato sul serio, intendo, e non solo carezzato con l’immaginazione, rubando di soppiatto istanti della sua vita. Perché, sì, ad un guardone non è preclusa la possibilità di innamorarsi ed essere amato, di abbandonarsi a passioni carnali e non di solo pensiero, di solo intelletto; ardori condivisi, ricambiati; non solo smanettate quindi, ma pippe accessoriate con l’ausilio di corpi femminili esterni a disposizione dell’operante. No: con Luisa vissi un’intensa, reale, storia d’amore.
A me sono sempre piaciute le donne lisce lisce, completamente glabre anche…lì. Principalmente lì. E’ per questo che sono sempre andato a rimorchiare nei reparti di oncologia. Fu nella sezione Chemio vana che la incontrai. O meglio, mi ci imbattei: affinché si possa parlare di incontro tra due persone, è necessario infatti che entrambe siano in grado di muoversi l’una verso l’altra.
Rimembro ancora con lancinante dolore il giorno della sua dipartita. Era ormai agonizzante, i medici la stavano portando via, io scoppiai a piangere e non la smettevo di ripetere al dottore: «La prego, me la faccia scopare ancora una volta!». Deh, Luisa mia adorata, quanto fosti sventurata! Non tanto per il cancro, quanto perché ti chiamavi Luisa.
Poi venne un angelo e la portò via (Angelo Fabuozzi, il becchino). Ed io tornai alle seghe, sopraffatto dalla falegnameria.

Un guardone dedica l’intera vita al voyeurismo, ad esso la immola ed intorno ad esso la plasma. Inizia a frequentare solo posti e persone che possano essere utili alla sua deliziosa croce, organizza il proprio tempo secondo i ritmi di pussywatching, opera scelte fondamentali in base all’efficacia che potrebbero avere sulla sua attività: dove vivere, con chi, dove lavorare. E’ la sete di conoscenza che spinge a fare tutto ciò. La sete di conoscenza e la fame di fregna, chiaro.
Si imparano un mucchio di cose facendo il guardone, specie sul mondo femminile. Ad esempio, io ho capito che l’attrazione che le donne provano verso i musicisti è sopravvalutata. Una volta infatti beccai una ragazza che aveva sedotto un violinista, del quale si era furentemente invaghita. Uno pensa per il talento, certo. Ebbene, sbirciando una loro seduta di compenetrazione sensoriale (una trombata, sì), la sentii esclamare: «Sì, scopami come se suonassi un violino! O volendo anche un tamburo». Ed ho capito anche che le donne tengono al bell’aspetto per attirare più sguardi possibile al fine di stanare quello che resta indifferente e le ignora. Come essere contenti di cucinare per un’anoressica. Bah.
Ad ogni modo, la volontà di sapere che muove ed agita prepotentemente ogni guardone mi ha spinto pertanto a prendere questa casa in cui mi trovo ora. Mi sono stabilito proprio qui perché dirimpetto abita una ragazza dal corpo che a prima vista sembra essere fantastico, la quale suole cambiarsi molto spesso nei pressi della finestra che tiene quasi sempre spalancata. Una discreta botta di culo, in effetti. L’ho scorta subito appena sono venuto a vedere l’appartamento e – ovvio – ho firmato immediatamente il contratto d’acquisto. Non l’ho ancora veduta in viso, ma spero che questa sia la volta buona. La sto guardonando proprio in questo preciso momento, munito del mio fido binocolo. Benissimo, si è spogliata ed è tutta nuda. Comincio ad esplorare le sue forme come si deve risalendo dai piedi, soffermandomi porzione per porzione. Oh, sì…splendida…ha le gambe di Nicole Kidman…uau, il sedere di Charlize Theron…mmm, il ventre di Jessica Alba…cielo, il seno di Jennifer Connelly…le labbra di Angelina Jolie…gli occhi di Marty Feld…Argh!

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Empia ferocia

Posted by sdrammaturgo su 2 settembre 2010

Domenica ventinove luglio del millenovecento paro paro, Gaetano Bresci si levò di buon mattino – invero financo troppo buono – per portare patate al curato.
Avrebbe avuto di che sudare anche al dì di festa, come sempre, essendogli di scarso aiuto il ciuco zoppo. Gli s’era azzoppato tempo addietro su un gradino mal lastricato, e da quel fatal mattone sghembo ch’era stato trabocchetto allo zoccolo svogliato, il pigro somaro aveva preso a far vita d’ospite spesato. E tutti a dirgli (e su tutti il padrone): «Almen ammazzalo e fanne vivande». Ma Gaetano si giustificava dicendo: «Con questo sciagurato, non ci vien bene neppure il capocollo». Ci s’era affezionato, a quel ciuco zoppo, vecchio compagno di salite e lunghe scarpinate. Certo, dura era perdonargli d’averlo abbandonato a solitarie asperità di scalate ancor più amare, ma gli voleva bene, e si limitava a maledirlo tra i denti, bonariamente. Amichevolmente viveva allora con il ciuco zoppo, e mai compagnia gli era stata più gradita. Quando rientrava, vedendolo poltrire e masticare, lo apostrofava: «Eccolo lì, il solito sfaccendato», e via ad inondar di lunghe chiacchierate l’equino interlocutore, a cui narrava la giornata, i dubbi, le facezie, le ambizioni, e poi speranze, disincanti, aspirazioni, e ancor risate e piagnistei e lamentele e infatuazioni.
Il silente sodale ascoltava tutto con attenta indifferenza.
Quel giorno, così simile ad ogni altro, si caricò dunque il sacco in spalla, esitando un poco sull’uscio che ristagnava nell’alba afosa, e, sospirando per farsi forza, cominciò a risalir le vie sassose. Anzi, a scendere e di nuovo arrampicarsi, ché abitava dalla parte opposta. La strada per la Madonna de Idris non era breve (magari non lunga, ma ben rognosa); e poi, benché vi fosse nato, indi cresciuto e mai spostato, per quelle viuzze prive d’ordine e colme di calura (ma tanto belle, riconosceva) continuava di poco in poco a smarrircisi tuttora. Ma al prete piaceva passar lassù le proprie giornate (tanto più ch’era domenica e aveva da dir messa), e così si faceva portar fin lì offerte e libagioni, come se mangiare al santuario potesse in qualche modo santificare anche lui.
Mariarosa – la vicina, ché di moglie non v’era il pericolo – dormiva ancora e non avrebbe perciò potuto ella vegliare sulla sua roba. Poco male, pensò, tanto cose da rubare non ce n’erano.
Gaetano arrancava grondante e grondava arrancando.
Matera, labirinto di pietra e di solitudine, gli fiaccava i passi, facendogli l’anima callosa.
«E quel cialtrone d’un ciuco dannato si starà stancando le ganasce a suon di biada, che il diavolo se lo porti a lavorar sul serio, asino dannato lazzarone e tanghero», sbraitava muto, aggiungendo qualche «pelandrone impunito fellone infingardo».
Dopo un’abbondante gragnuola d’imprecazioni sulla sua vita di stirpe d’Adamo costretta al travaglio per colpe non sue, giunse finalmente sulla soglia della dimora della Vergine – ma più del sacerdote – protettrice del picco roccioso.
«Padre Umberto, le patate», annunciò Gaetano.
«Vien qua, son sul retro», gli arrivò di risposta un’eco di voce.
Il chierico se ne stava seduto all’ombra sul piccolo spiazzo che dava sul monte irto e riarso e giù, sulla ripida valle solcata dal fiumiciattolo, un po’ a preparar l’omelia, un poco a pulire l’agnello, fidandosi delle proprie mani più di quelle della perpetua, la quale aveva il vizio di capar con troppa parsimonia.
Gaetano si sgravò del fardello lasciando cadere il sacco di patate. Padre Umberto ripose la carcassa d’agnello spellata nel catino, si pulì le mani alla buona con il panno che teneva su un ginocchio, poggiò il breviario che aveva sull’altro sopra lo sgabello e si alzò facendosi incontro al foriero di tuberi da contorno.
Brevissimi convenevoli e subito pose attenzione a valutar la merce.
E qui vennero i guai.
«Non è questo il prezzo da fare.»
«Così s’era detto.»
«Son tutte mosce.»
«Non mi par proprio.»
«Ti pago la metà.»
«Non mi par equo.»
«Non ti par, non ti par. Par a me.»
E così procedettero, l’uno a tirar sul prezzo, l’altro a tirar bestemmie.
Fatto che si fu il botta e risposta astioso ed animoso e logorante e logoro e parsa la questione irresolubile, Gaetano si fece petroso, incandescente, pien di spigoli e di erbacce e, sarà stato il caldo, la fatica, i piedi senza requie e mai senza dolore, la rabbia per la sorte infame, la tirchieria del parroco od il pensier del ciuco zoppo, fatto sta che, com’è, come non è, aggarrò il padre Umberto per la veste nera e lo strattonò verso il bordo del terrazzo, che doveva essere ben basso, poiché il prete vorticò nel dirupo.
La tonaca color di tenebra parve quasi scintillare di buio approssimandosi al fondo del crepaccio.
«Dov’è padre Umberto, dove sarà finito il prete», fu tutto un vociare agitato e sommesso della gente venuta alla funzione senza trovarvi il celebrante.
Fu un fungaiolo a ritrovar l’indomani il corpo malconcio del curato.
Gaetano, furono le patate ad incastrarlo. Un po’ per la paura, molto per la fatica, aveva lasciato il sacco addossato all’orlo del precipizio inghiotti-reverendo. E lo strapiombo s’ingoiò pure il buon nome di Gaetano.
Presto, subito, s’iniziò a parlar d’empia ferocia (in codesta maniera la battezzarono le cronache delle gazzette) per chi aveva strappato alla polverosa città il pastore dall’abito lucido, il ministro di Dio, scempiato da sacrilega mano col concorso di sassi puntuti e poco accorti al capitombolar dell’uomo di chiesa.
Nella galera ove venne rinchiuso (non più umida comunque di casa sua), Gaetano venne a sapere che un tale recante il suo stesso nome nonché identico cognome, nel medesimo giorno – benché la sera – aveva ucciso un altro Umberto piuttosto importante.
Tornando anni dopo nella piazza assolata della propria inclemente città (sussistevano comunque dei dubbi, per cui non lo giustiziarono, e gli fu fatta invece regia grazia di parecchi anni di gattabuia), trovò un’epigrafe nuova e già vetusta a campeggiar sulla fatica e sul tufo:

A
UMBERTO I DI SAVOIA
DUE COSE INSIEME – RE BUONO E PRODE GUERRIERO –
DALL’EMPIA FEROCIA ANARCHICA
CRUDELMENTE RAPITO ALLA NAZIONE
CUI PIU’ CHE SOVRANO FU TENERO PADRE
LA GIOVENTU’ STUDIOSA DI MATERA
CON GENEROSO CONCORSO D’OGNI ORDINE DI CITTADINI
CONSACRA QUESTO RICORDO
IL XX SETTEMBRE MCMII

*

Il ciuco, intanto, era morto da un pezzo.

*

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La zattera Medusa – Scene alla deriva

Posted by sdrammaturgo su 28 giugno 2009


Il due luglio milleottocentosedici, la Méduse, una fregata della marina francese in navigazione verso il Senegal, si incagliò su un banco di sabbia al largo dell’attuale Mauritania, probabilmente a causa dell’inettitudine del comandante de Chaumaray. I passeggeri vennero imbarcati su sei scialuppe, mentre l’equipaggio si sistemò su una zattera di venti metri per dieci legata alle altre imbarcazioni, ma la cima si ruppe (o, probabilmente, venne tagliata per risparmiare la fatica di trascinarla) e la zattera con centotrentanove uomini a bordo fu abbandonata alla deriva.
Su quella zattera, i cui sventurati marinai si trovarono ben presto stremati dal sole, dalla fame, dalla sete, dalla disperazione, si verificarono gli eventi più disumani: suicidi, violenze, sopraffazioni, omicidi, torture, cannibalismo.
La zattera della Medusa rappresentò il naufragio dell’Occidente e del colonialismo, tanto che il grande pittore francese Théodore Géricault immortalò nel suo dipinto più celebre quella che resta una delle pagine più tremende della storia europea e dell’umanità tutta.
Circa duecento anni più tardi, il colonialismo raccoglie i suoi frutti ed una zattera compie il percorso inverso…

*

Dal diario di bordo del capitano Edaddo Mani

Caro diario di bordo, ah, che sole! E che mare! Quarantasei gradi in pieno Mediterraneo e senza neanche una pensilina. Sento il mio spirito temprarsi e le mie spalle sfrigolare. Ho qui con me un mozzo pellerossa che prima di partire era albino. Son cose da uomini, queste!
Siamo salpati dalla Libia che ormai son venti giorni. Stavolta ho avuto in sorte una ciurma troppo molle. Già tutti stanchi, tutti spauriti! Eppure quel che hanno affrontato è un viaggio ameno e innocuo! Lo dicono tutti i sopravvissuti! Qual fortuna è lor toccata e non se ne rendono conto! Voglio dire, innanzitutto una bella cammellata senza cammello attraverso il Sahara. Tutto. Con pranzo al sacco (infatti molti di loro per la fame si son mangiati la bisaccia. Eh, quanta ingordigia di questi tempi). Poi tutti insieme sulla mia salda e bella imbarcazione, che questo femmineo ed ignorante mozzo s’ostina a chiamare canotto. Oh, quanta insipienza delle cose marinare! E’ essa infatti ciò che vien più propriamente detta fregata, avendola io sottratta con indomito coraggio e ben esperta astuzia in una darsena mal custodita. Ci si sta comodi come si conviene ad animi virili e camerateschi ed è accogliente come il grembo d’una madre nana. In centotrentanove in venti metri per dieci: come possono non amare tutto codesto calore umano?! E il tutto al modico prezzo di quattromila euro. Oggigiorno gli africani son diventati incontentabili.
Spetta a me condurli a riva nella suola distaccata dello Stivale dirimpetto. Costoro hanno affidato la loro vita al loro capitano, che taluni nel mio ingrato suol natio suole ancora appellare erroneamente scafista. Ma deh, io non mi curo degli invertebrati per nulla avvezzi ai flutti ed ai marosi.
Io bado alle mie ossa dure, al mio timone, alla mia rotta ed alla mia gamba di legno. Come l’ho persa, qualcun si chiederà. Come si conviene ad uno strenuo cuor filibustiere! Mi ci è caduto sopra il lampadario mentre stavo leggendo Moby Dick. Il destino mi ha voluto come il valoroso Achab ed io non tradirò la mia oceanica missione.
Alla mia fedele chiatta ho apposto il nome assai propizio di Medusa, affinché fosse di buon auspicio. Ed infatti la navigazione procede serena e senza sorprese, a parte qualche trascurabile intoppo, come quando ci siamo arenati o siamo stati cannoneggiati o abbiamo dovuto otturare una falla con un neonato. Ma a parte ciò, tutto il resto è una placida e sicura deriva.
D’altronde non mi perdo un’edizione del bollettino nautico Naufragare informati.
Accanto a noi nuotano beati ed amichevoli i delfini ed a volte qualche squalo, ma giusto quando cade qualcuno in mare.
Unico elemento di disturbo è un tale di nome Teodoro che se ne va sempre in giro con un foglio ed una matita in mano a condire con del sale ogni passeggero dicendo agli altri: “Sicuri che nessuno vuole assaggiare?”.
“Terra! Terra!”, grida di tanto in tanto la vedetta, un vecchio sciamano nigeriano cieco. Sta venendo in Italia per essere assunto come caporedattore del TG1.
Tutto il resto, è una congerie di nazionalità diverse unite però da un unico sacro vincolo: l’austera povertà.

*

Dialogo geopolitico tra un congolese ed un marocchino, con varie intromissioni

Un marocchino ed un congolese si svegliarono appoggiati uno addosso all’altro.
“Buongiorno”, esordì il marocchino.
“Buongiorno”, rispose cordiale il congolese.
“Dormito bene?”
“Pensavo di essere morto. Che delusione”
“Dai, che ci siamo quasi”
“Ora ti riconosco: non eri tu che hai detto la stessa cosa quindici giorni fa?”
“No, quello è morto”
“Dove sarà l’Italia? Di qua o di là?”
“Boh, la bussola se l’è mangiata il capitano da un bel pezzo”
“D’altro canto la fame è fame”
“A proposito, non mangio da giorni”
“Io non mangio da anni”
“Di dove sei?”
“Congo”
“Repubblica del Congo o Repubblica Democratica del Congo?”
“Fa differenza?”, intervenne un kenyota, così chiamato per gentile eufemismo.
“Repubblica Democratica. O almeno, quando sono partito era ancora Repubblica Democratica del Congo. Ma a quest’ora potrebbero essersi scambiate: facile che adesso la Repubblica del Congo è la Repubblica Democratica del Congo e la Repubblica Democratica del Congo è la Repubblica del Congo, quella semplice, quella senza il Democratica
“Guarda che adesso si chiama di nuovo Zaire”, si intromise opportunamente un liberiano.
“Macché, quello fino a dieci minuti fa. Adesso si chiama di nuovo Repubblica Democratica del Congo”, corresse un ivoriano ben informato che aveva con sé una radiolina.
“Eh, mi pareva infatti”, aggiunse un valdostano.
“E tu che cazzo ci fai qui?!” chiesero e pensarono più o meno tutti.
“Non mi è mai piaciuta la montagna”, rispose il valdostano.
“Complimenti, avete trovato l’intruso”, disse felice l’enigmista di bordo. Quindi il discorso riprese.
“Sì, ma cinque minuti fa è diventato il Principato di Un Po’ Di Gente Nera e tre minuti fa c’è stato un colpo di Stato, così adesso si chiama Principato Democratico Di Un Po’ Di Gente Nera Del Congo e comprende la vecchia Repubblica Democratica del Congo più parte della Repubblica del Congo. La parte restante è suddivisa a sua volta in Congo Fate Voi e Congo a Piacere, al cui interno coesistono due stati separati, il Congo Opzione Golpe ed il Trallallero. Ma negli ultimi quarantacinque secondi sono scoppiate sei guerre civili, quindi è ancora tutto da vedere”, rettificò un sudafricano che aveva un’altra radiolina. Non è un caso se la zattera Medusa divenne celebre accedendo al Guinness dei Primati come barcone di clandestini con la maggiore densità di radioline.
“Che poi non ho mai capito perché ci tengano tanto a metterci in mezzo la parola Democratica“, riprese il marocchino.
“Beh, studi psicologici hanno dimostrato che se uno sganassone lo chiami buffetto ti fai menare più volentieri”, sentenziò il congolese.
“Cavolo, ma sei acculturato!”, esclamò stupito ed entusiasta il marocchino.
“Non è merito mio, ma di mio fratello. Lui è laureato in medicina e psichiatria con un master in neurologia. Tutto quello che so l’ho imparato da lui. E’ emigrato tempo fa ed infatti grazie ai suoi titoli prestigiosi ha trovato subito lavoro: trasporta cassette di frutta all’Ortomercato di Milano. Lo pagano in nero, ma si sa, all’inizio devi fare la gavetta. Facendo carriera, presto lo pagheranno in nero per trasportare cassette di verdura”
“E tu come mai te ne sei andato?”
“Sto scappando dalle autorità”
“Ti sei messo nei guai?”
“Ma sai, nella mia nazione ti ammazzano per mille motivi. Sulla mia testa ad esempio pende una condanna a morte per divieto di sosta. Ti salvi solo se sei straniero. Se sei europeo o americano non ti possono ammazzare. Mio zio quando lo hanno arrestato per detenzione illegale di acqua ha provato a fingersi svedese, ma gli è andata male”
“E cosa vuoi fare in Italia?”
“Il calciatore!”
“Ma hai una gamba sola!”
“Ah, già… Oh, comunque c’è da dire che i bianchi avranno pure parecchi difetti, ma le mine antiuomo le sanno fare davvero bene. Certo, magari hanno un po’ esagerato nella distribuzione. Io sono saltato in aria nel cesso di casa mia. Conservo ancora l’altra gamba. Con quella conto di diventare un rivoluzionario giocatore di cricket. O anche di golf, se riesco ad entrare nei salotti buoni”
“Laggiù! Soffia!”, interruppe un ghanese.
“La Balena Bianca???”, chiesero stupefatti alcuni.
“No, Bongo che sta annegando”.
“Ci penso io!”, si propose baldanzoso ed intrepido il capitano. Si sporse e gridò all’indirizzo di Bongo, impacciato ciccione del Burkina Faso che si stava sbracciando. “Allungami la mano!”. Bongo, annaspando forsennatamente, riuscì a porgere il braccio al capitano Edaddo Mani, il quale gli sfilò l’orologio, prima di vedere l’altro colare a picco. “Peccato”, proferì il capitano “non si era mai visto un ciccione in Burkina Faso. Ci avrei potuto alzare bei dobloni”. E si rimise al comando della nave.
“Dicevamo?”, ricominciò il congolese, troppo stanco per incazzarsi.
“Mi parlavi di golf e salotti buoni”
“Ah, sì. Conto di fare un salto nell’alta società. Ci capisco di diamanti e so che ai ricchi piacciono. Capirai, ne ho raccolti per anni. Pare che faccia molto chic dell’altra parte del mare avere addosso qualche sasso. Chi ha tanta ghiaia o parecchio brecciolino deve sentirsi molto fortunato, da quelle parti.
Una volta stavo sfogliando una rivista americana ed ho visto la pubblicità di un diamante. L’ho riconosciuto subito: ero presente quando mio cugino lo trovò. Ci si è spezzato la schiena per raccogliere diamanti. Letteralmente”
“Toglimi una curiosità” domandò il marocchino “Ma come mai ti manca anche una mano?”
“Mentre lavoravo come cercatore di diamanti, ho chiesto al capo se ne potevo tenere uno”.
“Mi sa che niente golf”.
“Va be’, cercherò di diventare il miglior autostoppista del mondo”.
“Terra! Terra!”, urlò all’improvviso la vedetta cieca, con lo sguardo fisso sulle ciabatte di un algerino.

*

Intanto, in una ricca città del Nord Italia, due signore benestanti conversano amabilmente

“Ammore!”
“Tesoro! Come stai?”
“Non c’è male, non c’è male. Diciamo che sta peggio chi è povero”
“Ohohohohohohoh”
“E tu invece?”
“Bene anch’io. Son benestante”
“Io vengo ora da una passeggiata sul lungolago e…”
“Ma hai sentito cos’è successo al lago??? Un ragazzo è morto annegato! Pare che avesse anche moglie e figli. Poverino, così giovane…”
“Sì, ho sentito. Era africano”
“Ah be’, allora…”
“Ora che ci penso, tu sei tornata da poco da Parigi! Dimmi un po’, com’è stato, com’è stato?”
“Ah guarda, siamo stati benissimo. Albergo bello, con piscina, colazione abbondante, ma proprio che poi non dovevi nemmeno pranzare. La città è bellissima, ma sai che è? Troppi negri. Io per carità, niente in contrario, ma quando è troppo è troppo. Voglio dire, un negro va bene, due negri vanno bene, pure tre o quattro, voglio essere di manica larga, proprio perché io per carità niente in contrario. Ma quando cominciano ad essere decine e decine, allora no, non mi sta più bene. A tutto c’è un limite!”
“Eh, come ti capisco. Pure qui capirai, un’invasione. Esci di casa e li vedi che stanno lì, tutti insieme, ti mettono a disagio”
“Delinquono?”
“No, per fortuna no”
“Fanno baccano?”
“No, neanche”
“Sporcano, imbrattano?”
“Nemmeno”
“Cosa fanno?”
“Stanno lì! Chi chiacchiera, chi gioca a carte, chi sente la musica. Una vergogna, guarda. Io non mi sento più sicura. Non vedi mai un bianco, sembra di essere in vacanza! Qui i negri siamo diventati noi! Bisogna proprio fare qualcosa. Per fortuna adesso organizzano queste ronde. Non se ne può proprio più con questi negri che giocano a carte. Che poi si sa, da un tressette ad arrivare ad uno stupro di gruppo è un attimo”
“E stanno diventando sempre più impertinenti! Ma io dico, appena arrivi ti mettiamo in uno di quei confortevolissimi CPT con camera vista fogna e bagno vista sbarre. Esci, vieni su e, come ha fatto mio marito ad esempio, ti faccio raccogliere pomodori per sedici ore al giorno a sette euro al mese, ti  do persino una baracca in cui dormire con tutti e novantuno i tuoi connazionali per farti sentire più a tuo agio e ti lamenti pure! Io non lo so cosa pretendono questi qui! Prima abitavi in una capanna di foglie, ora dormi in una capanna di eternit ed invece di essere contento tieni sempre quel muso lungo e magari vai pure a rubare!”
“Non conoscono proprio il senso del lavoro e del sacrificio. In più hanno credenze strampalate, le donne sono sottomesse, mettono il burqa, mangiano gli scorpioni, spacciano la droga e comandano il giro della prostituzione”
“Sono proprio arretrati. Uh, si è fatto tardi. Vado ché mi comincia il rosario e dopo devo cucinare l’aragosta per mio marito e mio figlio”
“Attenta, ti si sta sciogliendo il fazzoletto. Tuo figlio sta bene?”
“Eh, purtroppo sempre tossicodipendente. Mi fa dannare”
“Oggigiorno non ci si capisce più niente. Vado anche io, devo portare la macchina a mio marito, che dopo va a puttane”
“E che ci vuoi fare, sono uomini. Si sa, l’uomo è uomo. Facile che si incontra con mio marito, pure lui ci va sempre”
“Che zone frequenta?”
“Quella dove ci sono le nigeriane, ché costano di meno”
“Che coincidenza, pure il mio!”
“Terra! Terra!”, grida un bambino, lanciando manciate di pozzolana contro le due donne imbellettate. L’autore del presente scritto ne gioisce.

*

Dal diario di bordo del capitano Edaddo Mani

Mi sento ribollire l’animo fin dal profondo delle viscere! E non solo per l’infezione intestinale che mi accompagna come farebbe appunto un’infezione intestinale! Ogni giorno che trascorre mi pervade una crescente esaltazione, giacché avverto chiaramente che attraverso di me fluiscono secoli e secoli di progresso dell’Occidente.
Oh, avevi ragione, oh sommo, oh divino, oh magnifico Rudyard Kipling! Quel che portiamo è ciò che tu chiamavi il nobile fardello dell’uomo bianco. E non intendo con esso la fiera panzetta che ogn’uom del Vecchio Continente reca avanti, bensì l’onere e l’onore (ovvero il dovere sacro) che tutti noi, genti che qualcuno chiamò ariane, abbiamo di diffondere il nostro più alto sapere e più alti valori alle popolazioni retrograde e neglette.
Quante, quante buone cose abbiamo insegnato noi del Primo al Terzo Mondo! Eh, quante, quante… Quante… Al momento non me ne sovviene neppure una, ma ce ne sono certo a iosa!
Ah, ecco, me n’è balzata in mente una: Dio. E quale idea maggior di questa?
A coloro i quali vivevano ignudi e selvaggi senza vera religione abbiamo insegnato a coprire le pudenda per non offendere il Celeste Padre. Ecco, noialtri, bianca stirpe eletta, abbiamo insegnato ai popoli dell’equatore a mettere il cappotto. Ora sudano il triplo, ma amano Dio.

*

Storia del giovane sudanese e della bella somala

A bordo nascevano gli amori. Vi erano sulla Medusa un giovane profugo del Sudan, tutto percorso da giovanili ardori, ed una ragazza somala di rara bellezza. Lui scappava dal Darfur, lei fuggiva dai parenti. Il giovane sudanese, che aveva lo stomaco vuoto ma l’occhio attento (e soprattutto altri vitali organi pieni) non poté non notare quella perla che gli appariva tanto preziosa. Certo, dopo settimane di deriva sotto al sole tra omaccioni maleodoranti anche la carcassa di un’antilope avrebbe esercitato un discreto fascino su di lui, ma di sicuro il ragazzone fu fortunato, tant’è che dopo una trentina di giorni di navigazione prese coraggio e le si avvicinò.
“Bella giornata oggi, vero?”, fece il giovane sudanese.
“Di’ un po’, ci stai provando?”, rispose la bella ragazza somala, sepolta sotto tre egiziani che pregavano in direzione di una Mecca arbitraria.
“Beh, sì”, ammise sincero il sudanese.
“Fa’ pure, tanto l’alternativa a te era restare nella periferia di Mogadiscio e sposare l’ottuagenario aerofagico che mio padre aveva scelto per me”.
Il giovane sudanese trovò dunque tutta la sicurezza che gli mancava e divenne addirittura sfacciato.
“Allora vengo subito al punto, senza giri di parole e senza infingimenti: ti ho visto, mi sei piaciuta subito e smanio di desiderio per te. Brucio!”
“Per forza, hai la febbre da colera”
“Ma a parte quello, ti bramo con tutto me stesso – o con quel che ne rimane. Sai, le mine…”
“Me lo farò bastare”
“Io…io…io voglio…voglio leccare il tuo clitoride!”
“Prego, fa’ pure, eccolo”, invitò lasciva la bella somala, estraendolo dalla tasca.
I due si amarono con passione travolgente tra un etiope e due del Ciad.
“Ho fame”, disse lui, subito dopo esser riemerso da quel meraviglioso amplesso.
“Anch’io”, fece eco un Hutu, sorridendo maliziosamente all’indirizzo di un Tutsi.
Teodoro si illuminò in volto.
“Il mozzo è ben cotto”, notificò il capitano.
“Io posso resistere. Noi soffriamo per tradizione”, disse la bella somala.
“Noi per tradizione moriamo”, replicò il giovane sudanese.
“Terra! Terra!”, strillò lo sciamano. E stavolta aveva ragione, ma del tutto casualmente, visto che stava voltato da tutt’altra parte.
Tutti, fino ad un istante prima stremati, si sentirono mossi da un rinnovato vigore e nascondendo alle proprie membra la spossatezza si ammassarono a prua a rimirare le sponde di quella che doveva apparir loro come la Terra Promessa. Quel genere di promessa che non viene mantenuta.
Chiunque si fosse trovato sulla piccola Medusa avrebbe visto a riva una schiera di persone che sembravano aspettar la barca.
“Guardateli, ci attendono!”.
“Evviva! Evviva!”.
Quell’arcobaleno di miseria e umanità era tutto un vociare di colori, sbiaditi ma vividi e vivi, come di chi resiste e non si arrende.
“Ci accoglieranno con benevolenza! Guardate, sono pronti a riceverci a braccia aperte! Tengon tutti nelle mani una fiaccola e un bastone, probabilmente strumenti di un rituale dell’amicizia, e tutti quanti indossano una camicia del color della speranza con all’occhiello un fazzoletto della medesima tinta!”
“Sì, camicie verdi! Oh, che calda accoglienza ci aspetta!”
“Incandescente”, sussurrò lo sciamano, che non aveva vista, ma qualche potere di veggenza lo conservava ancora.
In quel festante strepito, la bella ragazza somala avvertì un’impercettibile sensazione agitarlesi nel ventre, come un trambusto delicato. Restò un secondo muta, dubbiosa o imbambolata, poi si mise in disparte per ascoltar meglio il proprio corpo. Si posò una mano in grembo, sorrise esitando un poco e sospirò tremante. Guardò quel caro ragazzo sudanese, così magro eppure tanto forte, che ancora si perdeva con lo sguardo sulla costa che si avvicinava lentamente sempre di più.
Ella comprese allora che avevano concepito. Ormai ne era sicura, il corpo di una donna non può sbagliare. Si avvicinò al suo uomo, lo cinse con le braccia e mormorò al suo orecchio. Egli sembrò spaesato, ma felice, e la baciò. Decisero che se fosse stata una femmina l’avrebbero chiamata Speranza. Perché certo, la speranza è degli stronzi, ma se la vita è una chiavica, non resta che tentar di galleggiare, veleggiando verso terraferma.

*

*

Appendice – Le dieci cose da non dire mai ad una ragazza africana se si ha intenzione di rimorchiarla

*

1) Hai fatto una buona traversata?

2) Posso farti un cunnilingus in tua assenza?

3) Ehi baby, pure a te il clitoride lo hanno segato o ce lo hai ancora?

4) Mi regali il clitoride?

5) E’ vero che le negre ce l’hanno più capiente?

6) Facciamo un gioco: io mi metto un cappuccio bianco ed isso una croce in camera da letto…

7) Ciao, mi chiamo Mario Borghezio.

8) Sì, lo so, sono bianco, ma l’importante è come si usa!

9) Gradisci una banana?

10) Interessa una cittadinanza? No, perché sai, ti amo e vorrei sposarti.

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“Diario simulato” 24 – Coccodrillo per una brava persona

Posted by sdrammaturgo su 9 giugno 2009

Johnny Miciomiao era un filantropo. Nelle notti di luna piena si trasformava in una persona generosa e munifica. Oggi il mondo piange la dipartita di un santo, di un benefattore, di uno spirito ardente come una febbre tropicale.
La sua vita ad un tempo lieve ed avventurosa titilla già l’immaginazione di produttori, registi e sceneggiatori di Hollywood, i quali – ne siamo certi – renderanno presto il giusto e meritato tributo a quest’uomo dal cuore grande e palpitante che ha dato il suo piccolo immenso contributo alla storia epica e gloriosa del Nuovo Mondo.
Nato nel 1946 in un piccolo paese del Sud Italia, partì giovanissimo per le lontane Americhe in concomitanza con la notizia dell’inaspettata gravidanza della ragazza a cui aveva giurato eterno amore. Oh, qual nobiltà d’animo e quale tenerezza! La fanciulla era infatti nota per il suo indissolubile legame con le tradizioni degli avi, onde per cui era assolutamente restia a voluttuari, voluttuosi e vacui amplessi che non fossero benedetti dalla luce dell’amore e consacrati a Dio e da Dio; così, l’attento e dolce Johnny (che al tempo si chiamava ancora Giovannino) volle mostrarsi rispettoso della di lei virtù, promettendo alla disiata donzella di prenderla in isposa al più presto e per suggellar il solenne impegno colse il frutto fresco della femminina beltà, mentre colei il cui nome gli pulsava in petto se ne stava voltata di spalle a pregar la Vergine Maria.
S’imbarcò dunque partendo segretamente in una notte burrascosa sulla prima nave diretta verso le terre che portano il nome del prode Vespucci ed ivi rimase senza lasciar recapito veruno, onde non far stare in pensiero la gentil pulzella e soprattutto i suoi affezionatissimi e protettivi – molto protettivi; estremamente protettivi – famigliari.
Cominciò dunque la spettacolare saga di Johnny Miciomiao.
Stabilitosi a New York, si iscrisse alle scuole serali e molti lo ricordano come un indefesso trascrittore delle fatiche del proprio laborioso e remissivo compagno di banco, Frederick Tozzy. Questi soltanto una volta volle dar respiro al proprio sodale, frapponendo un braccio ed un astuccio tra lui ed il buon Johnny. La maestra racconta che quel giorno Miciomiao, evidentemente preoccupato per il proprio compagno, prese stranamente un brutto voto, a differenza del solito in cui le alte valutazioni dei due risultavano puntualmente affini, per la soddisfazione loro e degli insegnanti tutti. Probabilmente il piccolo e debole Frederick venne assalito dai sensi di colpa, tanto forti che l’indomani si presentò in aula pieno di escoriazioni, sicuramente di origine stupefacentemente psicosomatica. La prova definitiva fu fornita da un altro compagno di classe, il quale riconobbe negli ematomi dello studente modello la medesima forma del bastone che Johnny soleva recare sempre seco. Ormai era certo: Frederick aveva pensato così lungamente ed intensamente al caro amico da riempirsi di piaghe simili all’oggetto cui il fido Johnny teneva di più e che più lo identificava.
Intanto Johnny si distingueva nel suo quartiere per le continue buone azioni al servizio della comunità. Innumerevoli sono le prove del suo sterminato amore per il prossimo.
Ad esempio, aiutava sempre le vecchine ad attraversare la strada all’ora di punta, quando il traffico era più denso e le automobili transitavano a velocità sostenuta, e, rifuggendo un facile e dannoso assistenzialismo, a metà le lasciava dicendo a ciascuna: “Va’, ora sai cavartela da sola”.
Ma le sue battaglie civili più note, quelle che lo hanno reso celebre, restano senza dubbio quelle per la salute.
La sua prima opera fu far nascondere un ragazzino gracile in un pozzo artesiano per salvarlo dall’obesità e là lo lasciò, senza fune e senza far voce con nessuno sul luogo in cui il fanciullo si trovasse, affinché le tentazioni dei cibi grassi se ne restassero ben lontane dal suo corpo.
Teneva molto al benessere della mente e del corpo, suoi e della collettività, perciò era un appassionato di jogging. Andava spesso a correre nel parco e, empatico com’era, si sentiva sempre un po’ in colpa quando passava e passava e ripassava a buon ritmo davanti al paraplegico sulla sedia a rotelle che usava prendere un po’ di fresco ai giardini pubblici. E poi andava a saltellare davanti al Centro Anziani.
Divenne celebre allorché, vincendo un’importante gara podistica, fece il suo primo accesso alla televisione. Intervistato dall’inviato del notiziario della sera, spese toccanti parole per le persone che non erano state fortunate quanto lui: “Dedico la mia forma smagliante a tutti i grassi del mondo”.
Volle in tal modo impreziosire un evento sportivo che non era cominciato sotto i migliori auspici: il giorno prima della gara, i concorrenti più forti erano infatti misteriosamente morti per avvelenamento, cosa che aveva traumatizzato la nazione. Johnny fu eccezionale nel riscattare la loro memoria con il suo altruistico gesto, a cui seguì la devoluzione dei soldi del primo premio in favore di alcune prostitute minorenni.
Johnny cresceva e si affacciava al mondo del lavoro. Desideroso di rendere i suoi affari e la sua industriosità utili non già solamente ai fini del suo guadagno, bensì alla comune utilità e specialmente sul fronte ambientale unito all’attenzione per le classi sociali meno abbienti, si adoperò alla costruzione di una discarica per lo smaltimento dei poveri.
Ma l’attività che gli fruttò maggior prestigio e che tanti vantaggi apportò all’esistenza di ogni cittadino fu quella di inventore di segnaletica per momenti di panico come terremoto od incendio. Tra i cartelli da lui ideati, che migliorarono di molto la sicurezza pubblica, spicca senz’altro il diffusissimo “In caso di pericolo, calpestare i più deboli”.
Umile quanto straordinario servo del proprio Paese, si arruolò quindi per il Vietnam. Fu lì che conobbe il suo unico vero grande amore, un amore perduto e mai sopito. Ne parlò in occasione delle celebrazioni per la sua elezione come Uomo del Minuto per la rivista Tyme: “Ero stato catturato in Vietnam. A nulla mi era valso tentare la fuga sulle schiene dei miei compagni agonizzanti. Venni condotto in un campo di prigionia, esposto alle peggiori barbariche angherie, e lei mi aiutò a scappare. Era una vietnamita, viveva nel villaggio in cui era situato quel carcere sudicio ed insanguinato dimenticato da Dio. Si macchiò di alto tradimento verso il suo stesso popolo pur di salvarmi la vita. Di lei persi ogni traccia da quando la lanciai in pasto ai vietcong per distrarli”.
Tornato in patria e coperto di onorificenze, si prodigò in veste di veterano per l’integrazione degli afroamericani. Credendo fermamente e saldamente nei sacri ed alti valori dell’amicizia, della solidarietà, della comprensione e del perdono, nonché della naturale e spontanea concordia tra gli uomini, una volta, per dimostrare la genuina veridicità e fondatezza della propria fiducia nell’altro, chiese ad un ragazzo nero di seguirlo. Senza renderlo edotto sulla destinazione, lo accompagnò a sorpresa presso una sede del Ku Klux Klan, ove, stringendolo per le spalle, proferì rivolto al capo incappucciato: “Salve, costui ha detto che tua moglie è una zoccola, ma so che saprete passarci sopra”. Indi si allontanò al fine di permettere alla fratellanza di compiere il proprio corso.
Non certo indifferente alle lotte per l’emancipazione delle donne e particolarmente sensibile alla tematica dell’interruzione di gravidanza, fu lui il creatore della tecnica di aborto tramite calcio nella panza.
Ispanici, orientali, nativi, omosessuali: non v’era minoranza i cui componenti non portassero sulla pelle i segni visibili dell’impegno di Johnny Miciomiao.
Caro è il ricordo di questo eroe, morto ieri precipitando in un burrone e trascinando nel cadere la sua amatissima consorte per risparmiare all’animo di lei sì fragile e delicato l’asperrimo dolore del lutto.
Commossi salutiamo colui il quale covò fino alla fine un unico grande sogno: la pace nel mondo. E la guerra in tutto il resto dell’universo.

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“Diario simulato” 23 – Il mio compagno di banco

Posted by sdrammaturgo su 30 maggio 2009

Il mio compagno di banco è morto.
Ci siamo accorti solo dopo una settimana, che era morto. Era un tipo schivo e riservato, uno di quelli che passano inosservati. Effettivamente però mi era sembrato più immobile del solito e particolarmente taciturno in quei giorni. Il cattivo odore non ci aveva sorpreso particolarmente. D’altronde, gli altri bambini a pallone non lo facevano mai giocare perché puzzava di pecora. Sapete, era il rampollo di una gloriosa stirpe di pastori. Il suo primo amore era stato una capra. Ma non funzionò.
Solo Michelino Sportelli aveva notato qualcosa di diverso nel suo fetore: “Ehi, ultimamente puzza di pecora morta”, aveva suggerito con discrezione al resto della classe. Ma l’altro niente, immobile, curvo sul banco.
Il bidello, al momento di chiudere la scuola a fine giornata in quei sette giorni, aveva pensato: “Mah, vorrà evitare di arrivare in ritardo domani”.
Quando però lo scossi strattonandolo per il braccio per chiamarlo e controllare se stesse bene ed il braccio cadde sul banco, capimmo che forse c’era qualcosa che non andava.
“Ti inventeresti di tutto per giustificarti!”, lo apostrofò la maestra. Il suo rendimento infatti era piuttosto scarso. Avete presente quelli che sono intelligenti ma non si applicano? Ecco, il mio compagno di banco studiava con dedizione monastica, ma era irrimediabilmente stupido. Non era colpa sua, è che proprio non c’arrivava, alle cose. Non conto più le volte in cui gli ho detto: “Per scendere di sotto devi fare quelle scale là. E la tua colazione è questa”. Ma lui dagli a lanciarsi dal terrazzino e ad addentare il termosifone.
Poi arrivò il medico: “Suvvia, è un mal di pancia dovuto all’agitazione per il compito in classe. Dev’essere un tipo emotivo, il ragazzo”. Ed in effetti la pancia si stava riempiendo di vermi.
Finalmente comunque i becchini arrivarono. E si scordarono la salma del mio compagno di banco nel magazzino delle pompe funebri per un mesetto almeno. Al funerale non ci andò nessuno: il comune non pensò ad attaccare le carte in giro e presto tutti si erano dimenticati che era morto. Neppure io, tant’è che una volta una zia mi chiese: “Con chi stai di banco a scuola?” “Io? Mai avuto un compagno di banco”.
Come faccio allora a scriverne adesso così diffusamente? Semplice: ieri stavo passeggiando lungo un fosso, ho guardato in basso, ho visto una merda di cane ed ho subito pensato: “Cavolo, il mio compagno di banco!”. E così la memoria ha preso involontariamente a correre: l’infanzia in paese, il tè e biscotti prima della messa, il primo amore del mio amico con i suoi tormenti, il suo matrimonio infelice, i salotti buoni, le cene dai Guermantes. Cavolo, erano i ricordi di un altro. Però mi è sovvenuto pure il mio compagno di banco: i ricordi di quell’altro erano decisamente noiosi.
Il mio compagno di banco era prodigo e disponibile con tutti. Era sempre la persona giusta al momento giusto. Quando non serviva a nessuno.
Era una sorpresa continua, quasi mai buona.
Aveva mille facce. Tutte uguali.
La sua famiglia non si curava granché di lui. Era una persona molto sola. Quando tornava a casa, al massimo trovava ad accoglierlo qualche blatta morta sul pavimento dell’ingresso.
Era messo talmente male che una volta Edmondo De Amicis gli diede una pacca sulla spalla.
Però era imbattibile a nascondino. Nessuno si ricordava mai di lui e faceva sempre tana. Spesso a distanza di qualche giorno da quando si era nascosto.
Aveva un’altra dote: nuotava benissimo. Quando la scuola ci portava in piscina, era un piacere vederlo sguazzare. L’acqua era il suo vero habitat naturale. Vedi a volte la sfiga: sarebbe stato un’ottima aringa ed invece era nato essere umano.
Aveva sogni piuttosto modesti. Sapete, tutti i bambini sognano di fare il calciatore, il detective, il pilota, l’esploratore. Lui sognava di fare quello che traccia le righe del campo con il gesso, la guardia giurata, l’insegnante di scuola guida, l’impiegato in un’agenzia di viaggi.
Nonostante tutto ciò, si salvò sempre dai bulli, perché si dimenticavano di picchiarlo.
Ora riposa in pace, da qualche parte, chissà dove.
Sulla sua lapide manca il nome, perché né noi né i genitori né nessun altro si riesce a ricordare come si chiamasse.

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“Diario simulato” 22 – Il mio amico serial killer

Posted by sdrammaturgo su 23 marzo 2009

Tempi di facili mode, son questi. E forse tempi di facili mode son sempre stati. L’essere umano è un animale imitatore ed emulatore, come d’altronde ogni altro animale. Ed anzi più d’ogni altro animale: egli – l’uomo – ha avuto infatti dalla sua (o contro la sua che sia) la scrittura e le immagini, e dunque i media, ad ampliar ed amplificar il fascino e la febbre dei modelli da riprodurre.
C’era quel tale che narrò le peripezie del decaduto nobile bislacco che avendo letto troppi romanzi cavallereschi volle diventar cavaliere anche lui; o quell’altro, che raccontò della donna di poco valore rovinata da libri di nessun conto; e ci fu un tempo in cui ci si uccideva con la W impressa sul cuore, per esser più romantici di quanto fosse concesso nella vita vera, fuor della carta.
Poi venne il porno, ed i sogni mutarono, ma questa è un’altra storia.
Chissà dunque come sarebbero andate le cose se il mio amico avesse letto altri libri, visto altri film, visitato altri siti. Magari tutto sarebbe stato diverso, anche se la sua insana e monomaniaca passione non era certo un caso e prima o poi il marcio che aveva dentro sarebbe emerso, anche senza incentivi mediatici. Sì, fissato con i serial killer, Hans Burger, mio compagno d’infanzia, si dedicò per tutta la vita a diventare come i suoi malati miti, prodigandosi con inquinata perizia certosina.
C’è chi da piccolo sogna di diventare calciatore, chi vuole fare il poliziotto, chi ambisce a farsi prete. Hans Burger desiderava essere un serial killer.
Tutta la sua vita era all’insegna della perversione: la sua canzone preferita era Ciucciami le verruche di Duns Scroto, cantautore asceta con tre palle, neomelodico splatter di formazione mitteleuropea, che viveva in un eremo sulla tangenziale e dormiva in una bara piena di gorgonzola; stravedeva per il gruppo metal Anal Devastation, noti per la hit Necropedopornocoprofagia, che parla di uno che dissotterra cadaveri di bambini finiti in vita nel mercato nero degli snuff movie e che al momento della morte si sono cagati addosso, li scopa e poi li mangia con il pane in cassetta. Che schifo immondo. Voglio dire, pane in cassetta, che atrocità. Inoltre non perdeva una puntata di Scene da un matrimonio con Davide Mengacci.
Sarà perché aveva avuto un’infanzia difficile: un padre sempre presente ed affettuoso, una madre amorevole e gentile, dei fratelli giocosi, solidali e discreti. Ma il tutto si svolgeva in una buca nel terreno.
Amava moltissimo la lettura. Aveva una vera venerazione per Alice nel paese delle meraviglie, ma la sua famiglia era così povera che non poteva permettersi l’edizione originale. Nella sua versione di sottomarca, il Bianconiglio seminava Alice e durava tre pagine.
Con noialtri bambini non giocava mai. Se ne stava in disparte a sperare che qualcuno si facesse male.
Ecco cosa succede a passare nottate ad imparare a memoria le vite dei più grandi assassini seriali della storia, sui quali sapeva tutto: conosceva ogni dettaglio sconosciuto, era costantemente a caccia di aneddoti inediti o poco noti, e condivideva la sua cultura parlando diffusamente dei risultati dei suoi studi.
Devo ammettere che ho appreso diverse chicche grazie a lui. Ad esempio, molti sanno che Ted Bundy, prima di uccidere le vittime, le torturava in ogni modo possibile, addirittura infilando loro una doga del letto nella vagina, ma nessuno sospetta che il suo sadismo era capace di atrocità ancora maggiori: le costringeva a giocare a carte. Alla diciottesima mano di ramino, le ragazze imploravano la morte.
Ed era nulla in confronto al dottor H.H. Holmes, il quale straziava le prede trascinandole in una spirale di orrori inauditi: le portava ai pranzi della comunione dei cugini riboccanti di parenti che dopo la crostata ballavano il liscio con un occhio alla partenza del Gran Premio; il pomeriggio passeggiata fuoriporta sul lungolago a prendere il gelato e la sera festa gagliarda per la promozione di un collega, tra scherzi spassosi e racconti divertenti sulla vita dell’ufficio.
Ma il personaggio che ammirava di più era il tanto misconosciuto quanto terribile Joseph Sgrull, il cui passatempo era lanciare neonati dal cavalcavia sulle macchine in corsa.
Fu all’ombra di questi cattivi maestri che crebbe e se ne andò di casa, ma la miseria lo perseguitò. Lo stipendio gli bastava a malapena per l’affitto di un pulcioso buco seminterrato. Un solo pensiero continuava a ronzargli in testa: ammazzare, ammazzare, ammazzare. E per una persona costantemente bisognosa di stimoli come lui, il lavoro come custode notturno del cimitero non offriva molti spunti di realizzazione.
Aveva sempre avuto manie di grandezza, ma non riusciva neppure a pagarsi il riscaldamento. Ogni inverno si serviva di un bue e di un asinello. Probabilmente, gli aliti pesanti dei due animali concorsero a sconvolgere la sua già fragile mente. Il che spiega anche il Cristianesimo.
Divenne dunque via via sempre più malvagio, spietato, instabile.
Non si gustava nemmeno una pietanza se il cibo non era frutto della giusta sofferenza, quindi mangiava solo carne di animali morti di crepacuore per la prematura scomparsa del cucciolo. Siccome gli piaceva giocare a calcetto, per stare sicuro sull’origine dei palloni aveva schiavizzato personalmente un paio di bambini cucitori.
Ed era talmente paranoico che quando era solo in casa, barricato per benino, e si faceva la doccia, se gli cadeva la saponetta, si chinava con aria circospetta per paura di essere inculato dall’amico immaginario.
Secondo il parere degli psichiatri che lo avevano seguito, una delle cause principali della sua sadica pazzia era l’incapacità di accettare la sua impotenza. Egli però si ostinava a sostenere che non era impotenza: aveva solo un periodo refrattario di dodici anni.
Una volta cercò di compiere uno stupro, ma fece cilecca. La tipa ci rimase malissimo. A nulla valsero le varie rassicurazioni: “Giuro che non mi è mai successo prima, non è colpa tua, non-sei-tu-sono-io, è che ero un po’ stanco”. La ragazza, frustratissima, entrò in analisi.
Intanto, perfezionava le sue tecniche di delitto fino a che non fu pronto per il passo decisivo: l’omicidio inaugurale.
Il primo tentativo fallì per un soffio: aveva visto una donna attraente e gli era sembrato che gli avesse ammiccato; prese a pedinarla e ad ogni passo gli sembrava che la gonna dell’obiettivo designato si facesse via via più corta; giunsero in un vicolo buio, la ragazza si fermò di colpo, lui fece un balzo verso di lei ed al momento di assestare la pugnalata, scoprì di essere su una candid camera.
La seconda volta sarebbe stata un successo, se non si fosse accanito su un manichino.
La terza diede forfait per una sciolta improvvisa.
La quarta perse l’autobus.
La quinta non gli suonò la sveglia.
La sesta si dimenticò il coltello a casa.
La settima rimase sorpreso, perché la vittima gli aveva detto che avrebbe spiegato.
L’ottava, era arrivato Gianfranco Rotondi prima di lui.
La nona, andò a cercare minorenni vergini in seminario, ma erano finiti.
La decima, dovette ripassare dal via.
L’undicesima, si trovava a Bolzaneto ma non aveva una divisa.
La dodicesima, quel che volete.
La tredicesima, gli venne tagliata dal Governo.
La quattordicesima, valutò opportuno preparare il terreno con una lettera anonima, ma evidentemente non aveva ben compreso in cosa consistesse, dato che vi scrisse “tante care cose” e la firmò per poi spedirla senza apporvi indirizzo alcuno.
Insomma, stentò ad ingranare e la sua attività non decollò mai.
“Hans, Hans…”, gli ripetevo sempre. E poi basta, che vi aspettavate? Sono sempre stato una persona inconcludente. D’altro canto, lo vedete voi stessi che amici che ho avuto da piccolo. Anche questo racconto, mica so come portarlo a termine.
Va be’, comunque, fondamentalmente rimase sempre una persona sola, molto sola; così sola che prima di masturbarsi si agghindava di tutto punto.
Resta nella storia come il serial killer meno prolifico di tutti i tempi, avendo collezionato zero vittime e due multe per divieto di sosta.
Infine, la sua crudeltà gli tornò utile e grazie ad essa trovò un impiego in un’agenzia pubblicitaria.
Perché vi sto parlando di lui? Perché è morto qualche giorno fa e sentivo la necessità di ricordarlo. Com’è morto? L’ha ammazzato una sua vittima.
L’epitaffio impresso sulla sua lapide recita: “Hans, Hans…”. E poi basta. L’ho scritto io.

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Il paralitico

Posted by sdrammaturgo su 28 febbraio 2009

Ha proprio ragione Vittorio Messori: la vera guarigione a Lourdes è quella spirituale.
Quella fisica non conta, è banale, è grossolana, non va più di moda. L’importante è il risveglio nel Cristo. Tu ti addormenti, poi ti risvegli e senti freddo; provi ad alzarti e batti la testa; è tutto stretto e la coperta ti raspa; ti chiedi: “Ma dove sono finito?” “Nel Cristo”. E ti rallegri di ciò.
Voglio portare quindi la mia umile testimonianza di paralitico, di chi a Lourdes c’è stato ed è guarito spiritualmente. Sì, a Lourdes ci sono stato, e mi sento un uomo nuovo.
Ammetto che inizialmente, in cuor mio, in un piccolo miglioramento di salute ci speravo. Volevo almeno recuperare l’uso del naso, in modo tale da poter tirar su quando mi cola senza dovere ogni volta sporcarmi la camicia di moccio. Ma allora non capivo, mi sfuggiva la verità, ancora schiavo com’ero di facili vanità. Il nostro corpo non è che un vuoto involucro, un vestito di poco conto (ed il mio sta agli altri corpi come la canottiera di lana di mio nonno sta all’alta moda). Ciò che deve interessarci è l’anima! L’anima, ch’è l’aria di Dio, come ci dice sempre Don Fernando in parrocchia. Mi chiedo da dove Dio abbia emesso il venticello dell’anima mia. Quest’anima che io ho percepito nitidamente a Lourdes. Sì, io, per la prima volta, ho sentito la mia anima, l’ho vista librarsi in volo, paralitica anch’essa.
Insomma, sono tuttora paralitico, ma ho fatto una bella gita.
Il viaggio era stato organizzato per noi pazienti della clinica Santa Augustina Tranciata Lessata E Come Se Non Bastasse Pure Vilipesa dalle Suore Vituperate dell’Incalcolabile Dolore della Madonna Sconfitta, che sono riuscite a mettere insieme una bella vagonata di infermi e ci hanno accompagnato festosamente con la mestizia che le contraddistingue. C’eravamo proprio tutti: io, paralizzato dalla testa ai piedi, che posso muovere solo il mignolo del piede sinistro, cosa che mi è molto utile quando ho bisogno di sgranchirmi un po’; Giuseppetto, quello senza il braccio sinistro, che ama molto il tennis, ma gli dice male perché è mancino; Antonello del terzo settore, che vive in isolamento perché è allergico a se stesso, ma questa misura sembra averlo peggiorato; Gismondo, che è nato con una grave malformazione (ha un cazzo enorme di cui però non se ne fa nulla, perché è brutto come la fame; l’altro cazzo invece è normale); Pietro, amante del jogging, a cui mancano tutti gli organi interni tranne la milza; e tanti e tanti altri ammalati. Un discreto carico di disgraziati, non c’è che dire.
I problemi si erano presentati già alla scelta del mezzo di trasporto. L’aereo era da escludere, poiché ad alta quota la testa di Sergio, l’idrocefalo dall’elevatissima temperatura corporea (raggiungeva tranquillamente gli ottanta gradi. All’ospedale scaldavamo la minestra sulle sue chiappe), aveva quello che la nella terminologia scientifica viene chiamato effetto pentola-a-pressione. Il pullman non si poteva prendere, visto che Gualtiero era nato trapezoidale e non si sarebbe riuscito ad incastrarlo bene neppure nel vano bagagli. Povero Gualtiero, detto Tetris. Le suore optarono allora per il treno. Ma Aristide, autistico, riusciva a viaggiare solo tenendo la testa fuori dal finestrino come i cani. Dopo la prima galleria, è stata una fortuna trovare nelle tasche della sua giacca un biglietto in cui tempo addietro aveva scritto con grafia tremante ed approssimativa che era stanco di vivere: ci siamo sentiti sollevati.
Alla partenza eravamo tutti felicissimi, al limite dell’euforia. Cosa che è risultata fatale al povero Nicolino, dal cuore estremamente debole.
Le suore, con amorevole severità, ci hanno prontamente proibito di essere troppo contenti, ché poteva essere peccato. Un’accortezza che ha salvato la vita a diversi altri di noi.
Comunque, siamo riusciti ad arrivare a destinazione con perdite ridotte. Ne approfitto anzi per ricordare i caduti nel cammino della speranza: Luigi, morto di piscio all’età di trentacinque anni; Massimo, ora in paradiso hai recuperato le gambe che ti sono mancate come non mai tra i gradini del vagone e la banchina; Demetrio, sopraffatto dal tumore a pochi metri dal traguardo; Gioacchino, beffato dalla cecità e dalla sordità al momento di attraversare il binario.
L’albergo era discreto ed accogliente, il servizio ottimo. Dal personale ci sentivamo trattati veramente alla pari e questo ci faceva stare bene. Nessuno si accalcava dietro la mia carrozzella per scommettere con gli amici in quanto tempo avrei percorso una ripida discesa; nessuno voleva spingermi a tutti i costi per farsi bello con le ragazze. Niente di tutto questo. Il motto della casa affisso ovunque era: “Gli infermi non se ne approfittino”.
E poi con la mezza pensione era compreso anche il pranzo: miracolo.
E non è stato l’unico evento miracoloso manifestatosi lì dentro. Un fenomeno divino ha infatti sbalordito ed emozionato tutti i clienti dell’albergo: una volta, un bambino, vedendomi mangiare con la cannuccia, ha esclamato verso la madre, con quello spirito di dolce capricciosa imitazione tipica dei frugoletti: “Anch’io voglio cenare con la cannuccia!”. Il giorno dopo era paralitico anche lui.
Eh sì, ho fatto proprio bene a seguire il consiglio del mio medico, il quale mi aveva esortato: “Ma certo, vacci, magari trovi pure qualcos…hem…qualcuna simile a te, una ragazza come te”. In effetti – Dio mi perdoni – lo ammetto: mi sono invaghito della statua di Bernadette.
Già, a Lourdes ho capito che non sono solo: il buon Dio ha visto bene di fare il mondo pieno di paralitici.
In quel santo posto, durante una veglia di preghiera, allo scoppiettante sound di un rosario bello tosto, ho potuto assistere ad una scena commoventissima che mi ha fatto comprendere tutto l’infinito splendore e l’inaudita magnificenza del Padre Celeste: un vegliardo affetto da artrosi della tipologia D.Q.I. (=Di Quella Ignorante) aveva le ossa così zeppe di grazia di Dio che non riusciva a trovare un’angolatura ottimale per bere l’acqua magica da una fontanella; sfidando i reumatismi con fede incrollabile, aveva raggiunto faticosamente i quasi novanta gradi; l’onnipotente Iddio aveva allora voluto premiarlo bloccandolo in quella posizione affinché il pio anziano potesse far scorrere il sacro liquido in entrambe le cavità della gola al fin di tossir via il diavolo che si era impadronito delle sue articolazioni. Dovevano esserci ad occhio e croce un tre o quattro chili di demonio dentro quell’eletto del Signore, vista la veemenza dei suoi spasmi. Con gli occhi di fuori, senza fiato, il vecchino si è così liberato dalla morsa di Satana correndo direttamente nelle braccia del Signore.
E’ vero, sono guarito spiritualmente: prima ero uno che dalla sorte era sempre stato bastonato, ora ne sono entusiasta. Ho capito che Dio lo fa per noi, per farci godere meglio le gioie del paradiso: se sei stato sempre bene, poi non è che ti cambi granché; ma se in vita consideravi un successone non cagarti nelle mutande appena cambiate, quando ti ritrovi in mezzo ai cori angelici ed alle band dei santi, il salto moltiplica il piacere.
Sì, sono partito paralitico per quel luogo colmo d’acqua divina e conseguentemente santa umidità, e sono tornato a casa paralitico e con il raffreddore. Ma ora l’esistenza mi sorride. Ho persino trovato subito lavoro. Adesso faccio l’accompagnatore sull’autobus nell’ambito di un progetto di benessere socio-psicologico patrocinato dal comune: vado sui mezzi pubblici insieme ai passeggeri e, se si incazzano perché è troppo affollato e sono costretti a rimanere in piedi, guardano me, pensano che poteva andare peggio e si rincuorano.
Non ho alcun dubbio, nessuna esitazione, e lo grido a gran voce (o almeno vorrei, dato che non posso muovere la bocca e la lingua): grazie Dio per avermi fatto paralitico!
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Appendice – La paraculata perfetta


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Diario simulato 20 – Il nichilismo di Andreino da Monte

Posted by sdrammaturgo su 5 gennaio 2009

Emanuele Severino scorge in Giacomo Leopardi il vero fondatore del nichilismo, ancor prima di Friedrich Nietzsche, ancor prima di Jean Paul Richter, ancor prima di Turgenev, ancor prima di un avventore a caso di un baretto qualunque del Centro Italia.
Ebbene, oggi possiamo affermare con certezza che Severino si è sbagliato, benché non per colpa sua: io, Gian Aristarco Samotraci, annuncio infatti con malcelato orgoglio il ritrovamento di un documento del tutto inedito del recanatese, di capitale importanza, che dimostra come Leopardi stesso si rifacesse in realtà alla filosofia di un altro pensatore, le uniche copie dei cui testi erano nascoste nella biblioteca del nazional gobbetto ed ivi sono rimaste nascoste fino a che non sono state rinvenute accanto a delle incisioni erotiche di gusto tardo-rococò (su cui si ipotizza che Giacomo ed il fratello abbiano passato più e più tempo negli anni della gioventù, almeno stando alle sospette incrostazioni striate visibili sulla superficie delle litografie) dall’attento lavoro di spolvero della sora Adele Marozzi.
Si tratta di una raccolta di riflessioni che va ad affiancarsi allo Zibaldone e nella quale risulta chiaro fin da una prima lettura che Leopardi ha riversato tutto il suo reale pensiero pessimista. Il tenore del tomo appare difatti ancor più cupo rispetto a quello del più celebre Zibaldone. Si intitola Il Darchettone ed alla luce delle sue pagine urgerà ripensare tutte le nostre interpretazioni di Leopardi, che non avevano potuto tenere conto di questo fondamentale volume. Sto già preparando perciò una nuova edizione aggiornata del mio saggio sugli appunti del recanatese a proposito della poesia greca e latina, il famoso trattato filologico Gli scolii dello scoliotico, celebre per l’appendice biografica sulla vita sessuale segreta di Leopardi, intitolata Lo scoliaste con lo scolo – Glosse a margine di Mosco e Boezio tra una baldracca e l’altra.

Il Darchettone è pressoché interamente dedicato alla figura di colui il quale Giacomo Leopardi considera il suo grande ed inimitabile maestro: tale Andreino da Monte, sconosciuto umanista vissuto a cavallo tra il XV ed il XVI secolo, che si rivela essere il vero primo nonché massimo nichilista di tutti i tempi. Questi catalizzò, a quanto pare, tutta l’attenzione del Leopardi fin dalla più tenera età. Il resto lo copiò da un misterioso compagno di banco, Luigio Anatroccoli, il quale poi intraprese gli studi di legge, dissipando in siffatta maniera tutta la fenomenale cultura che aveva lungamente accumulato.
Come Socrate, Andreino da Monte non ha scritto alcunché, ma non già in virtù di radicate convinzioni sul valore del verbo orale, bensì perché non ne aveva voglia. Tutto ciò che sappiamo di lui lo dobbiamo al suo allievo – benché egli non amasse considerarlo tale, preferendo il più sobrio e meno pretenzioso appellativo di galoppino – Giovannone detto l’Ápeiron (pare per l’armonia delle sue forme fisiche non esattamente perfetta) il quale, novello Platone, ha raccolto con dedizione certosina tutto quel che riguarda la vita, gli aneddoti, le sentenze, le speculazioni e le meditazioni del suo nume tutelare nel libro dall’agile titolo Qui sto e qui resto, o del campare controvoglia dal momento che tanto ormai si è nati quindi a che pro affannarsi troppo a maledir la matre e lo patre e l’Iddio e l’universo toto, ove si narrano le vicende et si scrive lo pensiero dell’eccellentissimo Andreino da Monte, filosofo, poeta, matematico et cetera plus varie et eventuali, et spezialmente di quella volta in cui cuocendo zuppa in ampia casseruola ebbe a lamentarsi dell’assenza di scalogno onde per cui recossi da Alfiero contadino ed ivi reclamavit l’alimento et subito fue dato ed ei ringraziò lo buon Alfiero che peraltro era figlio del povero Tomaso, colui che una volta legando il cavallo scivolosse in pozza merdosa del suddetto caballo e presto irato mandò lo puledro da Pietro beccaio e del ronzino mai più s’ebbe novella.
Ciò che emerge dalle sue pagine, e che Leopardi prontamente e con enorme ammirazione rileva, è un nichilismo assoluto, una trasvalutazione e conseguente crollo di ogni valore dell’esistenza, del mondo e delle cose, l’assenza di ogni ordine e Senso, la totale rinuncia ad ogni concetto di Bene, Bello e Giusto. Cosa che risulta ancor più sconvolgente se si pensa che egli ebbe la sua acmè in un’epoca – il Rinascimento – caratterizzata da rinnovate speranze e vigorosa fiducia sulla posizione e sulla condizione dell’uomo nella Natura e nella Storia e nella quale non erano ancora stati inventati i botti di capodanno.
Andreino nacque a Padova, o a Salerno, tanto è uguale. La data è ignota, ma l’arco temporale in cui visse è ricavabile dai racconti sui suoi incontri e confronti con le più insigni personalità della sua era. Neppure a lui stava comunque a cuore saperla o scoprirla, tant’è ch’ebbe a dire in proposito: “Non è importante quando io sia nato, quanto se ciò mi sia stato utile”.
Uomo di multiforme ingegno, Giovannone scrive di lui:

[…] Si dedicò alle lettere, alla metafisica, alle scienze naturali, affrontando ogni disciplina con egual disinteresse. Ad un viandante che in vecchiaia gli dimandò cosa lo avesse spinto a tutto cognoscere e tutto indagare, prontamente l’Andreino rispose: “Sono nato nel Quattrocento: l’alternativa allo studio era passare le serate a guardare la brace nel camino. Avvincente, per carità, ma la sapevo a memoria” […]

Dalle pagine di Giovannone l’Ingente (altro nomignolo – ci dice Leopardi – con cui era noto a causa della sua abbondanza strutturale) emerge l’immagine di un erudito ingiustamente dimenticato che incise profondamente nella cultura di quegli anni.
Un esempio è il cosiddetto Commentario di una riga a Gli asolani di Pietro Bembo, dialogo neoplatonico in cui l’illustre letterato affronta il tema dell’amore e della bellezza, chiedendosi se il vero amore e la vera bellezza risiedano nello spirituale oppure nel materiale. Andreino da Monte interviene così: “Nessuno si è mai accorto che Pietro Bembo fondamentalmente parla di figa?”.
Fu anche il primo a fornire un’interpretazione – che oggi definiremmo moderna – del Principe di Machiavelli: “Mi par claro che lo Maclavello ci dica, essendo brevi, che lo fine giustifica lo mezzo. Ergo, veggendo con nitore lo scopo della vita mea, reputo i’ essere nel giusto allorché trascorro ogni dì da mane al meriggio all’imbrunire blandendo riccamente li miei pomi della fertilità”.
Di particolare rilevanza è anche la sua critica all’Ariosto ed al suo Orlando furioso, contro cui Andreino scrisse – caso eccezionale, specie per l’inconsueta prolissità – l’Orlando savio, poema in due versi:

Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,
tutta fatica sprecata.

Apprendiamo che questo gigante dell’incolorismo-inodorismo-insaporismo viaggiò molto ed incrociò lungo il suo cammino nientepopodimeno che Leonardo da Vinci, con il quale ebbe un fruttuoso scambio di opinioni. Andreino lo incalzò in cotal guisa: “Divin Leonardo, i’ so che voi vi siete occupato del corso delle acque e del fluir delle stagioni; avete esplorato la natura tutta esaminando le piante e le pietre e gli animali; noti vi son il sangue, le interiora, i muscoli e la mente umana; il più grande siete tra gli ingegneri e gli architetti; pintore ineguagliabile e inarrivabile, centinaia e centinaia di carte, cartoni, pale e tele avete pintato con la vostra dipintura; et ancor le matematiche avete fatto vostra scienza, e le umane littere; per voi non v’ha segreti l’alchimia e milioni e milion di fogli pieni son del vostro inchiostro e vostro genio. Or dicetemi, Leonardo: chi te lo fa fare?”.
Di passaggio a Roma, poté prendere visione degli affreschi della volta della Cappella Sistina, ultimati non da molto da Michelangelo. Ecco come Giovannone il Disomogeneo (altro suo soprannome derivato dalla grazia e dall’equilibrio del suo corpo) racconta il suggestivo evento:

[…] Introdotto nelle sante stanze dal cardinal Leonzio de’ Pedoporni, ei prese a camminar sul pavimento ove iam passaro papi e porporati e dipintori eccelsi e lo più eccelso fra tutti i dipintori. Guardava quel che Botticello e Domenico el Ghirlandaio e Perusino, Cosimo e Pier di Cosimo e Luca e Pinturicchio fecero tempo addietro. Poi, d’un tratto, s’arrestò e, volgendo il guardo verso l’alto e spalancatasi sì immensa visione ch’empieva del divino li colori, pervaso di celeste sapienza proferì: “Mah, io avrei dato una mano di bianco e via” […]

In un’epoca in cui gli intellettuali di corte solevano destinare i propri lavori alla gloria dei propri signori e mecenati, codesta mente errabonda, trovandosi presso Isabella d’Este, che lo aveva accolto sotto la propria ala, volle dedicare alla sua amata protettrice l’unica opera che ritenne adeguata alla magnificenza di lei. Si prodigò allora in un imperioso pippone che concluse nella latrina del Palazzo dei Diamanti di Ferrara.

Avvenimento chiave per comprendere a dovere l’animo e la filosofia di questo imperturbabile genio è di certo il tentativo di rapina di cui fu vittima durante il suo soggiorno a Napoli. Affidiamoci un’altra volta alle parole di Giovannone il Grassone Schifoso (così detto – fa notare Leopardi – per la sua leggiadria):

[…] Similmente a come accadde al rocambolesco Benvenuto Cellino, poi che si dipartiva da Partenope con li dinari addosso, un brigante piombò sull’Andreino e sorse diverbio tra li due per la sete di ori del primo e la fame di vita del secundo:

“O la borsa o la vita!”
“Faccia lei”

Giovannone prima e Leopardi poi concordano nel reputare la seguente frase come la più indicativa, esplicativa e sintetica dell’intera filosofia di Andreino da Monte:

Tutto quel che m’è di necessitade cognoscere truovasi nello Ecclesiaste – “Vanità delle vanità, tutto è vanità. Niente di nuovo sotto al sole” – e nel savio favellar di Gige carrettiere, che quando spossato giugne a casa dopo il longo jorno di travaglio, appressandosi al sudato e parco desco e’ sussurra: “Ma che campo a fa’, pe’ ‘na tazza de brodo?”.

Encomiabile ricerca ha condotto inoltre Giacomo Leopardi scovando tracce dei pensieri e delle parole di Andreino Da Monte in molti capolavori della letteratura. Leopardi, nelle lunghe dissertazioni del Darchettone, ha dimostrato incontrovertibilmente come molti dei maggiori scrittori della storia si siano serviti di Andreino, tenendo nascosta la fonte della loro ispirazione.
Basti pensare, per esempio, a Calderòn de la Barca e confrontare il suo dramma principale con un passo del Qui sto e qui resto:

[…] “La vita è sogno”, si ripeteva Andreino speranzosamente mentre svolgeva le proprie mansioni alla Locanda dell’Incontinente ove avea trovato lavoro come lucidatore di pitali. […]

Oppure, un nome su tutti, William Shakespeare:

[…] Sostiene Andreino: “Essere o non essere, tanto che cambia?” […]

Notevole è dunque l’eredità che questo genio ritrovato ci lascia: grazie a lui, e grazie a Leopardi che della sua voce si fece foriero e megafono, or sappiamo che il brodo è acqua calda, che Camillo Sbarbaro era un buontempone e che fregna e legna, di contro alla vulgata comune, possono essere interscambiabili. (Dubbi rimangono comunque sul binomio fica e ortica, almeno fino a quando non avrò portato a termine il saggio Come reagiva Andreino da Monte al prurito?).

Uno slancio di ottimismo, però, una volta lo ebbe: “Questo mio tempo, tutto sommato, mi piace, poiché l’aspettativa di vita media, almeno, è parecchio bassa”.
Ma il destino beffardo lo volle straordinariamente longevo: morì a centovent’anni, piuttosto annoiato.

*

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Appendice – Dialogo tra mercante e cliente in una bottega del XIV secolo

“Bono jorno, havvi longo spago?”
“None, non havvi”
“Sei sicuro che non havvi?”
“Me cascassero le mano”
“Controlla bene”
“Sed si t’ho ditto che non havvi, non havvi”
“Oh, non c’è niente da facere: niuno havvi isto benedicto ispago”
“Tamen tengo in loco dua gomene et est offerta: capti dua, prendi tres”
“Et che ce fo cum dua gomene?”
“I’ non sapio. I’ per exemplo le reco semper meco e si necesse tosto el lego a ista gran cippa de…”
“Capio, capio. Arrimirarci”

*

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Appendicite dell’appendice – Botta e risposta tra un liberto ed una vestale nella Roma di Traiano

“Pulchra puella, habes duo magna pira!”
“Turpis puer, habes parvam fabam, si habeas”

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“Diario simulato” 19 – Montana Smith, tombarolo

Posted by sdrammaturgo su 25 agosto 2008

Che dire della mia vita? Rocambolesca come quella di un’aquila nella tormenta, un funambolo durante un terremoto, un obeso su un ponte tibetano.
Le mie imprese sono note a tutti voi: sono state già ampiamente narrate in capolavori della cinematografia d’avventura quali Montana Smith ed il Pallone nella Casa dei Vicini, Montana Smith ed il Barattolo sullo Scaffale Altissimo, Montana Smith contro la Sciatica, Montana Smith e il Sacro Osso.
Ma pochi, anzi nessuno, tranne chi la visse in prima persona, è a conoscenza della mia più mirabolante avventura: il recupero delle Cinquecento lire dietro al Comò.
E’ giunto il momento di raccontare questa inedita storia della mia biografia, poiché farvi un sì prezioso regalo mi sembra il modo più giusto per festeggiare la mia pensione. Ed anche perché non ho altro da fare mentre aspetto la badante che venga ad aiutarmi ad alzarmi dal letto. Giacché, come ben sapete, le peripezie di cui fui impavido protagonista alle prese con la Sciatica ed il Sacro Osso non mi hanno lasciato indenne.

Ricordo ancora nitidamente la mattina in cui ebbe inizio la vicenda delle Cinquecento lire dietro al Comò.
Avevo appena finito la mia lezione al Centro Recupero Anni Scolastici su come riprendere un frisbee finito su un albero servendosi di un sasso, un bastone ed un ragazzino occhialuto da costringere ad arrampicarsi, quando nel mio ufficio trovai ad attendermi Nicolyn Ravensburger.
Nicolyn era un mio carissimo amico di vecchia data. Eravamo stati compagni di studi all’Istituto di Formazione Professionale per Aiuto-Elettricisti e Facchini di Idraulici, avevamo condiviso le prime esperienze di scavo in miniera ed era lui a procurarmi le dritte migliori per il mio lavoro di tombarolo dell’avventura.
Era un bel po’ di tempo che non ci vedevamo. Nicolyn aveva deciso di darci un taglio con la solita routine. Era stufo della sua vita abitudinaria fatta di impegni e scadenze fisse, così aveva deciso di mollare tutto ed andarsene. Era partito allora per un paese che non conosceva. Si perse, tornò indietro e riprese il suo posto da catalogatore di servizi da tè.
Era un vero topo d’archivio: sapeva ritrovare con una maestria impareggiabile i cucchiaini d’alluminio finiti per errore in mezzo alle tazze di coccio e rimettere tutto a posto.
Sapete, aveva avuto un’infanzia piuttosto difficile e per dimenticare si era buttato anima e corpo nella sua passione per l’attività archivistica. Non deve essere affatto facile per un bambino, specie per uno fragile e malaticcio com’era lui, vedere la propria nonna intenta in atti di zoofilia con un vitello. Ed era il vitello ad essere zoofilo.
Ad ogni modo, seppure con fatica, crescendo aveva superato il trauma ed ora era lì, seduto di fronte alla mia scrivania.
“Ciao Montana”
“Ciao Caccoletta-dalla-nonna-bovinamente-deflorata” (era questo il soprannome con cui era conosciuto fin da piccolo)
“Ho qualcosa di grosso per le mani”
“Anche tua nonna”
“Ti ricordi di Sir Roland Buzzin?”
“Chi, quello mezzo frocio?”
“Mi ha contattato l’altro giorno dicendomi che ha bisogno di noi. Gli sono rotolate cinquecento lire dietro al comò”
“Ommioddio!”
“Già”
“Ed ora scommetto che non riesce più a riprenderle”
“Si tratta di un’operazione della massima delicatezza. Solo tu sei in grado di riuscirci. Questo è un affare per te, Montana!”

L’occasione era troppo ghiotta. Una missione del genere capita una sola volta nella vita a chi fa il nostro mestiere. Avevo sete di nuove avventure.
L’indomani partimmo alla volta dell’Inghilterra. Destinazione, la tenuta di Sir Roland Buzzin nello Wiltshire.
Buzzin era un aristocratico erudito molto noto nel mondo dell’archeologia hobbistica.
Era stato l’ideatore della collana Costruisci da solo la tua collezione di farfalle da utilizzare come scusa per portare strappone in casa, era il maggior collezionista al mondo di noccioli di frutta comune ed era inoltre noto come l’uomo più bello di Malmesbury dopo Thomas Hobbes.
Persona di eccezionale sensibilità e grande animatore culturale, attento anche alla sfera ludico-folkloristico-tradizionale, a lui faceva capo il comitato organizzatore del Festival del Sollazzo Eugenetico, che prevedeva eventi sportivi di alto profilo come la corsa dei paralitici in discesa o la gara di nuoto sincronizzato per mutilati di guerra.
Amante dei motori ed interessato al misticismo, a lui si deve anche il coordinamento della Cronoscalata del Monte Athos.
Insomma, egli era la prova vivente che Darwin aveva ragione ma era stato troppo ottimista.
Ci accolse con estrema cordialità, sebbene qualche anno addietro aveva avuto un piccolo screzio con me: come la maggior parte dei ricchi mecenati, spesso anteponeva la propria egoistica e narcisistica soddisfazione di collezionista al bene comune, volendosi appropriare in maniera esclusiva di preziosi reperti. Avendo io particolarmente a cuore la causa, non transigevo facilmente su certe cose, così una volta lo incalzai: “Questa cosa dovrebbe stare in un museo!” “Ma questa è mia madre”.
La querelle sul pubblico e privato era comunque acqua passata.
“Seguitemi”, ci disse con il suo tipico modo elegante ed austero, scatarrando subito dopo.
Ci portò sul luogo del problema, in modo tale che io potessi prendere visione del Comò. Si trattava di un imponente manufatto ligneo dal peso approssimativo di duecento libbre risalente alla quinta dinastia del Mobilificio Harrison and Son and Cousin and Uncle.
“Una bella gatta da pelare”, mormorò Nicolyn sbucciando un siamese.
Compresi subito cosa avrei dovuto fare.
“C’è solo un modo per recuperare le Cinquecento lire. Avremo bisogno di un oggetto particolare. Molto particolare…”
“Stai pensando a quello che sto pensando io?”, chiese Nicolyn.
“Sì, se anche tu stai pensando alle Spogliarelliste Azteche”
“Ti riferisci dunque a…a…lui!”
“Ebbene sì: per spostare il Comò ci servirà il leggendario Piede di Porco della tribù dei Bisfulchi. Solo con quello potremo avere qualche speranza”
“Ma alcuni pensano che si tratti solo di un mito, che non esista affatto”
“Mio padre non è mai stato di questo parere. Ci recheremo da lui oggi stesso. Nicolyn, prenota il primo dirigibile. E mi raccomando: che il vano bagagli sia comodo”
“Bene, conto su di lei, professor Smith”, intervenne Sir Buzzin. “Vi affiancherò una studiosa di mia fiducia. Prego, entri pure, professoressa Mypussy”.
La porta si spalancò ed apparve una donna bellissima: alta, capelli castani ed ondulati, labbra carnose, pelle serica. E dietro la professoressa. Non era malaccio. Una bellezza d’altri tempi, diciamo. Sarebbe stata un bel bocconcino, nel Paleozoico.
Mi sembrò subito che fosse attratta da me. Ogni volta che mi vedeva si bagnava. Solo in seguito scoprii che era incontinente.
“Professor Smith, le presento la professoressa Forget Mypussy. La stangona invece l’ho ordinata da una ditta di negrieri specializzati in tratta delle bianche. Bell’oggettino, non trova? Ad ogni modo, la professoressa Mypussy sarà la sua referente. Potrà chiedere a lei tutte le informazioni di cui avrà bisogno”.
Decisi di metterla subito alla prova: “Che ore sono?” “Le cinque meno un quarto” “Complimenti, lei è molto preparata. Posso chiamarla collega?” “No”. Però poi me la diede uguale. Non venni meno alla mia fama di sciupafemmine. In ambiente accademico ero noto come il Seduttore di Scorfani. Confermai la mia reputazione, il tempo di avviare una storia d’amore che ai produttori dei film su di me piace sempre, ed ero pronto per ripartire. Sarei andato da mio padre: soltanto lui avrebbe saputo dirmi qualcosa sul Piede di Porco della tribù dei Bisfulchi.

Mio padre, Ohio Smith, era uno studioso schivo e riservato. Viveva appartato nella sua casa nel Minnesota circondato dai suoi libri sulle civiltà scomparse e quelle da far scomparire e qualche numero di Penthouse, ma solo quelli che avevano più di settant’anni: voleva essere certo che tutte le modelle che avevano posato nella rivista fossero morte da un pezzo. Eh, lui sì che era un vero archeologo nell’animo: nemmeno la passera gli piaceva se non era mummificata.
Da mio padre avevo ereditato tutto: la passione per l’antichità, il rigore nelle indagini, l’ernia al disco.
Sapevo di poter contare su di lui in ogni momento ed ogni situazione. I suoi consigli erano sempre assai preziosi: spaziavano dal “non ci pensare” a “la vita va avanti” ed era sempre prodigo di suggerimenti tecnici sulla nostra professione. Rammento ancora quando gli chiesi delucidazioni su come ripulire una stele incisa con scrittura cuneiforme dal nostro vicino analfabeta grafomane: “Non ci pensare, la vita va avanti”, rispose.
Appresso al Piede di Porco della tribù dei Bisfulchi aveva speso tutta l’ultima parte della sua vita. Il mancato ritrovamento era rimasto il suo grande cruccio, ma seppe indicarmi la via da seguire: mi disse che l’unico che avrebbe saputo svelarmi dov’era nascosto il Piede di Porco era il vecchio saggio Nontiresiappiù, il quale però abitava in un luogo impervio e pressoché inaccessibile in cui solamente il Predestinato sarebbe riuscito ad arrivare. Mio padre ce l’aveva quasi fatta, ma gli si fermò la macchina.
Mi consegnò la mappa che lui stesso aveva disegnato e mi salutò con affetto, abbracciandomi e sussurrandomi all’orecchio: “Non ci pensare, la vita va avanti”.
Prima di uscire, mi voltai nuovamente verso di lui e proferii: “Papà, che senso ha tutto ciò se non vediamo una figa dalla prima guerra punica?” “Io ho amato una sola donna: tua madre. Era così bella quando la vidi per la prima volta durante gli scavi a Giza… Era in ottimo stato di conservazione. Dovresti farti una ragazza anche tu. Ci sarebbe la figlia della Luisa: è morta da appena tre giorni” “Ci penserò”, conclusi, e me ne andai.

“Nicolyn, ora dovrò proseguire quest’avventura da solo: dovrò dimostrare di essere il Predestinato. Solo in questo modo potrò essere ammesso al cospetto del vecchio saggio Nontiresiappiù”
“Fai, fai, tanto io ho una cena con i parenti”
“Salutami tua nonna. Ed il vitello”
“Eeeh, il vitello è cresciuto: è una bistecca, ormai”
E ci separammo.
Mi incamminai allora verso le scoscese e misteriose Distese dell’Urìn, ove risiedeva il vecchio saggio Nontiresiappiù.
Il vecchio saggio Nontiresiappiù era un veggente non vedente che viveva appollaiato nel punto più oscuro delle Distese dell’Urìn, conosciuto come lo Scroscio Giallo dell’Urìn.
I più sapienti della regione sostenevano che il fatto di vivere isolato sopra ad una rupe rocciosa su cui l’unica donna mai avvistata per quelle lande desolate era passata di sfuggita quarant’anni prima aveva contribuito alla sua cecità.
Fu un tragitto faticoso ed irto di pericoli che mise a dura prova la mia abilità. Rischiai la morte innumerevoli volte scalando pareti franabili, addentrandomi in foreste gremite di belve feroci, o quando mi andò di traverso una nocciolina.
Attraversai il Picco della Morte, il Valico del Terrore, la Fossa del Raccapriccio, la Valle delle Mutande in Mezzo al Sedere. Incredibile cosa si è disposti a fare pur di evitare il traffico all’ora di punta.
I miei sforzi, infine, vennero premiati ed indescrivibile fu la mia emozione allorché mi trovai al cospetto del vecchio saggio Nontiresiappiù.
Subito mi inginocchiai e recitai la formula rituale che mio padre si era premurato di insegnarmi:
“O venerabile vecchio saggio Nontiresiappiù,
con coraggio ed umiltà
ho superato le perigliose avversità,
sprezzante del dolore
ed incurante dell’odore.
Chiedo di venire ammesso alla vostra nobile e virtuosa favella
e prometto di tenere a freno le mie turbolente budella.
Lunga la foglia, stretta la via,
ponteponenteponteppì
eccomi, maestro, son io il Predestinato!”
“Ti facevo più alto”
“Ma allora lei ci vede!”
“No, ma un simile cazzone dev’essere per forza un tappo, se i detti dei nostri Padri corrispondono a verità”
“Maestro, son giunto fin qui alfin di dimandarle ov’è ubicato il loco in cui è custodito il Piede di Porco della tribù dei Bisfulchi”
“Perché parli in codesto modo, figliolo? Ad ogni modo, risponderò, ma dovrai decifrare l’Enigma degli Antenati.
Narra infatti l’Arcano Oracolo: ‘Il Piede di Porco della tribù dei Bisfulchi, scettro del dominio che ha il Cielo sulla Terra, giace sul fondo del Sempre e del Mai. Là dove si addormenta il tramonto e la notte cerca il pertugio dell’alba, sul limitar della Vita ch’è fonte di Morte, lungo il crepitio della Morte che ardendo bagna di Vita.
Praticamente vai sempre dritto, allo svincolo giri a destra, fai la rotatoria ed al secondo semaforo ti tieni sulla sinistra’.
Sii forte, ragazzo”
“Lo sarò”.

Seguendo le indicazioni fornitemi dal vecchio saggio Nontiresiappiù, arrivai nella terra della tribù dei Bisfulchi.
I Bisfulchi hanno usi e costumi spaventosi: una volta a settimana, nella notte che precede il loro giorno di festa, sono soliti ammassarsi in luoghi chiusi, angusti e bui illuminati flebilmente da luci intermittenti; si abbandonano quindi a movimenti forsennati e scomposti seguendo ritmi martellanti battuti da uno sciamano posto in posizione più elevata rispetto al piano dove si svolge la disordinata danza; gli uomini accerchiano dunque le donne, strusciandosi talvolta contro le loro terga quasi a voler dar loro prova sensibile della propria virilità; ciò che li trascina e li domina è una ferina ansia dell’accoppiamento destinata a subire per la maggior parte lo smacco: solo i più valorosi, indomiti ed indefessi tra gli elementi della tribù riusciranno infatti a vincere il premio e solo ai più infaticabili Appuntatori alcune donne concederanno quella che essi chiamano Fregna Inextremis, lasciandosi trascinare nell’altrui capanna (sebbene la maggior parte degli animaleschi atti venga frettolosamente consumata dentro al carro che ogni uomo ha lasciato nella radura vicino al luogo del ballo).
Dopo giorni e giorni di appostamento, finalmente riuscii a sfruttare un momento di stasi e di assenza generale degli abitanti del villaggio. E’ consuetudine dei Bisfulchi infatti abbandonare in blocco le proprie abitazioni nel giorno che sancisce la metà della stagione estiva; in tale occasione tutti i Bisfulchi si ammassano nel sentiero che conduce al mare per recarsi sulle spiagge arse dal sole, dove, dopo ore di attesa per via del disagevole passaggio tutti insieme attraverso il sentiero, si contenderanno il poco spazio disponibile sulla sabbia rovente. Gli antropologi stanno ancora cercando di capire, con scarsi risultati, quale sia lo scopo che li spinge a fare ciò. Nessuna soluzione finora è parsa soddisfacente, neppure la teoria proposta dall’insigne Charles Spòstati-Stronz che aveva a che fare sempre con la Fregna Inextremis.
Ad ogni modo, nel silenzio del villaggio vuoto, sottrassi il famigerato Piede di Porco e ripartii in tutta fretta, desideroso di lasciare al più presto quel popolo barbaro ed inospitale.

Volai fino a Malmesbury, dove ad attendermi c’era anche il buon Nicolyn Ravensburger. Il Piede di Porco della tribù dei Bisfulchi si rivelò uno strumento eccezionale: grazie a lui e con l’aiuto del fidato Nicolyn che ne seppe sviscerare tutto il disumano potere ripetendo le parole magiche “daje daje daje”, spostai il Comò di Sir Roland Buzzin e recuperai le Cinquecento lire rotolate dietro.
Fui pagato profumatamente dal mio committente: mi diede un fusto di lavanda e due sacchi di salvia, dopodiché ci accomiatammo.
Al mio ritorno nel mio ufficio, trovai ad attendermi una busta da lettera. La aprii. Era della professoressa Forget Mypussy che mi diceva addio: “Mi piacevano il tuo modo di camminare, il tuo sopracciglio che si alzava di scatto, il tuo picchiettare sul tavolo. Peccato per tutto il resto”.
Non me la presi. Mi dispiacque, certo, ma comprendevo benissimo i motivi che la spingevano a lasciarmi. Non è facile stare con uno come me: un giorno stai rotolando sui gradini di un tempio segreto Maya, un altro ti stai calando con una liana in una voragine dell’Africa Centrale, un altro ancora ti si toglie la catena della bicicletta e devi invocare gli Spiriti dell’Officina.
Noi avventurieri siamo fatti così: mai paghi di vita, mai sazi di esperienze, sempre in cerca di un prestito rateizzato.
Io son d’un’altra razza: son tombarolo.

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“Diario simulato” 18 – Se fossi un pessimista cronico

Posted by sdrammaturgo su 15 luglio 2008

Sottotitolo: ehi, ma io SONO un pessimista cronico!

*

Avvertenza: diario meno simulato degli altri, ma non eccessivamente. Liberamente tratto dall’inevitabile sconforto di un intelligente di fronte al tragicomico spettacolo dell’umanità.

*

La vita è bella, quando non si nasce.
Io ce l’ho messa tutta, ma niente. Quand’ero uno spermatozoo, sono finito nell’ovulo solo perché sono inciampato.
Appena uscito dal ventre di mia madre non piangevo. Ero troppo amareggiato. Così il medico mi ha schiaffeggiato. E’ stato in quell’occasione che ho imparato che quando stai male c’è sempre qualcuno pronto a dartici sopra il resto.
Nonostante tutto, in qualche modo sono cresciuto. Poco, s’intende. Ed eccomi qua, il giorno del mio compleanno. Ho ricevuto un mucchio di auguri. Ho ringraziato tutti. Mi sento piuttosto sorpreso: pensavo di morire più giovane. Infatti sono un po’ deluso.
Per festeggiare, mi sono dichiarato alla ragazza che amo in gran segreto da tanto tempo. Le ho telefonato e le ho detto: “Visto che hai sopportato la tubercolosi, perché non ti metti con me?”. Ma ha detto di no. Ha detto di aver bisogno di un uomo più vivo, più gioviale, più entusiasta della vita. “Ma io lo sono!”, ho controbattuto. “Ultimamente ho preso persino a guardare a sinistra prima di attraversare la strada e giuro che presto inizierò a controllare anche a destra”. Ma non c’è stato verso. Lei vuole adrenalina, imprevedibilità, follia, ha detto. Mentre io considero un evento mondano tutto ciò che accade fuori dalla porta del mio cesso, ha detto. Eppure tutti mi hanno sempre detto che ho la stessa energia trascinante di Gino Paoli, solo con minore grinta.
Va be’, poteva andare peggio. Potevo andare in coma e risvegliarmi a Carramba che fortuna.
L’unico guaio è che il testosterone comincia a darmi noia. Non dico che non scopo mai, ma oggi quando ho aperto il cassetto del comodino e ci ho visto dentro i preservativi sono scoppiato a ridere. Non so da quanto siano lì, ma ricordo di averli ottenuti tramite baratto. Credo siano fatti di budello di lepre.
Giusto ieri però mi sono state dedicate delle parole bellissime. “Tu sei erotismo. Quando parli, per le cose che dici e per come le dici, sei erotismo”, mi ha detto una ragazza che la dà ad un altro.
Ma d’altronde, come diceva il poeta, “la fica, se uno non ce l’ha, non se la può dare”.
Ho pure la tosse. Vivere nuoce gravemente alla salute.
E’ vero, la vita è un gioco. L’importante è ritirarsi.
Che poi, che senso ha vivere senza poter venire in faccia ad Alicia Keys?
Per fortuna c’è la musica a tirarmi su il morale. La settimana scorsa sono andato al concerto dei Radiohead. Ero tra la folla sul prato. E’ stata una bellissima nuca. Mi chiedo sempre dove sia il Direttorio quando serve. Inoltre è valsa davvero la pena spendere cento euro per sentir cantare in coro diecimila dilettanti.
La vita è un gran trambusto. Ah, quante soddisfazioni, se fossi nato paralitico.
Bah, esistere è davvero assurdo. Assurdo come avere un boy scout tra le mani e risparmiargli la vita.
Ad esempio, il mio sogno più grande è sempre stato quello di scrivere una commedia che tenesse testa a Morte di un commesso viaggiatore e domani attacco il lavoro all’ufficio postale. Da qualche parte ho letto che a Guantamano ne hanno riprodotto uno. Ci fanno mettere in fila i detenuti, li sballottolano da uno sportello all’altro e quando arrivano alle raccomandate confessano tutto.
Chissà, magari un giorno diventerò famoso. Di sicuro sarò già morto da un pezzo. Non è una vera ingiustizia che le opere postume, che sono sempre le migliori, non fruttino passera?
Sono certo che Raymond Radiguet avrebbe preferito di gran lunga essere un pastore analfabeta che si fosse inchiappettato le capre fino a novant’anni.
Che fatica, la vita. Il mito di Sisifo è veritiero, sebbene non tenga conto dei semafori.
Come se non bastasse, altre beghe sono arrivate con il trasloco. Nella nuova casa ho dovuto combattere contro gli scarafaggi. Enormi. Non voglio fare il solito esagerato che quando una cosa capita a lui è sempre apocalittica ed interstellare, ma uno si è presentato come Gregor Samsa.
Mi sono dovuto alleare con le locuste.
Dopo la battaglia ero davvero stremato. Mi sono coricato sul letto, ma nella stanza c’erano due zanzare. Così me ne sono andato per non disturbare.
Mi sono addormentato sul divano, ho fatto un sogno erotico, ma ho fatto cilecca. E’ proprio vero che siamo fatti della stessa sostanza dei sogni.
Un grande insegnamento rimbomba nella mia anima cassintegrata: “Beati i poveri, perché moriranno prima”.
Forse che forse, dovrei essere sulla buona strada.

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