Beati i poveri, perché moriranno prima

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Lettera al mio bambino mai nato

Posted by sdrammaturgo su 17 novembre 2012

Non procreare se non volevi essere procreato.
  

Dal Vangelo secondo Claudio


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Caro figliolo scampato alla vita,

sono lieto di annunciarti che non nascerai.
Non preoccuparti: non verrai neppure concepito.
Io senza preservativo una donna nemmeno la guardo.
E non temo tanto l’AIDS, quanto la tua nascita. Per l’AIDS magari un giorno potrebbero trovare una cura.
Della procreazione adoro la pratica, ma detesto il risultato.
A un uomo che non usa il preservativo, peraltro, nessuna donna dovrebbe mai darla per tutto il resto della sua vita e gli dovrebbe essere negata anche la possibilità di autoerotismo: troppo comodo fare il passionale noncurante quando poi la gravidanza se la becca lei.
Se poi si dovesse verificare un incidente nonostante il contraccettivo, sappi che io sono favorevole all’aborto fino al nono mese di gravidanza.
Finché sei nel corpo della donna, sei il corpo della donna.
Qualcuno potrebbe obiettare: “Cosa ti impedisce di essere allora favorevole alla soppressione del bambino anche dopo la nascita?”.
Finché sei all’interno della fica, decide la donna. Una volta fuori, te la vedi tu. Vale anche per il cazzo, quindi non vedo perché non dovrebbe valere per te.
Per me l’embrione non è vita nei primi quarant’anni. Dopo diventa spazzatura.
Tutto dipende inoltre da come si considera la vita, se essa sia un bene o sia un male.
I cattolici pensano che la vita sia un bel dono. Ma i cattolici pensano anche che sia un angelo custode a farti evitare gli interventi a gamba tesa a calcetto e che trombare sia sbagliato, quindi valuta tu quanto siano attendibili.
Io penso che la vita sia una sciagura.
Certo, esistono anche le Stanze di Raffaello, la foresta dell’Amazzonia e Stoya, ma poi le Stanze di Raffaello sono del Vaticano, la foresta dell’Amazzonia la stanno abbattendo e Stoya non te la dà, quindi vedi che è anche peggio.
La nascita è una condanna a morte.
Hai idea di quanto sia brutto dover fare i conti con la morte? Rispetto alla morte, spesso persino la vita risulta migliore.
Siccome sei mio figlio e ti voglio bene, farò di tutto per evitarti questo supplizio.
Potresti nascere handicappato o ammalarti o essere investito da una macchina o subire violenza o essere semplicemente molto brutto e maledire ogni giorno me e il giorno in cui sei nato. E non si gioca d’azzardo sulla pelle di un altro. A maggior ragione se si tratta di soddisfare un proprio capriccio, riempire un proprio vuoto, generarsi un’ancora di salvezza.
Hai presente quando si sente dire: “Quando tutto va storto, torno a casa, guardo i miei figli e mi rincuoro”? Un figlio è il premio di consolazione.
Le persone procreano perché sono sprovviste di fantasia e hanno bisogno di qualcosa di cui occuparsi durante la giornata.
Un figlio è un tamagotchi più costoso.
Dicono: “Facciamo un figlio”. Non dicono: “Facciamo una persona”.
Non considerano che quel figlio sarà un individuo a sé stante che dovrà sopravvivere tra ogni sorta di difficoltà.
Lo vedono come un loro giocattolo, un bambolotto, che serve a dar loro l’illusione dell’eternità, come se lasciare una goccia di sborra e un’ovaia a scorrazzare sulla crosta terrestre e subire tutte le asperità della vita possa sconfiggere la morte.
E quanta presunzione nella trasmissione del proprio patrimonio genetico!
Ognuno considera il proprio DNA imperdibile per l’umanità e si sente in dovere di riprodursi.
“So fare il fischio da pecoraio e imitare la scoreggia con la mano sotto l’ascella: il retaggio del mio sangue non può andare perduto”.
Ecco, non ti metto al mondo perché non reputo così indispensabile la presenza di un altro basso pelato.
Non mi perdonerei mai poi di averti costretto a subire la scuola e il lavoro.
La scuola è una violenza pedofila di massa. È il carcere minorile per innocenti che insegna loro a diventare colpevoli.
L’università è una fabbrica di ingranaggi produttivi di livello superiore, servi specializzati o padroni robotizzati.
Il lavoro è schiavitù.
Non permetterò mai che tu divenga schiavo dello Stato o di un proprietario o dell’apparato socioeconomico. E siccome ciò è inevitabile non appena si viene scagliati nell’esistenza, non c’è altra soluzione che regalarti l’inesistenza.
Ma ci pensi a quale orrore sia l’amore famigliare?
Dover sottostare all’affetto di un padre e di una madre è veramente una disgrazia senza eguali.
Pensa a tutta la retorica dell’amore materno e paterno, tutta la congerie di sentimentalismi melensi e patetismi eroici, ai “farei di tutto per i miei figli, darei la vita per loro”. Non trovi tutto ciò angoscioso e nauseante?
Credimi, fa rimpiangere gli abusi su minore.
La famiglia serve al Principe per la produzione di nuova manodopera e per rendere più docile quella già esistente.
È la cellula base di potere atta al controllo capillare della società.
Un figlio ti rende ricattabile: nel momento in cui devi sfamare altre persone, non puoi più dire di no a ciò che ti offre il padrone, fosse anche la mansione più degradante e in contrasto con le tue idee e la tua etica, perché ormai ci sono altre persone che dipendono da te.
La famiglia serve a catturare lo schiavo con la prospettiva di un po’ di potere per poi ingabbiarlo con le responsabilità.
Non sei nessuno, non conti nulla, ma in famiglia potrai comandare e condividerai una briciola del potere del Principe, ne assaporerai una stilla d’ebbrezza.
Per mantenere questo miserabile privilegio, dovrai obbedire per sempre.
Per le frustrazioni che necessariamente accumulerai, potrai sfogarti sulla tua prole, sulla quale eserciti lo stesso potere assoluto che lo Stato, il banchiere e l’industriale esercitano su di te.
Figlio mio, non sei dunque contento? Anche grazie a te, il Governo si prenderà una soddisfazione in meno.
Sento le interviste agli operai licenziati: “Cosa daremo da mangiare ai nostri figli?”.
E vorrei dir loro: e potevate non farli, i figli.
Compagno operaio, benché io sia dalla tua parte e ti offrirò aiuto e copertura qualora vorrai sequestrare il figlio di Marchionne, non lo sai che la famiglia è stata inventata apposta per fregarti?
È imperdonabile mettere al mondo un figlio condannandolo a subire la tua stessa povertà.
Né tu né tua moglie volevate davvero figli. Quello che credete essere stato un vostro desiderio, non è vostro affatto. Vi è stato inculcato a forza. A lei è stato detto che se non si fosse gonfiata per ospitare cellule in evoluzione da ricacare dopo nove mesi, non valeva nulla come donna; a te è stato detto che se non avessi inseminato e assoggettato un esemplare fisicamente inferiore della tua specie, non saresti stato un vero uomo. E ci avete creduto.
La monogamia è un inganno. La famiglia è una trappola.
Laddove individui indipendenti senza vincoli sarebbero divisi nella socialità, la famiglia li unisce nella solitudine.
I sacrifici che fai per i tuoi figli giovano solo al tuo datore.
Si dice: “Rinuncio a tutto per i miei figli, così loro potranno avere una vita migliore”.
I figli si godranno dunque la vita grazie al martirio dei padri? No, perché anche loro faranno dei figli e il meccanismo si ripeterà, e i figli dei figli faranno figli a loro volta, e così via, incessantemente, perpetuando la sottomissione.
Come ha detto un saggio: “Un figlio ti dispensa dal vivere la tua vita per vivere la vita di un altro”.
Uno fa un figlio e dopo comincia a disperarsi per il mutuo da pagare e le bollette e le tasse scolastiche e c’è da pagare il medico e i soldi per la gita e per il nuoto e vuole la bicicletta nuova e come faremo ad arrivare a fine mese.
Trovo quantomai stupido e insensato crearsi problemi che poi bisognerà risolvere.
Che poi si sente sempre dire con sdegno: “Saranno i nostri figli a dover pagare il deficit”, “Non è giusto che i nostri figli paghino il buco della sanità” “I nostri figli pagheranno la crisi finanziaria”. Ma io dico: non fateli, questi figli, così nessuno paga niente e siamo tutti contenti, no?
Che fai, metti al mondo qualcuno affinché appiani i tuoi debiti? Allora lo vedi che sei uno stronzo?
Peraltro, crescere un figlio comporta ingenti spese, quindi i tuoi problemi economici si aggravano. Allora lo vedi che sei un coglione?
L’altra mattina mi sono svegliato ed è stato bellissimo quando ho realizzato esultante: “Ehi, io non ho figli!”.
La giornata mi ha sorriso.
Se io fossi stato Hugh Hefner, magari un pensiero a metterti al mondo lo avrei fatto per donarti l’opportunità di vivere nella Playboy Mansion circondato da conigliette porche e disponibili.
Ma se poi nascessi donna, per te sarebbe un problema lo stesso. Dovresti vedertela con stalking, molestie, stupro, Sex and the City. Gli umani imbecilli cercherebbero di impedirti di scopare liberamente, perché “sei una donna e non sta bene”. Ogni tuo pompino con un partner sessuale occasionale sarebbe una trasgressione della virtù con cui vorrebbero imbrigliarti.
È per questo che non mi piacciono le donne monogame, fedeli, pudiche, che non siano promiscue e libertine e indecorose: per quanto emancipate e ribelli e disinibite possano essere, nel momento in cui non scopano con facilità a destra e a manca, restano lo stesso l’orgoglio di papà e mamma, poiché la loro austerità virginale è in salvo e il loro corpo rimane addomesticato secondo i dettami del patriarcato sessuofobico che ci tiene alla salvaguardia della pubblica immagine di morigeratezza.
Sì, hai capito bene: la mia donna ideale è Stoya. Ma mi accontento anche di Sasha Grey.
Per me l’essere una sex worker è un valore aggiunto, mentre affermare con fierezza “non vado certo con il primo che capita” ti declassa per sempre ai miei occhi come irredimibile stolta noiosa a cui rispetto alla propria bisnonna hanno tolto dalle mani i ferri da maglia e ci hanno messo la tessera elettorale.
La frase che una donna non deve mai pronunciare se non intende farmi perdere attrazione e stima è: “Desidero soltanto te”. Pensa che palle.
Se nascessi omosessuale, non ne parliamo. Considereresti un successo ogni serata in gelateria conclusa senza un pestaggio.
Non ti farò nascere anche perché non voglio essere un padre, non voglio essere il Pater.
Il padre, fosse anche il padre più libertario possibile, incarna sempre – costitutivamente – una figura di potere, poiché è colui il quale ti ha dato la vita e si è preso cura di te quando non potevi farlo da solo.
Siccome il mio anarchismo è una cosa seria, non voglio rivestire alcun ruolo di potere.
Dal momento che non mi piace obbedire, non ho alcuna intenzione di comandare.
Ed è un atto di potere intollerabile decidere di far nascere un individuo senza che sia stato chiesto il suo parere.
Ti evito volentieri pure quel delirante senso del dovere pedagogico che infetta i genitori.
Al delirio di onnipotenza si aggiunge infatti una smania educativa vista come imperativo morale: “Devo insegnare ai miei figli cos’è giusto e cos’è sbagliato”.
Non è spaventoso? Non lo hai capito nemmeno tu, ma ti senti in dovere di tramandarlo ai tuoi figli.
Nella migliore delle ipotesi, li renderai depositari di un immane bagaglio culturale di cazzate, errori e atrocità.
Tant’è che non facciamo che ripetere le idiozie dei nostri avi.
Visto che non ho alcuna intenzione di inquinarti con le mie inadeguatezze, figlio mio, non mi permetterò di farti nascere.
Il tuo mancato concepimento e la tua non nascita sono anche una forma di rispetto verso la donna.
È infatti il corpo della donna che si deforma, è la donna che deve sopportare tutti i dolori, tutti gli affanni, tutti i rischi, tutti gli inconvenienti e tutti gli inestetismi che la gravidanza comporta.
Voglio dire: un organismo esterno si insedia in un corpo e poi esce tra sofferenze inumane. Non ti ricorda qualcosa? Esatto: Alien.
Tua madre non è un forno. Per questo non sarà tua madre.
L’istinto materno non esiste. Esiste solo l’istinto del capo ufficio marketing della Pampers a vendere più pannolini.
E di sicuro non c’è da fidarsi se è un prete a dire che bisogna fare più bambini.
Ti rendi conto che qui c’è gente che crede in dio?
Su questo pianeta siamo troppi. Siamo arrivati a sette miliardi, numeri da batteri.
Le risorse scarseggiano, abbiamo devastato tutto, deturpato tutta la bellezza.
Imprigioniamo, sfruttiamo, torturiamo, uccidiamo gli animali.
Non voglio contribuire a tutto questo e non voglio che vi contribuisca tu. Tanto meno intendo obbligarti a vivere in un mondo fatto di mostruosità e sopraffazione, ove gli esponenti delle forze dell’ordine hanno una vita sessuale e in cui quando ti metti a letto poi devi rialzarti per andare a pisciare.
La vita è faticosa soprattutto per le piccole cose della quotidianità. Ed è una fatica inutile. Te la risparmio volentieri.
Ora tu ti chiederai: “Stai forse dicendo che chi procrea per scelta è un cretino?”. No: anche un pazzo criminale.
Non farò di te la mia vittima.
Il regalo più grande che io possa farti è non metterti al mondo.
Godi dunque, oh figlio mio, degli innumerevoli vantaggi dell’inesistenza priva d’avversità, e sappi che il tuo papà ti invidia molto.
Quanto a me, cercherò anch’io di godere degli innumerevoli vantaggi della tua inesistenza.
Ma se il profilattico si dovesse rompere, il preservativo femminile cedesse più velocemente delle buste della spesa biodegradabili, la pillola non funzionasse, la spirale fallisse, il diaframma si bucasse, il cerotto si rivelasse un imbroglio, trovassimo solo medici obiettori che ci negassero la pillola del giorno dopo e tua madre non volesse abortire, ti prometto solennemente, anzi ti giuro su Stoya, che farò di tutto per mantenerti tutta la vita; non dovrai mai lavorare; dovrai vedere la paghetta come Risarcimento Nascita Non Richiesta; non dovrai mai dirmi grazie; non dovrai mai chiedermi il permesso; non dovrai onorarmi; non dovrai rispettarmi, se non me lo merito; non dovrai mai sentirti in debito con me; non dovrai mai preoccuparti delle soddisfazioni che vorrò da te o che non mi avrai dato; non dovrai mai sentirti figlio, ma sempre individuo libero prossimo mio e mio pari; non dovrai mai chiamarmi papà.
Ma se diventi cattolico te gonfio.

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Abramo

Posted by sdrammaturgo su 22 marzo 2012

I vostri noviluni e le vostre feste
io detesto,
sono per me un peso;
sono stanco di sopportarli.
Quando tendete le mani
io allontano gli occhi da voi.
Anche se moltiplicate le preghiere,
io non ascolto.

ISAIA, 1,14-15

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Com’era prevedibile, il sole sorse anche quel giorno.
Benché si fosse in tempi antichi, la vita era già priva di sorprese. Nascita, nutrizione, idratazione, lavoro, malattia, morte. «Non c’è niente di nuovo sotto il sole», si sentiva dire in giro.
Non era molto che il mondo era stato creato, eppure aveva già stancato, soprattutto il proprio artefice. Per questo Dio era così ciarliero, dispettoso e burbero: creando il mondo, aveva scoperto di essere solo. La solitaria eternità è un’infinita solitudine. La noia preesisteva a Dio stesso, l’Increato.
Egli, muovendosi dall’eterna stasi, aveva creato la vita, fondata sullo scorrere. Lo scorrere comportava la finitezza, dalla quale scaturiva la scelta, concetto ignoto nell’infinito immobile.
Aprendosi al perituro, Dio aveva appreso che la vita è una scelta tra la noia e la sciagura: la sciagura della noia o una noiosa sciagura.
Per combattere la propria inesorabile noia, si deliziava abbattendo la sciagura sulle genti.
Così usciva frequentemente dal proprio isolamento tra le nubi per parlare con gli umani, mettendo alla prova il proprio potere per sollazzarsi.
Col tempo avrebbe iniziato a parlare via via sempre meno, fino a tacere del tutto, poiché, divenuti avvezzi alla solitudine, si cessa di cercare compagnia.
Aveva iniziato con l’immotivata proibizione di mangiare i frutti di un albero a caso, e due sposi l’avevano presa così sul serio da tremare prima per il timore, poi cadere in disgrazia per la curiosità.
Aveva preteso sacrifici, e due fratelli avevano preso talmente a cuore la richiesta che uno aveva ucciso l’altro.
Aveva proseguito decidendo di inondare la terra con un terribile diluvio sterminatore al solo scopo di ordinare ad un vecchio di costruire un’arca gigantesca che potesse contenere una coppia di ogni specie animale, sbizzarrendosi con istruzioni dettagliate: «Fatti un’arca di legno di cipresso; dividerai l’arca in scompartimenti e la spalmerai di bitume dentro e fuori. Ecco come devi farla: l’arca avrà trecento cubiti di lunghezza, cinquanta di larghezza e trenta di altezza. Farai nell’arca un tetto e a un cubito più sopra la terminerai; da un lato metterai la porta dell’arca. La farai a piani: inferiore, medio e superiore». E per quanto fossero assurde le direttive e impossibile l’impresa, quegli aveva eseguito pedissequamente.
Aveva detto ad un uomo che viveva nella comodità di andarsene con la sua gente dalle proprie case per vagare verso una non meglio specificata terra promessa, e tutti erano prontamente partiti.
Aveva disposto per puro gioco che quell’uomo e sua moglie cambiassero i loro nomi di una lettera appena, da Abram in Abramo e da Sarai in Sara, così, del tutto gratuitamente, e i due si erano dimostrati ubbidienti anche a quella minima facezia priva d’importanza.
Aveva perciò continuato alzando il tiro: aveva comandato ai maschi addirittura di tagliarsi un pezzo  d’uccello, e quelli, incredibilmente, avevano obbedito.
Infine, aveva tentato il massimo: “Chiederò all’uomo di uccidere il proprio stesso figlio per farmi piacere. Vediamo se perfino a ciò codeste creature si dimostreranno prone”. Ebbene, con somma sorpresa di Dio, l’uomo antepose il diletto del Signore alla vita stessa del proprio figlio.

Splendeva un brutto sole, il solito, sull’accampamento di Abramo.
L’Onnipotente, non sapendo più cosa inventarsi per divertirsi a spese dei suoi burattini, avendole provate tutte, dall’alto dei cieli disse ad Abramo: «Poiché tu sei il mio prediletto, e benedetta è la tua stirpe» – ché il Signore non risparmiava il dileggio – «d’ora in poi, ogniqualvolta uscirete dalle vostre dimore e sarete all’aria aperta sotto gli occhi dell’Altissimo, camminerete a quattro zampe, poiché sfida Dio chi si mostra in piedi dinanzi a Lui. Sia riverente l’uomo al Mio cospetto: peccato immondo commette colui il quale osa guardar negli occhi il Signore Iddio».
Proprio come l’Onnisciente si aspettava, Abramo chinò il capo deferente e corse a convocare i maschi della tribù per riferire il nuovo comandamento.
«Comincia fin d’ora», aggiunse Dio ad Abramo che si allontanava dandogli le spalle, ma anche il viso (vantaggi dell’ubiquità).
Con supremo spasso, Dio vide Abramo accovacciarsi e distendere i palmi sulla sabbia, procedendo con goffa lentezza verso il proprio popolo.
Dovette essere ben strano vedere comparir Abramo in cotal bislacca postura, ma subito fu normale non appena venne fornita la spiegazione, e lo sbigottimento per la bizzarria si tramutò immediatamente in automatica consuetudine, poiché grande era l’autorità di Abramo e insindacabili le decisioni di Dio.
Da quel giorno, l’esistenza prese a svolgersi carponi.
Timorati e ottemperanti, tutti, uomini, donne, vecchi, bambini, presero ad abbandonar la posizione eretta allorché lasciavano il tetto della propria abitazione ed era il cielo nudo a stagliarsi sulle loro teste.
Chi voleva mostrarsi più devoto degli altri, si accucciava fin quasi a poggiare i gomiti, lambendo il terreno con la fronte. Taluni penitenti si muovevano praticamente strisciando, suscitando la gelosia degli altri membri del villaggio, che non volevano apparire meno ossequiosi agli occhi del Signore.
Avveniva talvolta che qualche sfrontato blasfemo venisse colto a camminare normalmente di nascosto. Che fare in quei casi? Dio non aveva indicato alcuna misura sanzionatoria nei confronti di chi trasgrediva tale regola. D’altronde Dio non si curava delle conseguenze, né considerava che c’era tutta un’intera legislazione da emanare affinché ciò che derivava dalle sue parole potesse essere applicato ai più svariati e minuziosi ambiti non menzionati. Egli in fondo si limitava a buttar lì poche frasi evasive per trastullo, non poteva considerare ciò che invece era necessario e inevitabile nella quotidianità dei propri sottomessi.
Così, per sicurezza, si decise che chiunque fosse stato sorpreso a camminare su due piedi, sarebbe stato condannato a morte. Ma come? Gli anziani proposero la lapidazione, i riformatori insistevano affinché i peccatori venissero arsi vivi.
Per non sbagliare, venne stabilito che i condannati sarebbero stati lapidati mentre venivano arsi vivi.
Presto sorsero inevitabili dispute teologiche. C’era infatti da capire se Dio voleva che si camminasse carponi appoggiando i palmi oppure i pugni. Il Signore neppure su questo era stato esaustivo. Ne nacquero due fazioni: i palmisti, capeggiati da Abramo medesimo, sostenevano che la mano dovesse restare aperta al cospetto del Signore, poiché la membra del fedele non nascondono niente al Creatore, ma anzi ne saggiano al tatto l’operato; i pugnisti obiettavano che solo con le nocche si sente l’asprezza del sacro volere di Dio e alla Sua immane potenza si fa dono del dolore; i palmisti replicavano che il Signore punisce la superbia, foss’anche quella dello zelo religioso; i pugnisti controbattevano che solo nell’estrema sofferenza si rende grazie alla misericordia del Padreterno; al che i palmisti facevano osservare che le spine si conficcano meglio nei palmi, provocando in tal modo maggior sofferenza; ma i pugnisti rimanevano certi che i sassi aguzzi fan più male se premuti sulle rigide giunture.
Il dissidio risultò insanabile, sicché le due opposte fazioni si divisero ed i pugnisti abbandonarono l’accampamento per muovere altrove e stabilirsi su un suolo vergine, ove avrebbero istituito una nuova legge fondata sulla pressione delle nocche per terra.

La nuova vita a quattro zampe rivelò più d’un impaccio. Non era facile arare la terra in quella posizione, tanto meno trasportare l’acqua del pozzo, lavorare il legno e la pietra; combattere contro le tribù nemiche gattoni era assai poco agevole ed era garanzia di sconfitta, e pure badare agli animali era per nulla semplice dal basso.
Fu proprio quello degli animali un altro problema da risolvere.
Dio era stato stranamente chiaro con Adamo. Si tramandava infatti che Egli avesse detto: «Dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra». Ma com’era possibile dominare su costoro ora che s’era quadrupedi quanto il bestiame?
Si riunirono dunque i saggi: la volontà di Dio ancora una volta andava interpretata ed estesa.
Dopo settimane di consultazioni, così venne sancito: in presenza di esseri umani all’aria aperta, gli animali avrebbero dovuto sdraiarsi su un lato, al fine di mantenere la loro subordinazione fisica voluta dal Signore all’alba dei tempi. Venne così istituita la nuova figura professionale dello sdraiatore di animali: i più nerboruti ed energici tra gli uomini si sarebbero occupati di stendere a terra ogni singolo capo di bestiame.
Il compito era già gravoso di per sé, anche quando si trattava di imporsi su pecore ed agnelli. Con i montoni iniziavano i guai più seri. Ma la mansione si faceva massimamente difficoltosa allorché c’era da piegare l’ostinazione di asini, cammelli e bovini. Non furono in pochi a morire incornati da buoi contrariati.
Pian piano l’arte dello sdraiamento degli armenti venne perfezionata. Furono inventati pungoli, fruste e batacchi uncinati per molcere la caparbietà degli esemplari più cocciuti, fino a che mucche e tori non rappresentarono più un pericolo.
Certo, ogni sera la gente rincasava sempre più spossata. Una crescente mal sopportazione di quella condizione montava di giorno in giorno, e la stanchezza dei corpi si faceva stanchezza d’esistere. Il malcontento serpeggiava tra la popolazione e assumeva la forma d’inimicizia tra le persone. A capo chino non era possibile né consentito scorgere Dio lassù in alto, così l’astio veniva rivolto verso il prossimo ch’era a portata di sguardo. Crescevano gli odii e le invidie scatenati per un nonnulla, ed ogni inezia era motivo di livore.
Ciò che non era permesso nei confronti di Dio, abbondava presso gli uomini.

Divertito come non mai, il Signore decise di aggiungere una postilla alla norma, anche perché il rischio del tedio era sempre in agguato.
Tuonando imperioso dalla volta celeste, si rivolse al suo eletto: «Abramo, poiché quel ch’Io vedo è cosa buona e giusta e tu e il tuo popolo vi siete prostrati a me, Io vi premierò: da adesso in avanti potrete levare alta la vostra voce verso il Signore. Trovandovi all’esterno ove camminate come cani, come cani abbaierete incessantemente al mio cospetto. E ciò che potete, dovete».
Più cristallino che criptico, così parlò l’Onnipotente Iddio, Padrone del cielo e della terra, e Abramo, umile servo, subito riportò il poco ermetico messaggio.
Di lì in poi, fu tutto un abbaiare ininterrotto. Se vivere a quattro zampe era fatica dura, farlo abbaiando diventò insostenibile. Eppure bisognava sostenerlo.
Ma quella di Abramo era una nazione devota, pertanto, con rigorosa ortodossia, negli orari consacrati alle funzioni alla luce del sole, si gareggiava finanche a chi sapeva meglio emulare il verso del cane e ciascuno ambiva acciocché il proprio abbaio fosse il più forte ed intenso, per onorare il Signore.
Solo rientrando al tramonto ognuno al proprio rifugio, v’era un po’ di requie per la gole rauche, le braccia fiaccate, le ginocchia peste.
Abramo aveva più di cento anni, e se li portava bene. Però camminare a quattro zampe cominciava ad essere fin troppo faticoso, specie per chi era stato creato bipede.
Ma un Patriarca non poteva certo apparire arrendevole: guida, sprone ed esempio per la comunità, era lui ogni dì il più strenuo difensore delle regole, ligio quadrupede ed indefesso abbaiatore.
Una sera tornò nella tenda particolarmente spossato.
Varcata la soglia, riuscì a sollevarsi a stento. Le ossa scrocchiarono che parevano rami spezzati, cosicché la sua estenuazione rimbombò secca e sorda.
Le mani erano nere, ricoperte di ferite; le gambe piagate, le ginocchia livide; grumi di sangue sporco si rapprendevano sui gomiti; fitte lancinanti percorrevano le sue articolazioni avvizzite.
Stiracchiarsi richiese uno sforzo di cui quasi non era più capace.
Salutò con un cenno Sara intenta a preparare la cena e si avvicinò ad Isacco, che voltato se ne stava seduto ad affilare una lama, tanto assorto da non accorgersi della presenza del padre.
Abramo si fece dietro al figlio e gli pose affettuoso una mano sulla spalla con austera benevolenza.
Isacco, come gli accadeva sempre al minimo contatto col padre, trasalì irrigidendosi. I trascorsi lo avevano reso guardingo, insegnandogli la più tremenda delle verità: fidarsi è bene, non fidarsi è meglio.
Stiracchiare un sorriso gli costò uno sforzo maggiore di quello impiegato dal padre per riabituare il proprio corpo a star diritto.
Non aveva mai potuto cancellare dalla memoria il monte, l’altare, il fuoco, la legna, il coltello, l’intervento provvidenziale dell’angelo, l’angoscia eppure la fermezza dell’offerente. Ogni notte gli sembrava di dormire accanto al nemico, ed il suo sonno era costantemente tormentato.
«Non mi hai rifiutato tuo figlio».
Udiva ancora le parole del Signore. E non aveva mai avuto il coraggio di confessare neppure a se stesso che non era mai stato felice di essere immolato alla gloria di Dio, men che meno da colui che lo aveva generato ed amato, ogni gesto pur dolce del quale gli si presentava ormai come una possibile minaccia.
La paura può più di qualsiasi legame: questo aveva compreso, e mai scoperta era stata più brutale.
Era giunta l’ora del pasto, e Abramo si sedette, stremato dalla fede e dalla giornata, torvo e sconsolato pure per la diffidenza che percepiva nel figlio.
Tentando di sopire la colpa, la stanchezza e la frustrazione con una preghiera benaugurante, ringraziò Dio per il pasto e la famiglia e la vita e per tutto, e s’accinse ad aspettare le pietanze cucinate dalla moglie.
L’inquietudine ed un vago senso di insoddisfazione e rabbia che non riusciva a spiegarsi gli trepidavano sotto la pelle logora.
L’orazione sedativa fu tanto utile al Signore – che osservava o forse no, ascoltando distratto e compiaciuto – quanto vana per Abramo.
Sara gli si accostò e gli porse la ciotola, carezzandolo leggermente sul capo, compassionevole.
Abramo, rannicchiato sulla stuoia, sollevò il volto altero e vide la moglie in piedi che lo guardava dall’alto verso il basso.
Si alzò di scatto, che quasi non pareva più il vecchio stanco di poco prima, afferrò l’anziana sposa per il bavero della veste e le diede uno schiaffo con furia ferina.
«Donna! Come osi stare in piedi al cospetto del tuo Signore?»
Sara si accovacciò, la testa china.
Isacco taceva.
Abramo si risistemò.
Mangiarono.

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Preghiere per tutte le occasioni

Posted by sdrammaturgo su 18 febbraio 2011

Anni fa, sul volo Roma-Lisbona, incappai in uno sciame di anziani che stavano andando in pellegrinaggio a Fatima. La vecchina seduta accanto a me estrasse un libretto formato breviario, qualcosa come Preghiere per il viaggio. Sbirciando accuratamente man mano che sfogliava le pagine, imparai che esisteva una preghiera per ogni mezzo di trasporto: richieste di protezione specifica in caso di spostamento in treno, autobus, automobile, etc.. La signora arrivò dunque a quella relativa all’aeroplano e cominciò a leggere: “Oh Signore, proteggimi su questo ritrovato della tecnica che vola nel cielo…”. La scoperta delle preghiere da viaggio – spazzolini e salviettine dello spirito – associate ai vari mezzi di locomozione, fu per me una rivelazione, nel senso più mistico del termine.
Mi dissi: “Perché allora non redigere orazioni per qualsiasi evenienza?”. Decisi allora di dare il mio contributo per assistere i fedeli nei problemi di tutti i giorni.
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Prima Sezione 

Orazioni del quotidiano

 

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Invocazione alla Madonna del Risotto*

Salve, Regina dei fornelli,
protettrice del Sacro Focolare.
A te ricorriamo gementi e piangenti
in questa valle di lacrime di Morro d’Alba.
Orsù dunque, capocuoca nostra,
mentre mi accingo a glorificare in nome Tuo
questi nobili chicchi frutto della terra
con lo zafferano e codesti fiori plebei
che portano il nome al diminutivo
di chi precipitò in massa da una rupe
per voler del Figlio Tuo,
benedici la mia mano
e rendila ferma nella sapienza del Quanto Basta.
Salvami dalla tracotanza
che potrebbe impossessarsi di me al momento di aggiungere del pepe,
onde non guastare un santo momento di convivialità
con successivi arrossamenti peccaminosi
e chiedi al Padre Nostro
di contenere gli aumenti del nostro pane quotidiano.

*da un’idea di Pietro Romeo

*
*
Cristo Autoricambi

Cristo Santo,
figlio di David,
Salvatore di tutte le genti,
Redentore sempre di tutte le genti,
guidami al ritrovamento
di uno specchietto sinistro
della Ford Fiesta del ’95.
Conducimi presso i migliori sfasciacarrozze,
poiché i pezzi originali
hanno prezzi da pubblicani
che servono Mammona;
illumina la mia mente ed il mio cuore,
concedimi di evitare le sòle,
non indurmi in tentazione
come quella volta in cui feci mettere l’alettone sulla Panda
e la Domenica delle Palme
planai su un ulivo alla prima curva.
Perdona il peccatore che mi ha tamponato
mentre ero in sosta con le quattro frecce
al parcheggio dell’Auchan,
benché sia scappato
senza ch’io riuscissi a prenderne la targa.
*
*
Adorazione del Santo Spirito

Oh Santo Spirito,
nonostante la Bestia
ti opponga il Cif e l’Amuchina,
resti sempre tu il migliore smacchiatore disinfettante
per i sepolcri imbiancati.
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Seconda Sezione 

Conciliare la fede con il progresso tecnologico, tra tradizione ed innovazione

 

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Christ+Alt+Canc

Oh Gesù,
rimuovi il virus dal mio computer.
Intervieni laddove il Norton ha fallito,
libera l’hard disk da tutti i mali,
proteggi il browser
e velocizza la mia navigazione.
Lasciami scaricare il Tuo infinito amore
e riavvia la mia anima impallata,
cosicché io possa farti dono
dei proventi di Poker Stars.
*
*
Atto di forza

Mio dio,
infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa,
quando l’uomo
per Te
avrà conquistato Marte
ed io mi imbarcherò in uno dei primi viaggi spaziali,
propongo col Tuo santo aiuto
di custodire il reattore dell’ossigeno,
al fine di non esplodere
come rischiò Arnold Schwarzenegger.
*
*
Jesus vs Predator

Credo in un solo Dio,
Padre onnipotente,
creatore del cielo e della terra,
di tutte le cose visibili ed invisibili,
perlomeno in questa dimensione,
perché, grazie all’acceleratore di particelle,
ne abbiamo scoperte delle altre.
Credo nella fusione a freddo
grazie a cui Ti offriremo le ceneri
della grande meretrice Babilonia,
in qualsiasi galassia si trovi.
Ma soprattutto
credo nel Figlio Tuo Gesù
che si alzerà dalla destra del Padre
per allontanare gli alieni farisei
che ci stanno facendo il culo.
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Terza Sezione 

Cortocircuiti valoriali

 

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Cortocircuito Primo

Oh Signore, ti prego,
aiutami a bestemmiare.
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Cortocircuito Secondo

Santa Vergine Maria,
Tu più pura tra tutte le creature,
sostienimi al momento della fellatio
e fa’ ch’io non sia precoce.
Fa’ che il preservativo non si rompa,
specie durante il coito anale,
e, qualora la donna conosciuta appena
rimanesse incinta,
aiutami a trovare la pillola del giorno dopo,
allontana da me i medici obiettori
e permettimi di ottenere all’occorrenza
anche la RU486.
Se invece farò sesso con un altro uomo,
sorreggici quando adotteremo un figlio
generato in provetta
e partorito da una lesbica
che ci avrà messo a disposizione
il suo utero in affitto.
*
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Cortocircuito Terzo, o Metacortocircuito

Oh Signore,
intercedi presso tutti gli altri dei
affinché io diventi ateo.
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Appendice 

Pregare pregando

 

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A Santa Lucia

Celeste Martire,
noi non vedenti ci rivolgiamo a te con fiducia
e ti chiediamo: ma come protettrice dei ciechi
non sarebbe più opportuno avere
qualcuna che abbia ancora gli occhi funzionanti?
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Angelo Di Dio

Angelo Di Dio,
che sei il mio custode,
illumina, custodisci, reggi e governa me,
che ti fui affidato
dai servizi sociali.
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Preghiera delle preghiere

Mio Dio,
nella tua infinita misericordia,
continua a farmi ignorare il significato di alleluia,
conserva la superfluità dell’amen
e fa’ che ogni volta che dico osanna
la smetta di rispondere
il sardo che mi abita a fianco.
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Il presente strumento per esercizi spirituali sarà distribuito in occasione della prossima Via Crucis ad ostacoli con tre imperdibili allegati in omaggio:

– la guida all’esorcismo per cacciare Baal del Quaquà, demone danzante, dai paperi posseduti.

Hit Mania Church Estate 2011 – Rosario Edition. Contiene Quarto Mistero Gaudioso Remix di Dj Loyola.

Liturgie per il tempo libero. Tutto sul cattolicesimo hobbistico, dalla Beach Messa ai sacramenti fai-da-te.
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Un fallito contemporaneo, 2

Posted by sdrammaturgo su 17 dicembre 2010

Capitolato Secondo

Ogni donna d’Italia e forse d’Europa e forse del pianeta si è vista dedicare almeno una volta nella vita La cura di Battiato da un uomo che si è sentito originale per questo

che tratta di mondanità e degli inganni della medesima e allerta le genti affinché non lascinosi abbagliar da iconografie warholiane e mostra come il sentiero che mena al rimpatrio nel sostituto del materno ventre è tragitto irto e periglioso, colmo di amarezze ed ingiustizie sanza pari, a meno che non sopravvenga provvidenzialmente Yunus ad imprestar danaro all’uomo solo per garantir ai meno abbienti l’equo diritto alla salvifica meretrice.

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Ricapitolando: la mia ragazza mi ha lasciato di comune accordo ed io ci sono rimasto male. Sì, un po’, ecco, lo ammetto. Nulla di grave, per carità. Giusto quei tre o quattro tentativi d’impiccagione d’ordinanza. Ordinaria amministrazione. Sono falliti tutti perché ogni volta mi sono dimenticato di comprare la corda. “La sedia c’è, la trave del soffitto c’è, io ci sono…Acc!”.
Detesto soffrire per amore: non voglio fornire materiale per la letteratura di consumo.
Inizialmente ho provato a distrarmi con il calcio. La televisione a pagamento offriva un pacchetto in tre opzioni: Mese, Champions League, Molto Insoddisfatto. Ma non è bastato. E tutti a dirmi: “Esci, divagati, frequenta gente, va’ alle feste”. Ingenui.
Uscire di casa è sempre un errore. Specie andare nei locali. Ogni volta vengo a conoscenza dell’esistenza di decine e decine di nuove ragazze che non me la daranno.
Secondo me è quello che ha ispirato le teoria a Buddha ed Epicuro. Uscivano di casa tutti contenti, poi venivano travolti da tonnellate di portatrici bone di vagina con cui non avrebbero appagato la loro sopraggiunta brama, si infastidivano, rabbuiavano e tornavano a casa affranti. Nessun turbamento, nessun dolore. Sogno un monastero in cui si studia, si guardano partite, si cura l’orto. E magari si tromba. Dovrei andarci da seminarista. Ci penserò su.
E non c’è niente di più fastidioso della mondanità spacciata per offerta culturale. Ormai ogni occasione di incontro deve essere ammantata di intellettualità. “Vieni a quella mostra-proiezione con lettura di racconti e poesie? Ci sarà un aperitivo”; “Sono andata a quell’aperitivo per quell’evento in cui un gruppo di giovani artisti esponeva porzioni di intonaco grattugiato, mi sono molto divertita”. Ma non si potrebbe fare un aperitivo senza manifestazione culturale? Dov’è finito il buon vecchio pasto senza necessariamente essere circondati da discutibili sculture? Ma soprattutto: visto che tanto ogni serata del genere è solo una scusa per conoscere persone con cui trombare, non si potrebbe direttamente trombare senza aperitivo? Anche perché puntualmente si finisce per fare l’aperitivo senza successivamente trombare. E allora che senso ha, visto che per lo più si mangia anche malissimo e pure scomodi?
Installazioni, happening, performance, servono solo a poter dire: “Bene, abbiamo dimostrato di essere migliori dei clienti della discoteca venti metri più avanti. Ora possiamo cominciare a fare le stesse cose che si fanno lì”.
Che poi, per poter ricevere un minimo di attenzione dalla frequentatrice media di serate simili, devi aver girato almeno tre documentari, partecipato a molteplici vernissage e vissuto un anno a Londra. Ed io non ci sono mai stato a Londra. Volevo andarci, ma ho vomitato.
E non mi spiego una cosa: se scarichi le cassette della frutta, non ti si fila nessuna; se lo hai fatto a Londra, sei un figo.
Devi pure vantare una grande conoscenza di gruppi indie ignoti. Altrimenti, come affrontare una frangettata radical chic che ti incalza in questo modo: “Nell’ultimo periodo sto ascoltando molto i New York Mibtel in Gay Dow Jones & Sex Black and White Louis Vuitton Hipster On the Street with Cool Fashion but Rebel Anyway. Non sono molto famosi, hanno registrato solo tre canzoni con un walkie talkie nel garage dello zio del bassista, la nonna ha gettato la musicassetta in strada, io l’ho trovata accanto ad una 128 parcheggiata e mi piacciono molto”?
A queste ragazze che divinizzando gruppuscoli (o grupponi che sia, non cambia alcunché) e riportandone citazioni su diari e agende e blog e twitter e Facebook e tatuaggi e piercing alle ovaie sembrano confermare le teorie maschiliste aristoteliche, preferisco mia nonna che va in chiesa a dire il rosario. Almeno lei pensa più in grande, mira più in alto: punta a dio.
A parità di individuo che soggiace allo show business, prevale decisamente la donna succube della pubblicità metafisica proposta dalla religione. Volete mettere tra un batterista brit-pop con il ciuffo ed un capellone palestinese saggio che cammina sull’acqua? Tanto più che il Cristo può contare sulla triplice carta ipertricosi selvaggia-esotismo-fascino messianico del profeta hippie-che-ha-messo-la-testa-a-posto – e si sa che se sei uno che è “uscito dal giro”, hai tutte le donne in pugno. Va bene qualsiasi giro: crimine, droga, gioco (sia chiaro, Hero Quest non vale. “Sai, ho passato dei brutti periodi. Frequentavo la gente sbagliata, brutti giri. Persone disposte a tutto pur di avere l’elfo con le carte magia d’acqua. Ma ora ne sono uscito” “Oooh, che uomo tormentato e magnetico”), purché ne abbiate fatto parte per una vostra fragilità, ma poi abbiate saputo uscirne dimostrando virile e rassicurante forza d’animo.
Non c’è meritocrazia nelle regole dell’attrazione. Non mi do pace all’idea che Giuliano Sangiorgi dei Negramaro e Samuel dei Subsonica abbiano scopato più di Giuseppe Ungaretti. A quanto pare, “oggi il suo diagramma del cuore è schermo piatto in nebulose stagnanti” o “senza frizione piloti il mio tormento” + berretto + panza fa più presa di “La morte si sconta vivendo” + esperienza nella Grande Guerra. Ma, a onor del vero, a Samuel dei Subsonica ed a Giuliano Sangiorgi dei Negramaro va riconosciuto che rappresentano una grande speranza per molte persone svantaggiate: grazie a loro, infatti, d’ora in poi qualsiasi grasso col cappello sa che può diventare un sex symbol.
E non posso accettare nemmeno che una rockstar rimorchi più di un astrofisico. Penso, che so, al povero Nathan Rosen alle prese con una donna: “Ho scoperto che il tessuto spaziale cosmico può ripiegarsi su se stesso, consentendo la creazione di un ponte temporale tra passato, presente e futuro” “Ah…uhm…ops, scusa, devo proprio andare, sai, sono molto impegnata, sto preparando un esame e ti vedo più come uno a cui non intendo darla”. Mentre invece un musicistucolo leggero qualunque: “Ho scritto questo giro di Do sul quale ho applicato le parole ‘Amore, mangio la terra, bevo i tuoi brividi’” “Scopami”. L’immeritocrazia regna.
Tale dinamica crea anche profonde disparità. Per quale motivo infatti il cantante degli Sugarfree può intonare: “Apri almeno le tue gambe verso me” passando per sexy mentre se Neno Panza, disoccupato di Montefiascone, dice: “A quella j’aprirebbe le cosce” è un rozzo ominide da evitare?
E’ bene precisare però che non odio così radicalmente la musica leggera. Ad esempio, mi piace molto ascoltare le canzoni dei Simply Red, perché poi finiscono.
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segue
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Il paralitico

Posted by sdrammaturgo su 28 febbraio 2009

Ha proprio ragione Vittorio Messori: la vera guarigione a Lourdes è quella spirituale.
Quella fisica non conta, è banale, è grossolana, non va più di moda. L’importante è il risveglio nel Cristo. Tu ti addormenti, poi ti risvegli e senti freddo; provi ad alzarti e batti la testa; è tutto stretto e la coperta ti raspa; ti chiedi: “Ma dove sono finito?” “Nel Cristo”. E ti rallegri di ciò.
Voglio portare quindi la mia umile testimonianza di paralitico, di chi a Lourdes c’è stato ed è guarito spiritualmente. Sì, a Lourdes ci sono stato, e mi sento un uomo nuovo.
Ammetto che inizialmente, in cuor mio, in un piccolo miglioramento di salute ci speravo. Volevo almeno recuperare l’uso del naso, in modo tale da poter tirar su quando mi cola senza dovere ogni volta sporcarmi la camicia di moccio. Ma allora non capivo, mi sfuggiva la verità, ancora schiavo com’ero di facili vanità. Il nostro corpo non è che un vuoto involucro, un vestito di poco conto (ed il mio sta agli altri corpi come la canottiera di lana di mio nonno sta all’alta moda). Ciò che deve interessarci è l’anima! L’anima, ch’è l’aria di Dio, come ci dice sempre Don Fernando in parrocchia. Mi chiedo da dove Dio abbia emesso il venticello dell’anima mia. Quest’anima che io ho percepito nitidamente a Lourdes. Sì, io, per la prima volta, ho sentito la mia anima, l’ho vista librarsi in volo, paralitica anch’essa.
Insomma, sono tuttora paralitico, ma ho fatto una bella gita.
Il viaggio era stato organizzato per noi pazienti della clinica Santa Augustina Tranciata Lessata E Come Se Non Bastasse Pure Vilipesa dalle Suore Vituperate dell’Incalcolabile Dolore della Madonna Sconfitta, che sono riuscite a mettere insieme una bella vagonata di infermi e ci hanno accompagnato festosamente con la mestizia che le contraddistingue. C’eravamo proprio tutti: io, paralizzato dalla testa ai piedi, che posso muovere solo il mignolo del piede sinistro, cosa che mi è molto utile quando ho bisogno di sgranchirmi un po’; Giuseppetto, quello senza il braccio sinistro, che ama molto il tennis, ma gli dice male perché è mancino; Antonello del terzo settore, che vive in isolamento perché è allergico a se stesso, ma questa misura sembra averlo peggiorato; Gismondo, che è nato con una grave malformazione (ha un cazzo enorme di cui però non se ne fa nulla, perché è brutto come la fame; l’altro cazzo invece è normale); Pietro, amante del jogging, a cui mancano tutti gli organi interni tranne la milza; e tanti e tanti altri ammalati. Un discreto carico di disgraziati, non c’è che dire.
I problemi si erano presentati già alla scelta del mezzo di trasporto. L’aereo era da escludere, poiché ad alta quota la testa di Sergio, l’idrocefalo dall’elevatissima temperatura corporea (raggiungeva tranquillamente gli ottanta gradi. All’ospedale scaldavamo la minestra sulle sue chiappe), aveva quello che la nella terminologia scientifica viene chiamato effetto pentola-a-pressione. Il pullman non si poteva prendere, visto che Gualtiero era nato trapezoidale e non si sarebbe riuscito ad incastrarlo bene neppure nel vano bagagli. Povero Gualtiero, detto Tetris. Le suore optarono allora per il treno. Ma Aristide, autistico, riusciva a viaggiare solo tenendo la testa fuori dal finestrino come i cani. Dopo la prima galleria, è stata una fortuna trovare nelle tasche della sua giacca un biglietto in cui tempo addietro aveva scritto con grafia tremante ed approssimativa che era stanco di vivere: ci siamo sentiti sollevati.
Alla partenza eravamo tutti felicissimi, al limite dell’euforia. Cosa che è risultata fatale al povero Nicolino, dal cuore estremamente debole.
Le suore, con amorevole severità, ci hanno prontamente proibito di essere troppo contenti, ché poteva essere peccato. Un’accortezza che ha salvato la vita a diversi altri di noi.
Comunque, siamo riusciti ad arrivare a destinazione con perdite ridotte. Ne approfitto anzi per ricordare i caduti nel cammino della speranza: Luigi, morto di piscio all’età di trentacinque anni; Massimo, ora in paradiso hai recuperato le gambe che ti sono mancate come non mai tra i gradini del vagone e la banchina; Demetrio, sopraffatto dal tumore a pochi metri dal traguardo; Gioacchino, beffato dalla cecità e dalla sordità al momento di attraversare il binario.
L’albergo era discreto ed accogliente, il servizio ottimo. Dal personale ci sentivamo trattati veramente alla pari e questo ci faceva stare bene. Nessuno si accalcava dietro la mia carrozzella per scommettere con gli amici in quanto tempo avrei percorso una ripida discesa; nessuno voleva spingermi a tutti i costi per farsi bello con le ragazze. Niente di tutto questo. Il motto della casa affisso ovunque era: “Gli infermi non se ne approfittino”.
E poi con la mezza pensione era compreso anche il pranzo: miracolo.
E non è stato l’unico evento miracoloso manifestatosi lì dentro. Un fenomeno divino ha infatti sbalordito ed emozionato tutti i clienti dell’albergo: una volta, un bambino, vedendomi mangiare con la cannuccia, ha esclamato verso la madre, con quello spirito di dolce capricciosa imitazione tipica dei frugoletti: “Anch’io voglio cenare con la cannuccia!”. Il giorno dopo era paralitico anche lui.
Eh sì, ho fatto proprio bene a seguire il consiglio del mio medico, il quale mi aveva esortato: “Ma certo, vacci, magari trovi pure qualcos…hem…qualcuna simile a te, una ragazza come te”. In effetti – Dio mi perdoni – lo ammetto: mi sono invaghito della statua di Bernadette.
Già, a Lourdes ho capito che non sono solo: il buon Dio ha visto bene di fare il mondo pieno di paralitici.
In quel santo posto, durante una veglia di preghiera, allo scoppiettante sound di un rosario bello tosto, ho potuto assistere ad una scena commoventissima che mi ha fatto comprendere tutto l’infinito splendore e l’inaudita magnificenza del Padre Celeste: un vegliardo affetto da artrosi della tipologia D.Q.I. (=Di Quella Ignorante) aveva le ossa così zeppe di grazia di Dio che non riusciva a trovare un’angolatura ottimale per bere l’acqua magica da una fontanella; sfidando i reumatismi con fede incrollabile, aveva raggiunto faticosamente i quasi novanta gradi; l’onnipotente Iddio aveva allora voluto premiarlo bloccandolo in quella posizione affinché il pio anziano potesse far scorrere il sacro liquido in entrambe le cavità della gola al fin di tossir via il diavolo che si era impadronito delle sue articolazioni. Dovevano esserci ad occhio e croce un tre o quattro chili di demonio dentro quell’eletto del Signore, vista la veemenza dei suoi spasmi. Con gli occhi di fuori, senza fiato, il vecchino si è così liberato dalla morsa di Satana correndo direttamente nelle braccia del Signore.
E’ vero, sono guarito spiritualmente: prima ero uno che dalla sorte era sempre stato bastonato, ora ne sono entusiasta. Ho capito che Dio lo fa per noi, per farci godere meglio le gioie del paradiso: se sei stato sempre bene, poi non è che ti cambi granché; ma se in vita consideravi un successone non cagarti nelle mutande appena cambiate, quando ti ritrovi in mezzo ai cori angelici ed alle band dei santi, il salto moltiplica il piacere.
Sì, sono partito paralitico per quel luogo colmo d’acqua divina e conseguentemente santa umidità, e sono tornato a casa paralitico e con il raffreddore. Ma ora l’esistenza mi sorride. Ho persino trovato subito lavoro. Adesso faccio l’accompagnatore sull’autobus nell’ambito di un progetto di benessere socio-psicologico patrocinato dal comune: vado sui mezzi pubblici insieme ai passeggeri e, se si incazzano perché è troppo affollato e sono costretti a rimanere in piedi, guardano me, pensano che poteva andare peggio e si rincuorano.
Non ho alcun dubbio, nessuna esitazione, e lo grido a gran voce (o almeno vorrei, dato che non posso muovere la bocca e la lingua): grazie Dio per avermi fatto paralitico!
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Appendice – La paraculata perfetta


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