Beati i poveri, perché moriranno prima

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Poche cose mi appassionano meno dell’informazione

Posted by sdrammaturgo su 4 febbraio 2011

Si contende il primato con i motori, i giochi di carte e l’esistenza

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Buonasera. Ma, secondo Sant’Agostino, il tempo, privo di una sua vera e propria consistenza, non è che il modo in cui l’eternità si rende riconoscibile all’uomo, e dunque una sorta di “contenitore” convenzionale od unità di misura della vita nell’imperituro atemporale. Quindi buongiorno.
Ma passiamo alle notizie di oggi. O meglio, di un singulto a caso nell’eterno essere.

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– Ragazza violentata su Facebook.

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– Mondo arabo: finalmente sarà permesso anche alle donne avvocato l’esercizio nelle aule dei tribunali sauditi. Davvero una buona notizia: dev’essere una bella soddisfazione poter lapidare un avvocato.

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– Il Governo dichiara: “Il nucleare darà notevoli benefici anche al mondo del lavoro”. E’ vero: operai con tre braccia possono fare molto comodo.

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– Seconda virtù cardinale. Mandato di apparizione spiccato nei confronti di Maria Vergine.

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– Ricerca medica sfata storico tabù. Mangiare durante il travaglio? Ora si può. E nessuno ti vieta neppure di ballare il twist in agonia.

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– Uno studio durato anni condotto da un’equipe di alcuni tra i più eminenti scienziati provenienti da ogni parte del mondo, composta da psicologi, neurologi e sociologi, ha rivelato: “L’uomo ideale delle donne? Alto, bello, ricco”. Calano dunque le quotazioni dei focomelici squattrinati.

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– Stando agli ultimi calcoli dei maggiori laboratori di astrofisica del pianeta, il sole starebbe per spegnersi. E’ boom di investimenti nel settore dei solarium.

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– Scoperta nuova lozione contro la caduta dei capelli. Sembra però alto il rischio che possa far venire il cancro. Ma ecco lo spot:

“In questi tre mesi di vita che mi restano, io piaccio alle donne”.

Morite comunque pelati, perché vi ricadono con la chemio.

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– Ideato il porno in 3D. E’ la trombata.

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– In risposta alle accuse di passatismo, la Mattel lancia sul mercato un nuovo modello di Barbie più al passo coi tempi, in linea con i sogni delle ragazze di sfondare nel mondo dello spettacolo: Barbie Turica.

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– E’ in costante aumento il numero di biondi presenti nel nostro Paese. Sentiamo cosa ne pensano alcuni cittadini che abbiamo intervistato per strada

PRIMO PASSANTE Qua non se ne può più. Li vedi che stanno tutto il giorno lì tra di loro, tutti biondi… Non fanno niente, stanno lì. E’ indecente che stiano lì. Ai miei tempi nessuno si permetteva di stare lì. Al massimo potevi stare di qua o di là, ma lì mai. Ormai non ci si capisce più niente.
SECONDO PASSANTE Uno schifo, guardi, uno schifo
TERZO PASSANTE Io qui non lo so dove andremo a finire di questo passo. Ormai in questo quartiere non si incontra più un moro. Ci hanno invaso!
QUARTO PASSANTE Qui i biondi siamo diventati noi!
QUINTO PASSANTE E’ una vergogna, una vergogna.
SESTO PASSANTE Se ne stessero a casa loro! O, se vogliono venire qui, si adeguino e diventino mori! Io non vado a fare il moro a casa loro!
SETTIMO PASSANTE Ci mancano solo i rosci e siamo a posto.

Intanto, dopo l’ultimo episodio di tinta, la tensione resta alta.

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– L’ultimo congresso dell’Accademia del Mangime ha affrontato una spinosa questione linguistica: se un concetto od un termine volgare viene espresso o servito in una forma raffinata, prevale l’eleganza o la volgarità? Alcuni esempi tra quelli menzionati dagli studiosi:

1) “Tosto che ebbe sborrato”
2) “L’inzeppita le molse la cupidigia d’augello”
3) “Senza verun’esitazione mi gratto adunque i coglioni”

L’interrogativo è rimasto senza veruna cazzo di risposta.

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– Ed ora, la rubrica Ve li ricordate? Galleria dei personaggi storici meno noti

Gian Girolamo Laspeziarola, perito ad un barbecue

 

Cencio Brache, pirata di lago

 

John Fitzgerald Kennedy, imbianchino

 

Luigia Pallavicini, fantina scarsa

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– In periodo di crisi economica fioriscono i vademecum per sopravvivere alla recessione. I testi che vi consigliamo oggi sono:

1) Il Medea 2011 – Risparmiare uccidendo i figli, la nuova edizione dell’imperdibile manuale-agenda annuale di infanticidio finanziario.
2) Hai una famiglia da mandare avanti? Bravo coglione.
3) L’evasione tributaria nei paradisi fiscali caraibici: come convincere una dominicana con la quarta che sei il nipote di Gaucci.
4) Suicidio: una soluzione concreta.
5) Ridurre le spese con la bassa statura.
6) La gente ormai fatica ad arrivare alla terza settimana del mese, quindi è bene che usi i soldi destinati al pane per comprare questo libro.
7) E nel numero di questo mese di Benessere e Fitness, lo speciale Povertà: il metodo più rapido per dimagrire.

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Vi lascio al rotocalco Luoghi in comune. Vi mostriamo oggi un documento esclusivo: Uno stupratore si racconta. E, sempre nell’ambito della programmazione per la Settimana della Fava Imposta, ricca di iniziative contro la violenza sulle donne (ma a favore della violenza sulle donne bisognose), non perdetevi invece domani sera l’ampio spazio dedicato alla nuova campagna lanciata da Gregoria De Concito, Basta con la violenza sulle donne, o quantomeno non mandateci stupratori che soffrono di eiaculazione precoce.
Arrivederci.
Ah, e sia chiaro: io ho la riga da parte, quindi sono una brava persona.

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Uno stupratore si racconta

“Ogni notte a mezzanotte suona la sveglia. Mi alzo brontolando, sognando la pensione. Indosso la divisa ufficiale (la maglietta della nazionale della Romania, per non destare sospetti. Mi chiedono sempre: “E perché non quella dell’Albania, allora?”. Beh, perché gli albanesi non stuprano più. Hanno smesso nel ’97. Dunque sarebbe anacronistica) e attacco con il turno.
Prima di mezzanotte non è mai stata stuprata nessuna. Nei luoghi con un alto tasso di scippi, mai prima del tramonto.
Prima di stuprare, chiediamo l’età visionando un documento valido. Se la ragazza ha meno di diciotto anni, la stupriamo di sicuro. Se è più grande, le facciamo un buono per quando indosserà la minigonna.
Non violentiamo mai donne della nostra famiglia, ma assaliamo solo le passanti di bell’aspetto.
Insomma, bisogna faticare per portare a casa un tozzo di fica”.

 

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Il guardone e la sua nemesi

Posted by sdrammaturgo su 4 ottobre 2010

«Ama il prossimo tuo come te stesso», ci è stato insegnato.
Ma tale precetto conserva la propria funzione salvifica
se ad applicarlo è un masochista autolesionista che si detesta?
In verità, in verità vi dico: «Ama il prossimo tuo come una fica.»
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EDDY KONSEGUENSAH

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Io sono un inguaribile romantico: sul far della sera, mi piace uscire a fare lunghe passeggiate, respirando l’aria tenue del tramonto. E poi in giro a quell’ora si beccano pompe niente male.
Il pompino più commovente a cui mi sia mai capitato di assistere lo vidi alcuni anni fa. Era una calda serata estiva, dal clima insolito: c’erano ventisette gradi, ma sembrava ce ne fossero ventotto. Era già buio e la via era deserta e male illuminata. Lui era appoggiato con la schiena al camion della spazzatura e trasudava ragionierismo fuori forma. Lei, grassoccia e appassionata in ginocchio davanti a lui, una di quelle meretrici per cui mi sono sempre chiesto «che senso ha spenderci dei soldi quando una così brutta è la prima a dartela gratis in qualsiasi discoteca?». Il vento accarezzava i loro volti beati; i corpi vibravano d’ardore, soprattutto le panze; il netturbino sembrava vagamente contrariato. Il mercimonio non attenuava certo il trasporto. L’appagamento a pagamento non è infatti meno appagante per il pagante e, nonostante l’enorme mole di richiesta, concede lo stesso un tot di tempo appagante a pagante. D’altronde lo dice il nome stesso: appagamento, a-pagamento. Non era forse un mercenario l’impavido Giovanni dalle Bande Nere? Ed era per questo meno caparbio in battaglia? E quei due – sì! – si amarono, per un denso quarto d’ora! Oh, quanta intensità, per soli quindici euro! Come faccio a sapere il prezzo? Non mi sono mai piaciute le discoteche.

Sì, sono un guardone. Od un voyeur, quando voglio fare colpo su qualche donna sofisticata e ribelle. Spio le vite altrui, suggo non visto i gemiti degli altri, mi nutro del loro eros. Mi faccio le pippe acquattato in anfratti scomodissimi. Ma ne vale la pena. Oh, se ne vale la pena.
Lo scrittore Ernesto Ferrero sostiene che leggere sia come vivere tante vite. Ecco: osservare gli altri che trombano è come fare tante trombate. Una sola esistenza ci è data, con un numero finito di anni, e dunque un numero finito di trombate. Entrar con gli occhi di soppiatto nelle trombate altrui equivale quindi a respirare un soffio d’infinità. Trombate infinite, il sogno d’ogni essere umano degno di questo nome! Giacché, quante trombate può mai fare una persona nel corso della propria vita? Io pochissime, ma non è questo il punto. Prendiamo un grande seduttore, un uomo famoso: per quante migliaia di conquiste egli riesca ad affastellare, resterà sempre eternamente distante dall’idea di illimitato, e coiti, orgasmi e leccate di vario genere rimarranno sempre costretti entro angusti confini numerici. «Loro sono tante, mentre io sono uno solo!», esclamò una volta un ben saggio tale ammirando sconfortato il torrenziale fluir di femminine forme ad ogni angolo di strada. E’ questo, questo, la gabbia della presenza, che ci imprigiona e ci tiene lontano dall’infinito. La condanna dell’hic et nunc, al qui ed ora, il dover-esserci fisico, l’obbligo di stare in un solo spazio ed in un solo tempo, avendo un unico corpo, mentre sogneremmo un’ubiquità scevra dalla manciata di istanti che ci son concessi, magra, miserrima offerta che ci intrappola come una siepe beffarda. Non è difatti tremendo pensare che non è possibile farsi contemporaneamente un’ebony ed un’asian se abiti a Roccalvecce?
Un guardone sperimenta la sfuggente incommensurabilità dell’assenza, moltiplicazione ad libitum d’una presenza liberata dalla spaziotemporalità. Più semplicemente: un guardone risponde alla sempiterna domanda «come sarebbe trombare con una donna quando lei non tromba con me?» (esperienza che ho invero in parte provato andando a letto con una che non faceva che fissare il poster del proprio elettricista posto sulla parete di fronte). Siamo abituati a concepire l’esistenza altrui solo quando ci sta davanti, ha a che fare con noi, si intreccia con la nostra, con la nostra comunica e si mescola. Quando, insomma, ci ri-guarda. Ma quando noi non ci siamo? Gli altri, continuano ad esserci? E quando noi non scopiamo, chi sta scopando con noi continua a scopare? Questo magari lo sa bene ogni cornuto, ma non è questo il punto. Il guardone saggia invece l’esser lì senza esser-ci. Egli conosce l’altrui svolgersi della vita come se ne facesse parte senza averne relazione alcuna, guarda senz’essere guardato, partecipa senz’essere un partecipante, scruta il banchetto dell’essere, si immerge da lontano, aprendosi un varco, una finestra, sull’infinito, diventandone spettatore dalla piccionaia. Guarda con occhi aperti il mondo che continua ad esserci anche quando chiudiamo gli occhi.
Ergo, un guardone vive tante vite; e, di conseguenza, fa tante trombate, infinite trombate, trombate infinite, sviluppando bicipiti e tendiniti.
Chi l’avrebbe mai detto che si potesse associare tutto ciò ad un po’ di passera, eh?

Divenni un guardone molto piccolo (e lo rimasi, vista la mia bassissima statura). Fu tutto merito (o tutta colpa che sia) della figlia dei miei vicini di casa. Era una ragazza bellissima, elegante, sensuale, straordinariamente aggraziata. Quando usciva in giardino con le sue vesti svolazzanti, mi incantavo a guardarla. Mi ipnotizzava, catturava, rapiva, magnetizzava. Vedere lei era come leggere un romanzo di Ray Bradbury: immaginavi cose che non ti sarebbero mai successe. Ben presto mi feci allora esoso di sempre nuove fantasticherie.
Crescendo, iniziai a sviluppare un particolare sguardo continuamente, costantemente ed incessantemente erotizzato ed erotizzante sulle cose e sul mondo. Cosa che mi ha creato non pochi problemi. Come quella volta in cui andai a trovare un mio cugino al quale era nata una bambina da poche settimane. Vedendo quella candida boccuccia d’infante, gli dissi: «Pensa se rimane così sdentata anche da grande quanto ti diverti!». Non la prese bene. Imparai una grande lezione: mai suggerire l’incesto al padre di una neonata.

Già, la vita del guardone non è affatto semplice. Ore ed ore di sopralluoghi, studio del territorio, pedinamenti, appostamenti per qualche sguardo fugace che talvolta può rivelarsi anche un fallimento. Ad esempio, mi capitò di appostarmi per spiare un’incantevole fanciulla ch’ero sicuro vivesse lì, ed invece sbagliai abitazione ed incappai in una novantenne che si stava spalmando la pomata per le emorroidi. Mi masturbai sforzandomi di immaginare che si trattasse di un’ottantenne.
D’altronde bisogna saper fare di necessità virtù. Conoscevo uno che perse la mano in un incidente, ma grazie al moncherino divenne il mago del fisting.

Il segreto del successo per un guardone risiede nel lavoro di gruppo. Bisogna costituire un pool efficiente per avere risultati garantiti e ridurre al minimo inutili sperperi di energia. Ed è quel che feci insieme ad un drappello di sodali, al fine di centralizzare le informazioni, ottimizzare le attività, eliminare gli sprechi (è per questo che cagliavamo lo sperma e lo davamo ai bambini che morivano di fame). Oh, quanti ricordi mi assalgono ripensando alla mia vecchia squadra! Mi par di rivedere la lunga teoria dei loro volti (che in pratica erano brutti); i lunghi pomeriggi e le interminabili nottate nascosti tra gli arbusti, i cannocchiali piazzati, le mitragliate di scatti; e poi le facce contratte, l’agitazione improvvisa, le fave impugnate; e ancor mi sovviene odor di merluzzo.
Prodi priapei, indefessi vulvodefunti, indomiti onanisti che hanno dato la vita per un ideale, ovvero quello della patria dalla quale proveniamo: la fica. Tutti, in un modo o nell’altro, restiamo intimamente e profondamente legati al luogo natio. La fica ci piace dunque per una questione di nostalgia.
C’era Consuelo, che però era maschio; così maschio da considerare una femminea vezzosità ogni tentativo di igiene personale. Era talmente sporco che allontanava le mosche con le scoregge e, in gita nei paesi islamici, dalle moschee (ci andavamo perché quale prova più stimolante per un virtuoso del voyeurismo di una donna col burqa?). Trionfava sempre nelle gare a chi piscia più vicino, riuscendo a pisciarsi sui testicoli e sul frenulo. Paesano rozzo del Centro Italia, venne ucciso e mangiato da un serial killer cannibale e tutti lo ricordano ora come il Boro Alimentare.
C’erano poi i fratelli Scamuffo, entrambi Giacomo. Abili prestigiatori abbastanza conosciuti nell’ambiente dello spettacolo sia dalla madre che dalla zia, l’uno era in grado di levitare, ma solo tenendo a terra un piede alla volta; l’altro invece lievitava, prendendo cinque o sei chili a settimana.
E come dimenticare Luigino, detto Luigino? Omuncolo passivo e privo di personalità, eppure inflessibile ed inamovibile sul suo forte legame con le tradizioni, era così rigido ed obbediente che evitava di commuoversi a colazione perché gli avevano sempre detto che non bisogna piangere sul latte versato. Riservava così il proprio dolore solo alle confezioni sigillate. Che poi, a ben vedere, anche quel latte era stato necessariamente versato in precedenza, per l’imbottigliamento, prima dell’imbottigliamento, fin dalla mungitura stessa. Ma in fondo la vita è fatta di convenzioni. E quale convenzione più marmorea della convinzione? Raramente ho conosciuto individui più arrapati e perversi di Luigino. Egli scaricava nella sessualità tutte le frustrazioni che si portava dietro fin dal battesimo, quando gli era stato imposto un diminutivo per nome, cosa che aveva compromesso definitivamente e fin dal principio la sua autostima. Quel suffisso sminuente, fardello mal sopportato, gravava sulla sua anima come sempiterna onta, facendolo sentire un uomo destinato a rimanere incompiuto, un mezzo maschio, un omino. E l’unica storia d’amore da lui vissuta non fece che inasprire le sue insicurezze. Poiché cercava infatti un riscatto della propria virilità ostentando un appetito erotico ferino ed insensibile, con un’attenzione morbosa all’anatomia, la sua ragazza, Esposita (la quale faceva la sua porca figura ogni volta che la portava a fare una passeggiata tra i canali di scolo della rete fognaria), non faceva che ripetergli: «Voglio che mi ami soprattutto per la mia interiorità»; e lui rispondeva: «Non temere, dolcezza: io adoro i tuo polmoni e lo sai che ho sempre avuto un debole per il tuo intestino». Lei allora gli diceva «sciocchino», e lui se la prendeva: nemmeno dello sciocco completo, gli dava. Povera Esposita, quante deve averne passate… Ragazza peraltro giovane e molto sfortunata: avrebbe potuto essere una brutta ventenne, ed invece era pure una brutta trentenne. Però l’ho sempre stimata, perché non si è mai nascosta: brutta era e brutta appariva, senza infingimenti, maschere, trucchi, trascurando abbigliamento e valorizzazioni estetiche. Ed è bene che le brutte non si curino, così mettono subito le cose in chiaro e puoi evitarle senza perdere tempo.
Faceva parte della brigata anche Cosimo il Pragmatico, feticista monomaniaco: era così appassionato di vagine con il piercing al clitoride che presto la fica medesima finì per risultargli un elemento di troppo, cosicché trovò la propria perfetta soddisfazione e realizzazione erotica nel leccare chiodi del dodici.
Era esasperante collaborare con Jerry, detto Mauro: non faceva che canticchiare in continuazione Nella vecchia fattorina, entusiasmato dai propri coiti con un’anziana pony express.
Il bello del voyeurismo risiede nel suo essere realmente democratico, interclassista e socialmente trasversale. Tant’è che tra di noi c’era anche un professorone (di cui non farò il nome per riservatezza. Gli altri invece non hanno mai avuto una rispettabilità da proteggere), adesso non ricordo bene di che e di che cosa, ma era uno di quegli accademici famosi in tutto il mondo. A furia di tenere conferenze, ebbe la vita sessuale rovinata, poiché si tirò dietro nella sfera erotica un’abitudine tipica dei discorsi in pubblico. Esordiva infatti in ogni amplesso dichiarando: «Sarò breve», e, essendo un uomo probo dalla irreprensibile onestà, teneva puntualmente fede alla parola data, sia quantitativamente che morfologicamente. Grazie alla sua monumentale cultura e profetica saggezza, seppe regalarci preziosissimi insegnamenti. Uno in particolar modo mi accompagna da anni e mi è stato di grande aiuto in moltissime situazioni: «Niente è peggiore della carta igienica che si sfalda, perché senza accorgertene ti ritrovi a pulirti il culo a mani nude». Ed era per noi una vera Bibbia il suo libello Fica: utopia o trovata pubblicitaria?, di cui vale la pena riportare almeno l’incipit: «Quante volte vi siete sentiti dire : “Andiamo in quel locale, ché c’è la Fica”? Ma che cos’è la Fica, questa sorta di entità astratta che sembra aleggiare sul locale? Cosa si intende in questi casi per Fica? Ci si riferisce forse alla somma di tutte le avventrici avvenenti presenti? Oppure magari alla qualità media delle frequentatrici in genere, comprese le assenti? La questione è più complessa. Il concetto di Fica risulta infatti non riducibile ad un mero insieme numerico di enti. C’è in esso un di più: la Fica appare dunque come un’eccedenza, che rivela altro da sé, l’Altro di sé; una meta ideale a cui tendere, qualcosa di intangibile che tale – in cuor vostro lo sapete – rimarrà. Fatto sta che alla fine in quel locale ci andate di corsa.».
Frequenti querelle si accendevano tra il professore, impenitente epicureo, ed Ercole Santantonio, il Semi-Pio, giovane catechista perennemente in guerra con le proprie pulsioni che partecipava alla nostre sedute con logorante senso di colpa. Le erezioni mettevano a dura prova la sua fervente religiosità, ma, come dice il filosofo Biagio Pasqual, il pene ha le proprie ragioni che cuore e ragione non conoscono. Quantunque peccare lo affliggesse, era in grado di osservare coppiette per ore ed ore consecutive. Era, insomma, un vero osservante. Che strani i giovani cattolici…sbattuti tra la fede e la fica, hanno la fede, poi scoprono la fica e continuano lo stesso ad essere dubbiosi.
Inseparabile amico di Ercole era Stefanuccio l’Invalido. Avevano la stessa età, ma Stefanuccio aveva due anni di meno. Non ci sapeva proprio fare con le donne: per distrarle dal fatto che era zoppo, si metteva le dita nel naso. Una volta attirò una ragazza a vedere la propria collezione di farfalle con la scusa che avrebbero fatto sesso.
Altro elemento pervaso d’irrequietudine era Gusmano. Si trattava di un uomo molto tormentato, dilaniato da un’insanabile conflittualità interiore dovuta all’abuso del suo piatto preferito, le prugne col limone. Ah, Gusmano, caro Gusmano, buon vecchio Gusmano… Non passa giorno in cui non mi chieda che fine abbia fatto. Ed ogni volta mi rispondo che non me ne frega niente.
Devo aggiungere all’elenco dei componenti della truppa il trascurabile Giorgiosvaldo, ma solo di sfuggita, ché di costui m’è rimasto impresso solo il fatto che utilizzava uno shampoo anticrespo, cosa che mi è sempre parsa eccessiva, visto che tutto sommato è stato un buon centravanti.
Ma chi più di tutti mi è rimasto nel cuore è Giuseppe, detto Peppe con immane sforzo d’inventiva. Giuseppe ha sofferto tanto: essendo mortalmente accidioso, si prese una moglie infedele per potersi comodamente appostare in casa propria. Il fatto di essere maniacalmente geloso lo costrinse a sopportare atroci supplizi fino alla fine dei suoi giorni.

Ognuno di noi aveva un settore di specializzazione: chi preferiva spiare le liceali, chi le adultere, chi gli sposini, chi perseguitava le non vedenti, chi derideva le meno abbienti. Io mi concentrai sulle modelle.
Una modella vale di più perché la modella è la fica al quadrato. Viene pagata per essere fica, perché è fica, perché è la Fica; la modella rappresenta l’archetipo a cui ogni fica si rifà. Il suo ruolo sociale, il suo scopo esistenziale, è quello di essere fica. La modella costituisce la Fica in Sé, il noumeno della Fica. Scopare con una modella è come scopare con l’idea platonica di Fica. Di riflesso, osservare una modella nel segreto della propria intimità equivale ad assistere al dischiudersi del mistero della Fica. E poi avere a che fare con una modella offre notevoli vantaggi economici: una modella puoi invitarla a non cenare fuori. «Ti va di uscire a non cenare fuori stasera?» «Volentieri!».
Scelsi le modelle perché sono uno che non si è mai accontentato ed ha sempre cercato l’oltre, il di più, il superamento. Conobbi però un tale che in questo mi sopravanzava nettamente, uno che pensava veramente in grande: non si faceva le modelle, ma direttamente le stiliste. Era così pieno di sé che quando qualcuno bestemmiava si sentiva chiamato in causa.

Ma non è di lui che voglio parlare, quanto piuttosto dell’unica donna che io abbia mai amato. Amato sul serio, intendo, e non solo carezzato con l’immaginazione, rubando di soppiatto istanti della sua vita. Perché, sì, ad un guardone non è preclusa la possibilità di innamorarsi ed essere amato, di abbandonarsi a passioni carnali e non di solo pensiero, di solo intelletto; ardori condivisi, ricambiati; non solo smanettate quindi, ma pippe accessoriate con l’ausilio di corpi femminili esterni a disposizione dell’operante. No: con Luisa vissi un’intensa, reale, storia d’amore.
A me sono sempre piaciute le donne lisce lisce, completamente glabre anche…lì. Principalmente lì. E’ per questo che sono sempre andato a rimorchiare nei reparti di oncologia. Fu nella sezione Chemio vana che la incontrai. O meglio, mi ci imbattei: affinché si possa parlare di incontro tra due persone, è necessario infatti che entrambe siano in grado di muoversi l’una verso l’altra.
Rimembro ancora con lancinante dolore il giorno della sua dipartita. Era ormai agonizzante, i medici la stavano portando via, io scoppiai a piangere e non la smettevo di ripetere al dottore: «La prego, me la faccia scopare ancora una volta!». Deh, Luisa mia adorata, quanto fosti sventurata! Non tanto per il cancro, quanto perché ti chiamavi Luisa.
Poi venne un angelo e la portò via (Angelo Fabuozzi, il becchino). Ed io tornai alle seghe, sopraffatto dalla falegnameria.

Un guardone dedica l’intera vita al voyeurismo, ad esso la immola ed intorno ad esso la plasma. Inizia a frequentare solo posti e persone che possano essere utili alla sua deliziosa croce, organizza il proprio tempo secondo i ritmi di pussywatching, opera scelte fondamentali in base all’efficacia che potrebbero avere sulla sua attività: dove vivere, con chi, dove lavorare. E’ la sete di conoscenza che spinge a fare tutto ciò. La sete di conoscenza e la fame di fregna, chiaro.
Si imparano un mucchio di cose facendo il guardone, specie sul mondo femminile. Ad esempio, io ho capito che l’attrazione che le donne provano verso i musicisti è sopravvalutata. Una volta infatti beccai una ragazza che aveva sedotto un violinista, del quale si era furentemente invaghita. Uno pensa per il talento, certo. Ebbene, sbirciando una loro seduta di compenetrazione sensoriale (una trombata, sì), la sentii esclamare: «Sì, scopami come se suonassi un violino! O volendo anche un tamburo». Ed ho capito anche che le donne tengono al bell’aspetto per attirare più sguardi possibile al fine di stanare quello che resta indifferente e le ignora. Come essere contenti di cucinare per un’anoressica. Bah.
Ad ogni modo, la volontà di sapere che muove ed agita prepotentemente ogni guardone mi ha spinto pertanto a prendere questa casa in cui mi trovo ora. Mi sono stabilito proprio qui perché dirimpetto abita una ragazza dal corpo che a prima vista sembra essere fantastico, la quale suole cambiarsi molto spesso nei pressi della finestra che tiene quasi sempre spalancata. Una discreta botta di culo, in effetti. L’ho scorta subito appena sono venuto a vedere l’appartamento e – ovvio – ho firmato immediatamente il contratto d’acquisto. Non l’ho ancora veduta in viso, ma spero che questa sia la volta buona. La sto guardonando proprio in questo preciso momento, munito del mio fido binocolo. Benissimo, si è spogliata ed è tutta nuda. Comincio ad esplorare le sue forme come si deve risalendo dai piedi, soffermandomi porzione per porzione. Oh, sì…splendida…ha le gambe di Nicole Kidman…uau, il sedere di Charlize Theron…mmm, il ventre di Jessica Alba…cielo, il seno di Jennifer Connelly…le labbra di Angelina Jolie…gli occhi di Marty Feld…Argh!

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Uropa

Posted by sdrammaturgo su 30 luglio 2010

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Contra Iaquinta, o del bel calcio e del cattivo

Posted by sdrammaturgo su 20 ottobre 2009

Telecronacami, Musa tosattica,
le gesta incresciose del bufalo
di bianco e di nero bardato,
e ancor l’inspiegabile gloria
e l’onor giammai meritato,
giacché i’ voglio oggi parlare
di quello che niuno s’aspetta;
non da me, che d’uom contro ho fallace
fama. Intendo adunque mostrare
lo Buono, lo Iusto e lo Vero
in ciò che nel Pallon par difettare
appresso a chi el Pallon suol venerare.
Intendo presentare la cagione
poiché si debbe odiar la trista pippa
che d’orso ha le movenze, suino il pie’,
eppur nell’oppenione
pare un’aquila real.

Patrona di sfere, su, spirami:
chi fu a coronare d’alloro
chi arebbe più proprie le rape?
Chi fu a vestire d’azzurro
e a cignere d’oro lo capo
a chi saria equa la paglia
e molto più retto el forcon?
E invece li scettri ei tiene,
e sol par possibile qui.

Ahi maclavellica Italia
per che non conta il com’è et il s’è giusto,
ma bene è il trionfo rubato,
el giubilo infame e meschin.
Stival sanza coscienza, sporco spirto,
la tua peregrina morale
fe’ grande el crucco Oliverio
– che mai toccò palla di pie’ –
e celebra ancor l’inimico
di quella che tèchne è nomata
(per non della classe parlar),
l’Inzago sì goffo e gaglioffo.

Deh, sordo restò el Belpaese
al Sacco, profeta immortal.
Ei certo divide una macchia
col freddo fiammingo Vangallo,
poich’essi non capiro cosa una:
lo schema serve all’uom,
non già l’uomo allo schema.
E non di soli muscoli l’uom vive.
Ma pure è certo el verbo
e delizioso puro
che inascoltato giace,
ma ancor nel petto mio
lo sento rimbombar:
“Vincer non si deve
se convincer non si pote”.

Sì alto documento,
sì nobile e imperial,
potea non ben trovare
né braccia spalancate
né terra a seminar
in chi del giuoco è morte,
in chi del giuoco è mal:
l’italico tifoso,
di lui vo favellando.
Ben strano è costui:
preferirebbe infatti
lo grigio prevalere
della squadra sua del core
che veder dello megliore
lo trionfo reboante.
Tant’è – ch’el cielo me ne scampi –
a chi mi chiede: “Di chi se’?”
i’ rispondo: “Son del giuoco”.

Chi fu, dimando ancora,
allora, o Diva di stadi,
che fe’ di tanta suola
inarrestabil morbo?
Omai peste dilaga
e niuno ferma più.
Tu dici: “Scarso e bue l’è isto Iaquinta!”
e subito ribatte el defensor: ”
“Macché, l’è bono assai!”.

Ti riconosco i meriti,
meridional muflone:
l’impegno, la passione,
l’indomito trottar,
financo il forte balzo,
financo lo segnar;
ma per chi come te
fu inviso alli celesti
li più pietosi fero
diverse attività:
v’è la corsa campestre, la miniera
od il cantier.
Oppure v’è del pari
ch’io non staria scrivenno
se tu, calàbro brocco,
giocassi nella Spal.

Io so che per exemplo,
al fin d’edificare,
non solo l’architetto,
ma pure el manovale
è all’uopo parimente.
Ma è altrettanto limpido,
lampante e cristallin
che mal giovano zappe
di membra al limitare
in chi arebbe da essere
lo pungolo e lo strale.
E non si dee confondere
li fanti e i cavalieri.

Natura, la matrigna,
t’ha privo del talento:
la colpa non è tua,
ma quale colpa è mia?
Ohi me lasso, quando sgroppar te veggo,
sì turpe e sanza grazia e sanza dote,
negato con la palla infra li piedi
che pare malferma la sfera,
sovente el rotolante ad inseguir
come fusse leprotto fuggitivo
lo cuoio rotondo e sincer.
Aresti esser negletto
e invece se’ ammirato;
non se’ tu rio,
sed è chi a te s’affida.
Primieramente el Tosco,
vessillo de li patrii somari,
che fe’ del cul stromento
di contro al gran talento
de la genia dei Galli
sì fiera e micidial.

Così or te s’incensa
e ti s’espone al mondo
opposto alli Torresi, alli Runi,
alli Luìs.
E intanto in panca aspetta
l’ermo Rosso, d’ispanica adozione,
e a casa sta el Pugliese
che fe’ Genova magna.
D’altronde lo sapemmo da li tempi
del Codino: l’ingrato Tricolore
non perdona la bravura.

Io non disprezzo te,
segone temerario,
ma questo almen concedi
a me che ti sopporto
e lasciatelo dir:
dacché se’ ben robusto,
va’ pure, scendi in campo,
ma il sia di pumidor.

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Un assaggio disgustibustoso

Posted by sdrammaturgo su 4 agosto 2009

La comicità può essere uno stimolante od un sedativo. Da qualche anno a questa parte la satira è stata spazzata via dai media di massa in favore di un umorismo tranquillante. Modelli imperanti sono ormai i ridicoli ed imbarazzanti Zelig e Colorado Café, in cui l’invenzione artistica corroborante è stata soppiantata dal tormentone ebete soporifero per l’intelletto.
Contro la diffusione di simili narcotici sociali e per chi sentisse il bisogno di un’alternativa, io e lui abbiamo ideato Disgustibus, un format satirico interamente autoprodotto di cui abbiamo realizzato la puntata pilota dalla durata di un’ora circa. Farlo è stato per noi un piacevole dovere nonché un doveroso piacere, una divertente necessità. Lavorare, si sa, non c’è mai piaciuto.
Si tratta di un progetto indipendente che più indipendente non si può, realizzato praticamente a costo zero ed in assoluta autonomia; Disgustibus è una sorta di meta-trasmissione, un viaggio nello squallore quotidiano televisivo, politico, umano attraverso un percorso nei vari e molteplici generi del Comico.
Abbiamo deciso di renderne pubblico un breve estratto.

SE siete curiosi di vedere il resto; SE come noi non avete soldi ed entusiasmo per prestarvi al delirio vacanziero; SE non siete stati risucchiati dallo squallore familista cedendo al tradizionale ritorno estivo presso i vostri procreatori; SE la vostra vita è decisamente insoddisfacente; ALLORA potrebbe interessarvi venire MERCOLEDI’ 12 AGOSTO ALLE ORE 21 al REWILD VEGAN CLUB, Via Giovannipoli 18 (zona Garbatella), Roma, ad assistere alla PROIEZIONE dell’opera nella sua intierezza.
E’ una replica: la prima volta non avevamo promosso l’evento per imbarazzo, incapacità manageriale e refrattarietà al marketing, specialmente autoreferenziale. Ma siccome ha riscosso un successo tale da richiedere una ripetizione, pensiamo che stavolta potrebbe farvi piacere assistere a cinquantanove minuti e venti secondi di satira che in televisione non vedrete mai.
Inoltre è una buona occasione per mangiare e bere vivande che non sono state precedentemente schiavizzate, torturate e uccise.

Dunque, ricapitolando:

MERCOLEDI’ 12 AGOSTO
ORE 21
REWILD VEGAN CLUB (http://www.rewild.it/)
VIA GIOVANNIPOLI 18 (ZONA GARBATELLA)
ROMA

proiezione puntata pilota di

DISGUSTIBUS

programma autoprodotto di satira indipendente ma così indipendente che al confronto *inserisci un paragone a scelta*

Astenersi giocatori di Fantacalcio

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Attuttattualità

Posted by sdrammaturgo su 29 luglio 2009


– Scandalo nell’industria dei fumetti. Hobbes accusato di molestie su Calvin.

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– Sarà vero? Fantasie ufologiche o incredibile verità? Sembra infatti che sia stato avvistato in un piccolo centro della Versilia un lettore de Il Foglio. L’opinione pubblica e la comunità scientifica locale e nazionale gridano alla solita invenzione allucinata, ma l’avvistatore, un distinto signore sulla cinquantina, conferma ed insiste: “Non bevo, non faccio uso di droghe ed ho una specchiata reputazione. So cos’ho visto: quell’essere stava leggendo il fondo di Ferrara. E’ stata per me un’emozione fortissima”. Eppure, dubbi ed incredulità permangono.
Siamo riusciti a rintracciare il giornalaio di Frosinone che anni fa denunciò molteplici avvistamenti del genere, ma venne preso per pazzo e bugiardo. Oggi, quest’edicolante – che chiameremo per comodità Hydeshakivatsyayana Kirieliceskerkerkov Salihamarisdizic – non vuole essere inquadrato in volto, perché non è per niente fotogenico. Ecco cosa ha detto alle nostre telecamere: “Esistono, esistono eccome, anche se il governo ce lo tiene nascosto. Parlare di questa vicenda mi ha fatto perdere il lavoro, la famiglia, gli amici. Intorno a me si è creato il vuoto. Adesso sono una persona sola, vivo di espedienti, non ho più niente da perdere e non mi rimangio nulla: più volte sono venute nel mio chiosco di giornali queste creature ad acquistare una copia de Il Foglio. Si tratta peraltro di clienti eccezionali che farebbero la fortuna di qualsiasi edicolante. Ognuno di loro infatti compra sempre due giornali in più: uno per nascondere Il Foglio, uno per coprirsi la faccia”.
Incontri ravvicinati del terzo tipo? I want to believe.

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– Il Ministero per le Pari Opportunità delle Fighe ha distribuito un opuscolo contro la violenza domestica. Si tratta di un test di autovalutazione per le donne intitolato Verifica se il tuo uomo potrebbe arrivare a picchiarti. Ecco alcuni estratti dal questionario.

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Parte A – Domande generiche

1) Ti lascia mai intendere velatamente che vuole impiccarti al davanzale della finestra del cesso per poi rovesciarti addosso una ghirba di olio bollente e farti quindi scarnificare da un avvoltoio ammaestrato?
2) Ti chiede mai di fare sesso tenendo in mano una clava?
3) Ti rivolge mai gesti offensivi e subito dopo ti bersaglia con una balestra?
4) Ti dice mai che va a mignotte ed invece va a giocare a calcetto?
5) Ti dice mai che va a giocare a calcetto ed invece va veramente a giocare a calcetto?

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Parte B – Griglia di possibilità

1) Se gioca al Fantacalcio, non può in alcun caso diventare violento.
2) Se gioca al Fantacalcio e litiga al telefono con un amico per ottenere Ibrahimovic, potrebbe diventare violento.
3) Se gioca al Fantacalcio e pesta l’amico per ottenere Iaquinta, diventerà sicuramente violento.
4) Se cerca frequentemente di farti sentire in colpa, ti rimprovera con durezza o ti minaccia mettendoti contro i figli, potrebbe arrivare a picchiarti
5) Se ti mena, potrebbe arrivare a picchiarti.

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Abbiamo intervistato alcune ragazze a cui è stato consegnato l’opuscolo. Sentiamo una delle persone interpellate: “Purtroppo non sono riuscita a scoprire il risultato, perché il mio ragazzo ha iniziato a pestarmi ed ho dovuto interrompere”.

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– Si è aperto ad Udine il Primo Congresso Interrionale di Storia della Medicina. Nella prima giornata è stato affrontato un quesito che da decenni attanaglia gli studiosi di tutto il mondo: Puzzava di più un morto di peste del 1348 o del 1630? L’annosa domanda resta insoluta, ma si aggiungono ulteriori prospettive: e se l’appestato aveva anche la dissenteria?.

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Ed ora, spazio ai più piccoli con la rubrica creativa per l’infanzia Patatrack.

– Ciao bimbi! Avete mai costruito una bella lavanderina di cartone? Prendete un foglio di cartoncino colorato e della colla vinilica. Piegate il cartoncino e con della segatura fatele il viso. Fatto? Chiedete a vostra mamma della carta crespata, con la quale potrete realizzare il vestitino della bella lavanderina, mentre con dei gessetti gialli ed arancioni confezioneremo il cappellino. Fatto? Bene, ora non vi resta che ripararvi il viso ed attendere i bulli.

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Linea adesso alla rubrica culturale.

Eccezionale scoperta in campo storico: è stato ritrovato negli archivi di Palazzo Vecchio a Firenze un video risalente al 1498 che testimonia come andarono realmente le cose nella morte di Savonarola. Le riprese vennero realizzate da un videoamatore, tale Duccio da Nebrasca, che si era appostato dietro ad una carrozza Audi parcheggiata in Piazza della Signoria, ma il filmato andò perduto. Ma finalmente possiamo vedere lo straordinario documento e sapere con certezza che Girolamo Savonarola andò incontro alla morte in questo modo:

Che bello, avete organizzato un barbecue per me! Grazie mille, non dovevate, siete fantastici.

Ma-ma-ma…Bastardi!”

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– Esce in libreria la ristampa de L’italiano, manuale di scrittura di Beppe Severgnini che ha una marcia in più rispetto alle solite guide grazie al tipico irresistibile umorismo dell’autore. Interessante anche Il Giuoco, videocorso di scuola calcio di Stephen Hawking impreziosito dal suo tipico atletismo.
Pensate che bello sarebbe un mondo in cui tutti scrivessero come Beppe Severgnini. Basterebbe pubblicare libri di ricette per diffondere rabbia sociale. Noi dobbiamo essere grati a Beppe Severgnini: grazie al suo esempio ora la scienza sa cosa succede se un ragioniere si imbatte in una biblioteca. Povero Beppe, chissà quanti schiaffi dai bulli deve aver preso. Da quelli non troppo annoiati, si intende.

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– Letteratura italiana. Alla luce delle ultimissime ricerche filologiche, dovremo rivedere completamente l’idea che abbiamo di Alessandro Manzoni. Di contro all’immagine dell’autore iperclassicista ed ultratradizionalista che la storia e le sue opere ci hanno consegnato, spunta una nuova stesura de I promessi sposi, rinvenuta per caso in mezzo ad una serie di carte inedite del Nostro, iniziata in tarda età e mai portata a compimento. Il progetto di revisione totale sul suo lavoro più importante a cui il Manzoni aveva intenzione di accingersi a coronamento della sua prestigiosa carriera ci offrono uno scrittore sperimentale, visionario e rivoluzionario, nettamente in anticipo sui tempi, dalle soluzioni addirittura novecentesche. Questo l’incipit della nuova versione del romanzo che egli avrebbe voluto dare alle stampe prima di morire:

Una mattina, destandosi da sogni inquieti, Renzo Tramaglino si trovò trasformato nel suo letto in un enorme insetto ripugnante”.

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– Cinema. Nelle sale Il curioso caso di Beniamino Buttoni, la vita di merda di un uomo che nasce vecchio, invecchia ulteriormente, muore vecchissimo.

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– Torna in auge la commedia trash erotica all’italiana e si carica di tinte ancor più hard core nel nuovissimo La veterinaria se la fa con i pazienti, con Alvaro Vitali nel ruolo di un cinghiale, e viceversa.

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Siamo in conclusione. Non perdetevi a seguire Un viaggio chiamato amore di Michele Placido, in cui Dino Campana si comporta come Stefano Accorsi.

Buona visione e buone vacanze da Cocapabana, mentre voi siete a Tarquinia Lido.

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Luttazzi, mi dispiace, io sto con MacFarlane

Posted by sdrammaturgo su 2 luglio 2009

Daniele Luttazzi è indubitabilmente un grandissimo autore satirico che adoro ed ho sempre stimato, ammirato, difeso, preso a modello e seguito fedelmente, ma da un po’ di tempo lo stimo di meno. Precisamente, da quando ha cominciato la nuova rubrica del suo blog, La Palestra, in cui sceglie quotidianamente le migliori battute inviategli dai suoi lettori – e fin qui è anche un’ottima iniziativa – ed insegna “come si fa satira”. Ed è qui che iniziano i guai. Luttazzi infatti non si limita a dare suggerimenti da esperto e professionista del settore, ma è stato colto da quella che io chiamo la sindrome del professore: si è messo infatti a stabilire cosa è satira buona, cosa è satira cattiva, quali sono le battute giuste, quali sono le battute sbagliate, sulla base di principii che, seppur frutto di esperienza, studio ed argomentazione, non possono che risultare del tutto arbitrari e personali, ma che vengono ammantati da un pericoloso carattere di assolutezza ed inoppugnabilità. Niente risulta più rischioso e grottesco di un censurato simbolo della libertà di espressione e del politicamente scorretto che viene preso dalla frenesia di porre paletti, mettere limiti, sancire una volta per tutte la liceità artistica di una trovata comica (per esempio, arriva addirittura a sostenere che in una battuta non si possa definire Berlusconi dittatore, in quanto tecnicamente non esatto). Insomma, sembra spinto dall’irrefrenabile volontà di creare una nuova generazione di comici perfettamente aderenti al Sistema. Come se non ci fosse già Zelig.
Tutto questo, com’era prevedibile, lo ha portato a passare il segno e macchiarsi di una colpa imperdonabile: definire fascistoide (sic!) la gag de I Griffin su Anne Frank ed accusare l’autore, l’immenso Seth MacFarlane, di essere solito a scivoloni fascistoidi e di diffondere scherno fascistoide, sulla base di un palese abbaglio interpretativo. Secondo Luttazzi infatti quella gag sbeffeggia una vittima reale e ne ridimensiona la tragedia mettendosi quasi dalla parte del carnefice.
Mi chiedo come sia possibile che uno come Luttazzi arrivi a commettere un simile errore ermeneutico. Un errore drammatico, considerando il “potere” che detiene Luttazzi e quante persone sensibili al tema della satira pendono dalle sue labbra. Per colpa di Luttazzi, d’ora in poi ci sarà una nuova schiera di insospettabili novelli censori e controllori che applicheranno le sue discutibilissime categorie di bene e male (artisticamente parlando) e si metteranno davanti alle opere di Seth MacFarlane a far loro le pulci e lanciare giudizi tanto pesanti quanto infondati ma sostenuti dall’autorità e dall’autorevolezza di quello che viene considerato un nume tutelare della libertà di satira. Cosa che peraltro sta già succedendo: sul suo sito ho notato una proliferazione di segnalazioni, ormai è in atto un concorso a chi trova più materiale fascistoide in MacFarlane ed in altri: è fascista la gag su Madre Teresa, è fascista la gag in cui Stewie fa riferimento alla presunta pedofilia di Roman Polanski, è fascista il fascistizzabile. D’altronde, è perfettamente in linea con ciò che sta facendo Luttazzi, al quale rimbalza qualsiasi confutazione di natura non già politica o etica, ma prettamente artistico-filosofica.
Un caso emblematico: Luttazzi timbra come fascistoide la seguente battuta: “Tumore al seno: una vittima ogni 45′. A rischio i campionati di calcio femminile”, salvo poi affermare che la cosa cambierebbe se a fare la battuta fosse una donna con il tumore al seno, giacché il contesto diverrebbe favorevole. Il che equivale a sancire la tirannia dello spettatore: è sempre l’artista ad andare incontro allo spettatore, al quale servono imboccate e preamboli sottintesi o manifesti senza che abbia bisogno di elevarsi, di fare uno sforzo di comprensione, di crescere e diventare un fruitore maturo. Significa altresì mantenere lo spettatore stupido. E cosa se ne fa la satira di un pubblico idiota? Per quello hanno inventato apposta il cabaret. Luttazzi, nella sua smania didattica, si rivela enormemente diseducativo. Cita un’altra battuta fascistoide: “Venduto il costume originale di Superman. In omaggio una sedia a rotelle ed una macchina per respirare”. Ecco, secondo lui questa battuta la puoi dire solo se sei paraplegico o se specifichi: “Mi raccomando, badate bene, sto per dire una battuta che non intende essere una violenza ulteriore sul più debole!”. L’ascoltatore è dispensato dal capire al volo. La moderazione modera l’intelligenza. (Poi per carità, Luttazzi mostra con sommo giubilo e massimo gaudio all’Ambra Jovinelli una sequenza di vignette che deridono la via crucis di una mucca al mattatoio, ma quello va bene: un animale, secondo la sua sensibilità – che vale da criterio di regolamentazione universale – non vale come vittima innocente nelle mani di un carnefice, quindi Luttazzi resta ben al riparo da sospetti di fascistoidismo. Il pensiero di un animalista e la sofferenza dell’animale stesso non contano. E poi si accusa Berlusconi di fare leggi ad personam…).
Luttazzi, vittima di una gravissima censura, fa qualcosa di molto peggio della censura: infanga il nome di un illustrissimo collega. E sporcare una reputazione è infinitamente peggio che censurare: la Storia da una censura magari ti riscatta, ma la dignità sottratta non te la restituisce mai, specie se a mal giudicarti sono coloro i quali dovrebbero stare dalla tua parte. Spargendo la voce che MacFarlane è fascistoide è come se gli avesse sparato. Anzi, sarebbe stato meglio se gli avesse sparato. Un antifascista preferirebbe bruciare sul rogo piuttosto che venire chiamato fascista a causa di malelingue e diffamazioni. Ed il brutto è che a Luttazzi non gliene frega niente.
Già il reputare MacFarlane, sostenitore e finanziatore dell’ala sinistra del Partito Democratico nonché attivista per i diritti civili di afroamericani ed omosessuali, “fascistoide” è risibile (soprattutto considerando il trattamento che riserva nei suoi lavori a fascisti ed antisemiti – basti pensare a Walt Disney); ma farlo sulla base di un apparato argomentativo che si ritiene essere quantomai solido è – quello sì – fascistoide.
Luttazzi innanzitutto confonde l’arte con la vita (vita da intendersi in senso filosofico, come reale, realtà, vigente. Ovvero, tutto ciò che non è artificio). Mi spiego: nell’invenzione artistica un personaggio perde ogni contatto con il referente della realtà nel momento stesso in cui l’autore denuncia il carattere di finzione dell’opera. In altre parole: l’Anna Frank di MacFarlane non è più Anna Frank, non è la stessa Anna Frank, è un’altra Anna Frank, è un “tropo di carta” (per dirla con Bufalino) ispirato dalla realtà e che comunica con la realtà, ma che è altro dalla realtà nonché l’Altro della realtà. In questo modo, la vera Anna Frank è salva, non viene sbeffeggiata e la diversa Anna Frank dell’opera crea un’alleanza solidale con la prima. L’arte gode di una “onnipotenza modesta”: può fare tutto, dire tutto, purché denunci se stessa in quanto, appunto, arte e non realtà. E nel caso de I Griffin, l’invenzione artistica viene puntualmente denunciata come finzione giocosa e surreale.
Nel gioco artistico tutto è concesso, purché si dichiari che si tratta appunto di un gioco (ed i giochi sono sempre una cosa seria) e non della realtà. Questo avviene tramite la metanarrazione, che è la tecnica (o meglio, la componente, il processo critico e creativo) atta a rendere noti i mezzi stessi della produzione artistica. E’ la metanarrazione che distingue l’arte dalla propaganda. La propaganda dice: “Fidati, sto dicendo la verità”, mentre l’arte mette in guardia: “Bada bene, sto mentendo”. Radicalizzando la questione, paradossalmente, in teoria, potrei realizzare un’opera d’arte in cui dipingo un pedofilo come una bravissima persona che ha ragione nella sua pratica di vita, dove lascio intendere che la pedofilia sia buona e giusta, ma, nel momento in cui, attraverso la metanarrazione, ne dichiaro il carattere di mera finzione, quell’opera diviene in se stessa uno strumento contro la pedofilia, poiché dichiara: “Attento, le cose nella realtà non stanno così”. Ogni grande opera d’arte è sempre metanarrativa ed è la presenza dell’abilità metanarrativa nell’armamentario di un artista che distingue l’artista valido dall’infimo.
E la metanarrazione è uno dei pilastri dell’opera di Seth MacFarlane, specialmente ne I Griffin (in cui l’intera struttura portante è metanarrativa), in particolar modo nella gag su Anne Frank.
In secondo luogo, Luttazzi dimostra di non aver compreso per niente la gag in sé. Se la analizziamo, infatti, notiamo come il risultato non sia un’accresciuta simpatia per i nazisti ed uno sfottò nei confronti della povera Anne: il carnefice resta carnefice, la vittima resta vittima ed anzi viene aggiunto un carnefice in più: Peter Griffin, l’esponente della classe media non solo americana, ma di ogni tempo ed ogni luogo, egoista, stupido ed indifferente; uno di quegli indifferenti grazie ai quali i totalitarismi sono nati e cresciuti. Ed è quel tipo di soggetto sociale che viene condannato, benché con l’arma della risata. E’ lo spettatore televisivo medio stesso, che si specchia in Peter Griffin, l’oggetto della satira, dello scherno. La vicenda di Anne Frank offriva solo un terreno fertile, proprio per il contrasto che avrebbe creato: cornice estrema, massimo risultato.
MacFarlane non strumentalizza né mercifica Anne Frank: la “utilizza” in senso artistico (come un pittore “usa” la modella per un quadro), peraltro a suo (di lei) vantaggio. E se di qualcuno si ride, si ride di Peter, il quale, come accade con Fantozzi, può muovere sì a simpatia, ma resta sempre un personaggio negativo. La chiave è tutta lì: se a mettere nei guai Anne Frank fosse stato un eroe positivo, Luttazzi avrebbe avuto ragione. Ma a farla scoprire è un pezzo di merda, buffo e divertente quanto si vuole, ma pur sempre un pezzo di merda, per di più caricato nelle sue caratteristiche peggiori, con le quali l’autore ne evidenzia la negatività.
Non ci si aspetterebbe che un autore satirico ritenga che ridere di qualcosa equivalga a banalizzare qualcosa. L’arte comica rileva gli stessi problemi di quella tragica con altri mezzi: invece di far luce su una sciagura muovendo al pianto, lo fa muovendo al riso, ottenendo verso quella sciagura un moto dell’animo ancor più lucido, critico, partecipativo, convinto, senza ingannare con la promessa di illusori paradisi. Essa dice: “Non posso salvare il mondo, non posso eliminare il dolore, posso solo contrastare il nonsenso, che pure resta vivido, ma grazie a me saprai affrontarlo adeguatamente”. MacFarlane non vuole consolare (sarebbe – quello sì – una presa in giro per la vittima, un dileggio,  quindi un’aggressione): mira ad irrobustire, tonificare, fortificare, rinvigorire.
Non è un caso se Luttazzi dica che porre Peter nella vicenda di Anne Frank sia blasfemo. Utilizza proprio questo termine qui: blasfemo. E blasfemo è l’aggettivo che qualifica l’offesa e la trasgressione di un dogma. Luttazzi smaschera il suo essere inequivocabilmente dogmatico (in questo caso: “A proposito di Shoah, non si può ridere in alcun modo con le vittime specifiche, neppure se ridendo si continua a condannare, magari con maggior vigore, il nazismo e la Shoah e si resta dalla parte dei deportati e delle vittime specifiche con procedimenti inusuali o diversi dai soliti a cui siamo abituati o se non si entra affatto nel merito. Lo stesso vale per ogni vittima specifica di ogni violenza. Se si parla in generale può andare bene, se si usa nome e cognome no. E’ così perché sì, è stato deciso così, si è sempre detto così, si è sempre fatto così, quindi non sono ammesse obiezioni. Chi si comporta diversamente, è senz’altro nazistoide senza possibilità di appello”).
Seth MacFarlane sceglie dunque di essere blasfemo: rompe il dogmatismo, squarcia ogni tabù; per lui nessun territorio è sacro, niente è innominabile, nessun campo è immune dalla satira. E compie tutto ciò, si badi bene, restando sempre dalla parte della vittima, in una maniera che è ben più profonda e raffinata di quella di Luttazzi: MacFarlane non si limita a ridicolizzare il carnefice: “giullarizza” la vittima strappandola dalla condizione di minorità in cui la pone necessariamente la retorica della compassione, la riporta ad un livello pienamente umano ed è solo così che può davvero solidarizzare con lei, senza alcuna ombra di ipocrisia, assumendo su di sé il dolore, facendosene carico ma non più, o non già, producendo lacrime, bensì facendo ridere con (e non di) una violenza vera su una vittima reale. Il che è assolutamente rivoluzionario. Ma si sa, MacFarlane è meglio di Luttazzi. Egli ha capito che la solidarietà non può essere sincera se non si considera la vittima alla pari, giacché o la  si santifica ponendola più in alto, e quindi la si venera religiosamente, con timore reverenziale per l’apparato istituzionale che essa incarna e rappresenta; o la si pone più in basso tramite la meschinità indecente della compassione, che non è mai solidarietà, bensì carità, cioè snobismo inconsapevole. Ridere con la vittima esattamente come si riderebbe con se stessi è l’unica, genuina, sana forma di sincero e leale rispetto e vera empatia. L’Altro come Sé riconoscendone al contempo l’Alterità come tale, in quanto tale. La pietà è un concetto religioso, ergo gerarchico. MacFarlane preferisce di gran lunga, poiché ben più degno e nobile (in quanto ugualitario e puro), la laicissima solidarietà.
Seth MacFarlane è uno sperimentatore fenomenale proprio nel suo considerare nessuna zona dello scibile, neppure la più delicata, in salvo dalla risata e dimostra ogni volta come si possa ridere anche del sopruso specifico e non solo generico (benché ogni fatto particolare è sempre specchio del generale) senza togliere niente a quel sopruso ma anzi condannandolo ulteriormente senza il peso di alcun residuato di dogma, scevro di qualsiasi rischio di ipocrisia. Seth MacFarlane riesce persino a restituire alla vittima il diritto alla risata, le insegna (ed insegna al pubblico) a ridere per combattere. Giacché, come dice Antonio Rezza, quando si prende coscienza che la malinconia è troppa ed ineludibile ed il male del mondo totalizzante, non resta che ridere. E ridere del male è il metodo migliore per combatterlo conservandone la memoria: si mantiene la tragedia senza aggiungere potere al male. Se la satira va contro il potere, Seth MacFarlane sfida il potere metafisico dell’esistenza.
Personalmente, ho sempre colto questo in maniera lampante, senza dubbi od esitazioni di sorta, tanto che prima di avvilirmi con Luttazzi non avevo mai neppure sospettato che si potesse interpretare in modo differente. Se la gag fosse stata così equivoca e fascistoide, l’avrei recepita in tal modo pure io che sono antifascista tanto quanto Luttazzi o ne sarebbero rimasti indignati e scandalizzati tutti gli ebrei che seguono Seth MacFarlane. A meno di non fare una gara a chi è “più antifascista” o “più ebreo”, certo. Ad esempio: la comunità intellettuale ebrea di New York – dice Luttazzi – si è lamentata de La vita è bella di Benigni. Ma – dico io – alcuni ebrei non fanno tutti gli ebrei e, anche se fosse, ciò non toglierebbe niente al manifesto antinazismo di quel film, che è un fatto (parola che sta tanto a cuore a Luttazzi), sta sotto gli occhi di tutti, non è possibile da fraintendere, anche se lo dicesse Primo Levi in persona.
Eppure da oggi una gag, un’opera ed un autore decisamente antifascisti ed antirazzisti in tutto e per tutto saranno considerati da moltissimi come fascistoidi “perché l’ha detto Luttazzi”. Lo decide Luttazzi cosa è fascistoide o meno e se non concordi sei un superficiale che non sa di essere a sua volta fascistoide. Mette paletti, proprio come hanno fatto i suoi censori, ma deve stare attento: se si stabilisce un limite e lo si giustifica, sebbene grazie a solide e degne fondamenta culturali, verrà un altro che stabilirà e giustificherà un limite ancor più restrittivo, poi un altro e un altro ancora e così via, fino a che sarà peccaminoso o fascista o criminoso il solo aprire bocca. E’ questo il processo della censura, è questa la strada inevitabile percorsa da moralismo ed oscurantismo. Mi stupisce che chi abbia subito questo perverso meccanismo lo impugni a sua volta contro qualcun altro. In fondo con Luttazzi hanno fatto così: hanno cominciato dicendo che era volgare e di cattivo gusto, hanno proseguito sostenendo che fosse anti-italiano, offensivo ed insultante (che poi, chi lo dice che l’arte non possa essere offensiva ed insultante?), hanno finito con lo scorgere il suo superamento di fantomatici limiti di decenza e lo hanno fatto fuori. E probabilmente non si renderà mai conto del danno che ha arrecato a MacFarlane, all’arte, alla satira. MacFarlane non se lo meritava. Mi metto nei suoi panni: se io venissi travisato così, mi sentirei sconfortato, un fallito. A Luttazzi è successo: gli è accaduto di essere travisato perfino da Michele Serra, si è giustamente risentito ma ha fatto la stessa cosa, ed in nome del più fascista dei valori: il politicamente corretto. Perché questo è, di questo si tratta, anche se Luttazzi non se ne rende conto (come non si rende conto di aver assunto un atteggiamento conservatore quando non reazionario. Auspico che egli voglia interrompere presto questa carneficina politico-culturale che è La Palestra, che ha innescato una spirale terribile: una sorta di caccia alle streghe). Disarmante.
Adorno non capì Brecht. Courbet non capì Monet. Ci sta che Luttazzi non abbia capito MacFarlane, ma l’averlo bollato con la peggiore e più infamante delle etichette sulla base di un proprio errore, ai miei occhi non lo redimerà mai. Ai vostri, fate voi.

E se vogliamo proprio mescolare arte e vita, ecco in venti secondi il più alto esempio di antifascismo mai realizzato da un autore comico, roba che Daniele Luttazzi una simile capacità di sintesi e di “ferocia giocosa, clownesca e solidale” se la sogna.

*

Aggiunta del 3 luglio

Ho scoperto peraltro che i coautori di Seth MacFarlane sono ebrei e lui stesso ha origini ebraiche. Non solo: quando deve trattare temi riguardanti gli ebrei, è solito sottoporre le opere a due rabbini.
Il linciaggio (perché di questo si tratta, anche se ci si ostina a chiamarlo “semplice critica”) di cui è stato vittima è dunque peggio del maccartismo. Se uno viene perseguitato per ciò che è, se ne fa una ragione ed anzi l’orgoglio e la consapevolezza che scattano in una vittima di un’ingiustizia lo sostengono. Ma l’essere perseguitato per quello che non sei non ti lascia appigli. E se i tuoi amici (in questo caso i progressisti attenti alla satira) ti voltano le spalle, beh, quello è peggio di una persecuzione poliziesca.

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La zattera Medusa – Scene alla deriva

Posted by sdrammaturgo su 28 giugno 2009


Il due luglio milleottocentosedici, la Méduse, una fregata della marina francese in navigazione verso il Senegal, si incagliò su un banco di sabbia al largo dell’attuale Mauritania, probabilmente a causa dell’inettitudine del comandante de Chaumaray. I passeggeri vennero imbarcati su sei scialuppe, mentre l’equipaggio si sistemò su una zattera di venti metri per dieci legata alle altre imbarcazioni, ma la cima si ruppe (o, probabilmente, venne tagliata per risparmiare la fatica di trascinarla) e la zattera con centotrentanove uomini a bordo fu abbandonata alla deriva.
Su quella zattera, i cui sventurati marinai si trovarono ben presto stremati dal sole, dalla fame, dalla sete, dalla disperazione, si verificarono gli eventi più disumani: suicidi, violenze, sopraffazioni, omicidi, torture, cannibalismo.
La zattera della Medusa rappresentò il naufragio dell’Occidente e del colonialismo, tanto che il grande pittore francese Théodore Géricault immortalò nel suo dipinto più celebre quella che resta una delle pagine più tremende della storia europea e dell’umanità tutta.
Circa duecento anni più tardi, il colonialismo raccoglie i suoi frutti ed una zattera compie il percorso inverso…

*

Dal diario di bordo del capitano Edaddo Mani

Caro diario di bordo, ah, che sole! E che mare! Quarantasei gradi in pieno Mediterraneo e senza neanche una pensilina. Sento il mio spirito temprarsi e le mie spalle sfrigolare. Ho qui con me un mozzo pellerossa che prima di partire era albino. Son cose da uomini, queste!
Siamo salpati dalla Libia che ormai son venti giorni. Stavolta ho avuto in sorte una ciurma troppo molle. Già tutti stanchi, tutti spauriti! Eppure quel che hanno affrontato è un viaggio ameno e innocuo! Lo dicono tutti i sopravvissuti! Qual fortuna è lor toccata e non se ne rendono conto! Voglio dire, innanzitutto una bella cammellata senza cammello attraverso il Sahara. Tutto. Con pranzo al sacco (infatti molti di loro per la fame si son mangiati la bisaccia. Eh, quanta ingordigia di questi tempi). Poi tutti insieme sulla mia salda e bella imbarcazione, che questo femmineo ed ignorante mozzo s’ostina a chiamare canotto. Oh, quanta insipienza delle cose marinare! E’ essa infatti ciò che vien più propriamente detta fregata, avendola io sottratta con indomito coraggio e ben esperta astuzia in una darsena mal custodita. Ci si sta comodi come si conviene ad animi virili e camerateschi ed è accogliente come il grembo d’una madre nana. In centotrentanove in venti metri per dieci: come possono non amare tutto codesto calore umano?! E il tutto al modico prezzo di quattromila euro. Oggigiorno gli africani son diventati incontentabili.
Spetta a me condurli a riva nella suola distaccata dello Stivale dirimpetto. Costoro hanno affidato la loro vita al loro capitano, che taluni nel mio ingrato suol natio suole ancora appellare erroneamente scafista. Ma deh, io non mi curo degli invertebrati per nulla avvezzi ai flutti ed ai marosi.
Io bado alle mie ossa dure, al mio timone, alla mia rotta ed alla mia gamba di legno. Come l’ho persa, qualcun si chiederà. Come si conviene ad uno strenuo cuor filibustiere! Mi ci è caduto sopra il lampadario mentre stavo leggendo Moby Dick. Il destino mi ha voluto come il valoroso Achab ed io non tradirò la mia oceanica missione.
Alla mia fedele chiatta ho apposto il nome assai propizio di Medusa, affinché fosse di buon auspicio. Ed infatti la navigazione procede serena e senza sorprese, a parte qualche trascurabile intoppo, come quando ci siamo arenati o siamo stati cannoneggiati o abbiamo dovuto otturare una falla con un neonato. Ma a parte ciò, tutto il resto è una placida e sicura deriva.
D’altronde non mi perdo un’edizione del bollettino nautico Naufragare informati.
Accanto a noi nuotano beati ed amichevoli i delfini ed a volte qualche squalo, ma giusto quando cade qualcuno in mare.
Unico elemento di disturbo è un tale di nome Teodoro che se ne va sempre in giro con un foglio ed una matita in mano a condire con del sale ogni passeggero dicendo agli altri: “Sicuri che nessuno vuole assaggiare?”.
“Terra! Terra!”, grida di tanto in tanto la vedetta, un vecchio sciamano nigeriano cieco. Sta venendo in Italia per essere assunto come caporedattore del TG1.
Tutto il resto, è una congerie di nazionalità diverse unite però da un unico sacro vincolo: l’austera povertà.

*

Dialogo geopolitico tra un congolese ed un marocchino, con varie intromissioni

Un marocchino ed un congolese si svegliarono appoggiati uno addosso all’altro.
“Buongiorno”, esordì il marocchino.
“Buongiorno”, rispose cordiale il congolese.
“Dormito bene?”
“Pensavo di essere morto. Che delusione”
“Dai, che ci siamo quasi”
“Ora ti riconosco: non eri tu che hai detto la stessa cosa quindici giorni fa?”
“No, quello è morto”
“Dove sarà l’Italia? Di qua o di là?”
“Boh, la bussola se l’è mangiata il capitano da un bel pezzo”
“D’altro canto la fame è fame”
“A proposito, non mangio da giorni”
“Io non mangio da anni”
“Di dove sei?”
“Congo”
“Repubblica del Congo o Repubblica Democratica del Congo?”
“Fa differenza?”, intervenne un kenyota, così chiamato per gentile eufemismo.
“Repubblica Democratica. O almeno, quando sono partito era ancora Repubblica Democratica del Congo. Ma a quest’ora potrebbero essersi scambiate: facile che adesso la Repubblica del Congo è la Repubblica Democratica del Congo e la Repubblica Democratica del Congo è la Repubblica del Congo, quella semplice, quella senza il Democratica
“Guarda che adesso si chiama di nuovo Zaire”, si intromise opportunamente un liberiano.
“Macché, quello fino a dieci minuti fa. Adesso si chiama di nuovo Repubblica Democratica del Congo”, corresse un ivoriano ben informato che aveva con sé una radiolina.
“Eh, mi pareva infatti”, aggiunse un valdostano.
“E tu che cazzo ci fai qui?!” chiesero e pensarono più o meno tutti.
“Non mi è mai piaciuta la montagna”, rispose il valdostano.
“Complimenti, avete trovato l’intruso”, disse felice l’enigmista di bordo. Quindi il discorso riprese.
“Sì, ma cinque minuti fa è diventato il Principato di Un Po’ Di Gente Nera e tre minuti fa c’è stato un colpo di Stato, così adesso si chiama Principato Democratico Di Un Po’ Di Gente Nera Del Congo e comprende la vecchia Repubblica Democratica del Congo più parte della Repubblica del Congo. La parte restante è suddivisa a sua volta in Congo Fate Voi e Congo a Piacere, al cui interno coesistono due stati separati, il Congo Opzione Golpe ed il Trallallero. Ma negli ultimi quarantacinque secondi sono scoppiate sei guerre civili, quindi è ancora tutto da vedere”, rettificò un sudafricano che aveva un’altra radiolina. Non è un caso se la zattera Medusa divenne celebre accedendo al Guinness dei Primati come barcone di clandestini con la maggiore densità di radioline.
“Che poi non ho mai capito perché ci tengano tanto a metterci in mezzo la parola Democratica“, riprese il marocchino.
“Beh, studi psicologici hanno dimostrato che se uno sganassone lo chiami buffetto ti fai menare più volentieri”, sentenziò il congolese.
“Cavolo, ma sei acculturato!”, esclamò stupito ed entusiasta il marocchino.
“Non è merito mio, ma di mio fratello. Lui è laureato in medicina e psichiatria con un master in neurologia. Tutto quello che so l’ho imparato da lui. E’ emigrato tempo fa ed infatti grazie ai suoi titoli prestigiosi ha trovato subito lavoro: trasporta cassette di frutta all’Ortomercato di Milano. Lo pagano in nero, ma si sa, all’inizio devi fare la gavetta. Facendo carriera, presto lo pagheranno in nero per trasportare cassette di verdura”
“E tu come mai te ne sei andato?”
“Sto scappando dalle autorità”
“Ti sei messo nei guai?”
“Ma sai, nella mia nazione ti ammazzano per mille motivi. Sulla mia testa ad esempio pende una condanna a morte per divieto di sosta. Ti salvi solo se sei straniero. Se sei europeo o americano non ti possono ammazzare. Mio zio quando lo hanno arrestato per detenzione illegale di acqua ha provato a fingersi svedese, ma gli è andata male”
“E cosa vuoi fare in Italia?”
“Il calciatore!”
“Ma hai una gamba sola!”
“Ah, già… Oh, comunque c’è da dire che i bianchi avranno pure parecchi difetti, ma le mine antiuomo le sanno fare davvero bene. Certo, magari hanno un po’ esagerato nella distribuzione. Io sono saltato in aria nel cesso di casa mia. Conservo ancora l’altra gamba. Con quella conto di diventare un rivoluzionario giocatore di cricket. O anche di golf, se riesco ad entrare nei salotti buoni”
“Laggiù! Soffia!”, interruppe un ghanese.
“La Balena Bianca???”, chiesero stupefatti alcuni.
“No, Bongo che sta annegando”.
“Ci penso io!”, si propose baldanzoso ed intrepido il capitano. Si sporse e gridò all’indirizzo di Bongo, impacciato ciccione del Burkina Faso che si stava sbracciando. “Allungami la mano!”. Bongo, annaspando forsennatamente, riuscì a porgere il braccio al capitano Edaddo Mani, il quale gli sfilò l’orologio, prima di vedere l’altro colare a picco. “Peccato”, proferì il capitano “non si era mai visto un ciccione in Burkina Faso. Ci avrei potuto alzare bei dobloni”. E si rimise al comando della nave.
“Dicevamo?”, ricominciò il congolese, troppo stanco per incazzarsi.
“Mi parlavi di golf e salotti buoni”
“Ah, sì. Conto di fare un salto nell’alta società. Ci capisco di diamanti e so che ai ricchi piacciono. Capirai, ne ho raccolti per anni. Pare che faccia molto chic dell’altra parte del mare avere addosso qualche sasso. Chi ha tanta ghiaia o parecchio brecciolino deve sentirsi molto fortunato, da quelle parti.
Una volta stavo sfogliando una rivista americana ed ho visto la pubblicità di un diamante. L’ho riconosciuto subito: ero presente quando mio cugino lo trovò. Ci si è spezzato la schiena per raccogliere diamanti. Letteralmente”
“Toglimi una curiosità” domandò il marocchino “Ma come mai ti manca anche una mano?”
“Mentre lavoravo come cercatore di diamanti, ho chiesto al capo se ne potevo tenere uno”.
“Mi sa che niente golf”.
“Va be’, cercherò di diventare il miglior autostoppista del mondo”.
“Terra! Terra!”, urlò all’improvviso la vedetta cieca, con lo sguardo fisso sulle ciabatte di un algerino.

*

Intanto, in una ricca città del Nord Italia, due signore benestanti conversano amabilmente

“Ammore!”
“Tesoro! Come stai?”
“Non c’è male, non c’è male. Diciamo che sta peggio chi è povero”
“Ohohohohohohoh”
“E tu invece?”
“Bene anch’io. Son benestante”
“Io vengo ora da una passeggiata sul lungolago e…”
“Ma hai sentito cos’è successo al lago??? Un ragazzo è morto annegato! Pare che avesse anche moglie e figli. Poverino, così giovane…”
“Sì, ho sentito. Era africano”
“Ah be’, allora…”
“Ora che ci penso, tu sei tornata da poco da Parigi! Dimmi un po’, com’è stato, com’è stato?”
“Ah guarda, siamo stati benissimo. Albergo bello, con piscina, colazione abbondante, ma proprio che poi non dovevi nemmeno pranzare. La città è bellissima, ma sai che è? Troppi negri. Io per carità, niente in contrario, ma quando è troppo è troppo. Voglio dire, un negro va bene, due negri vanno bene, pure tre o quattro, voglio essere di manica larga, proprio perché io per carità niente in contrario. Ma quando cominciano ad essere decine e decine, allora no, non mi sta più bene. A tutto c’è un limite!”
“Eh, come ti capisco. Pure qui capirai, un’invasione. Esci di casa e li vedi che stanno lì, tutti insieme, ti mettono a disagio”
“Delinquono?”
“No, per fortuna no”
“Fanno baccano?”
“No, neanche”
“Sporcano, imbrattano?”
“Nemmeno”
“Cosa fanno?”
“Stanno lì! Chi chiacchiera, chi gioca a carte, chi sente la musica. Una vergogna, guarda. Io non mi sento più sicura. Non vedi mai un bianco, sembra di essere in vacanza! Qui i negri siamo diventati noi! Bisogna proprio fare qualcosa. Per fortuna adesso organizzano queste ronde. Non se ne può proprio più con questi negri che giocano a carte. Che poi si sa, da un tressette ad arrivare ad uno stupro di gruppo è un attimo”
“E stanno diventando sempre più impertinenti! Ma io dico, appena arrivi ti mettiamo in uno di quei confortevolissimi CPT con camera vista fogna e bagno vista sbarre. Esci, vieni su e, come ha fatto mio marito ad esempio, ti faccio raccogliere pomodori per sedici ore al giorno a sette euro al mese, ti  do persino una baracca in cui dormire con tutti e novantuno i tuoi connazionali per farti sentire più a tuo agio e ti lamenti pure! Io non lo so cosa pretendono questi qui! Prima abitavi in una capanna di foglie, ora dormi in una capanna di eternit ed invece di essere contento tieni sempre quel muso lungo e magari vai pure a rubare!”
“Non conoscono proprio il senso del lavoro e del sacrificio. In più hanno credenze strampalate, le donne sono sottomesse, mettono il burqa, mangiano gli scorpioni, spacciano la droga e comandano il giro della prostituzione”
“Sono proprio arretrati. Uh, si è fatto tardi. Vado ché mi comincia il rosario e dopo devo cucinare l’aragosta per mio marito e mio figlio”
“Attenta, ti si sta sciogliendo il fazzoletto. Tuo figlio sta bene?”
“Eh, purtroppo sempre tossicodipendente. Mi fa dannare”
“Oggigiorno non ci si capisce più niente. Vado anche io, devo portare la macchina a mio marito, che dopo va a puttane”
“E che ci vuoi fare, sono uomini. Si sa, l’uomo è uomo. Facile che si incontra con mio marito, pure lui ci va sempre”
“Che zone frequenta?”
“Quella dove ci sono le nigeriane, ché costano di meno”
“Che coincidenza, pure il mio!”
“Terra! Terra!”, grida un bambino, lanciando manciate di pozzolana contro le due donne imbellettate. L’autore del presente scritto ne gioisce.

*

Dal diario di bordo del capitano Edaddo Mani

Mi sento ribollire l’animo fin dal profondo delle viscere! E non solo per l’infezione intestinale che mi accompagna come farebbe appunto un’infezione intestinale! Ogni giorno che trascorre mi pervade una crescente esaltazione, giacché avverto chiaramente che attraverso di me fluiscono secoli e secoli di progresso dell’Occidente.
Oh, avevi ragione, oh sommo, oh divino, oh magnifico Rudyard Kipling! Quel che portiamo è ciò che tu chiamavi il nobile fardello dell’uomo bianco. E non intendo con esso la fiera panzetta che ogn’uom del Vecchio Continente reca avanti, bensì l’onere e l’onore (ovvero il dovere sacro) che tutti noi, genti che qualcuno chiamò ariane, abbiamo di diffondere il nostro più alto sapere e più alti valori alle popolazioni retrograde e neglette.
Quante, quante buone cose abbiamo insegnato noi del Primo al Terzo Mondo! Eh, quante, quante… Quante… Al momento non me ne sovviene neppure una, ma ce ne sono certo a iosa!
Ah, ecco, me n’è balzata in mente una: Dio. E quale idea maggior di questa?
A coloro i quali vivevano ignudi e selvaggi senza vera religione abbiamo insegnato a coprire le pudenda per non offendere il Celeste Padre. Ecco, noialtri, bianca stirpe eletta, abbiamo insegnato ai popoli dell’equatore a mettere il cappotto. Ora sudano il triplo, ma amano Dio.

*

Storia del giovane sudanese e della bella somala

A bordo nascevano gli amori. Vi erano sulla Medusa un giovane profugo del Sudan, tutto percorso da giovanili ardori, ed una ragazza somala di rara bellezza. Lui scappava dal Darfur, lei fuggiva dai parenti. Il giovane sudanese, che aveva lo stomaco vuoto ma l’occhio attento (e soprattutto altri vitali organi pieni) non poté non notare quella perla che gli appariva tanto preziosa. Certo, dopo settimane di deriva sotto al sole tra omaccioni maleodoranti anche la carcassa di un’antilope avrebbe esercitato un discreto fascino su di lui, ma di sicuro il ragazzone fu fortunato, tant’è che dopo una trentina di giorni di navigazione prese coraggio e le si avvicinò.
“Bella giornata oggi, vero?”, fece il giovane sudanese.
“Di’ un po’, ci stai provando?”, rispose la bella ragazza somala, sepolta sotto tre egiziani che pregavano in direzione di una Mecca arbitraria.
“Beh, sì”, ammise sincero il sudanese.
“Fa’ pure, tanto l’alternativa a te era restare nella periferia di Mogadiscio e sposare l’ottuagenario aerofagico che mio padre aveva scelto per me”.
Il giovane sudanese trovò dunque tutta la sicurezza che gli mancava e divenne addirittura sfacciato.
“Allora vengo subito al punto, senza giri di parole e senza infingimenti: ti ho visto, mi sei piaciuta subito e smanio di desiderio per te. Brucio!”
“Per forza, hai la febbre da colera”
“Ma a parte quello, ti bramo con tutto me stesso – o con quel che ne rimane. Sai, le mine…”
“Me lo farò bastare”
“Io…io…io voglio…voglio leccare il tuo clitoride!”
“Prego, fa’ pure, eccolo”, invitò lasciva la bella somala, estraendolo dalla tasca.
I due si amarono con passione travolgente tra un etiope e due del Ciad.
“Ho fame”, disse lui, subito dopo esser riemerso da quel meraviglioso amplesso.
“Anch’io”, fece eco un Hutu, sorridendo maliziosamente all’indirizzo di un Tutsi.
Teodoro si illuminò in volto.
“Il mozzo è ben cotto”, notificò il capitano.
“Io posso resistere. Noi soffriamo per tradizione”, disse la bella somala.
“Noi per tradizione moriamo”, replicò il giovane sudanese.
“Terra! Terra!”, strillò lo sciamano. E stavolta aveva ragione, ma del tutto casualmente, visto che stava voltato da tutt’altra parte.
Tutti, fino ad un istante prima stremati, si sentirono mossi da un rinnovato vigore e nascondendo alle proprie membra la spossatezza si ammassarono a prua a rimirare le sponde di quella che doveva apparir loro come la Terra Promessa. Quel genere di promessa che non viene mantenuta.
Chiunque si fosse trovato sulla piccola Medusa avrebbe visto a riva una schiera di persone che sembravano aspettar la barca.
“Guardateli, ci attendono!”.
“Evviva! Evviva!”.
Quell’arcobaleno di miseria e umanità era tutto un vociare di colori, sbiaditi ma vividi e vivi, come di chi resiste e non si arrende.
“Ci accoglieranno con benevolenza! Guardate, sono pronti a riceverci a braccia aperte! Tengon tutti nelle mani una fiaccola e un bastone, probabilmente strumenti di un rituale dell’amicizia, e tutti quanti indossano una camicia del color della speranza con all’occhiello un fazzoletto della medesima tinta!”
“Sì, camicie verdi! Oh, che calda accoglienza ci aspetta!”
“Incandescente”, sussurrò lo sciamano, che non aveva vista, ma qualche potere di veggenza lo conservava ancora.
In quel festante strepito, la bella ragazza somala avvertì un’impercettibile sensazione agitarlesi nel ventre, come un trambusto delicato. Restò un secondo muta, dubbiosa o imbambolata, poi si mise in disparte per ascoltar meglio il proprio corpo. Si posò una mano in grembo, sorrise esitando un poco e sospirò tremante. Guardò quel caro ragazzo sudanese, così magro eppure tanto forte, che ancora si perdeva con lo sguardo sulla costa che si avvicinava lentamente sempre di più.
Ella comprese allora che avevano concepito. Ormai ne era sicura, il corpo di una donna non può sbagliare. Si avvicinò al suo uomo, lo cinse con le braccia e mormorò al suo orecchio. Egli sembrò spaesato, ma felice, e la baciò. Decisero che se fosse stata una femmina l’avrebbero chiamata Speranza. Perché certo, la speranza è degli stronzi, ma se la vita è una chiavica, non resta che tentar di galleggiare, veleggiando verso terraferma.

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Appendice – Le dieci cose da non dire mai ad una ragazza africana se si ha intenzione di rimorchiarla

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1) Hai fatto una buona traversata?

2) Posso farti un cunnilingus in tua assenza?

3) Ehi baby, pure a te il clitoride lo hanno segato o ce lo hai ancora?

4) Mi regali il clitoride?

5) E’ vero che le negre ce l’hanno più capiente?

6) Facciamo un gioco: io mi metto un cappuccio bianco ed isso una croce in camera da letto…

7) Ciao, mi chiamo Mario Borghezio.

8) Sì, lo so, sono bianco, ma l’importante è come si usa!

9) Gradisci una banana?

10) Interessa una cittadinanza? No, perché sai, ti amo e vorrei sposarti.

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“Diario simulato” 24 – Coccodrillo per una brava persona

Posted by sdrammaturgo su 9 giugno 2009

Johnny Miciomiao era un filantropo. Nelle notti di luna piena si trasformava in una persona generosa e munifica. Oggi il mondo piange la dipartita di un santo, di un benefattore, di uno spirito ardente come una febbre tropicale.
La sua vita ad un tempo lieve ed avventurosa titilla già l’immaginazione di produttori, registi e sceneggiatori di Hollywood, i quali – ne siamo certi – renderanno presto il giusto e meritato tributo a quest’uomo dal cuore grande e palpitante che ha dato il suo piccolo immenso contributo alla storia epica e gloriosa del Nuovo Mondo.
Nato nel 1946 in un piccolo paese del Sud Italia, partì giovanissimo per le lontane Americhe in concomitanza con la notizia dell’inaspettata gravidanza della ragazza a cui aveva giurato eterno amore. Oh, qual nobiltà d’animo e quale tenerezza! La fanciulla era infatti nota per il suo indissolubile legame con le tradizioni degli avi, onde per cui era assolutamente restia a voluttuari, voluttuosi e vacui amplessi che non fossero benedetti dalla luce dell’amore e consacrati a Dio e da Dio; così, l’attento e dolce Johnny (che al tempo si chiamava ancora Giovannino) volle mostrarsi rispettoso della di lei virtù, promettendo alla disiata donzella di prenderla in isposa al più presto e per suggellar il solenne impegno colse il frutto fresco della femminina beltà, mentre colei il cui nome gli pulsava in petto se ne stava voltata di spalle a pregar la Vergine Maria.
S’imbarcò dunque partendo segretamente in una notte burrascosa sulla prima nave diretta verso le terre che portano il nome del prode Vespucci ed ivi rimase senza lasciar recapito veruno, onde non far stare in pensiero la gentil pulzella e soprattutto i suoi affezionatissimi e protettivi – molto protettivi; estremamente protettivi – famigliari.
Cominciò dunque la spettacolare saga di Johnny Miciomiao.
Stabilitosi a New York, si iscrisse alle scuole serali e molti lo ricordano come un indefesso trascrittore delle fatiche del proprio laborioso e remissivo compagno di banco, Frederick Tozzy. Questi soltanto una volta volle dar respiro al proprio sodale, frapponendo un braccio ed un astuccio tra lui ed il buon Johnny. La maestra racconta che quel giorno Miciomiao, evidentemente preoccupato per il proprio compagno, prese stranamente un brutto voto, a differenza del solito in cui le alte valutazioni dei due risultavano puntualmente affini, per la soddisfazione loro e degli insegnanti tutti. Probabilmente il piccolo e debole Frederick venne assalito dai sensi di colpa, tanto forti che l’indomani si presentò in aula pieno di escoriazioni, sicuramente di origine stupefacentemente psicosomatica. La prova definitiva fu fornita da un altro compagno di classe, il quale riconobbe negli ematomi dello studente modello la medesima forma del bastone che Johnny soleva recare sempre seco. Ormai era certo: Frederick aveva pensato così lungamente ed intensamente al caro amico da riempirsi di piaghe simili all’oggetto cui il fido Johnny teneva di più e che più lo identificava.
Intanto Johnny si distingueva nel suo quartiere per le continue buone azioni al servizio della comunità. Innumerevoli sono le prove del suo sterminato amore per il prossimo.
Ad esempio, aiutava sempre le vecchine ad attraversare la strada all’ora di punta, quando il traffico era più denso e le automobili transitavano a velocità sostenuta, e, rifuggendo un facile e dannoso assistenzialismo, a metà le lasciava dicendo a ciascuna: “Va’, ora sai cavartela da sola”.
Ma le sue battaglie civili più note, quelle che lo hanno reso celebre, restano senza dubbio quelle per la salute.
La sua prima opera fu far nascondere un ragazzino gracile in un pozzo artesiano per salvarlo dall’obesità e là lo lasciò, senza fune e senza far voce con nessuno sul luogo in cui il fanciullo si trovasse, affinché le tentazioni dei cibi grassi se ne restassero ben lontane dal suo corpo.
Teneva molto al benessere della mente e del corpo, suoi e della collettività, perciò era un appassionato di jogging. Andava spesso a correre nel parco e, empatico com’era, si sentiva sempre un po’ in colpa quando passava e passava e ripassava a buon ritmo davanti al paraplegico sulla sedia a rotelle che usava prendere un po’ di fresco ai giardini pubblici. E poi andava a saltellare davanti al Centro Anziani.
Divenne celebre allorché, vincendo un’importante gara podistica, fece il suo primo accesso alla televisione. Intervistato dall’inviato del notiziario della sera, spese toccanti parole per le persone che non erano state fortunate quanto lui: “Dedico la mia forma smagliante a tutti i grassi del mondo”.
Volle in tal modo impreziosire un evento sportivo che non era cominciato sotto i migliori auspici: il giorno prima della gara, i concorrenti più forti erano infatti misteriosamente morti per avvelenamento, cosa che aveva traumatizzato la nazione. Johnny fu eccezionale nel riscattare la loro memoria con il suo altruistico gesto, a cui seguì la devoluzione dei soldi del primo premio in favore di alcune prostitute minorenni.
Johnny cresceva e si affacciava al mondo del lavoro. Desideroso di rendere i suoi affari e la sua industriosità utili non già solamente ai fini del suo guadagno, bensì alla comune utilità e specialmente sul fronte ambientale unito all’attenzione per le classi sociali meno abbienti, si adoperò alla costruzione di una discarica per lo smaltimento dei poveri.
Ma l’attività che gli fruttò maggior prestigio e che tanti vantaggi apportò all’esistenza di ogni cittadino fu quella di inventore di segnaletica per momenti di panico come terremoto od incendio. Tra i cartelli da lui ideati, che migliorarono di molto la sicurezza pubblica, spicca senz’altro il diffusissimo “In caso di pericolo, calpestare i più deboli”.
Umile quanto straordinario servo del proprio Paese, si arruolò quindi per il Vietnam. Fu lì che conobbe il suo unico vero grande amore, un amore perduto e mai sopito. Ne parlò in occasione delle celebrazioni per la sua elezione come Uomo del Minuto per la rivista Tyme: “Ero stato catturato in Vietnam. A nulla mi era valso tentare la fuga sulle schiene dei miei compagni agonizzanti. Venni condotto in un campo di prigionia, esposto alle peggiori barbariche angherie, e lei mi aiutò a scappare. Era una vietnamita, viveva nel villaggio in cui era situato quel carcere sudicio ed insanguinato dimenticato da Dio. Si macchiò di alto tradimento verso il suo stesso popolo pur di salvarmi la vita. Di lei persi ogni traccia da quando la lanciai in pasto ai vietcong per distrarli”.
Tornato in patria e coperto di onorificenze, si prodigò in veste di veterano per l’integrazione degli afroamericani. Credendo fermamente e saldamente nei sacri ed alti valori dell’amicizia, della solidarietà, della comprensione e del perdono, nonché della naturale e spontanea concordia tra gli uomini, una volta, per dimostrare la genuina veridicità e fondatezza della propria fiducia nell’altro, chiese ad un ragazzo nero di seguirlo. Senza renderlo edotto sulla destinazione, lo accompagnò a sorpresa presso una sede del Ku Klux Klan, ove, stringendolo per le spalle, proferì rivolto al capo incappucciato: “Salve, costui ha detto che tua moglie è una zoccola, ma so che saprete passarci sopra”. Indi si allontanò al fine di permettere alla fratellanza di compiere il proprio corso.
Non certo indifferente alle lotte per l’emancipazione delle donne e particolarmente sensibile alla tematica dell’interruzione di gravidanza, fu lui il creatore della tecnica di aborto tramite calcio nella panza.
Ispanici, orientali, nativi, omosessuali: non v’era minoranza i cui componenti non portassero sulla pelle i segni visibili dell’impegno di Johnny Miciomiao.
Caro è il ricordo di questo eroe, morto ieri precipitando in un burrone e trascinando nel cadere la sua amatissima consorte per risparmiare all’animo di lei sì fragile e delicato l’asperrimo dolore del lutto.
Commossi salutiamo colui il quale covò fino alla fine un unico grande sogno: la pace nel mondo. E la guerra in tutto il resto dell’universo.

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Riassunto delle forme di governo più gettonate

Posted by sdrammaturgo su 3 giugno 2009

Sottotitolo: Un agile aiuto per comprendere e tradurre quando al telegiornale si sente parlare di elezioni o delle marachelle del principino Henry

*

Monarchia

“Il padrone sono io, lo ha deciso Dio. Lo ha detto a me e pure al vescovo. Ti devi fidare. Per forza”

*

Dittatura

“Il padrone sono io e se non ti sta bene ti meno”

*

Oligarchia

“I padroni siamo noi. Che ci vuoi fare, è andata così”

*

Democrazia

“Quale padrone vuoi tra questo, questo e questo?”
“Questo”
“Spiacente, la maggioranza ha deciso che ti devi beccare quest’altro”


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“Diario simulato” 23 – Il mio compagno di banco

Posted by sdrammaturgo su 30 maggio 2009

Il mio compagno di banco è morto.
Ci siamo accorti solo dopo una settimana, che era morto. Era un tipo schivo e riservato, uno di quelli che passano inosservati. Effettivamente però mi era sembrato più immobile del solito e particolarmente taciturno in quei giorni. Il cattivo odore non ci aveva sorpreso particolarmente. D’altronde, gli altri bambini a pallone non lo facevano mai giocare perché puzzava di pecora. Sapete, era il rampollo di una gloriosa stirpe di pastori. Il suo primo amore era stato una capra. Ma non funzionò.
Solo Michelino Sportelli aveva notato qualcosa di diverso nel suo fetore: “Ehi, ultimamente puzza di pecora morta”, aveva suggerito con discrezione al resto della classe. Ma l’altro niente, immobile, curvo sul banco.
Il bidello, al momento di chiudere la scuola a fine giornata in quei sette giorni, aveva pensato: “Mah, vorrà evitare di arrivare in ritardo domani”.
Quando però lo scossi strattonandolo per il braccio per chiamarlo e controllare se stesse bene ed il braccio cadde sul banco, capimmo che forse c’era qualcosa che non andava.
“Ti inventeresti di tutto per giustificarti!”, lo apostrofò la maestra. Il suo rendimento infatti era piuttosto scarso. Avete presente quelli che sono intelligenti ma non si applicano? Ecco, il mio compagno di banco studiava con dedizione monastica, ma era irrimediabilmente stupido. Non era colpa sua, è che proprio non c’arrivava, alle cose. Non conto più le volte in cui gli ho detto: “Per scendere di sotto devi fare quelle scale là. E la tua colazione è questa”. Ma lui dagli a lanciarsi dal terrazzino e ad addentare il termosifone.
Poi arrivò il medico: “Suvvia, è un mal di pancia dovuto all’agitazione per il compito in classe. Dev’essere un tipo emotivo, il ragazzo”. Ed in effetti la pancia si stava riempiendo di vermi.
Finalmente comunque i becchini arrivarono. E si scordarono la salma del mio compagno di banco nel magazzino delle pompe funebri per un mesetto almeno. Al funerale non ci andò nessuno: il comune non pensò ad attaccare le carte in giro e presto tutti si erano dimenticati che era morto. Neppure io, tant’è che una volta una zia mi chiese: “Con chi stai di banco a scuola?” “Io? Mai avuto un compagno di banco”.
Come faccio allora a scriverne adesso così diffusamente? Semplice: ieri stavo passeggiando lungo un fosso, ho guardato in basso, ho visto una merda di cane ed ho subito pensato: “Cavolo, il mio compagno di banco!”. E così la memoria ha preso involontariamente a correre: l’infanzia in paese, il tè e biscotti prima della messa, il primo amore del mio amico con i suoi tormenti, il suo matrimonio infelice, i salotti buoni, le cene dai Guermantes. Cavolo, erano i ricordi di un altro. Però mi è sovvenuto pure il mio compagno di banco: i ricordi di quell’altro erano decisamente noiosi.
Il mio compagno di banco era prodigo e disponibile con tutti. Era sempre la persona giusta al momento giusto. Quando non serviva a nessuno.
Era una sorpresa continua, quasi mai buona.
Aveva mille facce. Tutte uguali.
La sua famiglia non si curava granché di lui. Era una persona molto sola. Quando tornava a casa, al massimo trovava ad accoglierlo qualche blatta morta sul pavimento dell’ingresso.
Era messo talmente male che una volta Edmondo De Amicis gli diede una pacca sulla spalla.
Però era imbattibile a nascondino. Nessuno si ricordava mai di lui e faceva sempre tana. Spesso a distanza di qualche giorno da quando si era nascosto.
Aveva un’altra dote: nuotava benissimo. Quando la scuola ci portava in piscina, era un piacere vederlo sguazzare. L’acqua era il suo vero habitat naturale. Vedi a volte la sfiga: sarebbe stato un’ottima aringa ed invece era nato essere umano.
Aveva sogni piuttosto modesti. Sapete, tutti i bambini sognano di fare il calciatore, il detective, il pilota, l’esploratore. Lui sognava di fare quello che traccia le righe del campo con il gesso, la guardia giurata, l’insegnante di scuola guida, l’impiegato in un’agenzia di viaggi.
Nonostante tutto ciò, si salvò sempre dai bulli, perché si dimenticavano di picchiarlo.
Ora riposa in pace, da qualche parte, chissà dove.
Sulla sua lapide manca il nome, perché né noi né i genitori né nessun altro si riesce a ricordare come si chiamasse.

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Il Gazzettone

Posted by sdrammaturgo su 9 maggio 2009

– Studente accoltellato a scuola. Alemanno: “Colpa di Romanzo criminale“. E’ vero: lo studente sosteneva che Michele Placido sia un grande regista.

Sulla vicenda si è espresso con parole durissime anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: “Sarebbe meglio evitare di accoltellarsi”.

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– Bergamo. Il consiglio comunale ha stabilito il limite di un’ora per chi chiede l’elemosina in strada. Inoltre sarà consentito avere la sclerosi multipla solo nel fine settimana.

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– Il sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino, ormai sempre più al centro di aspre contestazioni, ha deciso di dare nuovo lustro alla propria immagine pubblica. Si farà doppiare da Francesco Pannofino.

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– Messaggi subliminali nella musica leggera. E’ stato scoperto che la canzone Nel blu dipinto di blu se ascoltata al contrario fa un rumore incomprensibile.

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– Nuova battaglia vinta dal MOIGE per la morigeratezza dei costumi dei mass media in favore dei bambini. D’ora in poi non si potrà più dire in televisione Cappella Sistina, bensì Glande Sistino o, ancora meglio, Quella-Cosetta-Lì Sistina.

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Linea ora alla rubrica culturale.

Benvenuti al secondo appuntamento con le meraviglie della Storia e della Natura. Io sono sempre il professor Fito Plancton, ma un po’ più vecchio rispetto alla volta scorsa. Però, se consideriamo l’Io una somma di accidenti cangianti ineffabile ed a-sostanziale e l’identità conseguentemente soggetta al fluire temporale senza una base solida che ne costituisca l’essenza, ergo il Sé come superficie sospesa costantemente mutevole e quindi inafferrabile, sono il professor Fito Plancton, ma non sono più lo stesso dell’altra volta. E adesso sono un altro ancora. E anche adesso. E anche adesso. Eccetera.

Ricorrono un tot di anni dalla morte di Jorge Luis Borges. Uno dei massimi umanisti della storia, mente enciclopedica, scrittore, filosofo, mitografo, linguista, conosceva approfonditamente lo spagnolo, l’inglese, il tedesco, il francese, l’italiano, il portoghese, il latino, il greco, l’ebraico, l’arabo, il gaelico, l’antico sassone, il giapponese, il sanscrito, il provenzale. Eppure quando si trovò a parlare con un ternano andò in crisi.

Interessantissima scoperta nella storia della letteratura. E’ stato appurato che Cecco Angiolieri non fu l’unico poeta della famiglia: alla poesia si dedicò infatti anche il meno noto fratello, Meco Angiolieri. A differenza di Cecco, idolo ribelle romantico, una sorta di bohemien ante litteram dalla vita avventurosa e sulla cui sregolatezza si è lungamente favoleggiato, Meco era un burocrate del catasto dalla personalità decisamente più posata e dagli orizzonti assai più modesti, come d’altronde testimonia l’unico sonetto che di lui ci è rimasto, S’i’ fosse foco scalderei cipolle.

Il volto oscuro del potere. Rodrigo Borgia, divenuto papa nel 1492 con il nome di Alessandro VI, era solito sfruttare la propria posizione per circondarsi a corte di giovinette che avevano lo scopo di sollazzarlo eroticamente e tra cui nominava una favorita, la quale diveniva la cortigiana prediletta per le proprie pratiche sessuali più intime, perverse e sovente ridicole, animato com’era da una vera e propria patologia psichica, una smania frenetica di piacere fisico mista ad un esasperato e violento bisogno di essere adorato e venerato. Si trattava certamente di secoli bui ed è bello sapere che le cose siano cambiate.

Personaggi stravaganti del mondo antico. Plinio il Matusa, nelle sue Histronzatae, racconta l’assurda vicenda di Zinnepozzo di Lampsaco, filosofo e matematico vissuto in età ellenistica, contemporaneo di Pirrone, considerato un tardo-sofista, od un sofista tardo. Egli decise in giovanissima età di contare incessantemente per tutta la vita al fine di vedere a quale numero potesse arrivare un uomo nell’arco della sua intera esistenza. Convinto che ciò avrebbe permesso di penetrare i misteri della numerazione infinita e della relazione tra astrazione matematica e mondo empirico, iniziò un giorno, uno, due, tre, quattro, e proseguì senza mai smettere, imparando anche a non interrompere il conteggio neppure durante il sonno, in una sorta di sonnambulismo ragionieristico. Qualunque cosa stesse facendo, egli contava, contava sempre, procedendo ed avanzando di cifra in cifra. Immolò tutto se stesso, tutta la propria vita a questo incredibile proposito, rinunciando a tutto – comodità, affetti, viaggi, averi e quant’altro – pur di continuare ininterrottamente a contare.
E’ un vero peccato che poco prima di morire abbia perso il conto.

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Bentornati in studio. Si avvicinano le elezioni europee e per la nostra tribuna politica abbiamo oggi in collegamento il responsabile dell’Ufficio Comunicazione e Immagine del PD, l’onorevole Mino Ini.

Buonasera onorevole.

MINO INI Buonasera, senza nulla togliere – ci mancherebbe – al giorno.

INTERVISTATORE Allora onorevole, tra le critiche più frequenti che vengono mosse al Partito Democratico c’è quella secondo cui la sua compagine si mostri troppo poco netta, poco risoluta, poco chiara e poco ferma nelle proprie posizioni, alla ricerca di un centrismo vago che fa disamorare soprattutto i giovani.

MINO INI Questo accade perché i ragazzi non sono più abituati alla moderazione, ancora inquinati dalle vecchie ideologie. Pensi ad esempio al cinema. Qual è un tipico film per i giovani? Il cavaliere oscuro. Tutta questa cupezza, tutto questo estremismo. Noi dobbiamo insegnare ai giovani che le cose non sono mai o bianche o nere, ma esistono infinite sfumature di grigio. Abbiamo dunque proposto di cambiare il titolo in Il cavaliere beige. Siamo intervenuti anche sul Il buono, il brutto e il cattivo. Nelle nostre sezioni è già possibile vederlo con il nuovo titolo Il buono, il tipo e il fatto a modo suo.
Abbiamo capito che bisogna agire sul linguaggio per dare quella svolta moderata che serve al Paese. Siamo stati noi a premere per l’introduzione della formula diversamente abile al posto di disabile, come anche al posto di basso diversamente alto ed al posto di biondo diversamente moro. E credo che sarà di grande aiuto a sconfiggere il razzismo strisciante che si respira ormai in Italia iniziare a chiamare i neri diversamente bianchi. Peraltro diversamente abile calza a pennello a chi ad esempio non ha le gambe ma si arrampica sui muri, oppure su un cieco che però fa splendide rovesciate.

INTERVISTATORE Ma dove si è mai visto un cieco che sa fare le rovesciate?

MINO INI Siccome siamo un partito al passo con i tempi, abbiamo una squadra di calcio ed il nostro centravanti è cieco ma fa delle rovesciate spettacolari. Oddio, in realtà, secondo me, sarebbe più una seconda punta – sa, è un attaccante che non vede bene lo specchio della porta.

INTERVISTATORE Mi scusi, per curiosità: quanti goal ha segnato finora?

MINO INI Zero, ma non è un problema, è perfettamente in sintonia con la linea del partito.

INTERVISTATORE C’è anche chi vi accusa di essere un partito vecchio, quasi gerontocratico.

MINO INI Non è vero, siamo un partito giovane, abbiamo operato un grande ricambio generazionale. Il nostro candidato di punta, ad esempio, ad ottant’anni ha cambiato la paglietta con un coloratissimo cappello a visiera.

INTERVISTATORE La sfiducia che vi circonda comunque c’è. Abbiamo fatto un giro chiedendo alle persone un parere sul PD. Ecco cosa ci hanno risposto.

INTERVISTATORE Scusi, lei cosa ne pensa del PD?

PRIMO PASSANTE Hahahahahahaha!

INTERVISTATORE Salve, che mi dice del PD?

SECONDO PASSANTE Mmmgggh…Beh, senza dubbio, il Pd…mmmgggh…Hahahahahahaha! Mi perdoni, non ce la faccio. Hahahahahahaha!

INTERVISTATORE Senta, ma secondo lei, il PD…

TERZO PASSANTE Hahahahahahaha!

INTERVISTATORE Il PD…

QUARTO PASSANTE Hahahahahahaha!

INTERVISTATORE PD.

QUINTO PASSANTE Aaaaaaaaaaahahahahahahahaha!

MINO INI Senza dubbio dobbiamo riconquistare credibilità agli occhi dei cittadini, non lo neghiamo. Tuttavia, abbiamo già individuato quello sarà il nostro futuro target di elettorato: nella prossima campagna elettorale, ci rivolgeremo a tutti coloro i quali redigono pazientemente la letterina a Babbo Natale e sono stanchi di non ottenere una risposta ed ai devoti a Padre Pio. In futuro punteremo anche sui pellegrini abituali di Lourdes, ma sarà dura rompere il loro noto muro di scetticismo.

INTERVISTATORE Quale misura proporrete contro la crisi economica in favore dei ceti meno abbienti e per i salari più bassi?

MINO INI Un’equipe guidata dal professor Sircana sta già sviluppando il progetto della mignotta a gettoni.

INTERVISTATORE Bene, è tutto, saluto l’onorevole Mino Ini e lo lascio mentre balla in lacrime su un cubo.

Non perdetevi a seguire la nuova fiction su una madre coraggio alle prese con i problemi di povertà, disoccupazione e corruzione nel Sud Italia: Milva di Taranto, una donna d’acciaio.

Chiudo con un messaggio di solidarietà al nostro Premier: Maestà, non si lasci abbattere dalle malelingue: quel gran pezzo di figa me la sarei fatta pure io.

Buona prosecuzione.

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“Universi microscopici” 6 – Il concerto del primo maggio in sintesi

Posted by sdrammaturgo su 1 maggio 2009

Sottotitolo: Ma anche, tutti i concerti in sintesi

Sottotraccia del sottotitolo: Più in generale, la gioventù in sintesi

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“Fatevi sentire!”

“Beeeeeeeeeh!”

“Più forte!”

“BEEEEEEH!”

“Dai, passami un po’ di quel buon vinaccio in cartone!”

“Mi è rimasto solo quello nella bottiglia di plastica!”

“Va bene uguale, tanto ho già bevuto dell’ottima birraccia calda in lattina!”

“Divertiamoci! Sbomballiamoci! Su, su, più stretta questa calca, più stretta!”

“Tutti in piedi, mi raccomando!”

“Aspetta, non sono ancora abbastanza scomodo!”

“Saltiamo! Balliamo! Poghiamo! Ma soprattutto, intoniamo cori!”

“Sììì! Pooo po po po po pooo pooo!”

“Aalééé alé alé alééé aalééé aalééé!”

“Uau, ma è splendido strillare motivi insensati tutti insieme!”

“Sdraiamoci lì!”

“No, non è abbastanza sporco. Lì, lì è meglio: c’è della fanghiglia ed anche del guano, ed ho visto uno che ci vomitava la vodka dopo averci pisciato”

“Caspita, è perfetto!”

“Ma quanto ci stiamo divertendo? Eh?”

“Questa sì che è vita!”

“Ma cosa stanno suonando? Non sto sentendo”

“Meglio, meglio, pensa a urlare”

“BEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEH!”

“Che bello sventolare la bandiera della Sardegna per diciotto ore consecutive! Ho dormito nudo sull’asfalto stanotte per potere essere oggi in prima fila a sventolare con le costole a pressione contro le transenne!”

“E’ fantastico”

“Ehi, non va bene, non sento ancora abbastanza puzza”

“Vuoi uno stuzzicadenti del tuo cantante preferito a venticinque euro?”

“Certo! Sventolo pure quello! Oggi non mi ferma nessuno dallo sventolare!”

“Guarda quello, che fortunato, può dimenarsi sfrenatamente e forsennatamente agitando con viva energia lo stecchino del divo!”

“Siamo veramente giovani, non c’è che dire”

“Noi sì che sappiamo cos’è la libertà!”

“Il cantante sul palco ha detto che vi dovete calpestare per far vedere quanto siete liberi”

“Subito! Acciacchiamoci a non finire! Spacchiamoci le ossa! Massacriamoci! Non deludiamo quello che sta più in alto di noi ed è famoso alla televisione!”

“Scolo questa tanica di alcool puro mescolato a sostanze narcotiche commerciate da organizzazioni mafiose per ricordare la fame nel mondo!”

“Te la do!”

“Contro lo sfruttamento! Eccellente questo panino con la porchetta!”

“Fica! Tette! Cazzo! Culo!”

“E’ proprio un ribelle, questo volto noto della musica leggera”

“Domani dieci ore di lavoro, ma ‘sta giornata di balzi ritmici e scomposti con canzoni intonate a squarciagola con la mano alzata schiacciato tra un bresciano sbronzo, un romano ultrà ed un napoletano che ci prova con tutte non me la leva nessuno!”
“Siamo decisamente moderni”

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