Beati i poveri, perché moriranno prima

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Lettera al mio bambino mai nato

Posted by sdrammaturgo su 17 novembre 2012

Non procreare se non volevi essere procreato.
  

Dal Vangelo secondo Claudio


*

*

Caro figliolo scampato alla vita,

sono lieto di annunciarti che non nascerai.
Non preoccuparti: non verrai neppure concepito.
Io senza preservativo una donna nemmeno la guardo.
E non temo tanto l’AIDS, quanto la tua nascita. Per l’AIDS magari un giorno potrebbero trovare una cura.
Della procreazione adoro la pratica, ma detesto il risultato.
A un uomo che non usa il preservativo, peraltro, nessuna donna dovrebbe mai darla per tutto il resto della sua vita e gli dovrebbe essere negata anche la possibilità di autoerotismo: troppo comodo fare il passionale noncurante quando poi la gravidanza se la becca lei.
Se poi si dovesse verificare un incidente nonostante il contraccettivo, sappi che io sono favorevole all’aborto fino al nono mese di gravidanza.
Finché sei nel corpo della donna, sei il corpo della donna.
Qualcuno potrebbe obiettare: “Cosa ti impedisce di essere allora favorevole alla soppressione del bambino anche dopo la nascita?”.
Finché sei all’interno della fica, decide la donna. Una volta fuori, te la vedi tu. Vale anche per il cazzo, quindi non vedo perché non dovrebbe valere per te.
Per me l’embrione non è vita nei primi quarant’anni. Dopo diventa spazzatura.
Tutto dipende inoltre da come si considera la vita, se essa sia un bene o sia un male.
I cattolici pensano che la vita sia un bel dono. Ma i cattolici pensano anche che sia un angelo custode a farti evitare gli interventi a gamba tesa a calcetto e che trombare sia sbagliato, quindi valuta tu quanto siano attendibili.
Io penso che la vita sia una sciagura.
Certo, esistono anche le Stanze di Raffaello, la foresta dell’Amazzonia e Stoya, ma poi le Stanze di Raffaello sono del Vaticano, la foresta dell’Amazzonia la stanno abbattendo e Stoya non te la dà, quindi vedi che è anche peggio.
La nascita è una condanna a morte.
Hai idea di quanto sia brutto dover fare i conti con la morte? Rispetto alla morte, spesso persino la vita risulta migliore.
Siccome sei mio figlio e ti voglio bene, farò di tutto per evitarti questo supplizio.
Potresti nascere handicappato o ammalarti o essere investito da una macchina o subire violenza o essere semplicemente molto brutto e maledire ogni giorno me e il giorno in cui sei nato. E non si gioca d’azzardo sulla pelle di un altro. A maggior ragione se si tratta di soddisfare un proprio capriccio, riempire un proprio vuoto, generarsi un’ancora di salvezza.
Hai presente quando si sente dire: “Quando tutto va storto, torno a casa, guardo i miei figli e mi rincuoro”? Un figlio è il premio di consolazione.
Le persone procreano perché sono sprovviste di fantasia e hanno bisogno di qualcosa di cui occuparsi durante la giornata.
Un figlio è un tamagotchi più costoso.
Dicono: “Facciamo un figlio”. Non dicono: “Facciamo una persona”.
Non considerano che quel figlio sarà un individuo a sé stante che dovrà sopravvivere tra ogni sorta di difficoltà.
Lo vedono come un loro giocattolo, un bambolotto, che serve a dar loro l’illusione dell’eternità, come se lasciare una goccia di sborra e un’ovaia a scorrazzare sulla crosta terrestre e subire tutte le asperità della vita possa sconfiggere la morte.
E quanta presunzione nella trasmissione del proprio patrimonio genetico!
Ognuno considera il proprio DNA imperdibile per l’umanità e si sente in dovere di riprodursi.
“So fare il fischio da pecoraio e imitare la scoreggia con la mano sotto l’ascella: il retaggio del mio sangue non può andare perduto”.
Ecco, non ti metto al mondo perché non reputo così indispensabile la presenza di un altro basso pelato.
Non mi perdonerei mai poi di averti costretto a subire la scuola e il lavoro.
La scuola è una violenza pedofila di massa. È il carcere minorile per innocenti che insegna loro a diventare colpevoli.
L’università è una fabbrica di ingranaggi produttivi di livello superiore, servi specializzati o padroni robotizzati.
Il lavoro è schiavitù.
Non permetterò mai che tu divenga schiavo dello Stato o di un proprietario o dell’apparato socioeconomico. E siccome ciò è inevitabile non appena si viene scagliati nell’esistenza, non c’è altra soluzione che regalarti l’inesistenza.
Ma ci pensi a quale orrore sia l’amore famigliare?
Dover sottostare all’affetto di un padre e di una madre è veramente una disgrazia senza eguali.
Pensa a tutta la retorica dell’amore materno e paterno, tutta la congerie di sentimentalismi melensi e patetismi eroici, ai “farei di tutto per i miei figli, darei la vita per loro”. Non trovi tutto ciò angoscioso e nauseante?
Credimi, fa rimpiangere gli abusi su minore.
La famiglia serve al Principe per la produzione di nuova manodopera e per rendere più docile quella già esistente.
È la cellula base di potere atta al controllo capillare della società.
Un figlio ti rende ricattabile: nel momento in cui devi sfamare altre persone, non puoi più dire di no a ciò che ti offre il padrone, fosse anche la mansione più degradante e in contrasto con le tue idee e la tua etica, perché ormai ci sono altre persone che dipendono da te.
La famiglia serve a catturare lo schiavo con la prospettiva di un po’ di potere per poi ingabbiarlo con le responsabilità.
Non sei nessuno, non conti nulla, ma in famiglia potrai comandare e condividerai una briciola del potere del Principe, ne assaporerai una stilla d’ebbrezza.
Per mantenere questo miserabile privilegio, dovrai obbedire per sempre.
Per le frustrazioni che necessariamente accumulerai, potrai sfogarti sulla tua prole, sulla quale eserciti lo stesso potere assoluto che lo Stato, il banchiere e l’industriale esercitano su di te.
Figlio mio, non sei dunque contento? Anche grazie a te, il Governo si prenderà una soddisfazione in meno.
Sento le interviste agli operai licenziati: “Cosa daremo da mangiare ai nostri figli?”.
E vorrei dir loro: e potevate non farli, i figli.
Compagno operaio, benché io sia dalla tua parte e ti offrirò aiuto e copertura qualora vorrai sequestrare il figlio di Marchionne, non lo sai che la famiglia è stata inventata apposta per fregarti?
È imperdonabile mettere al mondo un figlio condannandolo a subire la tua stessa povertà.
Né tu né tua moglie volevate davvero figli. Quello che credete essere stato un vostro desiderio, non è vostro affatto. Vi è stato inculcato a forza. A lei è stato detto che se non si fosse gonfiata per ospitare cellule in evoluzione da ricacare dopo nove mesi, non valeva nulla come donna; a te è stato detto che se non avessi inseminato e assoggettato un esemplare fisicamente inferiore della tua specie, non saresti stato un vero uomo. E ci avete creduto.
La monogamia è un inganno. La famiglia è una trappola.
Laddove individui indipendenti senza vincoli sarebbero divisi nella socialità, la famiglia li unisce nella solitudine.
I sacrifici che fai per i tuoi figli giovano solo al tuo datore.
Si dice: “Rinuncio a tutto per i miei figli, così loro potranno avere una vita migliore”.
I figli si godranno dunque la vita grazie al martirio dei padri? No, perché anche loro faranno dei figli e il meccanismo si ripeterà, e i figli dei figli faranno figli a loro volta, e così via, incessantemente, perpetuando la sottomissione.
Come ha detto un saggio: “Un figlio ti dispensa dal vivere la tua vita per vivere la vita di un altro”.
Uno fa un figlio e dopo comincia a disperarsi per il mutuo da pagare e le bollette e le tasse scolastiche e c’è da pagare il medico e i soldi per la gita e per il nuoto e vuole la bicicletta nuova e come faremo ad arrivare a fine mese.
Trovo quantomai stupido e insensato crearsi problemi che poi bisognerà risolvere.
Che poi si sente sempre dire con sdegno: “Saranno i nostri figli a dover pagare il deficit”, “Non è giusto che i nostri figli paghino il buco della sanità” “I nostri figli pagheranno la crisi finanziaria”. Ma io dico: non fateli, questi figli, così nessuno paga niente e siamo tutti contenti, no?
Che fai, metti al mondo qualcuno affinché appiani i tuoi debiti? Allora lo vedi che sei uno stronzo?
Peraltro, crescere un figlio comporta ingenti spese, quindi i tuoi problemi economici si aggravano. Allora lo vedi che sei un coglione?
L’altra mattina mi sono svegliato ed è stato bellissimo quando ho realizzato esultante: “Ehi, io non ho figli!”.
La giornata mi ha sorriso.
Se io fossi stato Hugh Hefner, magari un pensiero a metterti al mondo lo avrei fatto per donarti l’opportunità di vivere nella Playboy Mansion circondato da conigliette porche e disponibili.
Ma se poi nascessi donna, per te sarebbe un problema lo stesso. Dovresti vedertela con stalking, molestie, stupro, Sex and the City. Gli umani imbecilli cercherebbero di impedirti di scopare liberamente, perché “sei una donna e non sta bene”. Ogni tuo pompino con un partner sessuale occasionale sarebbe una trasgressione della virtù con cui vorrebbero imbrigliarti.
È per questo che non mi piacciono le donne monogame, fedeli, pudiche, che non siano promiscue e libertine e indecorose: per quanto emancipate e ribelli e disinibite possano essere, nel momento in cui non scopano con facilità a destra e a manca, restano lo stesso l’orgoglio di papà e mamma, poiché la loro austerità virginale è in salvo e il loro corpo rimane addomesticato secondo i dettami del patriarcato sessuofobico che ci tiene alla salvaguardia della pubblica immagine di morigeratezza.
Sì, hai capito bene: la mia donna ideale è Stoya. Ma mi accontento anche di Sasha Grey.
Per me l’essere una sex worker è un valore aggiunto, mentre affermare con fierezza “non vado certo con il primo che capita” ti declassa per sempre ai miei occhi come irredimibile stolta noiosa a cui rispetto alla propria bisnonna hanno tolto dalle mani i ferri da maglia e ci hanno messo la tessera elettorale.
La frase che una donna non deve mai pronunciare se non intende farmi perdere attrazione e stima è: “Desidero soltanto te”. Pensa che palle.
Se nascessi omosessuale, non ne parliamo. Considereresti un successo ogni serata in gelateria conclusa senza un pestaggio.
Non ti farò nascere anche perché non voglio essere un padre, non voglio essere il Pater.
Il padre, fosse anche il padre più libertario possibile, incarna sempre – costitutivamente – una figura di potere, poiché è colui il quale ti ha dato la vita e si è preso cura di te quando non potevi farlo da solo.
Siccome il mio anarchismo è una cosa seria, non voglio rivestire alcun ruolo di potere.
Dal momento che non mi piace obbedire, non ho alcuna intenzione di comandare.
Ed è un atto di potere intollerabile decidere di far nascere un individuo senza che sia stato chiesto il suo parere.
Ti evito volentieri pure quel delirante senso del dovere pedagogico che infetta i genitori.
Al delirio di onnipotenza si aggiunge infatti una smania educativa vista come imperativo morale: “Devo insegnare ai miei figli cos’è giusto e cos’è sbagliato”.
Non è spaventoso? Non lo hai capito nemmeno tu, ma ti senti in dovere di tramandarlo ai tuoi figli.
Nella migliore delle ipotesi, li renderai depositari di un immane bagaglio culturale di cazzate, errori e atrocità.
Tant’è che non facciamo che ripetere le idiozie dei nostri avi.
Visto che non ho alcuna intenzione di inquinarti con le mie inadeguatezze, figlio mio, non mi permetterò di farti nascere.
Il tuo mancato concepimento e la tua non nascita sono anche una forma di rispetto verso la donna.
È infatti il corpo della donna che si deforma, è la donna che deve sopportare tutti i dolori, tutti gli affanni, tutti i rischi, tutti gli inconvenienti e tutti gli inestetismi che la gravidanza comporta.
Voglio dire: un organismo esterno si insedia in un corpo e poi esce tra sofferenze inumane. Non ti ricorda qualcosa? Esatto: Alien.
Tua madre non è un forno. Per questo non sarà tua madre.
L’istinto materno non esiste. Esiste solo l’istinto del capo ufficio marketing della Pampers a vendere più pannolini.
E di sicuro non c’è da fidarsi se è un prete a dire che bisogna fare più bambini.
Ti rendi conto che qui c’è gente che crede in dio?
Su questo pianeta siamo troppi. Siamo arrivati a sette miliardi, numeri da batteri.
Le risorse scarseggiano, abbiamo devastato tutto, deturpato tutta la bellezza.
Imprigioniamo, sfruttiamo, torturiamo, uccidiamo gli animali.
Non voglio contribuire a tutto questo e non voglio che vi contribuisca tu. Tanto meno intendo obbligarti a vivere in un mondo fatto di mostruosità e sopraffazione, ove gli esponenti delle forze dell’ordine hanno una vita sessuale e in cui quando ti metti a letto poi devi rialzarti per andare a pisciare.
La vita è faticosa soprattutto per le piccole cose della quotidianità. Ed è una fatica inutile. Te la risparmio volentieri.
Ora tu ti chiederai: “Stai forse dicendo che chi procrea per scelta è un cretino?”. No: anche un pazzo criminale.
Non farò di te la mia vittima.
Il regalo più grande che io possa farti è non metterti al mondo.
Godi dunque, oh figlio mio, degli innumerevoli vantaggi dell’inesistenza priva d’avversità, e sappi che il tuo papà ti invidia molto.
Quanto a me, cercherò anch’io di godere degli innumerevoli vantaggi della tua inesistenza.
Ma se il profilattico si dovesse rompere, il preservativo femminile cedesse più velocemente delle buste della spesa biodegradabili, la pillola non funzionasse, la spirale fallisse, il diaframma si bucasse, il cerotto si rivelasse un imbroglio, trovassimo solo medici obiettori che ci negassero la pillola del giorno dopo e tua madre non volesse abortire, ti prometto solennemente, anzi ti giuro su Stoya, che farò di tutto per mantenerti tutta la vita; non dovrai mai lavorare; dovrai vedere la paghetta come Risarcimento Nascita Non Richiesta; non dovrai mai dirmi grazie; non dovrai mai chiedermi il permesso; non dovrai onorarmi; non dovrai rispettarmi, se non me lo merito; non dovrai mai sentirti in debito con me; non dovrai mai preoccuparti delle soddisfazioni che vorrò da te o che non mi avrai dato; non dovrai mai sentirti figlio, ma sempre individuo libero prossimo mio e mio pari; non dovrai mai chiamarmi papà.
Ma se diventi cattolico te gonfio.

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Con gli occhi del cittadino medio in strada

Posted by sdrammaturgo su 12 giugno 2012

Normale                       Scandaloso

   

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Normale                       Scandaloso

   

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Normale                      Scandaloso

 

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Co.co.pro.fagia

Posted by sdrammaturgo su 12 marzo 2012

Dalle vetrate dell’Inps, prigioniero,
vedo la fregna che passa di fòri.
Loro nun guardano ne ‘sto maniero,
che pare che dice: “Si entri, mòri”.

E certo noi qui dentro nun sem vivi:
lo spirto nostro è ‘n cumulo de stracci,
morente non per valli, non per clivi,
ma ne ‘sto scatolone de poracci.

E intanto passa in fretta Gran Falcata
e subito l’insegue Veste Scura;
incrocia entrambe Assorta Pensierosa

lumando di beltate la giornata.
Tra le scartoffie, ad ogni scollatura,
il grigio mal si mescola col rosa.

*

E fanno bene a corre lontano,
via da ‘sto posto, ‘sta desolazione,
ché nun attizza chi tende la mano
pe’ l’assegno de disoccupazione.

Van dal musico, dal ricercatore,
oppur dall’ingegnere o ‘l collo bianco;
da chi je dà ‘n futuro, no ‘n par d’ore,
da chi che de campà nun è mai stanco.

E nu’ le biasimo né le condanno:
li fiori nun ponno stà sott’a ‘n sasso.
Nun s’ha da stà co’ l’ansia pe’ ‘l mattino:

la vita comoda è mejo d’affanno.
Li sacrifici buttate a lo scasso,
a ricchi e belli legate il destino.

*

In questa vita che ce danno a nolo,
io, cattivo pagante, ne ‘sto mondo,
con quel che costa, te posso offrì solo
la fila a la posta. E intanto grondo

tra l’Inail che te manda al Caf dell’Ente,
il Caf al Caaf, il Caaf al Patronato,
e tutta ‘sta fatica deprimente
pe’ prende l’elemosina de Stato.

Lui t’affama, t’abbevera ‘l nemico.
Me rubi cento e poi me dai due o tre
e inventi ‘sto sistema che ciascuno

nun vede ‘l Principe, ma ‘n timbro e ‘n plico.
A dominatte è sempre qualche re,
eppure nun te domina nessuno.

*

Con me ‘l timor del carcere funziona:
si nun vo a rubbà a li macellari
è sol pe’ la paura d’esse Giona
‘nculato nei cetacei giudiziari.

Eh, si adesso me vedessero l’ècchese…
Dirìan: “Che culo mannatte a fanculo!”
E poi: “Dura lècchese sedde lècchese”
E legge vuol che si bastoni il mulo.

Ah, l’amori iti… Una ha fama,
io ho fame; due son con benestanti.
Insomma, per tutte grosso successo.

Io sto qui: lì la fica, qui la brama,
co’ ‘sto vetro a separà le passanti
da li stronzi che intasano ‘sto cesso.

*

“Eppure ce parevi promettente.
Ma lo vedi come te sei ridotto?”
La vita, se sa, è ‘na gran fetente:
te trovi fallito in quattr’e quattr’otto,

in coda a ‘no sportello pe’ ‘n contratto
che n’ t’hanno rinnovato. Sei ‘no schiavo:
dell’esistenza t’hanno fatto ratto
‘l padrone e quello che je dice: “Bravo”.

Ed ecco che lì fòri, tutte belle;
qui dentro, oppure al Centro pe’ l’Impiego,
ce so’ la grassa, la zoppa, la muta

co’ la prole, che je diresti a quelle:
“Io proprio davvero nu’ me lo spiego:
ma che te dice ‘sta capoccia astuta

*

d’annà a appioppà a ‘n’ artra pora persona
la stessa vita tua che fa schifo?
Brutta la sua, la tua meno bona.
Famija, scòla, dio, lavoro e tifo:

così ‘l Governo t’afferra pe’ l’ano,
te strizza la palle, cuce la sorca.
Si voj fà la guerra, sta’ sul divano;
si voj libertà, no fiji, più porca”

Noi semo brutti, bassi, tozzi e calvi;
lo sborro nelle palle è sol veleno:
nun va diffuso come inquinamento

e i non mai nati tutti fatti salvi.
De vita in povertà se ne fa a meno.
Nun me pare ‘na grazia ‘sto tormento.

*

Ecco, questo è ‘l banchetto del Potere:
ce stamo assisi, nun potemo arzacce;
qui la miseria, lì le fregne vere;
e guardele, ‘ste zinne, che bisacce!

E ‘l vetro manna pure ‘l mi’ riflesso
e quello de quest’artri sciagurati.
Da solo me guardo e me dico: “Fesso”
La gara a chi so’ più diseredati.

La vita è ‘na mela, ce dan la scorza.
Lo chiamano progresso, Social Patto.
A me me pare solo ‘na pazzia.

T’hanno fatto mette a ssede pe’ forza,
t’han detto: “Magna. È bono ‘sto piatto
de mmerda? Se chiama Democrazia”

*

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“Sonetti del barbiere libertario” 8

Posted by sdrammaturgo su 2 febbraio 2012

Alle superbe schiave

*

Impiegata che vai a manifestà
e dici: «Escort? ‘N par de cojone!
Io so’ contro la mercificazione!»
e quell’ott’ore chiami libertà:

ma nu’ lo sai che tu se’ ancor più cosa?
Che pe’ ‘l padrone che te tiene ansante
tu conti tale e quale a la stampante?
Tu presti per danar il corpo a iosa:

dai occhi, mani, testa, piedi e core
e nun c’è alternativa a la fatica.
L’istesso vale poi pe’ l’operaia,

docente, chirurga, schiave de paja.
Che differenza c’è tra orecchie e fica?
Sol quella che pretendono le sòre.

La troia “sanza onore”?
Guadagna più, lavora meno e tromba.
Tu mòri in un ufficio ch’è ‘na tomba.

*

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Logica vs. Legge – Lotta di classe in treno

Posted by sdrammaturgo su 9 maggio 2011

Treno Orte-Roma Tiburtina.
Il Passeggero Razionale constata che la seconda classe è piena. Va avanti ed arriva al vagone di prima classe, completamente vuoto, fatta eccezione per quattro o cinque posti occupati.
Si siede ed inizia a leggere un libro.
Arriva il Controllore.

CONTROLLORE Biglietto prego.

Il Passeggero Razionale mostra il biglietto.

CONTROLLORE Questo però è di seconda classe, qui siamo in prima.

PASSEGGERO Lo so, ma in seconda classe era tutto pieno, ho visto che questo vagone era vuoto e mi sono messo qui.

CONTROLLORE Ma lei qui non può stare.

PASSEGGERO Ma non c’è nessuno.

CONTROLLORE O paga il supplemento o se ne va.

PASSEGGERO Visto che mancano venti minuti all’arrivo, non potrei restare?

CONTROLLORE No, non può. Ci sono delle regole da rispettare.

PASSEGGERO Ma non ho tolto il posto a nessuno che abbia legittimamente diritto. Per dire, se arrivasse un passeggero con il biglietto di prima classe e reclamasse il mio posto, proprio questo nonostante tutti gli altri siano liberi, lo cederei, naturalmente. Ma questa è una tratta breve di appena mezz’ora, non ci sono fermate intermedie, chi doveva salire è già salito, quindi non solo non ho danneggiato nessuno, ma non c’è neppure la possibilità che io possa danneggiare qualcuno da qui a fine corsa. E, ripeto, anche se dovesse materializzarsi dal nulla un passeggero di prima classe che volesse il mio posto, me ne andrei. Ma ci sono solo quelle quattro persone laggiù.

CONTROLLORE Mi sta prendendo in giro?

PASSEGGERO No. Sto solo dicendo che non ho di fatto rubato niente a nessuno.

CONTROLLORE Insomma, le regole sono regole. I passeggeri di prima classe hanno diritto alla loro privacy.

PASSEGGERO (sbigottito) Ma non sto mica in braccio a loro! Né li sto importunando o ascoltando i loro discorsi!

CONTROLLORE Queste battute non le sopporto. I passeggeri di prima classe devono avere la loro tranquillità.

PASSEGGERO Ma quali battute?! Potrei capire se stessi ascoltando musica a tutto volume. Ma sto leggendo un libro in silenzio, non do fastidio a nessuno. Mi scusi, ma se sale un passeggero del tutto identico a me con un biglietto di prima classe, si siede qui e si mette a leggere un libro come sto facendo io, cosa cambia ai fini della tranquillità dei passeggeri là in fondo? Dubito che percepiscano nell’aria la presenza di un povero. Oppure se io stesso ora tiro fuori un biglietto di prima classe o pago il supplemento e poi continuo a fare le stesse cose che stavo facendo prima, cosa muta nella loro condizione? In che modo posso ledere la loro privacy o la loro tranquillità ora e smettere di farlo automaticamente non appena estraggo un biglietto più costoso di quello che ho?

CONTROLLORE Non faccia lo spiritoso. Ecco, vede? Laggiù nel vagone di seconda classe ci sono due o tre posti liberi.

PASSEGGERO Sì, ma ci sono di mezzo borsoni e valigie, per sedermi dovrei scavalcare alcuni passeggeri, farne scansare degli altri, far spostare le cose a qualcuno. Così facendo sì che disturberei la quiete di alcune persone. Mentre se rimango qui, nessuno viene turbato dalla mia presenza.

CONTROLLORE E se tutti facessero come lei? Se tutti quelli di seconda classe si mettessero in prima perché è vuoto?

PASSEGGERO Beh, a parte che è un problema che non si pone vista l’improbabilità dell’evenienza, ma va bene, radicalizziamo la questione: seppure tutti quelli in possesso di un biglietto di seconda classe si sedessero in prima e si alzassero qualora salissero passeggeri di prima classe lasciando loro il posto che spetta di diritto a chi ha pagato di più, andrebbe più che bene, direi.

CONTROLLORE Ah ecco, quindi facciamo che ognuno fa come gli pare e non conta più la differenza tra prima e seconda classe. Questa è una sua idea, però!

PASSEGGERO Ma non sto facendo un discorso politico sull’abolizione delle classi e l’uguaglianza. Il mio è un ragionamento puramente logico e pragmatico. Ecco, vede? Ora che io mi sono alzato, non è che al mio posto si è seduto un passeggero con un biglietto di prima classe, visto che non ce ne sono ed il vagone è completamente sgombro: è rimasto vuoto. Dunque, vuoto per vuoto, non è meglio che ci si sieda qualcuno?

CONTROLLORE No!

PASSEGGERO Ma scusi, i sedili sono fatti per le persone. Così stiamo facendo fare un viaggetto a delle poltrone vuote! Che senso ha?! Guardi, il vagone è vuoto, ci sono solo quattro o cinque persone per una cinquantina di posti!

CONTROLLORE C’è una regola e va rispettata.

PASSEGGERO Ma la regola deve essere tale in quanto giusta, non è che è giusta in quanto regola. Poi esistono anche il buonsenso, l’applicazione e l’interpretazione volta per volta.

CONTROLLORE La legge è la legge.

PASSEGGERO Ho appena capito che la legge serve a dare un motivo di vita a chi non ne ha di migliori.

CONTROLLORE Lei ha un motivo di vita?

PASSEGGERO Migliore di questo.

CONTROLLORE Arrivederci.

PASSEGGERO Arrivederci.

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L’equivoco quando si parla di mercificazione dei corpi

Posted by sdrammaturgo su 14 febbraio 2011

Il problema non è la valletta nuda. Il problema è il presentatore vestito.

L’umiliazione non è la nudità: l’umiliazione è giacca e cravatta.

*

Sopra, chiari esempi di palese dignità di persone evidentemente libere

*

Donne, non fate le escort. Non è dignitoso. Fate le stagiste fotocopiatrici all’Unità per Concita De Gregorio 10 ore al giorno 5 giorni a settimana per 400 euro al mese. Quello sì che lo è.

La libertà è nell’alternativa.

Se non puoi scegliere, sei suddito e servo.

Dignità è libertà. Lavoro è schiavitù. Schiavitù non è libertà. Lavoro non è dignità.

Io allo Slave Pride non ci sono andato.

 

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“Sonetti del barbiere libertario” 4

Posted by sdrammaturgo su 23 gennaio 2011

La corona del Re Solarium

*

*

‘L problema nun so’ l’orge: è ‘l potere.
Fà l’orge è bello assai co’ le mignotte,
e pe’ mignotte intendo chi de notte
s’appresta a quel ch’è giusto, ch’è ‘l piacere,

o de mattina, ‘nsomma quanno vòle,
e come dove quanto e con chi pure.
E si lo fa pe’ solde e proprie cure
nun è da men di chi pe’ passion sòle.

Mignotta è cosa bona: vor dì sciorta.
Chi l’usa come offesa adè ‘n poraccio,
ner senso de lo spirto e sale ‘n capo.

Ner senso der cojon, persin Satràpo
appresso a Cerusìco ed a Bravaccio
e tanto a Professor Coscienza Corta

*

e me barbiero e muratore stracco
invece troie sem come le dette:
e che forse noe l’ore benedette
p’avecce ‘n po’ de pane ed un bivacco

nu’ le passamo all’opra a prestà ‘l corpo?
Che sia fica, la mano od il cervello
sempre ‘l corpo usi, e ‘n padroncello
ar guinzajo te spreme come ‘n porpo.

‘L guaio è que’: in proprietà privata
lavori pe’ pagà ‘l gioiello a ‘n altro,
e pure chi comanna è schiavo a sé,

ché sempre presto s’arza come te
– nemmanco si lo stesse a inseguì ‘n veltro –
pe’ conservà la via privilegiata.

*

Ma tosto per tornar alla quistione,
parlavo del monarca che se sbatte
di più le cortigiane, regie batte,
che del su’ regno, e spregia commistione

*

con noi, che semo simili in catene.
E allora io te dico, sommo sire:
a me me piace ‘l fatto che tu mire
di più alle belle fregne che alle pene

di cui vuol farci ricchi gente in saio;
e pure dico brave alle puttane
che fanno storce ‘l naso a puritane
che gridono: “Donnacce!” co’ ‘n abbaio

oppure: “Poverelle, triste sorte”.
Ma allor, si ciò te preme, via cravatta!
Proclama: “Basta ordini e governi!”

e fa’ con noi d’estate i tristi inverni.
E via, più gnuno schiavo ch’arrabatta
pe’ giunge in bella cassa al dì di morte.

*

E gnudi in superficie e non sotterra,
ché nun è mai vergogna d’esse tali,
e tutti alfin contenti a trombà uguali.
Non dee più la fanciulla che rinserra

disio de fà la scesa in senso inverso
sognà lustrini sciocchi che tu j’offri.
E come gode lei, tu manco soffri.
E più nun viene detto ch’è ‘n perverso

chi ama pijallo ‘n culo o leccà ‘l cesso.
Se scopa pe’ scopà, no pe’ carriera,
e pure si pe’ scambio, gnuno è sopra.

E nun c’è più morale che te copra
né sòra che te salda la cerniera,
niun patto tra re e papa a famme fesso.

*

Ma a te guardà nell’occhi nun te piace
le pecore che poe te van sbranando.
A pecora va ben, ma pari stando;
e invece ce voj servi su la brace.

*

A te te piace stà sopra ‘n artare
e sotto a batte cassa donne astute,
magari brave, forse sprovvedute,
o acce, ma comunque nun so’ pare.

Chi dice che ‘l castel ha d’ess’austero.
Io dico che ‘l castel nun c’ha da essa
e vojo il bacchetton sott’a ‘na pressa
e mazza e topa sanza più mistero.

Io questo te contesto: nel palazzo
te chiudi e rubi a noi che semo fori
e in nomine de dio ce sfrutti e castri

e ricco de zinnone e d’alabastri
consideri ogni ben tuoi sol tesori.
E dici: “Io so’ io e tu n’ se’ ‘n cazzo”.

*

E dunque che se trombi mascherati,
ma tutti, l’operai e li notari,
e gnuno che ce tratti da scolari
a dicce: “O la famiglia oppur dannati!”.

Ma peggio de la corte è chi in cortile
muggisce e vuol opporti la crianza,
e fiero de sei fiji in una stanza
propone pudicizia co’ la bile.

L’abbronzatura sia pe’ libertà
e no pe’ trae in inganno a chi ce casca;
le donne a venti o trenta diano ‘l culo,

si vonno; ‘l frocio possa, gnun sia mulo.
Nessuno sia sol carne ch’altri pasca;
si trombi: né trombon né sacertà.

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La badante è un elettrodomestico

Posted by sdrammaturgo su 8 gennaio 2011

La badante, istruzioni per l'uso

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Guida all’utilizzo della badante

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Non esporre alle intemperie.

In caso di pioggia, munire di ombrello.

Non smontare.

In caso di necessità, penetrare mostrando permesso di soggiorno scaduto.

E’ possibile ottenere nuove badanti facendo unire la vostra unità con altro strumento lavorativo organico (es. nel settore edile), preferibilmente di pari tipologia e provenienza.

Non retribuire o retribuire il meno possibile onde non alterarne la categoria sociale.

Non ha bisogno di svaghi ed affetti.

Non chiudere le vie respiratorie per più di un minuto.

Nutrire almeno due volte al giorno e provvedere ad idratazione costante.

Richiede manutenzione minima.

Necessita espulsione di scorie liquide e solide quotidianamente più volte al dì.

Evitare urti troppo violenti.

Moderate percosse a scadenze regolari ne migliorano l’efficienza.

In caso di denuncia alle autorità competenti, minacciare.

Se sopraggiungono malfunzionamenti, riporre in CIE.

Lasciar spegnere per almeno 6 ore durante la notte ne migliora le prestazioni.

Teme l’umido.

Teme il rimpatrio.

Conservare in luogo fresco ed asciutto.

Non esporre a temperatura superiore a 40 gradi.

Non lasciare troppo a lungo sotto al sole battente, tanto più se in automobile parcheggiata.

In caso di esposizione a temperatura inferiore ai 25 gradi, coprire con indumenti.

Coprire maggiormente man mano che la temperatura esterna si abbassa.

Mantenere temperatura interna sui 36 gradi circa.

In caso di aumento della temperatura interna, isolare in uno scantinato e non toccare.

In caso di eccessivo abbassamento della temperatura interna, consultare un becchino.

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Gli schiavi manifestano per avere una catena più colorata

Posted by sdrammaturgo su 22 dicembre 2010

“Sì! Rivendico voglio pretendo il diritto ad essere segregato in una stanza cinque ore al giorno sei giorni a settimana insieme ad una ventina di sconosciuti con cui non ho scelto di stare ed alzarmi in piedi quando entra il mio superiore al quale devo chiedere il permesso per andare al cesso utilizzando la terza persona femminile singolare in segno di sottomissione ed il quale come se fossi una pignatta da concorso alla fiera dei recipienti di cui valutare la capienza giudicherà numericamente il risultato dei miei sforzi aggiuntivi pomeridiani compiuti per ottenere un eccellente livello di apprendimento dei programmi ministeriali selezionati da quelli che comandano i quali hanno stabilito cosa devo conoscere e cosa no e soprattutto come in base al pensiero dominante in modo tale che forte di ore ed ore di studio che mi avranno ben distinto dagli altri miei simili potrò accedere ad un’istruzione di più alto livello e dopo essermi lasciato orgogliosamente indottrinare dallo Stato ed aver dimostrato di aver imparato ed assorbito i valori di gerarchia obbedienza competizione e produttività mi sarà rilasciato un regolare documento dove sarà attestata la mia piena accettazione del Potere e sarà segnato il grado della mia qualità di strumento da lavoro cosicché forte del mio sapere specialistico universitario settorializzato ed ottimizzato potrò divenire un efficiente ingranaggio della catena di montaggio civile capitalista neoliberista facendomi il culo otto ore al giorno cinque o sei giorni a settimana dodici mesi all’anno tranne quindici giorni ad agosto per quarant’anni al fine di finanziare la vasca idromassaggio del mio datore il quale ripagherà i miei sforzi permettendomi di nutrirmi e legarmi ad una donna con la quale fonderò un nuovo nucleo base di controllo sociale e genererò futura manodopera poiché il cittadino maturo è quello che asseconda il corso degli eventi coercitivamente indirizzati ritenendosi al contempo indipendente e se sarò molto bravo potrò diventare sfruttatore a mia volta e questa più elevata posizione mi permetterà di godere di una proprietà privata più cospicua che proteggerò ed amplierò alzandomi presto la mattina per tutta la vita e lavorando sodo per la produzione di oggetti o servizi privi di una reale utilità ma fondamentali a far girare denaro in tondo che consentirà la conservazione dei rapporti di forza tra padrone e schiavo ed alla fine potrò permettermi una tomba bellissima perché la cultura dell’establishment mi rende libero!”.

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Vuoi questo diritto? Non c’è bisogno che tu vada a manifestare: ti cedo volentieri il mio.
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“Universi microscopici” 6 – Il concerto del primo maggio in sintesi

Posted by sdrammaturgo su 1 maggio 2009

Sottotitolo: Ma anche, tutti i concerti in sintesi

Sottotraccia del sottotitolo: Più in generale, la gioventù in sintesi

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“Fatevi sentire!”

“Beeeeeeeeeh!”

“Più forte!”

“BEEEEEEH!”

“Dai, passami un po’ di quel buon vinaccio in cartone!”

“Mi è rimasto solo quello nella bottiglia di plastica!”

“Va bene uguale, tanto ho già bevuto dell’ottima birraccia calda in lattina!”

“Divertiamoci! Sbomballiamoci! Su, su, più stretta questa calca, più stretta!”

“Tutti in piedi, mi raccomando!”

“Aspetta, non sono ancora abbastanza scomodo!”

“Saltiamo! Balliamo! Poghiamo! Ma soprattutto, intoniamo cori!”

“Sììì! Pooo po po po po pooo pooo!”

“Aalééé alé alé alééé aalééé aalééé!”

“Uau, ma è splendido strillare motivi insensati tutti insieme!”

“Sdraiamoci lì!”

“No, non è abbastanza sporco. Lì, lì è meglio: c’è della fanghiglia ed anche del guano, ed ho visto uno che ci vomitava la vodka dopo averci pisciato”

“Caspita, è perfetto!”

“Ma quanto ci stiamo divertendo? Eh?”

“Questa sì che è vita!”

“Ma cosa stanno suonando? Non sto sentendo”

“Meglio, meglio, pensa a urlare”

“BEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEH!”

“Che bello sventolare la bandiera della Sardegna per diciotto ore consecutive! Ho dormito nudo sull’asfalto stanotte per potere essere oggi in prima fila a sventolare con le costole a pressione contro le transenne!”

“E’ fantastico”

“Ehi, non va bene, non sento ancora abbastanza puzza”

“Vuoi uno stuzzicadenti del tuo cantante preferito a venticinque euro?”

“Certo! Sventolo pure quello! Oggi non mi ferma nessuno dallo sventolare!”

“Guarda quello, che fortunato, può dimenarsi sfrenatamente e forsennatamente agitando con viva energia lo stecchino del divo!”

“Siamo veramente giovani, non c’è che dire”

“Noi sì che sappiamo cos’è la libertà!”

“Il cantante sul palco ha detto che vi dovete calpestare per far vedere quanto siete liberi”

“Subito! Acciacchiamoci a non finire! Spacchiamoci le ossa! Massacriamoci! Non deludiamo quello che sta più in alto di noi ed è famoso alla televisione!”

“Scolo questa tanica di alcool puro mescolato a sostanze narcotiche commerciate da organizzazioni mafiose per ricordare la fame nel mondo!”

“Te la do!”

“Contro lo sfruttamento! Eccellente questo panino con la porchetta!”

“Fica! Tette! Cazzo! Culo!”

“E’ proprio un ribelle, questo volto noto della musica leggera”

“Domani dieci ore di lavoro, ma ‘sta giornata di balzi ritmici e scomposti con canzoni intonate a squarciagola con la mano alzata schiacciato tra un bresciano sbronzo, un romano ultrà ed un napoletano che ci prova con tutte non me la leva nessuno!”
“Siamo decisamente moderni”

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Neo-benedettismo

Posted by sdrammaturgo su 6 marzo 2009


Sabato sera                                                      Lunedì mattina
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Salta et labora

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“Pedanteria politicizzata” 8 – L’automobile

Posted by sdrammaturgo su 31 gennaio 2009

L’automobile è indubbiamente ed indiscutibilmente l’oggetto più brutto mai realizzato dall’essere umano.
Se la bellezza stimola il pensiero, la bruttezza lo ottunde. Di fronte ad un’opera bella l’intelletto si esalta, spalancando le porte del senso critico e dell’immaginazione. La bruttezza, di contro, impigrisce, smorza gli aneliti vitali, schiaccia a terra la fantasia.
Dunque, se la bellezza rende liberi (solleticando l’intelligenza e dunque l’autocoscienza), la bruttezza abbrutisce ed incatena.
Appendete capolavori del Rinascimento alle pareti della baracca di alcuni braccianti delle piantagioni di cotone e codesti prenderanno pian piano consapevolezza della propria condizione fino a ribellarsi, per liberarsi dalla bruttezza e dal grigiore del loro giogo.
Prima ancora che di gas di scarico, dunque, le automobili hanno inquinato le città con la loro insopportabile bruttezza. E questa bruttezza ha lavorato così bene sulle menti che, imbarbaritesi, si sono abituate all’orrore, ad essere circondate da queste informi e deformi scatole metalliche su ruote che altrimenti offendono la vista e tutti e cinque i sensi. E non basta: agli occhi dei più non solo appaiono come qualcosa di normalissmo, ma addirittura di bello, piacevole, qualcosa da bramare. Di più: un obiettivo eistenziale. Un ignobile, miserabile obiettivo.
E’ incredibile il potere della pubblicità ed è sconcertante la pochezza dell’individuo: la prima cerca di convincere il secondo che la merda sia buona ed il secondo si convince subito. Difatti, chissà cosa si penserebbe se sulle strade rotolassero in continuazione milioni di cumuli di letame o se ammassi di stabbio venissero depositati ovunque, su piazze, vie, viali, sentieri e marciapiedi. Giacché, sia chiaro: un’automobile non è nulla di così diverso rispetto ad un mucchio di merda: al pari di quello, è brutta a vedersi e puzza. Ma, probabilmente, qualora la televisione dicesse che possedere una montagnola di merda è cosa buona e giusta, tutti correrebbero ad accaparrarsi il loro personale stronzone gigante e lo amerebbero alla follia, conservandolo con ogni cura. I più benestanti avrebbero naturalmente un agglomerato di merda più solido e compatto, accessoriato con ogni bitorzolo escrementizio, se ne vanterebbero a non finire e verrebbero invidiati dal resto della popolazione per quella grossa lussuosa merdona che solo una sparuta elite potrebbe permettersi.
Queste arroganti volgarizzazioni della carriola hanno invaso le città, i paesi, ogni spazio urbano e financo quelli naturali. Niente è più disturbante di un’automobile. Non c’è scorcio o paesaggio che non venga deturpato dalla presenza ingombrante di un’automobile. Prendete un vicolo nel centro storico di Roma o di Firenze, oppure una stradina di un villaggio di campagna, parcheggiateci un’automobile ed avrete rovinato la purezza di quella suggestiva visione colma di fascino e di storia.
Per non parlare di uno dei più grandi abomini di cui si sia macchiato l’uomo, un vero e proprio crimine contro l’umanità e la Terra tutta: il rally. Il silenzio primigenio delle pianure desertiche, la sacralità delle distese dove la natura si conserva più spigolosa e selvaggia, violati dal gretto rombare e dalla rozza figura di questi cubi aggoffati.
Un vecchio adagio vuole che sì, le automobili moderne sono tutte brutte e tutte uguali, ma quelle d’epoca sono tutta un’altra cosa. Ma questo non è che un luogo comune, erroneo e fallace come ogni vulgata. Il punto infatti è che l’automobile non può essere bella in quanto intimamente brutta, giacché essa porta in sé e con sé tutta l’aggressività del progresso industriale malsano ed inutile. Vero emblema dell’età dei consumi, nessuna idea filosofico-architettonica ne supporta il disegno e la concezione al di fuori dell’imperativo della vendita. Senza scomodare l’arte, nell’artigianato preindustriale ogni singolo manufatto dialogava, anche inconsapevolmente, con lo spazio e con il tempo, con la Storia e con la Natura. Come Brunelleschi intendeva fare qualcosa dello spazio, creando una sorta di continuum della natura stessa nella sua essenza (emulandone l’armonia immanente) con lo Spedale degli Innocenti, allo stesso modo anche un umile vasaio aveva le mani pervase da un magma culturale, magari a lui ignoto, che ne guidava il gesto costruttore e plasmava le linee dei suoi prodotti.
Nell’automobile questo non accade. L’automobile è, è stata e sempre sarà un oggetto assolutamente vuoto, anzi peggio: pieno di vuoto. L’automobile deve essere solo accattivante, poiché deve vendere: vendere se stessa e lo sconfortante niente consumistico da essa rappresentato.
Nell’automobile tutto è brutto, tutto concorre all’angoscioso risultato finale: la forma grottesca di un bisonte spastico e gonfiato, quando non missilistica come un pisello malformato; la lucentezza kitsch, il rumore fastidioso; la gomma vomitevole delle ruote, il cattivo odore del fumo; i fari offensivi, gli interni come un salotto di pessimo gusto. E le vetture considerate più belle, quelle lussuose, sogno proibito ed oggetto del desiderio, roba da ricchi, pochi fortunati ed eletti, sono a maggior ragione ancora più brutte in quanto ancor più sfacciate e caricate nella loro sconcezza.
Quanta maggiore dignità estetica in un carretto od in un risciò.
Status symbol, segno distintivo dell’appartenenza ad un dato ceto sociale, l’automobile, nata come mezzo di trasporto, diviene fine. Essa dice: “Comprami e con me divorerai la strada, fagociterai tutto quanto ti sta intorno. Io sono il nuovo dio, il totem dell’era della tecnica. Io ti identificherò, sarò la tua identità: amplificherò il tuo Io o ne creerò uno nuovo. D’altronde, dimmi che macchina hai e ti dirò chi sei. Disinteressati di tutto quanto. Lascia stare i fiumi e le montagne ed i dipinti ed i romanzi e l’ozio ed il sesso ed il cibo e le passeggiate. Non badare a chi sei e cosa non sei: io sono tutto ciò di cui hai bisogno”. L’automobile tesse il grande inganno del vuoto e tutti vi cadono. Artisti come Calder la decorano, scrittori la celebrano, si fa persino letteratura. L’automobile diventa passione imposta, autoimposta ed accettata dalla quasi totalità; un uomo che non ama le automobili, che non vi si interessa e non ne parla diffusamente al bar o dal barbiere è un uomo piuttosto anomalo, un tipo strano. In una parola, un dissidente nella dittatura del consumo, che è totalitarismo della bruttezza.
L’automobile celebra la soffocante vacuità dell’apparato capitalistico-mediatico. Carrozzieri, ingegneri meccanici, concessionari, sono i veri nemici della civiltà, poiché sintetizzano e diffondono il peggior virus: il morbo della bruttezza.
E come non parlare della sconvolgente usanza di offrire da bere agli amici allorché si acquista un nuovo barattolo semovente? Chissà cosa penserebbe la comunità di uno che pagasse da bere per festeggiare il nuovo ferro da stiro od il nuovo frullatore.
Non è un caso che l’automobile fosse il tòpos eletto di coloro i quali sognavano di uccidere il chiaro di luna, distruggere il Louvre, spazzare via la Bellezza per sostituirla con la Potenza e la Velocità: i futuristi, veri padri del fascismo (bellezza=libertà, bruttezza=schiavitù).
Ma essi erano ancora degli artisti e le loro opere si rivelarono pervase di magia e circonfuse di meraviglia. In una parola, belle.
La città che sale, dipinse Umberto Boccioni, il quale sognava nuove metropoli trainate e trascinate dal vigore dell’automobile. Ora la città è salita ed ha tutto schiacciato, tutto soffocato, tutto oppresso. E chissà cosa ne penserebbe Boccioni di queste metropoli che non somigliano affatto al suo quadro.
L’automobile è certamente utile, ma, in virtù della sua invereconda mostruosità, dovrebbe essere celata agli sguardi, nascosta con vergogna, utilizzata solo quando nessuno potesse vederla: parcheggi sotterranei, garage lontani da occhi sensibili, presa magari a notte fonda ed esclusivamente se strettamente necessario.
Ed invece no: lo schiavo ebete lavora duro per potersi permettere un oggetto metallico su ruote atto a condurre l’individuo dal punto A al punto B nel minor tempo e con la minore fatica possibile da sfoggiare in piazza al fine di sentirsi una persona migliore tra altri microcefali vessati suoi pari.
Invece di godersi la vita su un prato, preferisce il frastuono della marmitta costata tempo, fatica e sudore. La vita immolata alla sgradevolezza.
L’aerodinamica dell’automobile è la metafora della volontà dell’imbecille di andare controvento addosso al muro.

N.B. Il tutto è da ritenersi valido anche per la motocicletta.

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Dell’alzarsi in piedi quando entra l’insegnante

Posted by sdrammaturgo su 12 gennaio 2009

Sottotitolo: Di cosa si sta parlando quando si parla di educazione

Sottaceto del sottotitolo: Apologo vagamente brechtiano sulla società e chi la compone, chi la scompone e ne dispone, chi la decompone e chi le si oppone

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A scuola, quando entrava l’insegnante,
molti si alzavano automaticamente,
e quelli sono diventati schiavi perfetti;
pochi si alzavano con convinzione,
e quelli sono diventati degli ottimi borghesi;
alcuni si alzavano controvoglia,
e quelli sono diventati delle teste di cazzo;
io non mi alzavo affatto
e sono diventato un anarchico intelligente.

*

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In allegato, una divagazione a tema ed in tema

La moda è un fenomeno aberrante e si sa. In genere si dice che sia una tremenda e pericolosa cazzata in quanto l’individuo sospende il proprio giudizio e – per comodità, pigrizia, vigliaccheria, ignoranza, semplice imbecillità (tutti fattori che concorrono a comporre la sindrome del gregge) – delega il proprio pensiero ad un altro che pensi al posto suo e decida per tutti (e, in tal modo, l’altro ti frega e ci lucra, aggiungo).
Ora, per me il problema non è tanto – o comunque non solo – questo. Personalmente, sarei ben felice se fosse, che so, José Saramago ad indicare cosa debba piacere a tutti e tutti si omologassero al suo gusto ed alla sua intelligenza. Il guaio è che a farlo sono Dolce e Gabbana.

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Post scriptum – Forse non tutti sanno (e molti preferirebbero non sapere) che

A Roma – udite udite – è stato inaugurato (rullo di tamburi, suspence, squilli di tromba, un bambino in terza fila – per dare l’effetto del pubblico – si scaccola, il nonno gli dà uno scappellotto, ma tanto ha novant’anni ed un tumore ed ha i giorni contati, quindi il pargoletto lo deride e lo rovescia dalla carrozzella, così, gratuitamente, a sfregio) nientepopodimeno che lo Shopping Bus, una linea circolare gratuita di trasporto pubblico istituita appositamente per condurre turisti e cittadini a fare shopping in centro.
Sì, avete capito bene: lo Shopping Bus.
D’altro canto, cosa c’è di meglio, dopo una dura settimana di lavoro, di un bel tour guidato nei luoghi storici delle compere inutili ove spendere in cazzate le briciole del padrone per far arricchire altri padroni? La vita, si sa, è divisa in lavoro ed acquisti.
Mi sono subito venuti in mente i percorsi obbligati per i topi in laboratorio. L’uomo schiavizza i topi per imparare a comportarsi da topo schiavizzato.
Questa preziosa risorsa per il comune – che ringraziamo per la brillante iniziativa che dà nuovo lustro alla vita culturale della città – avrà di certo bisogno di uno slogan che la lanci definitivamente nell’olimpo della millenaria storia romana. Ne propongo uno: “Lavora, consuma, crepa. Ma con l’ATAC”.

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