Beati i poveri, perché moriranno prima

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La rivoluzione è un pranzo di merda

Posted by sdrammaturgo su 13 giugno 2012

Illustrato in una versione alternativa nel nuovo numero di Mamma!
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Se il saggio indica il cielo,
lo sveglio guarda il dito,
qualora si tratti del medio.

PROVERBIO

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Mentre se ne stava assorto e trasognato pensando che un mondo migliore fosse possibile, gli fregarono il portafoglio.
Nonostante le guerre, le devastazioni, le sopraffazioni, le crudeltà, le atrocità, gli orrori, la difesa della Roma di Luis Enrique, l’umanità poteva ancora riuscire ad edificare la società ideale. In fondo l’homo sapiens aveva avuto solo duecentomila anni per cambiare le cose. Serviva ancora un po’ di tempo.
Ma le cose erano migliorate nel corso della Storia, e si vedeva. I progressi erano sotto gli occhi di tutti. Ad esempio, in passato c’era la schiavitù, e per sopravvivere bisognava alzarsi all’alba e faticare tutto il giorno con orari massacranti sfruttati da padroni per paghe insufficienti al sostentamento. Ora, invece, questo era un grande diritto.
Era stato risolto anche il problema del lavoro minorile: una volta era accettato, poi si iniziò a contestarlo, quindi lo si condannò e finalmente si riuscì a spostarlo in India.
Anticamente, poi, il potere era nelle mani di pochi o financo di uno solo, che poteva esercitarlo arbitrariamente e senza limiti secondo il proprio capriccio e diletto e per esclusivo tornaconto personale, sottomettendo le popolazioni e vessandole con angherie d’ogni sorta e della più bieca efferatezza, mentre adesso tutto questo poteva essere legittimato in delle cabine di legno ogni cinque anni.
Salì sull’autobus. Ecco, gli autobus erano un chiaro esempio che le cose potevano migliorare. Prima infatti alle persone di colore non era permesso sedersi vicino ai bianchi sui mezzi pubblici. Ora invece i bianchi erano liberi di evitare di sedersi vicino alle persone di colore.
Prese posto mentre un gruppetto di persone era intento ad emarginare un nordafricano per eludere il rischio di contagio. Ché non si sa mai: cominci col sederti accanto a un marocchino, e come niente ti ritrovi con un figlio che non ama il Motomondiale.
Il problema erano i media, pensava. A furia di demonizzare lo straniero, avevano diffuso la paura del diverso. Ma un giorno, un giorno i media sarebbero stati migliori: le persone di buon cuore avrebbero amministrato televisione, cinema e carta stampata, i programmi sarebbero diventati educativi, giornali e riviste avrebbero diffuso ideali di pace, amore e uguaglianza, sulla copertina di Marmitte fragorose ci sarebbe stato scritto: «Non comprare noi, compra Genti disagiate».
Restava ancora da risolvere la questione su come le persone di buon cuore sarebbero riuscite a far carriera nei media posseduti da persone di cattivo cuore. Ma no, la soluzione era ancora più semplice! Le persone di buon cuore avrebbero fondato nuove testate di informazione e tutti i cittadini le avrebbero seguite in massa! Geniale! «È uscito Bricolage con resti umani? Grazie. Uh, ma… C’è una nuova rivista sulle nuove tecniche di rispetto per il prossimo e lei non mi dice niente?!». Si chiese come aveva fatto a non pensarci prima.
Passò il controllore.
«Biglietto prego»
«Mi scusi, ma mentre ero alla fermata mi hanno rubato il portafogli e il biglietto era lì»
«Lei è in contravvenzione»
«Ma le giuro che me lo hanno rubato!»
«Documenti»
«Erano dentro al portafogli»
«Allora dovrà seguirmi in questura per l’identificazione»
«Ma lei ha capito che sono stato derubato?»
«Sì»
«E mi crede?»
«Sì»
«Quindi sa che sono incolpevole»
«Sì»
«E qui non c’è alcun superiore a sorvegliarla»
«Sì»
«Per cui se volesse potrebbe passarci sopra»
«Sì»
«Ma intende farmi lo stesso la multa»
«Sì»
D’altronde il controllore andava capito: eseguiva gli ordini. Quello era il suo lavoro, e le regole sono regole. La colpa era della legge. Andava cambiata la legge. Un giorno, un giorno sarebbe stata fatta una legge che avrebbe permesso ai controllori di usare il proprio buonsenso. Sì, un giorno, ove ritenuto opportuno, i controllori avrebbero potuto applicare la legge che avrebbe consentito loro di non applicare la legge.
Entrarono al più vicino commissariato.
Durante gli accertamenti, ebbe modo di scambiare quattro chiacchiere con alcuni agenti.
Certo, avevano caricato, minacciato, ricattato, abusato, umiliato, menato, seviziato, torturato, ammazzato, ma tutto sommato erano delle brave persone.
La colpa era del Governo, che tollerando comportamenti inadeguati consentiva alle mele marce di screditare il mestiere di onesti picchiatori.
Gli venne in mente quella volta in cui le donne avevano organizzato una grande manifestazione per protestare contro la violenza domestica e la polizia aveva profuso un grande impegno per portare la violenza anche all’aria aperta.
Si faceva presto ad insultare indiscriminatamente tutti i poliziotti, quando poi chi era vittima di un crimine si rivolgeva a loro.
Se una donna veniva stuprata e chiamava aiuto, la polizia si sbrigava a finire il pestaggio e accorreva, perché c’era ancora da divertirsi.
Egli stesso, già che si trovava lì, aveva avuto modo di denunciare il furto del proprio portafoglio, cosicché, qualora lo Stato fosse riuscito a ritrovarglielo, avrebbe potuto pagare la multa allo Stato.
Un giorno, un giorno anche le forze dell’ordine e i corpi militari sarebbero stati migliori, votati alla giustizia, in difesa dei diseredati, pronti a sacrificarsi per il bene collettivo. Avrebbero gettato le pistole e si sarebbero armati solo di zucchero filato – poiché tanto nulla incute maggior timore di maleodoranti monosaccaridi appiccicosi.
O quantomeno avrebbero avuto una divisa fucsia.
Chi si arruolava andava peraltro compreso: si fa presto a giudicare, ma quando si ha bisogno di un lavoro non si può stare troppo a fare gli schizzinosi. E se il lavoro consiste nel manganellare agonisticamente, beh, cosa può farci il singolo? Le manganellate andavano regolamentate, o date magari con la massima educazione.
Certo, un po’ con le forze dell’ordine ce l’aveva ancora. A volte infatti avevano limitato con la forza la sua libertà di pensiero. Però in questo momento non stava forse pensando liberamente?
Uscì e prese a camminare.
Vide un mendicante ad un angolo della strada che reggeva un cartello: «Ho dieci figli da sfamare».
La colpa era del capitalismo: nessun banchiere era intervenuto ad impedire a quel pover’uomo di procreare a raffica.
Un giorno, un giorno i potenti della Terra insieme ai diseredati che lavoravano per loro avrebbero varato riforme che avrebbero consentito una migliore redistribuzione del reddito. Giovani onesti si sarebbero candidati per ridurre i profitti di quelli con i redditi altissimi in favore delle classi meno abbienti, e quelli con i redditi altissimi che controllavano le fazioni politiche avrebbero fatto campagna elettorale per loro. Il potere non sarebbe più stato un club esclusivo e sarebbe diventato un giardino pubblico, in cui i ricchi sarebbero andati a pisciare abbracciati ai poveri.
Sì, un giorno ci si sarebbe pisciati addosso gli uni con gli altri.
O, in alternativa, probi uomini della finanza si sarebbero vestiti da portieri e si sarebbero tuffati a parare gli spermatozoi dei poveri.
Si imbatté in una manifestazione di un’associazione cattolica che conosceva bene.
Gli aderenti avevano lanciato numerose iniziative in difesa dell’embrione. Adesso avevano alzato il tiro: difesa dell’immaginazione. Se pensi a un figlio, quella è già vita.
La colpa era della Chiesa.
La religione aveva fatto anche del bene, per carità. Tutto sommato, mandava un messaggio d’amore. Dio è amore – ma se non è corrisposto, si incazza e ti fa stalking.
Certo era che la Chiesa era ancora troppo oscurantista, con i suoi no all’aborto, al preservativo, all’omosessualità. E poi era incoerente: Cristo predicava la povertà, e il Vaticano era pieno di soldi. Si sentì originalissimo per questa osservazione.
Ma poteva anche esserci una Chiesa più illuminata, progressista, democratica. Un giorno, un giorno la Chiesa avrebbe insegnato ai fedeli che la Chiesa è sbagliata.
In fondo era tutto un problema di cultura, di istruzione. La colpa era della scuola. La scuola doveva insegnare a pensare con la propria testa, ma troppo spesso non ci riusciva. Serviva un’istruzione migliore: la scuola doveva indottrinare al libero pensiero.
“Vietato ascoltare chi ti dice di buttarti nel pozzo”, sarebbe stato affisso ovunque.
Un giorno, un giorno un ministro saggio avrebbe fornito al popolo gli strumenti per capire che avere un ministro è una cazzata.
Forse la gente non era ancora pronta a un mondo migliore. C’erano ancora troppo egoismo, troppa indifferenza, troppo razzismo.
Ah, se tutti fossero stati come lui, come lui ed i suoi amici! Pensò a quando al centro sociale, seduti in cerchio con la chitarra, cantavano Bella Ciao passandosi una canna, finanziando in tal modo la vasca idromassaggio di un boss della ‘Ndrangheta.
Ecco, da questi ragazzi poteva nascere un mondo migliore, un mondo con ‘ndranghetisti più profumati.
Quel giorno era atteso a pranzo dai parenti in campagna.
Tentando la sorte, prese un altro autobus che lo portò fuori città, arrivò, salutò tutti. La famiglia era una bella cosa, specie quando si riuniva per le tradizioni. E le tradizioni vanno conservate, perché tengono vivo lo spirito popolare, l’identità di una comunità. Ecco, le tradizioni sono la carta d’identità di un popolo. Avrebbe potuto riflettere sul fatto che forse non è un caso se sulla carta d’identità la fototessera è sempre orribile, ma il pensiero non gli balenò.
Quella in particolare era una tradizione che adorava: ogni inverno lo zio ammazzava il maiale ed invitava tutti a mangiare le prime carni. I sapori genuini, il tepore del termocamino, le scorpacciate in allegria. Che gioia.
Si sedette a tavola, dando le spalle al grande specchio che ingigantiva la sala.
Di fronte a lui, in fondo, campeggiava il maiale, che fino a qualche ora prima grugniva, si rotolava nel fango e non si poneva troppo il problema del precariato e della crisi economica, ed ora era squartato appeso al soffitto, trofeo che lo zio esponeva all’ammirazione generale. Il sangue colava in una bacinella
Impugnò una grossa salsiccia, la addentò.
“La colpa è delle persone che non hanno sensibilità, non provano empatia verso chi soffre, se ne fregano dei più deboli e dei più sfortunati, accettano la violenza e badano solo ai propri interessi. Ma un giorno, un giorno…”, pensò.
Ingoiò la salsiccia.

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